venerdì 10 aprile 2026

RISCOPRIRE VINCENZO PADULA ATTRAVERSO “Antonello capobrigante calabrese” (DBE) (di Bruno Demasi)

            PER RICORDARE IL PIU’ SCOMODO DEI NARRATORI DELLA CALABRIA


       Tra le iniziative editoriali che negli ultimi tempi hanno contribuito a riattivare la memoria culturale calabrese, il lavoro dell’Editrice DBE - Barbaro occupa un posto particolare. La ripubblicazione di "Antonello capobrigante calabrese" di Vincenzo Padula non risponde soltanto all’esigenza di rendere nuovamente disponibile un testo raro: si inserisce in un percorso di recupero critico che restituisce profondità a una stagione complessa della nostra storia.Padula, osservatore severo e lucidissimo delle dinamiche sociali ottocentesche, trova in questa edizione una cornice che ne valorizza la voce: la scrittura tesa, l’attenzione ai meccanismi del potere locale, la capacità di leggere il brigantaggio come fenomeno strutturale e non come deviazione folklorica. L’intervento editoriale della DBE permette al lettore contemporaneo di misurarsi con un testo che conserva intatta la sua forza interpretativa, senza appiattirne le asperità né attenuarne la portata civile. In un territorio dove la tradizione letteraria rischia spesso di disperdersi, operazioni come questa assumono un valore che supera il semplice atto editoriale: ricostruiscono continuità, riaprono dossier storici, restituiscono alla discussione pubblica figure e vicende che appartengono alla nostra identità profonda. È anche grazie a questo lavoro che oggi possiamo tornare a leggere Padula non come un autore confinato nel suo secolo, ma come un interlocutore ancora necessario, la cui vicenda letteraria va decisamente approfondita.

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  Il 29 aprile 1893, si spegne ad Acri Vincenzo Padula. La sua figura appartiene a quella scia di narratori calabresi che non cercano consolazioni né indulgenze: osservano, analizzano, feriscono. Padula non si lascia moderare da nessuno, non si presta a celebrazioni innocue. È un intellettuale che disturba, e proprio per questo oggi più che mai merita di essere riascoltato.

    Era nato il 25 marzo 1819 nello stesso paese, in una Calabria inquieta attraversata da fratture profonde che l’Unità d’Italia non sarebbe riuscita a ricomporre. Una regione in cui la modernità arriva a scosse, senza continuità, e spesso senza giustizia. Padula non si limita a registrare ciò che vede: lo interroga. La sua postura non è accomodante. È sacerdote, ma non uomo d’ordine; è intellettuale, ma lontano dai salotti; è meridionale, ma refrattario a ogni retorica vittimistica. In una delle sue pagine più note, scrive che «la verità non è mai comoda, e chi la dice non ha amici»¹. È una dichiarazione di poetica e di intenti, che riassume la sua intera traiettoria umana e artistica. 


    Eppure, questa postura non nasce da un gusto per la provocazione. Padula non è un incendiario: è un analista. La sua è una lucidità che non concede sconti, nemmeno a sé stesso. La sua formazione sacerdotale, lungi dal narcotizzarlo, gli offre una lente ulteriore per leggere la realtà: quella della responsabilità morale. Non è un caso che, in un appunto privato, annoti: «Non temo l’errore: temo l’indifferenza»⁵. È una frase che rivela la radice più profonda del suo impegno civile. Il suo sacerdozio è un luogo di tensione più che di quiete. Non è un ribelle per inclinazione, ma per coscienza. Conosce la povertà dei contadini, la loro solitudine, la loro fame. Non sopporta il paternalismo, né civile né ecclesiastico. In un articolo giovanile annota che «il popolo non vuole pietà: vuole giustizia»². È una frase che conserva una sorprendente freschezza morale, e che rivela la sua idea di cristianesimo: non un rifugio, ma un’assunzione di responsabilità. 
 
     Questa attenzione al popolo non è romantica né idealizzata. Padula conosce bene le contraddizioni della società rurale, le sue chiusure, le sue paure. Ma proprio per questo la rispetta: perché la vede nella sua complessità, non come un’entità astratta. In un passaggio poco citato, scrive: «Il popolo non è buono né cattivo: è vero»⁶. Una frase che, da sola, basterebbe a collocarlo fuori dalle semplificazioni del suo tempo.

