lunedì 19 ottobre 2026

LA GRANDE VICENDA ECCLESIALE E CULTURALE DI MONS. GIUSEPPE PIGNATARO E LA BIOBIBLIOGRAFIA COMPLETA (di Rocco Liberti)

      Oggi, almeno cronologicamente, si apre per Oppido Mamertina un percorso di commemorazione dedicato al canonico Giuseppe Pignataro, una delle figure più alte e luminose che questo paese abbia mai dato alla cultura calabrese. Scomparso il 18 ottobre 1987, egli entra oggi nel quarantennale della morte: un anniversario che culminerà il 18 ottobre 2027 e che auspichiamo possa trovare, almeno in questo anno, nella sua Oppido l’attenzione e il riconoscimento che la sua vita e la sua opera meritano.

     Mons.Pignataro non fu soltanto un sacerdote, un docente e un canonico: fu un uomo che trasformò l’amore per la propria terra in ricerca, metodo e memoria. Visse e operò instancabilmente nel glorioso seminario vescovile locale , dove insegnò a lungo e formò generazioni di giovani, lasciando in ciascuno il segno di una cultura rigorosa, generosa e profondamente umana. Fu soprattutto uno studioso straordinario. Con pazienza di archivista e passione di figlio della sua terra, in anni difficili e con pochi mezzi, riportò alla luce le radici storiche, religiose e civili di Oppido e di tanta Calabria antica. Non si accontentò delle tradizioni ricevute: cercò fonti, indagò archivi, confrontò testimonianze e restituì alla comunità un’immagine più vera e più nobile del proprio passato. I suoi Appunti di storia calabrese, restano una tappa fondamentale di quel lavoro di ricostruzione storica condotto con serietà scientifica e fedeltà al territorio.

     La sua casa e il suo studio divennero un punto di riferimento per studiosi di fama nazionale e internazionale: da Gerhard Rohlfs a Luigi Lombardi Satriani, da Augusto Placanica ad Antonio Piromalli e a una schiera nutritissima di intellettuali, studiosi e ricercatori che trovarono in lui un maestro e un custode insostituibile della memoria calabrese.

     Il canonico Pignataro è una di quelle figure che non cercarono onori, ma lasciarono onore alla comunità che li vide nascere. Fu un maestro nel senso pieno della parola, un ricercatore di rara levatura, un fedele servitore della sua Chiesa e un custode appassionato della memoria di Oppido Mamertina, senza contare il contributo notevolissimo da lui dato alla nascita e alla diffusione di gloriose riviste storiche come “Albori” dei fratelli De Cristo di Cittanova e “Historica” del grande Domenico De Giorgio.

      A quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, la sua figura appare oggi più grande che mai. In un tempo in cui le radici rischiano di dissolversi e la memoria locale viene spesso ridotta a retorica o a esibizione, Pignataro ci ricorda che amare il proprio paese significa anche studiarlo, comprenderlo, documentarlo e tramandarlo. Sia questo il miglior omaggio che Oppido Mamertina possa rendergli: riprendere in mano la sua eredità e farne luce per il futuro.

Per aprire idealmente questo percorso di ricordo e di commemorazione, mi onoro oggi di proporre qui la sua biobibliografia completa, curata in modo meticoloso e affettuoso da Rocco Liberti (*), perché la memoria di un uomo come il canonico Pignataro non deve restare chiusa negli archivi: va riletta, diffusa e consegnata alle nuove generazioni. (Bruno Demasi)
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   Mons. Giuseppe Pignataro, una delle intelligenze più vive espresse da Oppido Mamertina in questo secolo, si è spento il 18 ottobre 1987 al suo paese natale lasciando tangibile memoria di un impegno profuso soprattutto nel settore della ricerca storiografica locale. Nato il 3 novembre 1901 da Filippo e da Zoiti Antonina, andò a scuola piuttosto tardi chè nei primi anni, come usava in certi ambiti, perse tempo prezioso ad imparare il mestiere di calzolaio nella bottega di mastro Luigi Bonarrigo. Nell'anno scolastico 1916-17 stava completando la sesta classe del corso elementare col maestro Giuseppe Scarcella quando, come venne scritto sul registro, Abbandonò la scuola perché chiuso nel locale Seminario (1). Espletati gli studi ginnasiali e liceali nel collegio oppidese, si portò al Seminario Pio X di Catanzaro, donde uscì preparato a ricevere il sacramento che ne avrebbe fatto un ministro di Dio. Simpatica e toccante e, nel contempo, parecchio indicativa dello stile letterario del futuro scrittore, saldamente ancorato al classico periodare latino e ricco di una verve poetica connaturale e invitante ad una piacevole lettura, la lettera, che, giovanissimo, faceva tenere al suo vescovo, mons.Galati, il 27 novembre 1923 da Catanzaro, probabilmente alla vigilia del conseguimento degli ordini minori. Di seguito l'interessante missiva, che rivela in pieno il felice stato di grazia raggiunto da chi aveva intrapreso con grande aspettativa un cammino prescelto, ma che in certo modo sembrava frenato da qualche esitanza del presule o da lentezza nella procedura, se non proprio da una malattia che lo aveva fatto penare intorno a quell'epoca:
 
Eccellenza, 
C'è qui una scheda che io ho riempito così; tra una lacrima e un sospiro. La notte scorsa non ho potuto chiudere un occhio, come se il mio capo non avesse un guanciale ove poggiarsi. Eppure lo spirito si preparava a porre le fondamenta del suo castello! 
Ella comprenderà: è il primo gradino all'ascesi trionfale. Il mio cuore sconfina in un senso soave, per accogliere un infinito. Io non so, io non so più. Tra fibra e fibra scorrere mi sento il brivido dei piani al ridestarsi primaverile. Ora le domanderei se ella avesse cosa in contrario al pio cominciamento! No! ... ed alloraMa veda lei, ma veda lei ... 
Non altro che la mia fidanza intera nel suo paterno volere. 
Le bacio il S. A. 
Dev.mo in X° 
Sem. Pignataro Giuseppe


     In effetti, ancora prima il seminarista Pignataro era incappato in una depressione piuttosto seria. Ecco come il rettore d. Francesco Mennini, ne scriveva premurosamente all’Ordinario di Oppido il 23 maggio:

Mi son dovuto decidere a mandare per qualche giorno in famiglia Pignataro, perché mi dava segni un po’ preoccupanti di prostrazione nervosa. Fare una cura qui sarebbe stato inutile, perché gli è necessario riposo assoluto, distrarsi, e non pensare assolutamente allo studio. Spero che riprenderà in breve le sue forze (2). 
 
