domenica 28 giugno 2026

Laboratorio di scrittura: “SCALICI CU’ PANI” (Racconto di Nino Greco)

    “Scalici cu’ pani” è un racconto che porta con sé un’eco quasi pavesiana: la fedeltà alla terra, la dignità del lavoro, la malinconia trattenuta di chi sa che la vita si misura nei gesti più che nelle parole. Nino Greco ricostruisce un microcosmo rurale con una precisione affettuosa, mai nostalgica. Le costereje della vigna, «un lembo di terra cretosa e ostinata», diventano il teatro di un’educazione sentimentale: quella di un ragazzo che impara il tempo lungo della fatica e quello ancora più lungo della memoria. Attorno a lui si muove l’anta degli uomini, figure scolpite con una naturalezza che ricorda la grande tradizione del realismo meridionale: compare Rrocco, Peppe Menzu, il padre. Ognuno con la sua voce, il suo ritmo, la sua ironia. Il racconto trova il suo centro emotivo nella figura di compare Rrocco, uomo di poche parole e di molta sostanza, capace di attraversare la guerra civile spagnola con la stessa sobrietà con cui attraversa la vigna. «Ci cascammo tutti comu merri!», dice, e in quella frase c’è un intero trattato di antropologia: l’inganno, la povertà, la retorica che spinge gli ultimi verso guerre che non comprendono. La sua conclusione — «Meglio ’nu scalici cu’ pani nella mia terra» — è una filosofia di vita, un rifiuto istintivo delle grandi narrazioni ideologiche. (Bruno Demasi)

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    Le costereje di Sanzo erano quella parte di vigna dove la motozappa non poteva accedere: un lembo di terra cretosa e ostinata, che non cedeva alle modernità con la stessa caparbietà con cui le viti, tutte di agghjanico e magghjoccu, vi affondavano le radici da generazioni. Piantate e innestate in ordine sparso in un'epoca in cui la concezione del sesto era ancora lontana da venire, quelle piante sembravano obbedire a una logica tutta loro, antica e avversa al cambiamento. Ma non erano solo le costereje a reclamare la zappa: anche in altri punti la disposizione delle viti non consentiva l'accesso dei mezzi, quasi che il terreno volesse stabilire lui come essere trattato.

    Il lavoro paziente di mio padre aveva già modificato buona parte del vigneto. Anno dopo anno, con la tenacia silenziosa di chi sa che i frutti arrivano dopo, aveva piantato le barbatelle in linea e aspettato che l'arbusto diventasse abbastanza robusto da reggere l'innesto. I filari cominciavano a prendere corpo, anche sotto l'aspetto estetico.  Sparivano a poco a poco i pali di castagno con la punta abbruciacchiata, conficcati accanto a ogni pedi di vite per resistere all'umidità del terreno, e i tralci venivano legati, con fili di jinestrha, di juncu o con arbusti di salicaro, a un filo di ferro sorretto alle estremità da due pali più robusti. Al loro posto, ordine e geometria: piccoli cambiamenti cadenzati per trasformare la vigna senza violentarla.

    La mia indocile curiosità mi portava spesso a fargli domande, mentre lo seguivo tra le viti:

— Padre, perché non rifai il vitigno anche nelle costereje? Così eviti di chiamare ogni anno un'anta di uomini, e si risparmia anche qualcosa. 
— Avresti ragione — mi rispondeva, senza alzare gli occhi mentre lavorava — ma occorre tempo. Quelle laccate di vigna sono importanti per la riuscita e la tenuta del vino. Se la salute mi aiuterà, faremo anche questo lavoro.

    Procedeva per gradi, con metodo e con quella saggezza contadina che non si impara sui libri ma matura col tempo, fatica dopo fatica: cercava di rinnovare il vitigno senza stravolgere la bontà di quel vino, mantenendo una produzione costante.

    Non aveva fretta, o forse aveva imparato a fare i conti con il tempo in un modo che io, alla mia acerba età, non riuscivo ancora a decifrare. Quel faremo, però, lo capivo benissimo. Non mi faceva sentire né piccolo né inutile: mi rendeva partecipe, complice, parte di qualcosa che andava oltre la mia età. E con la forza incosciente dei miei undici anni cercavo di guadagnarmelo sul campo, quel posto; di meritare quel verbo al plurale che mi includeva nel suo progetto come si include un erede.

