sabato 5 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “ LA SERRA DI MESSIGNADI” (Racconto di Maria Rosa Surace)

      La “ Serra” di Messignadi, un pianoro coltivato affacciato sulla fiumara, attraverso il filtro del ricordo di Maria Rosa Surace si trasforma in un autentico paesaggio dell’anima. Il semplice percorso dal paese alla campagna diventa un viaggio dentro un mondo fatto di sentieri sassosi, siepi, querce, olivi, more selvatiche, non soltanto uno spazio fisico, ma il luogo privilegiato dell’infanzia: un regno di libertà, di giochi e di scoperte, custodito dalla presenza vigile e affettuosa della nonna.
     La scrittura di Maria Rosa Surace si distingue per la limpidezza del dettato e per la capacità di trasformare il ricordo personale in una memoria condivisibile. L’autrice procede attraverso una narrazione ampia, ricca di particolari concreti, nella quale ogni elemento, l'armacera, la mastra, le bumbule, il focolare, il pollaio, i peperoncini ornamentali, i pulcini che rompono il guscio, concorre a ricostruire con precisione un ambiente e un’epoca. 
     Il significato più profondo del racconto emerge nelle righe finali, quando la coltivazione degli ortaggi, la cura dei fiori, la nascita dei pulcini, i giochi lungo la fiumara vengono ricondotti a un insegnamento essenziale: «l’amore per la vita». È questa la lezione che la Serra di Messignadi continua a trasmettere anche oltre il tempo narrato: la vita cresce attraverso la cura, la pazienza e lo stupore delle piccole cose destinate a durare per sempre nella memoria.(Bruno Demasi)

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Non potrò mai dimenticare la felicità mia e di Lella, mia sorella, quando la nonna ci diceva che il giorno dopo ci avrebbe portato alla Serra. Si partiva la mattina presto; certo per noi dormiglione era un sacrificio alzarsi di buonora, ma sapevamo che avremmo trascorso una bellissima giornata e questo dissipava qualsiasi timore di eventuali disagi.

La Serra distava dal paese pochi chilometri; vi si arrivava tramite una stradina stretta e disseminata di sassi di varie dimensioni che noi accuratamente schivavamo. Camminavamo senza accusare fatica; la brezza mattutina corroborava le nostre forze e ci rendeva agevole il percorso. La stradina era affiancata da alte siepi alle spalle delle quali si ergevano a tratti grandi olivi a tratti maestose querce che in alcuni punti univano i loro rami dalle opposte sponde formando sopra le nostre teste ricami di foglie attraverso i quali filtravano i raggi del sole nascente che illuminavano i nostri passi e carezzavano dolcemente i nostri visi.

La nonna camminava senza parlare e noi bambine non osavamo interrompere il suo silenzio che sembrava portarla in altri mondi; anche noi d’altronde ci sentivamo proiettate in un’altra dimensione dove regnava solo leggerezza e tenerezza. Ci intenerivano il cuore i giochi di luce tra le foglie e i canti melodiosi degli uccellini che svolazzavano di qua e di là con una felicità che trasmettevano anche a noi (la tenerezza di quei momenti mi sarebbe rimasta per sempre nel cuore per trasformarsi, purtroppo, nel tempo, in rimpianto).

Ogni tanto ci fermavamo qualche minuto per raccogliere le more che abbondavano nelle siepi, ne gustavamo una parte e il resto lo riponevamo in piccoli cestini di vimini per poi consegnarlo alla nonna che ne avrebbe ricavato delle ottime marmellate. In alcuni tratti di strada incontravamo qualche piccolo gruppo di nostri paesani; ci salutavamo a vicenda con cortesia poi ognuno procedeva per proprio conto. Quando finalmente giungevamo alla Serra il sole era già alto e illuminava i campi con abbagliante splendore.