     D. Giuseppe fu ordinato il 12 settembre del 1926, ma già da parecchio le sue peculiari doti risultavano abbastanza conosciute e apprezzate. Difatti, nel comunicare la fausta notizia ai lettori, il periodico Albòri, che lo annoverava tra i collaboratori, lo presentava provvisto di brillante coltura, massimenelle discipline letterarie e storiche, quale gentile poeta e rivolto a studi di storialocale con raccolto fervore (3).

    Dopo aver superato l'importante traguardo, il neo sacerdote venne presto incaricato dell’insegnamento in Seminario, dove in successione di tempi ricoprirà anche il ruolo di preside. Quindi, intraprese ad ascendere la scala gerarchica dei benefici capitolari fino a raggiungere la vetta quale canonico arcidiacono. Per le due attività gli rimasero appiccicati come etichette i due titoli antonomastici di professore e di canonico, con cui fu solitamente chiamato sia da coloro ch’erano poi divenuti suoi confratelli che dai professionisti laici, i quali, anche se avevano percorso altre vie, erano stati pur sempre istradati da lui privatamente. Tra gli altri incarichi assunti prevale quello direttore della chiesa filiale di S. Giuseppe, dove officiò per parecchi anni.

     Formatosi in buona sostanza a quel cenacolo letterario, che negli anni ’20 e ‘30 agiva tra Oppido e Cittanova ed aveva quali punti di forza i fratelli De Cristo, prese viva parte a molte iniziative offrendo una fattiva collaborazione. La sua attività di ricercatore lo fece entrare poi in rapporti con qualificati rappresentanti della cultura, come il tedesco Gerhard Rohlfs, Alfonso Frangipane, Raffaele Corso, Alessandro Monteleone, Raffaele Lombardi Satriani, i vari Sovrintendenti alle Antichità P. E. Arias, Alfonso De Franciscis e Giuseppe Foti, tanto per citarne alcuni, che gli concessero la loro amicizia e stima. Nel 1933 e 1936, dopo aver studiato con impegno presso I’ Archivio Segreto Vaticano i trascorsi plurisecolari della sua Oppido,diede alle stampe i primi rilevanti saggi delle sue ottime possibilità, dei lavori condotti con particolare serietà scientifica, i due opuscoli Appunti di storia calabrese, che avrebbero fatto dire all’Orsi di trovarsi di fronte ad uno scritto notevole. In
verità, entrambe le fatiche, condotte con rigoroso metodo in documentazioni del tutto inesplorate, apportarono nuova e più completa luce all’iter storico di una cittadina fino a quel tempo proposto in modo poco chiaro e sorretto soltanto da fonti di scarso credito o da opere inficiate da tutta una serie di plagi e nelle quali gli autori avevano fatto a gara a copiarsi l’un l’altro.

     Per i meriti acquisiti sul campo fu nominato Ispettore Onorario alle Antichità e Belle Arti e Deputato di Storia Patria per la Calabria. Negli anni ‘50, in seguito all'istituzione in Palmi di un Museo del Folklore, cui consegnò alcuni pezzi di un certo valore, costituì a Oppido l'Associazione Amici del Folklore, che indisse una riuscita serie di applaudite conferenze su temi di carattere etnografico tenute da giovani universitari che oggi sono tutti stimati professionisti.

     Il canonico Pignataro s‘interessò variamente di poesia, folkore e storia calabrese in generale con serietà d'intenti, ma gli argomenti preferiti furono le vicende riguardanti Oppido, Gerace e Polsi, luoghi altamente significanti nella cultura religiosa della provincia reggina, ai quali consacrò trattazioni di particolare rilievo, che furono ospitate in gran parte da Historica, la rivista dell'amico e conterraneo Prof. De Giorgio, cui diceva sempre di voler riservare i lavori ritenuti più interessanti e da Brutium. Ma, pur avendo prodotto tanta messe, egli non riuscì o non volle portare a termine un’opera organica che si occupasse per intero della storia di Oppido vecchia e nuova per come ci si attendeva e per come gli annunci frequenti di un’imminenteedizione di essa facevano presagire. Ora purtroppo, avvenuto l'inevitabile, non resta che confidare negli eredi e far voti che quanto non è stato possibile materializzare nel corso di una lunga esistenza, venga finalmente offerto all'attenzione di cittadini e studiosi almeno come opera postuma, al fine di dare un più giusto merito a chi dedicò tutta la vita allo studio.

     Questo il testo di un manifesto con cui l’Amministrazione Comunale oppidese volle commemorare la figura di mons. Pignataro:

Dell'Illustre Estinto ricorda dolente alla Cittadinanza che fu letterato dalla fervida mente e dalla vasta cultura. Appassionato cultore di storia patria fu studioso attento e felice scrittore. Amò la sua terra. Diede lustro alla sua gente e profuse sapere a generazioni di giovani che restano perennemente riconoscenti alla sua opera educatrice. Con diligenti ricerche e scritti originali validamente contribuì a dare testimonianza  ai fasti della sua Città e alle sue remotissime origini.

