mercoledì 21 ottobre 2026

LO STRAORDINARIO IMPEGNO CULTURALE, ECCLESIALE E CIVILE IN CALABRIA DI MARIA MARIOTTI (di Bruno Demasi)


  Maria Mariotti ha percorso quasi un secolo di storia calabrese, lasciando un'impronta tutt'altro che effimera. Insegnante, consigliera comunale, storica, animatrice del movimento cattolico. Ma chi cerchi in queste etichette la spiegazione della sua vita si ferma a metà strada: lei non ha separato mai la fede dalla responsabilità civile, né la cultura dal bisogno concreto delle persone. Ha studiato la Chiesa per capire la propria terra e creduto fino alla fine che la cultura potesse cambiare la vita delle persone.

     Nacque a Reggio Calabria il 18 maggio 1915, pochi giorni prima che l’Italia entrasse in guerra. La famiglia era agiata e legata ai Tripepi-Mariotti. La città, allora, era ancora una provincia lontana dai grandi centri culturali del Paese: povera forse di occasioni ma ricca di memorie e di contraddizioni.¹ Studiò a Reggio. In parallelo coltivò la musica e conseguì il diploma di pianoforte al Conservatorio di Napoli. Una giovane donna colta dunque, sensibile, abituata a muoversi tra libri, note e responsabilità familiari. Poi arrivò il lutto: prima il padre; poco dopo, la sorella Blandina. Per un periodo dovette interrompere gli studi.²

     Non si arrese. Riprese il cammino e si laureò in filosofia teoretica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con una tesi su Kant. Una scelta tutt’altro che scontata. Non cercava la comodità di una carriera facile: cercava la severità di una formazione filosofica, in un’università che all’epoca era anche un laboratorio di cultura cattolica.³

     Tornò in Calabria su richiesta dell’arcivescovo Enrico Montalbetti. Iniziò a insegnare filosofia negli istituti statali, poi nella Scuola di Servizio Sociale e nell’Istituto di Scienze Religiose. Per decenni formò generazioni di studenti e di laici cattolici. Trasmetteva nozioni, certo. Ma soprattutto un metodo: guardare la realtà senza reticenze, interrogarla, cercare di comprenderla fino in fondo.⁴

Chi la ricorda parla di una donna rigorosa, esigente. Capace, però, di un’attenzione concreta per le persone. Non era l’intellettuale chiusa nello studio. Frequentava le aule, le parrocchie, le associazioni, le famiglie, i comuni più piccoli della provincia. Per lei la cultura non era un privilegio da custodire: era uno strumento da mettere a servizio degli altri.⁵

     Negli ultimi anni della sua vita entrò nell’Ordo Virginum diocesano. Lei stessa considerò quella scelta la piena realizzazione della propria vocazione: una forma matura e libera di appartenenza alla Chiesa e alla città.⁶

La prima donna in Consiglio comunale

       Nel 1945, insieme a Maria Cappelleri, fondò a Reggio Calabria il Centro Italiano Femminile. Fu tra le socie fondatrici della sezione provinciale. Le fu affidata la commissione civico-sociale e fu lei a elaborare le linee programmatiche dell’associazione, orientandola verso l’educazione civica e politica delle donne, con particolare attenzione a quelle popolari, spesso escluse dalle associazioni.⁷

      Fu eletta alle comunali del 7 aprile 1946 e divenne la prima donna consigliera comunale di Reggio Calabria, nelle file della Democrazia Cristiana. Alle politiche del 2 giugno 1946 ottenne circa 18.000 preferenze. Non bastò: si fermò a pochi voti dalla soglia delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente.⁸ Nel CIF promosse le cosiddette “inchieste d’ambiente”: indagini sulle condizioni di vita delle famiglie e dei comuni della provincia, utili a orientare interventi concreti — asili, scuole serali, centri di formazione, assistenza ai minori costretti al lavoro nei campi. La sua idea era chiara: l’emancipazione femminile doveva passare da una presenza diffusa e formata delle donne nella vita pubblica, non da presenze isolate nelle istituzioni.⁹

La storica della Chiesa calabrese

    La sua opera storiografica si concentrò sulla storia religiosa della Calabria e del Mezzogiorno, dal Concilio di Trento all’età contemporanea. Studiò i rapporti tra vescovi, laici, istituzioni ecclesiastiche e una società segnata da povertà, perifericità, emigrazione e arretratezza.¹⁰

     Tra i suoi contributi principali:
  • Apostolicità e missione nella Chiesa particolare (Roma, 1965), studio teologico sulla Chiesa locale.¹¹
  • Forme di collaborazione tra vescovi e laici in Calabria negli ultimi cento anni (1868-1968) (Padova, 1969), la sua ricerca più importante sulle relazioni tra gerarchia ecclesiastica e laicato.¹²
  • Problemi di lingua e di cultura nell’azione pastorale dei vescovi calabresi in età moderna (Messina, 1980).¹³
  • Istituzioni e vita della Chiesa nella Calabria moderna e contemporanea (Caltanissetta-Roma, 1994).¹⁴
     Scrisse inoltre il saggio “Movimento cattolico e mondo religioso calabrese”, pubblicato sulla rivista Civitas nel 1956, e circa venti voci per il Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, dedicate a ecclesiastici e laici calabresi. Una miscellanea in suo onore, Chiesa e società nel Mezzogiorno (Rubbettino, 1997-1998), elenca oltre 110 suoi scritti.¹⁵

     Fu presidente della Deputazione di Storia Patria per la Calabria per circa vent’anni — altre fonti parlano di circa trent’anni — e direttore della Rivista storica calabrese, della quale divenne poi direttore onorario. Fu anche a capo del Comitato permanente per gli incontri di studi bizantini.¹⁶

