Dalle aule della Scuola Media di Sant’Eufemia d’ Aspromonte ai palcoscenici romani, la parabola di un autore che ha trasformato il folklore in archivio antropologico e la risata in uno strumento di riscatto sociale.
Aldo Coloprisco ha lasciato ormai da anni la Calabria, ma forse non l’ha mai davvero lasciata. La sua voce, il suo teatro e la sua idea di comunità continuano a essere profondamente intrisi di Aspromonte, di dialetto e di riti popolari. In lui si ritrova quella miscela di ironia e fatalismo che solo il Sud sa generare — quella stessa sintesi che Eduardo De Filippo definiva come «la serietà del comico e la comicità del serio»¹· Oggi vive e lavora a Roma, dove opera in veste di autore, regista, docente e animatore culturale. Tuttavia, le radici del suo percorso affondano molto indietro nel tempo, precisamente dalle strade del natio borgo di San Procopio fin nelle aule e nei corridoi della scuola di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Il periodo calabrese
Proprio nella scuola media di Sant’Eufemia d’Aspromonte il teatro non era concepito come una semplice attività extracurricolare, bensì come un vero e proprio strumento pedagogico per insegnare a stare al mondo. È in questo contesto che prendono vita i primi testi di Coloprisco, scritti in un dialetto calabrese vivo, fortemente musicale e teatrale: ’A ’ndrangheta s’a caca, U poeta Omeru, ’U presepiu e ’U camposantaru. Questi lavori non nascevano come esercizi scolastici fini a se stessi, ma come autentici atti comunitari. Per Coloprisco, la lingua rappresenta un fattore di appartenenza e la scena si fa specchio della società. La sua scrittura si configura fin da subito come una scrittura orale: non creata per essere letta in silenzio, ma per essere detta, ascoltata e restituita attraverso i corpi degli attori. In questa prima produzione, il dialetto calabrese non è un vezzo identitario, ma un sistema di valori e una lente pulita attraverso cui guardare il mondo. Come ricordava l'antropologo Ernesto de Martino, «la cultura è un argine contro la crisi della presenza»², e il primo teatro di Coloprisco ha funzionato esattamente così: come un argine e un archivio antropologico in cui conservare gesti, paure e memorie che altrimenti rischiavano di scomparire. La lingua popolare, del resto, è prima di tutto «un modo di stare al mondo»³.
Il trapianto romano
Quando Coloprisco si trasferisce a Roma, porta con sé questo bagaglio culturale e, anziché abbandonarlo, lo rilancia. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”. Per anni trasforma la scuola in un piccolo teatro stabile, guidando gli studenti alla scoperta di classici come Pirandello, Shakespeare e Brecht. La sua attenzione resta focalizzata sulla pedagogia: la pratica teatrale viene intesa come strumento di crescita, educazione alla cittadinanza e palestra di libertà. Bertolt Brecht ricordava che «l’attore deve insegnare qualcosa al pubblico»⁴: Coloprisco sembra averlo preso alla lettera. La svolta matura nel 1998 con la fondazione della compagnia "Capocotti"⁵, un laboratorio amatoriale che si trasforma rapidamente in un'officina creativa permanente. È in questo spazio che Coloprisco avvia un sistematico lavoro di riscrittura, traduzione e aggiornamento del suo vecchio repertorio aspromontano per aprirsi a un pubblico più vasto. L'evoluzione dei testi mostra un affascinante processo di contaminazione linguistica e culturale:
· U poeta Omeru diventa Omero, una rivisitazione moderna dell’Iliade che fa dialogare Achille con i ragazzi della periferia romana di oggi.
· ’U camposantaru si trasforma ne Er Camposantaro, conservando intatto il suo impianto grottesco e popolare.
· ’U presepiu evolve in Er Presepio, traslocando la Sacra Famiglia direttamente in una parrocchia romana.
