giovedì 5 febbraio 2026

Il 5 Febbraio e l'enigma di Haghia Agathé: COME OPPIDO DIVENNE LA FORTEZZA DI SANT’AGATA (di Bruno Demasi)

       Perché un'antica fortezza nel cuore dell'Aspromonte scelse il nome della martire siciliana? Come ll 5 febbraio di ogni anno, torniamo tutti a porci questa domanda che continua a farsi sentire con urgenza anche tra le pagine di questo blog che già in passato parzialmente ha accennato a qualche risposta (5 FEBBRAIO: IL RICORDO STRUGGENTE DEL TERREMOTO A OPPIDO NELLA FESTA DI SANT'AGATA  -   SANT'AGATA (HAGIA AGATHE) , OPPIDO E LE FERITE DEL 5 FEBBRAIO ) . E’ una data che ci riporta non solo alla grandiosa festa annuale della celebre Santa, ma anche  una ricorrenza speciale  che non ha soltanto i caratteri della devozione, bensì quella del ricordo ormai netto di una precisa strategia imperiale che trasformò Oppido in un baluardo di Bisanzio contro l'avanzata araba, prima, e poi,  quando l'elemento arabo venne assorbito pienamente dalla società bizantina, contro quella normanna. E’ la storia finalmente chiara di un'identità perduta e ritrovata , in questo 243° anniversario del tremendo terremoto che distrusse definitivamente la nobile città aspromontana, le cui ferite, malamente rimarginate, ancora oggi grondano il sangue di un intero popolo..

     Esistono nomi nella millenaria tradizione cristiana che sono memorie di cicatrici , altri che invece rivelano speranze di protezione e di difesa. Per la Calabria dell'epoca bizantina, il nome di Agata fu uno scudo. Mentre la Sicilia cadeva sotto il dominio arabo, una città calabrese sorgeva tra le rocce dell'Aspromonte rivendicando l'eredità spirituale della martire catanese. Non era solo fede: era geopolitica, era resistenza, era la nascita di Haghia Agathè. In questa brevissima rivisitazione voglio ripercorrere ancora una volta i secoli in cui Oppido e Sant'Agata furono un'unica anima, prima che la storia decidesse di separarle di nuovo. Per quersto motivo il 5 febbraio, nel panorama della storia calabrese, non è solo  memoria del "Grande Flagello" del 1783, non è solo una ricorrenza liturgica, ma la chiave per decifrare la rifondazione di un intero assetto territoriale, tenendo presente anche quanto la venerazione della Santa catanese  fosse viva tra i Bizantini.
 
     A Costantinopoli, Agata era onorata con una devozione particolare. Nella capitale imperiale esistevano sicuramente  due chiese dedicate alla Martire. In una di queste, si narra che ogni 5 febbraio avvenisse il miracolo dell'olio: l'olio delle lampade votive traboccava prodigiosamente, un evento descritto dal patriarca Metodio (egli stesso siciliano di Siracusa).Un altro segno del vastissimo culto che interessava la Santa è costituito dalla diffusione di splendidi mosaici di area bizantina (o sotto influenza bizantina) in tutto l'impero, come quelli della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna (VI secolo), dove Agata appare nel corteo delle Sante Vergini, e nella Cattedrale di Santa Sofia a Kiev, in Ucraina.

    L'odierna Oppido Mamertina custodisce un'identità stratificata: quella bruzia ed ellenistica, poi quella romana e mamertina e quindi lo splendore dell'identità bizantina di Haghia Agathe (Ἁγία Ἀγαθή) soffocata immediatamente all’arrivo dei Normanni. Questo studio indaga le ragioni per cui un insediamento dell'Aspromonte assunse il nome della celebre martire siciliana e come questa scelta rispondesse a una precisa strategia imperiale. In epoca bizantina, la Calabria non era solo un distretto amministrativo, ma una "terra di confine" (akron) tra il mondo cristiano e quello islamico. La rifondazione di Oppido su un sito d’altura non rispondeva solo a necessità tattiche di difesa, ma a un processo di riconsacrazione del suolo.

    Come rilevato da Vera von Falkenhausen, «la cristianizzazione greca della Calabria interna fu lo strumento principale per garantire la fedeltà politica alla Nuova Roma» [1]. L'imposizione del nome di Sant'Agata rappresenta un caso di transfert identitario. Catania, città martiriale della Sicilia, era ormai occupata dai musulmani. Trasferire il nome di Agata in Calabria significava proclamare che l'eredità spirituale siciliana era stata "tratta in salvo" sotto l'egida imperiale. Agata era celebrata come colei che "vince il fuoco": in una regione soggetta a terremoti e invasioni (viste come il "fuoco" dei barbari), il suo patrocinio era una "fortezza spirituale" [2].Il culto di Agata divenne un vessillo dell'identità greco-ortodossa promosso attivamente dalle autorità per consolidare il cristianesimo contro l'avanzata islamica. La diffusione del nome è legata anche alla monasticità italo-greca: profughi siciliani portarono con sé reliquie e iconografie, fondando centri che fungevano da rifugio rispetto alle coste flagellate dai saraceni.

    Chiamare la città Haghia Agathe era un’operazione funzionale ad almeno due scopi: sancire il controllo imperiale perché l'assegnazione di nomi di santi venerati a Costantinopoli (dove, come abbiamo visto,  Agata era onoratissima) legava il territorio alla capitale e definirne subito l’identità civile e religiosa: il nome greco Agathé (Buona, ma anche Vittoriosa) richiamava il concetto di Kalòs kai agathòs (Bello e Buono), ideale per le famiglie che volevano sottolineare lo status sociale elevato nei temi bizantini [3].

    Un nodo centrale della storiografia moderna riguarda il legame tra l'antica Tauriana e la nuova sede di Oppido e la coesistenza per un  certo periodo delle due diocesi. Quando la città costiera divenne indifendibile, la comunità si raggruppò  sicuramente nel sito fortificato dell'interno. Tuttavia, non si trattò di un trasloco immediato, ma di una transizione organica e di una sovrapposizione cronologica:
  •  Sede de iure vs Sede de facto: Per un periodo lungo quasi un secolo, il titolo ufficiale rimaneva legato a Tauriana per prestigio canonico, ma la realtà pastorale risiedeva già nel sito protetto di Haghia Agathé. André Guillou osserva che «la convivenza tra la sede teorica sulla costa e quella reale nell'interno durò decenni, finché lo Stato non ne prese atto ufficialmente» [4].
  • Il Ruolo del Monachesimo: Nell'area di Oppido si consolidava un polo religioso grazie ai monaci italo-greci, rendendo la "Sant'Agata" aspromontana una sede episcopale in fieri.
  • La Metatesi Amministrativa: I chierici lavoravano nelle terre costiere ma si ritiravano tra le mura di Sant'Agata al primo avvistamento di vele saracene. Questa "vita parallela" spiega perché i due nomi appaiano talvolta sovrapposti nei documenti.
    Jean Darrouzès,10 anni dopo la  pubblicazione delle pergamene greche da parte di Andrè Guillou (5), chiarisce che il nome greco sostituiva sistematicamente i toponimi locali nelle liste ufficiali: la città, a livello canonico, era  dunque Sant'Agata [6]  il cui  riconoscimento ufficiale fu il culmine di una transizione molto graduale: per un lunghissimo periodo di tempo, il titolo ufficiale restava infatti legato a Tauriana per prestigio, ma la realtà pastorale (sede de facto) si era già spostata nel sito fortificato di Sant'Agata. Uno degli eventi decisivi che consolidò il nome fu forse  il transito delle reliquie della Santa nel 1040, sottratte a Catania dal generale Giorgio Maniace.  La traslazione del corpo e il suo arrivo trionfale a Costantinopoli  non fu solo un evento religioso, ma l'ultimo grande sussulto di "romanità" bizantina prima del definitivo tramonto sotto i Normanni. Esso   lasciò una scia di devozione tale da legare definitivamente il nome bizantino di Oppido alla martire.

