venerdì 13 marzo 2026

CERAMÌDA: il villaggio calabrese bistrattato dagli uomini e benedetto da Dio ( di Bruno Demasi )


   Alcuni luoghi di confine, sebbene minuscoli e anonimi sulla carta geografica, custodiscono un respiro certamente molto più grande del loro perimetro. Ceramìda è uno di questi. Oggi il piccolo villaggio arrampicato sulle pendici tirreniche dell’Aspromonte, profumato dall’ampio respiro del mare sottostante, malgrado la sua microstoria tempestosa e la sua attuale marginalità civile, ospita stabilmente una delle più vitali realtà religiose del Sud: la Cittadella dell’Immacolata. E’ la casa dei Piccoli Fratelli e Sorelle dell’Immacolata, una comunità di circa cinquanta consacrati che ha trasformato il luogo in una oasi di pace, silenzio e spiritualità, capace di richiamare ogni anno migliaia di pellegrini e visitatori. 

   Eppure, prima di diventare un approdo spirituale di tanto significato, Ceramìda è stata un approdo umano: un villaggio nato dalla necessità, dalla fuga, dalla ricostruzione. Un luogo che ha conosciuto terremoti, rivoluzioni, contese amministrative, e che ha visto passare pastori, massari, frati, briganti, francesi, borbonici e viaggiatori increduli.La sua storia è breve, ma intensa. E soprattutto è una storia che parla di radici, di identità, di resistenza.Il nome stesso del villaggio è un indizio prezioso. Deriva probabilmente dal greco κεραμίδα (“tegola”) o κεραμίδιον (“fornace per tegole”), richiamando un paesaggio fatto di argilla, fuoco e mani che modellano.


   Rocco Liberti, nel n. 63 dei Quaderni Mamertini, osserva che nessuna delle terre ecclesiastiche privatizzate tra 1784 e 1815 ricade in “Ceramìda”, mentre ben tre ricadono in “Ceramidìo”¹. Un dettaglio che suggerisce l’esistenza, in età moderna, di un’area produttiva distinta, forse più antica dell’abitato attuale. Ceramìda in ogni caso non compare nelle descrizioni settecentesche della Calabria. Il Galanti, che nel 1792 attraversò la Piana e il versante tirrenico, non la nomina affatto². E questo silenzio è eloquente: significa che l’abitato non esisteva ancora come nucleo riconoscibile. La prima menzione certa è del 18 febbraio 1799, nel Liber defunctorum di Seminara, che registra l’uccisione del trentenne Giovanni Romeo, episodio legato al passaggio delle bande del cardinale Ruffo³.«...avvenuta a Ceramìda il 18 febbraio 1799…»⁴

    I pochi studiosi che se ne sono occupati concordano nel collocare la nascita del villaggio dopo il grande terremoto del 5 febbraio 1783, quando gruppi di pastori seminaresi, sfollati dalle aree più colpite, avrebbero stabilito capanne e ricoveri nella zona. Il documento del 1848, riportato da Liberti, lo conferma con limpida precisione:«…da quei puochissimi pastori che fissarono le loro capanni coi puochi armenti nel punto ove è Ceramìda attuale…»⁵. Ceramìda nasce dunque come insediamento pastorale post-sismico, un villaggio di ricostruzione spontanea, figlio della necessità e della mobilità montanara.

    Durante il decennio napoleonico, nel 1807, Ceramìda viene elevata a università (cioè comune autonomo) e inclusa nel governo di Scilla⁶, ma è un riconoscimento effimero: nel 1811 venne retrocessa a frazione di Seminara, status confermato nel 1816.Il 12 febbraio 1834, infine, distaccata da Seminara e assegnata definitivamente a Bagnara Calabra⁷.Questo passaggio amministrativo, apparentemente tecnico, genera tensioni profonde che esploderanno quattordici anni dopo.

  Il 2 giugno 1848 infatti, in pieno clima rivoluzionario, un gruppo di abitanti di Ceramìda si presenta dal notaio Francesco Rizzi di Gioia Tauro per chiedere il ritorno sotto Seminara. Tra i firmatari: don Vincenzo La Rosa, economo curato; l’eletto Antonio Ottanà; membri delle famiglie Arfuso, Ottanà, Cammareri, Gramuglia, Zoccali, Palamara, Mazzocca, Zagari. Tutti massari, tutti legati da vincoli di parentela e di terra. Il documento è un atto di accusa severo: false promesse dei proprietari bagnaresi; aumento dei carichi fiscali; assenza di strade interne; limitazioni al pascolo; alienazione illegittima di quote di terreno; svantaggi nella leva militare (13 coscritti contro i 7 di Bagnara); assenza di istituzioni assistenziali, presenti invece a Seminara. Il tono è insieme politico e affettivo: «…farli ammettere novamente nel territorio ove essi aprirono gli occhi alla luce…»⁸.Il documento fu redatto nella casa comunale di Seminara, segno che l’élite seminarese appoggiava la richiesta. La petizione non ebbe successo. Ceramìda rimase a Bagnara, ma la ferita amministrativa continuò a pulsare per decenni. Nel 1853 furono restituite a Bagnara 36 quote demaniali della contrada Ceramìda, alienate illegittimamente nel primo decennio post-quotizzazione⁹. Nel 1857 il comune concesse in enfiteusi: 20 quote a Giacomo Denaro; 10 a Santo De Leo; 5 a Francesco Arfuso; 1 a Francesco Versace. Un epilogo amministrativo che conferma la fondatezza delle lamentele del 1848.

    Nonostante il passaggio amministrativo a Bagnara, Ceramìda rimase sotto la diocesi di Mileto fino al 1979, quando fu trasferita all’arcidiocesi di Reggio Calabria¹⁰. La sua è una parrocchia quindi di confine: estrema periferia della diocesi metropolita di Reggio Calabria – Bova e a ridosso del confine che la separa dalla diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. Quasi una conferma geografica della sua vocazione a un’appartenzenza non solo territoriale, ma soprattutto spirituale.

