lunedì 18 maggio 2026

TITA FERRO: la docente che fece di Reggio Calabria una capitale della letteratura ( di Bruno Demasi)


   Chi ha la fortuna di conoscere Tita Ferro, un’infaticabile ed entusiasta professoressa in pensione, la ricorda come una docente rigorosa, appassionata, capace di formare , soprattutto tra le pareti del Liceo Classico "Tommaso Campanella", intere generazioni di studenti, che ancora l’acclamano e che da lei sono state educate non solo alla letteratura, ma alla responsabilità della parola. La sua presenza nella scuola reggina non è stata routine, ma militanza civile: non si limitava a spiegare testi, ma insegnava a guardare, a leggere il mondo, a non accontentarsi delle apparenze. E Il suo modo di insegnare era lo stesso del suo scrivere: una ricerca costante perché la scuola, per lei, non è mai stato un luogo chiuso, ma un laboratorio di cittadinanza così come Reggio Calabria non è mai stata periferia, ma un luogo in cui la cultura poteva prosperare, purché qualcuno avesse il coraggio di iniziare a  costruirla.

    Oltre l’insegnamento, sempre amato, cuore della sua attività pubblica è stato ed è l’impegno nell’associazione culturale “Pietre di Scarto”, da lei a lungo presieduta. Un nome che è già un manifesto: ciò che viene scartato, ciò che non è al centro, può diventare fondamento, materiale di costruzione. Sotto la sua guida, l’associazione — legata alla rete culturale BombaCarta — ha promosso per anni un ciclo di Convegni Nazionali sulla Letteratura, diventati un punto di riferimento non solo per l’intera Regione, ma capaci di attrarre a Reggio Calabria da tutta Italia, e non solo, intellettuali di elevatissima statura, tra i quali amo ricordare:

· Carlo Ossola: uno dei massimi filologi e critici letterari italiani, docente al prestigioso Collège de France di Parigi, che partecipò all'VIII Convegno ("Il volto del libro", 2011) dialogando con gli studenti delle scuole superiori sul suo saggio Il continente interiore;

· Padre Antonio Spadaro: saggista, critico letterario (a lungo direttore de La Civiltà Cattolica) e fondatore di BombaCarta, legatissimo all'associazione di Tita Ferro. Ha presentato proprio a Reggio Calabria, in anteprima nazionale, importanti lavori saggistici come Svolta di respiro;

· Eraldo Affinati: celebre scrittore (finalista al Premio Strega e al Premio Campiello) e saggista, da sempre impegnato sui temi della pedagogia e della letteratura;

· Paolo Di Paolo: apprezzato scrittore, finalista del Premio Strega e saggista, che in occasione dei convegni (come il IX nel 2012 e il X nel 2013) incontrava gli studenti nei licei reggini;

· Stefano Redaelli: scrittore e docente di letteratura, ospite e relatore in diverse rassegne;

· Saverio Simonelli: giornalista culturale, scrittore e saggista (noto volto di TV2000);

· Cristiano Cavina: amatissimo scrittore romagnolo (autore di successi per Marcos y Marcos e Feltrinelli, come I frutti dimenticati o Invisibili) che ha partecipato attivamente, portando la sua esperienza di narratore legato alle storie di terra, di provincia e di tradizione orale;

· Vins Gallico: scrittore reggino di nascita ma di respiro nazionale (finalista al Premio Strega con il romanzo d'esordio Portami a casa), che ha portato la sua voce di autore e intellettuale contemporaneo;

· Andrea Monda: scrittore, saggista e direttore dell'Osservatore Romano. All'epoca presidente di BombaCarta, è stato una presenza chiave in diverse edizioni dei convegni, spesso nel ruolo di moderatore, saggista o stimolatore del dibattito tra gli autori;

· Silvia Guidi: giornalista culturale e saggista (firma di punta delle pagine culturali dell'Osservatore Romano), che ha offerto importanti chiavi di lettura critiche, come nella memorabile relazione d'apertura dell'edizione del 2016 intitolata "Letteratura e Follia";

· Maram al-Masri: la celebre poetessa e scrittrice siriana, considerata oggi una delle voci femminili più potenti e influenti della letteratura araba contemporanea, è stata ospite a Reggio Calabria in eventi legati ai percorsi di lettura e scrittura civile dell'associazione;

· Rosa Elisa Giangoia: scrittrice, poetessa e saggista ligure che ha partecipato attivamente ai dibattiti reggini, portando il proprio contributo sul ruolo della donna nella trasmissione della memoria letteraria;

· Rosellina Archinto: editrice di fama nazionale, fondatrice della casa editrice Archinto, è stata relatrice d’apertura del XII Convegno (2015) con Viaggi di carta o il piacere della lontananza ;

· Nancy Antonazzo: presidente dell’associazione messinese Terremoti di carta, intervenuta nelle tavole rotonde del XII Convegno;

· Paola Abenavoli:giornalista e critica teatrale/cinematografica, autrice di saggi, firma di Cultural Life. Ha seguito e presentato varie edizioni dei convegni, in particolare il IX (2012) dedicato alle presenze femminili nella letteratura .