    Con l'arrivo dei Normanni (XI secolo) inizia una sistematica latinizzazione. I nuovi conquistatori cercano di far scomparire il nome greco per rompere il legame con Costantinopoli (Eliminare il nome bizantino significava spezzare il legame simbolico con il Patriarcato) e fanno di tutto per ripristinare il nome latino: si incentiva con ogni mezzo possibile il ritorno al nome Oppidum per riallacciarsi alle radici antiche, sebbene la popolazione locale non avesse mai smesso di usarlo nel parlato. Nonostante ciò, la memoria fu resiliente. Nell'Archivio Apostolico Vaticano, nei registri delle decime del XIII e XIV secolo (Rationes Decimarum), la diocesi è ancora indicata come Oppidensis seu Sanctae Agathae [7]. Per la burocrazia vaticana, i due nomi evidentemente erano rimasti sinonimi intercambiabili. 
 
    Il terremoto del 1783 ha cancellato la struttura fisica del kastron bizantino, ma l'odierna Oppido Mamertina resta il risultato di questa strategia che ha trasformato una superba fortezza arroccata su una strategica dorsale collinare in un vero e proprio santuario della memoria [8].

Bruno Demasi
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[1] V. von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell'Italia meridionale dal IX all'XI secolo, Genova 1978, p. 122. L'autrice sottolinea come la toponomastica sacra fosse un pilastro dell'amministrazione imperiale. 
[2] Cfr. F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria, vol. I, p. 185. Russo analizza la figura di Sant’Agata come protettrice delle frontiere. 
[3] Sulla valenza sociale del nome Agathé, si veda S. G. Mercati, Ricerche sulla cultura greca in Calabria, in "Collectanea Byzantina", vol. II. 
[4] A. Guillou, La Calabria bizantina: fine IX secolo - metà XI secolo, in "Mélanges de l'Ecole française de Rome", 1963, p. 201. 
(5) A. Guillou: La theotokos de Hagia Agathè, Città del Vaticano, 1972. 
[6] J. Darrouzès, Notitiae episcopatuum Ecclesiae Constantinopolitanae, Parigi 1981, p. 283. L'autore specifica che "l'appellativo sacro agisce come nome proprio della città"
[7] D. Vendola (a cura di), Rationes Decimarum Italiae: Calabria, Città del Vaticano 1939, doc. n. 4522. 
[8] Per un' ampia analisi diretta e indiretta delle reminiscenze e delle persistenze delle memorie bizantine, cfr. R. Liberti, Momenti e figure nella storia della vecchia e della nuova Oppido, (Quaderni Mamertini, n.83- 2008); "Le relationes ad limina dei vescovi della diocesi di Oppido Mamertina - II - (1663-1892)", (Quaderni Mamertini, n. 77 - 2007); "Fede e Società nella Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi", ( Quaderni Mamertini nn. 58 - 2005 e 71- 2006).

domenica 1 febbraio 2026

IL " NULLA" PIENO DI GIGANTI: Stefania Auci e l’abbaglio sulla letteratura calabrese (di Bruno Demasi)

    C’è un paradosso tutto contemporaneo nel vedere una scrittrice di successo, capace di scalare le classifiche con la saga dei Florio, scivolare su una buccia di banana che non è siciliana, ma calabrese. Parlo di Stefania Auci, che durante una puntata di Quante Storie su Rai 3, nel tentativo di incensare la (meravigliosa, sia chiaro) tradizione letteraria della sua Sicilia, ha pronunciato una frase che è risuonata come un colpo di scure: "La Calabria, dal punto di vista letterario, purtroppo non ha nulla".

    La notizia ha fatto immediatamente il giro del web, rimbalzando tra le colonne dei principali giornali. Il Corriere della Calabria, con un editoriale al vetriolo di Paride Leporace del 27 gennaio 2026, ha parlato apertamente di "ignoranza della letteratura calabrese" e di una "sciatteria intellettuale" inaccettabile per chi di libri vive.  Anche il Corriere della Sera (ed. 28 gennaio 2026) ha riportato l'accaduto, dando spazio alle scuse dell'autrice che ha poi tentato di correggere il tiro parlando di "mancanza di mitopoiesi" e di un sistema editoriale calabrese meno strutturato di quello siciliano. Ma la toppa è stata peggiore del buco: definire "nulla" una tradizione millenaria non è un problema di "sintesi televisiva", è un problema di prospettiva.

    Il mondo intellettuale non è rimasto a guardare. Sebbene siano stati in  pochi a reagire apertamente, da Carmine Abate a Domenico Dara, fino ai critici più rigorosi, la risposta è stata  comunque unanime: la Calabria non soffre di assenza, ma di una cronica incapacità altrui di guardare oltre lo Stretto.

   Nel mio piccolo, dopo aver ricordato alla Auci che il primo Premio Strega della storia (1947) non andò a un siciliano, ma a Corrado Alvaro con L'età breve, vorrei  aggiungere che la "linea difensiva" della Calabria non ha bisogno di arrampicarsi sugli specchi della promozione editoriale. Se la Sicilia ha saputo trasformare qualche storia in un sontuoso feuilleton amato dalle masse, la Calabria ha scelto una strada più impervia: quella della letteratura della testimonianza e del  destino.
 
   Probabilmente non abbiamo saghe familiari roboanti da vendere alle piattaforme di streaming, ma abbiamo la densità filosofica di Tommaso Campanella e l'asprezza lirica di un realismo che non concede sconti e per dimostrare alla Auci quanto sia "pieno" questo presunto "nulla", basterebbe rileggere soltanto l'incipit di Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro:

"Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, 
d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare,
 e la terra sembra navigare sulle acque.
 I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango,
 e dormono con gli animali.
 Vanno in giro coi lunghi cappucci 
attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle,
 come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. 
I torrenti hanno una voce assordante. [...]".