Bibliografia completa

La lauda dell'olivo, poesia in “Albòri” a. 1926, nn.15-16;
Di alcuni laterizi rinvenuti nel contado di Oppido Mamertina, ivi, nn.17-18;
Francesco d’ Assisi e l ‘amore delle sue creature, ivi, nn. 22-23;
Frate Francesco, ivi n. 39, p. 3;
Edicola, poesia in “Fede ne Civiltà”, a. I-1926 (3a s.), n. 40, p. 3;
Mistici calabresi, “Albòri”, a. 1927, n. 7;
Refugium peccatorum ora pro nobis! poesia, ivi, n. 10; poesia, ivi, nn. 14-15;
Aurora, poesia, ivi, n. 16;
Raccoglimento, poesia, ivi, nn.18-19; 
Ninna nanna, poesia,ivi, nn.22-23;
Paesaggi della Piana, poesia, “La coltura regionale”, a. 1928, n.9;
Villa Abbandonata, poesia, a. 1930, nn. 2-3; 
Meditazione, ivi, n.4; 
Appunti di storia calabrese (Un documento del 1188-L’origine della sede vescovile- Uno sguardo alla cronotassi dei vescovi), Terranova S. M. 1933, Tip. SS. Crocifisso,pp. 14+note; 
Appunti di storia calabrese - II (La cronotassi dei vescovi – Il rito greco – La congrega del SS -Le relationes del Perrimezzi -I diaconi selvatici -Il monastero della Purificazione - Il palazzo vescovile-Il seminario diocesano-La cattedrale-Il banco del maestrato-La chiesa di Bagnara), Terranova S. M. 1936, pp. 25+note; 
Divinazione idrica in Calabria,” Folklore della Calabria”, a. 1956, nn. 2-3; 
Culto e storia di S. Fantino Confessore Patrono di Lubrichi, Reggio Cal. 1958, Tip. Leo, pp-32; 
Iscrizione ebraica di Oppido Mamertina, “Historica”, a. 1959, n. 6; 
Un Vescovo di Calabria nel secolo XV-Athanasio Chalkèopoulos, “L'Avvenire di Calabria”, a. 1959, nn. 29-30; 
Il “Liber Visitationis” di Athanasio Chalkèopoulos, ivi, n. 31 (i due articoli sul Calceopilo hanno visto la luce anche su “Parole di vita”, a. 1959, nn. 25-26-27); 
Il monastero di San Bartolomeo di Trigona, a. 1959 c.;
Carte vecchie e tempi nuovi in Oppido Mamertina (con pseudonimo Francesco S. DeMaistre), “La Voce della Piana”, a. 1960, n. 5; 
Nuove luci storiche su la Calabria e sul santuario di Polsi, “Brutium”, a. 1960, n. 5; 
Pietra e legno nei riti di Polsi, ivi, n. 6; 
Pietra e legno elementi della liturgìa che regola il primo pellegrinaggio a Polsi, “Il Giornale d'Italia”, 2-9-1960; . 
La Chiesa di S. Maria di Loreto in Filogaso e una bolla del 1523, “Historica”, a. 1961, nn.5-6; 
Il cardinale Bessarione Amministratore della Diocesi di Gerace, “La Voce di Calabria”, a.1963, n. 49 e in estratto presso Tip. Diaco, Oppido Mam.; 
Due lettere di Costantino Lascaris documenti per la storia culturale di Gerace, “Historica”, a. 1963, n.3; 
Bessarione e il monachesimo greco,( non si hanno notizie bibliografiche); 
Un vescovo di Gerace alla Corte di Cipro (1467-68) e un matrimonio mancato, “Historica”,a. 1964, n.1; 
Noterelle carbonare, ivi, a. 1965, nn. 2-3; 
Il dottor fisico Domenico Campanella di Stignano, “Brutium”, a. 1967, n. 3; 
Ex-voto di santuari di Calabria, “Historica”, a. 1967, nn. 4-5 ; 
Per una storia dell'Episcopato di Mons. Giuseppe Maria Perrimezzi in Oppido di Calabria (1714-1734), ivi, aa. 1968-69, nn. 4-1; 
Polsi verso la fine del secolo XVII, “Brutium”, a. 1970, nn. 1-3; “Historica”, a. 1971, n. 1; 
Monumenti bizantini-Lettera al prof. Domenico Minuto, “Brutium”, a. 1971, n. 2; 
I Greci di Papanicefore, “La Voce di Calabria”, a?, n.? ; 
Il Typicon di Bova, “La Voce di Calabria”, a.?, n.?; 
Per l'identificazione dei Santi Fantino…, “La Voce di Calabria”, a.?, n.?; 
Sant'Agata ovvero Oppido, “La Voce di Calabria”, a. 1972 e in estratto presso Tip. Diaco; 
Medma un'antica città greca dell'Italia Meridionale, “Brutium”, a. 1972, n. 2; 
Polsi resta ancora un mistero di combinazioni e d'interessi-altri documenti scoperti, ivi, a.1972, n.4; 
Il duca di Caivano, il vescovo di Oppido in Calabria e l'abolizione della Cassa Sacra,“Historica, a. 1973, n. 2; 
La vera storia del Santuario di Polsi,”Comunità”, a. 1974,n.2; 
Il cantiere di mons. Coppola, “Brutium”, a. 1974,n.4; 
Candido Zerbi e la “Cronistoria” di Oppido, “Mamertinon”, a. 1974, n. li i 
Settecento religioso in Calabria-Luci ed ombre-La pretesa autobiografia di P. Antonio dal’ Olivadi (1653-1720), “Historica”, a? 1974, nn. 1-2; 
La Certosa di Serra S. Bruno negli scritti di L. Palustre, “Calabria Turismo”, a. 1974, nn.19-20; 
Le campane di Radicena, “Comunità”, a. 1974, n. 15; 
La vecchiona, ivi, n. 17; 
L'occupazione militare francese, “Historica”, a. 1975, n.1; 
Per la croce di Polsi (in polemica con G. Gnolfo), “Brutium", a. 1975, nn. 2-3; 
Le campane e la fiera del 25 marzo, festa dell’Annunciazione a Oppido di Calabria,“Mamertinon”, a. 1975, n. 1; 
Il culto di Maria SS. Annunziata in Oppido di Calabria, Tip. Formica, Taurianova 1975,p. 60);
Giovanni Conia a Oppido di Calabria, “Historica”, a. 1975, n. 3;
Il barone Raffaele Lombardi Satriani, ivi, a. 1976, n. 1; 
Un popolano liberale, ivi, a. 1977,n. 2;
D. Candido Carbone di Pedavoli, a. 1977, n.3;
Un vecchio giornale calabrese, ivi,a. 1978, n.3;
Il museo del Folklore in Palmi, ivi, a.1978 , n.4; 
Il musicista Giuseppe Nunziato Muratori, i suoi parolieri e Giovanni Conia, ivi, a. 1979, n.3; 
Poesie calabre del canonico Conia, Tip. Marafioti, Polistena 1980, ed. reprint, con aggiunta dell'articolo apparso in “Historica” dell ‘anno 1975; 
Il culto delle Madonne nere e la Vergine nera di Semiinara, “Historica”, a. 1980, n. 1 e in ed. reprint, presso Tip. Diaco con pref. del vescovo Benigno L. Papa, a. 1986; 
Il monastero delle clarisse in Oppido,Tip. Villivà, Oppido M. 1981; pubblicato dalla Pro-Loco in occasione della manifestazione “Alla riscoperta di Oppido Vecchio” del 19 agosto 1981; 
1883: la crisi agraria, “Historica”, a. 1981,n.4; 
La chiesa di S.Maria di Popsis, “Brutium”, a.1981, n. 3; 
Per una storia del Santuario di Polsi-Lettera indirizzata al Re Ferdinando IV il 1° Aprile 1802 da mons. Vincenzo Barisani Vescovo di Gerace (1797-1806), ivi, n. 4; 
L'exequatur a Mons. Curcio, “Historica”, a. 1982, n. 4; 
Censure sopra il libro di Padre Mostro-inedito di Tommaso Campanella, ivi, a. 1983, n2; 
La chiesa della Madonna del Buon Consiglio e la Confraternita di S. Giuseppe in Oppido,Tip. Marafioti, Polistena 1985, pp. 23; 
La Divina Pastorella (precisazione) “Brutium”, a. 1985, n. 3; 
I Gesuiti a Oppido, “Historica” 1986, n. 1; 
Mons. Alessandro Tommasini, ivi, a. 1986, n. 2.
Rocco Liberti

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* Pubblicato in “Historica”, a. XL-1987, n. 4, pp.161-167 e in “Quaderni Mamertini” Momenti e figure della vecchia e della nuova Oppido,VI, n.45, novembre 2003, pp.35-39.
(1) Archivio Scuole Elementari Oppido Mamertina. 
(2) A.V.O. 
(3)”Albori”,a II – 1926, nn.17-18.

domenica 18 ottobre 2026

Laboratorio di scrittura: “EMIGRANTE “ ( Duplice lirica inedita, in lingua e in vernacolo, di Maria Rosa Grillo)


    All’ esperienza dolorosa dell’emigrazione Maria Rosa Grillo dedica una lirica di rara sensibilità e di  ormai inusuale maestrìa, che qui si ritrova nella sua duplice versione, italiana e dialettale: due voci della stessa anima, due modi di esprimere un dolore che nessuna lingua, da sola, riesce quasi  a contenere del tutto.