     Il suo merito storiografico più duraturo fu aver costruito una rete di ricercatori, sacerdoti e laici dedicata alla storia religiosa calabrese. Estese l’indagine oltre Reggio. Assicurò la continuità dopo la sua opera. La sua metodologia valorizzava fonti episcopali, esperienze periferiche, figure minori e realtà associative apparentemente modeste, in linea con gli studi di Gabriel Le Bras, Giuseppe De Luca e Gabriele De Rosa.¹⁷

Movimento cattolico e rinnovamento ecclesiale

     Fu una protagonista dell’associazionismo cattolico: Gioventù Femminile di Azione Cattolica — di cui divenne presto presidente diocesana — FUCI, Movimento Laureati di Azione Cattolica e poi MEIC. A Milano presiedette il gruppo universitario della FUCI, favorendo l’integrazione con la Gioventù Femminile e con l’Università Cattolica.¹⁸

  Dopo il Concilio Vaticano II sostenne con convinzione la corresponsabilità dei laici, il dialogo ecumenico e interreligioso e la rinascita del diaconato permanente. Collaborò con don Alberto Altana e la Comunità del diaconato in Italia, scrivendo sulla rivista Il diaconato in Italia; nel 1973 pubblicò “Ministeri e carismi nella comunione ecclesiale”. Le sue riflessioni anticiparono le prime ordinazioni diaconali nella diocesi di Reggio Calabria, avvenute nel 1992.¹⁹

    Donò il terreno su cui fu costruito il Centro diurno polivalente per disabili “Tripepi-Mariotti”, intitolato ai suoi genitori. Si occupò inoltre del riordino e dell’ampliamento della Biblioteca Arcivescovile mons. Antonio Lanza, promuovendo una biblioteca ricca di Bibbie, concordanze, Padri della Chiesa, dizionari e commentari, in vista di un più largo accesso alla Scrittura dopo il Concilio.²⁰

       Preparò anche la documentazione per la causa di beatificazione di mons. Enrico Montalbetti, del quale era stata stretta collaboratrice.²¹

     Maria Mariotti va letta come una grande e lucida testimone del Novecento. Cattolica convinta, ma non integralista. Studiosa rigorosa, ma attenta alla vita concreta delle comunità. Donna di cultura che unì fede, ricerca storica, impegno politico e carità. La sua eredità sta nell’aver collegato la storia della Chiesa calabrese alla storia sociale del Mezzogiorno e nell’aver aperto alla storia pubblica uno spazio duraturo per le donne, i laici e le periferie.²² 
Bruno Demasi
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1.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, in Dizionario biografico dell’antifascismo e della Resistenza calabrese, ICSAIC.
2.Franca Minuto Peri in Avvenire di Calabria, “Maria Mariotti, la Chiesa nel cuore”, 24 gennaio 2023.
3.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC
4.F. Minuto Peri, “Una vera ricchezza per i suoi Vescovi”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023
5.G. Ferrara, “In casa e in politica: la donna sia ovunque lievito”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
6.L’ingresso nell’Ordo Virginum diocesano e il significato che la stessa Mariotti attribuì a questa scelta sono ricordati da F. Minuto Peri, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
7.G. Ferrara, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023; cfr. anche G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC.
8.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC; cfr. anche ICSAIC, “Mariotti e Gencarelli: due donne calabresi verso la Costituente”, 2019.
9.G. Ferrara, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
10.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC.
11.Apostolicità e missione nella Chiesa particolare, Roma, Editrice Studium, 1965.
12.Forme di collaborazione tra vescovi e laici in Calabria negli ultimi cento anni (1868-1968), Padova, Antenore, 1969, collana Italia Sacra.
13.Problemi di lingua e di cultura nell’azione pastorale dei vescovi calabresi in età moderna, Messina, La Goliardica, 1980.
14.Istituzioni e vita della Chiesa nella Calabria moderna e contemporanea, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 1994.
15.A. Denisi, “Maria Mariotti, la Chiesa nel cuore”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
16.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC,
17.A. Denisi, “Maria Mariotti, la Chiesa nel cuore”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
18.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC.
19.E. Petrolino, “Diaconia e Chiesa locale: un apostolato fecondo”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
20.F. Minuto Peri, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
21.Ibidem.
22.V. A. Tucci, “Il movimento cattolico calabrese nel Novecento: un bilancio”, Rivista calabrese di storia del ’900, 2, 2013, pp. 40-57; cfr. inoltre A. Denisi, “In memoriam. Maria Mariotti, da laica fedele e adulta nella Chiesa e nella Società”, Rivista storica calabrese, n.s. XXXIX, 2018, pp. 271-273.

 

lunedì 19 ottobre 2026

LA GRANDE VICENDA ECCLESIALE E CULTURALE DI MONS. GIUSEPPE PIGNATARO E LA BIOBIBLIOGRAFIA COMPLETA (di Rocco Liberti)

      Oggi, almeno cronologicamente, si apre per Oppido Mamertina un percorso di commemorazione dedicato al canonico Giuseppe Pignataro, una delle figure più alte e luminose che questo paese abbia mai dato alla cultura calabrese. Scomparso il 18 ottobre 1987, egli entra oggi nel quarantennale della morte: un anniversario che culminerà il 18 ottobre 2027 e che auspichiamo possa trovare, almeno in questo anno, nella sua Oppido l’attenzione e il riconoscimento che la sua vita e la sua opera meritano.

     Mons.Pignataro non fu soltanto un sacerdote, un docente e un canonico: fu un uomo che trasformò l’amore per la propria terra in ricerca, metodo e memoria. Visse e operò instancabilmente nel glorioso seminario vescovile locale , dove insegnò a lungo e formò generazioni di giovani, lasciando in ciascuno il segno di una cultura rigorosa, generosa e profondamente umana. Fu soprattutto uno studioso straordinario. Con pazienza di archivista e passione di figlio della sua terra, in anni difficili e con pochi mezzi, riportò alla luce le radici storiche, religiose e civili di Oppido e di tanta Calabria antica. Non si accontentò delle tradizioni ricevute: cercò fonti, indagò archivi, confrontò testimonianze e restituì alla comunità un’immagine più vera e più nobile del proprio passato. I suoi Appunti di storia calabrese, restano una tappa fondamentale di quel lavoro di ricostruzione storica condotto con serietà scientifica e fedeltà al territorio.