In quest'ultima opera, l'interazione tra sacro e profano ricorda i momenti migliori del nostro teatro popolare. La spiritualità non viene trattata come teologia astratta, ma come vita vissuta e vicinato: una dimensione in cui il sacro si manifesta come pura «esperienza comunitaria»⁶.
La risata come arma politica e civile
Come evidenziato anche dalla critica, la sua produzione si distingue in modo netto per l’impegno sociale e la rilettura moderna dei miti classici⁷. L'esempio più calzante di questo filone è ’A ’ndrangheta s’a caca, la sua opera più nota, rappresentata con successo anche in storici palcoscenici della Capitale come il Teatro delle Muse e l’Anfitrione. L'opera si configura come una commedia civile, feroce e comica al tempo stesso, capace di affrontare i temi del racket e della ribellione al pizzo attraverso l'uso politico del grottesco. Coloprisco non predica, non giudica e non propone lezioni morali dall'alto: egli si limita a mostrare e, nel mostrare, smaschera la realtà. All'interno della commedia, la risata diventa uno strumento di resistenza e un atto di liberazione collettiva. Come teorizzato da Michail Bachtin, «il riso abbatte le gerarchie»⁸: smontare il potere criminale ridicolizzandolo significa strappargli la maschera dell'invincibilità, privarlo del prestigio sociale e restituirlo alla sua intrinseca nudità. Di fronte alla ferocia del reale, si sperimenta quella dinamica tipica del teatro di Raffaele Viviani per cui «il popolo ride per non piangere»⁹. La legalità, nel teatro di Coloprisco, non è mai un concetto astratto, ma un rito civile e un gesto concreto di una comunità che sceglie di non avere più paura.
La narrativa e la tutela dei dialetti
Accanto alla produzione per la scena, Coloprisco ha coltivato negli anni un'attività narrativa parallela, seppur meno nota al grande pubblico. Ha scritto romanzi brevi e racconti che oscillano costantemente tra la memoria e la satira, muovendosi geograficamente e linguisticamente tra la Calabria e Roma, tra l'italiano e il vernacolo. Anche nella pagina scritta emerge la medesima coerenza etica: la parola è usata come strumento di verità e la narrazione diventa un'occasione per destare la memoria collettiva che, nelle parole di De Martino, è sempre «un atto di presenza»¹⁰.A questo impegno si lega anche il suo ruolo di animatore, a Roma, di una rassegna teatrale interamente dedicata ai dialetti. Si tratta di un progetto che unisce scuole, compagnie e gruppi amatoriali con l'obiettivo di restituire piena dignità alle lingue locali, storicamente relegate ai margini della cultura ufficiale. Attraverso l'«utilizzo del vernacolo (calabrese e romano) […] alternando toni grotteschi, comici e drammatici»¹¹, Coloprisco dimostra che il dialetto non è un mero residuo folkloristico o una macchietta, bensì una lente critica e una forma di memoria indispensabile per decodificare il presente.
Aldo Coloprisco può essere considerato un sapiente artigiano della scena, un pedagogo e un narratore civile. Il suo stile personalissimo unisce il comico e il drammatico, le radici popolari e la critica sociale, senza mai cedere alla retorica o trasformare la propria terra d'origine in una sterile cartolina nostalgica. Il teatro, del resto, non è finzione, bensì «verità filtrata dalla poesia»¹². Il suo più grande esempio risiede probabilmente nell'idea stessa che ha del palcoscenico: uno spazio che non è un altare distante su cui celebrare l'arte, ma una piazza aperta. Riprendendo la lezione della storiografia culturale, «la piazza è il luogo della verità collettiva»¹³: un avamposto di cittadinanza in cui il popolo può guardarsi allo specchio, riconoscersi e, finalmente, ritrovarsi.
