domenica 5 luglio 2026

“LA CHIESA NON C’ENTRA NULLA CON LA REMIGRAZIONE!”: le scottanti parole di oggi del vescovo di Cassano. ( di Bruno Demasi)


  Le parole pronunciate da mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, hanno assunto il valore di un vero e proprio monito civile che ha riscattato in un colpo solo i pesanti silenzi di tanti pulpiti, specialmente di potere. In un’intervista pubblicata oggi, 5 luglio 2026, Savino ha dichiarato che la cosiddetta remigrazione, bandiera agitata da alcuni settori politici come soluzione identitaria alle dinamiche migratorie, «non c’entra nulla con i valori della Chiesa»¹. La sua denuncia è netta: vi è il rischio concreto che «una certa parte politica utilizzi la religione come strumento di potere», operazione che «grida vendetta al cospetto della storia e al cospetto della ragione»¹. 
 
   Savino non si limita a una presa di distanza: egli smonta la pretesa di fondare su categorie religiose un progetto politico di esclusione, richiamando implicitamente la tradizione teologica che, dal magistero biblico ai documenti conciliari, ha sempre rifiutato l’uso strumentale del nome di Dio per finalità di dominio.La posizione del vescovo calabrese si colloca entro una linea teologica precisa: Dio non è mai “possesso” di un gruppo umano, né può essere invocato per giustificare progetti di espulsione o di selezione etnica; la Chiesa, nella sua dottrina sociale, ha sempre affermato che la dignità della persona precede ogni appartenenza nazionale. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, ricorda che «ogni forma di discriminazione» fondata su razza, condizione sociale o religione «è contraria al disegno di Dio»². La remigrazione, nella misura in cui si configura come progetto di espulsione sistematica, si pone dunque fuori dal perimetro della teologia cattolica. Savino, con la sua consueta chiarezza, richiama questa radice: la religione non può essere «strumento di potere», né può essere piegata a logiche di presunta "sicurezza" che trasformano il migrante in minaccia.

    Le parole del presule non nascono nel vuoto. Da mesi Savino denuncia con forza le condizioni disumane dei lavoratori migranti nelle campagne calabresi. Dopo la strage dei braccianti di Amendolara, ha affermato che "il caporalato non è una deviazione marginale...  ma una struttura di dominio»³, una «forma moderna di schiavitù" ⁴ che prospera dove il bisogno diventa catena. In un’altra dichiarazione, il 4 luglio scorso, ha invocato un «cambiamento del paradigma culturale e politico» verso gli immigrati, ricordando che l’approccio dominante è ancora segnato da un «pregiudizio ideologico» che vede l’immigrato come pericolo⁵. Queste parole mostrano che la sua critica alla remigrazione non è episodica: essa si inserisce in una visione coerente, che difende la dignità dei lavoratori stranieri e denuncia le logiche economiche che li sfruttano.

     La posizione di Savino, d'altra parte,  trova eco in altri interventi del magistero contemporaneo: Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti, ha affermato che «non ci sono stranieri, ma solo fratelli» e che ogni progetto politico che alimenta la paura dell’altro è «una regressione della coscienza morale»⁶; la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha più volte ribadito che le politiche di espulsione sistematica sono incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa, che riconosce nel migrante «un soggetto portatore di diritti»⁷; il teologo Karl Rahner, in un celebre saggio del 1974, ricordava che «la Chiesa non può essere ridotta a garante dell’ordine sociale esistente», perché la sua missione è universale e non nazionale⁸. Se a qualcuno venisse la tentazione di stigmatizzare le parole di questo vescovo, questi richiami mostrano ampiamente che la posizione di Savino non è isolata, anzi è pienamente intrinseca alla tradizione teologica cattolica. 

    D’altronde, l’intervento del vescovo di Cassano non è un commento politico, ma un atto di responsabilità ecclesiale. Quando Savino afferma che la remigrazione «non c’entra nulla con i valori della Chiesa»¹, egli difende la purezza del linguaggio religioso da ogni manipolazione. La sua voce ricorda che la Chiesa non è un apparato identitario, ma una comunità che custodisce la dignità dell’umano, soprattutto quando essa è minacciata. In un tempo in cui il nome di Dio viene talvolta evocato per giustificare progetti di esclusione, la parola di Savino restituisce alla teologia il suo compito: proteggere chi ha bisogno di aiuto e protezione, non legittimare il potere.

Bruno Demasi 
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1.  Mons. Francesco Savino, intervista in Cosenza Channel, 5 luglio 2026: «Remigrazione, il monito di mons. Savino: “Non c’entra nulla con i valori della Chiesa”».
2. Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 29.
3. Mons. Savino, dichiarazioni riportate da Vatican News, 2026.
4. Mons. Savino, nota della diocesi di Cassano, RaiNews, 2 giugno 2026.
5. Mons. Savino, intervento ad Amendolara, ANSA, 4 luglio 2026.
6. Papa Francesco, Fratelli tutti, nn. 39–40.
7. Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Documento su migrazioni e diritti, 2018.
8. Karl Rahner, Strutture della Chiesa nel mondo moderno, 1974.

Laboratorio di scrittura: ” LA STELLA ALPINA” ( racconto di Tita Ferro )

      La stella alpina è un racconto che procede con passo lieve, che non ostenta nulla e tuttavia lascia emergere, quasi per trasparenza, l’arte narrativa maturata in anni di vaste letture, di insegnamento appassionato, di dialogo quotidiano con la parola scritta e con gli alunni. La misura della frase e la naturalezza del ricordo rivelano una lunga consuetudine con la buona letteratura. La cura formale è evidente nella tessitura delle frasi, nella scelta delle immagini, nella capacità di far convivere memoria e riflessione senza mai scivolare nel sentimentalismo. Basterebbe l’incipit, con quella confessione trattenuta - «Non ci sono più tornata» - per cogliere la precisione con cui l’autrice sa modulare voce e ritmo, non per cercare  l’effetto, ma la verità di un’esperienza. E la trova nella semplicità apparente di un gesto , una stella alpina ritrovata tra le pagine di un libro, che diventa chiave di accesso a un passato vivo, nitido, ancora capace di illuminare il presente. È la semplicità dei narratori che hanno letto molto, insegnato molto, e che sanno che la letteratura non è mai un artificio, ma un modo di custodire ciò che davvero conta.(Bruno Demasi) 

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-Non ci sono più tornata- dice Tita fissando la sua amica per non lasciarsi sfuggire neppure una minima reazione sul suo volto, -eppure una sola volta è stata sufficiente per imprimere nella mia mente il ricordo del posto, del tempo, della circostanza, unica. Sai, un particolare basta a richiamare l'intero se l'esperienza che si è vissuta, è stata intensa, coinvolgente: emozioni, impressioni, sensazioni, ogni volta si ripresentano proprio come allora.