     La sua casa e il suo studio divennero un punto di riferimento per studiosi di fama nazionale e internazionale: da Gerhard Rohlfs a Luigi Lombardi Satriani, da Augusto Placanica ad Antonio Piromalli e a una schiera nutritissima di intellettuali, studiosi e ricercatori che trovarono in lui un maestro e un custode insostituibile della memoria calabrese.

     Il canonico Pignataro è una di quelle figure che non cercarono onori, ma lasciarono onore alla comunità che li vide nascere. Fu un maestro nel senso pieno della parola, un ricercatore di rara levatura, un fedele servitore della sua Chiesa e un custode appassionato della memoria di Oppido Mamertina, senza contare il contributo notevolissimo da lui dato alla nascita e alla diffusione di gloriose riviste storiche come “Albori” dei fratelli De Cristo di Cittanova e “Historica” del grande Domenico De Giorgio.

      A quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, la sua figura appare oggi più grande che mai. In un tempo in cui le radici rischiano di dissolversi e la memoria locale viene spesso ridotta a retorica o a esibizione, Pignataro ci ricorda che amare il proprio paese significa anche studiarlo, comprenderlo, documentarlo e tramandarlo. Sia questo il miglior omaggio che Oppido Mamertina possa rendergli: riprendere in mano la sua eredità e farne luce per il futuro.

Per aprire idealmente questo percorso di ricordo e di commemorazione, mi onoro oggi di proporre qui la sua biobibliografia completa, curata in modo meticoloso e affettuoso da Rocco Liberti (*), perché la memoria di un uomo come il canonico Pignataro non deve restare chiusa negli archivi: va riletta, diffusa e consegnata alle nuove generazioni. (Bruno Demasi)
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   Mons. Giuseppe Pignataro, una delle intelligenze più vive espresse da Oppido Mamertina in questo secolo, si è spento il 18 ottobre 1987 al suo paese natale lasciando tangibile memoria di un impegno profuso soprattutto nel settore della ricerca storiografica locale. Nato il 3 novembre 1901 da Filippo e da Zoiti Antonina, andò a scuola piuttosto tardi chè nei primi anni, come usava in certi ambiti, perse tempo prezioso ad imparare il mestiere di calzolaio nella bottega di mastro Luigi Bonarrigo. Nell'anno scolastico 1916-17 stava completando la sesta classe del corso elementare col maestro Giuseppe Scarcella quando, come venne scritto sul registro, Abbandonò la scuola perché chiuso nel locale Seminario (1). Espletati gli studi ginnasiali e liceali nel collegio oppidese, si portò al Seminario Pio X di Catanzaro, donde uscì preparato a ricevere il sacramento che ne avrebbe fatto un ministro di Dio. Simpatica e toccante e, nel contempo, parecchio indicativa dello stile letterario del futuro scrittore, saldamente ancorato al classico periodare latino e ricco di una verve poetica connaturale e invitante ad una piacevole lettura, la lettera, che, giovanissimo, faceva tenere al suo vescovo, mons.Galati, il 27 novembre 1923 da Catanzaro, probabilmente alla vigilia del conseguimento degli ordini minori. Di seguito l'interessante missiva, che rivela in pieno il felice stato di grazia raggiunto da chi aveva intrapreso con grande aspettativa un cammino prescelto, ma che in certo modo sembrava frenato da qualche esitanza del presule o da lentezza nella procedura, se non proprio da una malattia che lo aveva fatto penare intorno a quell'epoca:
 
Eccellenza, 
C'è qui una scheda che io ho riempito così; tra una lacrima e un sospiro. La notte scorsa non ho potuto chiudere un occhio, come se il mio capo non avesse un guanciale ove poggiarsi. Eppure lo spirito si preparava a porre le fondamenta del suo castello! 
Ella comprenderà: è il primo gradino all'ascesi trionfale. Il mio cuore sconfina in un senso soave, per accogliere un infinito. Io non so, io non so più. Tra fibra e fibra scorrere mi sento il brivido dei piani al ridestarsi primaverile. Ora le domanderei se ella avesse cosa in contrario al pio cominciamento! No! ... ed alloraMa veda lei, ma veda lei ... 
Non altro che la mia fidanza intera nel suo paterno volere. 
Le bacio il S. A. 
Dev.mo in X° 
Sem. Pignataro Giuseppe


     In effetti, ancora prima il seminarista Pignataro era incappato in una depressione piuttosto seria. Ecco come il rettore d. Francesco Mennini, ne scriveva premurosamente all’Ordinario di Oppido il 23 maggio:

Mi son dovuto decidere a mandare per qualche giorno in famiglia Pignataro, perché mi dava segni un po’ preoccupanti di prostrazione nervosa. Fare una cura qui sarebbe stato inutile, perché gli è necessario riposo assoluto, distrarsi, e non pensare assolutamente allo studio. Spero che riprenderà in breve le sue forze (2). 
 
     D. Giuseppe fu ordinato il 12 settembre del 1926, ma già da parecchio le sue peculiari doti risultavano abbastanza conosciute e apprezzate. Difatti, nel comunicare la fausta notizia ai lettori, il periodico Albòri, che lo annoverava tra i collaboratori, lo presentava provvisto di brillante coltura, massimenelle discipline letterarie e storiche, quale gentile poeta e rivolto a studi di storialocale con raccolto fervore (3).

