lunedì 14 settembre 2026

NON INQUINATE LA TARANTELLA! Mito, folklore e antropologia di un ballo. (di Bruno Demasi)

   
       La tarantella calabrese non è solo un ballo: è un linguaggio di gesti, di memorie, di tensioni, di comunità. È un modo di stare al mondo, un’espressione che precede la parola e la supera, un archivio corporeo che la Calabria ha custodito con una fedeltà sorprendente, quasi ostinata. Per comprenderla davvero bisogna abbandonare l’idea di un’origine unica, lineare, rassicurante. La tarantella non nasce, ma si genera nei secoli, nei villaggi, nelle feste, nelle crisi, nei riti. È un palinsesto in cui ogni epoca ha lasciato un segno, un ritmo, un’inflessione. E ciò che oggi chiamiamo “tarantella” è il risultato di questa sedimentazione lenta, stratificata, profondissima.

     La Calabria, più di altre regioni, ha conservato la sua forma più antica: una danza di terra, non di scena; una danza che non si guarda, ma si vive. E forse è proprio questa la sua forza: essere, ancora oggi, un rito che interroga il gruppo sociale. 


     Se si vuole cercare un primo nucleo fondativo, bisogna tornare alla Magna Grecia, quando la Calabria era una costellazione di città elleniche e la danza era parte integrante della vita religiosa e civile¹. Le fonti archeologiche mostrano figure danzanti con il busto inclinato, il baricentro basso, le braccia aperte come a disegnare un cerchio invisibile². È un gesto che ritorna nella tarantella, soprattutto nelle sue varianti più arcaiche dell’Aspromonte, dove il passo non è mai verticale, ma aderente alla terra, come se il danzatore volesse toccarla, ascoltarla³.

   La ròta, il cerchio che delimita lo spazio del ballo, è un’eredità diretta di quel mondo antico in cui il cerchio era protezione, comunità, continuità⁴. Non è un semplice spazio scenico: è un confine simbolico, un dentro e un fuori, un luogo in cui la comunità si riconosce e si rappresenta. E al centro di questo cerchio, come un sacerdote laico, sta il mastru’ i ballu, figura antichissima, garante dell’ordine, mediatore delle tensioni, custode del ritmo⁵. La sua autorità non è imposta: è riconosciuta. È una forma di potere che nasce dal consenso, non dalla forza. In questo senso, la tarantella è già politica prima ancora di essere danza.

L’origine condivisa con altri territori

     Il nome “tarantella” porta con sé l’ombra del ragno. Il tarantismo, fenomeno complesso e affascinante, ha segnato per secoli l’immaginario del Sud⁶. Le prime testimonianze scritte parlano di donne “pizzicate” che trovano sollievo solo attraverso la musica e il movimento⁷. Ma la Calabria non è il Salento: qui il tarantismo non diventa mai un sistema terapeutico strutturato, pur lasciando tracce profonde nella cultura del corpo⁸. 
 
   La tarantella calabrese conserva un’eco di quella logica: la danza come scarico, come liberazione, come rinegoziazione del sé. Il ragno, nella cultura popolare, non è solo un animale: è un agente di trasformazione, un simbolo di crisi e rinascita⁹. E la danza diventa il luogo in cui questa trasformazione si compie, non come guarigione medica, ma come riordino simbolico¹⁰. La Calabria, più di altre regioni, ha custodito questa ambiguità: la tarantella non è mai solo festa, né solo rito; è un territorio di mezzo, un luogo in cui il corpo dice ciò che la parola non può dire.

La tarantella come spazio sociale

   Per secoli la tarantella è stata il cuore della vita comunitaria: matrimoni, feste patronali, raccolti, ritorni, partenze¹¹. La ròta è un teatro senza palcoscenico, un’arena in cui la comunità si mette in scena e si controlla. Ogni gesto ha un significato: l’invito, la sfida, la seduzione, la ritirata, l’ingresso, l’uscita. Il mastru i ballu regola tutto: evita accoppiamenti impropri, modera conflitti, gestisce tensioni¹². È un arbitro, ma anche un narratore: attraverso il ritmo racconta la comunità a se stessa.

     Le varianti locali, sonu a ballu aspromontano, zumparieddu silano, viddanedda reggina, non sono semplici differenze stilistiche: sono dialetti coreutici, ciascuno con una propria grammatica emotiva¹³. E gli oggetti, i gesti simbolici ampliano il vocabolario del ballo, trasformandolo in una narrazione collettiva.La tarantella è, in questo senso, un dispositivo sociale vero e proprio.

Antopologia di un codice  espressivo in evoluzione

     La tarantella calabrese non è un residuo folklorico, né un innocuo divertimento. È un codice antropologico che rivela la struttura profonda della società calabrese: la centralità del gruppo, la necessità di mediazione, la dialettica fra ordine e trasgressione, la memoria di un Mediterraneo arcaico¹⁴. È una danza che non anestetizza, ma comunica. Comunica tensioni, desideri, ruoli, conflitti. Espone ciò che la comunità non può dire apertamente. E proprio per questo sopravvive: perché continua a essere molto eloquente. La tarantella è anche un archivio emotivo: conserva la memoria di un mondo contadino in cui il corpo era linguaggio, e la danza era una forma di comunicazione sociale, erotica, rituale¹⁵.

     Oggi la tarantella vive una nuova stagione: festival, gruppi folk, circuiti turistici¹⁶. È un fenomeno ambivalente: da un lato ha permesso la rinascita di strumenti, repertori, pratiche; dall’altro rischia di ridurre la danza a cartolina, a prodotto da palcoscenico, privato della sua complessità rituale¹⁷.