    Così, quando a marzo si cominciava a programmare la zappatura dei due terrazzamenti, per me era come l'aprirsi di una stagione di festa. Appena la scuola me lo permetteva, mi aggregavo all'anta, facevo il servente, mi rendevo utile come potevo. E inevitabilmente, mentre vagavo nei paraggi del tagghju, finivo per appoggiarmi al tronco di qualche albero da frutto ad ascoltare: i discorsi degli uomini, i racconti, gli aneddoti, le storie di vita che si intrecciavano tra un colpo di zappa e l'altro come trame di racconti remoti.

    Anche quell'anno chiamò per la zappatura i soliti, tutti suoi amici. Tra questi, due in particolare erano l'anima del gruppo: compare Rrocco e Peppe Menzu. Due lavoratori che, quando si piegavano sulla schiena per ribaltare a colpi di zappa quelle zolle di terra cretosa, facevano impressione per la forza che ci mettevano e per come il loro tagghju procedeva spedito, con la dedizione di chi sa trasformare la fatica in arte.

    Quelle ore di duro lavoro spesso riservavano dei veri momenti di leggerezza: bastava un aneddoto per far scattare le battute, e i più sagaci erano sempre loro, compare Rrocco e Peppe Menzu. Quest'ultimo aveva i tratti da caratterista e si sarebbe fatto onore come attore di strada in un film del neorealismo, specie se l'avessero lasciato andare a braccio: battuta sempre pronta e ghigno da furbo sotto i baffi neri, che andavano a esaltare i suoi tratti chiaramente mediterranei. Compare Rrocco, invece, portava su di sé un'autorevolezza naturale, quasi innata. Statura imponente, tanto che il marruggio della sua zappa era più lungo rispetto a quello degli altri, parlava a bassa voce, con l’attenzione di chi misura le parole nel tono e nella quantità, e non si capiva mai se ciò che diceva fosse cosa seria o battuta.

    Quando, dopo il pranzo, consumato all'ombra dell'unico ulivo della vigna, accanto alla casetta, dove ognuno condivideva con gli altri ciò che portava nella camella, con quella generosità senza cerimonie propria degli uomini abituati a poco, facevo il giro con il bottiglione di vino per la classica bevuta pomeridiana, lui, con tono serioso, sentenziava:

— Giovanotti, andate piano col vino! Siamo qui per zappare la vigna, non per potarla!

    Era il più anziano del gruppo, già oltre i cinquant'anni, eppure teneva il ritmo del tagghju come, se non meglio, di un ventenne. Era un omone che incuteva rispetto, di quella qualità silenziosa che non ha bisogno di esibirsi. E rivolgendosi a me, con mezzo sorriso appena accennato:

— Ninareju, a loro porta l'acqua: il vino non lo reggono. Portalo solo a me.

    Alludeva al fatto che bere troppo avrebbe fatto perdere il controllo della zappata, rischiando di tranciare al piede le viti, ma nella sua voce c'era anche l'ironia bonaria di chi sapeva di essere l'ultimo a cedere agli effetti provocati del vino.

    Fu in una di quelle giornate sospese tra fatica e racconto che gli chiesero della sua avventura nella guerra civile spagnola. Lui non si scompose e cominciò a narrare con la medesima placidità con cui avrebbe descritto un’uscita in piazza:

— Andai in Spagna con tanti altri perché ci dissero che c'era da fare "delle guardie" a delle città, per controllare i repubblicani. Con la promessa di guadagnare venti lire al giorno, che era più della paga di una giornata con la zappa.

    Lo raccontava con la stessa voce e la stessa calma di quando chiedeva a Peppe Menzu una cartina per rollarsi una sigaretta, come se quelle parole non recassero alcun peso, come se l'esperienza spagnola scivolasse via dalla memoria senza lasciare segni. Tacque un momento, la zappa ferma tra le mani, gli occhi persi in un punto lontano. Poi aggiunse, con quel mezzo sorriso che non tradiva mai se fosse serietà o ironia:

— Ci cascammo tutti comu merri! Partimmo. Ci imbarcarono a Napoli e sbarcammo a "Calice" (così lui chiamava Cadice). Nel piroscafo eravamo come sarde nel cugnetto, ma era più la fame che il resto ad averci indotto partire volontari.

