giovedì 10 settembre 2026

ACHILLE LELLÈ SOLANO: profilo di un ricercatore gentiluomo ( di Rocco Liberti)

  

      Nato a Nicotera il 1° gennaio 1933 e scomparso nella stessa città il 25 settembre 2012, Achille Solano , affettuosamente chiamato “Lellè” , fu figura eminente della ricerca archeologica calabrese, attivo tanto sul piano degli studi quanto su quello dell’operatività diretta sul territorio. Dopo aver completato gli studi universitari a Messina, dove conseguì la laurea e si specializzò in Topografia tardoantica e altomedievale, Solano intraprese un percorso di ricerca che lo condusse a fondare il Museo Civico e Archeologico di Nicotera, cui fece seguire un secondo museo dedicato alla Petrografia e Mineralogia.

     La sua attività sul campo fu instancabile. Circondato da una cerchia di collaboratori e appassionati, Solano dedicava il tempo libero all’esplorazione di siti potenzialmente rilevanti, riportando alla luce reperti provenienti dalle civiltà che avevano abitato il territorio del Poro e le aree limitrofe. Tra le scoperte più significative si annoverano la cava di granito di Nicotera (1972), la stazione paleolitica di San Calogero e l’insediamento rupestre di Zungri, oggi valorizzato con competenza da Maria Caterina Pietropaolo e divenuto meta di un turismo culturale in costante crescita.

      Il suo primo contributo organico agli studi risale al 1967, con il volume Liguri, Siculi e Greci nella Regione del Poro, cui seguì nel 1976 la monografia Bruttium paleocristiano, premiata l’anno successivo con il Premio Sybaris Magna Grecia. Nel 1982 Solano presentò una comunicazione sulla cava di granito alla Giornata di studio sul marmo nell’antichità organizzata dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Roma. Il tema fu poi sviluppato nella pubblicazione La cava romana di granito di Nicotera, apparsa nel primo numero dei Quaderni Antropologia Archeologia Storia (1985), sotto l’egida dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nicotera. Nello stesso anno vide la luce Il Museo Archeologico di Nicotera, ricco di documentazione fotografica dei reperti rinvenuti nel territorio. Per meriti scientifici, Solano fu nominato Ispettore Onorario della Soprintendenza.

     Tra il 1969 e il 1974 Solano collaborò con la rivista Studi Meridionali, diretta da Vincenzo Saletta, pubblicando saggi sulla necropoli romana del Diale, sulla penetrazione etrusca nel Tirreno meridionale, sulle terrecotte figurate di Medma, e persino contributi di natura diversa, come le Lettere di Vincenzo Padula a Mons. Brancia. Da questo rapporto nacque una sezione locale della rivista e, con il suo sostegno, il convegno Documenti di civiltà in Terra di Calabria (3–4 gennaio 1974), cui parteciparono studiosi quali Dario Leone, Enzo Gatti, lo stesso Saletta, Natale Pagano, Domenico Teti, Saverio Di Bella e altri.
        Nel resoconto pubblicato su La Calabria il 28 febbraio, l’autore ricordava così l’intervento di Solano: «ha tracciato un quadro completo delle campagne di scavo nella zona del Mesima durante un settantennio […] e ha affermato come l’antica Medma sia esistita in contrada Sovereto III quale villaggio ancor prima dell’arrivo dei coloni greci»¹. Durante il convegno non mancò una visita al museo, alla cava e a un antico monastero abbandonato.

     Il primo incontro personale con Solano avvenne casualmente a Marina di Nicotera, durante un’estate di vacanza. Da allora i rapporti furono frequenti: visite ai ruderi della vecchia Oppido, conferenze presso il Centro Sociale di Educazione Permanente, incontri al museo e nella sua abitazione, dove Solano era solito donare pubblicazioni di vari autori. Emblematico il gesto con cui, avendo tra le mani un lavoro di Antonino Basile sul Risorgimento, lo consegnò dicendo: «Serve più a Te che a Me». L’ultimo incontro risale a una riunione con l’editore Barbaro per discutere la nascita di un nuovo periodico, alla quale partecipò anche l’amico Pagano.

     A tre anni dalla morte, il 25 aprile 2015, Nicotera gli dedicò il convegno Achille Solano, Ricercatore Gentiluomo. Gli atti, curati da Maria D’Andrea e Margherita Corrado e pubblicati nel 2018, raccolgono contributi di Giovanni Durante, Maurizio Carlo Alberto Gorra, Fabrizio Sudano, Fabrizio Mollo, Foca Accetta e delle stesse curatrici. L’appendice include un saggio di Solano scritto con il prof. Lazzerini dell’Università di Venezia. Nella prefazione, il prof. Gian Pietro Givigliano dell’Università della Calabria ricordava Solano come «studioso appassionato […] in possesso di strumenti culturali, scientifici e metodologici che ne facevano un interlocutore importante»². Il volume fu presentato il 2 marzo 2019 al Museo di Arte Sacra di Nicotera dal Touring Club Italiano di Lamezia Terme.

     Nel 2021 il Comune di Zungri, riconoscendo il debito culturale verso lo scopritore del sito rupestre degli Sbariati, deliberò il conferimento della cittadinanza onoraria alla memoria. La cerimonia si svolse l’11 dicembre alla presenza del sindaco Franco Galati, del prof. Maurizio Paoletti (Unical), della senatrice Margherita Corrado e di altri studiosi. Alla famiglia fu consegnata una pergamena commemorativa; l’artista Luigi Di Mari donò un ritratto di Solano. Già nel 2019 Salvatore Berlingieri gli aveva dedicato l’opera Achille Solano e l’eremita della Ruga Santa.

Rocco Liberti

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Il Dottor Solano […] ha affermato come l’antica Medma sia esistita in contrada Sovereto III quale villaggio ancor prima dell’arrivo dei coloni greci» (La Calabria, 28 febbraio).
2.Gian Pietro Givigliano, Prefazione agli Atti del convegno Achille Solano, Ricercatore Gentiluomo, Adhoc, Vibo Valentia, 2018.

martedì 8 settembre 2026

GIUSEPPE MUSOLINO: da bandito per caso a mito delle classi subalterne aspromontane (di Bruno Demasi)


      Fino agli anni Sessanta del secolo scorso molte case povere dei paesi della provincia reggina mancavano di tutto, ma non di una radio completa di giradischi, dal quale spesso si sentiva ad alto volume la voce di Otello Profazio o di altri cantanti folk che tessevano le lodi del “Brigante Musolino” attraverso dischi a 78 giri gracchianti e logorati dall’uso troppo frequente. Erano le rielaborazioni di canti popolari che rimandavano a un mito che durava e si moltiplicava da oltre un cinquantennio. Ua storia confusa che si autocelebrava nella larvata retorica della contrapposizione tra la figura dell’innocente perseguitato e quelle degli infami e dei malvagi che, secondo l’opinione più diffusa, lo avevavo quasi costretto a vivere nella macchia e a commettere i reati di cui si era macchiato.