     La sfida è chiara: salvare la tarantella dalla tarantella. Preservare la sua densità antropologica senza trasformarla in un gadget identitario. Restituirle la sua profondità, la sua ambiguità, la sua forza. La Calabria non ha bisogno di un folklore consolatorio, ma di una memoria critica. E la tarantella, se ascoltata davvero, può ancora essere questo: un rito che ci costringe a guardarci dentro¹⁸.

Bruno Demasi

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1. M. Guarducci, La danza nel mondo antico, Milano, Mondadori, 1985, pp. 41‑56.
2.G. Pugliese Carratelli (a cura di), Magna Grecia. Arte e cultura, Milano, Electa, 1990, pp. 212‑219.
3.A. Costabile, La Calabria greca. Persistenze e metamorfosi, Reggio Calabria, Laruffa, 2004, pp. 97‑112.
4.V. Teti, Il senso dei luoghi, Roma, Donzelli, 2004, pp. 55‑60.
5.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, pp. 15‑22; 89‑104.
6.G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, München, Beck, 1977, s.v. “tarantella”.
7.C. Gallini, La danza della fata. Tarantismo e culture mediterranee, Roma, Meltemi, 2000, pp. 33‑48.
8.M. Fiume, Il ragno e la cura, Bari, Laterza, 1990, pp. 71‑82.
9.L. M. Lombardi Satriani – M. Meligrana, Il ponte di San Giacomo, Milano, Rizzoli, 1982, pp. 143‑158.
10.A. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palermo, Sellerio, 1971, pp. 101‑115.
11.V. Teti, Il colore del cibo, Roma, Meltemi, 2019, pp. 203‑210.
12.C. Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, Bompiani, 1930, capp. II‑III.
13.L. M. Lombardi Satriani, Folklore e profitto, Roma, Bulzoni, 1973, pp. 67‑79.
14.A. Buttitta, Antropologia del rito, Palermo, Sellerio, 1992, pp. 121‑134.
15.V. Lanternari, La religione di un popolo, Bari, Laterza, 1960, pp. 201‑215.
16.V. Teti, La restanza, Torino, Einaudi, 2022, pp. 89‑96.
17.P. Clemente, Ritorni. Antropologia dei revival, Firenze, SEID, 2001, pp. 55‑70.
18.M. Ricci, Il folk e la sua ombra, Roma, Squilibri, 2015, pp. 119‑132.

sabato 12 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “ RADIO MAMERTINA” (Racconto inedito di Tonino Polistina)

     Una storia capace di illuminare un’epoca, una vera e propria impresa; un gruppo di ragazzi che decide di sfidare l’improbabile. Non è soltanto il racconto di una radio libera nata nel cuore dell’Aspromonte degli anni Settanta; è la testimonianza di un desiderio collettivo, di un’energia generazionale che seppe trasformare l’assenza di mezzi in una forma di libertà. 

      Il testo di Tonino Polistina restituisce con finezza la vibrazione di quegli anni: la piazza grande, le prime radio che spuntano come avamposti di modernità, le visite ai pionieri dell’etere, le paure e le diffidenze, la determinazione ostinata di chi non si lascia scoraggiare. E soprattutto la forza di un amore precoce per il mezzo radiofonico, nato - come si legge nel documento - “nel caldo del letto, col transistor attaccato all’orecchio”, e cresciuto fino a diventare progetto, quasi impresa e comunità. 

     La narrazione non indulge alla nostalgia facile: preferisce la precisione dei dettagli, la concretezza dei gesti, la coralità dei nomi e dei volti che contribuirono a costruire un’emittente dal nulla. È un racconto commovente perché restituisce la bellezza delle cose fatte insieme, quando l’entusiasmo giovanile riesce a superare la burocrazia, la tecnica, la paura del fallimento. E perché mostra come un sogno possa diventare, all’improvviso, un fatto storico: “Buonasera, iniziano oggi… le trasmissioni di Radio Mamertina” non è soltanto un annuncio, ma l’apertura di una stagione nuova per un inte3ro territorio.

     Pubblicare questo testo significa offrire ai lettori non solo un frammento di memoria locale, ma una piccola lezione di immaginazione civile, la prova che, talvolta, la storia nasce da una panchina, da una radiolina nel taschino, da un manipolo di ragazzi che decide di non arrendersi all’impossibile.( Bruno Demasi ) 
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   “Andrea, Renato, dobbiamo crare una radio!” 
   Non ammetteva repliche quella mia sparata da condottiero alla guida di un’avventura che ritenevo realizzabile.

     Ricordo che era una sera di inizio primavera del ‘76 ed eravamo appollaiati sulla spalliera dell’ultima panchina della piazza grande, quella di fronte alla sede del MSI. Anche in Calabria era arrivata quella rivoluzione chiamata Radio Libere, e io morivo dalla voglia di averne una. Da solo non sarebbe stato possibile e quindi dovevo trovare altri innamorati nella cerchia dei tanti amici. Non mi risero in faccia, anzi si dimostrarono ben disposti. Bisognava  però capire da che parte cominciare. Non esistevano Internet né tutorial: la cosa più logica era rivolgersi a chi ci era già passato.

     A bordo della 112 di Andrea, partimmo alla volta di Taurianova, sede di una delle prime radio calabresi – la prima in assoluto era nata a Paravati seguita da Radio Piana Rizziconi - .

    Mimmo D'Agostino, il patron di Radio Taurianova International, ci guidò in quella piccola realtà cercando, in tutti i modi, di distoglierci dalle nostre intenzioni: burocrazia, manutenzione tecnica, Siae, bollette e rischio sequestro delle attrezzature sarebbero stati ostacoli insormontabili. Loro erano stati fortunati perché fino a qualche mese prima non vi erano norme e regolamenti che disciplinavano quel settore. Per chi arrivava ora i rischi erano notevoli.

     In macchina ci trovammo d’accordo: bisognava credere solo al venti per cento di quello che ci era stato raccontato. D’altra parte, quello faceva i suoi interessi - e distogliere i potenziali concorrenti era il primo.