    Tantissimi altri nomi celebri sono passati da Reggio Calabria oltre quelli citati, tutti blasoni per Tita Ferro, cui va il merito assoluto di essere riuscita a far risuonare in questo lembo di Italia proiettato sul Mediterraneo le voci della grande letteratura contemporanea senza barriere geografiche, etniche e culturali. E non sono stati mai nomi capitati per caso e nemmeno eventi episodici quelli che li hanno visti protagonisti, ma percorsi chiarissimi: ogni anno un tema, ogni tema un modo per interrogare la letteratura come forma di conoscenza. I convegni erano annuali, con atti pubblicati o raccolti e affrontavano temi mai banali, spesso formulati in forma narrativa o simbolica.Tra i tanti , tutti di grande spessore per il loro respiro nazionale e spesso anche internazionale, voglio ricordare, ma solo a titolo esemplificativo, qualche edizione memorabile alla quale direttamente o indirettamente ho avuto l’onore di collaborare: 
 
VII Convegno (2010 ) – Letteratura e vita.
VIII Convegno (2011) – Il volto del libro: uno, nessuno, centomila.
IX Convegno (2012) – Una donna un libro. Presenze femminili nella letteratura.
X Convegno (2013) – Nei boschi narrativi alla ricerca del lupo.
XII Convegno (2015) – Le lettere nella letteratura.
XIII Convegno (2016) – Letteratura e follia.


    Ogni edizione un tassello di un progetto più grande: costruire una comunità culturale stabile, capace di dialogare con il panorama nazionale. Ferro in proposito citava e cita spesso Erri De Luca: «La letteratura è un paio di occhiali per vedere ciò che prima non vedevamo.» E questa frase potrebbe essere il motto dei suoi convegni: la letteratura come strumento di visione, come esercizio di responsabilità civile, le uniche dimensioni sulle quali si può fondare la rinascita reale di questa terra al di là degli slogan folklorici e antropologici.
 
    Tita Ferro è una figura che Reggio Calabria dovrebbe riconoscere come parte del proprio patrimonio culturale. Una docente che ha trasformato la scuola in un luogo di pensiero, capace di raccontare il mondo con finezza e misura. Un’ instancabile organizzatrice che ha costruito continuità, non solo eventi. Una intellettuale del Sud che ha dimostrato che la provincia non esiste, quando c’è un progetto.

    Nella sua lunga carriera non ha solo insegnato, mostrato e analizzato per i suoi allievi la sintassi della vita e dell’arte, ha saputo anche esercitarla in quella veste narrativa che ella tanto ama. Ce ne offre un intenso esempio in una storia brevissima, ma grande quanto l’infinito dei sentimenti. Una storia creata di getto su una foto a lei assegnata in un laboratorio di scrittura e dalla quale occorreva trarre lo spunto per un racconto che lei ha scritto e che qui voglio riportare, come suo regalo, insieme alla foto-guida che gliel’ha ispirata:

                                                                         LA LETTERA

  Il carrarmato ha rallentato la sua corsa con rumore assordante di ferraglia, poi si è fermato nelle vicinanze del campo mobile, il boccaporto si è scoperchiato di colpo e nella sua sagoma tonda sei apparso tu, la testa coperta da un pesante fazzoletto annodato sulla nuca e gli occhiali da vista, la parte superiore del busto in tuta mimetica a larghe chiazze di grigio verde marrone.

   Hai dato un rapido sguardo intorno quindi ti sei tirato fuori e sei sceso con un salto sulla distesa di sabbia e piccole pietre, avamposto del deserto.

   Hai visto l'appuntato venirti incontro con la mano alzata che sventolava una busta bianca, ti ha raggiunto col fiatone e ti ha urlato -posta per te, signor tenente-, prima di irrigidirsi sull'attenti.