    Nel 1864 fonda Il Bruzio, un giornale che rompe gli equilibri locali e che ancora oggi colpisce per la modernità del linguaggio. Padula non risparmia nessuno: notabili, amministratori, funzionari, colleghi ecclesiastici. Il suo stile è asciutto, tagliente, privo di orpelli. Non cerca l’effetto, ma la verità. In un editoriale del 1865 afferma: «Scrivo perché non posso tacere, e taccio solo quando la parola sarebbe menzogna»³. È la definizione più precisa del suo modo di intendere il giornalismo: un esercizio di libertà che non ammette compromessi. Il Bruzio non è solo un giornale: è un laboratorio di critica sociale. Padula vi sperimenta un linguaggio nuovo, capace di unire osservazione empirica e indignazione morale. Le sue denunce non sono mai generiche: hanno nomi, cognomi, circostanze. E questo gli attira ostilità profonde. Ma Padula non arretra. In un numero del 1865 scrive: «Non temo chi mi contraddice: temo chi mi applaude»⁷. È un’altra dichiarazione di indipendenza, che spiega la sua solitudine.

      Padula comprende che la Calabria non è un caso locale, ma una questione nazionale. Le sue analisi sul brigantaggio sono lontane dai cliché: non lo considera un fenomeno di barbarie, ma il sintomo di una frattura tra Stato e popolazioni rurali. Denuncia l’incapacità delle istituzioni di comprendere la complessità del territorio, la distanza tra le leggi e la vita reale. «L’Italia è unita sulla carta, non nelle coscienze»⁴, scrive con lucidità. Per lui, capire la Calabria significa capire l’Italia: la regione diventa una lente, una cartina di tornasole, un laboratorio critico. Questa intuizione è forse la parte più moderna del suo pensiero. Padula anticipa di decenni  la lettura del Mezzogiorno come chiave interpretativa dell’intero Paese. Non vede la Calabria come un’eccezione, ma come un paradigma. E questo lo rende scomodo: perché costringe a guardare ciò che si preferirebbe ignorare. 
 
    Dietro il polemista c’è un uomo solitario, spesso incompreso. La sua Acri diventa un osservatorio privilegiato: da lì vede meglio ciò che altrove si preferisce ignorare. La sua vita è segnata da contrasti, amicizie intense, delusioni profonde. Il suo carattere è severo, ironico, intransigente. Non cerca consensi, e infatti non li ottiene facilmente. Ma proprio questa intransigenza gli permette di essere libero. Padula paga il prezzo della sua libertà, ma non la baratta. È un uomo che non si concede, e che non concede nulla. La sua memoria è intermittente: riaffiora a tratti, poi scompare, poi ritorna. È il destino di molti intellettuali meridionali che hanno osato troppo. Eppure, ogni volta che la Calabria attraversa una crisi di identità, Padula ritorna. Ritorna perché ha detto cose che non invecchiano. Ritorna perché ha visto ciò che altri non hanno voluto vedere, perché la sua voce è una delle poche che non si è lasciata e non si lascia ancora   ingabbiare.


   Padula parla ancora a noi perché la sua Calabria non è un luogo del passato, ma una lente per leggere il presente. Le sue denunce sulla corruzione, sulla distanza tra potere e popolo, sulla fragilità delle istituzioni sono ancora attuali. La sua idea di responsabilità civile è un invito a non accontentarsi, a non cedere alla rassegnazione. Ricordarlo in questo aprile insieme alla sua sterminata produzione letteraria, significa riaprire il suo dossier, riconoscere che la Calabria ha più che mai  bisogno di voci come la sua: libere, critiche, intransigenti. 
                                                                      Bruno Demasi
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1. V. Padula, Scritti scelti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 41. 
2. V. Padula, Prose e lettere, Pellegrini Editore, Cosenza 1998, p. 67. 
3. V. Padula, Il Bruzio, ed. critica a cura di G. Falcone, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 112. 
4. V. Padula, Scritti politici e civili, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 89. 
5. V. Padula, Appunti e frammenti, ed. critica, Pellegrini Editore, Cosenza 2001, p. 54. 
6. V. Padula, Scritti morali, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 23. 
7. V. Padula, Il Bruzio, cit., p. 147.

Bibliografia:

  • Il Monastero di Sambucina. Novella calabrese, Bruxelles (ma Napoli), 1842.
  • Valentino. Poemetto, Palermo (ma Napoli), 1845.
  • Apocalisse di San Giovanni Apostolo recata in versi italiani ed esplicata, Napoli, 1854.
  • A Maria Concetta Immaculata. Poesie, Napoli, 1854.
  • Il Natale. Poesie, Napoli, 1854.
  • In morte del Marchese Cesare Berlingieri di Crotone, Napoli, 1854.
  • A mons. Francesco Saverio Apuzzo. Stanze, Napoli, 1854.
  • La Passione. Poesie, Napoli, 1855.
  • In morte del giovane Alfonso Perrelli di Brienza. Carme, Napoli, 1856.
  • Canzone calabrese sopra la Notte di Natale, Cosenza, 1858.
  • Per le sponsalizie di Giuseppe e di Maria. Panegirico, Cosenza, 1859.
  • Per Maria Addolorata. Panegirico, Cosenza, 1860.
  • Apocalisse… II edizione migliorata, Napoli, 1861.
  • Il Bruzio. Giornale politico-letterario, Cosenza, 1864–1865.
  • Antonello. Dramma, in Il Bruzio, 1864–65.
  • Stato delle persone in Calabria, in Il Bruzio, 1864–65.
  • Antonello, o il capo bandito calabrese, Cosenza, 1865.
  • Elogio funebre di Luigi Giannone, Napoli, 1867.
  • Dissertazione su Pandosia, Besidia, Thebae Lucanae, Cosenza, 1867.
  • Elogio dell’abate Antonio Genovesi, Napoli, 1869.
  • Studi sugli asini, Napoli, 1869.
  • Protogea ossia l’Europa preistorica, Napoli, 1871.
  • Quomodo Litterarum Latinarum sint studia instituenda, Napoli, 1871.
  • Pauca quae in Sexto Aurelio Propertio…, Napoli, 1871.
  • Orazione funebre per Mariantonia Falcone, Napoli, 1874.
  • Prose giornalistiche, Napoli, 1878.
    • I tre artisti (farsetta)
    • Antonello capobrigante calabrese (dramma)
  • Poesie varie, Napoli, 1878.
  • Il Bruzio, vol. I, Napoli, 1878.
  • Epistolario. Un corpus dispersivo e frammentario. Inediti e altro (1815–1907), vol. 1, Rubbettino, 2023.
  • Epistolario… Appendice. Padula errante. Percorsi, vol. 2, Rubbettino, 2025.
  • Scritti di estetica, linguistica e critica letteraria, vol. 2, Laterza, 2001.
  • Scritti di estetica, linguistica e critica letteraria. Manoscritti inediti, vol. 3, Laterza, 2002.
  • Scritti demologici, vol. 1, Rubbettino, 2019.
  • Scritti demologici. Vocabolario calabro, vol. 2, Rubbettino, 2022.
  • Vocabolario calabro. Laboratorio del dizionario etimologico calabrese, Laterza, 2001.
  • Scritti letterari e giornalistici, Rubbettino, 2009.
  • Il mio primo amore, Imagaenaria, 2008.
  • I poemetti, Laterza, 1997.
  • Gli uccelli grifoni, Avagliano, 2005.
  • Calabria. Prima e dopo l’Unità, Laterza, 1977.
  • Persone in Calabria, varie edizioni (1993, 2006, 2010, 2014).
  • La notte di Natale (edizione illustrata), Coccole Books, 2024.
  • Il Calabrese (anni ’40 dell’Ottocento)
  • Il Bruzio (fondato da lui nel 1864)
  • Altri periodici minori dell’area cosentina e napoletana.

 

giovedì 9 aprile 2026

MARIO LA CAVA E LEONARDO SCIASCIA: UN DIALOGO EPISTOLARE CHE RACCONTA DUE SUD (di Bruno Demasi)


   Passando da Bovalino in un tardo pomeriggio di qualche tempo fa, mi è venuto spontaneo pensare che il mare sembrava una pagina di Mario La Cava: una superficie calma che nasconde correnti profonde, un luogo che sa parlare più di quanto non dica.  È in questo silenzio ionico che La Cava ha imparato  a guardare la gente, a misurare la distanza tra ciò che mostrano e ciò che tacciono. Con la stessa spontaneità ho ricordato che, a dispetto di qualche autrice di feuilleton siculi che stigmatizza una presunta mancanza di letteratura calabrese, dobbiamo proprio a  un siciliano il miglior riconoscimento dell'arte narrativa di questa terra: nel 1951, una lettera proveniente da Racalmuto  attraversa lo Stretto per raggiungere la Locride: due Sud si riconoscevano senza essersi mai incontrati. Da quel giorno, per quasi quarant’anni, Mario La Cava e Leonardo Sciascia avrebbero intrecciato una delle conversazioni più intense e rivelatrici del Novecento italiano.

    Nato a Bovalino nel 1908, La Cava appartiene a quella generazione di scrittori che hanno trasformato la provincia in un laboratorio civile ed etico. La sua narrativa — asciutta, essenziale, priva di compiacimenti — osserva la comunità come un organismo complesso, fatto di solidarietà e sospetti, dignità e ipocrisie, immobilismi e improvvise aperture.Nei suoi romanzi e racconti (La ragazza di Calabria, La melagrana, I misteri della Calabria, Le memorie del vecchio maresciallo), la Calabria non è mai sfondo: è una coscienza. Il paesaggio ionico, le case basse, le piazze, le famiglie, i silenzi: tutto diventa materia morale, interrogazione, misura.