     La protagonista della poesia non voleva partire. L’Australia non era la sua terra: non custodiva la sua casa, né i ricordi della fanciullezza, né le voci e i volti che avevano reso unico il suo mondo. Eppure un giorno, dal porto di Messina, salì su una nave che la portò sempre più lontano. Fu un viaggio di settimane, fatto di giornate interminabili e di pensieri che forse non la abbandonarono mai. La misura del suo dolore traspare in ogni verso, con una discrezione che lo rende ancora più commovente.

      Come tanti emigrati, anche lei seppe ricostruire qualcosa nella terra straniera. Trovò un lavoro, ebbe una casa, diede vita a una famiglia. E tuttavia il suo cuore non si trasferì mai davvero: rimase là, in quella terra lontana che aveva dovuto lasciare. Non tornò mai più, neppure per una visita. Non per indifferenza, né per dimenticanza, ma perché il dolore della separazione era diventato troppo profondo. Tornare avrebbe significato riconoscere quanto era stato perduto; e forse la sua anima non se la sentiva più.

      La versione dialettale conferisce alla lirica una dimensione ancora più intima. Non è una semplice traduzione: è come se la poesia tornasse, dopo il racconto in italiano, alla lingua della casa, della madre, delle cose piccole e autentiche. Espressioni come «cu doluri i cori» o «doluri d’a spartenza» non aggiungono soltanto colore locale: restituiscono la materia stessa del ricordo, il calore di una parlata che appartiene alla memoria e alla famiglia. Vi si sente la voce di una comunità, di un popolo che ha conosciuto la fatica del partire e il silenzio di chi resta.

      Maria Rosa Grillo sa raccontare senza fronzoli e senza artifici una storia semplice, ma universale: quella di tante donne e tanti uomini costretti ad abbandonare questa terra per cercare altrove una possibilità di vita. Persone che seppero costruire, con coraggio e dignità, un futuro lontano, senza però smettere mai di portare nel cuore il paese perduto. È una poesia breve, ma di grande respiro umano; una pagina che parla a chiunque abbia conosciuto, direttamente o attraverso la propria famiglia, il prezzo silenzioso e pesantissimo dell’emigrazione.(Bruno Demasi)



EMIGRANTE 

No, non voleva andarci, 
non era sua la terra d’Australia, 
non era lì la sua casa 
e lì non c’erano i ricordi cari della fanciullezza. 
Ma con dolore un giorno al porto di Messina 
salì su quella nave che sempre più si allontanava.

E furono settimane di viaggio, giornate lunghe, 
pensieri che mai forse la lasciarono. 
All’arrivo sapeva solo che non era là il suo cuore. 
Poi, come tanti, nella terra straniera ebbe lavoro 
e lì anche lei fece casa e famiglia.

E no, più non tornò, neppure una visita fece 
al paesello, da lungo tempo ormai lasciato, 
perché il dolore amaro, che "spartenza" è detto, 
più non poteva fare casa nel suo cuore.



Non voliva mu vaci… 
Non era a so’ terra l’Australia, 
jà non c’era a so’ casa 
e non eranu jà i ricordi d’a so’ cotraranza. 
Ma nu jornu, o portu di Messina, 
cu doluri i cori, 
si trovau mbarcata sup’a chìja navi 
chi sempri cchjù si lluntanava.

E fu viaggiu di simani, 
di jornati longhi 
e di penzeri chi forzi n’a dassaru mai. 
Quandu rrivau sapiva sulu 
ca non era jà u so’ cori. 
Apoi, comu tant’atri, 
nta jà terra stranera 
si misi mu fatiga e fici casa, 
si fici na famigghja.

E no, cchjù non tornau, 
mancu na visita nci fici 
a chìja terra chi nd’avia dassatu, 
ca jù doluri d’a spartenza 
no nd’avia cchjù mu torna 
nt’o so’ cori.


Maria Rosa Grillo

venerdì 16 ottobre 2026

FAUSTO VITALIANO: LA CALABRIA, L’IRONIA E LE FERITE DELLA MEMORIA (di Bruno Demasi)


     La Calabria di Fausto Vitaliano è presente nei luoghi, ma ancora di più nei rapporti fra le persone: nelle amicizie che resistono agli anni, nelle parole con cui ci si difende dal dolore, nei ricordi che tornano quando si credeva di averli messi da parte. È una terra dalla quale si può partire senza riuscire a lasciarsela davvero alle spalle. Tornarvi, tuttavia, non significa ritrovare ogni cosa al proprio posto. Talvolta significa accorgersi che a essere cambiati siamo soprattutto noi.

Nato a Olivadi, nel Catanzarese, e trapiantato a Milano, Vitaliano ha attraversato linguaggi e mestieri diversi: la radio, il giornalismo, la televisione, la traduzione, il lavoro editoriale, la sceneggiatura di fumetti e cartoni animati. Ha curato per Feltrinelli volumi antologici di Beppe Grillo e Michele Serra; con Serra ha scritto il monologo teatrale Tutti i santi giorni. Prima della trilogia di Gori Misticò, aveva pubblicato con Laurana i romanzi Era solo una promessa, Lorenzo Segreto e La grammatica della corsa.¹

Un investigatore che non può aggiustare tutto e una provincia priva di oleografia

     Al centro dei tre romanzi pubblicati da Bompiani fra il 2020 e il 2022 c’è Gregorio, detto Gori, Misticò, maresciallo dei carabinieri tornato in Calabria dopo anni di servizio al Nord. Il suo paese è San Telesforo Jonico, luogo immaginario che ospita una comunità tutt’altro che pacificata. Poco lontano c’è la spiaggia del Pàparo, la mezzaluna di sabbia del primo titolo: un tratto di costa legato alla giovinezza, alle amicizie, a una parte di sé che Gori non vuole perdere.²

     Misticò ama leggere Topolino, conosce la fatica del proprio mestiere e deve affrontare una malattia oncologica. Nel romanzo d’esordio della serie è in aspettativa: non ha più la disponibilità di un tempo a combattere il male, né la certezza che il suo lavoro possa rimettere ordine nelle cose. Il brigadiere Federico Costantino, chiedendogli aiuto per un omicidio, lo costringe però a uscire, almeno in parte, da quella rinuncia.

