mercoledì 16 settembre 2026

Prima della fiaba. Marzano, Bruzzano e Di Francia nella tradizione popolare calabrese (di Mara Vittroria Colosimi)

 

      Raccontare la storia dei più grandi favolisti calabresi significa rivisitare una terra che, prima ancora di essere geografica, è un luogo dove la parola è strumento di memoria, di continuità, di resistenza culturale. La fiaba . nella sua forma più antica, orale, comunitaria , non nasce mai da un autore isolato: è un’azione collettiva, un deposito condiviso, un laboratorio di immagini che la voce tramanda e la scrittura, talvolta, salva. In questo paesaggio, la figura di Letterio Di Francia domina come il grande sistematore, il raccoglitore che ha dato ordine e dignità scientifica a un patrimonio sterminato (vd anche l'articolo pubblicato su questo blog, cliccando qui: PER NON DIMENTICARE LETTERIO DI FRANCIA (di Franco Mileto). Ma la sua opera, per quanto monumentale, non è un punto di partenza: è un punto di arrivo. Prima di lui, attorno a lui, quasi ai margini della storia ufficiale, si muovono Giovanni Battista Marzano e Luigi Bruzzano, due studiosi che non hanno lasciato “opere” nel senso canonico del termine, ma hanno lasciato tracce, appunti, quaderni, formule, osservazioni che costituiscono la vera preistoria della demologia calabrese. 
     Marzano, con la sua attenzione alla lingua e alla musicalità del parlato, e Bruzzano, con la sua capacità di leggere nei riti una struttura del pensiero, formano il tessuto culturale che rende possibile la stagione di Di Francia. Restituire loro visibilità non significa riscrivere la gerarchia dei meriti, ma ricomporre una genealogia: mostrare che la fiabistica calabrese non nasce da un singolo genio, bensì da una pluralità di sguardi, da un intreccio di competenze, da una comunità di raccoglitori che hanno saputo ascoltare prima ancora di scrivere. 
     Questo breve e intenso saggio di Mara Vittoria Colosimi, con l’accuratezza che  contraddistingue questa studiosa, intende dunque riportare alla luce le loro figure, collocarle nel loro contesto, e mostrare come la Calabria, spesso raccontata come terra di silenzi, sia stata invece, per chi ha saputo ascoltare, una terra di grandi voci letterarie.(Bruno Demasi) 
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   La storia della fiabistica calabrese è spesso raccontata come un percorso che culmina nell’opera monumentale di Letterio Di Francia, il grande raccoglitore palmese che, tra Otto e Novecento, seppe dare forma letteraria e dignità scientifica a un patrimonio orale vastissimo. Eppure, prima di lui e attorno a lui si muove un piccolo gruppo di studiosi, raccoglitori, demologi e narratori popolari che hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione di quella che potremmo chiamare la “prima demologia calabrese”. Tra questi, due nomi emergono con forza: Giovanni Battista Marzano e Luigi Bruzzano. Figure oggi quasi invisibili, ma senza le quali la stagione di Di Francia non sarebbe stata pienamente comprensibile. 

Marzano: il raccoglitore che precede Di Francia

   Di Marzano conosciamo ancora poco: qualche nota biografica sparsa, qualche citazione nei repertori demologici, qualche riferimento negli studi su Di Francia. Ma quel poco basta a delineare una figura di sorprendente rilievo. Giovanni Battista Marzano (Polistena, 1842 – Monteleone, 1902) svolse gran parte delle sue ricerche tra i contadini di Laureana di Borrello, dove nel 1889 accettò l’incarico di descrivere usi, costumi, superstizioni e letteratura popolare del mandamento. Operò in un ambiente intellettuale vivace, dove la demologia non era ancora disciplina accademica, ma passione civile, curiosità etnografica, desiderio di salvare un mondo che stava scomparendo.

     Le sue raccolte spesso manoscritte, talvolta pubblicate in sedi locali testimoniano una competenza linguistica e narrativa rara. I materiali che trascrive non sono semplici “racconti popolari”, ma veri e propri documenti antropologici, ricchi di formule, proverbi, strutture arcaiche. Il suo lavoro culminò nel Dizionario etimologico del dialetto calabrese, pubblicato a Laureana di Borrello nel 1928, che raccoglie il lessico dialettale di quell’area, pur risultando di uso comune in gran parte della regione.

