venerdì 21 giugno 2024

IL SOGNO ITALIANO DI IOACHIM MURAT RICOSTRUITO DA VINCENZO VILLELLA (di Bruno Demasi)


   La figura di Iochim Murat, il suo sogno di una lotta popolare capitanata dal Sud  per l' unificazione ante litteram e l'affrancamento della Penisola , han prodotto nei due secoli che ci separano dalla sua drammatica fine a Pizzo grandissima risonanza anche a livello europeo dando materia a una vastissima e ambigua letteratura che da troppo tempo richiedeva una sistermazione critica mai tentata da nessuno. Si trattò, come questo libro accerta con assoluta chiarezza, di un vero e proprio assassinio conseguente ad congiura passata invece alla storia come opera di spontanea sollevazione della gente pizzitana, secondo un collaudato copione che già aveva provocato la fine dei martiri della repubblica napoletana del 1799 e che sarà ripreso qualche anno dopo l’uccisione di Murat con la spedizione e l’uccisione dei Fratelli Bandiera a Cosenza e poi di Carlo Pisacane a Sapri.

    Le ragioni dell’ abbondanza abnorme di scritti su Murat vanno individuate in primis nella vicenda contraddittoria e drammatica di quest’uomo che ha commosso e irritato mezza Europa, ma anche nel limite grossolano della storiografia ufficiale e locale che, perseguendo una presunta obiettività tout court di studio e di narrazione e fermandosi spesso al dettaglio, impedisce a tanti una visione chiara e coerente delle vicende studiate con la paura irrazionale della partigianeria.


 Il monumentale e avvincente studio-inchiesta di Vincenzo Villella ( “ IOACHIM MURAT – La vera storia della morte violenta del re di Napoli – GrafichEditore) con i suoi 23 capitoli , tutti irruenti e convergenti come le fiumare delle nostre montagne, viene a colmare questa lacuna vistosa assumendo due ulteriori meriti che vanno subito evidenziati. In primis ci restituisce in maniera chiarissima la figura di Murat in tutte le sue sfaccettature umane, psicologiche e politiche secondo un metodo storico che affonda le sue radici nella freschezza e nella lucidità dell’indagine crociana coniugata con il rigore della storiografia moderna. L’altro merito, non da poco, l’offerta al grande pubblico, e non solo alla ristretta e a volte rissosa cerchia degli addetti ai lavori, dei risultati di un’indagine omnicomprensiva e completa che assume spesso, nei toni, nelle descrizioni, nella composizione sapiente e articolata dei vari contributi, il sapore narrativo di un romanzo di vita vissuta, pur non abbandonandosi mai all’approssimazione e alla fantasia.

    Insieme all'uso di una prosa avvincente un  terzo merito evidentissimo è poi il corollario dei primi due: l’Autore, come si diceva, non ha ambiguità nel manifestare apertamente il proprio giudizio personale sullo sfortunato sovrano , e lo può fare con grande libertà perché ne indaga sul serio gli aspetti più reconditi della parabola umana e poltica, senza lasciare nemmeno una virgola al caso. Scrive infatti apertamente quasi in esordio “In generale la storiografia ha trattato Murat come sempre vengono trattati i vinti. Senza alcuna pietà. Se anziché morire fucilato come un brigante, fosse perito su un campo di battaglia, magari a Tolentino, certamente tutta la gloria acquisita in tante imprese avrebbe continuato a cingere d’aureola il suo nome”(pag. 26).