     La malattia non è un accessorio escogitato per rendere più tormentato l’investigatore. Cambia il suo rapporto con il futuro e incrina la fiducia nel ruolo che ha ricoperto. In un’intervista a Roberto Messina, Vitaliano ha spiegato di aver immaginato un uomo che, prima della diagnosi, sapeva quale fosse il proprio posto nel mondo. Dopo, anche questa sicurezza viene meno.³ Raccontare una piccola comunità significa misurarsi con la familiarità e con il controllo reciproco, con la solidarietà e con le sue condizioni. Nei romanzi di Vitaliano, il paese può essere letto proprio attraverso questa ambivalenza: si appartiene a una trama di rapporti che sostiene, ma dalla quale non è sempre facile prendere le distanze.

     L’ironia evita che tale mondo si irrigidisca in una rappresentazione esemplare del Meridione. Il sorriso interrompe l’enfasi, ridimensiona le pretese dei personaggi, lascia intravedere le contraddizioni dietro i comportamenti più rispettabili. Non cancella la sofferenza e non rende innocuo il delitto. Impedisce, piuttosto, che la gravità degli argomenti imponga alla pagina un tono uniformemente grave.

     La definizione di «noir pieno di umanità», presente nella scheda editoriale di La mezzaluna di sabbia, coglie questo equilibrio.⁴ L’indagine conta, e sarebbe riduttivo considerarla un semplice pretesto. Ma, accanto alla domanda su chi abbia commesso il crimine, prende forma un’altra attenzione: come vivono le persone coinvolte, che cosa temono, quali perdite hanno imparato a tacere.

Tre romanzi, un percorso umano

     La trilogia delle Ultime indagini di Gori Misticò segue il protagonista attraverso casi diversi e tempi narrativi che ampliano progressivamente la conoscenza della sua storia. Leggerla soltanto come una successione di delitti risolti significherebbe trascurare ciò che tiene insieme i libri: il rapporto fra il mestiere dell’investigatore e la sua crescente esposizione alla fragilità.

     La mezzaluna di sabbia, uscito nel 2020 e vincitore del Premio Nebbia Gialla 2021, introduce Gori nel momento della sospensione. Tornato a San Telesforo Jonico, in aspettativa e provato dalla malattia, il maresciallo cerca nella spiaggia del Pàparo una tregua. La richiesta di Costantino lo riporta all’indagine e, con essa, a una relazione attiva con la comunità.⁵ Il movimento più significativo non è quello di un eroe che recupera intatta la propria forza: è quello di un uomo che, pur senza sentirsi guarito dalla sfiducia, accetta di occuparsi ancora degli altri.

   La sabbia brucia, pubblicato nel 2021, torna invece sulle circostanze che precedono la situazione del primo romanzo. Gori è impegnato a Milano in una delicata operazione antiterrorismo; qualcosa va storto e il suo percorso lo conduce nuovamente in Calabria. Il libro approfondisce così il passato del personaggio e il rapporto fra il ritorno, i ricordi e i segnali della malattia.⁶ La terra d’origine non offre una parentesi al riparo dalla vita: è il luogo nel quale ciò che è rimasto irrisolto torna a chiedere attenzione.

     Scritto sulla sabbia, del 2022, conclude la trilogia con un caso costruito intorno a un’incongruenza inquietante: una donna viene trovata morta, ma all’anagrafe risulta già deceduta dieci anni prima. L’indagine conduce Misticò anche a confrontarsi con il proprio padre.⁷ Il passato, dunque, non rimane sullo sfondo della vicenda criminale: entra nel presente e modifica la comprensione di ciò che sembrava acquisito.

Nei tre libri la ricerca della verità procede insieme alla difficoltà di accettarla. Sapere chi ha agito e perché non equivale a riparare ogni danno. La soluzione del caso può ristabilire una responsabilità; non restituisce automaticamente ciò che è stato perduto.

La lezione del fumetto, Milano , la Calabria e ciò che resta dell’infanzia

     L’attività di Vitaliano come sceneggiatore non è un dettaglio marginale del suo percorso. La sua collaborazione con il mondo Disney comprende storie e serie come Tutti i milioni di Paperone, DoubleDuck e Topolinia 20802, ricordate dal sito ufficiale di Topolino.⁸ È un’esperienza che suggerisce una chiave di lettura anche per la narrativa: l’attenzione al ritmo, agli scambi di battute, al modo in cui una scena prepara la successiva.

     Non occorre stabilire una derivazione meccanica dal fumetto al romanzo. Si può tuttavia riconoscere, nella scrittura di Vitaliano, il gusto per una narrazione che cerca il lettore senza rinunciare alle sfumature. La chiarezza dell’azione non esclude l’ambiguità dei sentimenti; la vivacità dei personaggi non li riduce necessariamente a figure comiche. La predilezione di Misticò per Topolino crea inoltre un piccolo legame fra il protagonista e il laboratorio del suo autore. È un particolare discreto, che alleggerisce il ritratto del maresciallo e gli concede un’abitudine privata, lontana dalla posa dell’investigatore interamente assorbito dal proprio tormento.

     Il rapporto fra Nord e Sud assume un’altra forma in La via del lupo, pubblicato da Bompiani nel 2024. Qui Vitaliano lascia Gori Misticò e costruisce una storia nella quale il mistero nasce dentro un’amicizia infantile e nei rapporti fra due famiglie. Americo è il figlio della maestra, un bambino preso in giro per le lentiggini; Elvo, il nuovo arrivato, gli appare più sicuro, irrequieto, capace di trascinarlo nell’avventura. Sui monti della Calabria, i due si inventano rifugi, accendono fuochi, aprono sentieri. La loro amicizia sembra destinata a diventare anche una parentela quando la madre di Americo e il padre di Elvo, entrambi vedovi, annunciano di volersi sposare. Poi Elvo scompare e quella possibilità di famiglia si spezza. Vent’anni dopo, Americo vive al Nord e scrive gialli. Il passato torna a turbarlo attraverso incontri che incrinano la versione della propria vita con la quale ha imparato a convivere.⁹

     Nella recensione dedicata al libro su Thriller Café, Damiano Del Dotto sottolinea proprio questo rapporto fra esistenza e narrazione di sé.¹⁰ È un tema che allarga il mistero oltre l’accertamento dei fatti: quanto della nostra identità dipende dalle storie che continuiamo a ripetere? E che cosa accade quando una persona, creduta definitivamente perduta, sembra smentirle?