La Serra era una località agricola distesa su un ampio pianoro prospiciente una fiumara che scorreva a valle, ora impetuosamente ora placidamente a seconda delle stagioni; si estendeva per molti ettari sul pianoro di sinistra e guardava il pianoro, detto Bosco, che si elevava a destra del corso d’acqua. Molte delle terre della Serra erano di proprietà dei nonni; queste digradavano a terrazze - sostenute da muri a secco, la cosiddetta “armacera” - verso la fiumara e si sviluppavano in tre settori: uliveto nella parte alta, frutteto in quella mediana, orto in quella bassa a livello delle acque. L’orto veniva innaffiato tramite un canale detto “mastra” che aveva origine da sorgenti d’acqua provenienti dalla montagna aspromontana e, prima di giungere da noi, irrigava campi di altri proprietari che spesso litigavano fra di loro per la gestione di frequente egoistica da parte di alcuni a danno di altri.

Appena arrivate, la nonna ci cambiava i vestiti e li riponeva nell’armadietto di quella che lei chiamava “casetta”. In realtà la “casetta” era un grande monolocale, in parte adibito a cucina e in parte a soggiorno. Nella zona cucina troneggiava un grande focolare che ospitava sul tripode una grande pentola di terracotta costantemente gorgogliante; attorno al focolare lunghe panche semiaffumicate e, appesi alle pareti, numerosi tegami e alcune leccarde; al centro della camera un lungo tavolo in legno alle spalle del quale vi era una grande dispensa piena di conserve di ogni genere, in particolare marmellate che la nonna preparava con i frutti del suo frutteto di un sapore squisito, di una dolcezza poi persa nel tempo come quella della fanciullezza.

Nella zona soggiorno vi erano due piccoli divani, un armadietto e uno stipetto-libreria dove il nonno custodiva i suoi calendari e i suoi libri di astrologia, cannocchiali, almanacchi e lunari vari tra cui l’immancabile Barbanera. A qualche metro dalla “casetta” vi erano dei piccoli locali adibiti a vari usi: forno a legna, conigliera, pollaio, cantina, deposito per le giare dell’olio, custodia di tutto ciò che occorreva per la lavorazione della terra e altro ancora.

La terra veniva coltivata dai coloni con cui il nonno, dal carattere fermo ed intransigente, litigava spesso. Egli passava il tempo a disciplinare le attività agricole, dava anche una mano nei lavori dei campi - curava soprattutto il frutteto e l’orto - ma ciò che lo si vedeva fare più frequentemente era scrutare gli astri. L’astrologia era infatti la sua passione; leggeva molti libri su questo argomento e all’inizio di ogni anno compilava un suo personale calendario su cui annotava mese per mese tutto quello che c’era da sapere su alba, tramonto, fasi lunari ecc…; inoltre per ogni stagione consigliava cosa bisognava fare per coltivare al meglio il terreno per ricavare buoni frutti e ortaggi vari.

La nonna chiedeva sempre il suo consiglio prima di portare fuori i cestini di vimini dove erano ben disposti i fichi o i pomodori da essiccare, o prima di stendere i panni e altre cose simili. Le previsioni del nonno puntualmente si avveravano e la nonna era molto orgogliosa di questo marito “scienziato”; nutriva per lui una vera e propria venerazione, lo amava di un amore totale con una dedizione e sottomissione assoluta dettata dall’amore e non, come spesso accadeva a quei tempi, dal timore; d’altronde il nonno l’aveva sposata che era poco più di una bambina, era quasi naturale che lui per lei fosse tutto il suo mondo. Anche il nonno le voleva un gran bene, non lo proclamava - come era costume degli uomini di una volta che non si abbandonavano certo a quelle che consideravano inutili smancerie - ma lo dimostrava in vario modo anche nelle piccole cose, nei piccoli gesti quotidiani; aveva infatti attenzioni per lei che erano eloquenti più di qualsiasi parola. 