      Alcune tradizioni orali attribuite a Marzano conservano formule di apertura che Di Francia stesso riconoscerà come tipiche dell’area vibonese. Una di esse, ad esempio, suona così: «C’era e non c’era, figghjoli mei, ’na vota ’nu re senza core…»¹

      Questa attenzione alla lingua — al ritmo, alla cadenza, alla musicalità del parlato — è ciò che rende Marzano un favolista nel senso pieno del termine: non solo un raccoglitore, ma un mediatore tra oralità e scrittura. Resta tuttavia da verificare con maggiore precisione l’attribuzione a Marzano di specifiche versioni fiabistiche e la conservazione di manoscritti in collezioni private, come indicato da alcune fonti locali.¹

Bruzzano: il demologo che costruisce un metodo 
   
   Accanto a Marzano, la figura di Luigi Bruzzano rappresenta l’altro polo della demologia pre‑novecentesca. Luigi Bruzzano (Monteleone di Calabria, 1º marzo 1838 – Monteleone di Calabria, 7 gennaio 1902) non fu solo un raccoglitore: fu un osservatore dei riti, un annotatore di proverbi, un sistematore di materiali etnografici. Le sue note sui riti nuziali dell’area di Monteleone — citate da più studiosi — mostrano una sensibilità quasi antropologica, anticipando temi che diventeranno centrali solo decenni dopo. In una lettera del 1898, Bruzzano avrebbe annotato: «La fiaba non è mai solo fiaba: è un modo di pensare, un modo di ricordare, un modo di tramandare ciò che non si può scrivere»². È una frase che potrebbe stare in un saggio di Propp o di Calvino. E invece appartiene a un demologo calabrese di fine Ottocento, oggi quasi dimenticato. La paternità e la collocazione esatta di questa citazione — attribuita a una presunta Lettera a un collega raccoglitore e riportata in G. P. Macrì, Appunti di demologia calabrese, Reggio Calabria, 1974, p. 56 — meritano tuttavia un’ulteriore verifica documentaria.² 
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     Quando il giovane Letterio Di Francia soggiornò a Monteleone per conseguire, nel 1895, la licenza liceale classica, trovò un ambiente già sensibilizzato alla raccolta della tradizione orale. Non partì da zero: ereditò un clima, un metodo, una rete di informatori, una consapevolezza culturale. La sua attività di raccoglitore si sviluppò poi soprattutto a Palmi, dove raccolse 61 racconti, 29 fiabe e 13 leggende, pubblicati solo molti anni dopo nelle sue opere sulla tradizione calabrese.

      Alcuni indizi suggeriscono che la sua opera — pur superiore per ampiezza e rigore — non sarebbe stata pienamente comprensibile senza il lavoro preliminare di figure come Marzano e Bruzzano.³ Gerhard Rohlfs, nei suoi studi sulla dialettologia calabrese, accenna al contesto culturale di Monteleone in cui operavano questi studiosi, anche se non documenta un rapporto diretto di collaborazione tra i tre.³

Di Francia stesso, in un appunto del 1909, avrebbe riconosciuto: «A Monteleone trovai già chi raccoglieva e chi ascoltava. Io non feci che continuare»⁴. Questa frase, spesso trascurata, è la chiave per comprendere la genealogia della fiabistica calabrese: non un genio isolato, ma una tradizione condivisa, un laboratorio collettivo. L’attribuzione di questo appunto — citato in A. D’Agostino, Letterio Di Francia e la fiabistica meridionale, Messina, 1987, p. 23 — richiede tuttavia un riscontro bibliografico o archivistico diretto.⁴ 

     Le ragioni dell’oblio di questi autori sono molteplici:assenza di opere organiche: né Marzano né Bruzzano pubblicarono un corpus unitario di fiabe;dispersione dei materiali: manoscritti, quaderni, fascicoli locali difficili da reperire;centralità di Di Francia, che con la sua opera monumentale ha inevitabilmente oscurato i predecessori;mancanza di studi recenti, che restituiscano dignità a queste figure. Eppure, proprio oggi , in un tempo in cui la ricerca antropologica riscopre il valore delle micro‑tradizioni , la loro opera appare più attuale che mai.Restituire visibilità a Marzano e Bruzzano non significa ridimensionare Di Francia, ma completare il quadro. Significa riconoscere che la Calabria non ha avuto un solo grande favolista, ma un tessuto di voci, un intreccio di competenze, una pluralità di sguardi.Significa, soprattutto, restituire alla regione una storia culturale più ricca, meno centrata sui “grandi nomi” e più attenta alle genealogie, ai contesti, alle continuità.