    Una dichiarazione rafforzata da un’altrettanto lapidaria considerazione che non tutti gli storici di Murat sono in grado di fare senza la sicurezza derivante da un lavoro davvero meticoloso e approfondito, e non solo delle vicende legate alla drammatica morte del Re, ma di tutta la sua formazione umana e di tutta la sua vicenda politica che, a ben guardare, ha dell’incredibile: “ La storia d’Italia - egli afferma a pag. 36 – non può limitarsi a tributare lacrime a Murat. Gli Italiani gli debbono riconoscenza e gratitudine per l’azione che egli intraprese con l’obiettivo dell’unità nazionale quand’era follia parlarne…”. Riconoscenza e gratitudine mai espresse dai libri di storia, ma neanche dalla gente semplice, per la buona ragione che la vicenda di Murat è stata troppo presto sepolta insieme al suo cadavere dopo l’ignobile fucilazione nel castello di Pizzo, sulla quale sono stati versati fiumi di inchiostro che, anziché convincere il grande pubblico a conoscere fino in fondo questa pagina ingloriosa della nostra storia, lo hanno totalmente messo fuori strada, o comunque estraneato da una vicenda paradossale che pure ci riguardava e ci riguarda ancora da vicino.

    Proprio per questa ragione con questa inchiesta a 360° Vincenzo Villella ha portato a compimento un’impresa per tutti, ma soprattutto per la verità, in tempi in cui va di moda osannare in modo nagniloquente il regime borbonico come un eden perduto, quando invece, come afferma l’Autore con Giuseppe Galasso, “ non è avventato dire che nel decennio francese si fece, in proporzione , alquanto di più che in tutto il periodo borbonico (durato complessivamente 117 anni)”, un decennio molto fecondo per la Calabria che conobbe un’insolita fioritura socioculturale, infrastrutturale e addirittura industriale, ma anche bonifiche di terreni a grandissimo raggio e ammodernamento delle città ( come l’illuminazione pubblica e la fondazione del Liceo “Campanella” a Reggio Calabria) per non parlare del compimento delle leggi eversive della feudalità e della soppressione della manomorta ecclesiastica negli anni 1809-1810.

    E d’altronde  Vincenzo Villella, pur consapevole che la storia non si fa con i “se”, giunge anche ad effermare qualcosa di cui tutti , e in particolare noi Calabresi, dovremmo essere consapevoli: “ Se il progetto di Murat fosse andato in porto, forse avremmo avuto un’unità d’Italia, dal basso verso l’alto, alcuni decenni prima e con un ruolo trainante del Regno delle Due Sicilie, il più esteso dell’Italia pre-unitaria, con Napoli capitale del movimento risorgimentale. Non si sarebbe parlato di “piemontesizzazione” del Mezzogiorno da parte dei Savoia, di rapina delle sue ricchezze, di annientamento dei presunti primati del regno borbonico. Non avremmo avuto la guerra civile e gli eccidi del briugantaggio. Non ci sarebbe stata la questione meridionale come l’attribuzione all’Unità d’Italia dei mali del Mezzogiorno”(p.41).

    E’ una riflessione lapidaria che riporta alla sua vera dimensione quella che per molti era stata soltanto l”utopia” di Ioachim Murat di sperare in un riscatto delle plebi del Sud. Se utopia fu , chiarisce ancora una volta l’Auture attraverso i risultati concreti della sua ricerca , è da addebitare ancora oggi non solo all’indifferenza e alla rozzezza dei persecutori e uccisori di questo sovrano, ma soprattutto all’indifferenza di una classe intellettuale incapace di sposare il sogno di unificazione, di indipendenza e di progresso impersonato da Murat e poi esplicitato interamente nel Proclama di Rimini, il primo vero manifesto del Risorgimento.

  Quello che fu un vero e proprio assassinio pose fine a ogni ambizione politica e a un sogno che forse poteva essere condiviso da molti meridionali. Con la sua morte, afferma Vincenzo Villella , “ Spariva senza omaggi e senza gloria l’ultimo dei grandi cavalieri che avrebbe meritato una fine degna di un re. Così terminava l’impresa di un monarca che, in poco tempo, aveva visto succedere alla più alta fortuna le miserie più insopportabili, compresa la crudele esperienza dei tradimenti e delle perfidie di coloro che egli credeva suoi servitori devoti e che aveva colmato di benefici (p. 224)”