       Una storia d'altri tempi funzionale ai poteri oscuri che dominarono la Calabria per buona parte del Novecento e a far dimenticare alla povera gente ben altri drammi sociali. Una  complessa e incredibile vicenda che iniziò a Santo Stefano d’Aspromonte alla fine dell’Ottocento, quando la vita scorreva dentro un equilibrio fragile: povertà, rivalità familiari, orgoglio comunitario, un senso di giustizia che non coincideva  sempre con la legge. In questo ambiente nasceva nel 1876 Giuseppe Musolino, il giovane che la stampa nazionale avrebbe trasformato nel “Re dell’Aspromonte” e che la cultura popolare, soprattutto attraverso canti, racconti e “istorie” a stampa, avrebbe trasformato in una figura quasi eroica: il bandito-giustiziere che cerca una giustizia negata dallo Stato. 
 
  
 
       Le prime testimonianze sulla sua giovinezza non sono molte, ma sono chiare. Negli atti del Tribunale di Reggio Calabria, redatti in occasione del processo del 1898, Musolino è descritto come «giovane di carattere impetuoso, incline alla rissa, ma non privo di una certa fierezza»¹. È un ritratto asciutto, privo di compiacimenti, che restituisce il clima di un paese dove la reputazione è una moneta che non si può perdere e dove ogni torto subìto tende a trasformarsi in debito d’onore da saldare. Proprio questa sensibilità all’onore e alla reputazione spiega perché, più tardi, la condanna percepita come ingiusta verrà letta dalle comunità non come un semplice fatto giudiziario, ma come un’offesa collettiva. 

     La vicenda che segna la sua vita si consuma in una notte di fine settembre 1897. Una rissa in un’osteria, un colpo di fucile, un uomo ferito: Vincenzo Zoccali. Il processo, celebrato l’anno successivo, è rapido e controverso. Il giornalista Amerigo Vespucci, che segue il caso e pubblica nel 1900 una monografia basata su colloqui diretti con Musolino, osserva che le testimonianze «si contraddicono apertamente, e lasciano il sospetto che il giovane non fosse l’unico responsabile dell’aggressione»². La sentenza è pesante: ventuno anni di reclusione. Vespucci riporta una frase che Musolino gli avrebbe detto durante una visita in carcere: «Non mi ascoltarono. Avevano già deciso»³. È una frase che non cerca giustificazioni: è la percezione di un uomo travolto da un meccanismo giudiziario più grande di lui, ma anche la chiave narrativa con cui il popolo comincerà a leggere la sua storia: quella di un innocente (o almeno di un colpevole “meno colpevole”) sacrificato da testimoni falsi e da un sistema distante.

     Il 9 gennaio 1899, Musolino evade dal carcere di Gerace Marina (Locri). Il rapporto dei Carabinieri, pubblicato integralmente da Morselli e De Sanctis nella loro monografia del 1903, racconta l’episodio con sobrietà: «Il detenuto scardinò una sbarra della finestra e si calò con una corda improvvisata»⁴. Nessuna leggenda, nessun prodigio: solo determinazione, conoscenza del luogo e un’occasione colta nel momento giusto. Da quel giorno, l’Aspromonte diventa il suo rifugio e la sua arma, ma anche il palcoscenico di un’epopea popolare. Le cronache della Tribuna e del Corriere della Sera tra il 1899 e il 1901 lo descrivono come un uomo capace di «muoversi nella montagna con rapidità sorprendente, aiutato da una rete di complicità che sfugge al controllo dello Stato»⁵. Il giornalista E. Crocco, inviato della Tribuna, pubblica fotografie e resoconti che contribuiscono a costruire l’immagine del “bandito gentiluomo”: un uomo che punisce i traditori ma rispetta i deboli, aiuta i poveri, e in alcuni episodi noti risparmia o protegge persone umili, alimentando l’archetipo del giustiziere solitario. È proprio questa selezione narrativa, diffusa da stampa e fogli popolari, a trasformare un latitante violento in una figura morale per molte comunità: non un santo, ma un “difensore” contro abusi percepiti come intollerabili.

      Parallelamente, la cultura popolare trasforma Musolino da bandito per caso in un personaggio epico. Nella Completa istoria di Giuseppe Musolino, Ciro Frojo raccoglie canti e testimonianze che restituiscono la percezione contadina della vicenda. In uno dei canti, la voce anonima del paese dice: «Cercava giustizia dove la legge non gliel’ha data»⁷. Non è un’agiografia: è la lettura di un mondo che interpreta la vicenda attraverso la lente dell’onore violato e della giustizia sostitutiva. In questi testi, spesso stampati come “istorie” a basso costo e diffusi oralmente, Musolino diventa “U re 'i l’Asprumunti”, un re senza corona che regna sulla montagna e impone un ordine alternativo a quello dello Stato, percepito come lontano, corrotto o parziale. La sua imprendibilità, la capacità di sfuggire per anni a rastrellamenti e a una taglia consistente, rafforza l’idea di un uomo “protetto” dalla montagna e dal consenso popolare: un eroe tragico, più vittima che carnefice, la cui ribellione appare “santa” perché nasce da un torto collettivo. 


     La cattura avviene il 22 ottobre 1901 ad Acqualagna, nelle Marche. Il rapporto ufficiale dei Carabinieri, riportato da Morselli e De Sanctis, narra l’episodio con precisione: Musolino inciampa in un filo teso tra due alberi, cade, viene immobilizzato⁸. La stampa trasforma il fatto in una formula che farà fortuna: «Quello che non poté un esercito, lo fece un filo»⁹. È una frase giornalistica, non una leggenda: nasce dalla penna di un cronista che vede nella sproporzione tra la caccia all’uomo e la sua conclusione un simbolo dell’intera vicenda. Ma proprio questa sproporzione alimenta il mito: se ci sono voluti anni, migliaia di uomini e una regia nazionale per prendere un solo bandito, allora la sua resistenza assume i tratti di un’impresa epica, degna di essere cantata e raccontata.

     Il processo di Lucca (1902) diventa un evento nazionale. La sala è gremita di giornalisti, curiosi, studiosi. Enrico Morselli e Sante De Sanctis, due dei più importanti psichiatri italiani, seguono il caso e pubblicano nel 1903 Biografia di un bandito. Giuseppe Musolino di fronte alla psichiatria ed alla sociologia, opera fondamentale per comprendere la ricezione scientifica del fenomeno. Scrivono: «Musolino non è un folle: è un uomo cresciuto in un ambiente che ha fatto della vendetta una forma di giustizia»¹⁰. Aggiungono però, nelle pagine successive, che «solo la minor parte dei suoi delitti risulterebbe ispirata dal sentimento della vendetta», mentre «dopo quella condanna comincia la serie delle stragi commesse in nome della giustizia e di una giustificata vendetta; da allora sorge nel popolo la convinzione che il giovane sia un innocente perseguitato, una vittima di falsi testimoni, e che santa sia la sua ribellione». È proprio questa convinzione popolare, più che la realtà dei fatti, a nutrire il mito: Musolino diventa il simbolo di una Calabria povera e periferica che si riconosce in un uomo che ha risposto allo Stato con la stessa moneta dell’ingiustizia subìta.

     Condannato all’ergastolo, Musolino trascorre gli ultimi anni nel manicomio di Reggio Calabria, dove muore nel 1956, lasciando nell’immaginario popolare un’eco potentissima della sua storia sfortunata e incredibile. Ma il mito non finisce con la sua morte: la sua figura continua a essere rielaborata in canzoni, racconti, film e studi, spesso accentuando gli aspetti che meglio si adattano all’archetipo del bandito-giustiziere e attenuando quelli più ambigui o crudeli.