   Hai ringraziato e, dopo un rapido -riposo!-, hai preso la lettera, lo hai congedato e ti sei fermato a qualche metro dal pesante carro.

   Hai portato istintivamente la lettera alle labbra, prima di aprirla, riconoscendo la grafia sottile, per un bacio che voleva andare al di là del piccolo rettangolo bianco, respirare, se mai lo mantenesse ancora, un profumo, aiutarti a ripescare dentro di te un'immagine di giovane donna pensierosa, ma fiduciosa.

   In un attimo tutto scompare, la sabbia ondulata, il calore del sole accecante, non senti neppure le raffiche lontane dei mitra e il tuono dei cannoni dal campo di battaglia a qualche chilometro di distanza.

   C'è un grammofono sul mobile bar nella vostra stanza da pranzo, lei si avvicina, ha in mano il vostro disco, "Grande, grande, grande", cantato da Mina, che ti ha regalato nei primi anni di fidanzamento, perché "con te dovrò combattere", diceva: i capelli neri le nascondono il volto mentre si china per mettere il disco, ha ancora il grembiule delle faccende domestiche sul pigiama bianco a fiorellini azzurri, le pantofole ai piedi, come ogni mattina quando rifà il look alla camera da letto e lava qualche tazzina prima di vestirsi ed uscire.

   E tu, mentre le prime note si diffondono nell'aria, tu attendi che si volti a guardarti, e, con la solita finta civetteria, ti tenda le braccia per invitarti a qualche passo di danza.

   Ma non fai in tempo a fissare il suo volto, il pesante carro amato riprende il suo rumore assordante e te la strappa via.

   Con un rapido sguardo alla lettera, riesci a leggere solo la prima riga, -Andrea, amore, aspettiamo un bimbo- .

   Rimetti la lettera nella busta e questa nella tasca interna del giubbotto da campo, sul cuore, risali sul carro armato con un salto e scompari nel boccaporto.

   Il portellone si richiude pesante sopra di te.                                                                                                                                                                                            Tita Ferro 

 

 

     Il testo prodotto da Tita Ferro è emblematico, forse la migliore sintesi simbolica tra il suo intuito affinato in anni di docenza e la sua dirompente vocazione letteraria. Si apre con un movimento meccanico, quasi cinematografico:«Il carrarmato ha rallentato la sua corsa con rumore assordante di ferraglia…» La scena è asciutta, concreta, governata da verbi che non lasciano scampo: rallentare, fermarsi, scoperchiarsi, scendere. Poi, all’improvviso, la scrittura compie un salto: il deserto si dissolve, la guerra arretra, e il soldato entra in un ricordo domestico, intimo, quotidiano. È un passaggio netto, ma non brusco: Ferro lo governa con una naturalezza che rivela una mano esperta, abituata a lavorare tra realtà e memoria. Il cuore del racconto è in una frase che sembra uscire da un romanzo breve:«Hai portato istintivamente la lettera alle labbra… per un bacio che voleva andare al di là del piccolo rettangolo bianco…»Qui c’è la sua poetica: la lettera come ponte, la scrittura come gesto che supera la distanza, la memoria come luogo in cui il mondo si ricompone. E poi il finale, asciutto, quasi crudele: il carro armato riparte, il ricordo si spezza, la lettera torna sul cuore, e il portellone si chiude. «Il portellone si richiude pesante sopra di te.» Una chiusura fisica che diventa chiusura emotiva.

    Un racconto che è, in fondo, un autoritratto indiretto di Tita Ferro: la sua scrittura è ciò che la sua vita culturale è stata ed è: un ponte tra mondi lontani perché, come spesso afferma ella stessa, «La letteratura è qualcosa che riguarda la vita, è in stretto contatto con la nostra vita». Il racconto si chiude con una frase che sembra parlare anche di lei: «Rimetti la lettera nella busta… sul cuore.» È lì che va rimessa oggi la sua opera: sul cuore della città, della scuola, della memoria collettiva perchè non è un capitolo del passato, ma un seme prezioso e ancora attivo: una delle rare esperienze in cui Reggio Calabria ha saputo farsi luogo di pensiero, non per caso ma per scelta

                                                                                                                  Bruno Demasi

domenica 17 maggio 2026

LA CALABRIA A PIENO TITOLO AL “ 38^ SALONE DEL LIBRO DI TORINO” 2026 (di Bruno Demasi)

    Giunge oggi al clou Il Salone del Libro di Torino, 38ª edizione; chiuderà domani, dopo cinque giorni di incontri, letture, dialoghi e presentazioni di ogni genere. È un’edizione che ha scelto come tema Il mondo salvato dai ragazzini, omaggiando Elsa Morante e la sua fiducia nella vitalità delle nuove generazioni . Un tema che, quasi naturalmente, parla anche alla Calabria: una terra che da anni affida ai giovani, e ai libri, il compito di immaginare un futuro diverso.