Proprio nella scuola media di Sant’Eufemia d’Aspromonte il teatro non era concepito come una semplice attività extracurricolare, bensì come un vero e proprio strumento pedagogico per insegnare a stare al mondo. È in questo contesto che prendono vita i primi testi di Coloprisco, scritti in un dialetto calabrese vivo, fortemente musicale e teatrale: ’A ’ndrangheta s’a caca, U poeta Omeru, ’U presepiu e ’U camposantaru. Questi lavori non nascevano come esercizi scolastici fini a se stessi, ma come autentici atti comunitari. Per Coloprisco, la lingua rappresenta un fattore di appartenenza e la scena si fa specchio della società. La sua scrittura si configura fin da subito come una scrittura orale: non creata per essere letta in silenzio, ma per essere detta, ascoltata e restituita attraverso i corpi degli attori. In questa prima produzione, il dialetto calabrese non è un vezzo identitario, ma un sistema di valori e una lente pulita attraverso cui guardare il mondo. Come ricordava l'antropologo Ernesto de Martino, «la cultura è un argine contro la crisi della presenza»², e il primo teatro di Coloprisco ha funzionato esattamente così: come un argine e un archivio antropologico in cui conservare gesti, paure e memorie che altrimenti rischiavano di scomparire. La lingua popolare, del resto, è prima di tutto «un modo di stare al mondo»³.
Il trapianto romano
Quando Coloprisco si trasferisce a Roma, porta con sé questo bagaglio culturale e, anziché abbandonarlo, lo rilancia. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”. Per anni trasforma la scuola in un piccolo teatro stabile, guidando gli studenti alla scoperta di classici come Pirandello, Shakespeare e Brecht. La sua attenzione resta focalizzata sulla pedagogia: la pratica teatrale viene intesa come strumento di crescita, educazione alla cittadinanza e palestra di libertà. Bertolt Brecht ricordava che «l’attore deve insegnare qualcosa al pubblico»⁴: Coloprisco sembra averlo preso alla lettera. La svolta matura nel 1998 con la fondazione della compagnia "Capocotti"⁵, un laboratorio amatoriale che si trasforma rapidamente in un'officina creativa permanente. È in questo spazio che Coloprisco avvia un sistematico lavoro di riscrittura, traduzione e aggiornamento del suo vecchio repertorio aspromontano per aprirsi a un pubblico più vasto. L'evoluzione dei testi mostra un affascinante processo di contaminazione linguistica e culturale:
· U poeta Omeru diventa Omero, una rivisitazione moderna dell’Iliade che fa dialogare Achille con i ragazzi della periferia romana di oggi.
· ’U camposantaru si trasforma ne Er Camposantaro, conservando intatto il suo impianto grottesco e popolare.
· ’U presepiu evolve in Er Presepio, traslocando la Sacra Famiglia direttamente in una parrocchia romana.
In quest'ultima opera, l'interazione tra sacro e profano ricorda i momenti migliori del nostro teatro popolare. La spiritualità non viene trattata come teologia astratta, ma come vita vissuta e vicinato: una dimensione in cui il sacro si manifesta come pura «esperienza comunitaria»⁶.
La risata come arma politica e civile
Come evidenziato anche dalla critica, la sua produzione si distingue in modo netto per l’impegno sociale e la rilettura moderna dei miti classici⁷. L'esempio più calzante di questo filone è ’A ’ndrangheta s’a caca, la sua opera più nota, rappresentata con successo anche in storici palcoscenici della Capitale come il Teatro delle Muse e l’Anfitrione. L'opera si configura come una commedia civile, feroce e comica al tempo stesso, capace di affrontare i temi del racket e della ribellione al pizzo attraverso l'uso politico del grottesco. Coloprisco non predica, non giudica e non propone lezioni morali dall'alto: egli si limita a mostrare e, nel mostrare, smaschera la realtà. All'interno della commedia, la risata diventa uno strumento di resistenza e un atto di liberazione collettiva. Come teorizzato da Michail Bachtin, «il riso abbatte le gerarchie»⁸: smontare il potere criminale ridicolizzandolo significa strappargli la maschera dell'invincibilità, privarlo del prestigio sociale e restituirlo alla sua intrinseca nudità. Di fronte alla ferocia del reale, si sperimenta quella dinamica tipica del teatro di Raffaele Viviani per cui «il popolo ride per non piangere»⁹. La legalità, nel teatro di Coloprisco, non è mai un concetto astratto, ma un rito civile e un gesto concreto di una comunità che sceglie di non avere più paura.