Il ritorno che non rimette tutto a posto

     È su questo terreno che il richiamo a Vito Teti può diventare utile, purché resti un confronto e non venga presentato come una filiazione culturale accertata. Nella riflessione dell’antropologo, partire e restare non sono esperienze separate da un confine netto. Chi emigra conserva relazioni con il luogo d’origine; chi rimane assiste alla sua trasformazione e deve continuamente ridefinire il proprio modo di abitarlo. La restanza rifiuta tanto l’immobilismo quanto l’idealizzazione dei piccoli paesi: il legame con un luogo comporta anche la responsabilità di cambiarlo.¹¹

     I personaggi di Vitaliano possono essere accostati a queste domande senza farne le illustrazioni di una teoria. Misticò e Americo hanno storie diverse, ma entrambi si trovano a misurare la distanza fra il luogo vissuto, quello ricordato e quello ritrovato. La Calabria non li attende immutata, pronta a guarire le ferite prodotte altrove. Anche lì esistono conflitti, reticenze, rapporti da comprendere di nuovo.

     La doppia appartenenza di Vitaliano, calabrese per nascita e milanese per formazione, offre così una prospettiva narrativa che non ha bisogno di scegliere fra celebrazione e rifiuto. Le origini non costituiscono una garanzi; la distanza non rende necessariamente più lucidi. Sono solo condizioni dalle quali osservare le persone e il modo, spesso contraddittorio, in cui cercano di riconoscersi.

Bruno Demasi

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¹ Cfr. Bompiani, profilo di Fausto Vitaliano nelle schede del catalogo editoriale. Il profilo documenta la nascita a Olivadi, la vita a Milano, l’attività di sceneggiatore, traduttore e curatore editoriale, la collaborazione con Michele Serra e i romanzi pubblicati da Laurana. 
² Fausto Vitaliano, La mezzaluna di sabbia. Le ultime indagini di Gori Misticò, Bompiani, 2020. 
³ Roberto Messina, «Gori Misticò, L’investigatore Filosofo indaga in Calabria…», Calabria Mundi, 26 novembre 2020, intervista a Fausto Vitaliano. 
⁴ La formula «noir pieno di umanità» appartiene alla presentazione editoriale di La mezzaluna di sabbia, pubblicata nel catalogo Bompiani. 
⁵ Vitaliano, La mezzaluna di sabbia, cit. 
⁶ Fausto Vitaliano, La sabbia brucia. Le ultime indagini di Gori Misticò, Bompiani, 2021. 
⁷ Fausto Vitaliano, Scritto sulla sabbia. L’ultima indagine di Gori Misticò, Bompiani, 2022. 
⁸ Topolino, sito ufficiale, «Fausto Vitaliano — sceneggiatore», scheda dell’autore. 
⁹ Fausto Vitaliano, La via del lupo, Bompiani, 2024.. 
¹⁰ Damiano Del Dotto, «La via del lupo – Fausto Vitaliano», Thriller Café, 10 ottobre 2024. 
¹¹ Vito Teti, La restanza, Torino, Einaudi, 2022.

mercoledì 14 ottobre 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: CRAUFURD TAIT RAMAGE (1828) ( di Rocco Liberti)

      Con la sua abituale capacità di far parlare la storia, Rocco Liberti ci accompagna questa volta sulle orme di Craufurd Tait Ramage, uno scozzese dallo sguardo curioso, ironico e a tratti severo che nell’aprile del 1828 decise di attraversare la Calabria. Pastore della Chiesa di Scozia, uomo di studi e scrittore instancabile, Ramage non si limitò a descrivere rovine, paesaggi e città. Della sua avventura calabrese lasciò un libro singolare, The Nooks and Byways of Italy, pubblicato a Liverpool nel 1868: una pagina rara in cui la nostra regione appare con le sue strade difficili, i suoi santuari, le sue paure, le sue devozioni, i suoi personaggi e le sue contraddizioni.Al centro del racconto, che si snoda in un lungo itinerario ( Praia a Mare, San Nicola Arcella, Scalea, Cosenza, Nicastro, Pizzo, Gerace, Squillace, Catanzaro, Crotone, Cariati e Rossano), c’è una vicenda che sembra uscita da un romanzo: la statua del Redentore conservata ad Aieta, che avrebbe cominciato a “sudare” una misteriosa manna. Attorno a quel presunto miracolo si muovono la folla, le autorità, il clero e lo stesso Ramage, che osserva, dubita, pone domande e non si lascia facilmente convincere. È qui che Liberti dà il meglio di sé: ricostruisce l’episodio con precisione e ritmo, senza trasformare la Calabria dell’Ottocento in una galleria di superstizioni, ma restituendole il volto concreto di una terra viva e credente, anche se talvolta  succube della propria ingenuità.(Bruno Demasi)

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   Craufurd Tait Ramage, un singolare personaggio che ha scritto delle belle pagine sulla nostra regione, dalle quali traspare in modo netto la sua avversione per i preti e ogni superstizione, è nato ad Annesfiels nel 1803, si è laureato in lettere all’università di Edimburgo e ha fatto anche il ministro della chiesa scozzese. Scrittore e pubblicista, è stato a Napoli, dove ha seguito in qualità di precettore i figli del console per la durata di un triennio. Nell’aprile del 1828 ha compiuto un viaggio in Calabria, dopo il quale è rientrato in Scozia. Qui è stato docente alla Wallace Hall Accademy e magistrato di pace. All’università di Glasgow ha ottenuto la conferma a dottore in legge. Ha pubblicato antologie di autori greci, latini, francesi, italiani, tedeschi e spagnoli. È morto nel 1878. La sua opera sull’escursione calabrese con titolo “The Nooks and Byways of Italy-Wanderings in Search of its Ancient Remains and Modn Superstitions”, dedicata al duca Carlo Filangieri, è stata edita nel 1868 a Liverpool da Edward Howell, mentre l’edizione italiana a cura di Elena Lande Rospigliosi è apparsa nel 1966 a Roma per conto dell’editore De Luca quale “Viaggio nel regno delle due Sicilie”.

     Come quasi tutti i viaggiatori del passato, lo scozzese è partito da Napoli. Lasciata la città il 29 aprile, con prima tappa Paestum e dopo aver visitato l'incantevole riviera, è giunto attraverso Sapri e Maratea al villaggio della Madonna della Grotta, odierna Praia a Mare, dove ha subito chiesto notizie sull'ubicazione del rinomato santuario. Dopo un bel po' d'indagini, forse seccato per quelle scarne persone che lo miravano in modo sospettoso e gli fornivano indicazioni imprecise, è pervenuto alfine allo speco e si è dato a salire per quegli scalini, consumati in gran parte dal piede dei pellegrini, ma al tempo ricoperti di muschio verde. Ciò a motivo che quello era da parecchio disertato, facendovi capolino soltanto coloro che abitavano nei pressi.

