lunedì 12 ottobre 2026

ANNE CARSON E IL NOBEL: quando Metauros torna nella letteratura mondiale (di Bruno Demasi)


     La scrittrice canadese premiata con il Nobel per la Letteratura 2026 riporta alla luce un antico mito greco. Da Stesicoro ad "Autobiografia del Rosso", un viaggio tra Magna Grecia, identità e desiderio, che passa anche dalle coste della Calabria.


     «Per la sua opera audace e inventiva, che in un dialogo giocoso con la tradizione classica ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea». Con queste parole l’Accademia svedese ha assegnato ad Anne Carson il Premio Nobel per la Letteratura 2026.¹ Sono parole che dicono molto, ma non solo del premio. Dicono qualcosa del modo in cui Carson guarda al passato: senza riverenza immobilizzante, senza il bisogno di conservare i classici sotto vetro. Per lei, le storie antiche non sono reperti. Sono voci che possono ancora parlare, a patto che qualcuno abbia il coraggio di ascoltarle diversamente.

   È esattamente ciò che accade con Gerione, il mostro affrontato da Eracle in una delle sue imprese più note. Una figura nata nella mitologia greca che, grazie a Carson, ha ritrovato una vita inaspettata in Autobiography of Red, pubblicato nel 1998 e tradotto in italiano come Autobiografia del Rosso.²

     Ma in questa vicenda c’è anche qualcosa che ci riguarda da vicino. Il filo della storia risale infatti a Stesicoro, uno dei grandi poeti della Grecia arcaica, e a una tradizione antica che collega il suo nome a Metauros, l’area dell’odierna Gioia Tauro. È un legame da maneggiare con cura, perché gli studiosi lo discutono. Eppure possiede una forza suggestiva difficile da ignorare: riapre una pagina della memoria culturale calabrese. 
 
Il mito rivisitato da Anne Carson

     Stesicoro visse tra il VII e il VI secolo avanti Cristo. La tradizione lo associa con l’antica Metauros, sull'attuale litorale di Gioia Tauro. Non possiamo trasformare questa indicazione in una certezza. Possiamo però riconoscervi una traccia del fitto intreccio di persone, rotte, racconti e culture che attraversava il Mediterraneo antico.³

     Della sua opera ci restano soltanto frammenti. Tra i poemi perduti c’era la Gerioneide, dedicata allo scontro tra Eracle e Gerione, il gigante custode di una mandria di buoi che l’eroe doveva sottrarre per compiere una delle sue fatiche. La storia, così, sembra avere un finale già scritto. Da una parte c’è l’eroe chiamato alla gloria; dall’altra il mostro destinato a cadere. Eppure Stesicoro introduce un’immagine che incrina questa divisione netta. Nel momento in cui Gerione viene colpito a morte, il poeta paragona la sua testa a un papavero che piega il capo e lascia cadere i petali. È un dettaglio piccolo, quasi silenzioso. Ma cambia tutto. Per un istante, il mostro smette di essere soltanto un ostacolo sulla strada dell’eroe e diventa un corpo che soffre, una vita che si spegne.

   In Autobiografia del Rosso, Gerione non è più soltanto il gigante che deve soccombere. Diventa un ragazzo dai capelli rossi, con le ali, sensibile e solitario. Cerca di capire chi sia e quale posto possa trovare in un mondo che non sempre sa accoglierlo.

    Va detto con chiarezza: Autobiografia del Rosso non è la traduzione della Gerioneide, né una ricostruzione fedele del poema di Stesicoro, che ci è giunto in frammenti. Il Gerione adolescente, le sue ali e la sua storia appartengono all’invenzione letteraria di Carson.⁴ Il legame tra i due autori è più sottile e, forse, più interessante. Stesicoro aveva già lasciato spazio alla figura del vinto; Carson raccoglie quella possibilità e la spinge molto più avanti. Dove il racconto antico si interrompe con la morte del mostro, lei immagina una vita intera: i pensieri, le paure, gli affetti, il desiderio di essere riconosciuti.

     Non è un ritorno al passato, dunque. È un incontro tra epoche diverse. Il mito resta riconoscibile, ma cambia, perché cambiano le domande che gli rivolgiamo. Ed è forse questo il senso più vivo del dialogo con i classici: non ripetere le storie così come sono state raccontate, ma scoprire ciò che possono ancora dirci.

Una risonanza tutta calabrese

     Il Nobel ad Anne Carson riconosce proprio questa libertà. La sua scrittura attraversa poesia, prosa e riflessione critica senza rispettare confini rigidi. E mostra come la tradizione possa essere non un recinto, ma un punto da cui ripartire.

   Per la Calabria, il richiamo a Stesicoro e a Metauros aggiunge a questo viaggio una risonanza particolare. Non occorre proclamare origini certe dove le testimonianze restano controverse, né forzare la storia per rivendicare un primato. Basta riconoscere che queste coste appartengono a una geografia antica di scambi e racconti, nella quale la cultura greca ha lasciato segni profondi. Pensare che il nome di Metauros possa riaffiorare, attraverso una tradizione legata a Stesicoro, in un libro letto in tutto il mondo significa anche guardare il territorio con occhi nuovi. Non come una periferia della storia culturale, ma come una delle sue tante rive: un luogo da cui le storie sono partite e a cui, ogni tanto, ritornano.