   Oggi Ceramìda è in effetti un luogo trasformato. La presenza della Cittadella dell’Immacolata, con i suoi Piccoli Fratelli e Sorelle dell’Immacolata, ha ridato vita a un territorio che sembrava destinato allo spopolamento. Il silenzio dei monti, un tempo abitato solo dal vento e dai pastori, è oggi attraversato da canti, preghiere, pellegrini, famiglie, giovani in ricerca di senso.Un luogo nato dalla precarietà è diventato un approdo di accoglienza come pochi. Un villaggio nato dalla fuga è diventato un villaggio di ritorno. E Ceramìda, piccola com’è, continua a sorprendere.

Bruno Demasi
_____________________
1) R. Liberti, “Un piccolo villaggio del Tirreno reggino: Ceramìda”, in Quaderni Mamertini, n. 63, Oppido Mamertina 2004, p. 29.
2) G.M. Galanti, Giornale di viaggio in Calabria (1792), a cura di A. Placanica, Napoli 1981.
3) R. Liberti, op. cit., p. 29.
4) Ibidem.
5) Atto notarile Rizzi, 2 giugno 1848, in Liberti, op. cit., p. 30.
6) G. Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, Chiaravalle Centrale 1973, s.v. “Ceramìda”.
7) G. Valente, La Calabria nella legislazione borbonica, Chiaravalle Centrale 1977, pp. 212–213.
8) Atto notarile Rizzi, cit., p. 30.
9) G.Valente, La Calabria nella legislazione borbonica, op. cit. ,p. 703.
10) Archivio Diocesano di Reggio Calabria, Atti 1979.


mercoledì 11 marzo 2026

LAZARE. SOGNI DI UN CONCASSEUR: la Calabria vista da chi arriva e da Ennio Stamile (di Bruno Demasi)

     Quando Lazare mette piede in Calabria, non porta con sé solo un nome. Porta un continente intero, una storia che non è ancora stata ascoltata, un corpo che ha attraversato deserti, prigioni, mare. Don Ennio Stamile lo incontra così: «con gli occhi che non chiedevano pietà, ma riconoscimento». È da questo sguardo che nasce Lazare. Sogni di un concasseur (Castelvecchi, 2025–2026), un libro che non si limita a raccontare una vicenda individuale, ma tenta un’operazione più radicale: spostare il baricentro della narrazione calabrese: non più la Calabria che parte, ma la Calabria che accoglie, non più il Sud come periferia, ma il Sud come frontiera viva del Mediterraneo.

    Stamile, sacerdote calabrese, che non insegue ritualità stucchevoli e schemi  autocelebrativi, impegnato in una missione quotidiana non certo accademica, non è un narratore neutrale. È un testimone, un mediatore, un uomo che vive ogni giorno il confine tra legalità e vulnerabilità. Il suo libro è un reportage civile che attraversa intensamente le rotte migratorie; le fragilità istituzionali; le reti di solidarietà; la violenza invisibile del viaggio; la forza delle micro-comunità che resistono. Lazare diventa così un personaggio-simbolo, ma mai un’astrazione. Stamile lo restituisce nella sua concretezza: «aveva mani che sembravano conoscere il peso del mondo». Eppure, il libro non indulge nel pietismo. Non cede alla retorica della vittima e non costruisce eroi, ma  persone comuni.

  Il titolo è già un manifesto. Il “concasseur” è il frantumatore, la macchina che spezza le pietre. Lazare, nel suo paese, lavorava così: «frantumava rocce per costruire strade che non avrebbe mai percorso». Stamile trasforma questa immagine in una metafora potente, come se affermasse che Lazare frantuma pietre, il viaggio frantuma la sua vita, la Calabria frantuma i pregiudizi, la narrazione dominante frantuma la sua voce. Eppure, da queste fratture nasce una possibilità: ricomporre. Il libro è un atto di ricomposizione.

    Una delle intuizioni più forti del saggio è la capacità di leggere la Calabria non come sfondo, ma come protagonista. Stamile lo dice con chiarezza: «qui, dove finisce l’Italia, comincia l’umanità». La regione diventa nel medesimo tempo un punto di approdo, un luogo di sospensione, un crocevia di lingue e di ferite, un laboratorio di convivenza mostrandosi come uno dei territori oggi più esposti alle dinamiche globali: migrazioni, crisi economiche, criminalità organizzata, ma anche reti civili, parrocchie, associazioni, famiglie che aprono le porte.È un Sud che non chiede indulgenza. Chiede di essere guardato. 
 
  La forza del libro sta nella sua struttura ibrida giocata su quattro elementi tra loro in simbiosi: narrazione: la storia di Lazare, raccontata con ritmo e immagini; analisi: dati, riferimenti normativi, contesto geopolitico; testimonianza: la voce di chi accoglie, di chi lotta, di chi resiste; riflessione etica: cosa significa essere umani in un tempo di confini. Il tutto con una lingua sobria, ma capace di fenditure improvvise. Quando viene descritto il mare, ad esempio, è chiamato «la grande bocca che inghiotte e restituisce senza spiegazioni»; quando si parla della burocrazia, la si definisce «la seconda frontiera, più dura della prima».  
 