Mara Vittoria Colosimi

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1.Formula riportata in una trascrizione manoscritta attribuita a G. B. Marzano, conservata in collezioni private e citata in studi demologici locali (Vibo Valentia, inizi XX sec.).
2.L. Bruzzano, Lettera a un collega raccoglitore, 1898, citata in G. P. Macrì, Appunti di demologia calabrese, Reggio Calabria, 1974, p. 56.
3. Cfr. G. Rohlfs, Nuovi contributi alla dialettologia calabrese, Firenze, Olschki, 1969, pp. 112‑115.
4.L. Di Francia, Appunti di lavoro, quaderno 1909, citato in A. D’Agostino, Letterio Di Francia e la fiabistica meridionale, Messina, 1987, p. 23.

lunedì 14 settembre 2026

NON INQUINATE LA TARANTELLA! Mito, folklore e antropologia di un ballo. (di Bruno Demasi)

   
       La tarantella calabrese non è solo un ballo: è un linguaggio di gesti, di memorie, di tensioni, di comunità. È un modo di stare al mondo, un’espressione che precede la parola e la supera, un archivio corporeo che la Calabria ha custodito con una fedeltà sorprendente, quasi ostinata. Per comprenderla davvero bisogna abbandonare l’idea di un’origine unica, lineare, rassicurante. La tarantella non nasce, ma si genera nei secoli, nei villaggi, nelle feste, nelle crisi, nei riti. È un palinsesto in cui ogni epoca ha lasciato un segno, un ritmo, un’inflessione. E ciò che oggi chiamiamo “tarantella” è il risultato di questa sedimentazione lenta, stratificata, profondissima.

     La Calabria, più di altre regioni, ha conservato la sua forma più antica: una danza di terra, non di scena; una danza che non si guarda, ma si vive. E forse è proprio questa la sua forza: essere, ancora oggi, un rito che interroga il gruppo sociale. 


     Se si vuole cercare un primo nucleo fondativo, bisogna tornare alla Magna Grecia, quando la Calabria era una costellazione di città elleniche e la danza era parte integrante della vita religiosa e civile¹. Le fonti archeologiche mostrano figure danzanti con il busto inclinato, il baricentro basso, le braccia aperte come a disegnare un cerchio invisibile². È un gesto che ritorna nella tarantella, soprattutto nelle sue varianti più arcaiche dell’Aspromonte, dove il passo non è mai verticale, ma aderente alla terra, come se il danzatore volesse toccarla, ascoltarla³.

   La ròta, il cerchio che delimita lo spazio del ballo, è un’eredità diretta di quel mondo antico in cui il cerchio era protezione, comunità, continuità⁴. Non è un semplice spazio scenico: è un confine simbolico, un dentro e un fuori, un luogo in cui la comunità si riconosce e si rappresenta. E al centro di questo cerchio, come un sacerdote laico, sta il mastru’ i ballu, figura antichissima, garante dell’ordine, mediatore delle tensioni, custode del ritmo⁵. La sua autorità non è imposta: è riconosciuta. È una forma di potere che nasce dal consenso, non dalla forza. In questo senso, la tarantella è già politica prima ancora di essere danza.

L’origine condivisa con altri territori

     Il nome “tarantella” porta con sé l’ombra del ragno. Il tarantismo, fenomeno complesso e affascinante, ha segnato per secoli l’immaginario del Sud⁶. Le prime testimonianze scritte parlano di donne “pizzicate” che trovano sollievo solo attraverso la musica e il movimento⁷. Ma la Calabria non è il Salento: qui il tarantismo non diventa mai un sistema terapeutico strutturato, pur lasciando tracce profonde nella cultura del corpo⁸. 
 
   La tarantella calabrese conserva un’eco di quella logica: la danza come scarico, come liberazione, come rinegoziazione del sé. Il ragno, nella cultura popolare, non è solo un animale: è un agente di trasformazione, un simbolo di crisi e rinascita⁹. E la danza diventa il luogo in cui questa trasformazione si compie, non come guarigione medica, ma come riordino simbolico¹⁰. La Calabria, più di altre regioni, ha custodito questa ambiguità: la tarantella non è mai solo festa, né solo rito; è un territorio di mezzo, un luogo in cui il corpo dice ciò che la parola non può dire.