      Nel secondo Novecento, la figura di Musolino continua a essere studiata. Giovanni De Nava, nella sua monografia Musolino. Il bandito dell’Aspromonte (1981), ricostruisce la vicenda con rigore archivistico, restituendo un’immagine meno mitica e più storica del personaggio. La montagna, tuttavia, conserva la sua voce: nei racconti, nei canti, nelle narrazioni tramandate oralmente, Musolino rimane il simbolo di un mondo che aveva cercato giustizia fuori dalla legge, contrapposto al mondo piccolo-borghese che invece ne aveva fatto un bandito, suo malgrado. È in questa tensione tra storia e mito, tra cronaca giudiziaria e immaginario collettivo, che si spiega perché “Peppe Musolino” sia diventato, nella cultura popolare orale, quasi un eroe: non perché fosse buono in senso assoluto, ma perché la sua biografia è stata letta come la metafora vivente di un’ingiustizia sociale e di una ribellione inevitabile.

Bruno Demasi 
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¹ Atti del Tribunale di Reggio Calabria, processo Zoccali, 1898. 
² A. Vespucci, Giuseppe Musolino, Napoli, 1900, p. 17. 
³ Ivi, p. 23. 
⁴ E. Morselli – S. De Sanctis, Biografia di un bandito, Treves, 1903, cap. VII. 
⁵ Corriere della Sera, 23 ottobre 1901 e vari articoli. 
⁶ E. Crocco, reportage per La Tribuna, 1900–1901. 
⁷ C. Frojo, Completa istoria di Giuseppe Musolino, 1902, pp. 45–52. 
⁸ Morselli – De Sanctis, op. cit., cap. VII. 
⁹ Corriere della Sera, 23 ottobre 1901. 
¹⁰ Morselli – De Sanctis, op. cit., p. 112.

domenica 6 settembre 2026

GIOMO TRICHILO: il poeta contadino di Siderno che diede voce alla Calabria più abbandonata ( di Bruno Demasi )

      Girolamo Trichilo, in arte Giomo, (Siderno Superiore, 17 gennaio 1847 – 23 maggio 1933), è una delle voci più autentiche e rappresentative della poesia dialettale calabrese tra Otto e Novecento.¹ Per decenni trascurato dalla critica accademica, è stato riscoperto grazie agli studi di Antonio Piromalli e alla pubblicazione della raccolta Poesie Scelte (Siderno, 1983), curata da S. Albanese e R. Ritorto.²

     Nato in una famiglia di umilissime origini contadine, Trichilo visse l’intera esistenza a contatto con il mondo rurale della Locride, lavorando come bovaro e massaro.³ Questa condizione di marginalità sociale non gli impedì di sviluppare una straordinaria sensibilità poetica, capace di trasformare l’esperienza quotidiana in versi di rara efficacia espressiva.⁴ Sposato con Caterina Moschilla, undici anni più giovane, ebbe sette figli (tre maschi e quattro femmine).⁵ Morì di polmonite il 23 maggio 1933, all’età di 86 anni, lasciando espressa volontà che sulla sua tomba fosse posta una semplice croce di ferro con la scritta: Trichilo Girolamo – Poeta.⁶

   La produzione poetica di Trichilo si caratterizza per la capacità di rappresentare gli aspetti sociali della Calabria postunitaria, con particolare attenzione alle piaghe del suo tempo: la povertà, l’emigrazione, le ingiustizie e le sopraffazioni operate dai notabili locali (sindaci, commercianti, preti).⁷ Non a caso Piromalli lo inserisce in quel filone della letteratura dialettale calabrese che «ha rappresentato soprattutto la protesta, in Calabria, del mondo subalterno».⁸ 

     L’emigrazione costituisce uno dei temi centrali della poesia trichiliana. Come osserva Piromalli ne La letteratura calabrese, «le variazioni intorno all’emigrazione sono il tema che ha come centro una Calabria alla quale si ritorna solo quando non si produce più lavoro, quando le braccia sono esauste e si sta per morire».⁹ Questa tematica si inserisce nel più ampio filone della poesia dialettale di protesta che caratterizza la letteratura calabrese tra Otto e Novecento, insieme ad autori come Vincenzo Padula e, più tardi, Enotrio (Corrado Alvaro).¹⁰

Tutti partimu e tutti la dassamu
chista terra di petri e chistu mari
e mu ndi veni vogghja mu tornamu,
avimu di mbecchjari.⁵

      Una parte consistente della produzione di Trichilo non fu mai stampata e sopravvisse a lungo solo per trasmissione orale, a conferma del suo radicamento nella cultura popolare della Locride.¹¹

Quandu nescivi patrima era a Merica.
Fici u sordatu e patrima era a Merica.
Mi maritai e patrima era a Merica.
Vinnaru i figghj e patrima era a Merica.
Màma moriu e patrima era a Merica.
Aguannu tornau patrima d’a Merica
pe nommu mori a Merica.⁹

    Il poeta manifestò anche una profonda devozione religiosa, testimoniata dai versi dedicati a San Francesco di Paola, pur non mancando di usare il sarcasmo contro i preti di Siderno rei di scandalo. La sua critica appare dunque più morale che teologica: rivolta contro i comportamenti scandalosi di alcuni membri del clero locale, non contro la fede in sé.

     Secondo gli studi critici, Trichilo possedeva una vena fertile e un verso facile e scorrevole, talvolta così musicale da potersi prestare a essere cantato in forma di stornello. Enzo D’Agostino, nell’introduzione al volume Poesie Scelte (1983), lo definisce sensibile al gusto del bello e dell’avventuroso, capace di esprimere una notevole carica di umanità e un senso vivo dell’amicizia. 

   Antonio Piromalli, ne La letteratura calabrese, osserva che Trichilo rappresenta un importante documento artistico e sociale della Calabria postunitaria, dell’età liberale e di quella fascista, con un’ideologia maturata «a contatto con il mondo della vita quotidiana». I suoi accenti sono carichi di una «psicologia collettiva vigorosa e fatalista», come indica l’uso frequente dell’avverbio destinatamente.

      Il principale studio monografico su Trichilo rimane l’articolo di Antonio Piromalli, Il mondo dialettale di Giomo Trichilo, pubblicato su «Historica», gennaio-marzo 1985, pp. 47–49 (voce 1985.27 nella bibliografia completa degli scritti di Piromalli).¹⁸ Questo saggio, insieme all’introduzione di Enzo D’Agostino alla raccolta Poesie Scelte (Siderno, 1983), costituisce il fondamento della critica trichiliana.Piromalli inserisce Trichilo nel più ampio quadro della letteratura dialettale calabrese del secondo Ottocento, che «ha rappresentato soprattutto la protesta, in Calabria, del mondo subalterno». Il dialetto, in quanto espressione della cultura popolare antagonista, fu contrastato dalla scuola, dalle istituzioni della società nazionale, dal fascismo e dalla borghesia nel Novecento. 