    È un libro che non consola, non assolve e non accusa. Spiega. E nel farlo, costringe a guardare. Lazare è un saggio che parla della Calabria, ma anche dell’Italia. Parla di migrazioni, ma anche di noi. Parla di un ragazzo africano, ma soprattutto del modo in cui lo guardiamo. È un libro che mette in crisi le narrazioni facili: quelle della paura, quelle del buonismo, quelle dell’indifferenza. E propone un’altra via: la responsabilità. Per questo è un testo che convince. Perché non chiede di scegliere da che parte stare. Chiede di capire cosa significa stare dalla parte giusta. E’ insomma uno dei saggi civili più importanti della nuova stagione calabrese. È un libro che attraversa la frontiera e la restituisce come luogo di possibilità, che ricorda una verità semplice e radicale: che ogni storia, se ascoltata davvero, può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Soprattutto quello più vicino a noi.

Bruno Demasi

lunedì 9 marzo 2026

"STORIA DELL’ITALIA MERIDIONALE" di Pino Ippolito Armino: una lettura critica (di Bruno Demasi )

     «L’Italia è stabilmente tra i 10 Paesi con l’economia più sviluppata al mondo ma, al tempo stesso, il Meridione è l’area arretrata più estesa d’Europa»¹. Non è un incipit neutro, è un dispositivo analitico. Armino lo colloca all’inizio di questo saggio come si pianta un chiodo nel legno, per costringere il lettore a misurarsi con una contraddizione che non è solo economica, ma identitaria. È la soglia da cui prende forma Storia dell’Italia meridionale (Laterza, 2025), un libro che non si limita a raccontare, ma interroga, seziona, ricompone. E soprattutto mette in crisi.

    L’impressione, leggendo le prime pagine, è quella di entrare in un archivio vivo. Non un deposito di carte, ma un luogo in cui la storia pulsa ancora, come se le decisioni prese due o tre secoli fa continuassero a riverberarsi nelle scelte politiche di oggi. Armino si muove in questo spazio con passo sicuro, consapevole che il Mezzogiorno non è un oggetto da contemplare, ma un terreno da attraversare. La sua operazione non è solo storiografica, è epistemologica: mira a ridefinire il modo stesso in cui si è guardato troppo e si continua a guardare al Sud.

    L’ultima grande sintesi risaliva alla Breve storia dell’Italia meridionale di Piero Bevilacqua², 1993. Da allora, la ricerca si è arricchita di contributi fondamentali - basti pensdare ad Aurelio Musi e alla sua indagine sulla costruzione dello Stato moderno³o a John A. Davis e alle sua analisi sul rapporto tra Stato e società⁴ — ma è mancata una visione capace di tenere insieme lunga durata, economia, società, istituzioni. Armino interviene in questo vuoto con un’opera che ha la solidità delle grandi ricostruzioni e la leggibilità di un reportage, ma soprattutto con un’idea forte: il Mezzogiorno non è un’appendice della storia italiana, è stato per tre secoli – e lo è ancora oggi più che mai - il suo banco di prova.

    La struttura è scandita in sette periodi basilari, dal 1720 — quando «circostanze eccezionali e imprevedibili riunirono sotto un unico regno la Sicilia e il resto del Mezzogiorno»⁵ — fino all’età contemporanea. Ogni snodo è presentato come un bivio, un momento in cui la storia avrebbe potuto imboccare un’altra strada. È una scelta narrativa precisa: mostrare che il Sud non è mai stato un destino segnato, ma una sequenza di possibilità, spesso mancate sicchè la sua storia diventa un campo di forze, non una linea retta. Il Sud che emerge non è un fondale immobile. È un territorio attraversato da tensioni, riforme incompiute, politiche fiscali sbilanciate, centralizzazioni che hanno inciso profondamente sulla vita collettiva. Armino smonta i luoghi comuni con metodo: non c’è traccia della retorica dell’arretratezza antropologica, né della narrazione vittimistica. Il suo Sud è un laboratorio politico e sociale, un prisma attraverso cui leggere le contraddizioni dell’Italia. E qui sta uno dei punti più forti del libro: il Mezzogiorno non è un problema da risolvere, ma una chiave interpretativa di situazioni più ampie e globali. 
 
    In questa dimensione, Armino si colloca nella tradizione di Rosario Villari⁶, Giuseppe Galasso⁷, Francesco Barbagallo⁸ e Salvatore Lupo⁹: una linea interpretativa che ha mostrato come il Mezzogiorno non sia un’eccezione italiana, ma una componente strutturale della storia nazionale. Ma rispetto a questi maestri, Armino aggiunge un elemento nuovo: una scrittura civile, sorvegliata, che non indulge alla retorica, ma chiama alla responsabilità. La sua è una storia che non consola, non assolve, non accusa: spiega. E spiegare, oggi, è un gesto fortemente politico.

    Un tratto distintivo del volume è l’inclusione della Sardegna nel contesto preso in esame. Una scelta che sposta l’asse del discorso meridionalistico e costringe a ripensare la stessa idea di “Italia meridionale”. Non più un’area geografica definita per sottrazione, ma un insieme di territori accomunati da processi storici, economici e istituzionali che hanno modellato il Paese. È un ampliamento concettuale che rompe la tradizionale dicotomia Nord/Sud e apre lo spazio a una lettura più complessa delle periferie italiane. 

    La forza del libro sta nella capacità di mostrare che la storia del Sud non è una storia regionale, ma è una chiave interpretativa dell’Italia intera. Le politiche industriali, la gestione del territorio, la costruzione delle élite amministrative, la criminalità organizzata, tutto ciò che accade nel Mezzogiorno rivela ciò che l’Italia è, ciò che avrebbe potuto essere, ciò che ancora non riesce a diventare. Il Sud diventa così un paradigma, ma anche un monito. Armino, calabrese, scrive con una distanza vigile. Non c’è compiacimento, non c’è rassegnazione. C’è la consapevolezza che raccontare il Sud significa raccontare un’intera nazione. E che farlo senza slogan, senza scorciatoie, è oggi un gesto quasi controcorrente. La sua è una storia che non cerca l’effetto, ma la profondità e che restituisce al lettore non solo un quadro conoscitivo, ma una vera e propria responsabilità di impegno individuale e sociale.