     Per la radio ho sempre avuto un amore viscerale. Dai piccoli transistor fino agli stereo casalinghi non mi sono fatto mancare nulla. I miei genitori mi regalarono la prima radio sul finire degli anni Sessanta, quando le trasmissioni musicali si contavano sulle dita di una mano: la domenica mattina Gran Varietà e poi durante la settimana - la sera tardi - Supersonic Dischi a Mach 2, il venerdì la Hit Parade di Lelio Luttazzi e La Corrida con Corrado. Il resto erano notiziari e programmi culturali. Nel caldo del letto, col transistor attaccato all’orecchio, le note di Supersonic chiudevano la giornata.

     Il primo impatto col “mezzo” l’ho avuto quando ancora non avevo dieci anni. Successe al vecchio campo sportivo, una domenica durante una partita di calcio. Tra gli spettatori, nelle vicinanze, c’era Andrea, un simpatico e innocuo personaggio oppidese, afflitto da uno sviluppo mentale inferiore a quello proprio della sua età cronologica.

     Soleva portare nel taschino interno della giacca una minuscola radiolina che teneva sempre accesa. Anche quel pomeriggio. Attratto dal suono mi avvicinai per ascoltare meglio. Andrea, che ripeto era un innocuo bamboccione, chissà per quale recondito motivo, appena mi ebbe a portata di mano, mi assestò un “cinquelire” sulla guancia sinistra che ancora lo sento. Mi ritrassi spaventato. Lui mi sorrise, si aggiustò con l’indice gli occhiali e se ne andò.

     La rivoluzione radiofonica arrivò nel mese di luglio del Settanta quando ebbe inizio Alto Gradimento, una trasmissione ideata da Arbore e Boncompagni, che mescolava musica e gag con improbabili personaggi.

    Ad Alto Gradimento riconosco la colpa di aver fatto innamorare definitivamente della radio almeno un paio di generazioni di giovani, e di averli spinti a farla negli anni immediatamente successivi. Ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza, è fonte d’ispirazione per i network che popolano l’etere.

     Il passo successivo alla visita a Taurianova fu coinvolgere chi ne capiva più di noi a livello tecnico e farsi un’idea di quanto c’era da spendere. Rosario, Memè e Angelo facevano al caso nostro. Secondo la loro stima per mettere su una radio di media grandezza si sfioravano i due milioni di lire. Io lavoravo da poco al comune e il mio stipendio era di trecentocinquanta mila lire al mese - giusto per rendere un’idea.

     Non ci perdemmo d’animo e cominciammo il passaparola tra amici e conoscenti. In breve, il gruppo si compose di diciassette elementi ognuno dei quali entrava con una quota di centomila lire. La radio si sarebbe chiamata Radio Mamertina: Rocco fu nominato presidente e Gianni il suo vice.

    La prospettiva di una radio oppidese aveva infuso entusiasmo in buona parte dei concittadini, compresa la nuova amministrazione comunale, alla quale riuscimmo a strappare la promessa di una sede gratuita. In pochi mesi quella che poteva sembrare un’idea folle stava concretamente prendendo forma.

     Pasquale, il falegname del gruppo, con pialle e seghe principiò a costruire il banco regia insieme a Gigi, mentre Angelo, titolare di un negozio di elettrodomestici, lanciava l’ordine per l’acquisto di giradischi, microfoni, stereo sette e cuffie. Mimmo, Marcello, Aldo, Mario e Pino selezionavano i primi dischi. Con l’aiuto di Roberto, Renato e Andrea cominciavo a delineare una parvenza di palinsesto, dove musica e parole – convinti come eravamo che la radio dovesse avere anche una funzione sociale – trovassero il giusto equilibrio.

     A marzo del ’77 il più era fatto: avevamo una sede, il piano terra dell’ex Istituto per l’Agricoltura; avevamo un trasmettitore da 100 W che ci avrebbe permesso di coprire buona parte della fascia tirrenica calabrese; e avevamo una buona riserva di dischi.

     Il Primo Maggio del 1977 tutto era pronto per l’inizio delle trasmissioni. Mancava solo un piccolo particolare: innalzare sul terrazzo dell’edificio una antenna di venticinque metri! L’operazione si protrasse per molte ore. Soltanto nel tardo pomeriggio – dopo una lunga e non facile impresa che aveva coinvolto anche tre palazzi vicini, utilizzati per l’ancoraggio dei tiranti – il lavoro venne a compimento. Intorno centinaia di persone trattenevano il fiato: erano accorse a seguire quelle fasi concitate, a gridare consigli, a fare il tifo. Poi, finalmente, il lungo tubo di acciaio, con i quattro dipoli a mezza onda in cima, cominciò a salire, lento e solenne, verso il cielo.

     Era arrivato il momento che tutti aspettavamo.

  “Buonasera, iniziano oggi, sugli ottantanove e cinquecento Megahertz della modulazione di frequenza, le trasmissioni di Radio Mamertina. Buon ascolto”.

     La mia voce aveva aperto un’altra finestra nella storia di questa città. Nemmeno un anno dopo la mia intuizione, il sogno diveniva realtà. 

    "Si sente anche dalla piazza! "

    Trafelato e raggiante Zio Mimì – uno dei nostri soci – era corso in studio per annunciare la buona novella.

   Dopo quella rivelazione Radio Mamertina poteva iniziare davvero la sua incredibile storia.