    E quando giungi all’ultima riga  di questo splendido libro, senti il bisogno di riaprirlo di nuovo e di rileggerne  qualche brano che ti porti a rivivere ancora un'atmosfera e  una storia davvero coinvolgente ed emblematica per questa terra di Calabria e, forse perchè tale, troppo a lungo sepolta nella congiura peggiore, quella del silenzio.

sabato 15 giugno 2024

ALTRE NOTIZIE SU GIUSEPPE NUNZIATO MURATORE ( di Rocco Liberti)

     Queste nuove notizie sull’illustre canonico musicista di Messignadi Giuseppe Nunziato Muratore ( 1786 – 1860), già parzialmente apparse sul “Corriere di Reggio”, nel n. 35 dell’11 ottobre 1980, p.3, aprono nuove prospettive di ricerca su questa singolare e bella figura di artista e di uomo di chiesa, alla quale su questo spazio ( clicca qui per leggere IL CANONICO GIUSEPPE NUNZIATO MURATORE , UN MESSIGNADESE AI FASTI DELLA MUSICA  ) un studio pregno di tutte le informazioni possibili è già stato dedicato dal prof. Rocco Liberti. All’ Autore un doppio ringraziamento per essere tornato con metodo e passione su una figura messignadese quasi dimenticata e per averci fatto  ritrovare in questa pagina anche la figura dell’avvocato Filippo Grillo a cui gli Oppidesi devono tanto, e non solo in termini musicali. (Bruno Demasi) 
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   Dopo l’avvenuto recente ritrovamento di alcuni componimenti dell’illustre messignadese Giuseppe Nunziato Muratore, il quale con una punta di snobismo amava farsi chiamare Muratori , e la conseguente esecuzione di particolari brani offerta dal Coro Polifonico “Maria SS. Annunziata” di Oppido, diretto da d. Vincenzo Tropeano in apposito concerto, sembrava che la di lui produzione dovesse limitarsi a quanto l’avv. Filippo Grillo era riuscito a ricavare da un’indagine esperita in un deposito della sua casa da parecchio negletto. Ma era destino che le cose dovessero svolgersi diversamente quando nuovi reiterati tentativi hanno riportato alla luce due ulteriori importanti manoscritti, che, oltre a illuminarci sull’opera muratoriana rendono conto anche dei suoi studi e dei rapporti da lui avuti con l’ambiente dell’epoca.

  Il primo manoscritto, quello che più interessa noi posteri, ma che peraltro era già a conoscenza di designati autori[1], contiene lavori di carattere prettamente sacro ed è intitolato “Partitura Originale di tutte le Cantilene che sollennizza S.a chiesa nelle misteriose funzioni della Settimana Santa”. Esso, in successione alla parte musicale propriamente detta fa seguire anche delle notazioni di pugno del Muratore, che indicano con estrema chiarezza il periodo in cui è avvenuta la composizione nonché i relativi momenti d’ispirazione. Non è raro rinvenirvi delle stranezze! Certi passi appaiono infatti essere stati concepiti in atto che il musicista veniva assalito da forte febbre. Il particolare ci porta a pensare che il buon prete dovesse risultare particolarmente sensibile al richiamo dell’estro in tali per altro non agevoli frangenti.

    Il componimento in questione, dal quale si apprende che il Muratore o Muratori, come indicato, era “Maestro di Musica, di Canto Gregoriano, ed Organista giubbilato della stessa Cattedrale”, è stato formato in varie riprese per «ordine di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor D. Francesco M.a Coppola Vescovo di Oppido» e così di seguito distribuito.