    In queste poche righe c'è più "storia letteraria" che in intere trilogie commerciali. È una letteratura che non cerca il pittoresco, ma l'universale. E che dire di Saverio Strati? In Tibi e Tascia, lo scrittore di Sant'Agata del Bianco ci regala una prosa che è scavo archeologico dell'anima:

"Noi siamo come le piante che crescono tra le rocce: 
dobbiamo spaccare la pietra
 per trovare un po' d'acqua".

    Ecco la mitopoiesi calabrese: non è la gloria di una dinastia di mercanti, ma la dignità di un popolo che trasforma la siccità in poesia! E se mancassero altri nomi, potrei farne tanti, ma cito per tutti Leonida Repaci, che con la sua Storia dei Rupe ha costruito un affresco epico che non ha nulla da invidiare ai cicli dei vinti siciliani, ma con una rabbia civile e una modernità di linguaggio che l'Italia sembra aver dimenticato.

    La "gaffe" di Stefania Auci è il sintomo di una narrazione egemonica che tende a oscurare ciò che non è immediatamente "pop" o commerciabile. Ma sappiamo che il "nulla" citato dalla scrittrice è, in realtà, un pieno straripante di voci, di pietre che parlano e di pagine che hanno fatto la storia d'Italia, una scrittura che non ha bisogno di pizzi e merletti perché ha la forza del tragico greco e del realismo sociale

    Cara signora Auci, le Sue precisazioni successive allo scivolone televisivo — quelle sulla "mancanza di miti" — somigliano tragicamente a chi, non sapendo o non potendo leggere lo spartito, dichiara che l'orchestra è muta. La Calabria non ha bisogno di essere "inventata" da un ufficio marketing per esistere: esiste nel rigore degli Alvaro, nel tormento dei Campanella e nel silenzio fiero di chiunque altro scrive perché deve, non perché deve vendere.

    La prossima volta che attraversa lo Stretto, non porti solo i suoi libri: porti un'antologia di quegli autori che ha frettolosamente cancellato. Scoprirà che quel "nulla" ha radici così profonde da far tremare le Sue certezze. Le aprirà un mondo che forse Lei, per ragioni che mi sfuggono,  non ha potuto conoscere e che merita molto più di una sbrigativa rettifica giornalistica  o televisiva.

                                                                                                             Bruno Demasi

sabato 31 gennaio 2026

RITA PISANO: “La jeune fille de Calabre" ,"Sindaca del Popolo" (di Bruno Demasi )

31 Gennaio 2026 – Ricorre oggi l’anniversario della scomparsa della grande attivista calabrese. Tra il ricordo del ritratto di Picasso e la forza dei suoi discorsi, la Calabria si prepara al centenario della nascita del prossimo agosto.

 
    Il 31 gennaio 1984, proprio nel giorno in cui la comunità si apprestava a festeggiare il suo cinquantottesimo compleanno, Rita Pisano si spegneva prematuramente. Oggi, a quarantadue anni da quel giorno, la sua figura appare più viva che mai: non solo come icona estetica, ma come bussola morale per una regione che, almeno in parte, cerca ancora il suo riscatto.

   Il legame tra Rita e Pablo Picasso è uno dei capitoli più affascinanti della storia dell'arte del Novecento. Nel 1948, durante il Congresso Mondiale della Pace a Breslavia, Picasso fu tanto  attratto dalla fiera bellezza della giovane delegata calabrese, che decise sui due piedi di stilare un ritratto a quella che definì "la jeune fille de Calabre" realizzandolo a matita e carboncino. E’ un capolavoro di essenzialità: poche linee che catturano lo sguardo profondo e la fierezza di una donna del Sud. Picasso ne fece un simbolo universale, ma Rita mantenne sempre un distacco umile verso quell'opera. Spiegava spesso: “Quel disegno non appartiene a me, appartiene a tutte le ragazze che sognavano la pace e un futuro senza fame. La vera bellezza è la giustizia sociale.”

   Rita Pisano non fu solo una musa, ma una "pasionaria" della concretezza. Il suo impegno civile si espresse nelle lotte per la terra e, successivamente, in un'attività amministrativa illuminata a Casole Bruzio.Nelle piazze calabresi, la sua voce risuonava potente. Durante le occupazioni delle terre, si rivolgeva così alle sue compagne: “Non siamo qui solo per chiedere un pezzo di terra. Siamo qui perché le nostre mani, che sanno seminare e crescere figli, hanno il diritto di stringere il destino della nostra regione. La donna calabrese non è più l'ombra dell'uomo, ma la luce di una nuova società.” (1)

   Eletta sindaca nel 1966, Rita fu un modello di "buon governo". Quando nel 1975 entrò in rotta di collisione con il PCI, che decise di non ricandidarla, diede prova di una libertà intellettuale rarissima:“La politica non si fa nelle stanze chiuse di Cosenza o di Roma. Si fa ascoltando il silenzio di chi non ha voce. Mi hanno tolto una tessera, ma non potranno mai togliermi l'amore dei miei concittadini.” (2)Venne rieletta con una lista civica, dimostrando che la coerenza vale più delle sigle di partito. Si batté per asili nido, scuole e cultura, convinta che "un popolo colto è un popolo difficile da schiavizzare".

    L'impegno politico di Rita Pisano è costellato di episodi che ne rivelano il carattere indomito, quasi "epico" per l'epoca. Oltre alle grandi battaglie sindacali, ci sono aneddoti più intimi e territoriali che spiegano perché la gente di Casole Bruzio la amasse così visceralmente. Nonostante fosse una figura di rilievo nazionale, Rita Pisano non volle mai auto blu o privilegi. Si racconta che spesso si spostasse da Casole a Cosenza o Catanzaro utilizzando i mezzi pubblici, viaggiando insieme ai lavoratori e agli studenti. Questo non era solo un modo per risparmiare fondi pubblici, ma una scelta politica precisa: voleva sentire "il polso" della gente comune, ascoltare i loro problemi quotidiani durante il tragitto. Era la politica che scendeva dal piedistallo per sedersi sui sedili di un pullman di linea.

    Rita credeva fermamente che il decoro urbano fosse una forma di dignità. Si dice che, durante il suo mandato, girasse personalmente per i cantieri e per le strade del borgo, controllando che i lavori fossero fatti a regola d'arte. Un aneddoto locale narra che una volta fece rifare un intero tratto di pavimentazione perché non era "all'altezza della bellezza che il suo popolo meritava". Non era pignoleria, era la convinzione che vivere nel bello aiutasse le persone a sentirsi cittadini migliori e non sudditi di un borgo abbandonato.

   L'aneddoto più potente riguarda la notte del 1975, dopo la rottura con il PCI. Le segreterie di partito pensavano che, senza il simbolo della falce e martello, Rita sarebbe scomparsa. Lei si presentò con il simbolo della Torre (la Torre civica). La sera dei risultati, mentre i big della politica calabrese aspettavano il suo crollo, le piazze si riempirono di contadini e donne che gridavano il suo nome. Quando fu chiaro che aveva stravinto, si affacciò al balcone e, con estrema calma, disse: "Non hanno capito che il mio partito siete voi". Fu la dimostrazione che il consenso costruito sul campo è più forte di qualsiasi apparato.