Tonino Polistina

venerdì 11 settembre 2026

QUELL’ANTICO PIANTO RITUALE FIGURATO: LE PREFICHE DI CALABRIA ( di Bruno Demasi)


    Nelle comunità del Mezzogiorno, e in Calabria in modo particolarmente tenace, il lutto non è mai stato un fatto privato. La morte, soprattutto nelle società marinare e contadine, irrompeva nella vita collettiva come un evento che richiedeva voce, gesto, partecipazione. In questo quadro si colloca la figura delle prefiche, le piangitrici professionali che, chiamate dalla famiglia o dalla comunità, trasformavano il dolore in rito, il silenzio in parola, la perdita in memoria condivisa. La loro presenza, lungi dall’essere un elemento folclorico, costituiva un dispositivo sociale: la comunità delegava a queste donne il compito di dire ciò che gli altri non riuscivano a pronunciare. Il pianto rituale, modulato secondo formule antiche, diventava così un linguaggio pubblico del dolore, che rimandava pari pari al threnos magnogreco, pianto rituale di cui si ha notizia nelle numerose decorazioni fittili rinvenute a Locri, ma anche altrove.

     La letteratura antropologica concorda nel riconoscere alle prefiche calabresi una storia che risale ai threnoi della Magna Grecia, i lamenti funebri cantati dalle donne attorno al corpo del defunto. La continuità di questa tradizione è attestata da fonti classiche e tardoantiche: il pianto rituale, con la sua alternanza di invocazioni e ricordi, sopravvive nei secoli attraverso la mediazione bizantina e medievale.

     Il mondo rurale, pastorale e marinaro calabrese, con la sua struttura comunitaria, ha conservato più a lungo queste forme arcaiche. Il lamento funebre, come ha osservato Ernesto De Martino, è una tecnica culturale per “tenere il morto nel mondo dei vivi” e impedire che la comunità cada nel disordine emotivo della perdita¹. Proprio in questo mondo la tradizione delle prefiche ha avuto grande nintensità, perché ha conosciuto nei secoli un rapporto quotidiano con la morte: naufragi, incidenti, malattie improvvise. In questo contesto le prefiche non erano un elemento accessorio, ma una componente strutturale del rito funebre. Il loro lamento, spesso modulato sul tema della fatica nei campi o sui monti, nel mare o nella barca, dava voce a un dolore che non era solo familiare, ma collettivo. Una testimonianza ottocentesca, riportata da un viaggiatore francese, descrive una scena di lutto a Bagnara: «Le donne, vestite di nero, circondavano il corpo del pescatore e cantavano un lamento che pareva venire dal mare stesso»². È una delle rare fonti dirette che ci restituiscono la forza emotiva di questi riti. 
 
   Il repertorio delle prefiche era composto da tre elementi: gesto, voce, parola.Il gesto: mani tra i capelli, braccia levate, oscillazioni del busto.La voce: un canto lamentoso, a metà tra parlato e melodia, con modulazioni tipiche della tradizione calabrese.La parola: formule rituali, invocazioni, ricordi del defunto, richiami alla famiglia.   La prefica non era una figura improvvisata. Aveva un ruolo riconosciuto, quasi sacerdotale ³. È un frammento che mostra la fusione tra lutto e paesaggio. La comunità le attribuiva competenze specifiche:sapeva modulare il lamento secondo la gravità dell’evento;conosceva le formule tradizionali;sapeva “tenere il ritmo” del dolore collettivo;era capace di evocare la memoria del defunto con dignità e forza. La sua presenza era regolata da consuetudini: veniva chiamata dalla famiglia, riceveva un compenso simbolico, e la sua performance era valutata dalla comunità. Non era teatro, ma rito. 

     La letteratura calabrese ha conservato tracce delle prefiche. Corrado Alvaro, pur non dedicando pagine specifiche alla figura, descrive in Gente in Aspromonte la potenza del lamento femminile: «Le donne piangevano forte, come se il dolore dovesse essere sentito da tutta la montagna»⁴. È un’immagine che restituisce la dimensione pubblica del lutto. Più esplicito è il riferimento di Giuseppe Isnardi, che nel suo studio sulla cultura popolare calabrese annota: «Le prefiche, soprattutto nei paesi di mare, erano considerate necessarie per dare forma al dolore»⁵. Una testimonianza orale raccolta negli anni Settanta a Bagnara riferisce: «Senza la prefica, il morto non aveva voce»⁶. È forse la definizione più precisa del loro ruolo.

     Dalla metà del Novecento la figura della prefica è progressivamente scomparsa. Le ragioni sono molteplici: modernizzazione dei rituali funebri; riduzione delle comunità contadine e marinare; privatizzazione del lutto; intervento della Chiesa, che considerava il pianto rituale una forma di teatralità eccessiva. Oggi sopravvive nella memoria degli anziani, negli studi antropologici e in alcune ricostruzioni etnografiche.

     La critica contemporanea ha oscillato tra due interpretazioni: La prefica come custode della memoria: una figura che preservava la comunità dal disordine emotivo della morte.La prefica come forma di teatralizzazione del dolore: un ruolo che rischiava di trasformare il lutto in spettacolo. La prima interpretazione è sostenuta da De Martino, che vede nel lamento una “tecnica di salvezza”⁷; la seconda da alcuni antropologi degli anni Sessanta, che consideravano la pratica un residuo arcaico da superare.La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: le prefiche erano un dispositivo culturale che permetteva alla comunità di elaborare la perdita. La loro scomparsa ha lasciato un vuoto simbolico che non è stato colmato.

    Le prefiche di Calabria rappresentano in ogni caso una delle forme più alte di cultura del lutto nel Mezzogiorno. La loro voce, oggi silenziosa, continua a risuonare nelle testimonianze, nei ricordi, nelle pagine degli antropologi. Erano donne che trasformavano il dolore in parola, la morte in memoria, il lutto in rito. La loro scomparsa segna la fine di un mondo, ma anche la necessità di interrogarsi su come le comunità contemporanee elaborano la perdita riversando magari su aride e convenzionali formule sui social quella che un tempo era la ritualità corale del gruppo..