     In onore del poeta sidernese è stato istituito il Premio Letterario di Poesia Dialettale «Giomo Trichilo», organizzato dall’associazione culturale «L’Eco di Siderno». Nel corso delle edizioni sono stati assegnati anche premi alla carriera a figure di spicco della cultura locale, consolidando il ruolo del premio come volano di valorizzazione della tradizione poetica dialettale. Cronache su testate come Il Dispaccio, Eco della Locride, NtaCalabria e Lente Locale hanno documentato nel tempo le varie edizioni.
Bruno Demasi
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1. Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, 3ª ed., Cosenza, Pellegrini, 1996, 2 voll., in particolare il cap. XII («Cultura popolare e poesia in Enotrio. Altri dialettali»); 
2.S. Albanese, R. Ritorto (a cura di), Poesie Scelte, Siderno, 1983, con introduzione di Enzo D’Agostino.
3.Ivi.
4.Ivi.
5.Ivi.
6.Ivi.
7.Ivi.
8.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, cit.,cap XII
9.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, . cit.; p,194

sabato 5 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “ LA SERRA DI MESSIGNADI” (Racconto di Maria Rosa Surace)

      La “ Serra” di Messignadi, un pianoro coltivato affacciato sulla fiumara, attraverso il filtro del ricordo di Maria Rosa Surace si trasforma in un autentico paesaggio dell’anima. Il semplice percorso dal paese alla campagna diventa un viaggio dentro un mondo fatto di sentieri sassosi, siepi, querce, olivi, more selvatiche, non soltanto uno spazio fisico, ma il luogo privilegiato dell’infanzia: un regno di libertà, di giochi e di scoperte, custodito dalla presenza vigile e affettuosa della nonna.
     La scrittura di Maria Rosa Surace si distingue per la limpidezza del dettato e per la capacità di trasformare il ricordo personale in una memoria condivisibile. L’autrice procede attraverso una narrazione ampia, ricca di particolari concreti, nella quale ogni elemento, l'armacera, la mastra, le bumbule, il focolare, il pollaio, i peperoncini ornamentali, i pulcini che rompono il guscio, concorre a ricostruire con precisione un ambiente e un’epoca. 
     Il significato più profondo del racconto emerge nelle righe finali, quando la coltivazione degli ortaggi, la cura dei fiori, la nascita dei pulcini, i giochi lungo la fiumara vengono ricondotti a un insegnamento essenziale: «l’amore per la vita». È questa la lezione che la Serra di Messignadi continua a trasmettere anche oltre il tempo narrato: la vita cresce attraverso la cura, la pazienza e lo stupore delle piccole cose destinate a durare per sempre nella memoria.(Bruno Demasi)

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Non potrò mai dimenticare la felicità mia e di Lella, mia sorella, quando la nonna ci diceva che il giorno dopo ci avrebbe portato alla Serra. Si partiva la mattina presto; certo per noi dormiglione era un sacrificio alzarsi di buonora, ma sapevamo che avremmo trascorso una bellissima giornata e questo dissipava qualsiasi timore di eventuali disagi.

La Serra distava dal paese pochi chilometri; vi si arrivava tramite una stradina stretta e disseminata di sassi di varie dimensioni che noi accuratamente schivavamo. Camminavamo senza accusare fatica; la brezza mattutina corroborava le nostre forze e ci rendeva agevole il percorso. La stradina era affiancata da alte siepi alle spalle delle quali si ergevano a tratti grandi olivi a tratti maestose querce che in alcuni punti univano i loro rami dalle opposte sponde formando sopra le nostre teste ricami di foglie attraverso i quali filtravano i raggi del sole nascente che illuminavano i nostri passi e carezzavano dolcemente i nostri visi.

La nonna camminava senza parlare e noi bambine non osavamo interrompere il suo silenzio che sembrava portarla in altri mondi; anche noi d’altronde ci sentivamo proiettate in un’altra dimensione dove regnava solo leggerezza e tenerezza. Ci intenerivano il cuore i giochi di luce tra le foglie e i canti melodiosi degli uccellini che svolazzavano di qua e di là con una felicità che trasmettevano anche a noi (la tenerezza di quei momenti mi sarebbe rimasta per sempre nel cuore per trasformarsi, purtroppo, nel tempo, in rimpianto).

Ogni tanto ci fermavamo qualche minuto per raccogliere le more che abbondavano nelle siepi, ne gustavamo una parte e il resto lo riponevamo in piccoli cestini di vimini per poi consegnarlo alla nonna che ne avrebbe ricavato delle ottime marmellate. In alcuni tratti di strada incontravamo qualche piccolo gruppo di nostri paesani; ci salutavamo a vicenda con cortesia poi ognuno procedeva per proprio conto. Quando finalmente giungevamo alla Serra il sole era già alto e illuminava i campi con abbagliante splendore.

La Serra era una località agricola distesa su un ampio pianoro prospiciente una fiumara che scorreva a valle, ora impetuosamente ora placidamente a seconda delle stagioni; si estendeva per molti ettari sul pianoro di sinistra e guardava il pianoro, detto Bosco, che si elevava a destra del corso d’acqua. Molte delle terre della Serra erano di proprietà dei nonni; queste digradavano a terrazze - sostenute da muri a secco, la cosiddetta “armacera” - verso la fiumara e si sviluppavano in tre settori: uliveto nella parte alta, frutteto in quella mediana, orto in quella bassa a livello delle acque. L’orto veniva innaffiato tramite un canale detto “mastra” che aveva origine da sorgenti d’acqua provenienti dalla montagna aspromontana e, prima di giungere da noi, irrigava campi di altri proprietari che spesso litigavano fra di loro per la gestione di frequente egoistica da parte di alcuni a danno di altri.

Appena arrivate, la nonna ci cambiava i vestiti e li riponeva nell’armadietto di quella che lei chiamava “casetta”. In realtà la “casetta” era un grande monolocale, in parte adibito a cucina e in parte a soggiorno. Nella zona cucina troneggiava un grande focolare che ospitava sul tripode una grande pentola di terracotta costantemente gorgogliante; attorno al focolare lunghe panche semiaffumicate e, appesi alle pareti, numerosi tegami e alcune leccarde; al centro della camera un lungo tavolo in legno alle spalle del quale vi era una grande dispensa piena di conserve di ogni genere, in particolare marmellate che la nonna preparava con i frutti del suo frutteto di un sapore squisito, di una dolcezza poi persa nel tempo come quella della fanciullezza.

Nella zona soggiorno vi erano due piccoli divani, un armadietto e uno stipetto-libreria dove il nonno custodiva i suoi calendari e i suoi libri di astrologia, cannocchiali, almanacchi e lunari vari tra cui l’immancabile Barbanera. A qualche metro dalla “casetta” vi erano dei piccoli locali adibiti a vari usi: forno a legna, conigliera, pollaio, cantina, deposito per le giare dell’olio, custodia di tutto ciò che occorreva per la lavorazione della terra e altro ancora.

La terra veniva coltivata dai coloni con cui il nonno, dal carattere fermo ed intransigente, litigava spesso. Egli passava il tempo a disciplinare le attività agricole, dava anche una mano nei lavori dei campi - curava soprattutto il frutteto e l’orto - ma ciò che lo si vedeva fare più frequentemente era scrutare gli astri. L’astrologia era infatti la sua passione; leggeva molti libri su questo argomento e all’inizio di ogni anno compilava un suo personale calendario su cui annotava mese per mese tutto quello che c’era da sapere su alba, tramonto, fasi lunari ecc…; inoltre per ogni stagione consigliava cosa bisognava fare per coltivare al meglio il terreno per ricavare buoni frutti e ortaggi vari.