   Mentre oggi ne commemoriamo la scomparsa, la Calabria guarda già al 15 agosto 2026, data del centenario della sua nascita. Sarà l'occasione per celebrare definitivamente la donna che incantò il mondo con uno sguardo e che insegnò ai calabresi a camminare a testa alta.

Bruno Demasi

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 (1) Estratto dai discorsi pubblici raccolti in:  Rita Pisano, Il volto della Calabria libera, saggi celebrativi del Comune di Casali del Manco.
(2) Dichiarazione rilasciata alla stampa locale nel 1975, conservata negli archivi storici della Fondazione Rita Pisano.
Documentazione iconografica: Archivio Picasso e Raccolta Storica del Congresso Mondiale della Pace (1948).

giovedì 29 gennaio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: STENDHAL (Henri Beyle) (1817) ( di Rocco Liberti)

         In questa ciclo in cui Rocco Liberti rivisita con la sua abituale e meticolosa cura le esperienze e i resoconti dei viaggiatori stranieri nella Calabria dell’Ottocento tocca stavolta a Henri Beyle. Intellettuale cosmopolita, conoscitore dell’Italia e partecipe delle grandi vicende politiche e militari dell’età napoleonica, Stendhal seppe fondere l’esperienza diretta o presunta del viaggio con una scrittura vivace e riflessiva. All’interno del suo vasto corpus di opere si colloca “Rome, Naples et Florence” (1817), testo ibrido tra diario di viaggio, riflessione storica e osservazione di costume, nel quale lo scrittore afferma di aver compiuto, tra l’altro, una rapida incursione in Calabria. Le pagine dedicate a questa regione, sebbene esigue e oggetto di un acceso dibattito critico circa l’effettiva presenza dell’autore sul territorio, rivestono un interesse particolare per la storia della percezione del Mezzogiorno nell’Europa ottocentesca. Il presente contributo si propone di esaminare questo presunto viaggio, ricostruendone l’itinerario dichiarato e analizzando criticamente i contenuti delle sue annotazioni, qualcuna delle quali (vds. ad esempio l’accenno alla religiosità paganeggiante dei Calabresi), come fa intendere acutamente Rocco Liberti, è di estrema attualità. ( Bruno Demasi ) 

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         Enrico Beyle, meglio conosciuto come Stendhal, tipo multiforme vissuto in mezzo ad amori, battaglie e viaggi e vario scrittore, con beneficio d’inventario sarebbe stato in Calabria nel 1817, almeno è quanto lui afferma. Il racconto della sua ipotetica escursione, in tantissimi ormai la considerano tale, lo ha inserito nel lavoro “Rome, Naples et Florence” edito nel medesimo anno e poi rimaneggiato nel 1826. Nato a Grenoble nel 1783, ha studiato matematica, ma, una volta recatosi a Parigi, se n’è disinteressato. Appena diciassettenne si è arruolato nell’esercito guidato da Napoleone ed è entrato in Milano nel 1800. Dopo alterne vicende tra passioni, impegni culturali e ulteriori scritti, partecipazione alle guerre – si è spinto addirittura in Russia - iscrizione alla massoneria, professione di ateismo, incostante altalenare tra l’Italia e la Francia fino a ricoprire il posto di console negli Stati Vaticani, alla fine si è ricondotto a Parigi, città nella quale è morto nel 1842. Assegnato alla corrente romantica, in auge alla sua epoca, ha pubblicato una notevole sequela di lavori, dalla poesia stimata di scarso valore, alle Memorie - interessanti quelle di Napoleone - e romanzi che hanno riscosso molto successo, quali “Il Rosso e il Nero” apparso nel 1830 e “La Certosa di Parma” nel 1839, ma altresì una “Storia della pittura”. L’operetta, che ci riguarda da vicino, nel corso delle epoche ha evidenziato diverse riedizioni in lingua originale, ma anche nella trasposizione in italiano e il titolo è una fedele traduzione, cioè “Roma, Napoli e Firenze”. Una delle tante è dovuta al calabrese Giuseppe Morabito per le Edizioni Barbaro di Oppido Mamertina nel 1981[1].


   Conclusasi ormai da qualche pezza la parentesi napoleonica, Stendhal ha deciso di compiere un giro per la penisola, almeno lui così afferma. Il 15 maggio del 1817 si trovava ancora a Otranto, ma il successivo 20 era già a Crotone. Il 23 raggiungeva Catanzaro, dove il primo pensiero è stato quello di considerare le teste dei calabresi di foggia greca, ma nel caso si trattava comunque sempre di persone “brutte”. In successione gli si è offerta l’occasione di visitare i resti dell’antica Locri e il 25 era a Brancaleone. A Gerace si è incontrato con un uomo che gli ha narrato dei fatti sorprendenti. Questi e altri attinenti a elementi del luogo, alcuni abbastanza orripilanti, sono riportati dal viaggiatore nel suo diario e nell’ampia serie riferita si rivelano alquanto scarse le considerazioni sui siti per i quali sarebbe passato nonché sul modo di essere degli abitanti. In verità, il viaggio si qualificava piuttosto frettoloso. 

        Mélito è stata raggiunta da Stendhal il 28, mentre il 29 è toccato a Reggio. Un episodio lo ha fatto ripensare alla religione praticata dalla popolazione, che non ne esce davvero bene. Così scrive: «Questa gente fa una vita dolcissima: mai li sfiora l’idea del dovere; la loro religione è lungi dal contrastare le loro inclinazioni: consiste in una serie di devozioni che a loro sono peculiari. Fanno ciò che credono, e due o tre volte all’anno vanno a sfogarsi sulla loro passione dominante, credendo di guadagnarsi». Altra interessante notazione è in connessione al significato che si dava alle parole adoperate: «I giri di frase che si usano in Calabria passerebbero in Francia per pura follia. Un giovanotto che ha la smania di piacere a tutte le donne si chiama cascamorto (in italiano nel testo) (cioè un uomo che, quando guarda una bella donna, sembra cader morto per l’eccesso di passione[2].

    Il 16 giugno avveniva il rientro nella capitale del regno, cioè a Napoli, sito dal quale il cammino aveva avuto inizio. 

    Le poche paginette riservate da Stendhal alla Calabria non hanno il pregio di quelle dei viaggiatori che precedentemente l’avevano percorsa realmente in lungo e in largo traendone spunti per analisi di grande respiro, ma quegli forse non ha avuto né la preparazione né il tempo per farlo. Si sofferma infatti su particolari racconti che gli sono stati ammanniti dagli individui incontrati, dai quali emerge il consueto cliché, l’irruenza del carattere calabro, capace di qualsiasi malvagità. Peraltro, si comprende benissimo che quanto scritto sia stato allestito alla svelta e con poca riflessione. Dice l’ennesimo traduttore, il Morabito: «Il linguaggio dello scrittore non è forbito, si ha l’impressione piuttosto di una serie di annotazioni scritte di getto per successive opportune modifiche, senonché il tessuto non consente una reale verifica con i nuovi apporti per una sistemazione letteraria dei fatti. Lo scrittore si giova di episodi per fornire la misura delle abitudini di una terra così lontana dalla Francia. La Calabria si trova, egli dice, “au bout du monde”»[3]. In parecchi decisamente asseriscono ch’egli proprio in Calabria non sia mai comparso: «lo scrittore in Calabria non è mai realmente arrivato: La sua testimonianza è una finzione, una collazione di impressioni, di aneddoti, che erano di certo diffusi e che non mettevano a rischio la verosimiglianza della dimensione meridionale»[4].

