lunedì 20 luglio 2026

DON ITALO CALABRÒ, IL COLOSSO DELLA CARITA’, PIONIERE DELLA RESISTENZA MORALE ALLA NDRANGHETA (di Bruno Demasi)

   
     Ai più anziani sembra ancora di vederlo: una strada di Sambatello negli anni Settanta, polvere d’estate, case basse, un cane che dorme all’ombra, un prete magro, con gli occhiali sottili, che cammina senza fretta. Non ha l’aria del profeta, né quella del leader. Somiglia piuttosto a un uomo che ha deciso, una volta per tutte, di stare dalla parte giusta del mondo, senza proclami e senza eroismi, soprattutto senza le passerelle e le pubblicità che oggi piacciono tanto a tanti.

     Questa è forse la cifra più sorprendente della sua esistenza: la normalità del bene. Un bene quotidiano, ostinato, mai esibito. Un bene che non nasce da un’ideologia, ma da un atteggiamento interiore: guardare gli altri come persone e non come problemi.

 Nato nel 1925, ordinato nel 1948, don Italo appartiene a quella generazione di sacerdoti che hanno attraversato la Calabria del dopoguerra come artigiani di comunità. Ma lui aveva qualcosa di diverso: una capacità rara di leggere la realtà non solo per ciò che era, ma per ciò che avrebbe potuto diventare. Renzo Agasso, nella biografia più completa a lui dedicata, lo definisce «un uomo che non si è mai arreso alla geografia del dolore»¹. È una frase che gli somiglia: don Italo non si è mai arreso alla povertà, alla rassegnazione, alla violenza muta che attraversava la sua terra.Il suo ministero non fu mai confinato alla parrocchia. Era un prete che abitava le strade, che conosceva per nome i ragazzi difficili, che entrava nelle case senza formalità, come un parente che porta una parola buona e un pezzo di futuro. E fu anche il primo a pronunciare apertamente la parola "Ndrangheta" dal pulpito, quando era un tabu pronunciarla.

    Nel 1968 fonda il Centro Comunitario Agape, una delle esperienze più originali del cattolicesimo sociale meridionale . Non un’opera assistenziale, ma un luogo dove si sperimentava una forma nuova di convivenza: giovani, famiglie, volontari, credenti e non credenti, tutti insieme per costruire un pezzo di società più giusta. Agasso scrive che Agape era «una casa dove nessuno era escluso, mai»². E davvero, chiunque sia passato da quelle stanze lo racconta come un luogo in cui si imparava che la carità non è elemosina, ma giustizia in cammino. 
 
   Don Italo non voleva “aiutare i poveri”: voleva cambiare le condizioni che li rendevano poveri. Per questo parlava di educazione, di responsabilità, di cittadinanza. Per questo coinvolgeva i giovani, li metteva davanti alla realtà, li costringeva a guardare negli occhi la sofferenza e a non voltarsi. Negli anni in cui la ’ndrangheta era un potere innominabile, lui ne parla di continuo e apertamente. Non solo per coraggio, ma per coerenza. Nel 1984, dopo la liberazione del piccolo Vincenzo Diano, pronuncia una delle omelie più nette della storia civile calabrese:«I mafiosi non sono uomini. I mafiosi non hanno onore»³.Parole semplici, ma in Calabria, allora, erano un terremoto. Non cercava lo scontro: cercava la verità. E la verità, quando è detta senza paura, diventa un atto politico.Cosimo Sframeli, nel suo studio sui preti antimafia, colloca don Italo tra coloro che «hanno rotto il silenzio prima che il silenzio diventasse complicità»⁴. È un giudizio che restituisce la portata del suo gesto: non un atto isolato, ma un modo di essere Chiesa.