     Forse è questo il segreto di Gerione: essere riuscito ad attraversare i secoli e a trovare, ogni volta, qualcuno disposto a guardarlo diversamente. Prima un personaggio sconfitto, poi una figura capace di suscitare pietà e ammirazione. E forse è questo, in fondo, il segreto della letteratura. Le storie non restano vive perché il tempo non le cambia. Restano vive perché, a distanza di secoli, ci aiutano ancora a riconoscere qualcosa di noi.

Bruno Demasi

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1. La motivazione del Nobel. La formula riportata nel testo traduce la motivazione ufficiale in inglese. Il riferimento al dialogo con la tradizione classica è particolarmente adatto a comprendere il lavoro di Carson, che da anni mette in relazione lo studio della letteratura greca e la sperimentazione contemporanea. 
2. Autobiografia del Rosso. Il libro uscì in inglese nel 1998 con il titolo Autobiography of Red: A Novel in Verse. È spesso definito un romanzo in versi: un’opera che racconta una storia, ma conserva la libertà, il ritmo e le immagini della poesia. 
3. Stesicoro e Metauros. Il collegamento  Metauros nell’area dell’attuale Gioia Tauro compare nella tradizione antica, ma non consente di affermare senza riserve che il poeta fosse nato in Calabria. È importante mantenere questa distinzione, ma  l’incertezza non cancella l’interesse storico del legame, pur  invitando a raccontarlo con misura. 
4. Che cosa viene da Stesicoro e che cosa da Carson. La Gerioneide è nota attraverso frammenti, conservati soprattutto in un papiro. Fra i passi più suggestivi c’è quello in cui la testa di Gerione, colpita durante lo scontro con Eracle, viene accostata a un papavero che piega il capo e perde i petali. Il ragazzo alato e la sua autobiografia sono invece creazioni moderne di Carson, che riprende il mito senza pretendere di ricostruire il poema perduto.

domenica 11 ottobre 2026

Laboratorio di scrittura: “QUANDO SPUNTA, INATTESA, UNA NUOVA VITA” (Racconto inedito di Tita Ferro)

 

       A volte basta davvero poco: un fiore, una foglia, un piccolo segno che affiora dal silenzio di un vaso dimenticato. E, senza che ce ne accorgiamo, cambia il modo in cui guardiamo il mondo.Sono in questi dettagli minimi che la vita continua a parlarci. Ci ricorda che nulla nasce per caso, che ciò che sembra sterile o perduto può custodire un’energia nascosta, pronta a riaffiorare quando meno ce lo aspettiamo.Il breve racconto di Tita Ferro nasce proprio da una scoperta piccola e sorprendente: un minuscolo peperoncino giallo che compare, quasi per magia, tra foglie anonime. Da quell’immagine quotidiana prende forma una riflessione più profonda sul valore delle cose, sulle zone d’ombra della nostra esistenza e sulla necessità di cambiare punto di vista quando la tristezza ci restringe lo sguardo.Con la semplicità e l’autenticità che la contraddistinguono, l’Autrice ci conduce per mano verso una verità antica e sempre nuova: il miracolo non sta nelle cose che vediamo, ma negli occhi con cui impariamo a guardarle.(Bruno Demasi)

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     In uno dei vasi sul balcone a fianco dell'angolo “tutto per me”, nella camera da pranzo, improvvisamente tra le foglie verdi di una pianta spontanea con piccoli fiori gialli, è spuntato uno stelo con un minuscolo peperone anche lui giallo, uno solo, di una pianta di cui probabilmente nella terra erano rimaste le radici. Lo guardo e lo custodisco come un bene prezioso forse anche perché mi ricorda un'esperienza anch'essa preziosa.

     Un corso di esercizi spirituali particolarmente pesante per me, buio, stanchezza, tristezza. Al terzo giorno al colloquio con il giovane padre gesuita che dava gli esercizi, gli ho detto: - Basta, io sono proprio una stupida inconcludente, non valgo niente, perdo solo del tempo -.

     Ricordo ancora il suo volto dispiaciuto mentre mi diceva: - Non dire così, Tita. Non c'è niente in questo mondo che non abbia un senso, in questo mondo così com'è ogni creatura c'è perché deve esserci. Guardati intorno -.

     La casa di Esercizi era al centro di un giardino e spesso i colloqui avvenivano proprio lì. - Guarda. Piante, alberi, persino quest'erba spontanea hanno ognuno fiori e frutti -.

     Tornai nello stanzone dove il padre dava gli spunti per la meditazione e sedetti al solito posto, sotto un finestrone: sul davanzale era posata una pianta di nastrino con pochi rami rinsecchiti. Voltandomi a guardarla, mi accorsi di un particolare che non avevo notato nei giorni precedenti: uno dei rami a destra, ancora verde, pendeva verso il basso e poggiava sul davanzale la punta con un mazzolino di fiori bianchi.