Rocco Liberti

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[1] Giuseppe Morabito, Stranieri nel Mezzogiorno d’Italia, Barbaro Editore, Oppido Mamertina 1981, pp. 11-18. 
[2] Stendhal, Roma, Napoli, Firenze, trad. di Sandro Battista, Avanzini e Torraca Editori, Roma 1969, pp.300, 302, 303. 
[3] Morabito, Stranieri nel Mezzogiorno…, p. 108. 
[4] Fulvio Librandi, Ultimo sud. Gli occhi dei viaggiatori e le dinamiche identitarie, “Virtù Ascosta e Negletta” cit., p. 194.

martedì 27 gennaio 2026

LE RADICI DELLA LUCE: SAPIENZA EBRAICA E MEMORIA CALABRA (di Bruno Demasi)


    In un XXI secolo impazzito che in poco più di un ventennio celebra già un numero impressionante di genocidi e di vittime oscillante tra 800.000 e 1.500.000 persone ( Darfur - Sudan: circa 300.000 vittime; Yazidi - Iraq: oltre 5.000 vittime accertate più migliaia di dispersi ; Uiguri - Cina: oltre 1 milione di persone internate; Rohingya - Myanmar: circa 25.000 vittime e circa 1 milione di profughi; Tigray - Etiopia: tra 300.000 e 800.000 vittime; Sudan - Darfur: tra 60.000 e 150.000 vittime; Gaza - Palestina: oltre 46.000 vittime dirette con stime indirette fino a 180.000), non possiamo certo dimenticare i 6 milioni di ebrei decimati nel giro di poco più di appena 4 anni nel secolo scorso. Occorre pensare che più che mai  in questo gennaio sferzato da venti che sanno di antico e amaro livore, la memoria non può essere un esercizio di stanca retorica, né un freddo rito del calendario. E se l’antisemitismo torna a soffiare con inquietante vigore sulle braci dell’ignoranza, il nostro compito è opporre il primato della cultura e la testimonianza dei secoli all’ottusa e selvaggia determinazione all’odio dei capi di stato interessati a questa barbarie di ritorno. 


    La Calabria, terra di approdi e di asprezze, non è stata solo una comparsa nella storia dell'ebraismo mediterraneo; ne è stata, per lunghi tratti, il cuore pulsante, la mente speculativa e la mano che ha impresso i primi caratteri mobili della Legge.Come ci ha insegnato il magistrale lavoro (1) di ricerca di Vincenzo Villella, scavare in questa storia non è un’operazione di archeologia nostalgica, ma un atto di amore e di giustizia per restituire alla nostra regione la sua vera, complessa identità:"La storia degli ebrei in Calabria è una storia di splendore e di cenere, un mosaico che aspetta ancora di essere ricomposto nella sua interezza."(2)

   La Calabria del passato, ricchissimo e colorato mosaico di "Giudecche", di “Timpe” o “Timponi” di “Melle” vitali e operose, annoverava da Nicastro a Reggio, da Castrovillari a Gerace, la presenza ebraica non confinata in ghetti asfittici, ma in una rete nervosa e operosa che nutriva l'economia e l'intelletto. Non si può comprendere la grandezza della nostra terra senza guardare ai maestri tintori o ai commercianti di seta del Lametino e del Catanzarese, agli allevatori del baco e ai produttori di questo prezioso tessuto che hanno popolato le colline dell’entroterra dell’attuale Piana di Gioia Tauro (Messignadi, Galatro, San Giorgio): uomini e donne che custodivano i segreti di un'arte capace di rendere i nostri tessuti ambiti nelle corti più prestigiose d'Europa. Questa maestria non era solo tecnica, ma frutto di  una profonda conoscenza delle rotte mediterranee, che collegava le filande calabresi ai mercati del Levante e alle fiere del Nord. Era una bellezza nata dal dialogo e dal lavoro meticoloso, un’estetica profonda che a ragione Villella definisce parte integrante del DNA calabrese.

    In questo alveo di sapienza sono fioriti proprio in questa terra giganti che hanno cambiato il corso del pensiero occidentale. E mentre il mondo ancora balbettava i primi passi verso la modernità, la Calabria già stampava il futuro: l’11 febbraio 1475, a Reggio Calabria, la stamperia di Abraham ben Garton dava alla luce il Commentario al Pentateuco di Rashi (4). Fu il primo libro ebraico datato al mondo a uscire da un torchio; un primato reggino che sancì l'unione indissolubile tra la tecnica dell’Occidente e la Parola eterna. Quel volume non era solo un oggetto di carta e inchiostro, ma il simbolo di una terra che diventava custode della sapienza universale attraverso l'innovazione tecnologica.

    Tuttavia, la narrazione della bellezza non può e non deve nascondere l'ombra che ha attraversato i secoli per poi approdare alla caligine dei campi di concentramento tedeschi. La storia della Calabria ebraica ha infatti un debito di sangue e di lacrime che troppo spesso abbiamo preferito dimenticare. Il passaggio cruento dai decreti di espulsione del 1510 e 1541 aprì una delle ferite più dolorose della nostra storia: quella dei "Neofiti". Migliaia di ebrei calabresi furono posti davanti a un bivio atroce e disumano: l’esilio forzato, abbandonando case e radici, o la conversione coatta al cattolicesimo. Fu una violenza spirituale inaudita, un'ignominia che portò alla nascita dei "cripto-ebrei", anime costrette a nascondere i propri riti nelle cantine e a mutare i propri cognomi, vivendo sotto l'occhio implacabile di un'Inquisizione che cercava tracce di "sangue infetto" persino in chi si inginocchiava devotamente in chiesa. È tra queste mura domestiche, nel silenzio di preghiere sussurrate, che si sono conservate tradizioni e usanze che ancora oggi riaffiorano nei costumi di molti nostri paesi, spesso inconsapevoli della loro origine arcaica.

    Sono convinto che esista un filo nero, un algoritmo dell'odio che attraversa i secoli: unisce i roghi delle Giudecche del Cinquecento alla tragedia moderna della Shoah. Se allora si colpiva la fede per uniformare le coscienze al dogma, nel Novecento si è cercato di colpire l'esistenza stessa per "purificare" la razza. L’umiliazione delle conversioni coatte in Calabria fu, tristemente, l'anticamera culturale di quella disumanizzazione che avrebbe trovato nei campi di sterminio la sua apocalisse industriale. I nomi cancellati dai registri parrocchiali o mutati per sopravvivenza nel XVI secolo gridano giustizia con la stessa forza dei numeri tatuati sugli avambracci ad Auschwitz.