    In un tempo in cui il discorso pubblico oscilla tra caricature e semplificazioni, questo libro offre uno strumento efficacissimo non per orientarsi nel passato, ma per capire il presente. E capire, oggi, è forse il gesto più rivoluzionario tra tutti. 

                                                       Bruno Demasi
__________________ 

  1. P. Ippolito Armino, Storia dell’Italia meridionale, Bari, Laterza, 2025, p. X.
  2. P. Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi, Roma, Donzelli, 1993, pp. 9–15.
  3. A. Musi, Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo Stato moderno, Napoli, Guida, 1991, pp. 21–45.
  4. J. A. Davis, Il Sud nella storia d’Italia, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 3–28.
  5. Armino, Storia dell’Italia meridionale, cit., p. X.
  6. R. Villari, Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, Torino, Einaudi, 1967, pp. 11–34.
  7. G. Galasso, Il Mezzogiorno nella storia d’Italia, Firenze, Sansoni, 1977, pp. 5–22.
  8. F. Barbagallo, Storia dell’Italia repubblicana. Il Mezzogiorno, Torino, Einaudi, 1994, pp. 101–140.
  9.  S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, passim.



sabato 7 marzo 2026

NATUZZA: il pane, il sangue e le storie delle donne di Calabria (di Bruno Demasi)


    In questo difficile 8 marzo mi tornano alla memoria figure  calabresi che non hanno bisogno di essere spiegate: basta evocarle e già si sente il fruscio di un grembiule, l’odore del pane duro ammollato nell’acqua, il passo lieve di chi attraversa la vita senza far rumore. Natuzza è una di queste presenze: non un’icona, non un santino, ma il volto antico e sempre nuovo della donna calabrese che regge il mondo senza dirlo. In lei — senza proclami, senza dottrine — il Divino sembra aver scelto la via più umile: farsi umano come farina impastata che cresce, come il pane che, pur  continuamente condiviso, non finisce mai.

    La sua infanzia poverissima è un apprendistato alla cura. Prima sorella, poi madre dei fratelli più piccoli, li difende come si difende il fuoco in una notte di vento: con le mani nude, con la fame addosso, con la certezza che il poco, se condiviso, diventa miracolo. In quelle stanze spoglie di Paravati il pane non bastava mai, eppure bastava sempre. Lei lo spezzava in silenzio, come fanno le donne che non hanno tempo per la retorica, e quel gesto diventava legge domestica, promessa di sopravvivenza. Forse è lì, in quel gesto quotidiano, che il mistero ha trovato la sua dimora: nella povertà di chi non si lamenta mai, nella cura e nel sudore di chi non chiede nulla. 
 
  Quando la maturità le porta in casa folle di gente — poveri, malati, smarriti, curiosi — Natuzza continua a fare ciò che aveva imparato da bambina: sfamare. Non con le molliche, ma con lo sguardo; non con le ricette, ma con una parola che sapeva di terra e di verità. Le sue mani, mani di donna, di contadina, continuavano a spezzare un pane invisibile che diventava conforto, coraggio, tregua. E quel sangue che la tradizione racconta affiorare sulla pelle non è che il simbolo più estremo di un dono che tutte le donne di Calabria conoscono: dare tutto, anche ciò che non si ha. Un sangue che, in lei, sembrava farsi linguaggio — un linguaggio che non aveva bisogno di parole — come se il Divino avesse scelto la via più umile per farsi ascoltare: la carne di una donna semplice, la sua fatica, la sua obbedienza al dolore.

    Ma Natuzza non è sola. Dietro di lei c’è un esercito silenzioso di donne che hanno retto l’Aspromonte, le Serre, la Sila, come si regge un figlio febbricitante: con la schiena curva e il cuore diritto. Donne rimaste sole per emigrazione o per destino, guardiane dei focolari senza mariti, dei figli smarriti, dei campi da zappare e dei lutti da ingoiare. 
 
    Donne che hanno fatto del sacrificio una forma di bellezza, della fatica una forma di sapienza. E ci sono anche quelle che la storia vuole ricordare, ma che molti dimenticano. Giuditta Levato, che si getta avanti con le mani sul ventre per proteggere la creatura che porta in grembo, sfidando le fucilate dei campieri: un gesto che è già Vangelo senza bisogno di altari. Teresa Gullace, che corre dietro al marito trascinato via dai nazisti, avanzando contro i proiettili come una madre che non conosce paura. E Marianna Procopio, la scrittrice che dà voce alle donne quando la letteratura non è affare di donne, e che trasmette al figlio, Mario La Cava, quella capacità di ascoltare la terra attraverso le sue creature più umili. Sono lampi diversi della stessa vita: donne che hanno trasformato la fragilità in forza, la solitudine in testimonianza.

    La letteratura calabrese le conosce bene. Corrado Alvaro, parlando delle madri del suo Aspromonte, scrive che «hanno negli occhi una luce che non si spegne»: una luce che non è rassegnazione, ma resistenza. Saverio Strati, nelle sue contadine dalle mani spaccate, vede «la dignità che non chiede nulla e dà tutto». E Fortunato Seminara riconosce nelle donne di questa terra «la forza antica della terra che non tradisce». Ritratti diversi, che riconducono allo stesso nucleo: una femminilità che non si esibisce, ma crea; che non reclama, ma costruisce e sogna.

 Natuzza appartiene a questa genealogia. Non è un’eccezione, ma un culmine. È la sintesi di un modo di stare al mondo che non ha bisogno di clamore: il modo delle donne che hanno trasformato la povertà in ospitalità, la solitudine in servizio, la sofferenza in un linguaggio comprensibile solo a chi ha amato fino a consumarsi. E forse proprio per questo, in lei, il Divino ha trovato una strada possibile: non il miracolo che abbaglia, ma quello che consola; non il prodigio che stupisce, ma quello che sostiene.