     Don Italo è anche tra i fondatori della Caritas Italiana con la presenza incoraggiante e  attiva  di  quella Suor Maria Speranza Lentini, originaria di Varapodio, troppo presto dimenticata (cfr. l'articolo qui pubblicato cliccando qui: SUOR MARIA SPERANZA: L’ARTE DELLA CARITA’ E LA MISSIONE DELLA BELLEZZA (di Bruno Demasi) . Per lui la Chiesa non doveva essere un rifugio, ma un ponte tra ricchi e poveri, tra chi ha voce e chi non ce l’ha. La sua idea di carità era una pedagogia: educare alla responsabilità, alla partecipazione, alla cittadinanza.Nel suo testamento spirituale, scritto poche settimane prima di morire, si legge:«Non ho fatto nulla di straordinario. Ho solo cercato di voler bene»⁵.È una frase che potrebbe sembrare modesta, ma è in realtà la sintesi più alta della sua vita: voler bene come forma di resistenza.Una santità che non ha bisogno di aureole

   Muore nel 1990, lasciando un’eredità che non si misura in opere materiali, ma in coscienze risvegliate. Oggi è in corso il processo di beatificazione, ma per molti reggini la sua santità era già evidente: non nei miracoli, ma nella normalità del bene.Laura Pompeo, in un ritratto civile, lo definisce «il don Milani del Sud, ma senza la durezza del profeta: un educatore che non ha mai rinunciato alla tenerezza»⁶. È forse la definizione più giusta: don Italo non ha mai alzato la voce, e proprio per questo la sua voce è rimasta.

     Don Italo Calabrò parla al presente. Parla a una Calabria che ancora oggi fatica a credere in se stessa. Parla a una Chiesa che rischia di dimenticare la sua vocazione sociale. Parla a un Paese che ha bisogno di esempi non eroici, ma credibili.La sua vita ci ricorda che il bene non è mai spettacolare. È fatto di gesti piccoli, ripetuti, ostinati. È fatto di scelte quotidiane, di fedeltà silenziose, di una presenza che non si impone ma accompagna.

La straordinaria normalità del bene: la sua rivoluzione.

                                                                                                                          Bruno Demasi

__________
1.  Renzo Agasso, Don Italo Calabrò. Nessuno escluso mai!, Città Nuova, 2015, p. 12.
Ivi, p. 47.
2. Omelia per la liberazione di Vincenzo Diano, 1984, in Agasso, op. cit., p. 103.
3. Cosimo Sframeli, Preti antimafia per un Aspromonte libero, Laruffa, 2010, p. 89.
4. Testamento spirituale, 9 giugno 1990, in Piccola Opera Papa Giovanni, Archivio storico, p. 3.
5. Laura Pompeo, «Il don Milani del Sud», La Voce e il Tempo, 2019, p. 2.

sabato 18 luglio 2026

Laboratorio di scrittura: LA TEODOREIDE ( Poemetto dialettale di Ciccio Epifanio)