    Che cosa me l'ha richiamata? Vedi questa stella alpina? L'ho ritrovato casualmente aprendo un libro, non uno dei tanti, !Il diario di Raissa Maritain", che mi è stato regalato dalla Direttrice del Vittoria Colonna, il collegio di Milano dove abitavo negli anni dell'Università perché non avevo trovato posto al Marianum. Mi innamorai subito, leggendo, anzi divorando le pagine del Diario, di quella donna straordinaria che aveva al suo fianco un marito filosofo, altrettanto straordinario, il cui "Umanesimo Integrale" mi affascinava.

“La custodia di tutto è affidata all'amore”, scriveva Raissa. “Non si possiede veramente se non quello che si ama”.

    Avevo venti anni, ho ricopiato tante volte questa frase, soprattutto l'ho messa all'inizio di quel diario che ho tenuto molti anni dopo, nel periodo del fidanzamento, col segreto proposito di continuarlo, che invece poi ho interrotto perché la vita non mi ha più lasciato il tempo non di appuntare le mie riflessioni, lo faccio sempre, ma di essere ordinata. Penso dunque scrivo, è il mio motto, lo faccio dovunque, per un bisogno di chiarezza, sui bordi di un libro come su un quaderno, su fogli che poi lascio in cucina, nella borsa, nei cassetti, e che ritrovo spesso molto tempo dopo.

    Scusa, hai ragione, divago sempre e tu vuoi sapere che cosa questa stella alpina mi ha ricordato. Ecco.

    Frequentavo il terzo anno della facoltà di lettere all'Università Cattolica, a Milano, ed avevo terminato in anticipo la sessione di esami. La Direttrice del Colonna, Adele Soresina, mi propose di andare in montagna con lei e con un gruppo del movimento Laureati cattolici, un mese intero a Solda, accettai con gioia. In agosto mi trovai catapultata in un ambiente che non conoscevo, tutto da scoprire, coccolata da persone più grandi di me. Un giorno Adele, mi propose una gita sul Coston, una delle tre vette, che con la Paier e il Gran Zebrù, si vedevano innalzarsi verso il cielo.

    Partimmo al mattino presto lungo un sentiero che ci avrebbe portato ad un rifugio ad oltre 2000 metri. Verde, marrone, azzurro spruzzato di macchie bianche che si muovevano veloci, qualche uccello che volava rasente per innalzarsi nuovamente verso il cielo, e qua e là chiazze di fiori dai colori accesi, rossi, azzurri, bianchi, gialli, ero ammutolita di fronte a tanta bellezza o meglio non sentivo la necessità di dire niente, tutto era già detto intorno a noi. Poi il sentiero cominciò a salire e a restringersi a mano a mano, tra la montagna che restava alla mia sinistra, un crepaccio che si intravedeva appena sulla destra tra gli arbusti, e l'azzurro del cielo, così tenero, non so trovare un altro aggettivo per indicare quell'azzurro che dilagava in alto e intorno.

    Ecco, non essere impaziente, il fatto viene proprio ora: ti ho detto che il sentiero si restringeva e ad un certo punto divenne proprio una striscia che costeggiava la montagna. Ero fiduciosa, seguivo Adele che canticchiava avanzando davanti a me, ma davo anche occhiate furtive al burrone che spalancava la sua bocca sulla destra sempre più nitidamente per il diradarsi della vegetazione e il prevalere della montagna nuda.

    Ad un certo punto Adele scomparve davanti a me, non mi ero accorta prima che il sentiero faceva una curva a gomito, ed io mi trovai sola: la montagna a sinistra, sicura, il cielo in alto, a destra e davanti a me il vuoto. Evidentemente dovevo semplicemente andare avanti, a sinistra, dove il sentiero continuava anche se non lo vedevo più, invece mi bloccai: una stretta allo stomaco, sudore freddo, l'incapacità di muovere i piedi.

-Adele-, chiamai, -Adele, non ce la faccio-.

    Avrei voluto urlare, ma era come se avessi perso la voce, ero irrigidita contro la parete rocciosa.

    Adele non sentì un mio richiamo, tornò perché non mi vide dietro di lei, riapparve dalla roccia dove poco prima era sparita, si avvicinò camminando disinvolta, mi guardò e mi disse:

-Titona, guardi me, mi dava del lei nonostante il grande affetto che aveva per me e la differenza di età, guardi me e continui a camminare, non guardi in basso. Deve continuare. Ora sarebbe ugualmente difficile per lei tornare indietro. Coraggio, mi dia la mano, guardi me e riprenda a camminare-.

    Hai proprio ragione, la mia capacità di affidarmi è notevole e lei aveva un forte ascendente su di me, le volevo bene come la mamma che non avevo vicina o una sorella maggiore che mi è sempre mancata. Afferrai la sua mano, respirai profondamente, mossi prima qualche passo incerto, poi sempre più spedita la seguii, stringendo forte la sua mano. Pochi minuti dopo ridendo tuffavamo le mani nell'acqua gelata di un ruscello che scendeva dal ghiacciaio e riscaldate dal sole, addentavamo le mele che Adele aveva portato.

    Teresa prende dalle mani di Tita la stella alpina di un delicato colore grigio chiaro, tendente appena al celeste, ricoperta da una lieve peluria e adorna sul gambo di due foglie lunghe, sottili.

-Si conserva perfettamente-, dice, -e che bel ricordo custodisce per te-.

                                                                                                                                  Tita Ferro

sabato 4 luglio 2026

L’ANNO IN CUI OPPIDO SFIDO’ I NORMANNI (1065) (di Bruno Demasi)


   Nell’ XI secolo la lingua greca, la liturgia bizantina e l’autorità dei monasteri basiliani costituivano ancora l’ossatura della vita civile dell’attuale Calabria estrema. È in questo paesaggio culturale che si colloca un episodio quasi rimosso dalla memoria collettiva, la rivolta di Oppido del 1065, un atto di insubordinazione che incrinò la marcia dei Normanni nel cuore dell’Aspromonte, pienamente documentato dal loro cronista ufficiale, Goffredo Malaterra.