   In La ragazza di Calabria, La Cava annota:«La gente del paese guardava e taceva, come se il silenzio fosse un modo per giudicare»¹.E in I misteri della Calabria: «In questa terra ogni gesto ha un’ombra, e ogni ombra una storia»².

    Il 3 maggio 1951, un giovane Sciascia — trent’anni, maestro elementare, già lettore vorace — scrive a La Cava per ammirazione. È un gesto semplice, quasi timido, ma decisivo: riconosce in lui un modello di scrittura limpida, rapida, essenziale. La Cava risponde con gratitudine e misura. Da quel momento, tra Racalmuto e Bovalino si apre un corridoio epistolare che durerà fino al 1988, pochi mesi prima della morte dello scrittore calabrese.  La raccolta Lettere dal centro del mondo descrive questo scambio come «una fitta conversazione che introduce il lettore nel pieno della vita culturale della seconda metà del Novecento»³. Nelle 362 lettere che compongono il carteggio, emergono temi che attraversano l’intero Novecento meridionale: la solitudine dello scrittore del Sud; il difficile rapporto con gli editori; la responsabilità morale della scrittura; la lettura critica della società italiana: poteri locali, ingiustizie, trasformazioni sociali; il confronto sui rispettivi testi.
    Il carteggio è un laboratorio di etica e di stile: due scrittori che si interrogano sul senso del loro mestiere, sulla funzione civile della parola, sulla possibilità di raccontare la verità senza tradirla perché condividono una stessa idea di letteratura: un atto di responsabilità. Eppure le loro poetiche divergono in modo fecondo: La Cava osserva la comunità dall’interno, con uno sguardo che potremmo definire etnografico: la provincia come teatro morale, il paesaggio come coscienza, la vita quotidiana come luogo di verità. Sciascia procede per illuminazioni razionali: la scrittura come indagine, la Sicilia come metafora dello Stato, la verità come esercizio di libertà.

    Nel dialogo epistolare, queste due prospettive non si annullano: si completano. Sciascia vede in La Cava un modello di misura; La Cava vede in Sciascia un compagno di rigore.Sciascia scrive: «Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità a cui aspiravo»⁴ La Cava, dal canto suo, definisce Sciascia «della stessa tempra morale di Tolstoj» e uno scrittore che «mira alla verità, alla rettitudine, alla fermezza»⁵.
 
  Oltre la letteratura, c’è l’amicizia. Le lettere raccontano problemi, entusiasmi, preoccupazioni quotidiane, malattie, lutti, speranze. È un Sud che pensa, ma anche un Sud che soffre, che cerca, che si sostiene. La Cava e Sciascia non sono solo due scrittori: sono due uomini che attraversano insieme il secolo breve, condividendo dubbi e certezze, successi e sconfitte.

    Il carteggio permette di rileggere l’opera di La Cava con occhi nuovi: La ragazza di Calabria come romanzo della dignità femminile e della comunità che giudica; I misteri della Calabria come indagine morale sul territorio; La melagrana come metafora della fragilità e della resistenza; Le memorie del vecchio maresciallo come ritratto di un potere minore, ma non meno incisivo. Una frase de La melagrana sintetizza bene la poetica caviana: «Ogni vita è un frutto che si apre: a volte dolce, a volte amaro»⁶. E Sciascia, leggendo La Cava, annota: «In lui la verità non è mai gridata: è detta piano, come si dice una cosa necessaria»⁷. 

    La Calabria del 2026 — con le sue trasformazioni, le sue contraddizioni, le sue domande — è ancora attraversata dai temi che La Cava e Sciascia discutevano: la responsabilità individuale; la comunità come luogo di conflitto e solidarietà; la verità come esercizio quotidiano; la dignità dei personaggi minimi;il rapporto tra periferia e centro e soprattutto la dignità calpestata della terra e della gente. 

                                                                                                             Bruno Demasi
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1.  Mario La Cava, La ragazza di Calabria, Milano, Mondadori, 1955, p. 47.
2.  Mario La Cava, I misteri della Calabria, Milano, Jaca Book, 2003 (ed. orig. 1952), p. 12.
3. Mario La Cava – Leonardo Sciascia, Lettere dal centro del mondo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, p. 9.
4. Leonardo Sciascia, lettera a Mario La Cava, in Lettere dal centro del mondo, cit., p. 56.
5. Mario La Cava, articolo sulla Gazzetta del Popolo, 1965, cit. in Stefania Brivido, Universo Letterario, 2020.
6. Mario La Cava, La melagrana, Milano, Mondadori, 1963, p. 21.
7. Leonardo Sciascia, lettera a Mario La Cava, in Lettere dal centro del mondo, cit., p. 112.