    Ricordarla oggi — Natuzza, donna tra le donne — non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di fedeltà alla nostra storia più luminosa. È riconoscere che la Calabria continua a vivere grazie a quelle mani che hanno impastato pane e  sudore, a quelle schiene che hanno retto il peso del mondo senza mai cedere, a quegli occhi che hanno saputo vedere oltre la miseria senza rinnegarla. Il sangue che affiorava sulla pelle di Natuzza non chiede spiegazioni: è la traccia visibile di un dono che appartiene a tutte le nostre madri, sorelle, figlie. Un dono antico e ostinato, che ancora oggi scorre nelle vene della nostra terra e la tiene in piedi, silenziosa e fiera, come una donna che, malgrado tutto, continua a reggere il mondo senza pretendere che qualcuno se ne accorga.

Bruno Demasi

giovedì 5 marzo 2026

Il giorno in cui la Calabria dichiarò guerra al mondo: LA REPUBBLICA DI CAULONIA (di Bruno Demasi)


   Caulonia Superiore. All’alba del 6 marzo  il borgo sembra uno dei tanti paesi del Sud usciti a pezzi dalla II guerra mondiale ormai al termine: vicoli scoscesi, case addossate come per proteggersi dal vento, donne vestite di nero che attraversano la piazza con passo rapido. L’odore di fumo dei camini si mescola a quello della terra bagnata. Nessuno immagina che, nel giro di poche ore, questo luogo diventerà uno stato indipendente, con un esercito improvvisato, un tribunale popolare e una bandiera che farà tremare Roma e insospettire Washington. Eppure è esattamente ciò che accadde. Per cinque giorni, dal 6 all’11 marzo, lo Stato italiano smise di esistere entro i confini di questo piccolo comune calabrese.

   Una storia rievocata  cento e cento  volte dal mio amico Sandro Cavallaro, figlio dell'incredibile protagonista principale di essa. Ed ogni volta sempre nuova e con risvolti inediti. Una storia  che non assomiglia a nessun’altra del Novecento europeo e per capirla bisogna tornare nella Locride del dopoguerra. Qui la fine del fascismo non aveva scalfito il sistema latifondista. Mentre il Nord combatteva la Resistenza, il Sud viveva un paradosso feroce: libertà sulla carta, servitù nei campi. La fame non era un concetto: era un rumore nello stomaco, un’ombra negli occhi dei bambini, un pane duro diviso in troppi pezzi.

    In questo scenario emerge la figura di Pasquale Cavallaro. Insegnante, ex confinato politico, sindaco comunista: un uomo colto in mezzo a un popolo analfabeta ma stanco. La scintilla scocca il 6 marzo 1945, quando suo figlio Ercole viene arrestato con un’accusa che tutti giudicano pretestuosa. Non è solo un affronto personale: è la goccia che fa traboccare un secolo di soprusi.Il paese esplode. Le campane suonano a martello. Gli uomini si radunano. Le donne scendono in strada, perchè la  verità di Caulonia è scritta soprattutto negli scialli neri. Sono le donne a prendere il controllo del borgo. E non per caso. Da generazioni, le donne della Locride sono le custodi della sopravvivenza: sanno leggere i silenzi, interpretare i segnali, muoversi tra vicoli e terrazze come in un labirinto che conoscono a memoria. Sono loro a decidere quando una famiglia mangia, quando si nasconde, quando si resiste.Il 6 marzo 1945, questa sapienza antica diventa strategia militare.

   Quando i primi reparti di Polizia e Carabinieri tentano di entrare, trovano muri umani che sbarrano i vicoli. Le autorità esitano: sparare su una folla femminile significherebbe scatenare un massacro. Le donne non si limitano a resistere: organizzano. Sono loro che gestiscono le informazioni con un sistema di segnali fatto di panni stesi, richiami dialettali, colpi di mestolo sulle ringhiere.Le notizie corrono più veloci del telegrafo — che nel frattempo è stato occupato dai rivoltosi.Sono loro a distribuire il grano confiscato ai latifondisti, trasformando la cucina in un atto politico. Sono ancora loro a nascondere i giovani ricercati, a curare i feriti, a confondere le pattuglie con percorsi alternativi. E sono infine loro a decidere chi entra e chi esce dal paese.Una donna anziana, secondo le testimonianze raccolte negli anni, avrebbe detto ai carabinieri: «Se volete passare, dovete camminare sui nostri corpi.»

    Non fu solo una lotta per il pane, ma una rivoluzione di genere ante litteram. Le rivoltose chiedevano dignità di fronte a padroni che per secoli avevano considerato le contadine come proprietà privata.

  L’organizzazione della Repubblica sorprende per lucidità. Circa 300 uomini, armati di vecchi moschetti e strumenti agricoli, presidiano i punti strategici. Ma non è un’insurrezione caotica: Cavallaro istituisce un tribunale popolare. I notabili vengono portati in piazza e costretti a restituire il “maltolto”: grano, terre, denaro. È la catarsi di un popolo che, per la prima volta, vede il padrone alla sbarra. E la rivolta si espande subito . Roccella Ionica, Gioiosa Ionica, Marina di Caulonia issano la bandiera rossa. Gli Alleati osservano con crescente inquietudine: temono la nascita di una “Repubblica Sovietica” nel cuore del Mediterraneo.