La tarantella come spazio sociale

   Per secoli la tarantella è stata il cuore della vita comunitaria: matrimoni, feste patronali, raccolti, ritorni, partenze¹¹. La ròta è un teatro senza palcoscenico, un’arena in cui la comunità si mette in scena e si controlla. Ogni gesto ha un significato: l’invito, la sfida, la seduzione, la ritirata, l’ingresso, l’uscita. Il mastru i ballu regola tutto: evita accoppiamenti impropri, modera conflitti, gestisce tensioni¹². È un arbitro, ma anche un narratore: attraverso il ritmo racconta la comunità a se stessa.

     Le varianti locali, sonu a ballu aspromontano, zumparieddu silano, viddanedda reggina, non sono semplici differenze stilistiche: sono dialetti coreutici, ciascuno con una propria grammatica emotiva¹³. E gli oggetti, i gesti simbolici ampliano il vocabolario del ballo, trasformandolo in una narrazione collettiva.La tarantella è, in questo senso, un dispositivo sociale vero e proprio.

Antopologia di un codice  espressivo in evoluzione

     La tarantella calabrese non è un residuo folklorico, né un innocuo divertimento. È un codice antropologico che rivela la struttura profonda della società calabrese: la centralità del gruppo, la necessità di mediazione, la dialettica fra ordine e trasgressione, la memoria di un Mediterraneo arcaico¹⁴. È una danza che non anestetizza, ma comunica. Comunica tensioni, desideri, ruoli, conflitti. Espone ciò che la comunità non può dire apertamente. E proprio per questo sopravvive: perché continua a essere molto eloquente. La tarantella è anche un archivio emotivo: conserva la memoria di un mondo contadino in cui il corpo era linguaggio, e la danza era una forma di comunicazione sociale, erotica, rituale¹⁵.

     Oggi la tarantella vive una nuova stagione: festival, gruppi folk, circuiti turistici¹⁶. È un fenomeno ambivalente: da un lato ha permesso la rinascita di strumenti, repertori, pratiche; dall’altro rischia di ridurre la danza a cartolina, a prodotto da palcoscenico, privato della sua complessità rituale¹⁷.

     La sfida è chiara: salvare la tarantella dalla tarantella. Preservare la sua densità antropologica senza trasformarla in un gadget identitario. Restituirle la sua profondità, la sua ambiguità, la sua forza. La Calabria non ha bisogno di un folklore consolatorio, ma di una memoria critica. E la tarantella, se ascoltata davvero, può ancora essere questo: un rito che ci costringe a guardarci dentro¹⁸.

Bruno Demasi

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1. M. Guarducci, La danza nel mondo antico, Milano, Mondadori, 1985, pp. 41‑56.
2.G. Pugliese Carratelli (a cura di), Magna Grecia. Arte e cultura, Milano, Electa, 1990, pp. 212‑219.
3.A. Costabile, La Calabria greca. Persistenze e metamorfosi, Reggio Calabria, Laruffa, 2004, pp. 97‑112.
4.V. Teti, Il senso dei luoghi, Roma, Donzelli, 2004, pp. 55‑60.
5.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, pp. 15‑22; 89‑104.
6.G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, München, Beck, 1977, s.v. “tarantella”.
7.C. Gallini, La danza della fata. Tarantismo e culture mediterranee, Roma, Meltemi, 2000, pp. 33‑48.
8.M. Fiume, Il ragno e la cura, Bari, Laterza, 1990, pp. 71‑82.
9.L. M. Lombardi Satriani – M. Meligrana, Il ponte di San Giacomo, Milano, Rizzoli, 1982, pp. 143‑158.
10.A. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palermo, Sellerio, 1971, pp. 101‑115.
11.V. Teti, Il colore del cibo, Roma, Meltemi, 2019, pp. 203‑210.
12.C. Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, Bompiani, 1930, capp. II‑III.
13.L. M. Lombardi Satriani, Folklore e profitto, Roma, Bulzoni, 1973, pp. 67‑79.
14.A. Buttitta, Antropologia del rito, Palermo, Sellerio, 1992, pp. 121‑134.
15.V. Lanternari, La religione di un popolo, Bari, Laterza, 1960, pp. 201‑215.
16.V. Teti, La restanza, Torino, Einaudi, 2022, pp. 89‑96.
17.P. Clemente, Ritorni. Antropologia dei revival, Firenze, SEID, 2001, pp. 55‑70.
18.M. Ricci, Il folk e la sua ombra, Roma, Squilibri, 2015, pp. 119‑132.

sabato 12 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “ RADIO MAMERTINA” (Racconto inedito di Tonino Polistina)

     Una storia capace di illuminare un’epoca, una vera e propria impresa; un gruppo di ragazzi che decide di sfidare l’improbabile. Non è soltanto il racconto di una radio libera nata nel cuore dell’Aspromonte degli anni Settanta; è la testimonianza di un desiderio collettivo, di un’energia generazionale che seppe trasformare l’assenza di mezzi in una forma di libertà. 