martedì 7 aprile 2026

L’ultimo eretico calabrese: NUCCIO ORDINE E LA RESISTENZA CULTURALE (di Bruno Demasi)

Il profeta della " Rivoluzione tra i banchi"
 
     C’è un’immagine che riassume meglio di mille saggi la vita di Nuccio Ordine (1958–2023): un uomo che, dalle sponde tirreniche di Diamante parlava al mondo intero senza mai alzare la voce, ma con la forza d’urto di un pensiero che non conosceva confini. Scomparso improvvisamente nel giugno del 2023, a soli 64 anni, Ordine non è stato solo un accademico di fama internazionale, ma l'architetto di una resistenza culturale che ha fatto della Calabria il centro pulsante di un nuovo umanesimo.

    Per capire Nuccio Ordine, bisogna guardare alle sue spalle, verso quella "linea eretica della Calabria" che ha fecondato l'Europa per secoli. Ordine è il vero erede moderno di questa tradizione: come Bernardino Telesio, ha rifiutato le astrazioni metafisiche per tornare alla verità delle cose. Se Telesio studiava la natura attraverso il caldo e il freddo, Ordine ha studiato la società attraverso la contrapposizione tra il "fervore" della cultura e il "gelo" dell'utilitarismo; come Tommaso Campanella, ha vissuto la tensione tra il borgo natìo e l'aspirazione universale. Laddove l'autore de La Città del Sole sognava una repubblica dei filosofi dal fondo di una cella, Ordine ha costruito la sua "città ideale" tra le aule dell'Università della Calabria (Unical), dove scelse di restare per tutta la vita nonostante le chiamate dai più prestigiosi atenei mondiali (da Yale all'EHESS di Parigi). 
 

    Questo filosofo delll'inquietudine , fortemente convinto che il pensiero debba essere un'avventura infinita, un "incendio" capace di sfidare ogni dogma e oscurantismo,era nato a Diamante il 18 luglio 1958 e dopo la laurea in Lettere all’Unical nel 1982, ha scalato le vette dell’accademia globale: insignito della Legion d’Onore in Francia e di numerose lauree honoris causa in Sud America, dove i suoi libri sono veri e propri manifesti per la riforma della scuola, nel maggio 2023, poche settimane prima di morire, gli è stato conferito il Premio Principessa delle Asturie, considerato il "Nobel" del mondo ispanico ed è stato anche "Fellow" dell'Harvard University e della Alexander von Humboldt Stiftung, portando il nome della Calabria nei templi del sapere mondiale.

    Il rapporto di Ordine con la politica calabrese è stato segnato da una forma superiore di igiene civile. Più volte corteggiato per ruoli di potere, assessorati o candidature, ha sempre opposto un rifiuto netto. La sua non era superbia, ma disprezzo per quella politica dell'annuncio e quel sistema clientelare che ha spesso soffocato la regione. Per Ordine, la politica autentica non si faceva nei palazzi, ma tra i banchi: 

"In una terra ferita come la nostra, l'unico atto politico rivoluzionario
 è tornare a leggere un libro seriamente. 
Perché il potere teme chi sa pensare, non chi chiede un favore." [1]

     L’eredità di questa grande pensatore si articola in tre pilastri fondamentali, tre libri, che hanno ridefinito il valore della conoscenza nel XXI secolo: il manifesto della Resistenza Culturale ( L’utilità dell’inutile); l’amore per i Classici ( I classici per la vita); la ricerca della verità come eroico furore (La soglia dell’ombra). In queste opere egli denuncia la deriva di una società che considera "utile" solo ciò che produce profitto e difende quei saperi che non servono a nulla di pratico, ma che sono indispensabili per la dignità umana:

"Se lasciamo morire il gratuito, se rinunciamo 
alla forza generatrice dell'inutile,
 se ascoltiamo solo il canto delle sirene del guadagno, 
non faremo altro che produrre 
una collettività priva di memoria." [2] 
 
Ordine non vedeva nei classici dei monumenti polverosi, ma delle voci vive ed invita a rileggere autori come Shakespeare, Cervantes o Dante non per erudizione, ma per imparare l'arte del vivere:

"Leggere i classici significa soprattutto imparare a leggere se stessi.
 È un esercizio di introspezione che ci permette
 di scoprire chi siamo veramente." [3]

    E c’è poi la celebrazione di Giordano Bruno e del valore della cultura e della verità come unica possibilità di affrancamento sociale e civile:

"Per ogni autentico ricercatore, la verità non è un possesso statico,
 ma una caccia infinita, una soglia 
che si sposta man mano che ci avviciniamo." [4]


  Nuccio Ordine è rimasto fino all'ultimo quel ragazzo di Diamante che guardava il mare sognando l'infinito. La sua lezione più grande per la Calabria non è contenuta solo nei suoi libri, ma nella sua coerenza: si può essere cittadini del mondo senza tradire il proprio borgo, e si può essere grandi studiosi senza mai piegare la testa davanti al potente di turno. In un tempo in cui l’ignoranza domina a tutti i lievelli, egli ci lascia una sfida: abitare questa terra di Calabria non con la rassegnazione di chi aspetta un miracolo, ma con la fierezza di chi sa che la cultura è l'unico vero "bene comune" capace di renderci liberi.