       "La Teodoreide" di Ciccio Epifanio, apparentemente giocata tutta  nella dimesione comico - erotica, si presenta invece come esempio d’arte di forte sapore popolare. La sua apparenza leggera nasconde una costruzione assai più ricca: una poesia che nasce dalla materia viva del dialetto e che proprio nel dialetto trova il suo primo valore: non soltanto come strumento espressivo, ma come deposito di memoria e di di costume. La voce che parla in questi versi non vuole elevarsi sopra la realtà; al contrario, la vitalizza dall’interno con intelligenza ironica, senso narrativo e una sorvegliata semplicità che è già, di per sé, una forma di stile. Il poemetto si muove sul crinale fra racconto e caricatura, fra cronaca paesana e invenzione teatrale. Al centro la figura di Mastru Teodoru, scarparo e uomo attaccato al lavoro, che parte per l’Australia nella speranza di riscattare la propria condizione. La sua vicenda ricalca un’esperienza storica ben riconoscibile, quella dell’emigrazione meridionale, vissuta come sofferenza concreta, lontananza dagli affetti, ansia del ritorno. La lontananza non cancella il legame con il paese, anzi lo intensifica.
     Ma "La Teodoreide" non è solo un racconto di emigrazione. È anche una commedia degli equilibri sociali, in cui il corpo, il desiderio, il denaro e l’autorità religiosa entrano in relazione in modo insieme ironico e rivelatore. La scena dell’uovo, assunto come misura simbolica e quasi domestica della fedeltà coniugale, è uno dei punti più felici del testo: vi si condensano insieme pudore e allusione, ingenuità e malizia. In questa scelta lessicale e narrativa si manifesta una delle qualità più interessanti di Ciccio Epifanio: la capacità di dire l’ambiguità della vita senza mai appesantirla, mantenendo il tono leggero della battuta e della beffa. Di particolare rilievo è anche la figura del canonico o abate, che non appare come semplice personaggio di contorno, ma come vero nodo simbolico del racconto. La sua presenza introduce una dimensione ecclesiastica non rigidamente sacrale, bensì immersa nelle pieghe della vita concreta. Il sacerdote è insieme autorità e mediazione, norma e accomodamento. Il testo non lo ridicolizza apertamente, ma ne mette in scena la funzione dentro una società in cui il religioso, il civile e il privato non sono compartimenti stagni, ma si intersecano. Proprio qui il poemetto acquista un interesse particolare per chi studia la cultura calabrese: esso restituisce un mondo in cui il clero non è separato dalla comunità, ma ne condivide linguaggi, astuzie, tensioni e rituali. 
     Dal punto di vista stilistico, il fascino e il valore del testo di Epifaniio risiede nell’equilibrio fra semplicità e perizia. La lingua è viva, mobile, spesso musicale nella sua asperità fonetica. Il dialetto non è usato come colore locale, ma come materia piena del pensiero poetico. Le riprese, le formule, i dialoghi serrati, le immagini concrete e i passaggi improvvisi dal serio al faceto costruiscono una narrazione breve ma densa, capace di far sorridere e insieme di suggerire un sottotesto più ampio. L’effetto complessivo è quello di una poesia che sa essere popolare senza essere ingenua e ironica senza diventare cinica. 
     "La Teodoreide" merita di essere letta non come curiosità folklorica, ma come testo dotato di una sua precisa e solida dignità letteraria. In esso si incontrano, in forma compatta, alcuni dei grandi temi della cultura calabrese novecentesca: la fatica del vivere, la mobilità migratoria, la forza dei legami familiari, la presenza pervasiva dell’istituzione religiosa, il gusto della parola arguta, la capacità di trasformare in racconto perfino gli aspetti più minuti dell’esperienza quotidiana. È un poemetto che diverte, certo, ma che soprattutto osserva, registra e tramanda.Leggerlo significa entrare in un microcosmo umano e linguistico in cui ogni particolare ha un peso, ogni battuta una funzione. E significa anche riconoscere che la grande letteratura talvolta non ha bisogno di toni solenni e seriosi per spiegare l’essenziale della vita. (Bruno Demasi) 
 

 
LA TEODOREIDE

(Mastru Teodoru lu scarparu e 'u Canonicu Abati 

- Poemetto dialettale in 33 sestine)

 

 

Pigghja, ncolla,cusi e mpetta,

nchjova, mpurma,lustra e tagghja,

ma la sira nd'a sacchetta

mancu l’umbra di ‘na magghja:

mastricej ticchi ticchi

sempri povari e mai ‘rricchi.

 

E cusì mastru Teodoru

occhji tristi e menti all’aria,

di nicessità trisoru

fici u parti pe l’Australia,

ca ja terra a tutti duna

la ricchizza e la furtuna.

 

Fatti ddunca li valici,

cu li modi e li maneri,

salutau parenti e amici

e nci dissi a so’ mugghjeri:

“O Natuzza, amata cara,

mi ndi vaju a vucc’amara.

 

Ma non prima mu ti provu,

non sia mai pe’non cridenza,

intr’a la natura 'n’ovu

mu ti servi pe temenza.