     Entrato nell'ampia cavità, frequentata sin da ere antichissime, ha fatto la conoscenza del sacrestano della chiesa ivi esistente, che gli è venuto a sciorinare la leggenda del rinvenimento della statua di Maria, del susseguente trasporto ad Aieta, della sua scomparsa e del definitivo rinvenimento del sito. Accolte le parole dello scaccino con palese scetticismo, si è avviato verso l'uscita, ma proprio mentre «stava meditando sulle follìe e le superstizioni da cui è afflitta l'umanità» e aveva dimenticato la natura sdrucciolevole dell'erta, si è trovato a ruzzolare giù rovinosamente. Sia che fosse un tantino fortunato sia che il sacco, di cui era provvisto, ne avesse attutito la caduta, ha però rimediato solo qualche scalfittura e ha avuto i vestiti imbrattati, per cui ha potuto riprendere agevolmente il cammino.

     Era suo intento rimanersene ancora un po' nel villaggio, onde ristorarsi, ma non esistendo ricetto di sorta, è stato costretto a portarsi a Casaletto, oggi San Nicola Arcella. Nella tappa di trasferimento gli è stato compagno un tale incontrato per via, che aveva la stessa mèta. Qui giunto, ha sostato in una «misera» locanda, dove una  una «persona molto distinta»  non meno loquace del sacrestano lo ha intrattenuto sul portentoso evento allora avvenuto in Aieta per una statua del Redentore, che «aveva improvvisamente incominciato a trasudare dai pori, in modo miracoloso, un liquido dolciastro...». Lì per lì ha creduto di capire che si trattava «di una nuova versione della vecchia farsa dei monaci di S. Biagio» di Maratea, ma, datosi che lo sconosciuto gli aveva riferito che stava recandosi a Scalea per comunicare al giudice Pelerino che l'evento si prolungava ormai da giorni, non ci ha pensato più di tanto e ha deciso di accompagnarsi seco lui per appurarne dell’altro.

     Le cose stavano in questo modo. Don Francesco Lo Monaco, «ricco proprietario terriero, tenuto in concetto di santità», si recava ogni mattina a pregare nella sua cappellina privata. Un bel giorno si è accorto con sommo stupore che la statua del Redentore ivi sistemata emanava un liquido cosiddetto «manna». È rimasto subito sorpreso dal fatto, ma non ha reagito. Non ha resistito all'emozione qualche mattino appresso quando si è reso conto che la manna aveva inondato non solo il simulacro, ma finanche il pavimento. Si è precipitato allora a informare gli amici e con loro è stato ancora testimone di quanto succedeva di strano. Si sono avvertiti, quindi, il sindaco e le autorità civili ed ecclesiastiche e tutti hanno gridato al miracolo. Sono arrivati infine il giudice e il cancelliere, i quali si sono meravigliati nell'apprendere che il portento si verificava soltanto in alcuni periodi.

     Stanchi del viaggio, lo scozzese e l’occasionale compagno sono andati a dormire, ma nella notte il giudice è stato svegliato da un domestico che recava la notizia che il miracolo si era di bel nuovo ripetuto. Fattosi giorno, il magistrato ha raggiunto Aieta, ove ha dovuto arrendersi all'evidenza. Preso da fervore religioso, si è buttato in ginocchio a pregare, rimanendo in quella posizione per almeno un'ora. Edotti a loro volta, si sono condotti sul posto anche il sottintendente di Paola e il giudice criminale, i quali non hanno potuto che constatare quanto avveniva.

     A tal punto i preti si sono fatti vivi pretendendo che il simulacro fosse portato in chiesa per esservi custodito. Il Lo Monaco dapprima si è opposto, ma poi ha ceduto e il desiderio di quelli è stato esaudito. Nel tempio, però, molto stranamente, ha smesso di sudare e la popolazione, dopo due giorni di vana attesa, ha reclamato la restituzione dello stesso al sito originario. Qui il miracolo si è riaffacciato, cosa per cui i preti hanno reiterato la manovra. Alla fine, dopo un batti e ribatti, la statua giocoforza è ritornata all'antico proprietario.

    Il Ramage, al minuzioso racconto fattogli dal giudice, si è offerito del tutto scettico e, dopo aver assaggiato della manna contenuta in un flacone, ha invitato quegli a essere meno credulone e ad adottare le misure appropriate per venire a capo della vicenda. Convinto dalle suasive parole del colto forestiero, il magistrato lo ha invitato ad andare con lui ad Aieta, ma egli, molto saggiamente, ha declinato l'offerta, avendo particolare timore di poter offendere il «carattere superstizioso» e il «temperamento eccitabile» della popolazione.

     Da Scalea lo scozzese ha proseguito verso sud e stava per porre termine alla visita della provincia cosentina dalla parte dello Jonio, quando a Cassano ha avuto sentore di come si era evoluto lo strano caso. Era successo che le autorità ecclesiastiche avevano voluto vederci chiaro. Stimando l'evento «una trovata di Satana», hanno dato incarico al vescovo diocesano e questi, assai solerte, è riuscito a smascherare l'artefice dell'inganno, che d'inganno infatti si trattava. Aveva tutto combinato il pio Lo Monaco, il quale, messo alle strette, alla fine si è deciso a confessare ogni cosa. L'espediente, cui si faceva ricorso, si dimostrava alquanto ingenuo, ma nessuno, preso dal raptus religioso, era in grado di accertare la verità. Egli cospargeva la statua di liquido, quindi ne riempiva due bacinelle, che sistemava ai piedi della stessa. Eseguita l'operazione, invitava la gente a entrare e quella, che vedeva solo la manna essudare dal simulacro e riversarsi nelle bacinelle, gridava tosto al miracolo.

     Il primo a restare contento della scoperta del falso è stato ovviamente il Ramage, sia perchè ce l'aveva a morte con i preti e sia perchè, forse, si era mostrato il più attento a sospettare l'inganno.

     Il Ramage nel suo viaggio dopo Scalea ha continuato per Guardia e Paola. È salito quindi a San Fili portandosi poi a Cosenza. Da qui, attraverso S. Mango e Nicastro è ridisceso sulla riviera tirrenica e ha proseguito per Pizzo e Monteleone. Ancora verso l’interno a Casalnuovo e salto nel territorio ionico, a Gerace, antica Locri e Castelvetere. Nuovamente all’interno e visite a Fabrizia, Serra, Squillace, Catanzaro, Tiriolo e ridiscesa alla volta di Crotone. Da qui, sempre avendo alla destra il mare, è transitato per Cariati e Rossano, fino a Soreto, indi in territorio lucano. Per ogni abitato il viaggiatore nella sua opera si sofferma bastantemente sia sulle sue antichità che sui personaggi che ne hanno decretata fama duratura.

Rocco Liberti

lunedì 12 ottobre 2026

ANNE CARSON E IL NOBEL: quando Metauros torna nella letteratura mondiale (di Bruno Demasi)


     La scrittrice canadese premiata con il Nobel per la Letteratura 2026 riporta alla luce un antico mito greco. Da Stesicoro ad "Autobiografia del Rosso", un viaggio tra Magna Grecia, identità e desiderio, che passa anche dalle coste della Calabria.