    In questo Salone la Calabria non è una comparsa. È una presenza discreta ma riconoscibile, fatta di molti editori indipendenti, autori che lavorano sulla memoria e sulla lingua, e nuove voci che raccontano un Sud non stereotipato, capace di reinventarsi. Una letteratura che resiste e si rinnova che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più definito nel panorama nazionale: non più soltanto “letteratura marginale”, ma laboratorio di esperienze e di innovazione. Una Calabria letteraria che oggi si muove almeno lungo tre direttrici: la memoria come resistenza (storie familiari, paesi interni, migrazioni, ritorni, la denuncia civile); la scrittura come strumento di chiarificazione contro le zone d’ombra del potere; la nuova generazione: autori e autrici che raccontano la Calabria senza complessi, con una lingua più mobile, europea, spesso ibridata con il reportage.

  Il Salone di Torino quest’anno per una regione come la Calabria significa almeno tre cose: riconoscimento della presenza degli editori calabresi in un contesto che ospita figure come Emmanuel Carrère, David Grossman, Irvine Welsh, Zadie Smith; legittimazione culturale : la Calabria non è più soltanto oggetto narrativo, ma soggetto culturale; proiezione verso i giovani : il tema del Salone, dedicato ai ragazzi, risuona con alcune coraggiose iniziative calabresi che cercano di riportare gli autori nelle scuole. Una Calabria dunque che parla al Paese da un palcoscenico dove la sua voce non è più minoritaria. Una voce che racconta fragilità e resistenza, ma anche invenzione, ironia, speranza. La Calabria che scrive e che legge evidentemente non vuole essere più ai margini, ma dentro il discorso culturale italiano presentandosi con una delle delegazioni più ricche degli ultimi anni e con almeno 82 eventi.

I TANTI EDITORI CALABRESI PRESENTI AL SALONE 2026:

Rubbettino Editore (Soveria Mannelli) 
Storica casa editrice, tra le più importanti del Mezzogiorno.

Pellegrini Editore (Cosenza) 
Narrativa, saggistica, memoria civile.

Città del Sole Edizioni (Reggio Calabria) 
Narrativa, poesia, studi sul territorio.

Barbaro DBE Editore (Oppido Mamertina) 
Narrativa, storia locale, memoria familiare.

Laruffa Editore (Reggio Calabria) 
Saggistica, diritto, storia.

Kaleidon Edizioni (Reggio Calabria) 

Fotografia, arte, storia urbana. 

Edizioni Grafiché (Lamezia Terme) 

Saggistica e cultura locale.

Libritalia (Catanzaro) 
Narrativa contemporanea, nuove voci calabresi.

Santelli Editore (Cosenza) 
Narrativa, manualistica, editoria pop.

Altravista (Cosenza) 
Saggistica e studi sociali.

Editoriale Progetto 2000 (Cosenza) 
Saggistica religiosa e culturale.

Edizioni Meligrana (Vibo Valentia) 
Narrativa, poesia, editoria indipendente.

Edizioni Ursini (Catanzaro) 

Narrativa, storia, tradizioni popolari.

Edizioni Il Filorosso (Cosenza) 

Poesia e narrativa sperimentale.

Edizioni Erranti (Reggio Calabria) 
Nuove scritture, reportage.

Edizioni Acheronte (Reggio Calabria) 
Narrativa di ricerca.

Edizioni La Rondine (Catanzaro) 
Narrativa per ragazzi.

Edizioni Doria (Reggio Calabria) 
Narrativa e storia locale.

Edizioni MonteCovello (Vibo Valentia) 
Narrativa e poesia.

Edizioni Thoth (Reggio Calabria) 

Saggistica, archeologia, storia antica.

Edizioni Città del Vento (Catanzaro) 
Narrativa e poesia.

Edizioni Rossini (Cosenza) 
Narrativa e saggistica.

Edizioni Il Sileno (Cosenza) 

Saggistica accademica e studi culturali.

Edizioni Asterione (Reggio Calabria) 

Narrativa e poesia.

Edizioni Accademia dei Caccuriani 
Saggistica storica.