                      Bruno Demasi



Note e accenni bibliografici:

[1] N. Ordine, Tre corone per un re, Bompiani, Milano 2015, p. 142 (Dalla prefazione: riflessione sul valore civile dell'istruzione in territori marginali). 
[2] N. Ordine, L'utilità dell'inutile. Manifesto, Bompiani, Milano 2013, p. 25. (Passaggio chiave sulla morte del gratuito nelle società mercantili). 
[3] N. Ordine, Classici per la vita. Una piccola biblioteca ideale, Bompiani, Milano 2016, p. 12. (Analisi della funzione esistenziale della lettura). 
[4] N. Ordine, La soglia dell'ombra. Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno, Marsilio, Venezia 2003, p. 89. (Saggio critico sul concetto di infinito e ricerca della verità in Bruno). 
[5] N. Ordine, Gli uomini non sono isole. I classici ci aiutano a vivere, La nave di Teseo, Milano 2021, p. 34. (Riflessione sulla solidarietà intellettuale e il superamento dell'individualismo).

lunedì 6 aprile 2026

TRA CROCE E GRAMSCI: la Calabria come paradigma storico del Sud ( di Bruno Demasi )


     Quando la stampa , i social, la politica e gli storici settentrionali, costantemente accampati negli studi televisivi, vogliono dare lezioni di Calabria ai Calabresi, si rischia di cadere in stereotipi contrastanti: da un lato la nostalgia identitaria, dall’altro l’immagine di una terra permanentemente in ritardo. Rileggere allora i testi di Benedetto Croce e di Antonio Gramsci diventa necessario per tentare di sottrarre la nostra terra — e più in generale il Mezzogiorno — a certe banalizzazioni e restituirla alla complessità della storia e della contemporaneità. 
 
 Nella sua Storia del Regno di Napoli, Croce evita spiegazioni deterministiche sull’arretratezza meridionale e sostiene che i problemi della regione non nascono da una “inferiorità naturale”, ma da condizioni storico-istituzionali poco favorevoli. Per Croce: «La storia è sempre storia contemporanea»¹  E questa affermazione non è una massima astratta, ma un invito a leggere il passato con domanda rivolta al presente: come le scelte politiche, le istituzioni, le strutture sociali hanno modellato la realtà calabrese.In particolare, Croce osserva: «Il Regno di Napoli fu Stato senza vera vita politica interna»²  Con ciò rimanda all’idea che nella Calabria non si sia consolidata quella cultura civica e istituzionale necessaria per lo sviluppo autonomo, ma si sia spesso assistito a dominazioni esterne, fragilità amministrative e ristrette élites intellettuali incapaci di trasformarsi in classe dirigente più ampia. Rifiutando teorie razziali o deterministiche, Croce afferma: «Ogni storia è storia della libert໳ E cioè: anche nelle situazioni di crisi o difficoltà, la responsabilità e la possibilità di cambiamento sono sempre aperte alle azioni umane.

    Se Croce individua il nodo nella politica e nella cultura, Gramsci si accosta alla questione meridionale dal punto di vista strutturale e socio-economico. Nei Quaderni del carcere Gramsci elabora una lettura critica del processo unitario italiano, sottolineando che l’unificazione avvenne in condizioni di profonda disuguaglianza. Per Gramsci c’è la sicurezza che lo sviluppo del capitalismo in Italia «non sia avvenuto da un punto di vista nazionale, ma da angusti punti di vista regionali… determinando un’emigrazione morbosa… e rovinando economicamente intere regioni»⁴ In altri termini, la disparità tra Nord e Calabria non è un effetto accidentale: deriva da come si sono sviluppati economia e istituzioni dopo l’Unità d’Italia. Il Mezzogiorno è diventato una sorta di periferia economica e sociale, con una classe dirigente debole e incapace di costruire egemonia culturale e sociale (cioè consenso e visione collettiva). Questo significa che la Calabria nel contesto generale del Sud ha subito una particolare compressione dei processi di modernizzazione, con scarse opportunità di creare economie competitive e dinamiche autonome.Una testimonianza indiretta di questa valutazione si trova anche nelle parole in cui Gramsci valorizza figure come Croce e Giustino Fortunato come chiavi di volta della riflessione sul Mezzogiorno ( «Giustino Fortunato e Benedetto Croce rappresentano […] le chiavi di volta del sistema meridionale»⁵ ) non come risposte definitive, ma come punti di partenza per comprendere il nodo storico-politico.