   Alla “Introduzione o finimento della Ia Lamentazione del Giovedì Santo”, scritta il 17 aprile del 1848 e il 3 aprile dell’anno successivo, seguono il “Sepulto Domino per lo Santo Sepolcro dell’Adorazione del SS. nel Giovedì Santo”, completato su richiesta dell’arciprete d. Rocco Garigliano tra il 24 e il 25 marzo del 1850 e lo “Stabat Mater” allestito «per insinuazione» del vescovo mons. Caputo, successore del Coppola, nel lasso di tempo compreso tra il 12 marzo e il 19 giugno del 1856. Il “Sepulto Domino” è stato richiesto a motivo che il parroco della cattedrale voleva farne un confronto con un altro stampato in Roma e solito a cantarsi nella chiesa di Mileto. Il brano è stato offerto senza accompagnamento di organo e sotto la direzione del Muratore per la prima volta dopo il “Proemio della Predica della Passione” fatta dal teologo della cattedrale medesima, d. Giuseppe M.a Scrugli[ii], con solisti notar d. Gaetano Vorluni (1° tenore), canonico d. Pasquale Zerbi (2° tenore, anche lui musicista e discepolo del Muratore e valente organista), sacerdote d. Francesco Zitolo (1° basso) e diacono d. Raffaele Virdia (2° basso). Lo “Stabat”, per altro verso, era stato postulato a uso privato delle nipoti del vescovo Caputo, le quali si trovavano per allora in un monastero di Nardò. Allo “Stabat” è premessa una lunga dedica che il nostro Messignadese ha voluto indirizzare al suo vescovo nel marzo del 1858 e che ribadisce chiaramente, se ancora ce ne fosse bisogno, come quel presule cotanto odiato e criticato non fosse poi quel mostro di prepotenza e di brutture dipinto da interessati individui e come in Oppido sapesse circondarsi dall’affetto di persone di tutto rispetto e valore. Ma ecco la dedica, ch’è bene riprodurre per molteplici motivi:

«Eccellenza Rev.ma,
    Non m’incolpi di soverchia arditezza, umilmente la prego, se mi fò a dedicarle la presente qualunque siasi composizione Musicale della tre volte mesta e dolorosa Elegìa sacra all’afflittissima Donzelletta di Nazaret, Madre del Verbo incarnato, che là sul Golgota diè compimento con lo sborzo del suo preziosissimo sangue all’opera dell’Umana Redenzione. Se tardi posi mano all’esecuzione dei di Lei preggiatissimi comandi, fu il tormentoso pensiere di non esser io da tanto a mettere su le corde armoniche quell’Inno, che con magiche note venne composto da distintissime aurate penne dei primi corifei dell’Angelica Scienza, che al tacer degli altri, un Pergolesi un Rossini si han provocato rinomanza immortale presso i cultori del Bello, presso i tenenti seggio onorato nel vastissimo campo dell’Armonico. Non pertanto ad incoraggiarmi bastò l’asserto dell’Ecc.za Sua R.ma di desiderare, cioè, non una Musica chiassosa ad orchestra, ma che ogni Strofe vestita fosse di una Musica semplice, brevissima, provocatoria, ed espressiva coll’accompagnamento dell’Organo solo, adattata alla capacità dell’Educande nel rinomato rispettabile Monistero di S. Chiara nella fiorita città di Nardò, in mezzo a cui van comprese le nobilissime figliuole dell’unico di Lei Fratello D. Giuseppe alle quali dedico mia debolissima servitù. Ed in vero, appo chi poteva mai la timorosa neonata Fanciulla trovar più sicuro asilo, se non presso Colui che causa ne fù dell’esistenza sua? L’accolga, dunque, e ove mai non fossi arrivato a soddisfare il forbito gusto di Lei, e di chiunque l’ascolterà, La priego imitar COLUI CHE guarda e passa. Con un profondo inchino, e col bacio della Sacra destra implorando la Pastoral Benedizione mi proffero, e dedico Dell’Ecc.a V.ra Re.ma Oppido 22 marzo 1858 Can. Giuseppe Nunziato Muratori.»