Edizioni Calabria Letteraria (Soveria Mannelli) 
Tradizioni, storia, cultura regionale.

Ferrari Editore (Cosenza) 

Saggistica contemporanea, reportage, storia locale.

Edizioni La Torre (Reggio Calabria) 

Narrativa e saggistica.

Edizioni Settecolori (Catanzaro) 

Letteratura per l’infanzia.

     La forza della delegazione calabrese non sta solo nei numeri, ma nella diversità dei cataloghi: editori storici che hanno costruito un’identità culturale forte; editori giovani che sperimentano linguaggi nuovi; realtà territoriali che custodiscono memoria, dialetti, tradizioni; editori che lavorano sulla saggistica civile e antropologica; case editrici che investono nella narrativa contemporanea. 
 
    Il Salone 2026 mostra una Calabria pluralista, matura, consapevole, capace di dialogare con il panorama nazionale e internazionale, con i suoi oltre 160 autori presenti, ta cui: Carmine Abate, Giuseppe Aloe, Eugenio Attanasio, Tiziana Barillà, Francesco Bevilacqua, Giuseppe Bova, Dario Brunori (Brunori Sas), Angela Bubba, Domenico Cavallo,Giovanni Chiodi, Gioacchino Criaco, Pietro Cremona, Maria Teresa D’Agostino, Domenico Dara, Anna De Fazio Siciliano, Anna Maria De Luca, Nicola Fiorita, Mimmo Gangemi, Francesco Gioffrè, Nino Greco, Francesco Idotta, Michelangelo Iossa, Francesco Kostner, Vincenzo Linarello, Bruno Magno, Fortunato Mannino , Giuseppe Mercurio, Saverio Miceli, Raffaella Misiti, Francesca Neri, Bruno Panuzzo, Vincenzo Pata, Paola Piroso, Anna Russano Cotrone, Francesco Scarpino, Marcello Sestito, Giuseppe Smorto, Luigi Tassoni, Vito Teti, Elena Trunfio.

                                                                                                                 Bruno Demasi

 

sabato 16 maggio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: RICHARD KEPPEL CRAVEN (1821) ( di Rocco Liberti)

    In questa nuova tappa di studio dei viaggiatori stranieri dell’Ottocento in Calabria Rocco Liberti affronta Keppel Craven non come un semplice turista colto, ma come un testimone di un’epoca di transizione: il primo straniero che si avventura nel Sud dopo il decennio francese, quando la regione, ferita dai terremoti e interessata dalle ricostruzioni, torna lentamente a rivivere. L’Autore segue il suo itinerario — da Rocca Imperiale a Cassano, da Capo Colonna a Tiriolo, da Pizzo a Palmi, fino a Reggio — con una precisione che restituisce sia i luoghi sia il modo in cui essi si offrivano allo sguardo di un viaggiatore del 1821. Il merito del testo sta proprio qui: nella capacità di intrecciare la geografia reale con la geografia immaginaria che Craven porta con sé. Le sue note sulle devastazioni del 1783, sulle case di legno, sulle pozze stagnanti di Seminara, sulle architetture ricostruite diventano non semplici citazioni, ma indizi di un rapporto complesso tra la Calabria e chi la attraversa nelle mani di Liberti che non si limita a riportare: controlla, confronta, verifica, mettendo in dialogo Craven con Pomponio Mela, Swinburne, Hamilton. È un lavoro di scavo paziente, quasi artigianale, che arricchisce la serie dedicata ai viaggiatori stranieri in Calabria e conferma il suo stile e il suo metodo: una scrittura limpida, una documentazione rigorosa, una sensibilità critica che sa far parlare le fonti senza sovraccaricarle. (Bruno Demasi) 

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   Primo viaggiatore a farsi avanti dopo il decennio francese è stato il barone inglese Richard Keppel Craven, giunto in Calabria nel 1821, che ha affidato le sue peregrinazioni e relative impressioni all’opera “Viaggio nelle province meridionali del regno di Napoli”. Siamo ormai in un’epoca meno agitata e il turista estero ha modo di cogliere con più distacco notizie e costumanze. Nato nel 1779, dopo la morte del padre ha seguito la madre, che si era risposata, a Napoli, dove è morto nel 1851. Ha compiuto vari viaggi in Europa, ma anche lui è stato attratto dalle terre del sud.