     La conquista normanna dell’Italia meridionale non fu un processo lineare o immediato. Le fonti coeve mostrano una regione ancora profondamente legata all’ecumene bizantina: la liturgia era celebrata in greco, i vescovi dipendevano direttamente dal Patriarcato di Costantinopoli, i monasteri basiliani erano centri nevralgici di potere economico, sociale e culturale e la popolazione guardava con aperto sospetto e ostilità ai nuovi dominatori latini¹. La penetrazione normanna procedeva faticosamente, secondo la celebre formula “castello dopo castello”, ma incontrava resistenze diffuse e radicate, soprattutto nelle aree montane dell’Aspromonte e della Locride, dove l’identità bizantina era protetta dall'asprezza del territorio. Su questo complesso quadro amministrativo, sociale e fiscale restano fondamentali e imprescindibili gli studi sul thema di Calabria².

     Per comprendere la portata della rivolta, bisogna considerare che per i Normanni il controllo di queste roccheforti aspromontane non era secondario: l'area rappresentava la base logistica e il retroterra sicuro da cui lanciare la monumentale campagna per la conquista della Sicilia. I fratelli Altavilla operavano secondo una precisa diarchia: mentre Roberto il Guiscardo consolidava il titolo ducale a nord e puntava verso la Puglia bizantina, il fratello minore Ruggero I (il futuro Gran Conte) supervisionava la sottomissione della Calabria meridionale. Qualsiasi instabilità in quest'area rischiava di far crollare il loro intero progetto espansionistico nel Mediterraneo.

     Nel 1065, le tensioni accumulate esplosero. In quel momento, il conte Ruggero I era intensamente impegnato in Sicilia, nel logorante e altalenante assedio di Palermo. La lontananza del capo militare normanno offrì l'occasione geopolitica che alcune comunità calabresi attendevano da tempo per scrollarsi di dosso il giogo degli Altavilla. Goffredo Malaterra, fonte principale per conoscere questi eventi, racconta che le città di Gerace e Oppido insorsero quasi simultaneamente, coordinando di fatto un fronte di resistenza identitaria: «Oppidenses quoque, praesidium illic impositum interficientes, a fidelitate eius desciverunt»³.

     Le parole di Malaterra sono pesanti: non ci troviamo di fronte a una sommossa spontanea o a una protesta di natura fiscale contro i tributi, bensì a un deliberato atto di guerra. Gli Oppidesi assalirono e uccisero l’intero presidio normanno lasciato a guardia della città, recidendo con il sangue il vincolo di fedeltà (fidelitas) imposto dai conquistatori⁴. L’uso specifico del termine praesidium da parte delle cronache indica una guarnigione militare stabile, alloggiata con ogni probabilità all'interno della preesistente fortificazione bizantina o in una prima struttura difensiva nell'odierno sito di Oppido Vecchia, elemento cardine della strategia normanna di controllo e coercizione dei centri montani⁵.

     La storiografia locale sette-ottocentesca, mossa da istanze patriottiche e dall'esigenza di celebrare la storia municipale, trasformò successivamente la rivolta in un racconto epico e romanzato. In queste narrazioni tardive, la guida dell'insurrezione venne attribuita a un presunto “vescovo-guerriero”, una figura leggendaria che guidava i cittadini in battaglia armato di croce e spada. Le fonti medievali più vicine ai fatti, tuttavia, smentiscono questa ricostruzione e non menzionano alcun prelato in armi: né Goffredo Malaterra né Amato di Montecassino riportano figure ecclesiastiche impegnate direttamente nei combattimenti⁶. La figura del vescovo combattente nasce da interpolazioni e riscritture spesso legate alla ricerca anacronistica di eroi identitari locali.

     Ciò non toglie, però, che il clero greco ebbe un ruolo decisivo, sebbene meno bellicoso e più profondo: esso fu il vero motore ideologico della resistenza. Lo scontro non era solo politico, ma assumeva i tratti di una difesa religiosa. Lo scisma d'Oriente del 1054 era avvenuto appena undici anni prima; i Normanni, alleati storici del Papato di Roma, portavano con sé il mandato di ricondurre le diocesi calabresi sotto l'autorità latina. La difesa del rito orientale, della lingua liturgica greca e dell’autonomia ecclesiastica minacciata dall'avanzata latina fu probabilmente la vera matrice ideale che unì la popolazione nell'insurrezione. Oppido ( Hagia Agathe, secondo la dernominazione dell’epoca), al pari di Gerace, era un centro di forte radicamento bizantino; la conquista normanna non minacciava solo l’ordine amministrativo, ma l’intero universo simbolico, linguistico e spirituale della comunità.

     Informato tempestivamente della gravità della rivolta e del massacro della sua guarnigione, Ruggero comprese il pericolo di un effetto domino in Calabria. Interruppe immediatamente le cruciali operazioni militari in Sicilia, attraversò lo stretto sbarcando a Reggio e risalì rapidamente l’Aspromonte con i suoi cavalieri. Quando le truppe normanne apparvero improvvisamente alle porte di Oppido, la città comprese di non poter sostenere a lungo un assedio formale contro un esercito così determinato. La cronaca di Malaterra a questo punto si fa asciutta, ma estremamente eloquente nel descrivere le dinamiche sociopolitiche interne alla comunità: di fronte allo spettro del massacro, la cittadinanza si divise. Una fazione di cittadini , verosimilmente membri dell'aristocrazia locale (archontes) o del clero più pragmatico, desiderosi di salvare i propri beni e la città dalla distruzione totale, prese il controllo della situazione, catturò i leader della rivolta e li consegnò direttamente nelle mani del conte normanno.

     Ruggero, dimostrando il fine pragmatismo politico che caratterizzò la sua dinastia, accettò la sottomissione spontanea e risparmiò l'abitato dal saccheggio, ma inflisse una punizione esemplare e spietata ai soli responsabili materiali del massacro del praesidium⁷. Fu un gesto calcolato: reprimere brutalmente il focolaio ribelle per lanciare un monito a tutta la regione, senza però alienarsi definitivamente l'intera popolazione di un territorio che, terminata la guerra, avrebbe dovuto stabilmente governare e tassare. 

   La sconfitta militare e la successiva repressione non segnarono affatto la fine immediata dell'impronta bizantina a Oppido. Gli approfonditi studi di Domenico De Giorgio, Rocco Liberti e André Gouillou hanno ampiamente dimostrato che la diocesi di Oppido rimase tenacemente fedele al rito greco e alla lingua liturgica greca fino al tardissimo 1472⁸. Il processo di latinizzazione delle strutture ecclesiastiche e civili procedette in modo estremamente lento, aspro e frammentato nei secoli successivi, scontrandosi regolarmente con la fiera resistenza passiva del clero locale e dei fedeli. Di fatto, Oppido si configurò come una delle ultimissime enclave culturali bizantine dell'intera Calabria a cedere definitivamente il passo alla cultura latina.