Bruno Demasi

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1.Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico, Torino, Einaudi, 1958, p. 43.
2.Charles Didier, Voyage en Calabre, Paris, 1841, p. 112.
3.A. Placanica, in Calabria tra storia e folklore, Reggio Calabria, 1975, p. 89.
4.Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, Bompiani, 1930, p. 57.
5.Giuseppe Isnardi, La tradizione popolare calabrese, Roma, 1949, p. 134.
6.Archivio etnografico calabrese, intervista a M. L., Bagnara Calabra, 1972, p. 4.
7.Ernesto De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 21.



giovedì 10 settembre 2026

ACHILLE LELLÈ SOLANO: profilo di un ricercatore gentiluomo ( di Rocco Liberti)

  

      Nato a Nicotera il 1° gennaio 1933 e scomparso nella stessa città il 25 settembre 2012, Achille Solano , affettuosamente chiamato “Lellè” , fu figura eminente della ricerca archeologica calabrese, attivo tanto sul piano degli studi quanto su quello dell’operatività diretta sul territorio. Dopo aver completato gli studi universitari a Messina, dove conseguì la laurea e si specializzò in Topografia tardoantica e altomedievale, Solano intraprese un percorso di ricerca che lo condusse a fondare il Museo Civico e Archeologico di Nicotera, cui fece seguire un secondo museo dedicato alla Petrografia e Mineralogia.

     La sua attività sul campo fu instancabile. Circondato da una cerchia di collaboratori e appassionati, Solano dedicava il tempo libero all’esplorazione di siti potenzialmente rilevanti, riportando alla luce reperti provenienti dalle civiltà che avevano abitato il territorio del Poro e le aree limitrofe. Tra le scoperte più significative si annoverano la cava di granito di Nicotera (1972), la stazione paleolitica di San Calogero e l’insediamento rupestre di Zungri, oggi valorizzato con competenza da Maria Caterina Pietropaolo e divenuto meta di un turismo culturale in costante crescita.

      Il suo primo contributo organico agli studi risale al 1967, con il volume Liguri, Siculi e Greci nella Regione del Poro, cui seguì nel 1976 la monografia Bruttium paleocristiano, premiata l’anno successivo con il Premio Sybaris Magna Grecia. Nel 1982 Solano presentò una comunicazione sulla cava di granito alla Giornata di studio sul marmo nell’antichità organizzata dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Roma. Il tema fu poi sviluppato nella pubblicazione La cava romana di granito di Nicotera, apparsa nel primo numero dei Quaderni Antropologia Archeologia Storia (1985), sotto l’egida dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nicotera. Nello stesso anno vide la luce Il Museo Archeologico di Nicotera, ricco di documentazione fotografica dei reperti rinvenuti nel territorio. Per meriti scientifici, Solano fu nominato Ispettore Onorario della Soprintendenza.

     Tra il 1969 e il 1974 Solano collaborò con la rivista Studi Meridionali, diretta da Vincenzo Saletta, pubblicando saggi sulla necropoli romana del Diale, sulla penetrazione etrusca nel Tirreno meridionale, sulle terrecotte figurate di Medma, e persino contributi di natura diversa, come le Lettere di Vincenzo Padula a Mons. Brancia. Da questo rapporto nacque una sezione locale della rivista e, con il suo sostegno, il convegno Documenti di civiltà in Terra di Calabria (3–4 gennaio 1974), cui parteciparono studiosi quali Dario Leone, Enzo Gatti, lo stesso Saletta, Natale Pagano, Domenico Teti, Saverio Di Bella e altri.
        Nel resoconto pubblicato su La Calabria il 28 febbraio, l’autore ricordava così l’intervento di Solano: «ha tracciato un quadro completo delle campagne di scavo nella zona del Mesima durante un settantennio […] e ha affermato come l’antica Medma sia esistita in contrada Sovereto III quale villaggio ancor prima dell’arrivo dei coloni greci»¹. Durante il convegno non mancò una visita al museo, alla cava e a un antico monastero abbandonato.

     Il primo incontro personale con Solano avvenne casualmente a Marina di Nicotera, durante un’estate di vacanza. Da allora i rapporti furono frequenti: visite ai ruderi della vecchia Oppido, conferenze presso il Centro Sociale di Educazione Permanente, incontri al museo e nella sua abitazione, dove Solano era solito donare pubblicazioni di vari autori. Emblematico il gesto con cui, avendo tra le mani un lavoro di Antonino Basile sul Risorgimento, lo consegnò dicendo: «Serve più a Te che a Me». L’ultimo incontro risale a una riunione con l’editore Barbaro per discutere la nascita di un nuovo periodico, alla quale partecipò anche l’amico Pagano.

     A tre anni dalla morte, il 25 aprile 2015, Nicotera gli dedicò il convegno Achille Solano, Ricercatore Gentiluomo. Gli atti, curati da Maria D’Andrea e Margherita Corrado e pubblicati nel 2018, raccolgono contributi di Giovanni Durante, Maurizio Carlo Alberto Gorra, Fabrizio Sudano, Fabrizio Mollo, Foca Accetta e delle stesse curatrici. L’appendice include un saggio di Solano scritto con il prof. Lazzerini dell’Università di Venezia. Nella prefazione, il prof. Gian Pietro Givigliano dell’Università della Calabria ricordava Solano come «studioso appassionato […] in possesso di strumenti culturali, scientifici e metodologici che ne facevano un interlocutore importante»². Il volume fu presentato il 2 marzo 2019 al Museo di Arte Sacra di Nicotera dal Touring Club Italiano di Lamezia Terme.

