Una piccola figura femminile attraversa la storia letteraria della Locride come un’ombra discreta e modesta : Marianna Procopio, madre di Mario La Cava, autrice di un Diario che è uno dei documenti più intensi, più dolorosi e più rari della scrittura calabrese del primo Novecento. Una donna che non cercò mai la scena pubblica, e che proprio per questo oggi appare come una presenza quasi mitica: una voce che scriveva per necessità, non per ambizione; una donna che trasformò il dolore e la solitudine in parola e la maternità in forma di resistenza.
Per comprendere Marianna Procopio bisogna tornare alla Bovalino di fine Ottocento: un paese agricolo, segnato da una struttura sociale rigida, dominata da famiglie patriarcali, da un’economia povera e da un’istruzione femminile quasi inesistente. La Locride era allora un territorio di confine: lontano dai centri del potere, vicino solo a se stesso, alle sue consuetudini, ai suoi silenzi. Le donne vivevano in una condizione di reclusione domestica, spesso alfabetizzate solo in parte, quasi mai incoraggiate alla scrittura. In questo contesto, la figura di Marianna Procopio è già un’eccezione: una donna che scrive, che riflette, che registra la propria interiorità. Il suo Diario nasce in un mondo che non prevedeva che una donna potesse avere una voce.
Nasce a Bovalino nella seconda metà dell’Ottocento (la data precisa non è documentata con certezza). Sposa Giuseppe La Cava, farmacista, uomo colto e stimato, ma di salute fragile. Dal matrimonio nascono diversi figli, tra cui Mario, il futuro scrittore, nel 1908. La vita di Marianna è segnata da due elementi costanti: la malattia del marito, che la costringe a una gestione familiare complessa; la morte prematura di alcuni figli, che lascia nel suo animo una ferita che non si rimarginerà mai.È proprio da questo dolore che nasce la sua scrittura: non come esercizio letterario, ma quasi come atto di sopravvivenza.
Il Diario di Marianna Procopio – pubblicato solo nel 1962 da Rebellato, grazie all’intervento di Mario La Cava – è un testo che appartiene alla letteratura intima, non destinata alla pubblicazione. È un quaderno di vita, di lutti, di speranze, di fede, di interrogazioni. Una delle frasi più note, e più strazianti, è questa: «Il mio cuore è come una casa dove le finestre restano aperte al vento del dolore»¹. È una frase che contiene tutto: la sua sensibilità, la sua solitudine, la sua capacità di trasformare il vissuto in immagine. In un altro passaggio, parlando della morte di una figlia, scrive: «Non so più dove mettere le mie lacrime: la casa ne è piena»².
Nasce a Bovalino nella seconda metà dell’Ottocento (la data precisa non è documentata con certezza). Sposa Giuseppe La Cava, farmacista, uomo colto e stimato, ma di salute fragile. Dal matrimonio nascono diversi figli, tra cui Mario, il futuro scrittore, nel 1908. La vita di Marianna è segnata da due elementi costanti: la malattia del marito, che la costringe a una gestione familiare complessa; la morte prematura di alcuni figli, che lascia nel suo animo una ferita che non si rimarginerà mai.È proprio da questo dolore che nasce la sua scrittura: non come esercizio letterario, ma quasi come atto di sopravvivenza.
Il Diario di Marianna Procopio – pubblicato solo nel 1962 da Rebellato, grazie all’intervento di Mario La Cava – è un testo che appartiene alla letteratura intima, non destinata alla pubblicazione. È un quaderno di vita, di lutti, di speranze, di fede, di interrogazioni. Una delle frasi più note, e più strazianti, è questa: «Il mio cuore è come una casa dove le finestre restano aperte al vento del dolore»¹. È una frase che contiene tutto: la sua sensibilità, la sua solitudine, la sua capacità di trasformare il vissuto in immagine. In un altro passaggio, parlando della morte di una figlia, scrive: «Non so più dove mettere le mie lacrime: la casa ne è piena»².
La sua scrittura è fatta di immagini domestiche, di metafore quotidiane, di una lingua semplice ma potentissima.Il Diario non è solo un registro di dolore: è anche un luogo di riflessione morale. Marianna Procopio interroga Dio, la giustizia, il destino. In un passaggio annota: «Dio non mi parla, ma io continuo a bussare alla sua porta»³. È una religiosità non passiva, non rassegnata: è un dialogo interiore, un corpo a corpo con il mistero. La maternità per questa donna straordinaria non è solo un fatto biologico: è una missione etica. Il rapporto con Mario è centrale. In un appunto del Diario leggiamo: «Mario è il mio pensiero quando mi sveglio e quando chiudo gli occhi»⁴. È una frase che rivela la profondità del legame, ma anche la responsabilità che Marianna sente verso il figlio. Non è un caso che Mario La Cava, nella sua opera, porti sempre con sé una sensibilità domestica, una pietas umana che in gran parte ha radici nella madre.
Marianna non era una militante, non era una femminista ante litteram, non era una donna amante della scena pubblica. Eppure, la sua scrittura è politica nel senso più profondo perché afferma il diritto di una donna del Sud, in un mondo patriarcale, a pensare, sentire, registrare, lasciare traccia. Quanto da lei scritto è un atto di emancipazione involontaria: una donna che scrive per sé, e che proprio per questo parla a tutte. La pubblicazione del Diario nel 1962 fu un gesto d’amore di Mario La Cava, ma anche un atto di restituzione alla madre della dignità di autrice, di pensatrice, di donna che ha saputo trasformare il dolore in parola.
Oggi, Marianna Procopio è una figura calabrese che merita di essere collocata in primo piano nello scarno elenco delle voci femminili del sud, sicuramente accanto alle tre siciliane Jolanda Insana, Giuseppina Messina, Maria Occhipinti e a tutte quelle donne che hanno scritto dai margini della società e della letteratura e che, proprio per questo, hanno raccontato la verità con l’arte e la modestia delle persone grandi. Bruno Demasi
Oggi, Marianna Procopio è una figura calabrese che merita di essere collocata in primo piano nello scarno elenco delle voci femminili del sud, sicuramente accanto alle tre siciliane Jolanda Insana, Giuseppina Messina, Maria Occhipinti e a tutte quelle donne che hanno scritto dai margini della società e della letteratura e che, proprio per questo, hanno raccontato la verità con l’arte e la modestia delle persone grandi. Bruno Demasi
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1. Marianna Procopio, Diario e altri scritti, Rebellato, 1962, p. 17.
2.Ivi, p. 24.
3. Ivi, p. 31.
4. Ivi, p. 46.
2.Ivi, p. 24.
3. Ivi, p. 31.
4. Ivi, p. 46.