    Eppure, proprio in questo parallelismo di sofferenza, la Calabria del Novecento ha saputo ritrovare un sussulto di umanità. A Ferramonti di Tarsia (4), nella valle del Crati, nel più grande campo di internamento fascista l'orrore sfiorò i nostri confini, ma accadde l'imprevedibile: la solidarietà silenziosa dei contadini, la pietà dei medici e la dignità incrollabile degli internati trasformarono un luogo di segregazione in quello che molti storici hanno definito il "campo dell'insolita umanità". Se i secoli precedenti avevano visto la regione piegarsi ai decreti di espulsione, a Ferramonti la Calabria decise, nel suo piccolo, di non essere complice.

    Oggi, onorare la Giornata della Memoria significa fare spazio a questa verità. Significa difendere Elia Levita dall'oblio e, allo stesso tempo, chiedere perdono per quelle vite spezzate dal fanatismo religioso e razziale. Ma significa anche ribadire un concetto vitale: le miserie e gli eccidi che hanno insanguinato il Novecento, per quanto atroci, rimangono ferite profonde che però non potranno mai cancellare la maestosa eredità di una storia ebraica fatta di pace, ingegno e operosità, che per secoli ha fecondato la nostra terra. La violenza dell'ideologia ha cercato di recidere i rami, ma le radici calabresi sono intrecciate a quelle d'Israele in un abbraccio che precede di millenni l'orrore dei campi. Una continuità simboleggiata dal Cedro (5): ogni anno, rabbini da tutto il mondo giungono sulla costa tirrenica per scegliere i frutti più perfetti per la festa di Sukkot. È la prova che la vita e la spiritualità sanno resistere alla cenere, e che il legame tra la Calabria e l'ebraismo è un dialogo mai interrotto, che attraversa i secoli e sfida l'oblio.

    Difendere l’ebraismo calabrese, riconoscergli il valore che esso ha avuto nell'emancipazione della nostra società è un atto di difesa della nostra stessa libertà. Non possiamo lasciare che i venti dell'odio spengano i candelabri della nostra storia. Continuiamo a cercare l’ Agathé la "cosa buona", quella luce di civiltà che brilla più forte proprio dove le tenebre si fanno più fitte, ricordandoci  sempre che siamo figli di un incontro, mai di un'esclusione. Come  quei GIUSTI DI CALABRIA  che, pur non appartenenti direttamente al popolo ebraico, hanno illuminato con la loro vita la sofferenza di questa gente e che mi piace qui ricordare nella conspavolezza che non furono i soli, ma le avanguardie di solidarietà di un popolo che ama molto  il Bene: 

1. Don Francesco Mottola (Tropea)

Sebbene non sia ufficialmente nello Yad Vashem, la sua opera a Tropea è leggendaria. Fondatore della Casa della Carità, offrì rifugio e protezione a chiunque fosse perseguitato, inclusi diversi ebrei che cercavano di sfuggire alla deportazione. È un simbolo dell'accoglienza calabrese che sfida le leggi ingiuste. E’ stato proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre 2021. 
 
2. Mons Giovanni Ferro (Reggio Calabria)
 
Durante la guerra offrì ricovero  e aiuto  a  Roberto Furcht , sottraendolo ai rastrellamenti nazisti e al sicuro internamento in un lager.  E' morto  come vescovo emerito di Reggio Calabria ed è in corso il processo per la sua beatiuficazione.

3. Gaetano e Giuseppina Morelli (Cosenza)

Il loro è un caso di "eroismo quotidiano". Durante il periodo delle leggi razziali e dell'occupazione, questa coppia cosentina aiutò attivamente diverse persone perseguitate. La loro storia è strettamente legata al supporto morale e materiale fornito agli internati del campo di Ferramonti, fungendo da ponte tra il campo e la libertà. 

4. Il "Caso Ferramonti": Padre Callisto Lopinot

Sebbene fosse un frate cappuccino incaricato dalla Santa Sede, il suo operato a Ferramonti di Tarsia andò ben oltre i doveri religiosi. Si batté per migliorare le condizioni di vita dei quasi 4.000 internati, denunciando i soprusi e creando un clima di umanità che permise a quasi tutti i prigionieri di Ferramonti di salvarsi (un caso unico in Europa per un campo di tali dimensioni).

5. La popolazione di Tarsia e dei comuni limitrofi

Spesso i "Giusti" in Calabria furono collettivi. Gli abitanti di Tarsia sono ricordati per aver condiviso il loro poco cibo con gli internati, creando un vero e proprio "muro di solidarietà" che impedì la fame estrema e protesse i fuggitivi dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. 

Bruno Demasi 

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Nota Bibliografica per l'approfondimento:

  1.  Vincenzo Villella, Ebrei di Calabria, Edizioni Grafichè, 2024.
  2.  V. Villella, op. cit, p. 14.
  3.  Il Commentario di Rashi (1475): Un vanto editoriale calabrese; l'unico esemplare superstite completo è oggi custodito presso la Biblioteca Palatina di Parma. Rappresenta l'incunabolo ebraico per eccellenza.
  4.  Ferramonti di Tarsia: Oggi luogo di riflessione e Museo della Memoria, simbolo di resistenza morale contro la burocrazia del male e testimonianza della "giustizia dei giusti" nel cuore della Calabria.
  5.  Il Cedro di Calabria: Il legame vivente. Il Citrus Medica di Santa Maria del Cedro è l'unico agrume al mondo cercato dai rabbini di ogni continente per la festa di Sukkot, segno di una Calabria che ancora oggi nutre la spiritualità ebraica mondiale attraverso la purezza della sua terra.

venerdì 23 gennaio 2026

L’ASPROMONTE DOPO IL MITO: la continuità tra Alvaro e Criaco ( di Bruno Demasi )

    La letteratura calabrese non è mai stata una narrazione di superficie; è, piuttosto, uno scavo archeologico dell’anima, una tradizione che si nutre di contrasti violenti: la luce abbacinante delle coste e l’ombra fitta dei boschi, il silenzio della rassegnazione e il grido della rivolta. In questo vasto panorama, la scrittura agisce quasi come uno spartiacque tra l’isolamento e la proiezione universale.

    Se pensiamo ai giganti che hanno solcato questo territorio, il pensiero corre immediatamente a figure come Saverio Strati, che ha saputo dar voce al travaglio del dopoguerra e alle speranze deluse degli emigranti, o a Leonida Rèpaci, che con la saga dei Rupe ha cercato di racchiudere l'epica di un intero popolo. Eppure, nonostante la ricchezza di queste voci, esiste un nucleo magnetico che esercita una forza gravitazionale irresistibile: l’Aspromonte È qui, tra le rughe di quesata montagna, che la letteratura calabrese si è fatta destino, incarnandosi in una linea ideale che congiunge la riflessione novecentesca di Corrado Alvaro alla narrativa contemporanea di Gioacchino Criaco. Non si tratta di un semplice passaggio di testimone, ma di una profonda affinità di sguardo su un mondo che non accetta mezze misure. In questa dimensione, la scrittura si spoglia del folklore per farsi mito. 