    La riflessione crociana e gramsciana non sono astrazioni: trovano una sorprendente risonanza nella Calabria contemporanea, dove persistono sfide economiche e sociali che sembrano prolungare nel presente alcune delle difficoltà storiche analizzate dai due pensatori. Secondo i dati più recenti, la Calabria registra tassi di occupazione molto bassi — inferiori al 50 % per la popolazione in età lavorativa — e una disoccupazione superiore alla media nazionale⁶. Il reddito pro capite della regione resta significativamente sotto la media europea⁶, mentre l’esodo di giovani laureati verso il Centro-Nord continua a rappresentare un grave problema per il capitale umano del territorio⁷.

   Il fenomeno della fuga dei giovani qualificati — stimato in centinaia di migliaia nei decenni recenti — ha un costo economico stimato in miliardi all’anno, oltre a impoverire il tessuto sociale locale⁸. Questo esodo, insieme alla denatalità, accentua lo spopolamento delle aree interne e montane, rendendo sempre più fragile la presenza demografica e culturale in molti borghi calabresi⁹. Gli indici di rischio di povertà sono tra i più elevati in Italia e nell’Unione europea per famiglie e individui residenti in Calabria¹⁰, con un tasso che si mantiene altissimo. Questi dati non sono soltanto numeri: denunciano disuguaglianze strutturali che richiamano, con sorprendente attualità, le questioni sollevate dai grandi interpreti del Nord-Sud.

    Rileggere Croce e Gramsci oggi ci invita a non concepire la Calabria come “problema” immutabile, ma come fare sociale e culturale dove passato e presente si intrecciano. Croce ci ricorda che la storia non è fatalità, ma storia della libertà — cioè di scelte e di responsabilità. Gramsci ci spinge a considerare le dinamiche economiche e sociali nella loro concretezza, riconoscendo le strutture di potere e disuguaglianza che oggi più che mai ci soffocano. Alla luce dei dati attuali, la Calabria appare come una regione in bilico con gravi fratture socio-economiche, con una capitale umano che si disperde, con un tessuto istituzionale fortemente sfibrato  da situazioni di illegalità diffusa e  che ancora fatica moltissimo a decollare.E tuttavia, segnali di crescita e progetti di sviluppo offrono uno spazio di speranza se letti non come semplici comparazioni statistiche, ma come espressione di un cambiamento possibile.

    Perché, in ultima analisi, la Calabria — come tutte le storie che contano — è storia della libertà di un popolo,  non immagine immutabile di immobilità. 

Bruno Demasi

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1. B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza, 1917, p. 5. 
2. B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1925, p. 23. 
3. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p. 12. 
4. (sintesi dell’interpretazione gramsciana della Questione Meridionale nei Quaderni del carcere). 
5. A. Gramsci su Fortunato e Croce, La questione meridionale , passim.
6. Dati occupazione e mercato del lavoro in Calabria (Eurostat 2024). 
7. Rapporto SVIMEZ sulla fuga dei laureati del Mezzogiorno (2025-26). 
8. Stima economica della perdita del capitale umano. 
9. Trend demografico e spopolamento nelle aree interne. 
10. Calabria tra regioni UE con maggiore rischio di povertà.



sabato 4 aprile 2026

La Pasqua aspromontana come millenaria resurrezione e speranza di rinascita (di Bruno Demasi)

    La Pasqua aspromontana è un tessuto di gesti, canti, processioni, silenzi e voci che in vario modo attraversa più di un millennio senza spezzarsi. Ogni generazione vi ha aggiunto un filo, ogni dominazione un colore. Eppure, nel profondo, la trama è rimasta la stessa: una dimensione di festa per la  Resurrezione, che è anche speranza di  rinascita e che si radica nella montagna e nella sua gente.
 