     Nel 2021 il Comune di Zungri, riconoscendo il debito culturale verso lo scopritore del sito rupestre degli Sbariati, deliberò il conferimento della cittadinanza onoraria alla memoria. La cerimonia si svolse l’11 dicembre alla presenza del sindaco Franco Galati, del prof. Maurizio Paoletti (Unical), della senatrice Margherita Corrado e di altri studiosi. Alla famiglia fu consegnata una pergamena commemorativa; l’artista Luigi Di Mari donò un ritratto di Solano. Già nel 2019 Salvatore Berlingieri gli aveva dedicato l’opera Achille Solano e l’eremita della Ruga Santa.

Rocco Liberti

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Il Dottor Solano […] ha affermato come l’antica Medma sia esistita in contrada Sovereto III quale villaggio ancor prima dell’arrivo dei coloni greci» (La Calabria, 28 febbraio).
2.Gian Pietro Givigliano, Prefazione agli Atti del convegno Achille Solano, Ricercatore Gentiluomo, Adhoc, Vibo Valentia, 2018.

martedì 8 settembre 2026

GIUSEPPE MUSOLINO: da bandito per caso a mito delle classi subalterne aspromontane (di Bruno Demasi)


      Fino agli anni Sessanta del secolo scorso molte case povere dei paesi della provincia reggina mancavano di tutto, ma non di una radio completa di giradischi, dal quale spesso si sentiva ad alto volume la voce di Otello Profazio o di altri cantanti folk che tessevano le lodi del “Brigante Musolino” attraverso dischi a 78 giri gracchianti e logorati dall’uso troppo frequente. Erano le rielaborazioni di canti popolari che rimandavano a un mito che durava e si moltiplicava da oltre un cinquantennio. Ua storia confusa che si autocelebrava nella larvata retorica della contrapposizione tra la figura dell’innocente perseguitato e quelle degli infami e dei malvagi che, secondo l’opinione più diffusa, lo avevavo quasi costretto a vivere nella macchia e a commettere i reati di cui si era macchiato.

       Una storia d'altri tempi funzionale ai poteri oscuri che dominarono la Calabria per buona parte del Novecento e a far dimenticare alla povera gente ben altri drammi sociali. Una  complessa e incredibile vicenda che iniziò a Santo Stefano d’Aspromonte alla fine dell’Ottocento, quando la vita scorreva dentro un equilibrio fragile: povertà, rivalità familiari, orgoglio comunitario, un senso di giustizia che non coincideva  sempre con la legge. In questo ambiente nasceva nel 1876 Giuseppe Musolino, il giovane che la stampa nazionale avrebbe trasformato nel “Re dell’Aspromonte” e che la cultura popolare, soprattutto attraverso canti, racconti e “istorie” a stampa, avrebbe trasformato in una figura quasi eroica: il bandito-giustiziere che cerca una giustizia negata dallo Stato. 
 
  
 
       Le prime testimonianze sulla sua giovinezza non sono molte, ma sono chiare. Negli atti del Tribunale di Reggio Calabria, redatti in occasione del processo del 1898, Musolino è descritto come «giovane di carattere impetuoso, incline alla rissa, ma non privo di una certa fierezza»¹. È un ritratto asciutto, privo di compiacimenti, che restituisce il clima di un paese dove la reputazione è una moneta che non si può perdere e dove ogni torto subìto tende a trasformarsi in debito d’onore da saldare. Proprio questa sensibilità all’onore e alla reputazione spiega perché, più tardi, la condanna percepita come ingiusta verrà letta dalle comunità non come un semplice fatto giudiziario, ma come un’offesa collettiva. 

     La vicenda che segna la sua vita si consuma in una notte di fine settembre 1897. Una rissa in un’osteria, un colpo di fucile, un uomo ferito: Vincenzo Zoccali. Il processo, celebrato l’anno successivo, è rapido e controverso. Il giornalista Amerigo Vespucci, che segue il caso e pubblica nel 1900 una monografia basata su colloqui diretti con Musolino, osserva che le testimonianze «si contraddicono apertamente, e lasciano il sospetto che il giovane non fosse l’unico responsabile dell’aggressione»². La sentenza è pesante: ventuno anni di reclusione. Vespucci riporta una frase che Musolino gli avrebbe detto durante una visita in carcere: «Non mi ascoltarono. Avevano già deciso»³. È una frase che non cerca giustificazioni: è la percezione di un uomo travolto da un meccanismo giudiziario più grande di lui, ma anche la chiave narrativa con cui il popolo comincerà a leggere la sua storia: quella di un innocente (o almeno di un colpevole “meno colpevole”) sacrificato da testimoni falsi e da un sistema distante.

     Il 9 gennaio 1899, Musolino evade dal carcere di Gerace Marina (Locri). Il rapporto dei Carabinieri, pubblicato integralmente da Morselli e De Sanctis nella loro monografia del 1903, racconta l’episodio con sobrietà: «Il detenuto scardinò una sbarra della finestra e si calò con una corda improvvisata»⁴. Nessuna leggenda, nessun prodigio: solo determinazione, conoscenza del luogo e un’occasione colta nel momento giusto. Da quel giorno, l’Aspromonte diventa il suo rifugio e la sua arma, ma anche il palcoscenico di un’epopea popolare. Le cronache della Tribuna e del Corriere della Sera tra il 1899 e il 1901 lo descrivono come un uomo capace di «muoversi nella montagna con rapidità sorprendente, aiutato da una rete di complicità che sfugge al controllo dello Stato»⁵. Il giornalista E. Crocco, inviato della Tribuna, pubblica fotografie e resoconti che contribuiscono a costruire l’immagine del “bandito gentiluomo”: un uomo che punisce i traditori ma rispetta i deboli, aiuta i poveri, e in alcuni episodi noti risparmia o protegge persone umili, alimentando l’archetipo del giustiziere solitario. È proprio questa selezione narrativa, diffusa da stampa e fogli popolari, a trasformare un latitante violento in una figura morale per molte comunità: non un santo, ma un “difensore” contro abusi percepiti come intollerabili.