    Le “Parti della Turba, e Parti principali del Cronista nel Passio di S. Matteo per la Domenica delle Palme”, di cui qualche passo appare ideato il 18 marzo 1837, sono state composte a partire dal 1818, quando l’autore viveva a Napoli e dovevano essere cantate «nel Monistero» dallo stesso, che sarebbe stato accompagnato all’organo da una monaca sua discepola. A esse segue un “Brevissimo Miserere alla Palestrina a 3 voci”.

   Del “Christus e … Miserere Pel triduo delle Tenebre nella Settimana Santa” allestiti durante la settimana di Passione del 1823, ripresi più tardi tra il 21 e il 23 agosto del 1839, una copia è stata estratta nel marzo del 1857 e data a d. Vito Andrea De Risi, segretario del Caputo e rettore del Seminario, oriundo di Roccanova in Basilicata, che ne aveva fatto istanza per spedirla ad un suo Amico Dilettante di Musica, che abitava a Brindisi.

   La “Introduzione e il finimento della 1a Lamentazione per il Mercoledì Santo in canto corale” figurano realizzati il 17 aprile del 1848 a domanda dell’amico «Canonico Cavalier D. Domenico Mujà».
 
  Il secondo manoscritto ritrovato dall’avv. Grillo non comprende fatiche del Muratore, ma si rivela semplicemente quale una “Raccolta di Solfeggi di Soprano, Alto e Basso composti dal Signor D. Nicolò Zingarelli Direttore del Real Collegio di Musica in S. Sebastiano”. Detto, ch’è diviso in tre parti e di cui è riportata finanche la nota delle spese occorse per la sua copiatura, è stato realizzato a Napoli nel luglio del 1819. Il lavoro non è importante ai fini del reperimento delle opere scomparse del Muratore, però è molto utile, assieme alla lista, di cui abbiamo appena riferito, nel fissare al biennio 1818-1819 la di lui dimora nella città del Golfo e nello stabilire definitivamente, contro i dubbi sollevati da qualcuno, ch’egli realmente è stato allievo dello Zingarelli, se non a S. Pietro a Majella, almeno nel Collegio di Musica di S. Sebastiano, però sempre a Napoli. Difatti, si sa che Nicola Antonio Zingarelli (1752-1837), compositore napoletano di una certa notorietà, trascorse svariate vicissitudini che lo hanno portato in Francia prigioniero di Napoleone, ha fatto ritorno nella sua città natale, dove ha retto nel 1813 il Reale Collegio di Musica e dove nel 1816 è stato pure nominato maestro di cappella della cattedrale, al posto ch’era già appartenuto al Paisiello. Lo Zingarelli ha scritto soprattutto opere di stampo religioso, ma anche Messe, Requiem, Stabat Mater, Miserere ecc., per cui niente di più facile che il Muratore si sia ispirato al Maestro per le sue principali composizioni.

                                                                                                                                       Rocco Liberti
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[1] L. ALIQUO’ LENZI-F. ALIQUO’ TAVERRITI, Gli scrittori calabresi, Reggio Cal., IIa ediz. 1955, alla voce.
[ii] Lo Scrugli, nato a Tropea nel 1802, è ivi deceduto nel 1876. Inquadrato tra i Padri Liguorini, ha dovuto presto abbandonare la congregazione per motivi di salute. Indi, è stato teologo della cattedrale di Oppido, in successione di quella del paese natale. Che non si debba a lui l’avvìo del nostro padre Grillo finito missionario in Cina?

martedì 11 giugno 2024

“AIUTO, COMPAGNI , MI SPARARU ! “ ...nel ricordo di PEPPE VALERIOTI ( di Bruno Demasi e Aldo Varano)


