Il Bios insiste sul fatto che Fantino non predica, non fonda comunità, non cerca il deserto: lavora. La sua santità nasce dalla fatica agricola, dalla cura degli animali, dalla responsabilità verso i poveri. La celebre trebbiatura notturna - Fantino che usa i cavalli del padrone per aiutare i contadini poveri - è un gesto di sovversione morale ricordato nel Bios⁵: un atto di redistribuzione silenziosa, compiuto “nel rischio e nel buio”, che anticipa forme di giustizia sociale mediterranea. Fantino dunque è un santo che non fugge dal mondo, ma lo custodisce e lo riscatta. La sua carità è una dimensione concreta, agricola, quotidiana.
Il Bios dell’VIII secolo elenca venti miracoli attribuiti a Fantino⁶. Il più celebre è quello del fiume Metauro (oggi Petrace): inseguito da Balsamio, Fantino fermò le acque impetuose “come fosse terra ferma”⁷. Il prodigio richiama la figura di Mosè, ma assume un significato civile: il fiume diventa il confine tra potere e libertà, tra ingiustizia e protezione dei deboli. Fermare le acque significa sospendere l’ordine naturale per difendere il giusto. Un altro miracolo, datato al 650, è legato al culto mariano dell’Alto Mare: durante la festa del santo, alcune navi saracene furono disperse da una tempesta improvvisa. I superstiti raccontarono di aver visto sullo scoglio una donna vestita di porpora e un giovane con un tizzone fumante⁸. La comunità riconobbe la Madonna e Fantino. Da questo episodio nacque uno dei culti mariani più antichi della Calabria, ancora vivo.
Fantino morì il 24 luglio 336, a circa quarant’anni, e fu sepolto nel ninfeo della villa di Balsamio, un ambiente ipogeo romano poi trasformato in cripta cristiana⁹. La cripta, riscoperta nel 1952 seguendo una mappa greca antica¹⁰, è una stanza rettangolare con volta a botte, arcate cieche e condotte d’acqua murate nelle pareti. “La sorgente che scorre ancora oggi è considerata benedetta”¹¹: un raro caso di continuità cultuale tra un luogo romano delle acque e un santuario cristiano.
Già nel 590, papa Gregorio Magno scriveva al vescovo Paolino di Tauriana¹², segno che la tomba era al centro di un complesso cristiano con chiesa e monastero. Due secoli dopo, il vescovo Pietro ricordava suore che custodivano le reliquie e una lampada perenne. Gli scavi del 1993–1994 hanno mostrato la stratificazione completa del sito: cripta romana (IV secolo), basilica bizantina (VI–VIII secolo), chiesa medievale (1552), chiesa ottocentesca (1857)¹³. Questa continuità rende San Fantino uno dei complessi paleocristiani più antichi e più stratificati della Calabria. La memoria del santo è dunque anche memoria del luogo: un ninfeo romano cristianizzato, un santuario bizantino, una chiesa medievale, un museo moderno. Una stratificazione che racconta la storia religiosa della regione.
Fantino il Vecchio e Fantino il Giovane: una distinzione necessaria
Bruno Demasi
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2. Bios tou hagiou Phantinou, ed. critica in A. Guillou, “Un saint cavalier de Calabre: Phantin”, in Byzantion, 32 (1962), pp. 147‑180.
3. G. Pugliese Carratelli (a cura di), Magna Grecia. Calabria, Milano 1985, pp. 421‑430.
4 Bios, § 4: “Ὑπὸ Βαλσαμίου Ῥωμαίου πατρικίου ἐτέθη ἱππονομεύς”.
5. Bios, §§ 7‑8.
6. Bios, passim; elenco dei miracoli in Guillou, cit., pp. 160‑175.
7. Bios, § 10: “Ὡς γῆν ἐστερεωμένην”.
8. G. Nisticò, Il culto dell’Alto Mare a Palmi, Reggio Calabria 1999, pp. 55‑62.
9. M. C. Parra, Il complesso paleocristiano di San Fantino, Palmi 1996, pp. 12‑25.
10. Parra, cit., pp. 5‑11.
11. Documento citato: “La sorgente che scorre ancora oggi è considerata benedetta”.
12. Gregorio Magno, Epistulae, IX, 219 (a Paolino di Tauriana).
13. Soprintendenza Archeologica della Calabria, San Fantino. Relazione preliminare, Reggio Calabria 1995.
14. G. Cavallo, I santi basiliani della Calabria, Roma 1978, pp. 101‑115.