      Parallelamente, la cultura popolare trasforma Musolino da bandito per caso in un personaggio epico. Nella Completa istoria di Giuseppe Musolino, Ciro Frojo raccoglie canti e testimonianze che restituiscono la percezione contadina della vicenda. In uno dei canti, la voce anonima del paese dice: «Cercava giustizia dove la legge non gliel’ha data»⁷. Non è un’agiografia: è la lettura di un mondo che interpreta la vicenda attraverso la lente dell’onore violato e della giustizia sostitutiva. In questi testi, spesso stampati come “istorie” a basso costo e diffusi oralmente, Musolino diventa “U re 'i l’Asprumunti”, un re senza corona che regna sulla montagna e impone un ordine alternativo a quello dello Stato, percepito come lontano, corrotto o parziale. La sua imprendibilità, la capacità di sfuggire per anni a rastrellamenti e a una taglia consistente, rafforza l’idea di un uomo “protetto” dalla montagna e dal consenso popolare: un eroe tragico, più vittima che carnefice, la cui ribellione appare “santa” perché nasce da un torto collettivo. 


     La cattura avviene il 22 ottobre 1901 ad Acqualagna, nelle Marche. Il rapporto ufficiale dei Carabinieri, riportato da Morselli e De Sanctis, narra l’episodio con precisione: Musolino inciampa in un filo teso tra due alberi, cade, viene immobilizzato⁸. La stampa trasforma il fatto in una formula che farà fortuna: «Quello che non poté un esercito, lo fece un filo»⁹. È una frase giornalistica, non una leggenda: nasce dalla penna di un cronista che vede nella sproporzione tra la caccia all’uomo e la sua conclusione un simbolo dell’intera vicenda. Ma proprio questa sproporzione alimenta il mito: se ci sono voluti anni, migliaia di uomini e una regia nazionale per prendere un solo bandito, allora la sua resistenza assume i tratti di un’impresa epica, degna di essere cantata e raccontata.

     Il processo di Lucca (1902) diventa un evento nazionale. La sala è gremita di giornalisti, curiosi, studiosi. Enrico Morselli e Sante De Sanctis, due dei più importanti psichiatri italiani, seguono il caso e pubblicano nel 1903 Biografia di un bandito. Giuseppe Musolino di fronte alla psichiatria ed alla sociologia, opera fondamentale per comprendere la ricezione scientifica del fenomeno. Scrivono: «Musolino non è un folle: è un uomo cresciuto in un ambiente che ha fatto della vendetta una forma di giustizia»¹⁰. Aggiungono però, nelle pagine successive, che «solo la minor parte dei suoi delitti risulterebbe ispirata dal sentimento della vendetta», mentre «dopo quella condanna comincia la serie delle stragi commesse in nome della giustizia e di una giustificata vendetta; da allora sorge nel popolo la convinzione che il giovane sia un innocente perseguitato, una vittima di falsi testimoni, e che santa sia la sua ribellione». È proprio questa convinzione popolare, più che la realtà dei fatti, a nutrire il mito: Musolino diventa il simbolo di una Calabria povera e periferica che si riconosce in un uomo che ha risposto allo Stato con la stessa moneta dell’ingiustizia subìta.

     Condannato all’ergastolo, Musolino trascorre gli ultimi anni nel manicomio di Reggio Calabria, dove muore nel 1956, lasciando nell’immaginario popolare un’eco potentissima della sua storia sfortunata e incredibile. Ma il mito non finisce con la sua morte: la sua figura continua a essere rielaborata in canzoni, racconti, film e studi, spesso accentuando gli aspetti che meglio si adattano all’archetipo del bandito-giustiziere e attenuando quelli più ambigui o crudeli.

      Nel secondo Novecento, la figura di Musolino continua a essere studiata. Giovanni De Nava, nella sua monografia Musolino. Il bandito dell’Aspromonte (1981), ricostruisce la vicenda con rigore archivistico, restituendo un’immagine meno mitica e più storica del personaggio. La montagna, tuttavia, conserva la sua voce: nei racconti, nei canti, nelle narrazioni tramandate oralmente, Musolino rimane il simbolo di un mondo che aveva cercato giustizia fuori dalla legge, contrapposto al mondo piccolo-borghese che invece ne aveva fatto un bandito, suo malgrado. È in questa tensione tra storia e mito, tra cronaca giudiziaria e immaginario collettivo, che si spiega perché “Peppe Musolino” sia diventato, nella cultura popolare orale, quasi un eroe: non perché fosse buono in senso assoluto, ma perché la sua biografia è stata letta come la metafora vivente di un’ingiustizia sociale e di una ribellione inevitabile.

Bruno Demasi 
__________ 
¹ Atti del Tribunale di Reggio Calabria, processo Zoccali, 1898. 
² A. Vespucci, Giuseppe Musolino, Napoli, 1900, p. 17. 
³ Ivi, p. 23. 
⁴ E. Morselli – S. De Sanctis, Biografia di un bandito, Treves, 1903, cap. VII. 
⁵ Corriere della Sera, 23 ottobre 1901 e vari articoli. 
⁶ E. Crocco, reportage per La Tribuna, 1900–1901. 
⁷ C. Frojo, Completa istoria di Giuseppe Musolino, 1902, pp. 45–52. 
⁸ Morselli – De Sanctis, op. cit., cap. VII. 
⁹ Corriere della Sera, 23 ottobre 1901. 
¹⁰ Morselli – De Sanctis, op. cit., p. 112.

domenica 6 settembre 2026

GIOMO TRICHILO: il poeta contadino di Siderno che diede voce alla Calabria più abbandonata ( di Bruno Demasi )