     «Per la sua opera audace e inventiva, che in un dialogo giocoso con la tradizione classica ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea». Con queste parole l’Accademia svedese ha assegnato ad Anne Carson il Premio Nobel per la Letteratura 2026.¹ Sono parole che dicono molto, ma non solo del premio. Dicono qualcosa del modo in cui Carson guarda al passato: senza riverenza immobilizzante, senza il bisogno di conservare i classici sotto vetro. Per lei, le storie antiche non sono reperti. Sono voci che possono ancora parlare, a patto che qualcuno abbia il coraggio di ascoltarle diversamente.

   È esattamente ciò che accade con Gerione, il mostro affrontato da Eracle in una delle sue imprese più note. Una figura nata nella mitologia greca che, grazie a Carson, ha ritrovato una vita inaspettata in Autobiography of Red, pubblicato nel 1998 e tradotto in italiano come Autobiografia del Rosso.²

     Ma in questa vicenda c’è anche qualcosa che ci riguarda da vicino. Il filo della storia risale infatti a Stesicoro, uno dei grandi poeti della Grecia arcaica, e a una tradizione antica che collega il suo nome a Metauros, l’area dell’odierna Gioia Tauro. È un legame da maneggiare con cura, perché gli studiosi lo discutono. Eppure possiede una forza suggestiva difficile da ignorare: riapre una pagina della memoria culturale calabrese. 
 
Il mito rivisitato da Anne Carson

     Stesicoro visse tra il VII e il VI secolo avanti Cristo. La tradizione lo associa con l’antica Metauros, sull'attuale litorale di Gioia Tauro. Non possiamo trasformare questa indicazione in una certezza. Possiamo però riconoscervi una traccia del fitto intreccio di persone, rotte, racconti e culture che attraversava il Mediterraneo antico.³

     Della sua opera ci restano soltanto frammenti. Tra i poemi perduti c’era la Gerioneide, dedicata allo scontro tra Eracle e Gerione, il gigante custode di una mandria di buoi che l’eroe doveva sottrarre per compiere una delle sue fatiche. La storia, così, sembra avere un finale già scritto. Da una parte c’è l’eroe chiamato alla gloria; dall’altra il mostro destinato a cadere. Eppure Stesicoro introduce un’immagine che incrina questa divisione netta. Nel momento in cui Gerione viene colpito a morte, il poeta paragona la sua testa a un papavero che piega il capo e lascia cadere i petali. È un dettaglio piccolo, quasi silenzioso. Ma cambia tutto. Per un istante, il mostro smette di essere soltanto un ostacolo sulla strada dell’eroe e diventa un corpo che soffre, una vita che si spegne.

   In Autobiografia del Rosso, Gerione non è più soltanto il gigante che deve soccombere. Diventa un ragazzo dai capelli rossi, con le ali, sensibile e solitario. Cerca di capire chi sia e quale posto possa trovare in un mondo che non sempre sa accoglierlo.

    Va detto con chiarezza: Autobiografia del Rosso non è la traduzione della Gerioneide, né una ricostruzione fedele del poema di Stesicoro, che ci è giunto in frammenti. Il Gerione adolescente, le sue ali e la sua storia appartengono all’invenzione letteraria di Carson.⁴ Il legame tra i due autori è più sottile e, forse, più interessante. Stesicoro aveva già lasciato spazio alla figura del vinto; Carson raccoglie quella possibilità e la spinge molto più avanti. Dove il racconto antico si interrompe con la morte del mostro, lei immagina una vita intera: i pensieri, le paure, gli affetti, il desiderio di essere riconosciuti.

     Non è un ritorno al passato, dunque. È un incontro tra epoche diverse. Il mito resta riconoscibile, ma cambia, perché cambiano le domande che gli rivolgiamo. Ed è forse questo il senso più vivo del dialogo con i classici: non ripetere le storie così come sono state raccontate, ma scoprire ciò che possono ancora dirci.

Una risonanza tutta calabrese

     Il Nobel ad Anne Carson riconosce proprio questa libertà. La sua scrittura attraversa poesia, prosa e riflessione critica senza rispettare confini rigidi. E mostra come la tradizione possa essere non un recinto, ma un punto da cui ripartire.

   Per la Calabria, il richiamo a Stesicoro e a Metauros aggiunge a questo viaggio una risonanza particolare. Non occorre proclamare origini certe dove le testimonianze restano controverse, né forzare la storia per rivendicare un primato. Basta riconoscere che queste coste appartengono a una geografia antica di scambi e racconti, nella quale la cultura greca ha lasciato segni profondi. Pensare che il nome di Metauros possa riaffiorare, attraverso una tradizione legata a Stesicoro, in un libro letto in tutto il mondo significa anche guardare il territorio con occhi nuovi. Non come una periferia della storia culturale, ma come una delle sue tante rive: un luogo da cui le storie sono partite e a cui, ogni tanto, ritornano.

     Forse è questo il segreto di Gerione: essere riuscito ad attraversare i secoli e a trovare, ogni volta, qualcuno disposto a guardarlo diversamente. Prima un personaggio sconfitto, poi una figura capace di suscitare pietà e ammirazione. E forse è questo, in fondo, il segreto della letteratura. Le storie non restano vive perché il tempo non le cambia. Restano vive perché, a distanza di secoli, ci aiutano ancora a riconoscere qualcosa di noi.

Bruno Demasi

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1. La motivazione del Nobel. La formula riportata nel testo traduce la motivazione ufficiale in inglese. Il riferimento al dialogo con la tradizione classica è particolarmente adatto a comprendere il lavoro di Carson, che da anni mette in relazione lo studio della letteratura greca e la sperimentazione contemporanea. 
2. Autobiografia del Rosso. Il libro uscì in inglese nel 1998 con il titolo Autobiography of Red: A Novel in Verse. È spesso definito un romanzo in versi: un’opera che racconta una storia, ma conserva la libertà, il ritmo e le immagini della poesia. 
3. Stesicoro e Metauros. Il collegamento  Metauros nell’area dell’attuale Gioia Tauro compare nella tradizione antica, ma non consente di affermare senza riserve che il poeta fosse nato in Calabria. È importante mantenere questa distinzione, ma  l’incertezza non cancella l’interesse storico del legame, pur  invitando a raccontarlo con misura. 
4. Che cosa viene da Stesicoro e che cosa da Carson. La Gerioneide è nota attraverso frammenti, conservati soprattutto in un papiro. Fra i passi più suggestivi c’è quello in cui la testa di Gerione, colpita durante lo scontro con Eracle, viene accostata a un papavero che piega il capo e perde i petali. Il ragazzo alato e la sua autobiografia sono invece creazioni moderne di Carson, che riprende il mito senza pretendere di ricostruire il poema perduto.