   Nel  XLIV anniversario dell’uccisione di Giuseppe Valarioti, il martire della legalità della Piana  di Gioia Tauro, conosciuto da molti Africani immigrati, quasi sconosciuto dalla maggior parte dei nostri giovani, colpevolmente dimenticato dalla politica locale e dalla maggior parte del mondo scolastico!
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     Di lui, mio coetaneo,amico e collega di università, i miei ultimi ricordi si fermano a una delle tante visite ai luoghi archeologici del rosarnese e del nicoterese, nella fattispecie a una grande favissa di età magnogreca rinvenuta da tempo sulle pendici di Nicotera, ma meglio indagata negli anni Settanta del secolo scorso in tutta la sua ricchezza di manufatti archeologici. Eravamo alcuni amici oppidesi guidati appunto da Peppe, da Natale Pagano e da Lellè Solano. Sono ricordi che si fermano anche al grande lavoro minuziosamente svolto da Peppe per la sua preziosa tesi di laurea sulla letteratura latina cristiana, di cui dava notizia spesso agli amici e ai colleghi con entusiasmo. Si fermano soprattutto su quello che era il suo slancio incontenibile per la politica e per la giustizia sociale, che precedeva quelli, pure molto intensi, per l’archeologia, per la letteratura, per la terra.Veniva dal mondo contadino, da cui aveva mutuato il profondo senso del rispetto per tutti, soprattutto per la povera gente, l’amore grande per la famiglia e per il lavoro dei campi, ma anche una forte passione per lo studio storico-archeologico di Medma, la città magnogreca, culla della sua natia Rosarno. Ma ciò che più lo impregnava andando avanti nella gioventù era l’approfondimento di vivissime problematiche ancora molto dolorose 30 anni fa, specialmente quelle collegate alle lotte dei contadini per l’occupazione delle terre.

     Era incalzato da una forte tensione morale e ideale che quasi gli imponeva di offrire un concreto contributo per l’affermazione degli ideali di giustizia e di uguaglianza di cui era impregnato fino al midollo.In questa dimensione di pensiero e di vita non tarda a diventare segretario della sezione PCI di Rosarno e nel cuore di ogni sua battaglia politica e civile egli pone la lotta contro ogni forma di degenerazione e di sopraffazione mafiosa, radicata in modo quasi tumorale nel tessuto connettivo della società calabrese. C’era in lui tuttavia , come in tanti giovani di quella generazione, anche una forte esigenza di costruire una strategia credibile per il lavoro e lo sviluppo, capace di recuperare sul terreno della battaglia democratica e civile il mondo della devianza giovanile. Queste istanze proclamate e vissute in modo coerente e coraggioso Peppe Valarioti le porta avanti senza sosta e senza riserve mentali.

     Viene assassinato in un agguato di tipico stampo mafioso, la sera dell’11 giugno 1980, mentre esce da un ristorante di campagna, dove si era recato a festeggiare con alcuni compagni di sezione la vittoria del partito alle elezioni regionali. Aveva appena 30 anni. Le indagini giudiziarie non riusciranno a far luce sull’episodio, il processo sarà solo indiziario e la sua morte resterà impunita.
     Per vari anni nelle scuole in cui ho lavorato la sua figura e la sua opera sono state religiosamente celebrate dai nolstri allievi e per anni , finchè è stato possibile, ho avuto l'onore di chiacchierare con sua madre che non ha mai smesso gli abiti a lutto fino alla morte.
    E’ ricordato oggi solo dal nome della piazza principale di Rosarno ribattezzata “Piazza Giuseppe Valarioti”, “caduto in difesa di nobili ideali di libertà e di giustizia” e da varie strade a lui intitolate in diverse città d’Italia (pochissime sulla Piana) nonché dal Premio “Giuseppe Valarioti”, istituito dall’Amministrazione Comunale di Rosarno nel 1990, nel decimo anniversario della tragica scomparsa.
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 (Appoggiata al muro , la mamma di Peppe Valarioti, che riceve l'omaggio  dei neri di Rosarno(!)
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               "Aiuto compagni mi spararu":
  è l’ultima invocazione di Peppe nella notte fra l’11 e il 12 giugno 1980: una notta che ci ricorda Aldo Varano, presente a tutta la terribile vicenda conseguente alla vittoria del PCI alle elezioni comunali in una ricostruzione meticolosa e struggente:

