Nella Piana di Gioia Tauro dalla metà del Novecento in poi il tempo non è soltanto passato, ma ha letteralmente travolto un universo di memorie e di valori fin dalle fondamenta. Dalla fine della civiltà contadina all’industrializzazione mancata, fino alla corsa digitale, questo territorio ha vissuto una metamorfosi che ha lasciato ferite, nostalgie, ma anche un patrimonio immenso di storie e simboli. Dentro questo paesaggio in trasformazione si staglia la figura di Domenico Caruso (San Martino di Taurianova, 1933–2025), intellettuale capace di tenere insieme memoria del passato e modernità critica. Un ponte, ma anche un presidio: Caruso non ha mai smesso di interrogare il passato per capire il presente.
La sua opera – vasta, stratificata, sorprendentemente coerente – attraversa etnografia, poesia dialettale, satira civile, divulgazione. È l’opera di un intellettuale “organico” al territorio, ma mai provinciale: uno che ha fatto della marginalità un osservatorio privilegiato. Insegnante elementare per decenni, con formazione giuridica e linguistica, Caruso intreccia pratica pedagogica, ricerca sul campo e intervento pubblico. Collabora con giornali, con la RAI, partecipa a concorsi nazionali (celebre il riconoscimento nel programma Alla ricerca del folk italiano, 1972). È un intellettuale che non si chiude: cerca luoghi di mediazione tra la “cultura” istituzionale e le culture popolari.
La svolta arriva nel 1996 con la fondazione del portale Brutium: Caruso capisce prima di molti che la memoria orale rischia di dissolversi se non trova un nuovo supporto. Brutium diventa un «vero archivio della memoria calabra», un laboratorio di digitalizzazione del patrimonio demologico e linguistico che anticipa sensibilità oggi riconducibili alle digital humanities.
Il suo impegno non è mai neutro: è una forma di militanza culturale. Caruso “traduce” il mondo contadino e subalterno in un linguaggio capace di farsi ascoltare anche fuori dalla Piana, senza tradirne la complessità. Dialoga idealmente con Lombardi Satriani e Rohlfs, ma se ne distingue per la forte componente satirica e civile e per la versatilità con cui scava nei lessici dialettali alla ricerca di espressioni dimenticate: una vera «archeologia del vivente» come lo ha definito qualcuno¹. L’immagine è perfetta: Caruso non scava in un passato morto, ma in un passato che continua a respirare nei gesti, nei riti, nelle parole. «Il folklore è l'unico codice che ha permesso al bracciante della Piana di non soccombere alla fatica, trasformando il sudore in canto e il timore del futuro in preghiera propiziatoria»².
La svolta arriva nel 1996 con la fondazione del portale Brutium: Caruso capisce prima di molti che la memoria orale rischia di dissolversi se non trova un nuovo supporto. Brutium diventa un «vero archivio della memoria calabra», un laboratorio di digitalizzazione del patrimonio demologico e linguistico che anticipa sensibilità oggi riconducibili alle digital humanities.
Il suo impegno non è mai neutro: è una forma di militanza culturale. Caruso “traduce” il mondo contadino e subalterno in un linguaggio capace di farsi ascoltare anche fuori dalla Piana, senza tradirne la complessità. Dialoga idealmente con Lombardi Satriani e Rohlfs, ma se ne distingue per la forte componente satirica e civile e per la versatilità con cui scava nei lessici dialettali alla ricerca di espressioni dimenticate: una vera «archeologia del vivente» come lo ha definito qualcuno¹. L’immagine è perfetta: Caruso non scava in un passato morto, ma in un passato che continua a respirare nei gesti, nei riti, nelle parole. «Il folklore è l'unico codice che ha permesso al bracciante della Piana di non soccombere alla fatica, trasformando il sudore in canto e il timore del futuro in preghiera propiziatoria»².
In questa espressione c’è il cuore della sua visione: il folklore non come residuo, ma come dispositivo di resistenza. Il canto, il rito, la magia non sono superstizioni: sono strategie simboliche per elaborare dolore, fatica, incertezza.In Usi, tradizioni e costumi di Calabria denuncia la deriva della modernizzazione superficiale:«La Calabria rischia di smarrire il filo della sua storia quando sostituisce il gesto con l’immagine, il lavoro con la rappresentazione del lavoro»³. È un’osservazione quasi gramsciana: la sua etnografia infatti non è mai descrittiva, è sempre critica sociale, ma anche ricerca, mappatura del dialetto come un organismo stratificato. Nei termini dell’olivicoltura, nei Fattaredi, nei proverbi, rintraccia tracce di Greci, Latini, Arabi, Bizantini. Il dialetto diventa un archivio storico, un palinsesto di dominazioni e resistenze.
Se nella ricerca Caruso è il custode, nella poesia satirica è il fustigatore. La sua «vis satirica» nasce da un’indignazione etica: non accetta il degrado morale e politico della sua terra e usa il dialetto come un bisturi.Il suo è un «dialetto di concetto: preciso, aspro, privo di compiacimenti melodrammatici»⁴. In L’emigrante, la rottura dell’unità familiare e il tradimento delle istituzioni esplodono in immagini memorabili:
«Parti lu giuvini cu la valigia di cartuni, lassa la terra soa, lassa l’amuri, va cerca sordi suttu a nu patruni chi non canusci mancu lu suduri»⁵.