    La fine non arriva per mano dell’esercito, ma per un ordine che scende da Roma. Da Botteghe Oscure, Palmiro Togliatti — impegnato nella “svolta di Salerno” e nella costruzione della collaborazione nazionale — vede nella rivolta un incidente diplomatico potenzialmente devastante. Una rivoluzione armata nel profondo Sud rischia di allarmare gli Americani e compromettere la strategia del PCI. Invia emissari. Cavallaro ascolta, resiste, poi comprende: se non si arrende, i carri armati della Divisione “Aosta”, già appostati sulla costa, raderanno al suolo il paese. L’11 marzo 1945 la Repubblica di Caulonia si scioglie. Seguono centinaia di arresti. Il processo tenta di trasformare una rivolta politica in un caso di banditismo. Cavallaro passa anni in carcere, tradito dallo Stato che aveva servito e dal partito in cui aveva creduto. 
 
 Oggi, a Caulonia Superiore, il silenzio dei vicoli conserva ancora l’eco di quei cinque giorni. Basta camminare tra le case in pietra, ascoltare il vento che risale dalla vallata, osservare le porte chiuse dei palazzi dei notabili. È un silenzio che non ha dimenticato. E se ascolti bene, quel silenzio ha voce femminile. Sono le donne che hanno tramandato la memoria della Repubblica: nei racconti sussurrati ai figli, nelle fotografie ingiallite, nei nomi pronunciati piano per non disturbare i morti.

    Raccontare ancora una volta "La Repubblica di Caulonia"  significa onorare quelle donne che alzarono la testa e quegli uomini che non badarono alla fame e alla fatica per sognare un mondo in cui la terra fosse di chi spendeva completamente  la propria vita per lavorarla e farla fruttare.

Bruno Demasi

Bibliografia Essenziale :

· Alessandro Cavallaro, La Repubblica di Caulonia, Rubbettino Editore. Un racconto dei fatti con l’anima del figlio del protagonista. 
· Vito Teti, La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, Manifestolibri. 
· Gennaro Miceli, La Repubblica di Caulonia, in "Rivista Calabrese di Storia del '900".(Miceli fu uno dei dirigenti del PCI inviati per mediare la resa. La sua testimonianza è cruciale per comprendere il conflitto tra la base rivoluzionaria calabrese e la strategia nazionale di Palmiro Togliatti. 
· Giuseppe Lavorato, Rosarno. Storia di una comunità tra lotte e repressione, Rubbettino.(Utile per comparare la rivolta di Caulonia con le altre lotte contadine che incendiarono la Piana di Gioia Tauro e la Locride nello stesso periodo. 
· Corrado Alvaro, Ultimo diario (1948-1956), Bompiani (Il grande scrittore calabrese seguì con attenzione e una certa malinconia le vicende del dopoguerra. Le sue riflessioni sul carattere dei calabresi e sulle loro esplosioni di ribellione sono fondamentali per comprendere il fenomeno cauloniese). 
· L'Unità (Archivio storico 1945) ( Per comprendere come il Partito Comunista dell'epoca cercò di "giustificare" o ridimensionare l'evento). 
· Il Corriere della Sera (Marzo 1945) (Per annotare come la stampa nazionale, ancora sotto controllo o influenza delle autorità monarchiche e alleate, descriveva i rivoltosi come "banditi").

mercoledì 4 marzo 2026

Il Vangelo come profezia civile del calabrese don Mimmo Battaglia ( di Bruno Demasi )

Recensione agli “Orientamenti Pastorali ” e al magistero 
 di un cardinale “di strada” 
  
     Domenico “Mimmo” Battaglia, nato a Satriano (CZ) nel 1963, cardinale arcivescovo di Napoli,è uno di quei rari uomini di Chiesa che non hanno mai smesso di portare dentro di sé la voce della propria terra. La Calabria non è solo il suo luogo d’origine, è la matrice antropologica che gli ha insegnato la concretezza, la resistenza, la dignità dei poveri, la spiritualità popolare come grammatica del mondo.  La sua formazione teologica  probabilmente è quella di un prete cresciuto nella pastorale degli anni ’80, nutrita di Concilio, di carità sociale, di Vangelo vissuto più che studiato. Battaglia non è un teologo da cattedra: è un teologo della strada, uno che pensa a partire dai volti di chi incrocia il suo cammino e la sua pastorale, perchè

“Il dominio della barbarie avanza quando dimentichiamo i nomi delle persone” 


    Negli ultimi anni  ha pubblicato testi che sono veri e propri manifesti spirituali e civili: lettere ai giovani, messaggi per la Giornata dei Poveri, meditazioni per i tempi “forti” del calendario. Ma il suo contributo più organico, più maturo, più rivelatore è senza dubbio: “Orientamenti Pastorali 2025” ( EffeGi, Portici, 2025 ) Un documento di compendio dell’ultima sua tornata sinodale diocesana, vissuta ancora una volta in modo tutt’altro che ritualistico e accademico, e che ha la struttura di un libro, la forza di un manifesto e la densità di una visione.

   Non per nulla gli Orientamenti Pastorali si aprono con l’icona dei discepoli di Emmaus e con una dichiarazione d’intenti che è già un programma, un’immagine potente: la Chiesa non deve restaurare il passato, ma creare contenitori nuovi per un Vangelo che resta vivo solo se continua a fermentare.

«Siano queste pagine quegli otri nuovi nei quali 
lasciar riposare il prezioso vino del messaggio di Cristo»


    Battaglia scrive con un linguaggio caldo, narrativo, diretto. Non cerca di piacere: cerca di convertire Temi portanti del testo: la città come mistero da abitare (le periferie e i centri semiabbandonati come luoghi teologici); la fragilità come rivelazione (ciò che è debole non è scarto, ma luogo dello Spirito); la responsabilità civile dei cristiani ( il Vangelo non come rifugio spirituale, ma come mandato storico); la denuncia dei mali sociali( povertà, violenza, criminalità, indifferenza); la speranza come categoria politica: non ottimismo, ma scelta di campo.