  Ma perché, in questo contesto, Gioacchino Criaco si distingue come l'unico vero continuatore di Corrado Alvaro? La risposta risiede nella capacità di entrambi di trasformare l'identità locale in una categoria dell'esistenza umana universale.Il primo elemento di continuità è la percezione della montagna non come paesaggio, ma come destino primordiale. In Gente in Aspromonte, Alvaro fissa l'immagine di un mondo immobile, quasi pietrificato nel rito: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte... È una vita di stenti, di fatiche, di rassegnazione». In queste pagine, la montagna è un altare su cui si consuma un sacrificio millenario e silenzioso. Gioacchino Criaco riprende quel paesaggio e ne muta la polarità. In Anime nere, l'Aspromonte smette di essere il luogo della pazienza per diventare quello della reazione: «L'Aspromonte è un'isola che fluttua sopra un mare di ulivi... È una terra che ti mangia dentro, che ti costringe a essere lupo se non vuoi finire pecora».Criaco non tradisce Alvaro; ne racconta l'evoluzione quasi darwiniana. Se Alvaro è il cronista dell'agonia della civiltà contadina, Criaco è il biografo della sua mutazione: laddove il pastore alvariano abbassa il capo per dignità, il giovane di Criaco lo rialza per sfida, trasformando la sofferenza in una ribellione difensiva che non rinnega la montagna, ma la vendica. 

    Il cuore della tesi risiede nel concetto di riscatto, un tema che attraversa tutta la letteratura calabrese ma che nell’universo aspromontano trova la sua espressione più cruda. Il pastore Argirò, l'eroe tragico di Alvaro, nutre un'ambizione che è già un presagio di modernità: «Voleva che il figlio studiasse, che diventasse un uomo, che non fosse più un servo di nessuno». Quella speranza di emancipazione, nell'universo di Criaco, si frantuma contro il muro di un progresso tradito e di uno Stato percepito come straniero. I protagonisti di Criaco sono i nipoti di quel figlio di Argirò. Essi condividono la stessa sete di sovranità, ma hanno smesso di credere nella via indicata dai padri:«Volevamo tutto e subito. Non volevamo fare la fine dei nostri padri, che si erano consumati le ossa per terre che non erano loro». Criaco è il continuatore di Alvaro perché chiude il cerchio narrativo: racconta cosa accade quando la promessa di riscatto sociale fallisce. La sua non è apologia, ma l'analisi di una tragedia greca dove il "sangue" rimane l'unica moneta per sfuggire alla condizione di servo. 
 
    Infine, il legame più solido, quello stilistico e filosofico. Alvaro, nei suoi taccuini di Quasi una vita, scrive:«Il calabrese ha un senso della parola che è misura e decoro... Una parola detta è una pietra posta». Criaco raccoglie questa sfida, specialmente nelle opere più recenti come Il custode delle parole, dove la ricerca linguistica si fa recupero di un mondo sommerso:«Le parole sono semi. Se le lasci morire, muore la terra. Io cerco le parole antiche, quelle che sanno di resina e di fumo». 
    Entrambi rifiutano la "meridionalizzazione" della lingua, preferendo una prosa che restituisca sacralità al racconto. Capiscono che la Calabria non ha bisogno di essere descritta, ma di essere interpretata attraverso i suoi archetipi. Se Corrado Alvaro osserva che «la Calabria sembrava uscita da una leggenda e finita in una cronaca», Gioacchino Criaco compie il percorso inverso: prende la cronaca più cruda e la riporta nel regno della leggenda letteraria. Criaco è l'erede di Alvaro perché ha avuto il coraggio di narrare il "dopo": il momento in cui la civiltà pastorale si scontra con la modernità globale e, pur di non morire, si trasforma in qualcosa di oscuro e potente.

Bruno Demasi

Le tappe bibliografiche per un confronto:
  • C. Alvaro, Gente in Aspromonte (1930). Il punto di partenza del canone aspromontano.
  • S. Strati, Il selvaggio di Santa Venere (1977). Per comprendere il contesto sociale della Calabria di mezzo.
  • G. Criaco, Anime nere (2008). Il manifesto del noir mediterraneo che aggiorna il mito.
  • G. Criaco, Il custode delle parole (2022). Per l'ultimo approdo linguistico e spirituale tra memoria e ritorno.

lunedì 19 gennaio 2026

SUOR MARIA SPERANZA: L’ARTE DELLA CARITA’ E LA MISSIONE DELLA BELLEZZA (di Bruno Demasi)

DA VARAPODIO AL MONDO DEGLI ULTIMI TRA LE FIGLIE DI 

JEANNE ANTIDE THOURET

   Ha atteso l’inizio dell’anno giubilare che commemora il bicentenario, che culminerà il 26 agosto di quest’anno, anniversario della morte di Sainte Jeanne Antide Thouret , che tanti anni fa l’aveva chiamata giovanissima ad aprirsi al mondo deI più poveri tra i poveri. Viveva allora nel natio Varapodio, dove ormai pochissimi oggi la conoscono, il paese pedeaspromontano che ne aveva forgiato il carattere intriso di generosa e totale partecipazione alla vita degli altri e l'aveva orientata al culto della bellezza culminante nella croce gloriosa di Cristo. Proprio all’alba di quest’anno giubilare della sua Congregazione,  il 30 agosto 2025 si è spenta a Pizzo Calabro Suor Maria Speranza, al secolo Lina Lentini. La sua scomparsa segna la fine di un’epoca per la Chiesa reggina e per la famiglia delle Suore della Carità, ma lascia in eredità due lezioni magistrali: come la bellezza e la carità siano, in fondo, la stessa identica missione e come un carisma “vecchio” di oltre due secoli, nato nell’assoluta precarietà e dall’entusiasmo di una giovanissima Jeanne Antide, possa rinnovarsi continuamente ancora oggi nella creatività dello Spirito che illumina il quotidiano al di là delle pur necessarie programmazioni. 
 