    Chi cavolo conosceva Franco... Ciccio e Pascali! - e rise, di quella risata breve e secca di chi ride di sé stesso senza indulgenza, e dopo un momento riprese:

— Col passare dei giorni scoprimmo che la faccenda era più seria delle guardie che ci avevano promesso. Ci mandarono col solo moschetto in mano e i vestiti du munzeju a fare da contorno a una colonna di mezzi che, dopo due giorni di marcia, si dovette fermare perché avevano sbagliato strada!

Scosse la testa, con l'aria di chi non ha voglia di stupirsi:

— Ora 'a vinciumu a guerra! — chiosò. E dopo un po' riprese, più quieto, come se parlasse tra sé: — Dopo pochi mesi mi sono tirato il paro e il disparo, mi sono dichiarato "esaurito" e il medico dispose il mio rientro in Italia. Meglio 'nu scalici cu pani nella mia terra che venti lire al giorno per fare una guerra a n'atru pizzu i mundu.

   Poi, come a sigillare il racconto con la saggezza di uomo navigato, disse:

— Cu 'ndavi a ligna o sdirrupu sa 'nchiana o chianu!

    Il ricordo di compare Rrocco mi tornò in mente un po’ di anni dopo, quando lessi Per chi suona la campana. Sospesi la lettura per un attimo e ripensai a quel racconto quasi naïf di quell'uomo capace di portare il peso di quel ricordo con la stessa agilità con cui portava il peso della zappa, senza enfasi, senza risentimento, con la dignità sobria di chi ne ha viste tante e ne è uscito intatto nell'anima. Quel ricordo mi strappò un sorriso. Di certo un contadino calabrese analfabeta, in quegli anni, non avrebbe mai avuto come primo pensiero i franchisti o i repubblicani, il bolscevismo o il fascismo. Bastava un imbonitore titolato e una buona dose di retorica per fare leva sull'ingenuità delle persone e sulla loro povertà, per riuscire a mandarle in guerra come si conduce il bestiame alla fera.

    Anche quell'anno la vigna fu zappata. E mio padre, fedele a un'abitudine che aveva tutti i tratti del rito, la domenica successiva all'ultimo giorno di lavoro invitava a casa tutti coloro che avevano lavorato nella vigna. Arrivarono prima di mezzogiorno, puntuali. Io ebbi il solito compito di andare alla gucceria di donna Lisuzza a comprare tre chili (a volte anche più) di sangunazzu, e lo portai ancora caldo dentro una pentola che avevo portato da casa, per il piacere degli uomini dell'anta, e anche nostro, a dire il vero.

    Un bicchiere di vino brindato alla salute di tutti rese ancora più sereni quei momenti. Non mancarono le risate, gli aneddoti e le battute di Peppe Menzu e compare Rrocco; quest'ultimo si burlava bonariamente di Peppe che, per non perdere tempo col sangunazzu, lo poggiava sul palmo della mano e lo risucchiava come fosse una ricotta appena quagliata: usare qualcosa, per lui, era superfluo.

Nino Greco

sabato 27 giugno 2026

FRANCESCO PERRI: IL PROFETA RIBELLE CHE CANTÒ LA CALABRIA PIU’ BUIA ( di Bruno Demasi )

     Francesco Perri nasce a Careri, nel 1885, primogenito di cinque figli, in una casa dove la povertà è superata soltanto dalla dignità antica del lavoro e del sacrificio quotidiano. Il Seminario di Gerace lo accoglie presto come un rifugio. Studia, legge, osserva. Poi l’Orfanotrofio Lanza di Reggio Calabria, dove lavora come istitutore e completa da privatista gli studi ginnasiali. È qui che annota in un quaderno una frase che non pubblicherà mai, ma che sembra la chiave di tutta la sua opera: «la miseria non è un accidente, è un sistema»¹. Non è ancora lo scrittore, non è ancora il polemista, ma è già l’uomo che non accetterà mai la rassegnazione come forma di sopravvivenza.

     Il concorso postale del 1908 è la sua prima fuga e la sua prima liberazione. Lo porta a Fossano, poi a Torino, dove si laurea in giurisprudenza e soprattutto scopre un ambiente che gli somiglia: repubblicani, mazziniani, laici, democratici. Qui si forma il Perri che conosciamo: l’intellettuale che non cerca salotti; il polemista che non cerca consenso, ma verità, in un tempo in cui, come oggi, dire la verità rendeva molto sospetti e odiati.