     La rivolta del 1065 non fu un isolato e sterile impeto di violenza, ma l’inizio visibile di un lunghissimo braccio di ferro culturale: una comunità che aveva compreso di non poter vincere i Normanni sul terreno dello scontro militare scelse, con straordinaria resilienza, di continuare a resistere sul terreno più profondo, invisibile e duraturo della propria identità.

Bruno Demasi

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1.  J.M. Martin, La Calabre bizantine, École Française de Rome, 1993, pp. 201-245.
2. G.A. Loud, The Age of Robert Guiscard, Longman, London 2000, pp. 145-170.
3. G. Malaterra, De rebus gestis Rogerii…, II, 36, in E. Pontieri (a cura di), Rerum Italicarum Scriptores, Zanichelli, Bologna 1927, pp. 94-95.
4. Malaterra, De rebus gestis, II, 36, ed. Pontieri, p. 95.
5. Ibidem, p. 95 (rif. praesidium).
6. Amato di Montecassino, Historia Normannorum, V, 23, ed. Carucci, Roma 1935, pp. 147-148.
7. Malaterra, De rebus gestis, II, 36, ed. Pontieri, cit., p. 96.
8. D. De Giorgio, “Oppido Mamertina: riassunto cronologico…”, in Historica, XVII, 1964, pp. 112-118; Rocco Liberti: “La diocesi dell’antica Oppido”, in L’Alba della Piana, Anno XIII, n. 1, settembre 2022 ; A. Guillou, La Théotokos de Hagia-Agathé, Città del Vaticano 1967, pp. 57-63;



venerdì 3 luglio 2026

LA LIBRERIA “PIER GIORGIO FRASSATI” DI GIOIA TAURO: un presidio culturale nella Piana (di Bruno Demasi)


    In una città come Gioia Tauro, dove la vita quotidiana è spesso caratterizzata da tensioni sociali o da difficoltà economiche, esiste, tra gli altri, un luogo che resiste silenziosamente all’erosione culturale, la Libreria Pier Giorgio Frassati, affacciata su Via Gregorio VII Papa, 4: un indirizzo che negli anni è diventato un piccolo punto di riferimento per lettori, insegnanti, catechisti, studenti e curiosi. E’ aperta tutti i giorni con quella regolarità che, in territori fragili, è già una forma di testimonianza.

     La storia della libreria affonda le radici nei primi anni Duemila, quando l’Azione Cattolica diocesana e la Pastorale del Lavoro iniziarono a interrogarsi su come offrire alla Piana un luogo stabile di formazione, lettura e incontro. Non si trattava solo di aprire un negozio, ma di dare vita a un Centro Culturale Diocesano capace di sostenere la crescita civile e spirituale di un territorio spesso privo di spazi dedicati alla cultura. La scelta del nome “ Pier Giorgio Frassati “ fu immediata: quello un giovane, oggi santo,  che aveva fatto della cultura, della giustizia sociale e della prossimità ai più fragili una forma di testimonianza quotidiana e di cui proprio il 4 luglio di quest’anno ricorre il centenario della morte.

     La libreria nacque così: come investimento collettivo, atto di fiducia nella possibilità che la Piana potesse crescere anche attraverso i libri.Negli anni ha attraversato cambiamenti, crisi economiche, trasformazioni del mercato editoriale, ma ha mantenuto intatta la sua vocazione originaria: costituire un luogo di resistenza culturale perché non è una libreria qualsiasi. Il nome  non vuole essere ornamentale: indica una direzione, un modo di stare nel mondo. La Frassati si definisce “una piccola libreria dal cuore grande”. E in effetti la sua forza non sta nelle dimensioni, ma nella forza dell’attenzione: la selezione dei titoli; la cura verso i testi religiosi e la saggistica civile; la disponibilità dei gestori; la capacità di orientare il lettore, spesso conoscendolo per nome.

     Le recensioni degli utenti parlano di professionalità, cortesia, competenza, di una libreria “fornitissima”, “accogliente”, “sempre pronta ad aiutare”. In un territorio dove le librerie indipendenti sono rare questa realtà svolge una funzione che va oltre la vendita: mantiene vivo un tessuto culturale fragile, offre un servizio personalizzato, diventa un punto di incontro per associazioni, parrocchie, scuole, gruppi informali. 

    La libreria non si limita a vendere libri: organizza presentazioni, reading, incontri, spesso in collaborazione con Comuni, associazioni culturali e realtà ecclesiali della Piana. Negli ultimi anni ha ospitato autori, attori, studiosi, creando momenti di confronto in un territorio che ha un bisogno urgente di spazi di parola e di ascolto. Il catalogo è ampio: narrativa, saggistica, poesia, testi per ragazzi, manualistica, libri scolastici, oltre a un settore molto fornito di editoria religiosa e di oggettistica sacra. E’ anche un punto di riferimento per chi cerca materiali per celebrazioni, catechesi, attività parrocchiali.

     In un’epoca dominata dagli acquisti online, la Frassati rivendica il valore della prossimità: “Le librerie locali contribuiscono a mantenere vivo il carattere unico e l’identità del territorio.” Nella Piana di Gioia Tauro questa frase assume un significato particolare. Qui una libreria non è solo un negozio: è un atto di resistenza, un luogo che restituisce dignità alla parola scritta, che invita alla lentezza, che costruisce relazioni. È un presidio che tiene insieme ciò che altrove rischia di sfilacciarsi: la comunità, la memoria, la possibilità di incontrarsi.

   Raccontare la Libreria “Pier Giorgio Frassati” significa raccontare un pezzo di Calabria che non fa rumore, ma che lavora ogni giorno per tenere aperto uno spazio di speranza a oltranza. Significa riconoscere il valore di chi, in un territorio complesso, sceglie di investire nella cultura, nella formazione, nella comunità. Significa ricordare che la Piana non è solo cronaca nera o industriale, ma anche luoghi di cura, di studio, di ottimismo culturale. E forse, come scriveva Borges – citato proprio sul sito della libreria –“Non si è ciò che si è per quello che si scrive, ma per quello che si è letto.”

                                                                                                                 Bruno Demasi

mercoledì 1 luglio 2026

“LA MONTAGNA PROMESSA” dei Prunarisi: il libro che restituisce voce e storia a una comunità. (di Bruno Demasi)

     La montagna promessa – Prunarisi d’Asprumunti, appena giunto in libreria, non si limita a ricostruire un passato, lo riattiva, lo consegna al presente come un’eredità viva. È un’opera che nasce da una ricerca rigorosa e che  si impone come tentativo solido di restituire dignità a una comunità che ha attraversato secoli di silenzio, fatica e resistenza. 
 