    Più che mai in queste dimensioni appare la calabresità vera di Battaglia non come folclore, ma come lente interpretativa. La Calabria, terra di contrasti, di ferite, di dignità ostinata, è un laboratorio antropologico che insegna a guardare la realtà senza veli e questa matrice si riconosce almeno in tre tratti del suo stile: concretezza: nessuna teologia disincarnata; resistenza: la fede come opposizione al male; memoria delle ferite: la povertà non è un concetto, è un volto. È insomma la voce del Sud che entra nella Chiesa italiana con una forza nuova e dirompente. 

   Battaglia è uno dei pochi vescovi italiani che non teme di chiamare le cose col loro nome. La sua denuncia dei mali sociali è evangelica, non ideologica. E negli Orientamenti Pastorali raggiunge una limpidezza quasi tagliente. Una delle frasi più forti del documento è questa:

«Terra mia, sfida di contesto: delle tue ferite, delle tue potenzialità, delle tue ricchezze. 
Sono pagine ispirate, perché abitate dallo Spirito.»


    Con queste parole ispirate Battaglia sembra parlare a qualunque realtà italiana depressa e abbandonata, in particolare a quelle calbresi, ferite e splendide, contraddittorie e vive. E ancora, in un passaggio, che ha il sapore della denuncia civile, una frase che potrebbe stare in un editoriale di un grande quotidiano e  invece viene "soltanto" da un cardinale

«Il Vangelo non fa sconti: impone di riconoscere l’uomo quando lo si vede, 
di chiamare male ciò che schiaccia l’uomo”

    
   Questi Orientamenti Pastorali 2025 non sono un testo per addetti ai lavori. Sono un libro che parla a chiunque si interroghi sul futuro dei nostri luoghi di vita, delle nostre comunità, del nostro vivere insieme.In un’Italia attraversata da fratture sociali, da sfiducia politica, da povertà crescente, la voce di Battaglia è una delle poche che riesce a tenere insieme denuncia e speranza, fede e responsabilità civile, tradizione e innovazione pastorale.È un libro che non si limita a proporre idee: invita a cambiare vita  compendiando  l’esatta dimensione della celebrazione di un sinodo che non è stato soltanto occasione di incontro, ma si è incarnato realmente nella vita della diocesi guidata da questo calabrese indomito e umilissimo.
 
    D'altronde don  Mimmo Battaglia  è un cardinale che non ha mai smesso di essere un prete di Calabria e di cui sicuramente sentiremo parlare ancora molto. Forse  la sua forza più tenace sta proprio nella capacità di portare nella Chiesa universale la voce di una terra che conosce il dolore e la resistenza; la povertà insieme con la dignità; la marginalità, ma anche la profezia. E  Gli Orientamenti Pastorali 2025 sono  decisamente
il frutto più maturo di questo cammino: un libro che non si limita a parlare della Chiesa, ma parla dell’Italia, parla a tutti noi senza distinzione e col coraggio della Verità che rende davvero liberi!

Bruno Demasi

lunedì 2 marzo 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: JOSEPH ANTOINE DE GOURBILLON (1819) ( di Rocco Liberti )

    Un viaggiatore come Joseph Antoine de Gourbillon è una lente che ingrandisce e deforma, ma soprattutto rivela e Rocco Liberti lo utilizza come uno sguardo esterno capace di restituire la Calabria del primo Ottocento con una nitidezza che solo i forestieri, liberi da appartenenze, sanno avere. Dietro l’ironia tagliente e i giudizi del Francese, Liberti individua un documento prezioso per comprendere una terra ancora ferita dal terremoto del 1783, sospesa tra mito e miseria, splendore naturale e abbandono civile. Nella parte centrale del suo studio, l’Autore manifesta tutta la sua precisione, intreccia fonti e ricompone un quadro complesso. Ne emerge una Calabria doppia: Scilla, luminosa, mitica, con le sue vigne di Malvasia; e Reggio, città rovinata, spenta, dove il viaggiatore vede solo macerie, accattonaggio, un’economia dissolta. In questo contrasto, che Liberti illumina con mano sicura, il racconto di de Gourbillon diventa rivelazione e caricatura insieme. Il risultato è un ritratto vivo e inquieto: una Calabria che non chiede indulgenza, ma ascolto; che non si lascia addomesticare, ma continua a interrogare chi la osserva. (Bruno Demasi)
_____________

    Gentiluomo e scrittore francese, nato nel 1778, ha vissuto alcuni anni a Torino nel ruolo di segretario della futura moglie di re Luigi XVIII. Ha dato alle stampe alcune opere teatrali e tradotto la Divina Commedia. Nel luglio del 1819, accettando la proposta di un inglese, si è portato nel sud dell’Italia, espressamente in Sicilia, per un viaggio esplorativo sulla scia dei vari Brydone e de Borch. Vi si è trattenuto insino al 21 febbraio 1821 effettuando un paio di puntate nella prospiciente Calabria. Del tragitto ha pubblicato il resoconto in due volumi editi in Francia (Voyage critique à l’Etna en 1819, Paris 1820, à la librairie universelle de P. Mongie l’ainé) e in Inghilterra (Travels in Sicily and to Mount Etna en 1819, London 1820, Printed for Sir Richard Phillips and Co.). S’ignora il luogo del decesso, ma, a detta di qualcuno, il contrappasso dalla vita terrena potrebbe essersi verificato nell’anno 1840[1].

    Il De Gourbillon, nella sua opera, dove dà ampio spazio soprattutto al periodo mitico, di cui discetta pure in maniera assai critica, per quel che riguarda la Calabria si sofferma particolarmente sul terremoto del 1783. Infatti, relaziona ampiamente sulle conseguenze rivelatesi nei paesi, evidentemente estrapolando da ciò che hanno detto in merito i viaggiatori che l’hanno preceduto o coloro che ne sono stati incaricati ufficialmente, come il Sarconi. Due possono essere considerati i siti in cui egli effettivamente ha messo piede o osservato molto da presso, Scilla e Reggio, due centri abitati dai quali prende spunto per dire male con dente avvelenato del comportamento dei Calabresi, che in definitiva non è poi così tanto lontano dalla realtà.