      Il testo di Tonino Polistina restituisce con finezza la vibrazione di quegli anni: la piazza grande, le prime radio che spuntano come avamposti di modernità, le visite ai pionieri dell’etere, le paure e le diffidenze, la determinazione ostinata di chi non si lascia scoraggiare. E soprattutto la forza di un amore precoce per il mezzo radiofonico, nato - come si legge nel documento - “nel caldo del letto, col transistor attaccato all’orecchio”, e cresciuto fino a diventare progetto, quasi impresa e comunità. 

     La narrazione non indulge alla nostalgia facile: preferisce la precisione dei dettagli, la concretezza dei gesti, la coralità dei nomi e dei volti che contribuirono a costruire un’emittente dal nulla. È un racconto commovente perché restituisce la bellezza delle cose fatte insieme, quando l’entusiasmo giovanile riesce a superare la burocrazia, la tecnica, la paura del fallimento. E perché mostra come un sogno possa diventare, all’improvviso, un fatto storico: “Buonasera, iniziano oggi… le trasmissioni di Radio Mamertina” non è soltanto un annuncio, ma l’apertura di una stagione nuova per un inte3ro territorio.

     Pubblicare questo testo significa offrire ai lettori non solo un frammento di memoria locale, ma una piccola lezione di immaginazione civile, la prova che, talvolta, la storia nasce da una panchina, da una radiolina nel taschino, da un manipolo di ragazzi che decide di non arrendersi all’impossibile.( Bruno Demasi ) 
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   “Andrea, Renato, dobbiamo crare una radio!” 
   Non ammetteva repliche quella mia sparata da condottiero alla guida di un’avventura che ritenevo realizzabile.

     Ricordo che era una sera di inizio primavera del ‘76 ed eravamo appollaiati sulla spalliera dell’ultima panchina della piazza grande, quella di fronte alla sede del MSI. Anche in Calabria era arrivata quella rivoluzione chiamata Radio Libere, e io morivo dalla voglia di averne una. Da solo non sarebbe stato possibile e quindi dovevo trovare altri innamorati nella cerchia dei tanti amici. Non mi risero in faccia, anzi si dimostrarono ben disposti. Bisognava  però capire da che parte cominciare. Non esistevano Internet né tutorial: la cosa più logica era rivolgersi a chi ci era già passato.

     A bordo della 112 di Andrea, partimmo alla volta di Taurianova, sede di una delle prime radio calabresi – la prima in assoluto era nata a Paravati seguita da Radio Piana Rizziconi - .

    Mimmo D'Agostino, il patron di Radio Taurianova International, ci guidò in quella piccola realtà cercando, in tutti i modi, di distoglierci dalle nostre intenzioni: burocrazia, manutenzione tecnica, Siae, bollette e rischio sequestro delle attrezzature sarebbero stati ostacoli insormontabili. Loro erano stati fortunati perché fino a qualche mese prima non vi erano norme e regolamenti che disciplinavano quel settore. Per chi arrivava ora i rischi erano notevoli.

     In macchina ci trovammo d’accordo: bisognava credere solo al venti per cento di quello che ci era stato raccontato. D’altra parte, quello faceva i suoi interessi - e distogliere i potenziali concorrenti era il primo.

     Per la radio ho sempre avuto un amore viscerale. Dai piccoli transistor fino agli stereo casalinghi non mi sono fatto mancare nulla. I miei genitori mi regalarono la prima radio sul finire degli anni Sessanta, quando le trasmissioni musicali si contavano sulle dita di una mano: la domenica mattina Gran Varietà e poi durante la settimana - la sera tardi - Supersonic Dischi a Mach 2, il venerdì la Hit Parade di Lelio Luttazzi e La Corrida con Corrado. Il resto erano notiziari e programmi culturali. Nel caldo del letto, col transistor attaccato all’orecchio, le note di Supersonic chiudevano la giornata.

     Il primo impatto col “mezzo” l’ho avuto quando ancora non avevo dieci anni. Successe al vecchio campo sportivo, una domenica durante una partita di calcio. Tra gli spettatori, nelle vicinanze, c’era Andrea, un simpatico e innocuo personaggio oppidese, afflitto da uno sviluppo mentale inferiore a quello proprio della sua età cronologica.

