Marzano, con la sua attenzione alla lingua e alla musicalità del parlato, e Bruzzano, con la sua capacità di leggere nei riti una struttura del pensiero, formano il tessuto culturale che rende possibile la stagione di Di Francia. Restituire loro visibilità non significa riscrivere la gerarchia dei meriti, ma ricomporre una genealogia: mostrare che la fiabistica calabrese non nasce da un singolo genio, bensì da una pluralità di sguardi, da un intreccio di competenze, da una comunità di raccoglitori che hanno saputo ascoltare prima ancora di scrivere.
La storia della fiabistica calabrese è spesso raccontata come un percorso che culmina nell’opera monumentale di Letterio Di Francia, il grande raccoglitore palmese che, tra Otto e Novecento, seppe dare forma letteraria e dignità scientifica a un patrimonio orale vastissimo. Eppure, prima di lui e attorno a lui si muove un piccolo gruppo di studiosi, raccoglitori, demologi e narratori popolari che hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione di quella che potremmo chiamare la “prima demologia calabrese”. Tra questi, due nomi emergono con forza: Giovanni Battista Marzano e Luigi Bruzzano. Figure oggi quasi invisibili, ma senza le quali la stagione di Di Francia non sarebbe stata pienamente comprensibile.
Le sue raccolte spesso manoscritte, talvolta pubblicate in sedi locali testimoniano una competenza linguistica e narrativa rara. I materiali che trascrive non sono semplici “racconti popolari”, ma veri e propri documenti antropologici, ricchi di formule, proverbi, strutture arcaiche. Il suo lavoro culminò nel Dizionario etimologico del dialetto calabrese, pubblicato a Laureana di Borrello nel 1928, che raccoglie il lessico dialettale di quell’area, pur risultando di uso comune in gran parte della regione.
Alcune tradizioni orali attribuite a Marzano conservano formule di apertura che Di Francia stesso riconoscerà come tipiche dell’area vibonese. Una di esse, ad esempio, suona così: «C’era e non c’era, figghjoli mei, ’na vota ’nu re senza core…»¹
Questa attenzione alla lingua — al ritmo, alla cadenza, alla musicalità del parlato — è ciò che rende Marzano un favolista nel senso pieno del termine: non solo un raccoglitore, ma un mediatore tra oralità e scrittura. Resta tuttavia da verificare con maggiore precisione l’attribuzione a Marzano di specifiche versioni fiabistiche e la conservazione di manoscritti in collezioni private, come indicato da alcune fonti locali.¹
Alcuni indizi suggeriscono che la sua opera — pur superiore per ampiezza e rigore — non sarebbe stata pienamente comprensibile senza il lavoro preliminare di figure come Marzano e Bruzzano.³ Gerhard Rohlfs, nei suoi studi sulla dialettologia calabrese, accenna al contesto culturale di Monteleone in cui operavano questi studiosi, anche se non documenta un rapporto diretto di collaborazione tra i tre.³
Di Francia stesso, in un appunto del 1909, avrebbe riconosciuto: «A Monteleone trovai già chi raccoglieva e chi ascoltava. Io non feci che continuare»⁴. Questa frase, spesso trascurata, è la chiave per comprendere la genealogia della fiabistica calabrese: non un genio isolato, ma una tradizione condivisa, un laboratorio collettivo. L’attribuzione di questo appunto — citato in A. D’Agostino, Letterio Di Francia e la fiabistica meridionale, Messina, 1987, p. 23 — richiede tuttavia un riscontro bibliografico o archivistico diretto.⁴
Le ragioni dell’oblio di questi autori sono molteplici:assenza di opere organiche: né Marzano né Bruzzano pubblicarono un corpus unitario di fiabe;dispersione dei materiali: manoscritti, quaderni, fascicoli locali difficili da reperire;centralità di Di Francia, che con la sua opera monumentale ha inevitabilmente oscurato i predecessori;mancanza di studi recenti, che restituiscano dignità a queste figure. Eppure, proprio oggi , in un tempo in cui la ricerca antropologica riscopre il valore delle micro‑tradizioni , la loro opera appare più attuale che mai.Restituire visibilità a Marzano e Bruzzano non significa ridimensionare Di Francia, ma completare il quadro. Significa riconoscere che la Calabria non ha avuto un solo grande favolista, ma un tessuto di voci, un intreccio di competenze, una pluralità di sguardi.Significa, soprattutto, restituire alla regione una storia culturale più ricca, meno centrata sui “grandi nomi” e più attenta alle genealogie, ai contesti, alle continuità.
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2.L. Bruzzano, Lettera a un collega raccoglitore, 1898, citata in G. P. Macrì, Appunti di demologia calabrese, Reggio Calabria, 1974, p. 56.
3. Cfr. G. Rohlfs, Nuovi contributi alla dialettologia calabrese, Firenze, Olschki, 1969, pp. 112‑115.
4.L. Di Francia, Appunti di lavoro, quaderno 1909, citato in A. D’Agostino, Letterio Di Francia e la fiabistica meridionale, Messina, 1987, p. 23.