“ …Le tensioni e l’attesa, il prorompere gioioso della vittoria vissuta come rivalsa e riscatto di tutto un popolo. Poi – quanto tempo in mezzo? - urli, lagrime, i singhiozzi e il pianto di Peppino Lavorato che non riusciva a spiegarmi (o ero io a non voler capire?). E l’odore di sangue e di morte che sembrò mangiarsi tutti gli altri dettagli. Stupore, lagrime, dolore. E fin da subito (chi me ne aveva parlato?) il pensiero insopportabile della madre contadina che, moderna Addolorata, aveva fatto un figlio importante (professore, amante dell’archeologia di Medma, le radici della sua Rosarno violenta e brutalizzata, la musica, le cose belle) per farselo inchiodare sulla Croce. Fu un delirio e una vertigine.


Ero rimasto quasi solo in via Castello 4. Elaboravo i risultati elettorali delle Provinciali. Mi ero inventato un sistema grossolano che però funzionava. Lavoravamo i voti seggio su seggio, quindi, grosso modo, sugli stessi elettori. La tendenza saltava fuori subito in un quadro abbastanza veritiero: un antenato delle moderne proiezioni, rozzo e primitivo ma in grado di fregare gli altri sul tempo.Andava male. Il Pci in provincia di Reggio prendeva botte. Come accadeva quando c’era poco da scialare, se l’erano squagliata tutti, o quasi. Io non potevo.
Del risultato di Rosarno mi ero occupato fin dall’inizio. Ci tenevo, non soltanto perché ero molto amico di Peppino Lavorato e conoscevo Valarioti. Sapevo dello scontro furioso con la ‘ndrangheta e le “famiglie” che non sopportavano l’attività della sezione che, guidata da Valarioti, aveva saldato gruppi di giovani alla tradizione dei braccianti, il cuore antico del Pci. Per non dire di quel contadino rifatto di Valarioti che invece di starsene al suo posto dal microfono in piazza aveva perfino invitato i giovani a lasciare le cosche per il Pci. Ingenuità e ideologia, certo. Ma sotto c’era uno scontro carico di conflitti e contraddizioni reali e un nucleo di straordinaria modernità e acutezza.
 