      La storia di Piminoro comincia con una migrazione che ha qualcosa di epico, se non di biblico. Dopo il terremoto del 1783, famiglie intere abbandonano Fabrizia e altri paesi delle Serre a piedi, con poche cavalcature, portando con sé ciò che non si può lasciare: la lingua, i cognomi, i mestieri, i soprannomi, i riti, la memoria. Non profughi nel senso moderno, né coloni nel senso classico, ma protagonisti di un esodo volontario che nasce dalla distruzione e si orienta verso una montagna promessa, fertile e salubre, indicata da un vescovo lungimirante. È questo che rende Piminoro un unicum nella storia dell’Aspromonte: un paese interamente fondato da un gruppo umano compatto, che ha trapiantato su uno sperone roccioso non solo le proprie case, ma il proprio universo espressivo e semantico.

     A distanza di oltre due secoli i Prunarisi parlano ancora la lingua dei loro avi, conservano gli stessi cognomi, gli stessi soprannomi, gli stessi ritmi fonetici. È come se la comunità avesse attraversato il tempo senza perdere la propria voce. Ed è proprio questa voce che Pasquale Mammone riesce a riportare alla luce, ricostruendo un’epopea fatta di passi lenti, di muli carichi, di famiglie che si stringono per non disperdersi, di uomini che guardano una terra nuova con la nostalgia verso quella lasciata. Una storia senza eroi, ma con una grandezza sovrumana che nasce dalla fatica, dalla povertà, dalla tenacia di chi ricostruisce tutto da capo: le case, le strade, il paese, e perfino se stesso.

   Il libro nasce da una materia fragile e resistente insieme, e da un movimento interiore dell’autore, figlio di Piminoro, che ritrova lontano da casa volti, cognomi, dialetti, odori che sembrano provenire da un tempo remoto e familiare. «Avevo la sensazione di essere a Piminoro, stesse stradine (rughi), stessi suoni, gli stessi silenzi, identici odori», scrive Mammone. Da questa rivelazione nasce il desiderio di indagare la storia dei Prunarisi, di capire come e perché un gruppo consistente di famiglie abbia lasciato le Serre per fondare un nuovo paese sull’Aspromonte, portando con sé un patrimonio di usi, costumi, mestieri e soprattutto di parole e di suoni che ancora oggi definisce l’identità di una gente testarda e orgogliosa.

     L’opera si colloca in una tradizione di studi che ha già visto contributi importanti a partire dalle ricche pagine dedicate a Piminoro  dal prof. Rocco Liberti, fino alle monografie compilate  dai piminoresi  Domenico Barillaro a Francesco Barillaro e poi alla monumentale opera di Don Santo Rullo, ma compie un passo ulteriore: concentra lo sguardo sulla dimensione demografica, genealogica e umana della comunità, ricostruendo con pazienza d’archivio e sensibilità narrativa la trama delle famiglie, dei cognomi, delle migrazioni, dei mestieri, delle vite spezzate dalle guerre e di quelle che hanno resistito alla fatica della montagna.

     Il terremoto del 1783, «lo spartiacque della storia moderna della Calabria», è il punto di rottura da cui tutto si origina. Da quel trauma collettivo si dipanano le vicende che porteranno i primi pionieri sul colle di Piminoro, attratti da un luogo salubre, da nuove possibilità di sopravvivenza e dalle promesse del vescovo Tommasini, figura decisiva nella nascita del borgo. Mammone ricostruisce questi passaggi con rigore e con empatia, immaginando paure, speranze, esitazioni di chi lasciava la propria terra senza sapere se sarebbe mai tornato. Il risultato è un’opera che unisce ricerca e sentimento, restituendo dignità a una storia collettiva che rischiava di disperdersi. 
 
   La montagna promessa
non è un libro di impianto romantico e nostalgico, è un libro di forte carattere civile e storico. Nasce dalla convinzione che «la rottura delle relazioni generazionali» sia uno dei pericoli più gravi del nostro tempo. Non è una cronistoria, ma un atto d’amore verso un paese, verso una terra che ha sfamato decine di generazioni, verso la sua gente e il suo linguaggio unico, ripercorso e annotato con cura. Mammone non si limita a raccogliere documenti, ricostruire genealogie, ordinare archivi dispersi: restituisce voce a una comunità che rischiava di perdere il filo della propria storia. Ridà nome ai senza nome, volto ai caduti, radici ai giovani, continuità a un popolo che ha attraversato secoli di fatiche, trasformando la ricerca in un gesto di responsabilità e la responsabilità in un dono.

     Chi legge queste pagine non trova soltanto la storia di Piminoro, ma la storia di ciò che tiene insieme gli esseri umani: la fedeltà ai luoghi, la forza delle generazioni, la tenacia dei poveri, la dignità di chi non ha lasciato tracce nei libri di storia ma ha costruito, giorno dopo giorno, la storia vera. Rivive un viaggio che attraversa montagne, terremoti, migrazioni, guerre, ma soprattutto attraversa la memoria di un popolo che ha saputo resistere. E che oggi, grazie a questo libro, e all’intelligente e appassionata edizione della DBE – Barbaro, torna a parlare con la sua voce più autentica.

Bruno Demasi

lunedì 29 giugno 2026

EMILIO ARGIROFFI: la cura del corpo e dell’anima ( di Mara Vittoria Colosimi )


      La figura di Emilio Argiroffi  da tempo è  quasi del tutto assente dal discorso pubblico, specialmente nella sua amata Taurianova e in quella Calabria alla quale ha dato un enorme contributo di valori. Un oblio ingiustificato, soprattutto se si considera la densità morale, civile e culturale della sua biografia. Questo articolo di Mara Vittoria Colosimi, pubblicato in forma di saggio narrativo, ha il merito di restituire Argiroffi alla sua complessità, componendo un ritratto che non indulge alla celebrazione, ma ricostruisce con acume critico la trama profonda di una vita spesa tra cura, parola e politica. Colosimi evita ogni definizione univoca: Argiroffi emerge come medico dei poveri, poeta visionario, parlamentare comunista atipico, sindaco in tempi difficili, intellettuale mediterraneo capace di tenere insieme scienza e mito. La forza del saggio sta proprio nella capacità di mostrare come queste identità non siano compartimenti stagni, ma parti di un’unica vocazione: la cura come forma di responsabilità totale. Il documento lo dice con chiarezza: «La sua medicina superava la dimensione tecnica per farsi ascolto, presenza, prossimità». La parte dedicata alla poesia è forse la più originale. Colosimi accosta Argiroffi a Pasolini, Sinisgalli e Scotellaro, ma non per costruire accostamenti forzati, per mostra invecere come la sua lirica sia una forma di diagnosi dell’anima collettiva. La poesia diventa un modo di nominare la durezza del reale senza cedere alla disperazione. «La sua parola non consola: orienta» . (Bruno Demasi)