                            Il breve video che segue (cliccarci sopra per aprirlo) è molto eloquente:


     Collaboratrice della prima ora di don Italo Calabrò, Suor Maria Speranza è stata un pilastro della solidarietà a Reggio Calabria e l'anima pulsante della Caritas diocesana dove si poneva come elemento trainante con i suoi sorrisi contagiosi e le sue battute argute. Chi l'ha conosciuta, come lo storico collaboratore Alfonso Canale, non può dimenticare i suoi occhi azzurri e limpidi, capaci di riflettere la serenità del cielo anche nelle situazioni più cupe che insieme a lei e alla sua forza d'animo venivano affrontate con fiducia e leggerezza. Per lei, la carità non era mai "elemosina", ma un incondizionato dono di sè; affermava spesso che la carità vera è diventare davvero prossimo del prossimo con tutte le sue sofferenze, le sue gioie e persino le sue debolezze. Il suo impegno spaziava dalla scrivania alla strada: fu responsabile del Centro di Ascolto Diocesano e ogni mattina, al termine del servizio, annotava in agenda: «È alla gente di tutti i giorni che occorre anzitutto offrire una speranza». Fu soprattutto presenza sulle strade di Reggio Calabria: per decenni fu sinonimo di conforto per i senza fissa dimora, ai quali portava cibo e dignità nelle fredde serate invernali circondata sempre da un esercito di giovani volontari, molti dei quali oggi testimoniano i suoi inusuali carismi, ricordandola con rimpianto  a quanti chiedono di lei. 
   Fu madre superiora della Comunità "Cassibile" ad Acciarello di Villa San Giovanni, la casa che venne fondata per suo impulso all’indomani della Legge Basaglia che, chiudendo inesorabilmente i manicomi, metteva in una nuova precarietà stuoli di persone che, nel passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento in materia di salute mentale,  rischiavano di restare abbandonate a se stesse. Al “Cassibile” suor Maria Speranza diede il meglio di sé prendendosi  cura incondizionata e totale di molte donne fragilissime e bisognose di tutto, trasformando l'emarginazione in una gioiosa accoglienza familiare che precorreva i tempi istituzionali dell’Inclusione, diventando per loro madre e custode e facendo scuola con l’esempio e la testimonianza a stuoli di operatori sociali vogliosi di imparare.

    Chi la conobbe non può fare a meno di annotare il suo spirito creativo in tutte le molteplici azioni nell’esercizio quotidiano della carità , persino in quelle più semplici, che la distingueva da chi stava a chiedersi cosa volesse da lei o da lui  il Creatore. Per  questa suora sempre indaffarata erano domande superflue, non aveva neanche il tempo di porsele, presa com’era dai mille impegni che si moltiplicavano nelle sue opere al servizio degli ultimi. E accanto alla "carità delle mani", Suor Speranza coltivava la "carità del bello". Valente artista del disegno, della pittura e del ricamo, mise i suoi talenti al servizio dell'insegnamento come docente di Storia dell’Arte presso lo storico Istituto "San Vincenzo" di Reggio Calabria dove per lei insegnare non era solo trasmettere una tecnica, ma educare i giovani a riconoscere la scintilla divina e la bellezza ovunque, specialmente dove sembrava perduta.

    Negli ultimi anni della sua vita, quando la malattia e le sofferenze fisiche le impedivano di scendere in strada e mancava poco perché fosse trasferita come ultima dimora terrena, nella storica casa di cura delle Suore della Carità di Pizzo Calabro, Suor Speranza affrontò la sua ultima "missione speciale”. Un giorno , senza parlare, ma con l’abituale sorriso aperto che illuminava sempre il suo bel viso, mi fece cenno di seguirla per i lunghi corridoi del “San Vincenzo” conducendomi a osservare, negletta in un angolo, quasi fuori dalla vista di tutti, una vecchia statua scrostata e in disarmo che gli alunni più piccoli, passando di corsa, sbeffeggiavano e che rappresentava proprio San Vincenzo de’ Paoli, il santo della carità al cui prodigioso esempio sono votati l’istituto, che ne reca il nome, e l’intera congregazione fondata da Jeanne Antide. Sorridendomi me la indicò allargando le mani, come per dire “ Adesso siamo ancora più poveri!”. Raccolsi la provocazione, lanciandole la sfida di restaurarla lei, proprio lei che col suo esempio, col suo sorriso, con le sue parole mai melense, ma dolcissime, aveva restaurato l’anima a tantissima gente. E lei rispose subito, senza false modestie, anche se con le mani già tremanti, ma con gli occhi ancora arguti e ridenti, senza tergiversare: “Datemi pennelli e colori e mi metterò all’opera”.

   Non fu solo un lavoro di pennelli; fu una sfida lanciata alla propria stanchezza. In pochi giorni, con un ultimo guizzo di vita nelle pupille, restituì splendore al Santo della Carità. Quel restauro operò un "miracolo" su lei stessa, restituendole un’energia vivida che fu la sintesi perfetta tra la cura delle anime e l'amore per l'arte.  Da allora la statua è tornata stabilmente nel grande atrio di ingresso della scuola , dove ogni mattina accoglie bambini e ragazzi che entrano per le lezioni e li saluta alla loro uscita. Un restauro che non fu solo un intervento tecnico, per quanto pregevole e sofferto, ma rappresentò per Suor Speranza una sfida vinta contro la malattia e la stanchezza, restituendole un ultimo guizzo di vitalità. Una statua che è un "miracolo" doppio: ha restituito dignità a un simbolo iconografico e, contemporaneamente, ha sintetizzato lo spirito della suora artista che seppe coniugare bellezza e carità come un binomio inscindibile.

    La Teologia del Sorriso e dell'Incontro

   Negli anni in cui ho avuto modo di conoscerla mi sono sempre chiesto come riuscisse a tenere costantemente disegnato sul suo volto il sorriso e oggi che non c’è più credo di poter individuare almeno alcune ragioni di fondo che hanno caratterizzato fortemente la sua storia speciale e che non posso ulteriormente tenere per me:

  •  Il Sorriso come Scelta Teologica: per Suor Speranza, il sorriso non era un semplice tratto caratteriale, ma una vera e propria risposta teologica alla disperazione. In ogni situazione critica o emergenza, sceglieva di testimoniare la gioia del Vangelo, offrendo non solo aiuto materiale, ma una serenità contagiosa che restituiva dignità a chi l'aveva perduta;
  • L'Eredità Educativa: presso l'Istituto "San Vincenzo", ha insegnato ai giovani che l'arte è una forma di preghiera e di attenzione verso l'altro. Per lei, educare alla bellezza significava preparare il cuore delle nuove generazioni a riconoscere il volto di Cristo sia in una tela che nei lineamenti di un povero incontrato per strada;
  • Il Valore del Tempo e dell'Ascolto: come responsabile del Centro di Ascolto, ha incarnato l'idea che il vero volontariato non sia "regalare cose", ma donare sé stessi. Ogni incontro era per lei unico, un'occasione per mettere in pratica l'amore incondizionato e preferenziale imparato da don Italo Calabrò;
  • La Resilienza nella fragilità: quel restauro della statua di San Vincenzo de' Paoli, realizzato nonostante la malattia, rimane il simbolo della sua indomabile forza interiore. È la dimostrazione che la creatività e la carità non conoscono limiti fisici e possono generare vita anche nei momenti di sofferenza.


   Suor Maria Speranza si ricongiunge ora ai grandi maestri della carità reggina e universale , come don Italo, suor Antonietta Castellini e Roberto Petrolino, ma anche Jeanne Antide, Vincenzo de’ Paoli e Madre Teresa. 
    Lina Lentini ci lascia un insegnamento prezioso: non si è mai troppo stanchi o troppo malati per creare bellezza. Il vero volontariato consiste nell'offrire completamente il proprio tempo, sè stessi  sé stessi per "ridare colore e dignità " ai giorni grigi di chi soffre. 

                        Bruno Demasi