    Spinto dai numerosi fantastici racconti sul mostro di Scilla, sui gorghi, cani latranti e quant’altro ed esaminato scogliera per scogliera che nulla di ciò che avevano tramandato gli antichi riusciva attendibile e che si trattava solo di favole, da Messina si spostava con il suo skiff (schifo, natante) ai piedi del forte. Ma qui, stimando che non era il caso di sottoporsi a nuove progressioni gravose e costose a un tempo e che la città non aveva alcunché di originale da presentare, ha deciso con i compagni di avventura di cenare sulla barca. Qui si è bevuto a dispetto del mostro e alla salute di Omero, Virgilio, Orazio e, perché no, anche di Borch e Brydone. Da tal posto si ricavava chiaramente un singolare quadro naturalistico e, oltre al resto, si poteva vedere una rocca ricoperta di vigne greche producenti vini di Malvasia che niente avevano da invidiare a quelli di Candia e Creta. Di un qualcosa di misterioso ci si avvertiva in una delle montagne retrostanti. Vi spuntava una croce lignea senza chiodi e senza ferri, che tuttavia si qualificava un vero conduttore elettrico. A ogni nuova tempesta un fulmine la colpiva. Subito riparata, veniva di nuovo abbattuta. Dei fisici avevano creduto di stabilire la causa del fenomeno nella sostanza resinosa del legno.

  Dopo Scilla il nostro viaggiatore ha pensato di fare una capatina a Reggio, ma n’è rimasto deluso: «la città di Reggio presenta un colpo d’occhio che inganna: è una vecchia civetta in allerta: è un quadro illusorio, situato in unbel contesto». Le case che si offrivano erette erano sparse sul prossimo bacino che, al pari di certi mercati ostentava nell’immediato quanto si trovava di piacevole. E qui narra un fatterello. Un inglese un giorno ha noleggiato un bastimento per farsi portare a Costantinopoli. Qui giunto, ha volto lo sguardo qua e là e ha gioito per il colpo d’occhio che gli si concedeva, ma ha ordinato al comandante di virare di bordo e tornare a Londra, dicendo che la scenario all’esterno era troppo bello, per cui l’interno non avrebbe potuto concedere altro di meglio. In questo dava ragione al britannico e si diceva pentito di non averne seguito l’esempio. Si sarebbe sicuramente risparmiato tre giorni in mezzo alle macerie di un abitato rovinato dal sisma e a una popolazione infelice, avvilita e rinunciataria. Assai diverso gli sembrava il carattere dei due popoli divisi dal mare. Se il Messinese era contemporaneamente lavoratore e allegro, coraggioso e lottava contro la miseria, il Reggino gli appariva pigro e afflitto dalla noia, incazzato e scuro. L’uno viaggiava con la compagnia di una chitarra, l’altro recava costantemente in mano il fucile. E mentre il primo lavorava e cantava, il secondo mendicava e piangeva e, se chiedeva una cosa, la esigeva, punto e basta.

    Se in Sicilia la rapina e l’omicidio erano sconosciuti, in Calabria non c’era caverna che non fosse un ricovero di briganti. E che ti faceva il Calabrese? Pur non nascondendosi i pericoli sulle strade, stava sempre a lamentarsi dell’assoluta mancanza di misure repressive e della vergognosa assenza del governo, ma nessuno tra la gente teneva a esporsi. Era una situazione - sembra di riviverla tale e quale oggi - così manifesta che i reggini che andavano a Napoli per affari o per piaceri, s’imbarcavano a Messina o a Palermo e, quindi, evitavano possibili sgraditi incontri nella regione. Ma ecco il quadro realmente angoscioso che offre il de Gourbillon: «Lo stato di abbandono di questa città; la miseria veramente spaventevole, dello sparuto numero di uomini che la difende, la mancanza assoluta in essa dell’industria e delle risorse; una popolazione in ginocchio, uno scoraggiamento totale, e dappertutto l’accattonaggio; non potevano offrirmi senza dubbio che un quadro tanto penoso che ripugnante; e i pochi giorni che sono stato trattenuto dai venti contrari, mi sono sembrati i più lunghi della mia vita. 
    […] la ricchezza di Reggio consisteva nel passato nel commercio degli oli, delle sete e del lino. Questo commercio era considerevole: è completamente inesistente oggi: i sette ottavi di questa popolazione affamata non si sostentano che con noccioline secche e bassi prodotti della pesca. Tre o quattro proprietari inghiottono loro da soli tutte le ricchezze del suolo; tutto il resto è in uno stato vicino alla miseria. Una bassa guarnigione, e una moltitudine di arpie fiscali, che succhiano il sangue del popolo fino all’ultima goccia, e che, per una piastra, venderebbero le Due Calabrie, formano, con queste ultime, ciò che si chiama altrove, il primo corpo degli abitanti».

    Impietosa, ma aderente a quanto si registrava all’epoca la descrizione di Reggio in successione all’evento tellurico del 1783. E così aggiunge prima di congedarsi: «Non trovando dunque, fra le sue macerie moderne, alcun oggetto degno di curiosità, se non la nave della cattedrale; chiesa che, a 35 anni dal suo atterramento, è ancora ingombra delle sue rovine; ho approfittato del primo vento favorevole, e mi sono reimbarcato per Messina, troppo felice di essere rimasto tre lunghi giorni in Calabria, senza essere né assassino né ladro»[2].

Rocco Liberti

[1] Di Matteo, Viaggiatori stranieri…, I, pp. 489-492. 
[2] De Gourbillon, Voyage critique…, I, passim, trad. dal francese.