     Miracolo! Sì, non quello della pianta secca che aveva fatto i suoi fiori, quelli c'erano anche prima, ma dei miei occhi che non vedevano più soltanto una pianta secca.

     Da allora so che quello che vedo è spesso solo la proiezione di quanto ho dentro: la percezione ed anche il giudizio su persone, cose, circostanze sono condizionati dal mio stato d'animo. Allora cambiare punto di vista è importante, come guardare le cose con gli occhi di un altro.

     Non ho il padre gesuita accanto, ma ho un ricordo prezioso, i fiori in una pianta di nastrino ormai stecchita.

     Risento Montale: proprio quando


“la pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta 
il tedio dell'inverno sulle case, 
la luce si fa avara – amara l'anima”, proprio allora 
“da un malchiuso portone 
tra gli alberi di una corte 
ci si mostrano i gialli dei limoni; 
e il gelo del cuore si sfa, 
e in petto ci scrosciano 
le loro canzoni 
le trombe d'oro della solarità”

Tita Ferro

venerdì 9 ottobre 2026

SENZA SCONZU! Storie di fede e di comunità raccontate da Domenico De Luca (di Bruno Demasi)


   La Calabria conserva un patrimonio di riti, feste e tradizioni che continua a parlare al presente, anche quando sembra appartenere a un tempo lontano. Nelle processioni, nei carri votivi e nelle celebrazioni patronali sopravvivono infatti forme di memoria collettiva, pratiche di partecipazione e modi di rappresentare la comunità che meritano di essere osservati e studiati non soltanto come espressioni religiose, ma anche come fenomeni storici e culturali.

     A questo universo appartiene il volume Senza sconzu. Carri votivi e culti, dallo Stretto alla Piana di Gioia Tauro, pubblicato da Officine Editoriali da Cleto di Domenico De Luca, giovanissimo studioso e docente di Materie Letterarie nato a Scilla e operante a Palmi, al suo secondo successo editoriale dopo La tosse della terra, uno studio sugli effetti, anche sul piano antropologico, del sisma del 1908 .

     Attraversando un'ampia porzione della Calabria meridionale, l'autore indaga il rapporto tra religiosità popolare, cultura materiale e identità locale, ponendo al centro della riflessione il valore simbolico dei carri votivi.Il carro non è considerato soltanto come l'elemento spettacolare della festa patronale, ma come una costruzione simbolica nella quale una comunità raccoglie, custodisce e manifesta la propria storia. Come ha osservato l'antropologo Pietro Clemente, le feste popolari costituiscono «luoghi privilegiati della memoria sociale», nei quali una collettività rappresenta sé stessa e rinnova periodicamente il proprio senso di appartenenza.¹

Il significato dello "sconzu"

     Fin dal titolo, l'opera introduce il lettore in una dimensione culturale profondamente radicata nel territorio. La parola sconzu, nel lessico dialettale, possiede infatti una ricchezza semantica difficilmente traducibile con un solo termine italiano. Può indicare il danno, il disagio, il contrattempo, la disgrazia improvvisa o, più in generale, tutto ciò che interrompe un equilibrio e altera il corso ordinario degli eventi.

   L'espressione rituale «Senza sconzu!», pronunciata durante le manifestazioni religiose, appare allora come un auspicio e insieme come uno scongiuro. Dietro queste parole si intravede la consapevolezza che la festa non è mai completamente separata dalla fragilità dell'esistenza. Il carro attraversa le strade tra la folla, il suo equilibrio deve essere preservato, mentre il sacro e il rischio sembrano procedere fianco a fianco.

     Non è un caso che l'antropologia abbia individuato nei rituali collettivi momenti di particolare "liminalità", durante i quali ordine e disordine, sicurezza e incertezza convivono temporaneamente.² In questa prospettiva, il grido della comunità non elimina la paura dell'imprevisto, ma la riconosce e cerca simbolicamente di allontanarla.

      L'invocazione assume così una funzione quasi apotropaica. Pronunciare quelle parole significa affidare il buon esito della festa alla protezione divina e, nello stesso tempo, rafforzare la coesione della comunità. Come insegnava Ernesto De Martino, la parola rituale non si limita a descrivere la realtà, ma opera concretamente sul piano simbolico, permettendo agli individui di fronteggiare collettivamente l'incertezza e il rischio.³ La festa, dunque, non cancella la possibilità della tragedia. Ed è proprio perché conosce l'eventualità dello sconzu che la comunità invoca che il rito si compia senza danno, senza incidente e senza dolore.