La nonna chiedeva sempre il suo consiglio prima di portare fuori i cestini di vimini dove erano ben disposti i fichi o i pomodori da essiccare, o prima di stendere i panni e altre cose simili. Le previsioni del nonno puntualmente si avveravano e la nonna era molto orgogliosa di questo marito “scienziato”; nutriva per lui una vera e propria venerazione, lo amava di un amore totale con una dedizione e sottomissione assoluta dettata dall’amore e non, come spesso accadeva a quei tempi, dal timore; d’altronde il nonno l’aveva sposata che era poco più di una bambina, era quasi naturale che lui per lei fosse tutto il suo mondo. Anche il nonno le voleva un gran bene, non lo proclamava - come era costume degli uomini di una volta che non si abbandonavano certo a quelle che consideravano inutili smancerie - ma lo dimostrava in vario modo anche nelle piccole cose, nei piccoli gesti quotidiani; aveva infatti attenzioni per lei che erano eloquenti più di qualsiasi parola. 

E così i primi frutti che maturava il fico o il nocepesco erano per lei; lui li allineava con cura su grandi foglie e glieli porgeva come fossero preziosi gioielli; quando andava in Grecia - così chiamava scherzosamente la Locride - tornava sempre con un regalo per lei; la sua nipote preferita era mia sorella solo perché portava il nome di sua moglie. D'altronde non si poteva non amare la nonna: era una donna dolce e bellissima; di media altezza, aveva un fisico dalle forme armoniose, capelli neri lunghi che, intrecciati, facevano da cornice a un volto dai lineamenti delicati e dalla carnagione molto chiara, quasi lattea, su cui brillavano grandi ed espressivi occhi neri. Noi le volevamo molto bene; anche lei ci amava molto e ci colmava di attenzioni e tenerezze. Ci sorvegliava sempre nei nostri giochi e quando volevamo scendere alla fiumara veniva sempre con noi. Tra tutti i giochi, infatti, quelli che facevamo sulla riva della fiumara erano i nostri preferiti: molestavamo i girini che guizzavano nelle anse; scalavamo i grandi e bianchissimi sassi, che abbondavano dappertutto, per troneggiare in cima; facevamo a gara a chi raccoglieva i sassolini colorati più belli, e altre cose di questo genere.

Quando eravamo stanche, ci riposavamo all’ombra dei grandi ontani dalle foglie argentate che nelle giornate calde offrivano una gradevolissima frescura. Ogni tanto si univa a noi una bambina, un’esile biondina, irrequieta e capricciosa, un vero spiritello birichino. Quelle tranquille giornate furono movimentate una volta da un episodio che mi rimase impresso a lungo nella memoria.

Un giorno, riuscendo in modo del tutto inusuale ad eludere la vigilanza della nonna, fummo tentate dalla proposta della nostra amichetta di provare l’emozione di una avventura secondo lei molto divertente: raggiungere la riva opposta della fiumara attraverso un guado che lei conosceva e qualche volta, a suo dire, anche sperimentato. Io, forse perché avevo qualche anno in più e quindi capivo meglio i rischi dell’impresa o forse perché non ero portata al brivido dell’avventura (tendenza perpetuata poi nel tempo a venire), mi opposi all’idea. Dissi che era pericoloso, che si poteva scivolare sui sassi melmosi del guado ed essere travolti dalla corrente, e in ogni caso la nonna si sarebbe adirata se l’avesse saputo. Non mi ascoltarono.

Giunti a poca distanza sul punto giusto, sollevata la gonna, cominciarono ad attraversare le acque. Io rimasi a riva a guardarle. Erano già a metà guado quando improvvisamente arrivò la nonna. Impossibile descrivere la sua disperazione quando si rese conto di quello che stava succedendo: cominciò ad agitarsi, a dimenarsi, a urlare intimando loro di fermarsi; poi spedita si lanciò in acqua e percorse il guado fino a raggiungerle.

Appena di nuovo a riva, la nonna, rossa in viso per l’agitazione, sfogò la sua ira per l’ardita disobbedienza con gesti opposti e contraddittori: alzava una mano come per colpire mia sorella (senza spingersi nemmeno a sfiorarla) e nello stesso tempo con l’altra mano l’attirava a sé come per rassicurarsi che era ormai nelle sue braccia e nulla di male le poteva più accadere; il suo viso, paonazzo, era attraversato da sentimenti contrastanti: ira per la disobbedienza subita e gioia per il salvataggio riuscito.

Il rimorso per aver provocato quel dolore alla nonna fu tale che per l’avvenire qualsiasi idea di avventura spericolata non fu mai più presa in considerazione. I giorni trascorrevano tranquilli: passavamo il tempo a scorazzare di qua e di là, cantavamo e suonavamo con lo zufolo che ci costruiva il nonno con piccoli segmenti delle canne che crescevano numerose in prossimità della fiumara, inseguivamo le farfalle con la stessa ingenuità con cui da grandi avremmo inseguito i nostri sogni.

Spesso la nonna ci impegnava in occupazioni a cui ci applicavamo con cura per dimostrarle che si poteva fidare di noi, come andare con piccole anfore di terracotta (le bumbule) ad attingere l’acqua che scorreva da una fenditura nell’ “armacera”; liberare i fagioli secchi dai baccelli; innaffiare i grandi vasi di fiori che c’erano davanti alla casetta. Di questi vasi, due erano i prediletti della nonna, contenevano piantine di peperoncino ornamentale; i peperoncini avevano forma varia, rotonda, ovale, appuntita, ed erano multicolori; la cromìa era di grande effetto.

La nonna curava queste piantine con amore, le innaffiava regolarmente, le poneva al riparo quando soffiava il vento, le liberava dalle foglie secche, le accarezzava con tenerezza. Lei amava la vita e tutto ciò che mirava a perpetuarla. Ricordo che una volta riservò per noi un rettangolo di terra dietro la “casetta”, ci diede una manciata di fagioli e ci disse di collocarli in piccole buche che dovevamo scavare in quello spazio: ne sarebbero nate delle piantine di fagiolini. Ci sembrava incredibile che noi così piccole potessimo essere artefici di un simile prodigio ma, sebbene incredule, curammo il “nostro orto” così come la nonna ci suggeriva di fare innaffiando, pulendo il terreno da sassi e foglie e così via. Il giorno in cui mia sorella e io vedemmo tante piccole verdi piante spuntare dalla terra provammo una gioia indescrivibile. Le piantine crebbero e maturarono i fagiolini che raccogliemmo e che la nonna cucinò in un’atmosfera di festa.

Ogni tanto la nonna ci dava il permesso di entrare nel grande pollaio, quando in un angolo di esso una grande coloratissima chioccia giaceva, con la dignità di una regina in trono, per covare le uova. Entravamo in quel luogo come si accede in un sacrario in silenzio e in punta di piedi, così raccomandava la nonna; davamo quindi una fugace occhiata per verificare se le uova cominciavano a schiudersi. Dopo vari tentativi, arrivava il giorno in cui finalmente vedevamo compiersi il miracolo: piccolissimi pulcini facevano capolino dal guscio delle uova fino a liberarsi del tutto di esso e tentare goffamente i primi passi. Queste creaturine che sbocciavano alla vita intenerivano la nonna fino alla commozione; lei ci permetteva di carezzarle per qualche istante trasmettendoci la convinzione di averci concesso un grande privilegio.