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   Per qualificare la figura di Emilio Argiroffi non basterebbe una sola definizione; occorrerebbe una sintesi quasi ossimorica: medico dei poveri, poeta visionario, parlamentare comunista atipico, sindaco amato e discusso, intellettuale mediterraneo capace di far convivere la scienza con la contemplazione del mito. Nato a Mandanici nel 1922, Argiroffi giunge a Taurianova nel 1949, in un secondo dopoguerra ancora segnato dalle ferite profonde della miseria e dell'isolamento. La Piana di quegli anni era un territorio sospeso tra latifondo e modernizzazione incompiuta: mortalità infantile elevata, servizi sanitari quasi inesistenti, emigrazione come destino più che scelta¹. Non poteva sapere, allora, che quella terra sarebbe divenuta la sua patria d’elezione, il teatro di una vita spesa tra la corsia e l’aula parlamentare, tra la pagina scritta e la piazza.

     La sua pratica medica era, in verità, una forma di antropologia applicata. Entrare nelle case dei braccianti, dei bambini malnutriti, degli anziani abbandonati a se stessi, significava per Argiroffi misurarsi con la “carne” della Calabria. La sua medicina superava la dimensione tecnica per farsi ascolto, presenza, prossimità. Le testimonianze dell’epoca lo ricordano come un uomo che curava senza chiedere nulla in cambio, un professionista che sedeva accanto al letto del malato, capace di chiamare per nome ogni componente della famiglia e di far proprie le loro ferite. Si racconta ancora di una notte d’inverno in cui, chiamato per un bambino febbricitante in una casa senza luce, rimase fino all’alba accanto al piccolo, scaldandogli le mani e rassicurando la madre terrorizzata: un gesto minimo, ma rivelatore della sua idea di cura come responsabilità totale. In una società che viveva ancora la soggezione dell'emigrazione e della fame, Argiroffi divenne un pilastro, un riferimento morale che andava oltre la semplice cura del corpo, agendo quasi come un mediatore culturale tra il mondo contadino e le prime istanze di modernità². 
 
   È da questo radicamento quotidiano che nasce la sua politica, intesa non come carriera, ma come estensione del suo impegno umanitario verso le classi subalterne. Quando nel 1968 le genti della Piana ne chiesero la candidatura al Senato, non si trattò di una scelta ideologica convenzionale. Le cronache narrano di donne che recitavano il rosario per la sua elezione: un gesto che rivela la natura profonda del legame che Argiroffi aveva costruito. Era la fiducia concreta, quella che si concede a chi ha già dimostrato di voler guarire le vite altrui. Nei suoi anni in Parlamento, per tre legislature, si occupò di ciò che meglio conosceva: igiene, sanità, tutela dell'ambiente e Commissione antimafia. Intervenne più volte sui temi dell’inquinamento industriale nella Piana, sulla necessità di una medicina territoriale capillare, sulla prevenzione come strumento di giustizia sociale³. Non fu mai un tribuno in cerca di consenso effimero, ma portò nelle istituzioni la concretezza del vissuto, trattando la politica come una forma di medicina preventiva: modificare le condizioni sociali per abbattere la malattia e la marginalità.

     Argiroffi ha rappresentato una figura rara nel panorama politico del Novecento: un intellettuale che ha saputo resistere alla tentazione di rifugiarsi nell'astrazione ideologica. La sua era una “politica del fare”, ma quella vera, dove ogni provvedimento amministrativo era filtrato da una sensibilità quasi clinica verso le sofferenze del territorio. Anche durante il suo mandato come sindaco di Taurianova (1993–1997), in una stagione di cupa tensione sociale e criminale, egli mantenne inalterato quel rigore etico, agendo come un argine morale in un periodo in cui le istituzioni locali rischiavano la paralisi o l'inquinamento. Scelse di mantenere la porta del municipio sempre aperta, anche nei giorni più difficili, convinto che la trasparenza fosse la prima forma di difesa civile. Un suo provvedimento simbolico – la riapertura di alcuni servizi essenziali sospesi per paura o inerzia – fu percepito come un atto di resistenza istituzionale.

   Ma sarebbe riduttivo leggere Argiroffi solo attraverso il prisma dell'impegno pubblico. La sua voce più profonda, quella che ancora oggi risuona, è la voce del poeta. La sua lirica non è mai stata una fuga dal reale, bensì una sua trasfigurazione. In questo senso, Argiroffi si inserisce nel solco tracciato da Pier Paolo Pasolini⁴: come per Pasolini, anche per il medico di Mandanici la cultura contadina rappresentava una resistenza sacrale contro la degradazione della modernità. Al contempo, il suo legame con la terra lo avvicina a Leonardo Sinisgalli⁵, il “poeta‑ingegnere” che seppe fondere la razionalità scientifica con l'intuizione mitica del paesaggio meridiano. In questa sintesi tra “scienza” e “mito”, Argiroffi trova la cifra stilistica della sua intera esistenza: l'idea che non possa esserci guarigione del corpo senza un riscatto culturale e morale dello spirito. La sua raccolta Le azzurre sorgenti dell’Acheronte è forse l’esempio più compiuto di questa fusione: un libro in cui la medicina diventa metafora e la poesia si fa diagnosi dell’anima collettiva.

     Argiroffi dialoga idealmente con Rocco Scotellaro⁶, il sindaco poeta di Tricarico. Entrambi hanno saputo costruire una poesia corale, in cui l’io lirico si dissolve in un “noi” collettivo, dando voce a chi rischiava di restare muto. Come scriveva lo stesso Scotellaro, la storia non è una sovrastruttura astratta, ma un cammino che si compie nei corpi e nei giorni: «Siamo noi a camminare nella storia, non la storia in noi». Questa consapevolezza rende la poesia di Argiroffi un oracolo civile, capace di nominare la durezza del reale senza rinunciare alla purezza del canto. La sua parola non consola, ma orienta.

   La sua eredità è custodita anche nella donazione alla Casa della Cultura “Leonida Repaci” di Palmi: oltre duemila volumi, tra cui testi preziosi del Cinquecento e Seicento, insieme a opere d'arte. Questa biblioteca non è solo un lascito, ma una chiave di lettura: rivela un intellettuale vorace, un collezionista che ha saputo tenere insieme cultura alta e popolare, confermando, come teorizzato da Italo Calvino⁷, che i libri sono il “sistema nervoso” di una vita vissuta con rigore critico. Il fondo, ancora in parte da catalogare, testimonia la vastità dei suoi interessi e la necessità di un lavoro critico futuro, ma rammarica pensare che  "Taurianova capitale del Libro" non abbia pensato a una riedizione , se non di tutte le sue opere, almeno di una, una soltanto che  ricordasse alle giovani generazioni questa grande figura di medico e di poeta.