      Girolamo Trichilo, in arte Giomo, (Siderno Superiore, 17 gennaio 1847 – 23 maggio 1933), è una delle voci più autentiche e rappresentative della poesia dialettale calabrese tra Otto e Novecento.¹ Per decenni trascurato dalla critica accademica, è stato riscoperto grazie agli studi di Antonio Piromalli e alla pubblicazione della raccolta Poesie Scelte (Siderno, 1983), curata da S. Albanese e R. Ritorto.²

     Nato in una famiglia di umilissime origini contadine, Trichilo visse l’intera esistenza a contatto con il mondo rurale della Locride, lavorando come bovaro e massaro.³ Questa condizione di marginalità sociale non gli impedì di sviluppare una straordinaria sensibilità poetica, capace di trasformare l’esperienza quotidiana in versi di rara efficacia espressiva.⁴ Sposato con Caterina Moschilla, undici anni più giovane, ebbe sette figli (tre maschi e quattro femmine).⁵ Morì di polmonite il 23 maggio 1933, all’età di 86 anni, lasciando espressa volontà che sulla sua tomba fosse posta una semplice croce di ferro con la scritta: Trichilo Girolamo – Poeta.⁶

   La produzione poetica di Trichilo si caratterizza per la capacità di rappresentare gli aspetti sociali della Calabria postunitaria, con particolare attenzione alle piaghe del suo tempo: la povertà, l’emigrazione, le ingiustizie e le sopraffazioni operate dai notabili locali (sindaci, commercianti, preti).⁷ Non a caso Piromalli lo inserisce in quel filone della letteratura dialettale calabrese che «ha rappresentato soprattutto la protesta, in Calabria, del mondo subalterno».⁸ 

     L’emigrazione costituisce uno dei temi centrali della poesia trichiliana. Come osserva Piromalli ne La letteratura calabrese, «le variazioni intorno all’emigrazione sono il tema che ha come centro una Calabria alla quale si ritorna solo quando non si produce più lavoro, quando le braccia sono esauste e si sta per morire».⁹ Questa tematica si inserisce nel più ampio filone della poesia dialettale di protesta che caratterizza la letteratura calabrese tra Otto e Novecento, insieme ad autori come Vincenzo Padula e, più tardi, Enotrio (Corrado Alvaro).¹⁰

Tutti partimu e tutti la dassamu
chista terra di petri e chistu mari
e mu ndi veni vogghja mu tornamu,
avimu di mbecchjari.⁵

      Una parte consistente della produzione di Trichilo non fu mai stampata e sopravvisse a lungo solo per trasmissione orale, a conferma del suo radicamento nella cultura popolare della Locride.¹¹

Quandu nescivi patrima era a Merica.
Fici u sordatu e patrima era a Merica.
Mi maritai e patrima era a Merica.
Vinnaru i figghj e patrima era a Merica.
Màma moriu e patrima era a Merica.
Aguannu tornau patrima d’a Merica
pe nommu mori a Merica.⁹

    Il poeta manifestò anche una profonda devozione religiosa, testimoniata dai versi dedicati a San Francesco di Paola, pur non mancando di usare il sarcasmo contro i preti di Siderno rei di scandalo. La sua critica appare dunque più morale che teologica: rivolta contro i comportamenti scandalosi di alcuni membri del clero locale, non contro la fede in sé.

     Secondo gli studi critici, Trichilo possedeva una vena fertile e un verso facile e scorrevole, talvolta così musicale da potersi prestare a essere cantato in forma di stornello. Enzo D’Agostino, nell’introduzione al volume Poesie Scelte (1983), lo definisce sensibile al gusto del bello e dell’avventuroso, capace di esprimere una notevole carica di umanità e un senso vivo dell’amicizia. 

   Antonio Piromalli, ne La letteratura calabrese, osserva che Trichilo rappresenta un importante documento artistico e sociale della Calabria postunitaria, dell’età liberale e di quella fascista, con un’ideologia maturata «a contatto con il mondo della vita quotidiana». I suoi accenti sono carichi di una «psicologia collettiva vigorosa e fatalista», come indica l’uso frequente dell’avverbio destinatamente.

      Il principale studio monografico su Trichilo rimane l’articolo di Antonio Piromalli, Il mondo dialettale di Giomo Trichilo, pubblicato su «Historica», gennaio-marzo 1985, pp. 47–49 (voce 1985.27 nella bibliografia completa degli scritti di Piromalli).¹⁸ Questo saggio, insieme all’introduzione di Enzo D’Agostino alla raccolta Poesie Scelte (Siderno, 1983), costituisce il fondamento della critica trichiliana.Piromalli inserisce Trichilo nel più ampio quadro della letteratura dialettale calabrese del secondo Ottocento, che «ha rappresentato soprattutto la protesta, in Calabria, del mondo subalterno». Il dialetto, in quanto espressione della cultura popolare antagonista, fu contrastato dalla scuola, dalle istituzioni della società nazionale, dal fascismo e dalla borghesia nel Novecento. 

     In onore del poeta sidernese è stato istituito il Premio Letterario di Poesia Dialettale «Giomo Trichilo», organizzato dall’associazione culturale «L’Eco di Siderno». Nel corso delle edizioni sono stati assegnati anche premi alla carriera a figure di spicco della cultura locale, consolidando il ruolo del premio come volano di valorizzazione della tradizione poetica dialettale. Cronache su testate come Il Dispaccio, Eco della Locride, NtaCalabria e Lente Locale hanno documentato nel tempo le varie edizioni.
Bruno Demasi
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1. Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, 3ª ed., Cosenza, Pellegrini, 1996, 2 voll., in particolare il cap. XII («Cultura popolare e poesia in Enotrio. Altri dialettali»); 
2.S. Albanese, R. Ritorto (a cura di), Poesie Scelte, Siderno, 1983, con introduzione di Enzo D’Agostino.
3.Ivi.
4.Ivi.
5.Ivi.
6.Ivi.
7.Ivi.
8.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, cit.,cap XII
9.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, . cit.; p,194