E così i primi frutti che maturava il fico o il nocepesco erano per lei; lui li allineava con cura su grandi foglie e glieli porgeva come fossero preziosi gioielli; quando andava in Grecia - così chiamava scherzosamente la Locride - tornava sempre con un regalo per lei; la sua nipote preferita era mia sorella solo perché portava il nome di sua moglie. D'altronde non si poteva non amare la nonna: era una donna dolce e bellissima; di media altezza, aveva un fisico dalle forme armoniose, capelli neri lunghi che, intrecciati, facevano da cornice a un volto dai lineamenti delicati e dalla carnagione molto chiara, quasi lattea, su cui brillavano grandi ed espressivi occhi neri. Noi le volevamo molto bene; anche lei ci amava molto e ci colmava di attenzioni e tenerezze. Ci sorvegliava sempre nei nostri giochi e quando volevamo scendere alla fiumara veniva sempre con noi. Tra tutti i giochi, infatti, quelli che facevamo sulla riva della fiumara erano i nostri preferiti: molestavamo i girini che guizzavano nelle anse; scalavamo i grandi e bianchissimi sassi, che abbondavano dappertutto, per troneggiare in cima; facevamo a gara a chi raccoglieva i sassolini colorati più belli, e altre cose di questo genere.

Quando eravamo stanche, ci riposavamo all’ombra dei grandi ontani dalle foglie argentate che nelle giornate calde offrivano una gradevolissima frescura. Ogni tanto si univa a noi una bambina, un’esile biondina, irrequieta e capricciosa, un vero spiritello birichino. Quelle tranquille giornate furono movimentate una volta da un episodio che mi rimase impresso a lungo nella memoria.

Un giorno, riuscendo in modo del tutto inusuale ad eludere la vigilanza della nonna, fummo tentate dalla proposta della nostra amichetta di provare l’emozione di una avventura secondo lei molto divertente: raggiungere la riva opposta della fiumara attraverso un guado che lei conosceva e qualche volta, a suo dire, anche sperimentato. Io, forse perché avevo qualche anno in più e quindi capivo meglio i rischi dell’impresa o forse perché non ero portata al brivido dell’avventura (tendenza perpetuata poi nel tempo a venire), mi opposi all’idea. Dissi che era pericoloso, che si poteva scivolare sui sassi melmosi del guado ed essere travolti dalla corrente, e in ogni caso la nonna si sarebbe adirata se l’avesse saputo. Non mi ascoltarono.

Giunti a poca distanza sul punto giusto, sollevata la gonna, cominciarono ad attraversare le acque. Io rimasi a riva a guardarle. Erano già a metà guado quando improvvisamente arrivò la nonna. Impossibile descrivere la sua disperazione quando si rese conto di quello che stava succedendo: cominciò ad agitarsi, a dimenarsi, a urlare intimando loro di fermarsi; poi spedita si lanciò in acqua e percorse il guado fino a raggiungerle.

Appena di nuovo a riva, la nonna, rossa in viso per l’agitazione, sfogò la sua ira per l’ardita disobbedienza con gesti opposti e contraddittori: alzava una mano come per colpire mia sorella (senza spingersi nemmeno a sfiorarla) e nello stesso tempo con l’altra mano l’attirava a sé come per rassicurarsi che era ormai nelle sue braccia e nulla di male le poteva più accadere; il suo viso, paonazzo, era attraversato da sentimenti contrastanti: ira per la disobbedienza subita e gioia per il salvataggio riuscito.

Il rimorso per aver provocato quel dolore alla nonna fu tale che per l’avvenire qualsiasi idea di avventura spericolata non fu mai più presa in considerazione. I giorni trascorrevano tranquilli: passavamo il tempo a scorazzare di qua e di là, cantavamo e suonavamo con lo zufolo che ci costruiva il nonno con piccoli segmenti delle canne che crescevano numerose in prossimità della fiumara, inseguivamo le farfalle con la stessa ingenuità con cui da grandi avremmo inseguito i nostri sogni.

Spesso la nonna ci impegnava in occupazioni a cui ci applicavamo con cura per dimostrarle che si poteva fidare di noi, come andare con piccole anfore di terracotta (le bumbule) ad attingere l’acqua che scorreva da una fenditura nell’ “armacera”; liberare i fagioli secchi dai baccelli; innaffiare i grandi vasi di fiori che c’erano davanti alla casetta. Di questi vasi, due erano i prediletti della nonna, contenevano piantine di peperoncino ornamentale; i peperoncini avevano forma varia, rotonda, ovale, appuntita, ed erano multicolori; la cromìa era di grande effetto.