    Dopo aver superato l'importante traguardo, il neo sacerdote venne presto incaricato dell’insegnamento in Seminario, dove in successione di tempi ricoprirà anche il ruolo di preside. Quindi, intraprese ad ascendere la scala gerarchica dei benefici capitolari fino a raggiungere la vetta quale canonico arcidiacono. Per le due attività gli rimasero appiccicati come etichette i due titoli antonomastici di professore e di canonico, con cui fu solitamente chiamato sia da coloro ch’erano poi divenuti suoi confratelli che dai professionisti laici, i quali, anche se avevano percorso altre vie, erano stati pur sempre istradati da lui privatamente. Tra gli altri incarichi assunti prevale quello direttore della chiesa filiale di S. Giuseppe, dove officiò per parecchi anni.

     Formatosi in buona sostanza a quel cenacolo letterario, che negli anni ’20 e ‘30 agiva tra Oppido e Cittanova ed aveva quali punti di forza i fratelli De Cristo, prese viva parte a molte iniziative offrendo una fattiva collaborazione. La sua attività di ricercatore lo fece entrare poi in rapporti con qualificati rappresentanti della cultura, come il tedesco Gerhard Rohlfs, Alfonso Frangipane, Raffaele Corso, Alessandro Monteleone, Raffaele Lombardi Satriani, i vari Sovrintendenti alle Antichità P. E. Arias, Alfonso De Franciscis e Giuseppe Foti, tanto per citarne alcuni, che gli concessero la loro amicizia e stima. Nel 1933 e 1936, dopo aver studiato con impegno presso I’ Archivio Segreto Vaticano i trascorsi plurisecolari della sua Oppido,diede alle stampe i primi rilevanti saggi delle sue ottime possibilità, dei lavori condotti con particolare serietà scientifica, i due opuscoli Appunti di storia calabrese, che avrebbero fatto dire all’Orsi di trovarsi di fronte ad uno scritto notevole. In
verità, entrambe le fatiche, condotte con rigoroso metodo in documentazioni del tutto inesplorate, apportarono nuova e più completa luce all’iter storico di una cittadina fino a quel tempo proposto in modo poco chiaro e sorretto soltanto da fonti di scarso credito o da opere inficiate da tutta una serie di plagi e nelle quali gli autori avevano fatto a gara a copiarsi l’un l’altro.

     Per i meriti acquisiti sul campo fu nominato Ispettore Onorario alle Antichità e Belle Arti e Deputato di Storia Patria per la Calabria. Negli anni ‘50, in seguito all'istituzione in Palmi di un Museo del Folklore, cui consegnò alcuni pezzi di un certo valore, costituì a Oppido l'Associazione Amici del Folklore, che indisse una riuscita serie di applaudite conferenze su temi di carattere etnografico tenute da giovani universitari che oggi sono tutti stimati professionisti.

     Il canonico Pignataro s‘interessò variamente di poesia, folkore e storia calabrese in generale con serietà d'intenti, ma gli argomenti preferiti furono le vicende riguardanti Oppido, Gerace e Polsi, luoghi altamente significanti nella cultura religiosa della provincia reggina, ai quali consacrò trattazioni di particolare rilievo, che furono ospitate in gran parte da Historica, la rivista dell'amico e conterraneo Prof. De Giorgio, cui diceva sempre di voler riservare i lavori ritenuti più interessanti e da Brutium. Ma, pur avendo prodotto tanta messe, egli non riuscì o non volle portare a termine un’opera organica che si occupasse per intero della storia di Oppido vecchia e nuova per come ci si attendeva e per come gli annunci frequenti di un’imminenteedizione di essa facevano presagire. Ora purtroppo, avvenuto l'inevitabile, non resta che confidare negli eredi e far voti che quanto non è stato possibile materializzare nel corso di una lunga esistenza, venga finalmente offerto all'attenzione di cittadini e studiosi almeno come opera postuma, al fine di dare un più giusto merito a chi dedicò tutta la vita allo studio.

     Questo il testo di un manifesto con cui l’Amministrazione Comunale oppidese volle commemorare la figura di mons. Pignataro:

Dell'Illustre Estinto ricorda dolente alla Cittadinanza che fu letterato dalla fervida mente e dalla vasta cultura. Appassionato cultore di storia patria fu studioso attento e felice scrittore. Amò la sua terra. Diede lustro alla sua gente e profuse sapere a generazioni di giovani che restano perennemente riconoscenti alla sua opera educatrice. Con diligenti ricerche e scritti originali validamente contribuì a dare testimonianza  ai fasti della sua Città e alle sue remotissime origini.