Mu ti pigghju la misura

chi cusì  ndavi mu dura!”.

 

Donna Nata, povereja,

cu a la gula lu sigghjuzzu,

non cogghjiva amaricchjeja

cchjù lu filu du' discurzu.

E votata a lu so’ caru

nc’issi: “ Doru, parra chjaru!”

 

Iju allura,  pigghjau n’ovu

nciù calau ndo papatornu:

“tali e quali mu lu trovu -

nc’issi -  ndaju quandu tornu!

Ca se ncasu non va giustu

Jeu di tia fazzu n’arrustu!”

 

“O maritu, cori meu,

vai tranquillu non sia mai,

tu lu sai ca u' beni meu

sulu a ttia jeu lu dunai”.

S’abbrazzaru e, dopu ncuna,

jiu Teodoru a la furtuna.

 

Cu suduri e grandi affanni

giobbijandu, pigghja e ngurza,

dopu jorna, misi e anni

lu scarparu inchìu la burza.

Ca ja terra assai dispenza,

a cu sgobba, providenza.

 

E cusì, cu grandi gnagna

mastru Doru a pili tisi,

nci scriviva a so’cumpagna

ca tornav’a lu paisi.

Cu lu portafogghju chinu

mu si ‘ccatta u magazzinu.

 

Quandu seppi chija nova

donna Nata, assai prejata,

fujiu subitu mu prova

s’era giusta ‘a calibrata.

Ma chi vitti, cori affrittu,

ca ora l’ovu jiva strittu .

 

Ca la troppa astinenza

fici stritta la natura

e non c’era la capenza

mu ricivi la misura.

“Focu meu, chi cosa ngrata -

jia gridandu donna Nata -

 

O sbentura chi mi vinni

a cu’ ndaj’u mi rivorgiu?”

e scippandusi li pinni

jia guardandu lu rigoggiu.

“O Madonna ‘ddolurata,

mandammilla ‘na mbasciata”.

 

Smaniandu notti e jornu

e pregandu a lu Signuri,

cu la facci china’ i scornu

si ndi jiu a lu cumpessuri,

ca lu ‘bati di lu domu

è nu pezzu ‘i galant’omu.

 

“Benidittu Ddiu Patruni”,

dissi u ‘bati a manu arzata

quandu ntisi la cagiuni

chi ‘ffriggiva a donna Nata.

E ‘llentandu la curria

la mbiau a la sacristia

 

Jà ncignau l’allargamentu,

gaudiu magnu cum potenza,

e cum grandi nocumentu

fu giustata la capenza.

Mpinna u ‘bati e tuttu affanna

mentri Nata grida: “Osanna”!

 

A' venuta du maritu

donna Nata, ormai sicura,

pigghja l’ovu a cori arditu

mu nci mmostra la misura.

Si cunzula mastru Doru:

“Nata mia, si nu trisoru”.

 

Ma Natuzza, anima pura

Pe’ vantari lu so’ ngegnu,

di lu ‘bati a ‘llargatura

nci cuntau cu quali ‘mpegnu.

e cu quantu sagrificiu

lu sant’omu apriu l’officiu.

 

A stu puntu lu scarparu,

quandu ntisi jia sparata,

si jettau lu paru e sparu

e si tinni la ‘ncornata.

Ma a lu ‘bati a tutta brigghja

mu nci torna la parigghja.

 

Ora ddunca ‘na matina -

mu si dici lu distinu -

chi Teodoru la vitrina

allestia du magazzinu,

jiza l’occhji e a ccu ti vidi?

- mu si cunta non si cridi -:

 

‘na figghjola, o chi bellizza,

anchi longhi e ngarrunati,

pettu a punti e chjoma rizza:

la niputi di lu ‘bati.

O chi scialu o chi ristoru

prigustava mastru Doru.