     Soleva portare nel taschino interno della giacca una minuscola radiolina che teneva sempre accesa. Anche quel pomeriggio. Attratto dal suono mi avvicinai per ascoltare meglio. Andrea, che ripeto era un innocuo bamboccione, chissà per quale recondito motivo, appena mi ebbe a portata di mano, mi assestò un “cinquelire” sulla guancia sinistra che ancora lo sento. Mi ritrassi spaventato. Lui mi sorrise, si aggiustò con l’indice gli occhiali e se ne andò.

     La rivoluzione radiofonica arrivò nel mese di luglio del Settanta quando ebbe inizio Alto Gradimento, una trasmissione ideata da Arbore e Boncompagni, che mescolava musica e gag con improbabili personaggi.

    Ad Alto Gradimento riconosco la colpa di aver fatto innamorare definitivamente della radio almeno un paio di generazioni di giovani, e di averli spinti a farla negli anni immediatamente successivi. Ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza, è fonte d’ispirazione per i network che popolano l’etere.

     Il passo successivo alla visita a Taurianova fu coinvolgere chi ne capiva più di noi a livello tecnico e farsi un’idea di quanto c’era da spendere. Rosario, Memè e Angelo facevano al caso nostro. Secondo la loro stima per mettere su una radio di media grandezza si sfioravano i due milioni di lire. Io lavoravo da poco al comune e il mio stipendio era di trecentocinquanta mila lire al mese - giusto per rendere un’idea.

     Non ci perdemmo d’animo e cominciammo il passaparola tra amici e conoscenti. In breve, il gruppo si compose di diciassette elementi ognuno dei quali entrava con una quota di centomila lire. La radio si sarebbe chiamata Radio Mamertina: Rocco fu nominato presidente e Gianni il suo vice.

    La prospettiva di una radio oppidese aveva infuso entusiasmo in buona parte dei concittadini, compresa la nuova amministrazione comunale, alla quale riuscimmo a strappare la promessa di una sede gratuita. In pochi mesi quella che poteva sembrare un’idea folle stava concretamente prendendo forma.

     Pasquale, il falegname del gruppo, con pialle e seghe principiò a costruire il banco regia insieme a Gigi, mentre Angelo, titolare di un negozio di elettrodomestici, lanciava l’ordine per l’acquisto di giradischi, microfoni, stereo sette e cuffie. Mimmo, Marcello, Aldo, Mario e Pino selezionavano i primi dischi. Con l’aiuto di Roberto, Renato e Andrea cominciavo a delineare una parvenza di palinsesto, dove musica e parole – convinti come eravamo che la radio dovesse avere anche una funzione sociale – trovassero il giusto equilibrio.

     A marzo del ’77 il più era fatto: avevamo una sede, il piano terra dell’ex Istituto per l’Agricoltura; avevamo un trasmettitore da 100 W che ci avrebbe permesso di coprire buona parte della fascia tirrenica calabrese; e avevamo una buona riserva di dischi.

     Il Primo Maggio del 1977 tutto era pronto per l’inizio delle trasmissioni. Mancava solo un piccolo particolare: innalzare sul terrazzo dell’edificio una antenna di venticinque metri! L’operazione si protrasse per molte ore. Soltanto nel tardo pomeriggio – dopo una lunga e non facile impresa che aveva coinvolto anche tre palazzi vicini, utilizzati per l’ancoraggio dei tiranti – il lavoro venne a compimento. Intorno centinaia di persone trattenevano il fiato: erano accorse a seguire quelle fasi concitate, a gridare consigli, a fare il tifo. Poi, finalmente, il lungo tubo di acciaio, con i quattro dipoli a mezza onda in cima, cominciò a salire, lento e solenne, verso il cielo.

     Era arrivato il momento che tutti aspettavamo.

  “Buonasera, iniziano oggi, sugli ottantanove e cinquecento Megahertz della modulazione di frequenza, le trasmissioni di Radio Mamertina. Buon ascolto”.

     La mia voce aveva aperto un’altra finestra nella storia di questa città. Nemmeno un anno dopo la mia intuizione, il sogno diveniva realtà. 

    "Si sente anche dalla piazza! "

    Trafelato e raggiante Zio Mimì – uno dei nostri soci – era corso in studio per annunciare la buona novella.

   Dopo quella rivelazione Radio Mamertina poteva iniziare davvero la sua incredibile storia.

Tonino Polistina