Bibliografia completa

La lauda dell'olivo, poesia in “Albòri” a. 1926, nn.15-16;
Di alcuni laterizi rinvenuti nel contado di Oppido Mamertina, ivi, nn.17-18;
Francesco d’ Assisi e l ‘amore delle sue creature, ivi, nn. 22-23;
Frate Francesco, ivi n. 39, p. 3;
Edicola, poesia in “Fede ne Civiltà”, a. I-1926 (3a s.), n. 40, p. 3;
Mistici calabresi, “Albòri”, a. 1927, n. 7;
Refugium peccatorum ora pro nobis! poesia, ivi, n. 10; poesia, ivi, nn. 14-15;
Aurora, poesia, ivi, n. 16;
Raccoglimento, poesia, ivi, nn.18-19; 
Ninna nanna, poesia,ivi, nn.22-23;
Paesaggi della Piana, poesia, “La coltura regionale”, a. 1928, n.9;
Villa Abbandonata, poesia, a. 1930, nn. 2-3; 
Meditazione, ivi, n.4; 
Appunti di storia calabrese (Un documento del 1188-L’origine della sede vescovile- Uno sguardo alla cronotassi dei vescovi), Terranova S. M. 1933, Tip. SS. Crocifisso,pp. 14+note; 
Appunti di storia calabrese - II (La cronotassi dei vescovi – Il rito greco – La congrega del SS -Le relationes del Perrimezzi -I diaconi selvatici -Il monastero della Purificazione - Il palazzo vescovile-Il seminario diocesano-La cattedrale-Il banco del maestrato-La chiesa di Bagnara), Terranova S. M. 1936, pp. 25+note; 
Divinazione idrica in Calabria,” Folklore della Calabria”, a. 1956, nn. 2-3; 
Culto e storia di S. Fantino Confessore Patrono di Lubrichi, Reggio Cal. 1958, Tip. Leo, pp-32; 
Iscrizione ebraica di Oppido Mamertina, “Historica”, a. 1959, n. 6; 
Un Vescovo di Calabria nel secolo XV-Athanasio Chalkèopoulos, “L'Avvenire di Calabria”, a. 1959, nn. 29-30; 
Il “Liber Visitationis” di Athanasio Chalkèopoulos, ivi, n. 31 (i due articoli sul Calceopilo hanno visto la luce anche su “Parole di vita”, a. 1959, nn. 25-26-27); 
Il monastero di San Bartolomeo di Trigona, a. 1959 c.;
Carte vecchie e tempi nuovi in Oppido Mamertina (con pseudonimo Francesco S. DeMaistre), “La Voce della Piana”, a. 1960, n. 5; 
Nuove luci storiche su la Calabria e sul santuario di Polsi, “Brutium”, a. 1960, n. 5; 
Pietra e legno nei riti di Polsi, ivi, n. 6; 
Pietra e legno elementi della liturgìa che regola il primo pellegrinaggio a Polsi, “Il Giornale d'Italia”, 2-9-1960; . 
La Chiesa di S. Maria di Loreto in Filogaso e una bolla del 1523, “Historica”, a. 1961, nn.5-6; 
Il cardinale Bessarione Amministratore della Diocesi di Gerace, “La Voce di Calabria”, a.1963, n. 49 e in estratto presso Tip. Diaco, Oppido Mam.; 
Due lettere di Costantino Lascaris documenti per la storia culturale di Gerace, “Historica”, a. 1963, n.3; 
Bessarione e il monachesimo greco,( non si hanno notizie bibliografiche); 
Un vescovo di Gerace alla Corte di Cipro (1467-68) e un matrimonio mancato, “Historica”,a. 1964, n.1; 
Noterelle carbonare, ivi, a. 1965, nn. 2-3; 
Il dottor fisico Domenico Campanella di Stignano, “Brutium”, a. 1967, n. 3; 
Ex-voto di santuari di Calabria, “Historica”, a. 1967, nn. 4-5 ; 
Per una storia dell'Episcopato di Mons. Giuseppe Maria Perrimezzi in Oppido di Calabria (1714-1734), ivi, aa. 1968-69, nn. 4-1; 
Polsi verso la fine del secolo XVII, “Brutium”, a. 1970, nn. 1-3; “Historica”, a. 1971, n. 1; 
Monumenti bizantini-Lettera al prof. Domenico Minuto, “Brutium”, a. 1971, n. 2; 
I Greci di Papanicefore, “La Voce di Calabria”, a?, n.? ; 
Il Typicon di Bova, “La Voce di Calabria”, a.?, n.?; 
Per l'identificazione dei Santi Fantino…, “La Voce di Calabria”, a.?, n.?; 
Sant'Agata ovvero Oppido, “La Voce di Calabria”, a. 1972 e in estratto presso Tip. Diaco; 
Medma un'antica città greca dell'Italia Meridionale, “Brutium”, a. 1972, n. 2; 
Polsi resta ancora un mistero di combinazioni e d'interessi-altri documenti scoperti, ivi, a.1972, n.4; 
Il duca di Caivano, il vescovo di Oppido in Calabria e l'abolizione della Cassa Sacra,“Historica, a. 1973, n. 2; 
La vera storia del Santuario di Polsi,”Comunità”, a. 1974,n.2; 
Il cantiere di mons. Coppola, “Brutium”, a. 1974,n.4; 
Candido Zerbi e la “Cronistoria” di Oppido, “Mamertinon”, a. 1974, n. li i 
Settecento religioso in Calabria-Luci ed ombre-La pretesa autobiografia di P. Antonio dal’ Olivadi (1653-1720), “Historica”, a? 1974, nn. 1-2; 
La Certosa di Serra S. Bruno negli scritti di L. Palustre, “Calabria Turismo”, a. 1974, nn.19-20; 
Le campane di Radicena, “Comunità”, a. 1974, n. 15; 
La vecchiona, ivi, n. 17; 
L'occupazione militare francese, “Historica”, a. 1975, n.1; 
Per la croce di Polsi (in polemica con G. Gnolfo), “Brutium", a. 1975, nn. 2-3; 
Le campane e la fiera del 25 marzo, festa dell’Annunciazione a Oppido di Calabria,“Mamertinon”, a. 1975, n. 1; 
Il culto di Maria SS. Annunziata in Oppido di Calabria, Tip. Formica, Taurianova 1975,p. 60);
Giovanni Conia a Oppido di Calabria, “Historica”, a. 1975, n. 3;
Il barone Raffaele Lombardi Satriani, ivi, a. 1976, n. 1; 
Un popolano liberale, ivi, a. 1977,n. 2;
D. Candido Carbone di Pedavoli, a. 1977, n.3;
Un vecchio giornale calabrese, ivi,a. 1978, n.3;
Il museo del Folklore in Palmi, ivi, a.1978 , n.4; 
Il musicista Giuseppe Nunziato Muratori, i suoi parolieri e Giovanni Conia, ivi, a. 1979, n.3; 
Poesie calabre del canonico Conia, Tip. Marafioti, Polistena 1980, ed. reprint, con aggiunta dell'articolo apparso in “Historica” dell ‘anno 1975; 
Il culto delle Madonne nere e la Vergine nera di Semiinara, “Historica”, a. 1980, n. 1 e in ed. reprint, presso Tip. Diaco con pref. del vescovo Benigno L. Papa, a. 1986; 
Il monastero delle clarisse in Oppido,Tip. Villivà, Oppido M. 1981; pubblicato dalla Pro-Loco in occasione della manifestazione “Alla riscoperta di Oppido Vecchio” del 19 agosto 1981; 
1883: la crisi agraria, “Historica”, a. 1981,n.4; 
La chiesa di S.Maria di Popsis, “Brutium”, a.1981, n. 3; 
Per una storia del Santuario di Polsi-Lettera indirizzata al Re Ferdinando IV il 1° Aprile 1802 da mons. Vincenzo Barisani Vescovo di Gerace (1797-1806), ivi, n. 4; 
L'exequatur a Mons. Curcio, “Historica”, a. 1982, n. 4; 
Censure sopra il libro di Padre Mostro-inedito di Tommaso Campanella, ivi, a. 1983, n2; 
La chiesa della Madonna del Buon Consiglio e la Confraternita di S. Giuseppe in Oppido,Tip. Marafioti, Polistena 1985, pp. 23; 
La Divina Pastorella (precisazione) “Brutium”, a. 1985, n. 3; 
I Gesuiti a Oppido, “Historica” 1986, n. 1; 
Mons. Alessandro Tommasini, ivi, a. 1986, n. 2.
Rocco Liberti