   La Grande Guerra arriva come una rivelazione brutale. Parte volontario, convinto che il conflitto sia anche una battaglia morale. Torna con la febbre spagnola, con la memoria di Caporetto, con la certezza che la retorica patriottica è un inganno. In La rapsodia di Caporetto (1919) scrive: «Non vidi eroi, ma uomini stanchi; non vidi viltà, ma fame, febbre, paura. La patria era un nome troppo grande per quelle trincee fangose»². È una frase che gli aliena simpatie, ma gli conquista il rispetto di Benedetto Croce. La guerra gli ha insegnato che la verità non è mai comoda e che, proprio per questo, è necessario proclamarla sempre e comunque
   Tra il 1919 e il 1925 Perri diventa una delle voci più scomode del giornalismo repubblicano. Scrive per L’Italia del Popolo e La Voce Repubblicana, attacca gli squadristi quando molti ancora li considerano una “energia nazionale”, denuncia il latifondo calabrese, le complicità dei notabili, la violenza delle istituzioni. In un articolo del 1922 afferma: «Il contadino calabrese non chiede la luna: chiede la terra che lavora. E per questo lo chiamano sovversivo»³. È un antifascista precoce, e il regime lo punisce con un gesto subdolo: nel 1926 viene “messo a riposo” dalle Poste. Non è un licenziamento, è un avvertimento. Ma Perri non è un uomo che si lascia intimidire.
  
     Proprio in quell’anno pubblica I conquistatori, un romanzo che è insieme denuncia sociale, documento storico e atto d’accusa. Ambientato in Lomellina, racconta la violenza agraria e politica del Nord industriale, mostrando che l’Italia non è divisa solo tra Nord e Sud, ma tra potenti e poveri. «Il potere non ha patria: ha solo interesse. E l’interesse, quando è minacciato, diventa violenza»⁴, scrive in una delle pagine più dure. Il romanzo gli costa persecuzioni e isolamento, ma gli dà una notevole visibilità nazionale perchè non è un libro conosolatortio, ma un coraggioso atto di denuncia sociale e civile..

     Due anni dopo, nel 1928, pubblica Emigranti, il suo capolavoro, pubblicato e ripubblicato a varie riprese da diverse case editrici Non è un romanzo sull’emigrazione: è un romanzo sulla Calabria abbandonata, sulla ferita antropologica di una terra che manda via i suoi figli e li riprende solo quando sono sconfitti. La comunità di Pandore -  metafora di Careri - è un microcosmo di miseria, dignità, fatalismo e resistenza. Perri non indulge nel pittoresco: osserva, registra, giudica. «Partivano con la valigia di cartone e il cuore pieno di speranza. Tornavano con la valigia piena di dolori e il cuore vuoto»⁵. Emigranti vince il Premio Mondadori, ma soprattutto diventa un testo fondativo del meridionalismo narrativo: un romanzo che non racconta solo la Calabria, ma quell'’Italia che la Calabria non vuole vedere.
   
     Gli anni successivi sono un intreccio di romanzi storici, civili, lirici: Favola bella (1929), Il discepolo ignoto (1940), Capitan Bavastro, La missione del Redentore, Fra Diavolo, Nel paese dell’ulivo, L’amante di zia Amalietta (1958), fino all’ultimo, La storia del lupo Kola. che per diversi anni ho adottato come libro di narrativa da leggere nelle mie classi terminali di scuola media. Sono libri diversi, ma tutti intrisi della stessa tensione: la letteratura come responsabilità. Dopo la Liberazione dirige La Tribuna del Popolo e poi La Voce Repubblicana, rimanendo fedele a un’idea di democrazia laica, sociale, non negoziabile. In una lettera del 1950 scrive: «Non ho mai scritto per piacere. Ho scritto per necessità. La mia e quella degli altri»⁶. È la sua poetica, la sua autobiografia in una sola frase. Eppure, per decenni, Perri è stato confinato in un recinto regionale che non gli apparteneva. La sua Calabria è stata ridotta a folclore. È questa la Calabria negata nella storia e nella letteratura, negata persino nella coscienza nazionale. 