Tutte le volte che ripenso a questi piccoli episodi che caratterizzavano le nostre giornate in campagna provo una grande nostalgia per quei giorni spensierati, il cuore mi si colma di gratitudine per la nonna a cui non finisco mai di dire grazie per averci regalato quei momenti felici che per sempre avremmo custodito nel cuore come un prezioso tesoro, e soprattutto grazie per averci insegnato la cosa più importante al mondo: l’amore per la vita.

Maria Rosa Surace

giovedì 3 settembre 2026

ALDO COLOPRISCO: la scomparsa di un maestro del teatro. Dall’Aspromonte alla scena nazionale ( di Bruno Demasi)

 
       Gli avevo dedicato su questo blog una pagina nel maggio scorso(La puoi aprire cliccando qui:ALDO COLOPRISCO : il teatro civile dall’Aspromonte alla Capitale ( di Bruno Demasi ) quando le sue condizioni di salute, già minate, stavano soffocando la sua voce teatrale, pedagogica e artistica che per tanti anni era risuonata nelle scuole e nei teatri calabresi e romani. Oggi la scomparsa di Aldo Coloprisco (1942–2026) chiude una stagione culturale che ha attraversato più di cinquant’anni di teatro popolare, di pedagogia, di scrittura narrativa e tutela dei dialetti. La sua figura complessa, generosa, poliedrica appartiene a quella ristretta cerchia di autori che hanno saputo trasformare la marginalità geografica dello’Aspromonte in centralità culturale e il dialetto in strumento critico. La Calabria e Roma sono state le sue coordinate.  
   Nato a San Procopio(RC) nel 1942, Coloprisco cresce in un contesto in cui la lingua popolare non è un residuo folklorico, ma un codice identitario. Negli anni Ottanta approda alla Scuola Media di Sant’Eufemia d’Aspromonte, dove avvia un laboratorio teatrale che diventerà un caso pedagogico. Qui il teatro non è un’attività accessoria: è un metodo educativo, un dispositivo di comunità. I primi testi , ’A ’ndrangheta s’a caca, U poeta Omeru, ’U presepiu, ’U camposantaru , nascono come atti collettivi, scritti in un dialetto vivo, musicale, performativo.Questa fase calabrese è decisiva: Coloprisco comprende che il teatro popolare può essere archivio antropologico, luogo di memoria e strumento di riscatto. La sua scrittura orale si colloca nella linea di quella tradizione che vede nella cultura un «argine contro la crisi della presenza»¹. Il dialetto, per lui, è una lente pulita: non un vezzo identitario, ma un modo di stare al mondo. 

     Negli anni Novanta si trasferisce a Roma, dove porta con sé il suo bagaglio culturale senza mai abbandonarlo. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”, trasformando la scuola in un piccolo teatro stabile. Per oltre vent’anni guida gli studenti attraverso Pirandello, Shakespeare, Brecht, Goldoni, Eduardo, con una costante attenzione alla dimensione civile della scena.  La sua idea di pedagogia teatrale si fonda su tre assi:la scena come esercizio critico,la parola come responsabilità,la comunità come orizzonte educativo.Non sorprende che molti dei suoi allievi abbiano poi intrapreso percorsi artistici, universitari o professionali legati alla comunicazione, alla scrittura, alla regia. 
       Nel 1998 fonda la compagnia Capocotti, che diventa rapidamente un laboratorio stabile di produzione e riscrittura. Qui Coloprisco avvia un lavoro sistematico di traduzione e aggiornamento dei suoi testi calabresi per un pubblico romano. Il processo è affascinante: non si tratta di adattamenti, ma di vere e proprie metamorfosi linguistiche e culturali, che non tradiscono affatto, anzi rilanciano la cultura calabrese: 
  • U poeta Omeru diventa Omero, dove Achille dialoga con i ragazzi della periferia romana.
  • ’U camposantaru diventa Er Camposantaro, mantenendo intatto il suo impianto grottesco.
  • ’U presepiu diventa Er Presepio, trasferendo la Sacra Famiglia in una parrocchia romana.
     La sua opera più nota, ’A ’ndrangheta s’a caca, rappresentata anche al Teatro delle Muse e all’Anfitrione, è una delle più efficaci commedie civili degli ultimi decenni. Il testo affronta il racket e la ribellione al pizzo attraverso il grottesco, senza moralismi né prediche. Coloprisco mostra, e nel mostrare smaschera. Ridicolizzare il potere criminale significa privarlo della sua aura, restituirlo alla sua nudità. È la lezione di Bachtin: «il riso abbatte le gerarchie»².La sua comicità è feroce ma mai cinica; popolare ma mai populista; grottesca ma sempre etica. In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea del teatro civile italiano, accanto a figure come Raffaele Viviani, Dario Fo, Enzo Moscato, pur mantenendo una voce assolutamente personale. 

  Accanto al teatro, Coloprisco ha coltivato una produzione narrativa meno nota al grande pubblico ma di grande interesse. Racconti, romanzi brevi, bozzetti satirici: una scrittura che oscilla tra memoria e ironia, tra Calabria e Roma, tra italiano e vernacolo. La parola, per lui, è sempre strumento di verità. La memoria, come ricorda De Martino, è «un atto di presenza»³: e Coloprisco la esercita con rigore.

     A Roma ha animato una rassegna teatrale interamente dedicata ai dialetti, coinvolgendo scuole, compagnie e gruppi amatoriali. Il suo obiettivo era chiaro: restituire dignità alle lingue locali, storicamente relegate ai margini della cultura ufficiale. Il dialetto, per lui, non è un residuo folklorico: è una lente critica, una forma di memoria indispensabile per decodificare il presente.

      In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea degli studiosi che hanno riconosciuto nel vernacolo una struttura antropologica complessa, capace di alternare toni grotteschi, comici e drammatici⁴. 

     Coloprisco è stato un artigiano della scena: uno che costruiva spettacoli come si costruisce un mobile, con cura, pazienza, responsabilità. Il suo teatro ha unito comico e drammatico, sacro e profano, dialetto e italiano, radici popolari e critica sociale. Non ha mai trasformato la Calabria in cartolina nostalgica: l’ha trattata come materia viva.La sua idea di palcoscenico era chiara: non un altare, ma una piazza. E la piazza, come ricorda Le Goff, è «il luogo della verità collettiva»⁵.

     La sua morte lascia un vuoto nella comunità teatrale, nella scuola, nella cultura dei dialetti, nella memoria civile del Sud. Ma lascia anche un archivio vivo: testi, allievi, spettacoli, gesti, parole. E soprattutto un’idea: che il teatro possa essere un atto di riscatto.