 

“Bon ci crisci, principali -

nc’issi chija signurina -,

jeu voliva tali e quali

da’ vitrina la scarpina,

ca s’è giusta la cazata

vi la pagu e tornu a mmata”.

 

“Onuratu, signurina,

giust’appuntu sugnu ccà,

vi misuru la scarpina

e vi dicu comu  stà”.

Cusì nc’issi lu scarparu

ca nci vinni mparu mparu .

 

Mentri chi la signurina

si mbijav’a la provata

iju d’oru ‘na catina

misi a latu jà posata

e nci dissi:” U giojelleri

la portau pe’ me mugghjeri”.

 

Sbarragata la figghjola

la guardau tutta ‘mmagata,

poi cuntinuau la prova

doppu ‘na gran suspirata.

Ma ‘a collana a ‘nu mumentu

‘mmucciau Doru cu talentu.

 

E votatu a signurina

nc’issi tuttu 'mperburatu:

“Mi rrobbasti la catina

chi ndaviva jà posatu!”.

“O sbentura mu mi vola -

si lamenta la figghjola -:

 

no' su cosi mi diciti

e nemmenu m'i penzati:

sugnu seria , vui u sapiti,

se vi pari miscitati!

Ca non temu facci prova

o sbalasciu, chista è nova! ”.

 

“Se si latra o si pulita,

lu sapimu a tempu lestu,

vidi ccà sta calamita

tira l’oru prestu prestu”.

Accussi nc’issi Teodoru

cu a la man’u stantaloru.

 

Ncigna ddunc ’ a miscitata

la figghjola mbuzza e ngiaci,

ma cchjù funda è la toccata

e cchjù è a ija chi nci piaci.

E nci dici:” Ssù strummentu,

mastru T…oru, è nu portentu…

 

ca se puru su ‘nnucenti

e non sacciu di collana,

mi sanastivu la menti

cu lu vostru cala e nchjana”.

Teodoru soddisfattu

la guardava tuttu ‘rrattu.

 

Sia ammucciuni ca mpalisi,

quandu amuri throva locu,

ogni jornu e ogni misi

vaci sempri o’ stessu jocu.

Eccutilla la ragiuni

da’  figgjola lu panzuni.

 

E cusì lu gnuri abati,

mantenendu lu dicoru,

ma cull’occhi sperticchjati

jiu ndi mastru Teodoru.

E cu vuci a litania

nc’issi a modu di poisia:

 

“Bravu a mastru Teodoru

chi di sutta la suttana

da’ niputi tirau l’oru

cu la pinz’australiana!”

Lu scarparu lu guardau

e cusì nci replicau:

 

“Bravu a lu signuri bati

chi cu grandi cumpetenza

cosi stritti li ‘llargati

pe’ giustari la capenza…”

Si guardaru a occh ’i gatta

e rrestaru paru e patta.

 

                                                                 Ciccio Epifanio

 

venerdì 17 luglio 2026

L’ ITALIA PRIMA DI ROMA: la Calabria, nucleo originario del nome e dell’identità italica (di Domenico Lanciano)