La “valigia di cartone” diventa «metafora universale della spoliazione d’identità»⁶. E in Lu prufissuri, il bersaglio è l’intellettuale che rinnega le radici:
«Si presenta cu la burza e lu cappedu, parla pulitu e scorda lu dialettu, si cridi d’essiri un novu Caravaggeddu ma d’intra havi lu vacanti nta lu pettu»⁷.
E ancora:
«Studia la storia d’ogni terra strana / ma non canusci la so’ massaria»⁸.
Se nella ricerca Caruso è il custode, nella poesia satirica è il fustigatore. La sua «vis satirica» nasce da un’indignazione etica: non accetta il degrado morale e politico della sua terra e usa il dialetto come un bisturi.Il suo è un «dialetto di concetto: preciso, aspro, privo di compiacimenti melodrammatici»⁴. In L’emigrante, la rottura dell’unità familiare e il tradimento delle istituzioni esplodono in immagini memorabili:
«Parti lu giuvini cu la valigia di cartuni, lassa la terra soa, lassa l’amuri, va cerca sordi suttu a nu patruni chi non canusci mancu lu suduri»⁵.
La “valigia di cartone” diventa «metafora universale della spoliazione d’identità»⁶. E in Lu prufissuri, il bersaglio è l’intellettuale che rinnega le radici:
«Si presenta cu la burza e lu cappedu, parla pulitu e scorda lu dialettu, si cridi d’essiri un novu Caravaggeddu ma d’intra havi lu vacanti nta lu pettu»⁷.
E ancora:
«Studia la storia d’ogni terra strana / ma non canusci la so’ massaria»⁸.
La “massaria” è il patrimonio etico e culturale della comunità. In La democrazia d’a mangiatoria, la satira politica diventa allegoria:
«Vutati a mia, dicìa lu candidatu, chi vi fazzu la strata e lu ponti, vi sistemo lu figghiu lauriatu e vi scancello puru tutti i cunti»⁹.
Domenico Caruso resta un caso esemplare di intellettuale intimamente connesso col territorio. La sua lezione è duplice: non esiste modernità senza memoria; la memoria non è mai innocente, ma selettiva, conflittuale, da interrogare criticamente. In un’epoca in cui la velocità digitale schiaccia il tempo lungo delle tradizioni, Caruso invita a una “modernità riflessiva”: abitare il presente senza recidere il passato, anzi usandolo come strumento per comprendere e trasformare il reale.
Bruno Demasi
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1) G. Della Seta: “La ricerca delle parole perdute”, in “Abaco” , n. 3 , 2007, pag. 49
2)D. Caruso, Storia e folklore di Calabria, Cosenza, Edizioni Brenner, 1988, p.
3)D. Caruso, Usi, tradizioni e costumi di Calabria, Youcanprint/Il Mio Libro, 2012, p. 14.
4)G. Della Seta: art. cit, pag.48
5)D. Caruso, Liriche e satire, Tipografia d’Amico, 1963, p. 24.
6)Ibidem
7)D. Caruso, Il cuore e la parola – Poesie calabresi, 2016, p. 41.
8) Ibidem
9)D. Caruso, Primi abbozzi, Tipografia d’Amico, 1961, p. 15.
Bibliografia essenziale:
2)D. Caruso, Storia e folklore di Calabria, Cosenza, Edizioni Brenner, 1988, p.
3)D. Caruso, Usi, tradizioni e costumi di Calabria, Youcanprint/Il Mio Libro, 2012, p. 14.
4)G. Della Seta: art. cit, pag.48
5)D. Caruso, Liriche e satire, Tipografia d’Amico, 1963, p. 24.
6)Ibidem
7)D. Caruso, Il cuore e la parola – Poesie calabresi, 2016, p. 41.
8) Ibidem
9)D. Caruso, Primi abbozzi, Tipografia d’Amico, 1961, p. 15.
Bibliografia essenziale:
Primi abbozzi, Tipografia d’Amico, 1961.
Liriche e satire, Tipografia d’Amico, 1963.
Storia e folklore di Calabria, Edizioni Brenner, 1988.
Usi, tradizioni e costumi di Calabria, Youcanprint/Il Mio Libro, 2012.
Il cuore e la parola – Poesie calabresi, 2016.
Fattaredi e proverbi della Piana, varie edizioni.
Portale digitale Brutium (dal 1996).
Liriche e satire, Tipografia d’Amico, 1963.
Storia e folklore di Calabria, Edizioni Brenner, 1988.
Usi, tradizioni e costumi di Calabria, Youcanprint/Il Mio Libro, 2012.
Il cuore e la parola – Poesie calabresi, 2016.
Fattaredi e proverbi della Piana, varie edizioni.
Portale digitale Brutium (dal 1996).