Bruno Demasi

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1. E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 89.
2.M. Bachtin, L’opera di Rabelais, Torino, Einaudi, 1979, p. 108.
3.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 23.
4. Scheda biografica Coloprisco Il teatro della Capitale, p. 3.
5. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma‑Bari, Laterza, 1985, p. 18.

mercoledì 2 settembre 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: PIERRE CESAR BRIAND (1827) (di Rocco Liberti)

      Con la consueta passione per le vicende meno note e per le testimonianze capaci di restituire alla storia il respiro della vita vissuta, Rocco Liberti ci conduce questa volta sulle rotte di un singolare viaggio in Calabria compiuto nel 1827 dal francese Pierre Cesar Briand. Il racconto si snoda lungo le coste e i centri calabresi, da Metaponto e Sibari a Rossano, Crotone, Catanzaro, Reggio, Cosenza e Paola, intrecciando ruderi e coltivazioni, paludi e montagne, commerci, industrie e devozioni religiose. Ma il valore dell’articolo non risiede soltanto nella riscoperta di una fonte rara, sta anche nella capacità di Liberti di riportarla alla luce con chiarezza, restituendole movimento e colore, fino a farci percepire il viaggio quasi come se si svolgesse davanti ai nostri occhi. Particolarmente significativa è la testimonianza del fenomeno della fata Morgana osservato nello Stretto: una visione effimera e prodigiosa che, nella narrazione, trasforma il paesaggio reggino in un teatro sospeso tra realtà e miraggio. (Bruno Demasi) 

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     Di questo personaggio (1763-1839), che nel primo trentennio dell’800 ha dato alle stampe una serie di resoconti in merito a viaggi compiuti nelle più disparate località, sappiamo poco o niente, soltanto ch’era un cartografo. Infatti, è facile incappare nelle sue cartine. Le opere, di cui sopra, con titolo “Les jeunes voyageurs en Europe ou descriptions raisonnée des divers pays compris dans cette partie du monde” sono varie e propongono relazioni di autori non meglio noti. Il tomo secondo (A Paris chez Thiériot, Libraire, 1827) si occupa di Sardegna, Emilia, Toscana, Campania, Lazio, Veneto, Puglia, Calabria, Sicilia, Malta e Corsica e contiene lettere scritte da certi Théodore e Laura, che da ciò che emerge potrebbero essere fratelli. La lettera con il pezzo sulla Calabria è a firma di Théodore.

     Scrive il non altrimenti conosciuto Théodore che è arrivato in Calabria partendo da Taranto con un bastimento guidato da marinai e ha avuto subito l’opportunità di vedere i posti più apprezzabili della costa. Inizialmente si è fatta avanti Metaponto, città una volta superba e fiorente, ma che ormai faceva sfoggio unicamente di ruderi, in buona sostanza alcuni pezzi di colonne di ordine dorico. Più in là si configuravano i resti di Eraclea, ricordata per la prima battaglia combattutasi tra i Romani e Pirro. Di essa restavano del pari poche macerie. In successione da Carigliano (Corigliano) ci si avvedeva delle vestigia dell’antica Sibari, tra i fiumi Sibari e Crati. Discosto da Sibari si evidenziava il Bruzio, una regione i cui residenti si ritenevano in fama di furbi e praticavano costumi grossolani, come peraltro anche i Calabresi del tempo. Si giudicava invero il regno di Napoli un territorio inaffidabile, in quanto in ogni provincia vi pullulavano i banditi, che rappresentavano un serio pericolo per i viatori.

      La Calabria era comunque una plaga dove si poteva condurre un’esistenza agevole perché godeva di produzioni della terra abbondanti e diversificate. Se ne aveva prova seguendo il litorale fino a Reggio. Lasciato il sito già di Sibari, il turista di turno si è trovato a Rosano (Rossano), piccola e bella città in riva al mare, nelle cui adiacenze si raccoglieva la radice di liquirizia, un prodotto parecchio stimato e che alimentava un fruttuoso commercio. Avanzando, si assisteva a un notevole contrasto. Pur avvedendosi di un terreno fertile con montagne coperte di boschi che elargivano in grande quantità resina e pece, cave ricche di marmo e alabastro e miniere doviziose di metalli, esistevano all’opposto svariate paludi e stagni salmastri collegati al mare che rendevano l’atmosfera malsana soprattutto nell’estate. Accertatisi che le pianure risultavano quasi inabitabili, le popolazioni, a fine di ovviare allo squallore, si sono sentite spinte a costruire i paesi su rocce o alture, siti nei quali l’ambiente si qualificava sicuramente più puro. 
 
   Théodore e compagni, non ne conosciamo il numero, intanto sono giunti a Crotone, che hanno giudicato la più orribile città d’Italia proprio per la pessima aria che si respirava e che dava incentivo a uno spopolamento quotidiano. Dopo aver doppiato il capo Cortone (?, probabile errore di stampa) e altri due vicini, sono arrivati a Catanzaro e per poterla visitare sono stati costretti a mettere piede sul lido. Ne hanno elogiato appena le vicinanze, che sono loro apparse piuttosto ridenti e cosparse di piccoli borghi. Da Catanzaro il passo o forse il remo è stato diretto a Reggio, che si è configurata minuta, disordinata e con le case prive di una qualche forma. La colpa era da addebitarsi certamente al disastroso sisma del 1783 che l’aveva abbastanza danneggiata e, di conseguenza, aveva fatto perire la maggior parte dei suoi abitatori. Ma, in verità, i suoi dintorni consentivano un delizioso soggiorno. A tal punto si riporta il racconto di una persona che apparteneva alla società di Théodore, che nel passato aveva assistito al famoso fenomeno della fata morgana. Data la precisa descrizione di esso, stimiamo utile riproporlo così come esposto nel libro:

      «Mi ero alzato, ci ha detto, di buon mattino, per andare a respirare il piacevole profumo della campagna coperta di alberi, piante e fiori. Tutto a un tratto ho visto correre da ogni parte verso il mare schiere di uomini e donne, che gridavano alla fata Morgana. Ho seguito, e arrivato al bordo del mare, ho visto, come in un miraggio, sulla superficie dell’acqua, che era tranquilla e unita, case, chiese, conventi, uomini, donne, cavalieri, giardini, case di piacere, campi coltivati, buoi che lavoravano, asini carichi di frutti, e altre diverse figure. A misura che il sole si avvicinava all’orizzonte, queste figure sembravano distaccarsi dal mare e levarsi in aria. Infine il sole si mostrò, e tutte queste figure che un momento prima facevano di già più che un caos nell’aria, disparvero di colpo»[1].

      Da Reggio gli escursionisti sono pervenuti a Cozenza (Cosenza). Nel frangente l’attenzione è stata polarizzata sulla sequenza di paesini e villaggi che pareva si toccassero tanto da formare una sola città dalla prodigiosa estensione, sulla circostante campagna alquanto ben coltivata e assai ricca di grano, frutti, olio e vino nonché sui gelsi che davano nutrimento ai bachi da seta, un’industria che permetteva agli abitanti di vivere con una certa agiatezza. Solo un cenno per la città, che appariva sita su sette colline e bagnata da due fiumi che la separavano dai suoi sobborghi. Da Cosenza a Paule (Paola) il cammino si è rivelato breve e in quel luogo i viaggiatori sono rimasti molti giorni. Tale si qualificava una delle più belle città della Calabria ed era nota per la nascita di San Francesco e il concorso di gente che vi attirava il suo culto. Nei suoi paraggi poi si riscontravano olivi di grossezza straordinaria. Da Paola il gruppo di Théodore si è spostato in un porto vicino, nel quale si è imbarcato su un bastimento che lo ha condotto a Messina, in un viaggio ch’è risultato tranquillo.