La narrativa e la tutela dei dialetti
Accanto alla produzione per la scena, Coloprisco ha coltivato negli anni un'attività narrativa parallela, seppur meno nota al grande pubblico. Ha scritto romanzi brevi e racconti che oscillano costantemente tra la memoria e la satira, muovendosi geograficamente e linguisticamente tra la Calabria e Roma, tra l'italiano e il vernacolo. Anche nella pagina scritta emerge la medesima coerenza etica: la parola è usata come strumento di verità e la narrazione diventa un'occasione per destare la memoria collettiva che, nelle parole di De Martino, è sempre «un atto di presenza»¹⁰.A questo impegno si lega anche il suo ruolo di animatore, a Roma, di una rassegna teatrale interamente dedicata ai dialetti. Si tratta di un progetto che unisce scuole, compagnie e gruppi amatoriali con l'obiettivo di restituire piena dignità alle lingue locali, storicamente relegate ai margini della cultura ufficiale. Attraverso l'«utilizzo del vernacolo (calabrese e romano) […] alternando toni grotteschi, comici e drammatici»¹¹, Coloprisco dimostra che il dialetto non è un mero residuo folkloristico o una macchietta, bensì una lente critica e una forma di memoria indispensabile per decodificare il presente.
Aldo Coloprisco può essere considerato un sapiente artigiano della scena, un pedagogo e un narratore civile. Il suo stile personalissimo unisce il comico e il drammatico, le radici popolari e la critica sociale, senza mai cedere alla retorica o trasformare la propria terra d'origine in una sterile cartolina nostalgica. Il teatro, del resto, non è finzione, bensì «verità filtrata dalla poesia»¹². Il suo più grande esempio risiede probabilmente nell'idea stessa che ha del palcoscenico: uno spazio che non è un altare distante su cui celebrare l'arte, ma una piazza aperta. Riprendendo la lezione della storiografia culturale, «la piazza è il luogo della verità collettiva»¹³: un avamposto di cittadinanza in cui il popolo può guardarsi allo specchio, riconoscersi e, finalmente, ritrovarsi.
Bruno Demasi
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1.E. De Filippo, Teatro, vol. I, Torino, Einaudi, 2005, p. 14.
2.E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 89.
3.A. Buttitta, Antropologia del sacro, Palermo, Sellerio, 1992, p. 56.
4.B. Brecht, Scritti teatrali, Torino, Einaudi, 1975, p. 52.
5.Cfr. Scheda biografica Coloprisco,"Il teatro della Capitale" p. 2.
6.E. De Martino, Sud e magia, cit., p. 94.
7.Scheda biografica Coloprisco, cit., p. 2.
2.E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 89.
3.A. Buttitta, Antropologia del sacro, Palermo, Sellerio, 1992, p. 56.
4.B. Brecht, Scritti teatrali, Torino, Einaudi, 1975, p. 52.
5.Cfr. Scheda biografica Coloprisco,"Il teatro della Capitale" p. 2.
6.E. De Martino, Sud e magia, cit., p. 94.
7.Scheda biografica Coloprisco, cit., p. 2.
8.M. Bakhtin, L’opera di Rabelais, Torino,
Einaudi, 1979, p. 108.
9.. Viviani, Teatro, Napoli, Guida, 1980, p. 44.
10.. E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 23.
11. Scheda biografica Coloprisco,cit. p. 3.
12.E. De Filippo, Teatro, vol. I, cit., p. 9.
13. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma-Bari, Laterza, 1985, p. 18.
11. Scheda biografica Coloprisco,cit. p. 3.
12.E. De Filippo, Teatro, vol. I, cit., p. 9.
13. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma-Bari, Laterza, 1985, p. 18.