Il padre di Valarioti col prefetto dell'epoca
   Peppino continuava a chiamare. Voleva il risultato, cercava rassicurazioni. Ma io temporeggiavo. Chiamò Peppe. Era il segretario, formalmente perfino più autorevole di Lavorato amato (è il termine giusto) come leader e riferimento. “C’è tensione, Aldo. Dimmi qualcosa. Ci siamo esposti. Dammi qualche risultato”, implorò. Gli spiegai che elezioni andavano male. Ma che a Rosarno il voto era “anomalo” e sembrava buono. Non era impossibile vincere. Ma bisognava aspettare. “Se annunciamo la vittoria e non è vero, finiamo nella merda. Voi, prima di tutti. Peppe coi soli dati di Rosarno non posso far nulla. Senza gli altri non posso dirti se scatta il collegio. Arrivano con contagocce. Sto attento, sono qui che ci lavoro. Appena so ti chiamo”.Fu l’ultima volta che ci parlai. Più tardi avvertii la sua presenza e le sue domande mentre al telefono parlavo con Lavorato.
Peppino richiamava. La tensioni cresceva. C’era un mare di gente attorno alla sezione: “I compagni voglio sazio. Hanno dato l’anima”. “Matematicamente - rischiai - la certezza ancora non c’è. Ma io sono sicuro che avete vinto il collegio”. Capivo attraverso la cornetta che si consultavano. Poi Peppino mi sparò: “Ma tu quanti dubbi hai da uno a dieci?” “Nessuno. Ma dovete decidere voi. Secondo il mio schema avete vinto, ma non è ancora matematico”. Allentai con una battuta scherzosa: “Peppino, il mio schema è meglio della matematica. Ufficialmente non posso dirtelo, ma ci puoi calare la pasta, avete vinto”. Sentii un urlo di vittoria, applausi, voci che si liberavano. Lavorato e Valarioti avevano annunciato la vittoria. Peppino mi ringraziava come fosse merito mio e avessi veramente fatto qualcosa oltre a registrare la loro vittoria. “Un abbraccio, chiudo. Non puoi capire cosa sta succedendo”, farfugliò.
Quanto tempo passò e cosa feci in tutto quel tempo? Le indagini sull’omicidio Valarioti parlano di un corteo guidato da Lavorato e Valarioti tra le strade di Rosarno e certificano che alla fine un gruppo andò in pizzeria. Due ore, tre? Ricordo solo il trillo del telefono. Anomalo perché tardissimo e da un pezzo ammutolito: i comunisti erano andati a dormire (o a consolarsi) invece di inviarmi gli ultimi rovinosi risultati.
Peppino piangeva e urlava. “Mi è morto tra le braccia” “Dovevo morire io”. Urlavadisperato: “Io non lui. O tutti e due”. Singhiozzava sconnesso ormai abbandonato a un dolore senza limite e pudori. “Peppe, Peppe, tra le mie braccia sei morto”. Venni trafitto dall’immagine di Valarioti stroncato da un infarto. Poi pensai a un incidente. Lavorato non riusciva ad andare oltre: pochi secondi o un’ora. Ricordo un’eternità di tempo e il suo meccanico: “Avverti Botteghe Oscure, dillo al compagno Berlinguer”. Raccontava in modo confuso del corteo gioioso tra le strade e nel quartiere dei Pesce, la pizzeria, l’incedere lento e soddisfatto verso il parcheggio, i colpi di pistola e Valarioti che cade. Riusciva solo a ripetere: “Mi è morto tra le braccia, ho il suo sangue addosso, io dovevo morire”. Paralizzato non riuscivo più a parlare né a pensare.
A Botteghe Oscure c’era solo il servizio di vigilanza. Avrebbero riferito. Iniziò il giro delle telefonate e molte macchine partirono per Rosarno. Una notte di tormenti e smarrimento in cui molti non avremmo chiuso occhio stroncati da rabbia, dal dolore, da un senso cupo di sconfitta, dal prezzo troppo alto pagato. Iniziò una processione di macchine per raggiungere l'epicentro della tragedia: Pangallo, Lillo Zappia, Alvaro, Fantò ripiombati tutti in via Castello mentre Ninì Sprizzi e Gargano, dai paesi vicini erano già arrivati.
Roma non capì subito. Iniziavano a serpeggiare perplessità e sfiducia verso l’anomalia calabra. Berlinguer non sarebbe venuto al funerale e tutti pensarono che il Pci non voleva esporre il segretario prima che fossero chiari tutti gli aspetti della vicenda. Neanche la Iotti, presidente della Camera, sarebbe venuta. NOn si fidavano. La sacralità delle istituzioni vietava qualsiasi rischio. Venne Occhetto, appassionato e pieno di rabbia, ma niente di più.Poco tempo dopo, a Cetraro, dove c’era la cosca dei Muto, venne ucciso Giannino Lo Sardo, capogruppo comunista al Comune. Roma si svegliò. Berlinguer si fiondò in Calabria. Diventò chiaro l’assalto delle cosche a un’opposizione indebolita per spazzarla dalla scena calabrese. Piegare il Pci per spezzare tutti gli altri. Sono passati 34 anni, un periodo storico sufficiente per cambiare tutti i fenomeni storici e sociali. Ma in Calabria, a chiudere il conto alla ‘ndrangheta, lo Stato non c’è ancora riuscito". 
 
                                                                                           Bruno Demasi  e Aldo Varano