       Nel dibattito sulle origini del nome e dell’identità italiana, la ricerca di Domenico Lanciano si caratterizza come  ricostruzione filologica che restituisce alla Calabria il ruolo di nucleo primigenio dell’ethnos italico. Attraverso le testimonianze di Antioco di Siracusa, Aristotele, Tucidide e Strabone, Lanciano mostra come «Italia» sia stato, in principio, un nome locale e cultuale, radicato nella terra degli Enotri, dei Vituli e degli Italoi, e solo in seguito divenuto designazione geografica e politica dell’intera Penisola. La Calabria, compresa tra i golfi di Sant’Eufemia e Squillace, emerge così come la regione in cui il nome "Italia" nasce e  si struttura. Questa ricostruzione non è, per Lanciano, un esercizio erudito isolato. Da decenni egli lavora per trasformare la tesi della «Prima Italia» in un dispositivo culturale pubblico: un progetto di identità che restituisca alla Calabria una memoria positiva, fondata su fonti antiche e su una tradizione storica spesso rimossa. Bibliotecario, giornalista e intellettuale di frontiera, ha istituzionalizzato questa visione attraverso iniziative concrete: la riscoperta del libro di Gertrude Slaughter "Calabria the First Italy" (1939) ( cfr. quanto scritto in proposito qui, aprendo questo link  “ CALABRIA LA PRIMA ITALIA” E GLI STUDI SCONOSCIUTI DI GERTRUDE SLAUGHTER (di Bruno Demasi) ); la creazione degli «Scaffali della Prima Italia» nelle biblioteche calabresi, la promozione di conferenze, presentazioni e lettere civili che mirano a rendere operativa la memoria storica. Lanciano non si limita a raccontare la storia: la costruisce, la attiva, la rende operativa. Il suo lavoro consiste nel trasformare una tesi storiografica in un progetto comunitario, capace dismantellare stereotipi e di offrire alla Calabria contemporanea una narrazione fondata, documentata e culturalmente generativa. In questo quadro, il saggio " L'Italia prima di Roma", che qui presenta per la prima volta, rappresenta il fondamento teorico di un’azione più ampia: un tentativo di restituire alla Calabria la consapevolezza di essere stata, prima di Roma, la culla del nome e dell’identità italica. (Bruno Demasi).

                                                                                       _______

     Il nome Italia nasce in Calabria, nella terra degli Italoi, dei Vituli, degli Enotri. Nasce come nome etnico e cultuale, si espande lentamente, fino a diventare il nome della Penisola e poi dello Stato moderno. La Calabria, che oggi porta un nome importato dal Salento, conserva però nella sua topografia, nella sua memoria e nelle sue fonti antiche la traccia più remota dell’identità italiana.

     Prima di diventare la designazione dell’intera Penisola, prima di essere parola politica, giuridica, imperiale, Italia fu un nome locale, un etnonimo e un toponimo insieme, radicato nella Calabria antica, nella terra degli Enotri, dei Vituli, degli Italoi. La filologia, la geografia storica e la testimonianza dei più antichi autori greci convergono nel delineare un quadro sorprendentemente coerente: il primo uso del nome “Italia” appartiene all’area calabrese, in particolare alla regione compresa tra lo Stretto e l’istmo tra il Golfo di Sant’Eufemia e quello di Squillace.

      Questo breve saggio vuola ricostruire, con rigore documentario, la storia di quel nome, la sua progressiva espansione e la sua sovrapposizione con il coronimo Calabria, che solo in età bizantina verrà trasferito all’odierna regione. 

Le testimonianze greche: l’Italia come regione calabrese

   La più antica tradizione organica sull’origine del nome Italia è conservata da Antioco di Siracusa, storico del V secolo a.C., i cui frammenti sono riportati da Dionigi di Alicarnasso. Antioco afferma che gli Italoi erano un popolo stanziato nel Sud, e che da essi prese nome la regione: «Gli Enotri, che abitavano quella regione, furono chiamati Itali, e la terra Italia»¹. Il passo è decisivo: Italia è un nome etnico prima che geografico, e l’etnico è localizzato nell’area calabrese.

      Aristotele, nella Politica, conferma la tradizione: «Divenne re degli Enotri un certo Italo, dal quale si sarebbero chiamati, cambiando nome, Itali invece di Enotri»². E aggiunge che Italia designava l’estrema propaggine delle coste europee, delimitata dai due golfi calabresi³. La precisione topografica è rara in Aristotele: qui è inequivocabile.

      Tucidide, nel libro VI, riferendosi alle colonie greche, usa Italia per indicare il Meridione, in un contesto che include Rhegion e la costa calabrese: riferisce che quella regione fu chiamata Italia da Italo⁴.