    Dopo aver visitato la Puglia, eccolo in Calabria attraverso Policoro. Il primo paese a farsi avanti è stato Rocca Imperiale, quindi a mano a mano Cassano, Capo Colonna e poi verso l’interno Tiriolo, Serra, quindi Pizzo. A ridosso della Piana di Gioia si è portato a Feroleto, un misero villaggio costruito con mattoni crudi e tegole rotte tuttochè collocato in un territorio fertile. Trattenutosi a mangiare, ha potuto rimediare a malapena una piccola quantità di granturco per i cavalli e un paio di olive e del pane raffermo per lui. Dopodichè, si è messo in cammino e ha avuto l’opportunità di scorgere i centri notevoli di Galatro, Polistena e San Giorgio col suo bel castello. Prima del tramonto è riuscito a portarsi a Casalnuovo e, qui giunto, ha cercato la casa del principe di Gerace, il cui agente era a conoscenza dell’arrivo. La magione si qualificava uno dei pochi edifici di una certa dimensione, in quanto tutti gli altri si offrivano bassi e di legno. Il paese, ch’era situato al di sotto della catena delle colline, godeva di una magnifica prospettiva sulla valle sottostante che aveva a fronte il Golfo di Gioia. Nel corso della trattazione non mancano cenni sui centri ch’erano stati devastati dal sisma del 1783 come Terranova e Seminara. Terranova occupava una delle più belle posizioni immaginabili e le fenditure del terreno causate dal sisma erano lontane dall’influire sul suo aspetto generale. Seminara, già fiorente, all’epoca era distrutta nella più gran parte dell’abitato e attorno si offriva tutta un’aria mefitica causata dalle numerose pozze stagnanti originatesi dal blocco dei torrenti e quindi dalla susseguente formazione di laghi.

    Da Casalnuovo Keppel Craven ha volto il passo verso Gerace e al ritorno si è incamminato per Palmi, Bagnara, Scilla e, infine, Reggio. Anche lui, come il De Custine, è rimasto assai affascinato dalla visione di Palmi, città nella quale è stato ricevuto dal Sottintendente. Questa la sua vivida impressione: «Come Taormina, che non avevo ancora visitata, devo considerare Palmi posta in una situazione così particolare da essere difficilmente concepita dalla immaginazione umana, e da essere al di là della possibilità di un disegno». Di Palmi ha notato in particolare l’ambiente marino e le coltivazioni all’intorno come pure il corso d’acqua che forniva l’alimento primo a tanti mulini ubicati lungo la discesa che porta al mare. Per quanto riguarda il volto della città nuova si complimenta per come esso al tempo si presentava: «La città di Palmi, fra tutte quelle che soffrirono per il terremoto dell’anno 1783, è la prima che ho visto ricostituita in una maniera che ricorda il suo antico splendore; le case erano quasi tutte di pietra e di una certa altezza, le loro architetture solide e di buono stile; e la regolarità osservata nella sua ricostruzione aggiunge molto alla dignità, se non alla grandiosità, del suo aspetto. Oggi ha 7000 abitanti e sembra godere di condizioni abbastanza floride. Una fontana abbondante d’acqua, posta nel centro della piazza principale, rappresenta un grande albero di palma probabilmente in allusione al nome della città. 
 L’acqua si alza attraverso i rami più alti ed è poi emessa dalle bocche di quattro delfini scolpiti sul tronco dell’albero e cade in altrettanti larghi bacini accessibili al pubblico. Questo è l’unico monumento rimasto dopo il terremoto che distrusse tutta quanta la città».


    Dopo Reggio il viaggiatore francese ha fatto rientro a Casalnuovo e da qui, via Rosarno e Laureana, si è portato prima a Mileto e poi via via fino a un certo punto ha seguito l’itinerario costiero, per finire come tanti altri al passo di Campotenese. Da qui il definitivo avvio verso Napoli. Keppel Craven, che per le note storiche e le considerazioni più comuni ha tenuto presenti i lavori di personalità antiche come Pomponio Mela e recenti come lo Swinburne e l’Hamilton, nella sua opera ha tratteggiato variamente usi e costumi della regione e le notevoli devastazioni causate dai terremoti[1].
                  
                                                                                                                                       Rocco Liberti
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[1] A tour through the southern provinces of the Kingdom of Naples by the Hon. Richard Keppel Craven, London Printed for Rodwell and Martin 1821; R. KEPPEL CRAVEN, Viaggio nelle province meridionali del Regno di Napoli, trad. di Connie Castanò e Maria Concetta Sorace, Abramo, Catanzaro 1991.