Il carro come documento

     Uno degli aspetti più interessanti del volume riguarda la lettura del carro votivo come documento storico e culturale.La sua costruzione richiede lavoro, competenze artigianali, disponibilità economiche e una fitta rete di collaborazione. Non è mai il prodotto di un singolo individuo, ma nasce dalla partecipazione di numerose persone che mettono a disposizione tempo, esperienza e devozione. In questo senso il carro votivo può essere interpretato come un autentico bene culturale comunitario, risultato di saperi condivisi e di una cooperazione che rafforza i legami sociali.⁴ La sua forza risiede anche nella natura effimera. A differenza di un monumento tradizionale, il carro è destinato a esistere per un tempo limitato. Tuttavia, il ricordo della sua realizzazione e della sua partecipazione alla festa continua a vivere nella memoria collettiva.

     Attraverso questi manufatti rituali si possono leggere numerosi aspetti della storia locale:il rapporto tra culto e spazio pubblico;la devozione verso il santo patrono; il ruolo delle confraternite e delle associazioni religiose; il contributo degli artigiani e dei fedeli; la trasmissione delle tradizioni tra generazioni; le forme attraverso cui una comunità rappresenta la propria identità.

     Il carro diventa così una fonte storica non ufficiale ma preziosa. Gli oggetti della cultura materiale, infatti, raccontano dimensioni della vita collettiva che raramente trovano spazio nei documenti amministrativi o nelle fonti istituzionali, offrendo una prospettiva "dal basso" sul passato delle comunità.⁵

Tra fede e identità

     Il percorso proposto da Domenico De Luca, dallo Stretto alla Piana di Gioia Tauro, restituisce l'immagine di una Calabria ricca di differenze locali ma accomunata dalla centralità della festa.Ogni paese possiede i propri santi, i propri rituali e le proprie modalità di partecipazione. Tuttavia, in ogni contesto la celebrazione religiosa rappresenta anche un'occasione di riconoscimento reciproco e di riaffermazione dell'appartenenza comunitaria. La festa coinvolge la dimensione spirituale, ma anche la memoria familiare, i rapporti tra generazioni e il bisogno di riconoscersi in simboli condivisi.

     Per questo motivo l'indagine proposta nel volume supera il semplice interesse per il folklore pittoresco. I culti popolari non vengono presentati come residue curiosità del passato, bensì come strumenti di conoscenza della società contemporanea. Già Ernesto De Martino invitava a leggere i fenomeni religiosi popolari non come manifestazioni marginali o folkloriche, ma come espressioni complesse di una specifica visione del mondo storicamente determinata.⁶Nei riti si conservano infatti paure, speranze, valori, gerarchie e modelli culturali che consentono di comprendere più a fondo l'identità delle comunità meridionali.

Un libro contro l'oblio

  Uno dei principali meriti dell'opera consiste nell'aver documentato una materia che rischia progressivamente di scomparire o di trasformarsi profondamente.Le feste cambiano, le modalità della partecipazione si modificano, le risorse economiche diminuiscono e molte pratiche tradizionali vengono semplificate o abbandonate. Registrare questi fenomeni significa sottrarre all'oblio una parte significativa della storia calabrese.

      Il lavoro di Domenico De Luca assume così il valore di un'opera di tutela culturale. Esso ricorda che la storia non vive esclusivamente negli archivi o nei grandi avvenimenti politici, ma anche nei gesti ripetuti, nelle devozioni tramandate e negli oggetti costruiti attraverso la partecipazione collettiva.

     Senza sconzu è, certamente, un libro sui carri votivi. Ma è soprattutto un libro sulla memoria, sull'identità e sul senso di appartenenza. Restituisce l'immagine di una Calabria viva, capace di custodire nei propri riti forme profonde di solidarietà e di riconoscimento reciproco.Come scriveva Antonino Buttitta, «la tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco».⁷ Una definizione che sembra descrivere perfettamente il significato della ricerca di Domenico De Luca e il patrimonio culturale che essa contribuisce a preservare. 

Bruno Demasi 

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¹ P. Clemente, Il senso della festa, Laterza, Roma-Bari, 1999, p. 23. 
² V. Turner, Il processo rituale. Struttura e anti-struttura, Morcelliana, Brescia, 2001, pp. 112-130. 
³ E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959, pp. 85-90. 
⁴ A.M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palumbo, Palermo, 1973, pp. 177-182. 
⁵ J. Le Goff, Storia e memoria, Einaudi, Torino, 1986, pp. 443-448. 
⁶ E. De Martino, La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano, 1961, pp. 17-21. 
⁷ A. Buttitta, Dei segni e dei miti, Sellerio, Palermo, 1996, p. 11.

martedì 6 ottobre 2026

Il frate calabrese che sfidò l'Inquisizione: TOMMASO CAMPANELLA E IL SOGNO DI UNA CITTÀ LIBERA (di Bruno Demasi)

     Il filosofo domenicano, poco ricordato persino nelle nostre scuole e  di cui in questi giorni ricorre il 458^ anniversario della morte, immaginò una repubblica senza proprietà privata in un secolo sicuramente incapace di voli libertari e di utopie. Ventisette anni di carcere in difesa della libertà costituiscono un'eredità che ancora interroga non solo la Calabria, ma il mondo intero.