La nonna curava queste piantine con amore, le innaffiava regolarmente, le poneva al riparo quando soffiava il vento, le liberava dalle foglie secche, le accarezzava con tenerezza. Lei amava la vita e tutto ciò che mirava a perpetuarla. Ricordo che una volta riservò per noi un rettangolo di terra dietro la “casetta”, ci diede una manciata di fagioli e ci disse di collocarli in piccole buche che dovevamo scavare in quello spazio: ne sarebbero nate delle piantine di fagiolini. Ci sembrava incredibile che noi così piccole potessimo essere artefici di un simile prodigio ma, sebbene incredule, curammo il “nostro orto” così come la nonna ci suggeriva di fare innaffiando, pulendo il terreno da sassi e foglie e così via. Il giorno in cui mia sorella e io vedemmo tante piccole verdi piante spuntare dalla terra provammo una gioia indescrivibile. Le piantine crebbero e maturarono i fagiolini che raccogliemmo e che la nonna cucinò in un’atmosfera di festa.

Ogni tanto la nonna ci dava il permesso di entrare nel grande pollaio, quando in un angolo di esso una grande coloratissima chioccia giaceva, con la dignità di una regina in trono, per covare le uova. Entravamo in quel luogo come si accede in un sacrario in silenzio e in punta di piedi, così raccomandava la nonna; davamo quindi una fugace occhiata per verificare se le uova cominciavano a schiudersi. Dopo vari tentativi, arrivava il giorno in cui finalmente vedevamo compiersi il miracolo: piccolissimi pulcini facevano capolino dal guscio delle uova fino a liberarsi del tutto di esso e tentare goffamente i primi passi. Queste creaturine che sbocciavano alla vita intenerivano la nonna fino alla commozione; lei ci permetteva di carezzarle per qualche istante trasmettendoci la convinzione di averci concesso un grande privilegio.

Tutte le volte che ripenso a questi piccoli episodi che caratterizzavano le nostre giornate in campagna provo una grande nostalgia per quei giorni spensierati, il cuore mi si colma di gratitudine per la nonna a cui non finisco mai di dire grazie per averci regalato quei momenti felici che per sempre avremmo custodito nel cuore come un prezioso tesoro, e soprattutto grazie per averci insegnato la cosa più importante al mondo: l’amore per la vita.

Maria Rosa Surace

giovedì 3 settembre 2026

ALDO COLOPRISCO: la scomparsa di un maestro del teatro. Dall’Aspromonte alla scena nazionale ( di Bruno Demasi)

 
       Gli avevo dedicato su questo blog una pagina nel maggio scorso(La puoi aprire cliccando qui:ALDO COLOPRISCO : il teatro civile dall’Aspromonte alla Capitale ( di Bruno Demasi ) quando le sue condizioni di salute, già minate, stavano soffocando la sua voce teatrale, pedagogica e artistica che per tanti anni era risuonata nelle scuole e nei teatri calabresi e romani. Oggi la scomparsa di Aldo Coloprisco (1942–2026) chiude una stagione culturale che ha attraversato più di cinquant’anni di teatro popolare, di pedagogia, di scrittura narrativa e tutela dei dialetti. La sua figura complessa, generosa, poliedrica appartiene a quella ristretta cerchia di autori che hanno saputo trasformare la marginalità geografica dello’Aspromonte in centralità culturale e il dialetto in strumento critico. La Calabria e Roma sono state le sue coordinate.  
   Nato a San Procopio(RC) nel 1942, Coloprisco cresce in un contesto in cui la lingua popolare non è un residuo folklorico, ma un codice identitario. Negli anni Ottanta approda alla Scuola Media di Sant’Eufemia d’Aspromonte, dove avvia un laboratorio teatrale che diventerà un caso pedagogico. Qui il teatro non è un’attività accessoria: è un metodo educativo, un dispositivo di comunità. I primi testi , ’A ’ndrangheta s’a caca, U poeta Omeru, ’U presepiu, ’U camposantaru , nascono come atti collettivi, scritti in un dialetto vivo, musicale, performativo.Questa fase calabrese è decisiva: Coloprisco comprende che il teatro popolare può essere archivio antropologico, luogo di memoria e strumento di riscatto. La sua scrittura orale si colloca nella linea di quella tradizione che vede nella cultura un «argine contro la crisi della presenza»¹. Il dialetto, per lui, è una lente pulita: non un vezzo identitario, ma un modo di stare al mondo. 