   Perri ha passato la vita a restituirle verità, e per questo è stato un ribelle, non per scelta, ma quasi per obbligo morale. Non un polemista per temperamento, ma per fedeltà alla realtà di questa terra. Oggi, mentre gli studi più recenti lo riportano al centro del Novecento italiano, la sua voce torna a tuonare e a ricordarci che la Calabria non è solo periferia, che l’emigrazione non è solo un tragico destino, ma una condanna e che la giustizia negata non è un tema che riguarda solo alcuni, ma una vicenda collettiva.

Bruno Demasi


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1. Quaderno giovanile di Francesco Perri, citato in C. Caminiti, Francesco Perri. L’uomo e lo scrittore, Centro Studi F. Perri, 2023.
2.  F. Perri, La rapsodia di Caporetto, Milano, 1919, p. 14.
3. F. Perri, articolo su La Voce Repubblicana, 12 marzo 1922.
4. F. Perri, I conquistatori, Milano, Mondadori, 1926, p. 87.
5. F. Perri, Emigranti, Milano, Mondadori, 1928, p. 112.
6. Lettera a G. Perri, Archivio del Centro Studi Francesco Perri, Fondo Epistolare, 1950.

giovedì 25 giugno 2026

Il santuario invisibile: PIETRA CAPPA E L’ASPROMONTE PRIMA DELLA STORIA (di Bruno Demasi)

    Nel cuore dell’Aspromonte orientale, dove le vallate di Careri e Natile si aprono come incisioni profonde nel massiccio, Pietra Cappa emerge come una presenza che non si lascia leggere come fenomeno geologico né come reperto archeologico. È un monolite alto quasi cento metri, isolato, verticale, che domina un paesaggio di rocce modellate dal tempo e da mani antiche. Attorno a esso si sviluppa un complesso rupestre fatto di tombe a forno, vasche levigate, canalette, ambienti scavati nella roccia: un insieme che non trova paralleli certi nel resto della penisola. 

    La prima impressione è quella di un luogo che sfugge ancora alla storia. Non perché manchino gli studi, ma perché gli studi non bastano. Gli archeologi collocano il complesso in un orizzonte protostorico, tra l’Eneolitico e l’età del Bronzo, ma nessuna attribuzione culturale è definitiva. Le tombe ricordano modelli caucasici; le vasche sembrano destinate a riti dell’acqua; le canalette suggeriscono un uso rituale delle acque meteoriche. È un paesaggio scavato da mani che non conosciamo, e che non hanno lasciato eredi. 
 
  Antonino Pagliaro, riflettendo sulla Calabria arcaica, osservava che qui «la storia non comincia con la scrittura, ma con la pietra»¹. Pietra Cappa sembra confermare questa intuizione: è un archivio senza informazioni, un deposito di espressioni che non hanno trovato traduzione nelle lingue successive. L’Aspromonte, in questo punto, non è un altopiano: è un testo geologico che resiste alla lettura.

    Dal punto di vista geologico, Pietra Cappa appartiene al complesso delle rocce metamorfiche paleozoiche dell’Aspromonte, modellate da processi erosivi che hanno isolato il monolite dal resto del massiccio. La sua forma attuale è il risultato di un lungo processo di esfoliazione e crolli selettivi, che hanno lasciato in piedi un nucleo più resistente. Gli studi del geologo Domenico Raso, uno dei più attenti conoscitori del territorio, sottolineano come la morfologia del monolite sia «il prodotto di una resistenza differenziale che ha trasformato un antico rilievo in un’architettura naturale di rara imponenza»².Ma la geologia non basta a spiegare il resto: le vasche, le canalette, gli ambienti scavati. Qui la mano umana è evidente, e tuttavia non riconducibile a un modello noto. Il complesso rupestre di Pietra Cappa non è greco, non è romano, non è bizantino, non è medievale. È più antico. E soprattutto: non ha confronti diretti in Italia. 
 