      Giovanni Domenico Campanella - per tutti fra Tommaso - nacque a Stilo, in Calabria, il 5 settembre 1568.¹ A quattordici anni entrò nell'ordine domenicano, lasciando il nome di battesimo per quello di battaglia intellettuale. Il convento non fu per lui un approdo quieto, ma il terreno di una rivolta contro ogni sapere fondato esclusivamente sull'autorità.² L'incontro decisivo della sua giovinezza fu quello con la filosofia di Bernardino Telesio.³ Telesio proponeva di studiare la natura «secondo i propri principi», ricavando la conoscenza dall'esperienza diretta dei fenomeni e non soltanto dai commenti ad Aristotele. Campanella riconobbe in questa prospettiva una vera liberazione. La sua prima opera importante, la Philosophia sensibus demonstrata (Napoli, 1591), fu una difesa del telesianesimo contro l'aristotelismo dominante.⁴

   A Napoli conobbe Giambattista della Porta; a Firenze cercò invano una sistemazione accademica; a Padova ebbe rapporti con Galileo.⁵ Intanto le sue posizioni antiaristoteliche e naturalistiche attiravano i sospetti dell'Inquisizione. Tra il 1592 e il 1597 Campanella fu coinvolto in diversi procedimenti ecclesiastici, accusato di eresia e costretto ad abiurare.  Rientrato in Calabria nel 1598, entrò in contatto con ambienti ostili al dominio spagnolo. Nell'agosto 1599 fu scoperto il progetto di una congiura per instaurare una nuova comunità politico-religiosa, fondata sulla giustizia e sulla comunanza dei beni.⁶ Campanella venne arrestato, trasferito a Napoli e sottoposto a torture. Per evitare la pena capitale simulò la pazzia; dopo un processo durissimo fu condannato al carcere perpetuo.⁷

     La prigionia durò quasi ventisette anni, dal 1599 al 1626. Fu una stagione di sofferenza, ma anche di eccezionale produttività intellettuale.⁸ Nei castelli napoletani Campanella scrisse gran parte delle sue opere maggiori: dalla Metaphysica a  La Città del Sole, dalle Poesie filosofiche all'Apologia pro Galileo.⁹ Nel 1626 fu liberato, ma rimase sottoposto al controllo del Sant'Uffizio a Roma fino al 1629. Nel 1634, per sfuggire alle pressioni spagnole, si rifugiò in Francia, dove fu accolto negli ambienti vicini a Luigi XIII e al cardinale Richelieu.¹⁰ Morì il 21 maggio 1639 nel convento domenicano di Rue Saint-Honoré, a Parigi, da uomo libero e onorato.¹¹

Un pensiero lucidissimo 
 
   Per Campanella la natura non è una macchina inerte, ma un organismo vivente dotato di sensibilità universale.¹² Ogni ente tende a conservarsi, conoscere e amare il proprio essere. Nell'uomo opera anche la mens, mente immateriale che permette di trascendere la natura senza separarsene. La Metaphysica (Parigi, 1638) individua tre certezze originarie — essere, conoscere, volere — corrispondenti alle «primalità»: potenza, sapienza e amore.¹³ Ogni ente partecipa di questi principi; in Dio sono assoluti. Per Germana Ernst, è «la bibbia dei filosofi»: un tentativo di armonizzare esperienza, ontologia e teologia.¹⁴

    La magia naturale campanelliana non è superstizione, ma conoscenza delle relazioni invisibili fra gli esseri. Il mago comprende e orienta le forze della natura; il ciarlatano le sfrutta per ingannare.¹⁵ Questa fiducia nella natura sensibile non impedì a Campanella di difendere la libertas philosophandi. La sua Apologia pro Galileo, composta nel 1616 e pubblicata a Francoforte nel 1622, è uno dei documenti più coraggiosi del primo Seicento: la Scrittura insegna la salvezza, la filosofia indaga i fenomeni; quando l'esperienza contraddice un'opinione, è l'interpretazione umana a dover essere corretta.¹⁶ Per Eugenio Garin, tuttavia, questa libertà rimane inscritta in una visione provvidenziale della storia.

La Città del Sole

   La fama moderna di Campanella è legata alla Città del Sole, dialogo composto nel 1602 e pubblicato a Francoforte nel 1623.¹⁷ Il testo descrive una repubblica ideale fondata su ragione, natura e sapienza. Beni comuni, lavoro distribuito secondo le attitudini, nessuna professione vile: è un'utopia egualitaria. Le mura della città sono decorate con immagini di tutte le scienze, insegnate pubblicamente ai bambini.¹⁸

     Ma il progetto ha lati oscuri: abolizione della famiglia privata, generazione regolata astrologicamente, vita sorvegliata da magistrati e sacerdoti.¹⁹ Al vertice sta il Metafisico, assistito da Pon, Sin e Mor (Potenza, Sapienza, Amore). Per Nicola Badaloni, l'utopia rivela una tensione irrisolta: vuole emancipare dalla miseria, ma attraverso un ordinamento severo che subordina l'individuo alla comunità.²⁰ Non è socialismo moderno, ma teocrazia pedagogica.