     Negli anni Novanta si trasferisce a Roma, dove porta con sé il suo bagaglio culturale senza mai abbandonarlo. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”, trasformando la scuola in un piccolo teatro stabile. Per oltre vent’anni guida gli studenti attraverso Pirandello, Shakespeare, Brecht, Goldoni, Eduardo, con una costante attenzione alla dimensione civile della scena.  La sua idea di pedagogia teatrale si fonda su tre assi:la scena come esercizio critico,la parola come responsabilità,la comunità come orizzonte educativo.Non sorprende che molti dei suoi allievi abbiano poi intrapreso percorsi artistici, universitari o professionali legati alla comunicazione, alla scrittura, alla regia. 
       Nel 1998 fonda la compagnia Capocotti, che diventa rapidamente un laboratorio stabile di produzione e riscrittura. Qui Coloprisco avvia un lavoro sistematico di traduzione e aggiornamento dei suoi testi calabresi per un pubblico romano. Il processo è affascinante: non si tratta di adattamenti, ma di vere e proprie metamorfosi linguistiche e culturali, che non tradiscono affatto, anzi rilanciano la cultura calabrese: 
  • U poeta Omeru diventa Omero, dove Achille dialoga con i ragazzi della periferia romana.
  • ’U camposantaru diventa Er Camposantaro, mantenendo intatto il suo impianto grottesco.
  • ’U presepiu diventa Er Presepio, trasferendo la Sacra Famiglia in una parrocchia romana.
     La sua opera più nota, ’A ’ndrangheta s’a caca, rappresentata anche al Teatro delle Muse e all’Anfitrione, è una delle più efficaci commedie civili degli ultimi decenni. Il testo affronta il racket e la ribellione al pizzo attraverso il grottesco, senza moralismi né prediche. Coloprisco mostra, e nel mostrare smaschera. Ridicolizzare il potere criminale significa privarlo della sua aura, restituirlo alla sua nudità. È la lezione di Bachtin: «il riso abbatte le gerarchie»².La sua comicità è feroce ma mai cinica; popolare ma mai populista; grottesca ma sempre etica. In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea del teatro civile italiano, accanto a figure come Raffaele Viviani, Dario Fo, Enzo Moscato, pur mantenendo una voce assolutamente personale. 

  Accanto al teatro, Coloprisco ha coltivato una produzione narrativa meno nota al grande pubblico ma di grande interesse. Racconti, romanzi brevi, bozzetti satirici: una scrittura che oscilla tra memoria e ironia, tra Calabria e Roma, tra italiano e vernacolo. La parola, per lui, è sempre strumento di verità. La memoria, come ricorda De Martino, è «un atto di presenza»³: e Coloprisco la esercita con rigore.

     A Roma ha animato una rassegna teatrale interamente dedicata ai dialetti, coinvolgendo scuole, compagnie e gruppi amatoriali. Il suo obiettivo era chiaro: restituire dignità alle lingue locali, storicamente relegate ai margini della cultura ufficiale. Il dialetto, per lui, non è un residuo folklorico: è una lente critica, una forma di memoria indispensabile per decodificare il presente.

      In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea degli studiosi che hanno riconosciuto nel vernacolo una struttura antropologica complessa, capace di alternare toni grotteschi, comici e drammatici⁴. 

     Coloprisco è stato un artigiano della scena: uno che costruiva spettacoli come si costruisce un mobile, con cura, pazienza, responsabilità. Il suo teatro ha unito comico e drammatico, sacro e profano, dialetto e italiano, radici popolari e critica sociale. Non ha mai trasformato la Calabria in cartolina nostalgica: l’ha trattata come materia viva.La sua idea di palcoscenico era chiara: non un altare, ma una piazza. E la piazza, come ricorda Le Goff, è «il luogo della verità collettiva»⁵.