    Vito Teti, parlando dei paesi interni, scrive che «i luoghi abbandonati non sono mai vuoti: sono pieni di ciò che non sappiamo più vedere»³. Pietra Cappa è esattamente questo: un pieno che appare come vuoto, un eccesso che si presenta come mancanza. Non è un sito archeologico nel senso canonico del termine: è un paesaggio‑documento, un frammento di mondo che non ha generato una narrazione dominante e che proprio per questo conserva una forza singolare. Gli studi di Saverio Di Bella e di Giuseppe Caridi, dedicati alla storia insediativa dell’Aspromonte, mostrano come l’area di Natile e Careri sia stata abitata in modo intermittente, con fasi di intensa antropizzazione e lunghi periodi di abbandono⁴. Pietra Cappa si colloca in questa oscillazione: un luogo che emerge e scompare, che si offre e si sottrae, che non si lascia fissare in un’unica epoca.

    La leggenda del “gigante addormentato”, pur suggestiva, non è necessaria per comprendere il luogo. È un tentativo di umanizzare ciò che umano non è. L’interesse di Pietra Cappa non sta nel mito, ma nella sua eccedenza materiale: nella sproporzione tra la precisione delle forme rupestri e l’assenza di un contesto culturale definito.

In un tempo che tende a consumare i luoghi riducendoli a funzioni — turismo, identità, marketing territoriale — Pietra Cappa rappresenta una forma di resistenza. Non offre un racconto facile, non si presta a essere simbolo, non si lascia ridurre a “attrazione”. È un luogo che chiede attenzione e rispetto perché il paesaggio aspromontano, come scriveva Corrado Alvaro, «non si lascia amare subito: bisogna impararlo»⁵. Pietra Cappa è uno dei luoghi in cui questo apprendimento diventa più evidente: un luogo che non si concede, ma che si conquista con lentezza.

    Forse la lezione civile di Pietra Cappa è proprio questa: ricordarci che esistono spazi che non devono essere spiegati, ma riconosciuti. Che la storia non è soltanto ciò che sappiamo, ma anche ciò che non riusciamo più a comprendere. E che l’Aspromonte, quando lo si osserva senza pregiudizi, è una montagna c he, come poche altre, sa interrogare chi la percorre e chi l'ama.

Bruno Demasi

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1.  Antonino Pagliaro, Lingua e cultura nella Calabria antica, Roma, 1955, p. 12.
2. Domenico Raso, Aspromonte. Geologia e paesaggi, Reggio Calabria, 1998, pp. 44‑47.
3. Vito Teti, Il senso dei luoghi, Donzelli, 2004, p. 27.
4. Saverio Di Bella – Giuseppe Caridi, Storia dell’Aspromonte, Città del Sole, 1992, pp. 33‑52.
5. Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, 1930, p. 9.

martedì 23 giugno 2026

QUANDO LA LETTERATRURA DENUNCIA APERTAMENTE LA CALABRIA DEL CAPORALATO DI IERI E DI OGGI (di Bruno Demasi)


    La recente notte di Amendolara ha visto un’auto trasformata in una trappola, chiusa dall’esterno, data alle fiamme con quattro braccianti stranieri dentro: un gesto che non appartiene alla modernità, ma a un’epoca arcaica, quasi tribale, in cui il fuoco era strumento di punizione e di dominio. Eppure è accaduto qui, nella Calabria del 2026, in una campagna che profuma di erbe selvatiche e di mare, ma che conosce anche l’odore acre della paura. Il fuoco di Amendolara non è solo un delitto, è un messaggio. È la lingua antica del potere che torna a parlare, come se la storia avesse deciso di ripetersi con una crudeltà quasi rituale.

    Chi conosce questa terra sa che il caporalato non è un corpo estraneo, non è una metastasi recente. È un’eredità scomoda, e feroce. La Calabria ha conosciuto per secoli forme di dominio sul lavoro che precedono di molto la parola “caporale”: gabelloti, campieri, massari, affittuari, guardiani armati. Figure intermedie, spesso più spietate dei padroni stessi, perché il loro potere era fragile, delegato, proprio per questo esercitato con un eccesso di zelo.

    Corrado Alvaro scriveva in Gente in Aspromonte che “il potere era nelle mani di chi non aveva nulla, se non il diritto di comandare”¹ . È una frase che sembra risuonare nella lamiera contorta dell’auto bruciata: il potere minimo, quando non ha altro modo di esistere, diventa potere massimo. Il gabelloto di ieri e il caporale di oggi condividono lo setsso atteggiamento: non possiedono la terra, non possiedono i mezzi, possiedono solo i corpi degli altri.E i corpi, in Calabria, hanno pagato un prezzo altissimo. Il 28 novembre 1946 a Calabricata cadeva Giuditta Levato, giovane contadina incinta che difendeva il diritto alla terra. La sua morte è un simbolo che non smette di sanguinare. La cronaca dell’epoca racconta che fu colpita mentre avanzava con altre donne, portando un bambino in braccio. Il bambino si salvò, lei no. La sua figura attraversa la storia come una ferita aperta: una donna povera che sfida un sistema secolare di soprusi e viene abbattuta come un animale da soma.