Politica e religione universale

   Il pensiero politico di Campanella è dominato dall'idea di unità: una monarchia universale cristiana, guidata spiritualmente dal papa e sostenuta da un principe. In gioventù guardò alla Spagna, poi alla Francia di Richelieu. Attaccò Machiavelli come teorico di una politica separata dalla morale, ma ne riconobbe implicitamente il realismo. La religione è per lui naturale e storica. Tutte le confessioni contengono frammenti di verità, ma il cristianesimo è la forma più alta. Il progetto è una cristianità rinnovata, capace di ricomporre l'unità del genere umano.

     Le Poesie filosofiche sono il luogo in cui la teoria diventa esperienza esistenziale. Il poeta parla della natura, di Dio, della prigione, della verità perseguitata. Il linguaggio è aspro, profetico, lontano dall'eleganza classicistica. Per Lina Bolzoni, è «l'autobiografia spirituale» di Campanella: la speculazione si trasforma in invocazione e testimonianza. Il carcere non è solo circostanza biografica: diventa figura centrale dell'opera. Il mondo stesso è prigione quando gli uomini accettano come verità ciò che è soltanto abitudine.

Fortuna critica 

   
   Nell'Ottocento Campanella fu letto come precursore del socialismo, dell'unità italiana, della filosofia moderna. Gli studi recenti insistono sulla sua complessità: non è materialista né illuminista ante litteram, non è socialista né teologo della Controriforma. È sensista e spiritualista, naturalista e cattolico, profeta e uomo politico, difensore della scienza e astrologo, ma di un'astrologia che è parte di una cosmologia animistica, non pratica divinatoria separata.

     La sua importanza sta in questa irriducibilità. Campanella appartiene al Rinascimento, ma guarda alla modernità; difende l'esperienza contro l'autorità, ma conserva una cosmologia animistica; immagina una società senza proprietà privata, ma la sottopone a controllo assoluto. La sua opera mette in scena il conflitto fra libertà e ordine, individuo e comunità, natura e trascendenza.

     Resta il filosofo grandissimo di una libertà inquieta: non quella pacificata del pensiero riconosciuto, ma di chi deve difendere la verità mentre è perseguitato, torturato, censurato. La sua eredità è l'idea che il sapere debba tornare alla realtà, interrogare i poteri e rifiutare ogni autorità che pretenda di sostituirsi all'esperienza e alla ragione.

Bruno Demasi
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1.Note Enciclopedia Treccani, s.v. «Campanèlla, Tommaso», 2023.
2. L. Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Roma, 1947, pp. 45-67.
3. B. Telesio, De rerum natura iuxta propria principia, 1565.
4. E. Garin, La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze, 1961, pp. 312-320.
5. Stanford Encyclopedia of Philosophy, s.v. «Tommaso Campanella», 2005 (rev. 2023), § 2.
6. G. Ernst, Tommaso Campanella. Il libro e il corpo della natura, Roma-Bari, 2002, pp. 45-58.
7. L. Firpo, I processi, op. cit., pp. 145-178.
8. Archivio Tommaso Campanella (ILIESI-CNR), scheda t_3.
9. G. Ernst, Tommaso Campanella, op. cit., pp. 67-82.
10. Stanford Encyclopedia of Philosophy, op. cit., § 5.
11. Enciclopedia Treccani, op. cit.
12.T. Campanella, Del senso delle cose e della magia, a cura di G. Ernst, Roma-Bari, 1999, pp. 45-60.
13.T. Campanella, Metaphysica, Parigi, 1638, lib. II, cap. 1.
14.G. Ernst, Tommaso Campanella, op. cit., p. 142.
15.T. Campanella, Del senso delle cose, op. cit., pp. 120-135.
16.T. Campanella, Apologia pro Galileo, a cura di M. Torrini, Firenze, 1994, pp. 50-65.
T. Campanella, La città del Sole, a cura di G. Ernst, Roma-Bari, 1996, pp. 3-10.
17.Ivi, pp. 50-60.
18.Ivi, pp. 80-95. N. Badaloni, Tommaso Campanella, Milano, 1972, pp. 155-165

domenica 4 ottobre 2026

Laboratorio di scrittura: “DEDICATA A FRANCESCO D’ASSISI” (Poesia inedita di Pina De Felice)

   

     In occasione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi questo blog ama offrire, grazie a Pina De Felice,  questa poesia inedita” Dedicata a Francesco”, una lirica intensa e partecipe che si fa preghiera, meditazione e dialogo con il Poverello di Assisi. L’anniversario richiama la figura di un uomo che, dopo otto secoli, continua a parlare al cuore dell’umanità attraverso la semplicità, la povertà, la fraternità e l’amore per ogni creatura.

     Fin dai primi versi, la composizione ci conduce nel silenzio dei boschi, luogo privilegiato dell’ascolto e della rivelazione. La voce di Dio nasce nella quiete della natura, mentre Francesco appare nella sua umile grandezza: «lui poverello», capace di sostenere la pietra e, simbolicamente, di contribuire alla ricostruzione della Chiesa attraverso la fede, la rinuncia e l’amore.