     Ancora oggi, la sua vita ci pone una domanda radicale: come tenere insieme cura, parola e politica? La risposta di Argiroffi è nel suo esempio: non separare mai la parola dalla carne del mondo, non smettere di ascoltare e non rinunciare mai a trasformare la propria competenza in un atto di servizio verso la comunità. La sua lezione, in fondo, è semplice e severa: la cura non è un gesto tecnico, ma un modo di abitare e migliorare il mondo.

Mara Vittoria Colosimi

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¹ Sulla condizione sanitaria e sociale della Piana nel dopoguerra: G. P. Pizzuti, Sanità e società nel Mezzogiorno rurale, Laterza, Bari, 1962. 
² Sulla figura del medico‑mediatore nelle aree rurali meridionali: E. Cingolani, Antropologia della cura, Il Mulino, Bologna, 1998. 
³ Per un quadro storico sulla medicina territoriale in Italia: M. De Bernardi, La salute pubblica nel Novecento italiano, Carocci, Roma, 2003. 
⁴ P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975. 
⁵ L. Sinisgalli, Furor Mathematicus, L'Astrolabio, Roma, 1944. 
⁶ R. Scotellaro, È fatto giorno, Laterza, Bari, 1954, p. 82. 
⁷ I. Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, Milano, 1991.

domenica 28 giugno 2026

Laboratorio di scrittura: “SCALICI CU’ PANI” (Racconto di Nino Greco)

    “Scalici cu’ pani” è un racconto che porta con sé un’eco quasi pavesiana: la fedeltà alla terra, la dignità del lavoro, la malinconia trattenuta di chi sa che la vita si misura nei gesti più che nelle parole. Nino Greco ricostruisce un microcosmo rurale con una precisione affettuosa, mai nostalgica. Le costereje della vigna, «un lembo di terra cretosa e ostinata», diventano il teatro di un’educazione sentimentale: quella di un ragazzo che impara il tempo lungo della fatica e quello ancora più lungo della memoria. Attorno a lui si muove l’anta degli uomini, figure scolpite con una naturalezza che ricorda la grande tradizione del realismo meridionale: compare Rrocco, Peppe Menzu, il padre. Ognuno con la sua voce, il suo ritmo, la sua ironia. Il racconto trova il suo centro emotivo nella figura di compare Rrocco, uomo di poche parole e di molta sostanza, capace di attraversare la guerra civile spagnola con la stessa sobrietà con cui attraversa la vigna. «Ci cascammo tutti comu merri!», dice, e in quella frase c’è un intero trattato di antropologia: l’inganno, la povertà, la retorica che spinge gli ultimi verso guerre che non comprendono. La sua conclusione — «Meglio ’nu scalici cu’ pani nella mia terra» — è una filosofia di vita, un rifiuto istintivo delle grandi narrazioni ideologiche. (Bruno Demasi)

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    Le costereje di Sanzo erano quella parte di vigna dove la motozappa non poteva accedere: un lembo di terra cretosa e ostinata, che non cedeva alle modernità con la stessa caparbietà con cui le viti, tutte di agghjanico e magghjoccu, vi affondavano le radici da generazioni. Piantate e innestate in ordine sparso in un'epoca in cui la concezione del sesto era ancora lontana da venire, quelle piante sembravano obbedire a una logica tutta loro, antica e avversa al cambiamento. Ma non erano solo le costereje a reclamare la zappa: anche in altri punti la disposizione delle viti non consentiva l'accesso dei mezzi, quasi che il terreno volesse stabilire lui come essere trattato.

    Il lavoro paziente di mio padre aveva già modificato buona parte del vigneto. Anno dopo anno, con la tenacia silenziosa di chi sa che i frutti arrivano dopo, aveva piantato le barbatelle in linea e aspettato che l'arbusto diventasse abbastanza robusto da reggere l'innesto. I filari cominciavano a prendere corpo, anche sotto l'aspetto estetico.  Sparivano a poco a poco i pali di castagno con la punta abbruciacchiata, conficcati accanto a ogni pedi di vite per resistere all'umidità del terreno, e i tralci venivano legati, con fili di jinestrha, di juncu o con arbusti di salicaro, a un filo di ferro sorretto alle estremità da due pali più robusti. Al loro posto, ordine e geometria: piccoli cambiamenti cadenzati per trasformare la vigna senza violentarla.

    La mia indocile curiosità mi portava spesso a fargli domande, mentre lo seguivo tra le viti:

— Padre, perché non rifai il vitigno anche nelle costereje? Così eviti di chiamare ogni anno un'anta di uomini, e si risparmia anche qualcosa. 
— Avresti ragione — mi rispondeva, senza alzare gli occhi mentre lavorava — ma occorre tempo. Quelle laccate di vigna sono importanti per la riuscita e la tenuta del vino. Se la salute mi aiuterà, faremo anche questo lavoro.

    Procedeva per gradi, con metodo e con quella saggezza contadina che non si impara sui libri ma matura col tempo, fatica dopo fatica: cercava di rinnovare il vitigno senza stravolgere la bontà di quel vino, mantenendo una produzione costante.

    Non aveva fretta, o forse aveva imparato a fare i conti con il tempo in un modo che io, alla mia acerba età, non riuscivo ancora a decifrare. Quel faremo, però, lo capivo benissimo. Non mi faceva sentire né piccolo né inutile: mi rendeva partecipe, complice, parte di qualcosa che andava oltre la mia età. E con la forza incosciente dei miei undici anni cercavo di guadagnarmelo sul campo, quel posto; di meritare quel verbo al plurale che mi includeva nel suo progetto come si include un erede.

    Così, quando a marzo si cominciava a programmare la zappatura dei due terrazzamenti, per me era come l'aprirsi di una stagione di festa. Appena la scuola me lo permetteva, mi aggregavo all'anta, facevo il servente, mi rendevo utile come potevo. E inevitabilmente, mentre vagavo nei paraggi del tagghju, finivo per appoggiarmi al tronco di qualche albero da frutto ad ascoltare: i discorsi degli uomini, i racconti, gli aneddoti, le storie di vita che si intrecciavano tra un colpo di zappa e l'altro come trame di racconti remoti.