     La sua morte lascia un vuoto nella comunità teatrale, nella scuola, nella cultura dei dialetti, nella memoria civile del Sud. Ma lascia anche un archivio vivo: testi, allievi, spettacoli, gesti, parole. E soprattutto un’idea: che il teatro possa essere un atto di riscatto.

Bruno Demasi

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1. E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 89.
2.M. Bachtin, L’opera di Rabelais, Torino, Einaudi, 1979, p. 108.
3.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 23.
4. Scheda biografica Coloprisco Il teatro della Capitale, p. 3.
5. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma‑Bari, Laterza, 1985, p. 18.

mercoledì 2 settembre 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: PIERRE CESAR BRIAND (1827) (di Rocco Liberti)

      Con la consueta passione per le vicende meno note e per le testimonianze capaci di restituire alla storia il respiro della vita vissuta, Rocco Liberti ci conduce questa volta sulle rotte di un singolare viaggio in Calabria compiuto nel 1827 dal francese Pierre Cesar Briand. Il racconto si snoda lungo le coste e i centri calabresi, da Metaponto e Sibari a Rossano, Crotone, Catanzaro, Reggio, Cosenza e Paola, intrecciando ruderi e coltivazioni, paludi e montagne, commerci, industrie e devozioni religiose. Ma il valore dell’articolo non risiede soltanto nella riscoperta di una fonte rara, sta anche nella capacità di Liberti di riportarla alla luce con chiarezza, restituendole movimento e colore, fino a farci percepire il viaggio quasi come se si svolgesse davanti ai nostri occhi. Particolarmente significativa è la testimonianza del fenomeno della fata Morgana osservato nello Stretto: una visione effimera e prodigiosa che, nella narrazione, trasforma il paesaggio reggino in un teatro sospeso tra realtà e miraggio. (Bruno Demasi) 

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     Di questo personaggio (1763-1839), che nel primo trentennio dell’800 ha dato alle stampe una serie di resoconti in merito a viaggi compiuti nelle più disparate località, sappiamo poco o niente, soltanto ch’era un cartografo. Infatti, è facile incappare nelle sue cartine. Le opere, di cui sopra, con titolo “Les jeunes voyageurs en Europe ou descriptions raisonnée des divers pays compris dans cette partie du monde” sono varie e propongono relazioni di autori non meglio noti. Il tomo secondo (A Paris chez Thiériot, Libraire, 1827) si occupa di Sardegna, Emilia, Toscana, Campania, Lazio, Veneto, Puglia, Calabria, Sicilia, Malta e Corsica e contiene lettere scritte da certi Théodore e Laura, che da ciò che emerge potrebbero essere fratelli. La lettera con il pezzo sulla Calabria è a firma di Théodore.

     Scrive il non altrimenti conosciuto Théodore che è arrivato in Calabria partendo da Taranto con un bastimento guidato da marinai e ha avuto subito l’opportunità di vedere i posti più apprezzabili della costa. Inizialmente si è fatta avanti Metaponto, città una volta superba e fiorente, ma che ormai faceva sfoggio unicamente di ruderi, in buona sostanza alcuni pezzi di colonne di ordine dorico. Più in là si configuravano i resti di Eraclea, ricordata per la prima battaglia combattutasi tra i Romani e Pirro. Di essa restavano del pari poche macerie. In successione da Carigliano (Corigliano) ci si avvedeva delle vestigia dell’antica Sibari, tra i fiumi Sibari e Crati. Discosto da Sibari si evidenziava il Bruzio, una regione i cui residenti si ritenevano in fama di furbi e praticavano costumi grossolani, come peraltro anche i Calabresi del tempo. Si giudicava invero il regno di Napoli un territorio inaffidabile, in quanto in ogni provincia vi pullulavano i banditi, che rappresentavano un serio pericolo per i viatori.