     Il richiamo al «Laudato si’» evoca il Cantico delle creature, l’inno con cui Francesco loda Dio attraverso il sole, il vento, la terra e tutte le forme della vita. Nella poesia di Pina De Felice, la natura non è soltanto uno sfondo, ma diventa presenza viva, segno di una divina armonia e specchio di un Dio sempre vicino. Anche il perdono, ricordato nei versi dedicati a coloro che perdonano «per lo tuo amore», assume il valore di una scelta radicale di pace.

     Nel paesaggio ottobrino, tra il canto del vento e la malinconia della stagione, si svolge poi un dialogo intimo tra la poetessa e il Santo. Alla confessione «Son stanca», Francesco risponde con un gesto di tenerezza: la avvolge nel saio, quasi a proteggerla e a raccoglierla nella sua fraternità. La corda diventa così il segno di un legame spirituale, mentre il desiderio di «ancora sostare» esprime il bisogno di fermarsi presso una presenza capace di donare consolazione e speranza.

     Nella parte conclusiva, le «molliche di pane» e le «parole piccine» assumono il significato di una preziosa eredità. Francesco non lascia beni materiali, ma parole semplici, gesti di pace e una vicinanza che continua a nutrire il cuore. Il fatto che egli chiami la poetessa per nome rende l’incontro ancora più personale e commovente: la sua voce non appartiene soltanto al passato, ma raggiunge ogni uomo e ogni donna nel segreto della propria fragilità.

     Con un linguaggio limpido, delicato e profondamente spirituale, Pina De Felice ripercorre le tappe essenziali dell’esperienza francescana: l’umiltà, la povertà, il perdono, la fraternità e l’amore senza riserve per il creato. La sua poesia ci ricorda che, nella semplicità delle cose più piccole, può ancora risplendere la luce di Dio. ( Bruno Demasi )


DEDICATA A FRANCESCO D’ASSISI

 

Nel silenzio di boschi

la voce di Dio

fu brama di cielo

e sulle spalle scarnite

lui poverello

sosteneva la pietra

ove luce abbagliante

fu Chiesa e dimora.

 

Laudato sí, mi Signore,

per quelli che perdonano

per lo tuo amore

Laudato sí mi Signore!

 

Nel canto ottobrino

un sospiro di vento

richiama la fede

e Francesco mi guarda.

Io gli dico "Son stanca"

Lui mi avvolge nel saio

Io mi lego alla corda

 

Vorrei ancora sostare.

 

Son molliche di pane

ciò che lui mi lasciò

quando misi la mano

nella tasca del cuore

 

Son parole piccine

Son parole di pace

con le quali Francesco

mi chiamava per nome

Pina De Felice

venerdì 2 ottobre 2026

La libertà sospesa di ANGELA TIBULLO e “IL SENSO DELLA VITA” ( Di Bruno Demasi)

     Può una persona tornare a vivere dopo che la propria identità è stata travolta da un’accusa, la libertà è stata sottratta e il nome è finito dentro il linguaggio della cronaca giudiziaria? È da questa domanda, insieme intima e civile, che prende voce IL SENSO DELLA VITA. Da madre, da donna, da professionista e da ex detenuta, il libro con cui Angela Tibullo affida alla scrittura la memoria di una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria.

     Pubblicato da DBE Barbaro Editore, il volume si presenta come un libro-testimonianza. Non è soltanto il racconto di una detenzione, né un’autobiografia costruita intorno alla successione degli atti processuali. È piuttosto il tentativo di restituire alla persona ciò che spesso il procedimento penale tende a cancellare: il volto, la storia, gli affetti, il lavoro, la paura e la possibilità di essere ascoltati oltre l’etichetta dell’accusa.

    Angela Tibullo, criminologa e sostenitrice dei diritti umani, fu arrestata il 2 agosto 2018 nell’ambito dell’inchiesta “Ares” della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Trascorse settanta giorni tra Rebibbia e Vigevano, quindi tre anni agli arresti domiciliari e due anni di sorveglianza speciale. In appello è stata assolta dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa con la formula “perché il fatto non sussiste". 

   La precisione di questi dati è necessaria, ma non basta a spiegare il libro. La vicenda giudiziaria costituisce lo sfondo e storico e processuale; al centro una donna che, in pochi istanti, vede dissolversi la normalità. L’arresto irrompe nella vita domestica come una cesura: la casa viene attraversata dalle perquisizioni, il tempo si trasforma in attesa, gli oggetti personali acquistano un valore nuovo, le relazioni diventano difficili e ogni gesto quotidiano passa sotto il controllo di procedure estranee alla vita precedente.