    Saverio Strati, che conosceva bene quel mondo, scriverà anni dopo che “la terra non era solo terra: era destino, era condanna, era promessa”². Strati, in Il selvaggio di Santa Venere, racconta contadini e muratori che vivono in una gerarchia rigida, dove il caposquadra è un piccolo sovrano e il padrone un’entità distante, quasi metafisica. In un passaggio memorabile descrive un reclutatore che “sceglieva gli uomini come si scelgono gli animali da soma, guardando le spalle, le mani, il silenzio”³ . È la stessa logica che oggi regola la selezione dei braccianti stranieri: non importa chi sei, importa quanto resisti. 

  Le lotte contadine del dopoguerra — Melissa, Africo, San Luca, Longobucco, Messignadi — sono pagine di una Calabria che ha conosciuto la violenza come strumento di governo. I campieri sparavano, i gabelloti decidevano, i contadini morivano. Il caporalato di oggi non è altro che la versione aggiornata di quella stessa logica: il lavoro come dominio, non come diritto.

    Fortunato Seminara, ne Le baracche, racconta i braccianti che “vivevano come in prestito, sospesi tra la fame e la speranza”⁴, descrive la miseria senza compiacimento, con una pietas asciutta, quasi documentaria. Ne La masseria, la figura del massaro — intermedio tra padrone e contadini — è tratteggiata con una precisione che sembra anticipare i caporali moderni: “decideva il pane e la fame, il lavoro e l’ozio, la vita e la rovina”⁵ . È una frase che potrebbe essere pronunciata oggi da un bracciante africano nella Piana di Gioia Tauro.

    La letteratura calabrese ha registrato tutto, molto prima dei giornali. Alvaro, Strati, Seminara: tre atteggiamenti diversi, tre epoche diverse, un’unica diagnosi. E poi Carmine Abate, che porta questa tradizione nel presente, quando In Il muro dei muri racconta i migranti stagionali che vivono in baracche e lavorano sotto il controllo di figure che non hanno bisogno di essere chiamate “caporali” per esserlo. Scrive: “Le mani degli uomini parlavano più delle loro parole”⁶. Sono mani che raccolgono, che tremano, che chiedono. Abate, figlio di emigranti, conosce la doppia ferita: quella di chi parte e quella di chi arriva.

    La Calabria è una terra che ricorda e dimentica allo stesso tempo. Ricorda le lotte contadine, dimentica le condizioni che le hanno rese necessarie. L’auto bruciata di Amendolara non è un episodio isolato: è un simbolo. Dentro quel fuoco c’è la storia dei campieri che sorvegliavano i campi, dei gabelloti che decidevano la vita dei contadini, dei padroni che non vedevano. E c’è la storia dei migranti che oggi raccolgono frutti che non mangeranno mai, vivendo in condizioni che la letteratura calabrese aveva già denunciato un secolo fa. Il caporalato non è un fenomeno criminale: è un sistema fatto di silenzi e di convenienze. È antico e moderno, la parte oscura di una terra che sa essere generosa, ma che continua a lasciare soli i più deboli, magari fingendo di volerli scacciare o applaudendo e votando l’ultimo scalzacani di turno che abbaia contro gli immigrati.

    Soltanto la nostra letteratura ci ricorda che la violenza nel lavoro non è solo un incidente: è una struttura di potere che, lo si voglia o no, continua a persistere. E finché non la riconosceremo come tale, il fuoco continuerà ad ardere.