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* Pubblicato in “Historica”, a. XL-1987, n. 4, pp.161-167 e in “Quaderni Mamertini” Momenti e figure della vecchia e della nuova Oppido,VI, n.45, novembre 2003, pp.35-39.
(1) Archivio Scuole Elementari Oppido Mamertina. 
(2) A.V.O. 
(3)”Albori”,a II – 1926, nn.17-18.

domenica 18 ottobre 2026

Laboratorio di scrittura: “EMIGRANTE “ ( Duplice lirica inedita, in lingua e in vernacolo, di Maria Rosa Grillo)


    All’ esperienza dolorosa dell’emigrazione Maria Rosa Grillo dedica una lirica di rara sensibilità e di  ormai inusuale maestrìa, che qui si ritrova nella sua duplice versione, italiana e dialettale: due voci della stessa anima, due modi di esprimere un dolore che nessuna lingua, da sola, riesce quasi  a contenere del tutto.

     La protagonista della poesia non voleva partire. L’Australia non era la sua terra: non custodiva la sua casa, né i ricordi della fanciullezza, né le voci e i volti che avevano reso unico il suo mondo. Eppure un giorno, dal porto di Messina, salì su una nave che la portò sempre più lontano. Fu un viaggio di settimane, fatto di giornate interminabili e di pensieri che forse non la abbandonarono mai. La misura del suo dolore traspare in ogni verso, con una discrezione che lo rende ancora più commovente.

      Come tanti emigrati, anche lei seppe ricostruire qualcosa nella terra straniera. Trovò un lavoro, ebbe una casa, diede vita a una famiglia. E tuttavia il suo cuore non si trasferì mai davvero: rimase là, in quella terra lontana che aveva dovuto lasciare. Non tornò mai più, neppure per una visita. Non per indifferenza, né per dimenticanza, ma perché il dolore della separazione era diventato troppo profondo. Tornare avrebbe significato riconoscere quanto era stato perduto; e forse la sua anima non se la sentiva più.

      La versione dialettale conferisce alla lirica una dimensione ancora più intima. Non è una semplice traduzione: è come se la poesia tornasse, dopo il racconto in italiano, alla lingua della casa, della madre, delle cose piccole e autentiche. Espressioni come «cu doluri i cori» o «doluri d’a spartenza» non aggiungono soltanto colore locale: restituiscono la materia stessa del ricordo, il calore di una parlata che appartiene alla memoria e alla famiglia. Vi si sente la voce di una comunità, di un popolo che ha conosciuto la fatica del partire e il silenzio di chi resta.

      Maria Rosa Grillo sa raccontare senza fronzoli e senza artifici una storia semplice, ma universale: quella di tante donne e tanti uomini costretti ad abbandonare questa terra per cercare altrove una possibilità di vita. Persone che seppero costruire, con coraggio e dignità, un futuro lontano, senza però smettere mai di portare nel cuore il paese perduto. È una poesia breve, ma di grande respiro umano; una pagina che parla a chiunque abbia conosciuto, direttamente o attraverso la propria famiglia, il prezzo silenzioso e pesantissimo dell’emigrazione.(Bruno Demasi)



EMIGRANTE 

No, non voleva andarci, 
non era sua la terra d’Australia, 
non era lì la sua casa 
e lì non c’erano i ricordi cari della fanciullezza. 
Ma con dolore un giorno al porto di Messina 
salì su quella nave che sempre più si allontanava.

E furono settimane di viaggio, giornate lunghe, 
pensieri che mai forse la lasciarono. 
All’arrivo sapeva solo che non era là il suo cuore. 
Poi, come tanti, nella terra straniera ebbe lavoro 
e lì anche lei fece casa e famiglia.

E no, più non tornò, neppure una visita fece 
al paesello, da lungo tempo ormai lasciato, 
perché il dolore amaro, che "spartenza" è detto, 
più non poteva fare casa nel suo cuore.



Non voliva mu vaci… 
Non era a so’ terra l’Australia, 
jà non c’era a so’ casa 
e non eranu jà i ricordi d’a so’ cotraranza. 
Ma nu jornu, o portu di Messina, 
cu doluri i cori, 
si trovau mbarcata sup’a chìja navi 
chi sempri cchjù si lluntanava.

E fu viaggiu di simani, 
di jornati longhi 
e di penzeri chi forzi n’a dassaru mai. 
Quandu rrivau sapiva sulu 
ca non era jà u so’ cori. 
Apoi, comu tant’atri, 
nta jà terra stranera 
si misi mu fatiga e fici casa, 
si fici na famigghja.

E no, cchjù non tornau, 
mancu na visita nci fici 
a chìja terra chi nd’avia dassatu, 
ca jù doluri d’a spartenza 
no nd’avia cchjù mu torna 
nt’o so’ cori.