     Strabone, nel libro VI della Geografia, descrive con chiarezza la progressiva estensione del nome: «In antico il nome Italia designava solo la parte meridionale, fino all’istmo tra i golfi di Hipponion [odierno golfo di Sant’Eufemia/Vibo Valentia] e Scylletion [Squillace]»⁵. E aggiunge che solo in età romana il nome si estese fino alla Campania, poi al Lazio, e infine all’intera penisola.

Italoi e i Vituli: etimologia e antropologia del nome

     Gli antichi collegavano il nome Italoi ai Vituli, popolazione calabrese presso cui il vitello era animale sacro. L’etimologia, discussa già da Antioco e ripresa dagli autori latini, è ancora considerata una delle ipotesi più solide, anche se non universalmente accettata: Vitulus → Italos (con rotacismo e adattamento greco) → Italia.

     Gertrude Slaughter, nel suo fondamentale studio Calabria: The First Italy (1939), scrive: «The earliest use of the name Italy is inseparably connected with the Italoi, a southern people whose name is related to the cultic significance of the calf»⁶. Slaughter insiste sulla connessione cultuale: il nome non è solo etnico, ma religioso, e nasce in un contesto calabrese. 

     Il re Italo, figura semimitica, è probabilmente la personificazione eponimica degli Italoi. La tradizione aristotelica non va letta come storia, ma come memoria etnica: un popolo che si attribuisce un capostipite eponimo. 


La Calabria antica e la Magna Grecia: il contesto culturale del nome e la sua evoluzione geografica

   La circolazione del nome Italia avviene nel contesto della Magna Grecia, dove le colonie calabrese e lucane (Crotone, Sibari, Locri, Rhegion) sono centri di cultura, scienza, filosofia. È in questo ambiente che il nome si diffonde tra i Greci, e da qui passa alla tradizione storiografica. Slaughter osserva: «The Greek usage of Italy was shaped by the colonial horizon of Magna Graecia»⁷. 

     Le fonti concordano: Italia designava inizialmente l’area tra i golfi di Sant’Eufemia e Squillace, cioè la Calabria centrale. Strabone e Polibio documentano l’espansione: prima alla Lucania, poi alla Campania, infine al Lazio, e solo in età augustea all’intera penisola. La Calabria è dunque:regione degli Italoi; sede del mito di Italo;nucleo geografico originario del nome;punto di partenza dell’espansione semantica.

Il nome “Calabria”: una storia diversa

    Il nome Calabria non appartiene originariamente alla regione odierna. Come arguisce Francesco Lopez in The Historical Landscape of Ancient Kalabría (Brill, Leiden–Boston 2025), Kalabría designava la Messapia, cioè il Salento⁸. Solo nel VII–VIII secolo d.C., con la dominazione bizantina, il nome Calabria viene trasferito al Brutium, l’odierna regione. Teofane Isauro attesta la nuova Kalabrá come provincia bizantina⁹.La Calabria è dunque:la prima Italia;la seconda regione a ricevere il nome Calabria (dopo la Messapia).Nessun’altra regione europea ha subito una simile migrazione di nomi.

     In questo senso, e solo in questo senso, si può dire che la Calabria ha dato all’Italia il suo nome: non per decreto, non per atto politico, ma per la lenta sedimentazione di un’etimologia, di un culto, di una memoria. 

Domenico Lanciano


__________ 
1 Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 35 (frammento di Antioco di Siracusa).
2 Aristotele, Politica, VII, 1329b.
3 Aristotele, Politica, VII, 10, 2–3.
4 Tucidide, Storie, VI, 2.
5 Strabone, Geografia, VI, 1, 2–4.
6 G. Slaughter, Calabria: The First Italy, Madison: University of Wisconsin Press, 1939, p. 12.
7 G. Slaughter, op. cit., p. 27.
8 F. Lopez, The Historical Landscape of Ancient Kalabría, Leiden–Boston: Brill, 2025, pp. 1–45.
9 Teofane Isauro, Chronographia, VIII sec.