      La Calabria era comunque una plaga dove si poteva condurre un’esistenza agevole perché godeva di produzioni della terra abbondanti e diversificate. Se ne aveva prova seguendo il litorale fino a Reggio. Lasciato il sito già di Sibari, il turista di turno si è trovato a Rosano (Rossano), piccola e bella città in riva al mare, nelle cui adiacenze si raccoglieva la radice di liquirizia, un prodotto parecchio stimato e che alimentava un fruttuoso commercio. Avanzando, si assisteva a un notevole contrasto. Pur avvedendosi di un terreno fertile con montagne coperte di boschi che elargivano in grande quantità resina e pece, cave ricche di marmo e alabastro e miniere doviziose di metalli, esistevano all’opposto svariate paludi e stagni salmastri collegati al mare che rendevano l’atmosfera malsana soprattutto nell’estate. Accertatisi che le pianure risultavano quasi inabitabili, le popolazioni, a fine di ovviare allo squallore, si sono sentite spinte a costruire i paesi su rocce o alture, siti nei quali l’ambiente si qualificava sicuramente più puro. 
 
   Théodore e compagni, non ne conosciamo il numero, intanto sono giunti a Crotone, che hanno giudicato la più orribile città d’Italia proprio per la pessima aria che si respirava e che dava incentivo a uno spopolamento quotidiano. Dopo aver doppiato il capo Cortone (?, probabile errore di stampa) e altri due vicini, sono arrivati a Catanzaro e per poterla visitare sono stati costretti a mettere piede sul lido. Ne hanno elogiato appena le vicinanze, che sono loro apparse piuttosto ridenti e cosparse di piccoli borghi. Da Catanzaro il passo o forse il remo è stato diretto a Reggio, che si è configurata minuta, disordinata e con le case prive di una qualche forma. La colpa era da addebitarsi certamente al disastroso sisma del 1783 che l’aveva abbastanza danneggiata e, di conseguenza, aveva fatto perire la maggior parte dei suoi abitatori. Ma, in verità, i suoi dintorni consentivano un delizioso soggiorno. A tal punto si riporta il racconto di una persona che apparteneva alla società di Théodore, che nel passato aveva assistito al famoso fenomeno della fata morgana. Data la precisa descrizione di esso, stimiamo utile riproporlo così come esposto nel libro:

      «Mi ero alzato, ci ha detto, di buon mattino, per andare a respirare il piacevole profumo della campagna coperta di alberi, piante e fiori. Tutto a un tratto ho visto correre da ogni parte verso il mare schiere di uomini e donne, che gridavano alla fata Morgana. Ho seguito, e arrivato al bordo del mare, ho visto, come in un miraggio, sulla superficie dell’acqua, che era tranquilla e unita, case, chiese, conventi, uomini, donne, cavalieri, giardini, case di piacere, campi coltivati, buoi che lavoravano, asini carichi di frutti, e altre diverse figure. A misura che il sole si avvicinava all’orizzonte, queste figure sembravano distaccarsi dal mare e levarsi in aria. Infine il sole si mostrò, e tutte queste figure che un momento prima facevano di già più che un caos nell’aria, disparvero di colpo»[1].

      Da Reggio gli escursionisti sono pervenuti a Cozenza (Cosenza). Nel frangente l’attenzione è stata polarizzata sulla sequenza di paesini e villaggi che pareva si toccassero tanto da formare una sola città dalla prodigiosa estensione, sulla circostante campagna alquanto ben coltivata e assai ricca di grano, frutti, olio e vino nonché sui gelsi che davano nutrimento ai bachi da seta, un’industria che permetteva agli abitanti di vivere con una certa agiatezza. Solo un cenno per la città, che appariva sita su sette colline e bagnata da due fiumi che la separavano dai suoi sobborghi. Da Cosenza a Paule (Paola) il cammino si è rivelato breve e in quel luogo i viaggiatori sono rimasti molti giorni. Tale si qualificava una delle più belle città della Calabria ed era nota per la nascita di San Francesco e il concorso di gente che vi attirava il suo culto. Nei suoi paraggi poi si riscontravano olivi di grossezza straordinaria. Da Paola il gruppo di Théodore si è spostato in un porto vicino, nel quale si è imbarcato su un bastimento che lo ha condotto a Messina, in un viaggio ch’è risultato tranquillo.

Rocco Liberti

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[1] Briand, Les jeunes voyageurs…, tome II, pp. 229-230, trad. dal francese.