Maria Rosa Grillo

venerdì 16 ottobre 2026

FAUSTO VITALIANO: LA CALABRIA, L’IRONIA E LE FERITE DELLA MEMORIA (di Bruno Demasi)


     La Calabria di Fausto Vitaliano è presente nei luoghi, ma ancora di più nei rapporti fra le persone: nelle amicizie che resistono agli anni, nelle parole con cui ci si difende dal dolore, nei ricordi che tornano quando si credeva di averli messi da parte. È una terra dalla quale si può partire senza riuscire a lasciarsela davvero alle spalle. Tornarvi, tuttavia, non significa ritrovare ogni cosa al proprio posto. Talvolta significa accorgersi che a essere cambiati siamo soprattutto noi.

Nato a Olivadi, nel Catanzarese, e trapiantato a Milano, Vitaliano ha attraversato linguaggi e mestieri diversi: la radio, il giornalismo, la televisione, la traduzione, il lavoro editoriale, la sceneggiatura di fumetti e cartoni animati. Ha curato per Feltrinelli volumi antologici di Beppe Grillo e Michele Serra; con Serra ha scritto il monologo teatrale Tutti i santi giorni. Prima della trilogia di Gori Misticò, aveva pubblicato con Laurana i romanzi Era solo una promessa, Lorenzo Segreto e La grammatica della corsa.¹

Un investigatore che non può aggiustare tutto e una provincia priva di oleografia

     Al centro dei tre romanzi pubblicati da Bompiani fra il 2020 e il 2022 c’è Gregorio, detto Gori, Misticò, maresciallo dei carabinieri tornato in Calabria dopo anni di servizio al Nord. Il suo paese è San Telesforo Jonico, luogo immaginario che ospita una comunità tutt’altro che pacificata. Poco lontano c’è la spiaggia del Pàparo, la mezzaluna di sabbia del primo titolo: un tratto di costa legato alla giovinezza, alle amicizie, a una parte di sé che Gori non vuole perdere.²

     Misticò ama leggere Topolino, conosce la fatica del proprio mestiere e deve affrontare una malattia oncologica. Nel romanzo d’esordio della serie è in aspettativa: non ha più la disponibilità di un tempo a combattere il male, né la certezza che il suo lavoro possa rimettere ordine nelle cose. Il brigadiere Federico Costantino, chiedendogli aiuto per un omicidio, lo costringe però a uscire, almeno in parte, da quella rinuncia.

     La malattia non è un accessorio escogitato per rendere più tormentato l’investigatore. Cambia il suo rapporto con il futuro e incrina la fiducia nel ruolo che ha ricoperto. In un’intervista a Roberto Messina, Vitaliano ha spiegato di aver immaginato un uomo che, prima della diagnosi, sapeva quale fosse il proprio posto nel mondo. Dopo, anche questa sicurezza viene meno.³ Raccontare una piccola comunità significa misurarsi con la familiarità e con il controllo reciproco, con la solidarietà e con le sue condizioni. Nei romanzi di Vitaliano, il paese può essere letto proprio attraverso questa ambivalenza: si appartiene a una trama di rapporti che sostiene, ma dalla quale non è sempre facile prendere le distanze.

     L’ironia evita che tale mondo si irrigidisca in una rappresentazione esemplare del Meridione. Il sorriso interrompe l’enfasi, ridimensiona le pretese dei personaggi, lascia intravedere le contraddizioni dietro i comportamenti più rispettabili. Non cancella la sofferenza e non rende innocuo il delitto. Impedisce, piuttosto, che la gravità degli argomenti imponga alla pagina un tono uniformemente grave.

     La definizione di «noir pieno di umanità», presente nella scheda editoriale di La mezzaluna di sabbia, coglie questo equilibrio.⁴ L’indagine conta, e sarebbe riduttivo considerarla un semplice pretesto. Ma, accanto alla domanda su chi abbia commesso il crimine, prende forma un’altra attenzione: come vivono le persone coinvolte, che cosa temono, quali perdite hanno imparato a tacere.

Tre romanzi, un percorso umano

     La trilogia delle Ultime indagini di Gori Misticò segue il protagonista attraverso casi diversi e tempi narrativi che ampliano progressivamente la conoscenza della sua storia. Leggerla soltanto come una successione di delitti risolti significherebbe trascurare ciò che tiene insieme i libri: il rapporto fra il mestiere dell’investigatore e la sua crescente esposizione alla fragilità.

     La mezzaluna di sabbia, uscito nel 2020 e vincitore del Premio Nebbia Gialla 2021, introduce Gori nel momento della sospensione. Tornato a San Telesforo Jonico, in aspettativa e provato dalla malattia, il maresciallo cerca nella spiaggia del Pàparo una tregua. La richiesta di Costantino lo riporta all’indagine e, con essa, a una relazione attiva con la comunità.⁵ Il movimento più significativo non è quello di un eroe che recupera intatta la propria forza: è quello di un uomo che, pur senza sentirsi guarito dalla sfiducia, accetta di occuparsi ancora degli altri.

   La sabbia brucia, pubblicato nel 2021, torna invece sulle circostanze che precedono la situazione del primo romanzo. Gori è impegnato a Milano in una delicata operazione antiterrorismo; qualcosa va storto e il suo percorso lo conduce nuovamente in Calabria. Il libro approfondisce così il passato del personaggio e il rapporto fra il ritorno, i ricordi e i segnali della malattia.⁶ La terra d’origine non offre una parentesi al riparo dalla vita: è il luogo nel quale ciò che è rimasto irrisolto torna a chiedere attenzione.

     Scritto sulla sabbia, del 2022, conclude la trilogia con un caso costruito intorno a un’incongruenza inquietante: una donna viene trovata morta, ma all’anagrafe risulta già deceduta dieci anni prima. L’indagine conduce Misticò anche a confrontarsi con il proprio padre.⁷ Il passato, dunque, non rimane sullo sfondo della vicenda criminale: entra nel presente e modifica la comprensione di ciò che sembrava acquisito.