Rocco Liberti

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[1] Briand, Les jeunes voyageurs…, tome II, pp. 229-230, trad. dal francese.

lunedì 31 agosto 2026

TRA LA CALABRIA E TANGERI: LA PATRIA INQUIETA DI EMANUELA ANECHOUM (di Bruno Demasi)

   Confesso che quando il postino mi ha consegnato il plico speditomi da una mia ex allieva di Reggio Calabria, sono rimasto emozionato davanti al libro che ne è balzato fuori e che ho letto nel giro di poche ore. Quasi impossibilitato a fermarmi.

    Una storia minimale dei nostri giorni che non ha nulla di eccezionale e che tuttavia ti prende perché scava nel cuore della condizione umana dei figli dei matrimoni misti che arricchiscono con grande fatica questa terra di confine che si chiama Calabria e che nella gran parte dei casi si intestardisce ancora a rifiutare l’immigrato dopo essere stata per secoli terra eletta d’immigrazione e d'emigrazione.

   Quando il padre muore, la ragazza protagonista è a Londra. Non è davvero felice, ma ha imparato a sembrarlo. Hagià  una vita costruita lontano dal paese calabrese dell’infanzia e un’indipendenza conquistata attraverso anni di distanza, adattamento e ostinata rimozione. La notizia della morte interrompe quella costruzione con la violenza delle cose che non possono più essere rimandate. Deve tornare. Deve lasciare Londra, riprendere la strada verso il Sud e raggiungere il luogo dal quale era fuggita. Ma il viaggio non è soltanto quello di una figlia che rientra a casa per il funerale del padre: è il ritorno verso una lingua che credeva di avere dimenticato, quella della famiglia, della provincia, del mare calabrese e di un’origine che non ha mai smesso di interrogarla.

     È da questa frattura che prende avvio Tangerinn, il romanzo d’esordio di Emanuela Anechoum, pubblicato da Edizioni E/O . Il libro, di 256 pagine, è già stato tradotto e acquistato in diversi Paesi; la critica lo ha letto come romanzo di formazione, storia di migrazione e racconto della ricerca di un’appartenenza. Ma Tangerinn è soprattutto la vicenda di una figlia che, dopo la morte del padre, deve accettare di non averlo mai conosciuto davvero.

Una scrittrice fra due Sud

   Anechoum è nata a Reggio Calabria, da madre italiana e padre marocchino. Ha vissuto e lavorato a Londra nel mondo dell’editoria, prima di tornare in Italia. Ha scritto per Vice, Doppiozero e Marvin Rivista: una traiettoria che contiene già, in forma biografica, la geografia del romanzo, sospesa fra il Sud italiano, il Maghreb e l’Europa. La definizione di scrittrice “calabro-marocchina” è pertinente, purché non venga intesa come una semplice etichetta identitaria. In Tangerinn la doppia origine non è un elemento biografico né un certificato di autenticità, ma una condizione conflittuale, una materia da elaborare.

     La Calabria di Anechoum non è una terra chiusa e immobile, separata dal resto del mondo. È una costa attraversata da partenze, lingue, migrazioni e ritorni. Anche il Marocco non viene rappresentato come un’origine intatta, pronta a offrire all’Autrice, che è poi il personaggio fondamentale di questo libro, la risposta che cerca. Fra questi due Sud si apre uno spazio intermedio, abitato da chi non può più appartenere completamente a un solo luogo.In un’intervista, la scrittrice ha precisato che il romanzo non è autobiografico, pur riconoscendo nella protagonista Mina qualcosa di sé e nel personaggio di Omar qualche tratto della figura paterna. Tangerinn non racconta dunque la vita di Anechoum, ma trasforma una possibile esperienza personale in un conflitto narrativo più ampio.

Il bar degli sradicati

     Il titolo del libro prende il nome dal bar che Omar, padre di Mina, ha aperto sulla costa calabrese. Tangerinn richiama Tangeri e porta già nel nome l’idea del passaggio, della mescolanza, di un luogo che non coincide del tutto con il territorio in cui sorge.Il bar è frequentato da immigrati, viaggiatori, solitari e persone ai margini delle appartenenze convenzionali. Omar vi ha costruito una piccola comunità, una patria provvisoria per chi non possiede una patria semplice. È un luogo di transito e di sosta, dove nessuno è costretto a spiegare interamente da dove viene. Dopo la morte del padre, Mina osserva quel locale come si osserva un archivio. Ogni oggetto, ogni volto e ogni racconto sembra contenere una parte della vita di Omar che lei non ha mai saputo vedere. Da figura familiare e insieme estranea, il padre comincia così a trasformarsi in una storia.

   Il rapporto fra Mina e Omar costituisce il centro emotivo del libro. Omar è un padre affettuoso ma opaco, un uomo che ha attraversato il Mediterraneo e cercato di ricominciare in Calabria senza mai raccontarsi fino in fondo.Mina sente di essere stata esclusa dalla sua storia. Sa che il padre è arrivato dal Marocco, che ha fondato il Tangerinn e costruito una famiglia italiana, ma non conosce la trama segreta delle sue decisioni: le rinunce, le paure, i compromessi. L’eredità che Omar le ha lasciato non è fatta di certezze, ma di lacune. Anechoum racconta questa distanza senza ricorrere alla retorica del padre esemplare o del migrante eroico. Omar non è un simbolo edificante, ma un uomo contraddittorio, capace di generosità e di silenzi, di apertura e di sottrazione. La figlia deve accettare che comprendere una persona non significhi possederne la verità.La recensione di Limina ha definito Mina una figura restituita quasi come un “quadro cubista”: non attraverso un ritratto unitario, ma mediante prospettive diverse, relazioni spezzate e punti di vista parziali. L’immagine è felice, perché Tangerinn racconta meno la biografia di Omar che la progressiva ricostruzione di Mina attraverso ciò che gli altri ricordano di lui.

Una Calabria inattesa

  Il merito più evidente di Anechoum è di aver sottratto la Calabria a due rappresentazioni ricorrenti: da una parte il Sud mitizzato delle radici, dall’altra un territorio definito quasi esclusivamente dalla violenza criminale. Nel romanzo la Calabria è una terra concreta, familiare e talvolta soffocante, ma anche capace di accogliere il mondo. Il bar di Omar diventa una soglia mediterranea nella quale la provincia non è l’opposto della modernità, bensì uno dei luoghi in cui essa si manifesta: attraverso le migrazioni, le famiglie miste, i figli che partono e i padri che arrivano.

    Tangerinn non è un romanzo privo di difetti. In alcuni passaggi la riflessione sull’identità, sul razzismo e sull’emancipazione tende a essere esplicitata più del necessario; alcuni personaggi secondari sembrano talvolta incaricati di rappresentare un’idea prima ancora di vivere pienamente sulla pagina. TuttaviaAnechoum possiede già una voce riconoscibile e un tema autentico: l’impossibilità di separare completamente il luogo da cui si fugge da quello verso cui si è partiti.  Il Tangerinn è allora più di un bar e più di un titolo. È una forma di patria provvisoria: il luogo in cui gli sradicati possono fermarsi senza rinunciare alla propria inquietudine. In questa patria sospesa, fra la Calabria e Tangeri, Emanuela Anechoum ha trovato il modo di raccontare non una doppia identità, ma la fatica, e forse anche la libertà, di averne più d’una.

Bruno Demasi