    Tra IX e XI secolo, l’Aspromonte è un arcipelago di eremi e monasteri basiliani. I monaci, custodi di una spiritualità severa e luminosa, scandiscono l’anno liturgico secondo il calendario greco. La Pasqua è la festa delle feste, il cuore pulsante della fede orientale. In quei secoli, la Settimana Santa non è ancora teatro popolare: è un’ascesi. Le comunità digiunano, le icone vengono velate e poi svelate come epifanie. La notte di Pasqua, il canto di Resurrezione  risuona nelle piccole chiese rupestri e non, mentre la luce passa di mano in mano come se la moltiplicazione di essa la rendesse più luminosa. Nel cuore della spiritualità bizantina che permeò l’Aspromonte, la Pasqua non è semplicemente la memoria della risurrezione di Cristo, ma la celebrazione dell’ ἀνάστασις (Anástasis): la “rialzata” la “ rinascita” la resurrezione, il movimento con cui la vita vince la morte. L’icona dell’Anástasis – una delle più alte espressioni dell’arte orientale – non raffigura Cristo che esce dal sepolcro, come nell’Occidente latino, ma Cristo che discende negli inferi, spezza le porte dell’Ade e afferra Adamo ed Eva per i polsi, trascinando con sé l’intera umanità verso la luce.
                                                                            

    È un gesto collettivo, non solitario: la risurrezione è un atto di liberazione universale. Questa visione, portata dai monaci basiliani e sedimentata nei secoli, ha lasciato un’impronta profonda nella sensibilità religiosa aspromontana. La centralità della luce nella notte di Pasqua, il valore del cammino processionale, l’idea della festa come passaggio – come soglia tra ciò che è stato e ciò che può rinascere – sono echi diretti di quell’antica teologia. Molti elementi sopravvivranno nei secoli: il valore della luce, il silenzio del Venerdì, la centralità del cammino processionale.

  Con l’arrivo dei Normanni, la Calabria entra nell’orbita latina. Ma l’Aspromonte non perde la sua anima greca: la stratifica. Le nuove liturgie si sovrappongono alle antiche, creando un paesaggio rituale unico nel Mediterraneo. Le processioni latine si affiancano ai canti orientali; le confraternite nascono come custodi della pietà popolare; la drammaturgia sacra inizia a prendere forma. È in questo periodo che la Settimana Santa diventa un evento comunitario, non più solo monastico. La montagna, come sempre, assorbe senza respingere: integra, armonizza, trasforma.

    Tra XVI e XVIII secolo, la Pasqua aspromontana raggiunge la sua forma più riconoscibile. Le confraternite modellano riti e processioni; i simulacri diventano opere d’arte itineranti; i canti polivocali, con echi greci e latini, accompagnano il cammino dei fedeli.È il tempo della ritualità plateale, della Vergine che corre incontro al Risorto, del popolo che si riconosce in un gesto di gioia condivisa. È il tempo dei pani rituali, delle icone domestiche lucidate per la festa. È il tempo in cui la Pasqua diventa teatro comunitario, un linguaggio che tutti comprendono.

    L’Ottocento porta con sé trasformazioni politiche e sociali, ma la Pasqua resta il fulcro dell’anno. Le confraternite si consolidano come istituzioni civili oltre che religiose; le processioni si strutturano in forme quasi canoniche; le famiglie tramandano ricette, gesti, benedizioni.È la Pasqua che molti anziani ricordano: intensa, partecipata, totalizzante. Una Pasqua che, nel 1909, dopo il tremendo terremoto di pochi mesi prima, diventa perfino simbolo di rinascita civile. Le processioni tra le macerie, le campane lesionate che tornano a suonare, il pane pasquale preparato con poco ma condiviso con tutti: immagini che appartengono alla memoria collettiva.

   Il primo dopoguerra porta fame e migrazioni; il secondo ancora migrazioni, spopolamento, tentativi di modernizzazione. Alcuni riti si indeboliscono, altri si rafforzano. Le confraternite vivono una fase di transizione e solo in alcuni luoghi restano custodi della Settimana Santa. Le processioni invece continuano a essere il momento in cui tutti i paesi si ritrovano, anche quando le comunità si assottigliano  paurosamente.È un periodo di resistenza culturale: la Pasqua sopravvive perché è radicata nel cuore, non solo nel calendario.

  Oggi la Pasqua aspromontana è un mosaico: elementi bizantini sopravvissuti nei gesti e nei canti; forme latine consolidate nei secoli; teatralità popolare moderna; nuove sensibilità che cercano autenticità e radici. Molti riti sono stati abbandonati, altri recuperati, altri ancora valorizzati. Le comunità, anche piccole, continuano a vivere la Settimana Santa come un momento identitario. La Pasqua non è più solo tradizione: è patrimonio collettivo. E guardare alla Pasqua aspromontana dai Bizantini a oggi significa riconoscere una continuità sorprendente: mille anni di storia che non hanno spezzato il filo, ma lo hanno reso più ricco. La montagna ha forse custodito ciò che altrove si è perduto. Le comunità hanno trasformato la fede in cultura, la cultura in memoria, la memoria in identità.E così, ogni anno, quando la Vergine corre incontro al Risorto, non è solo un rito: è un gesto antico quanto la nostra storia, un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che continuiamo a essere.

                                        Bruno Demasi