domenica 3 maggio 2026

“Le maschere del Saracino…”: DOMENICO ZAPPONE INTERROGA LA CALABRIA ( di Mara Vittoria Colosimi)

      La pagina che Mara Vittoria Colosimi dedica a Domenico Zappone offre una lettura limpida e rigorosa che riesce a condensare, senza semplificarla, la grandezza discreta di uno degli osservatori più originali della Calabria del Novecento. Con uno stile essenziale e insieme penetrante, l’Autrice ricostruisce la fisionomia letteraria di questo grande intellettuale, capace di trasformare la quotidianità in simbolo e la memoria in chiave interpretativa. La Colosimi ne coglie l’anima profonda: quella di un narratore che non descrive la Calabria, ma la interroga; che non la giudica, ma la decifra attraverso gesti, ombre, riti, silenzi. Il risultato è una pagina che arricchisce davvero chi la legge perché restituisce Zappone al suo posto naturale — accanto ai grandi narratori calabresi del secolo scorso — e insieme ci invita a riscoprire “ Le maschere del Saracino” come un libro ancora vivo e capace di illuminare il nostro modo di guardare questa terra. È un contributo prezioso, che merita attenzione e gratitudine per la finezza interpretativa e per la capacità di rendere accessibile una figura ricca e complessa , ma troppo presto dimenticata.(Bruno Demasi) 

___________ 

     Domenico Zappone è stato uno degli osservatori più acuti e originali della cultura calabrese del Novecento. Nato a Palmi nel 1911, maestro elementare e per decenni collaboratore delle Terze pagine dei quotidiani nazionali, appartiene a quella generazione di intellettuali che hanno raccontato la Calabria non dall’esterno, ma dall’interno delle sue consuetudini, dei suoi riti, delle sue ombre. Le maschere del saracino è forse il libro che più di ogni altro restituisce questa sua capacità di ascolto: una raccolta di scritti che attraversa quasi quarant’anni di osservazioni, riflessioni, scene di vita, figure e simboli che compongono il paesaggio umano della regione. 
 
   Il titolo rimanda a una delle immagini più ricorrenti nella sua scrittura: la “maschera” come volto culturale, come residuo di un passato che continua a riaffiorare. Il “saracino” non è una figura storica precisa, ma un simbolo che la memoria collettiva ha trasformato nel tempo.  Zappone lo usa per indicare tutto ciò che la Calabria ha incorporato nei secoli: paure, incontri, invasioni, racconti tramandati senza più sapere da dove provengano. In un passaggio del libro scrive: «La notte portava con sé un volto che nessuno ricordava, ma che tutti temevano di riconoscere»¹. È una frase che riassume bene il suo modo di guardare la realtà: non come un insieme di fatti, ma come un sistema di segni.


    La forza del libro sta nella capacità di Zappone di cogliere il dettaglio che rivela un mondo. Le sue pagine non sono mai folcloristiche: sono attente, misurate, spesso ironiche, sempre rispettose. Racconta le donne che custodiscono riti antichi, gli anziani che conservano formule e storie, i giovani che vivono tra tradizione e modernità senza più avere gli strumenti per interpretare ciò che li circonda. In un altro frammento annota: «Il ragazzo guardò l’anziano come si guarda una porta che non si sa più aprire»². È un’immagine semplice, ma precisa: descrive la distanza crescente tra generazioni, tra linguaggi, tra modi di stare al mondo. 

  Il paesaggio, in questo libro, non è solo uno sfondo. L’Aspromonte, la Piana, i paesi dell’interno diventano parte attiva del racconto. Zappone non li idealizza e non li condanna: li ascolta, li interpreta come luoghi in cui la storia non è mai del tutto passata. In un altro passaggio scrive: «Le donne, al passare dell’ombra, stringevano il fazzoletto come si stringe un segreto»³. È un gesto quotidiano, ma nelle sue parole diventa un indizio di una cultura che vive ancora di simboli, di protezioni, di memorie non dette.

    In questo modo Zappone si colloca accanto ai grandi narratori calabresi del Novecento, ma con una voce distinta. Come Corrado Alvaro, riconosce che la Calabria è una terra in cui la modernità arriva sempre in ritardo e sempre con una certa diffidenza; ma mentre Alvaro guarda spesso ai grandi movimenti della storia, Zappone preferisce i piccoli gesti, le microabitudini, le frasi dette a mezza voce. Come Mario La Cava, osserva la vita dei paesi con un’attenzione minuta, quasi da entomologo; ma rispetto a La Cava è meno narrativo e più simbolico. E come Saverio Strati riconosce la forza delle tradizioni e delle comunità contadine; ma dove Strati costruisce romanzi, Zappone costruisce quadri, scene, frammenti che funzionano come tasselli di un’antropologia spontanea.

    Il valore di Le maschere del Saracino per la pubblicistica calabrese è notevole. Zappone ha portato sulle pagine dei giornali nazionali una Calabria complessa, lontana dagli stereotipi, capace di pensiero e di profondità. Non cercava il colore locale: cercava il significato degli atteggiamenti dominanti. In un’epoca in cui il Sud veniva spesso raccontato come problema o come folklore, Zappone mostrava invece una regione che possedeva una sua intelligenza culturale, una sua struttura simbolica, una sua dignità narrativa. È la stessa operazione che, in altri modi, compivano Alvaro con la sua prosa europea, Strati con la sua epica contadina, La Cava con il suo realismo morale: tutti impegnati a mostrare che la Calabria non è un luogo minore, ma un luogo che richiede strumenti adeguati per essere letto. 
 
   Dal punto di vista letterario, il libro si colloca in quella linea calabrese che non cerca la grande storia, ma la piccola verità quotidiana. Non costruisce trame, ma restituisce atmosfere. Non vuole spiegare la Calabria: vuole mostrarla mentre si rivela nei suoi gesti più semplici. Sotto questo aspetto Zappone è un autore profondamente curioso: curioso delle persone, dei loro modi di dire, dei loro silenzi, delle loro paure, delle loro ironie. Curioso della cultura calabrese non come repertorio folclorico, ma come sistema vivente, fatto di simboli e di memorie.

    Domenico Zappone morì suicida nel novembre 1976, quasi in silenzio, come molti autori che hanno lavorato più per necessità interiore che per visibilità. Ma Le maschere del Saracino resta un libro importante perché ci ricorda che la Calabria non è solo una terra difficile: è una terra che pensa, che osserva, che ha bisogno di essere letta con attenzione, non con pregiudizio. E Zappone, con la sua curiosità paziente e la sua scrittura limpida, è uno dei pochi che hanno saputo farlo davvero. 

                                                                                   Mara Vittoria Colosimi
________

1. Domenico Zappone, Le maschere del Saracino e altre storie, a cura di S. Salerno, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014, p. 41.
2.Ivi, p. 67.
3.Ivi, p. 53.