Nei tre libri la ricerca della verità procede insieme alla difficoltà di accettarla. Sapere chi ha agito e perché non equivale a riparare ogni danno. La soluzione del caso può ristabilire una responsabilità; non restituisce automaticamente ciò che è stato perduto.

La lezione del fumetto, Milano , la Calabria e ciò che resta dell’infanzia

     L’attività di Vitaliano come sceneggiatore non è un dettaglio marginale del suo percorso. La sua collaborazione con il mondo Disney comprende storie e serie come Tutti i milioni di Paperone, DoubleDuck e Topolinia 20802, ricordate dal sito ufficiale di Topolino.⁸ È un’esperienza che suggerisce una chiave di lettura anche per la narrativa: l’attenzione al ritmo, agli scambi di battute, al modo in cui una scena prepara la successiva.

     Non occorre stabilire una derivazione meccanica dal fumetto al romanzo. Si può tuttavia riconoscere, nella scrittura di Vitaliano, il gusto per una narrazione che cerca il lettore senza rinunciare alle sfumature. La chiarezza dell’azione non esclude l’ambiguità dei sentimenti; la vivacità dei personaggi non li riduce necessariamente a figure comiche. La predilezione di Misticò per Topolino crea inoltre un piccolo legame fra il protagonista e il laboratorio del suo autore. È un particolare discreto, che alleggerisce il ritratto del maresciallo e gli concede un’abitudine privata, lontana dalla posa dell’investigatore interamente assorbito dal proprio tormento.

     Il rapporto fra Nord e Sud assume un’altra forma in La via del lupo, pubblicato da Bompiani nel 2024. Qui Vitaliano lascia Gori Misticò e costruisce una storia nella quale il mistero nasce dentro un’amicizia infantile e nei rapporti fra due famiglie. Americo è il figlio della maestra, un bambino preso in giro per le lentiggini; Elvo, il nuovo arrivato, gli appare più sicuro, irrequieto, capace di trascinarlo nell’avventura. Sui monti della Calabria, i due si inventano rifugi, accendono fuochi, aprono sentieri. La loro amicizia sembra destinata a diventare anche una parentela quando la madre di Americo e il padre di Elvo, entrambi vedovi, annunciano di volersi sposare. Poi Elvo scompare e quella possibilità di famiglia si spezza. Vent’anni dopo, Americo vive al Nord e scrive gialli. Il passato torna a turbarlo attraverso incontri che incrinano la versione della propria vita con la quale ha imparato a convivere.⁹

     Nella recensione dedicata al libro su Thriller Café, Damiano Del Dotto sottolinea proprio questo rapporto fra esistenza e narrazione di sé.¹⁰ È un tema che allarga il mistero oltre l’accertamento dei fatti: quanto della nostra identità dipende dalle storie che continuiamo a ripetere? E che cosa accade quando una persona, creduta definitivamente perduta, sembra smentirle?

Il ritorno che non rimette tutto a posto

     È su questo terreno che il richiamo a Vito Teti può diventare utile, purché resti un confronto e non venga presentato come una filiazione culturale accertata. Nella riflessione dell’antropologo, partire e restare non sono esperienze separate da un confine netto. Chi emigra conserva relazioni con il luogo d’origine; chi rimane assiste alla sua trasformazione e deve continuamente ridefinire il proprio modo di abitarlo. La restanza rifiuta tanto l’immobilismo quanto l’idealizzazione dei piccoli paesi: il legame con un luogo comporta anche la responsabilità di cambiarlo.¹¹

     I personaggi di Vitaliano possono essere accostati a queste domande senza farne le illustrazioni di una teoria. Misticò e Americo hanno storie diverse, ma entrambi si trovano a misurare la distanza fra il luogo vissuto, quello ricordato e quello ritrovato. La Calabria non li attende immutata, pronta a guarire le ferite prodotte altrove. Anche lì esistono conflitti, reticenze, rapporti da comprendere di nuovo.

     La doppia appartenenza di Vitaliano, calabrese per nascita e milanese per formazione, offre così una prospettiva narrativa che non ha bisogno di scegliere fra celebrazione e rifiuto. Le origini non costituiscono una garanzi; la distanza non rende necessariamente più lucidi. Sono solo condizioni dalle quali osservare le persone e il modo, spesso contraddittorio, in cui cercano di riconoscersi.

Bruno Demasi

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¹ Cfr. Bompiani, profilo di Fausto Vitaliano nelle schede del catalogo editoriale. Il profilo documenta la nascita a Olivadi, la vita a Milano, l’attività di sceneggiatore, traduttore e curatore editoriale, la collaborazione con Michele Serra e i romanzi pubblicati da Laurana. 
² Fausto Vitaliano, La mezzaluna di sabbia. Le ultime indagini di Gori Misticò, Bompiani, 2020. 
³ Roberto Messina, «Gori Misticò, L’investigatore Filosofo indaga in Calabria…», Calabria Mundi, 26 novembre 2020, intervista a Fausto Vitaliano. 
⁴ La formula «noir pieno di umanità» appartiene alla presentazione editoriale di La mezzaluna di sabbia, pubblicata nel catalogo Bompiani. 
⁵ Vitaliano, La mezzaluna di sabbia, cit. 
⁶ Fausto Vitaliano, La sabbia brucia. Le ultime indagini di Gori Misticò, Bompiani, 2021. 
⁷ Fausto Vitaliano, Scritto sulla sabbia. L’ultima indagine di Gori Misticò, Bompiani, 2022. 
⁸ Topolino, sito ufficiale, «Fausto Vitaliano — sceneggiatore», scheda dell’autore. 
⁹ Fausto Vitaliano, La via del lupo, Bompiani, 2024.. 
¹⁰ Damiano Del Dotto, «La via del lupo – Fausto Vitaliano», Thriller Café, 10 ottobre 2024. 
¹¹ Vito Teti, La restanza, Torino, Einaudi, 2022.