    Anche quell'anno chiamò per la zappatura i soliti, tutti suoi amici. Tra questi, due in particolare erano l'anima del gruppo: compare Rrocco e Peppe Menzu. Due lavoratori che, quando si piegavano sulla schiena per ribaltare a colpi di zappa quelle zolle di terra cretosa, facevano impressione per la forza che ci mettevano e per come il loro tagghju procedeva spedito, con la dedizione di chi sa trasformare la fatica in arte.

    Quelle ore di duro lavoro spesso riservavano dei veri momenti di leggerezza: bastava un aneddoto per far scattare le battute, e i più sagaci erano sempre loro, compare Rrocco e Peppe Menzu. Quest'ultimo aveva i tratti da caratterista e si sarebbe fatto onore come attore di strada in un film del neorealismo, specie se l'avessero lasciato andare a braccio: battuta sempre pronta e ghigno da furbo sotto i baffi neri, che andavano a esaltare i suoi tratti chiaramente mediterranei. Compare Rrocco, invece, portava su di sé un'autorevolezza naturale, quasi innata. Statura imponente, tanto che il marruggio della sua zappa era più lungo rispetto a quello degli altri, parlava a bassa voce, con l’attenzione di chi misura le parole nel tono e nella quantità, e non si capiva mai se ciò che diceva fosse cosa seria o battuta.

    Quando, dopo il pranzo, consumato all'ombra dell'unico ulivo della vigna, accanto alla casetta, dove ognuno condivideva con gli altri ciò che portava nella camella, con quella generosità senza cerimonie propria degli uomini abituati a poco, facevo il giro con il bottiglione di vino per la classica bevuta pomeridiana, lui, con tono serioso, sentenziava:

— Giovanotti, andate piano col vino! Siamo qui per zappare la vigna, non per potarla!

    Era il più anziano del gruppo, già oltre i cinquant'anni, eppure teneva il ritmo del tagghju come, se non meglio, di un ventenne. Era un omone che incuteva rispetto, di quella qualità silenziosa che non ha bisogno di esibirsi. E rivolgendosi a me, con mezzo sorriso appena accennato:

— Ninareju, a loro porta l'acqua: il vino non lo reggono. Portalo solo a me.

    Alludeva al fatto che bere troppo avrebbe fatto perdere il controllo della zappata, rischiando di tranciare al piede le viti, ma nella sua voce c'era anche l'ironia bonaria di chi sapeva di essere l'ultimo a cedere agli effetti provocati del vino.

    Fu in una di quelle giornate sospese tra fatica e racconto che gli chiesero della sua avventura nella guerra civile spagnola. Lui non si scompose e cominciò a narrare con la medesima placidità con cui avrebbe descritto un’uscita in piazza:

— Andai in Spagna con tanti altri perché ci dissero che c'era da fare "delle guardie" a delle città, per controllare i repubblicani. Con la promessa di guadagnare venti lire al giorno, che era più della paga di una giornata con la zappa.

    Lo raccontava con la stessa voce e la stessa calma di quando chiedeva a Peppe Menzu una cartina per rollarsi una sigaretta, come se quelle parole non recassero alcun peso, come se l'esperienza spagnola scivolasse via dalla memoria senza lasciare segni. Tacque un momento, la zappa ferma tra le mani, gli occhi persi in un punto lontano. Poi aggiunse, con quel mezzo sorriso che non tradiva mai se fosse serietà o ironia:

— Ci cascammo tutti comu merri! Partimmo. Ci imbarcarono a Napoli e sbarcammo a "Calice" (così lui chiamava Cadice). Nel piroscafo eravamo come sarde nel cugnetto, ma era più la fame che il resto ad averci indotto partire volontari.

    Chi cavolo conosceva Franco... Ciccio e Pascali! - e rise, di quella risata breve e secca di chi ride di sé stesso senza indulgenza, e dopo un momento riprese:

— Col passare dei giorni scoprimmo che la faccenda era più seria delle guardie che ci avevano promesso. Ci mandarono col solo moschetto in mano e i vestiti du munzeju a fare da contorno a una colonna di mezzi che, dopo due giorni di marcia, si dovette fermare perché avevano sbagliato strada!

Scosse la testa, con l'aria di chi non ha voglia di stupirsi:

— Ora 'a vinciumu a guerra! — chiosò. E dopo un po' riprese, più quieto, come se parlasse tra sé: — Dopo pochi mesi mi sono tirato il paro e il disparo, mi sono dichiarato "esaurito" e il medico dispose il mio rientro in Italia. Meglio 'nu scalici cu pani nella mia terra che venti lire al giorno per fare una guerra a n'atru pizzu i mundu.

   Poi, come a sigillare il racconto con la saggezza di uomo navigato, disse:

— Cu 'ndavi a ligna o sdirrupu sa 'nchiana o chianu!

    Il ricordo di compare Rrocco mi tornò in mente un po’ di anni dopo, quando lessi Per chi suona la campana. Sospesi la lettura per un attimo e ripensai a quel racconto quasi naïf di quell'uomo capace di portare il peso di quel ricordo con la stessa agilità con cui portava il peso della zappa, senza enfasi, senza risentimento, con la dignità sobria di chi ne ha viste tante e ne è uscito intatto nell'anima. Quel ricordo mi strappò un sorriso. Di certo un contadino calabrese analfabeta, in quegli anni, non avrebbe mai avuto come primo pensiero i franchisti o i repubblicani, il bolscevismo o il fascismo. Bastava un imbonitore titolato e una buona dose di retorica per fare leva sull'ingenuità delle persone e sulla loro povertà, per riuscire a mandarle in guerra come si conduce il bestiame alla fera.

    Anche quell'anno la vigna fu zappata. E mio padre, fedele a un'abitudine che aveva tutti i tratti del rito, la domenica successiva all'ultimo giorno di lavoro invitava a casa tutti coloro che avevano lavorato nella vigna. Arrivarono prima di mezzogiorno, puntuali. Io ebbi il solito compito di andare alla gucceria di donna Lisuzza a comprare tre chili (a volte anche più) di sangunazzu, e lo portai ancora caldo dentro una pentola che avevo portato da casa, per il piacere degli uomini dell'anta, e anche nostro, a dire il vero.

    Un bicchiere di vino brindato alla salute di tutti rese ancora più sereni quei momenti. Non mancarono le risate, gli aneddoti e le battute di Peppe Menzu e compare Rrocco; quest'ultimo si burlava bonariamente di Peppe che, per non perdere tempo col sangunazzu, lo poggiava sul palmo della mano e lo risucchiava come fosse una ricotta appena quagliata: usare qualcosa, per lui, era superfluo.

Nino Greco