     L’autrice conosceva il mondo penitenziario sul piano professionale. Dopo l’arresto, però, è costretta a guardarlo dall’interno, come persona detenuta. È un rovesciamento di prospettiva che dà al libro una particolare forza: chi aveva studiato il carcere, chi ne conosceva le dinamiche e le fragilità, si trova a sperimentarne direttamente la solitudine, la rigidità e la violenza psicologica. Quei settanta giorni vengono ricordati come “i miei giorni più bui”, una definizione che non descrive soltanto la sofferenza di un periodo, ma la profondità della frattura prodotta dall’esperienza detentiva.

     Il nucleo più intenso della narrazione è il rapporto con la figlia, allora bambina di quattro anni. La detenzione diventa soprattutto separazione: dalla voce della bambina, dalla sua quotidianità, dai gesti consueti della maternità. La fotografia della figlia, che Tibullo racconta le sia stata strappata in carcere, assume in questo contesto un valore quasi emblematico. È un’immagine fragile, ma contiene l’intero mondo affettivo che la  detenzione rischia di interrompere.

     Qui il libro trova la sua dimensione più autentica. La carcerazione di una madre non riguarda mai soltanto la madre. Investendo il rapporto con i figli, coinvolge l’intera famiglia e produce una ferita che non coincide con la durata della pena o della custodia cautelare. Anche quando le porte si riaprono, resta il lavoro difficile della ricostruzione: spiegare l’assenza, ricomporre la fiducia, tornare a essere presenti senza poter cancellare ciò che è avvenuto.

     La maternità impedisce così che la vicenda venga letta esclusivamente attraverso il lessico del processo. Dietro i reati contestati, le ordinanze e le sentenze, il libro mostra una bambina che attende la madre e una donna che vive la propria sofferenza anche attraverso il dolore della figlia.

     Uno degli aspetti più interessanti della testimonianza riguarda la continuità della pena oltre la fine della detenzione. Il carcere può terminare come luogo fisico, ma restare nella memoria, nei comportamenti, nella paura e nello sguardo degli altri. La scarcerazione non coincide necessariamente con il ritorno alla normalità.Tibullo racconta di non essere più riuscita a rientrare in carcere per ragioni professionali. Il luogo che prima apparteneva alla sua esperienza di criminologa è diventato lo spazio del trauma. Questa trasformazione dice molto sulla complessità della vicenda: non basta riacquistare una libertà formale per ritrovare quella libertà interiore che consente di abitare nuovamente il mondo senza sentirsi minacciati.

   A ciò si aggiunge il peso della reputazione. Un’accusa, soprattutto quando riguarda la criminalità organizzata, può produrre una condanna sociale immediata, spesso più veloce della verifica processuale. La persona viene conosciuta attraverso il capo d’imputazione, il nome compare nei titoli, la narrazione pubblica si stabilizza prima ancora che il dibattimento possa chiarire responsabilità, prove e circostanze.

      È in questo punto che Il senso della vita assume un rilievo che supera la vicenda individuale. Il libro interroga il rapporto fra giustizia e informazione, fra presunzione d’innocenza e giudizio pubblico, fra verità processuale e memoria collettiva. La domanda che ne deriva è scomoda: quanto vale un’assoluzione se il pubblico continua a ricordare soprattutto l’accusa? E quanto tempo deve trascorrere prima che una persona possa essere nuovamente riconosciuta per ciò che è, anziché per ciò di cui è stata accusata?

     La specificità del libro sta anche nella sua voce femminile. Tibullo racconta il carcere da madre, da professionista e da donna; tre identità che non si sommano semplicemente, ma si condizionano a vicenda.Da qui nasce la volontà di parlare anche per altre donne. Il libro diventa una testimonianza sulle fragilità del carcere femminile, sulla separazione dai figli, sulla sofferenza psicologica e sulla difficoltà di ricominciare. L’autrice non chiede soltanto comprensione per la propria esperienza; invita a osservare con maggiore prudenza tutte le vite che restano nascoste dietro un’ordinanza, un titolo di giornale o una definizione processuale.

 Il titolo, Il senso della vita, indica il percorso attraverso il quale il dolore cerca una forma e la memoria diventa parola. Tibullo non sembra proporre una facile retorica della rinascita: il trauma non viene cancellato, la paura non scompare, l’assoluzione non restituisce automaticamente gli anni perduti. La scrittura, tuttavia, consente di sottrarre la propria storia alla versione degli altri.

      Raccontare significa tornare a essere soggetto della propria vicenda. Non più soltanto l’imputata di un procedimento, ma la madre, la professionista, la donna e la persona che ha attraversato la detenzione e ora ne ricostruisce il significato. Il ritorno al lavoro, la pubblicazione del volume e il coinvolgimento dell’autrice nella collana “Storie Vissute” di Barbaro Editore rappresentano, in questa prospettiva, tappe di una ricostruzione personale e professionale.Anche la destinazione benefica del ricavato, a favore dell’associazione “La Fenice Odv”, impegnata nel sostegno alle persone fragili e nel contrasto alle dipendenze, conferisce al libro un ulteriore valore civile. La sofferenza individuale non rimane chiusa nella dimensione privata, ma tenta di tradursi in attenzione e aiuto per altri.
Bruno Demasi