                                                                                                                Bruno Dermasi

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1. Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, Bompiani, 1930, p. 47.
2. Saverio Strati, Il selvaggio di Santa Venere, Milano, Mondadori, 1977, p. 112.
3. Ivi, p. 89.
4. Fortunato Seminara, Le baracche, Firenze, Vallecchi, 1954, p. 56.
5. Fortunato Seminara, La masseria, Firenze, Vallecchi, 1953, p. 103.
6. Carmine Abate, Il muro dei muri, Milano, Mondadori, 2006, p. 71.

lunedì 22 giugno 2026

La montagna che parlava greco: GERHARD ROHLFS E LA RIVELAZIONE ASPROMONTANA ( di Bruno Demasi )


     L’incontro di Gerhard Rohlfs con l’Aspromonte non nacque da un progetto di ricerca, ma da un episodio inatteso durante la Grande Guerra. In un campo di prigionia, tra il brusio dei soldati, egli udì alcuni giovani parlare una lingua che gli parve greca. Non era il greco dei manuali universitari: era un idioma montano, ruvido, ma attraversato da una vitalità arcaica. Solo in seguito scoprì che quelle persone non provenivano dall’Egeo, bensì dal territorio di Bova, l’area grecofona dell’Aspromonte¹.  Quel malinteso, scambiare per greci dei calabresi, fu per lui una rivelazione. Gli mostrò che esistevano luoghi in cui la storia linguistica non era un reperto, ma una presenza viva; luoghi in cui la continuità mediterranea non si era interrotta. Da allora l’Aspromonte divenne per Rohlfs un orizzonte privilegiato di ricerca. In quegli anni, la stampa culturale tedesca lo avrebbe definito «l’archeologo delle parole», un epiteto che egli accolse con ironia ma che ben sintetizza la sua vocazione a scavare nelle profondità linguistiche².

     Nato a Berlino il 14 luglio 1892 e morto a Tubinga il 12 settembre 1986, Rohlfs è ricordato come uno dei maggiori glottologi e dialettologi del Novecento. Formatosi tra Berlino e Grenoble, docente di Filologia romanza a Tubinga e poi a Monaco, già nel 1914, giovane studioso inquieto, intraprese i primi viaggi verso «le fonti delle lingue romanze»³, muovendosi a piedi tra Svizzera, Italia settentrionale e Puglia. In questo vagabondare metodico maturò l’interesse per la Calabria, che gli apparve come un laboratorio linguistico di straordinaria complessità. Negli anni Venti iniziò a frequentare sistematicamente l’area grecanica. La Bovesìa, con il suo centro simbolico in Bova, custodiva una varietà di greco che Rohlfs interpretò come erede dell’ellenismo magnogreco, opponendosi alla tesi — allora prevalente — che ne attribuiva l’origine al periodo bizantino⁴. La sua posizione, discussa ma influente, contribuì a riportare l’attenzione internazionale sulla lunga durata della grecità italomeridionale.

    Il metodo di Rohlfs era radicalmente empirico. Visitò centinaia di paesi, spesso a piedi o a dorso di mulo; frequentò osterie, cucine, piazze; ascoltò il parlato quotidiano; raccolse lessico, soprannomi, toponimi. Un testimone ricorda: «Parlava il nostro dialetto come uno di noi. Salutava tutti con un affettuoso: “ne vidimu”»⁵. Accanto alla parola, coltivò la fotografia. Le sue immagini — oggi oggetto di mostre e studi — sono state definite «una miniera per gli studiosi di cultura popolare»⁶: ritraggono volti, atteggiamenti, paesaggi, restituendo una Calabria ancora contadina ma già attraversata dalle trasformazioni del Novecento.

    La cronologia dei suoi viaggi non è ricostruibile in modo puntuale, ma le fonti permettono di delineare una sequenza coerente: primi contatti tra il 1914 e il 1918; viaggi sistematici negli anni Venti; raccolta del materiale per il Dizionario dialettale delle Tre Calabrie tra il 1921 e il 1939⁷; ulteriori campagne negli anni Trenta e Quaranta; raccolta del Vocabolario supplementare tra il 1964 e il 1967⁸; frequenti ritorni negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta; un viaggio documentato da Rocco Liberti nel 1977¹²; uno degli ultimi soggiorni nel 1983¹³. Una fedeltà lunga quasi settant’anni, rara nella storia della dialettologia europea.

    Da questi itinerari nacquero opere monumentali: il Dizionario dialettale delle Tre Calabrie⁷, il Vocabolario supplementare⁸, il Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria⁹, il Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria¹⁰. Insieme agli studi sulla unteritalienische Gräzität, esse conferirono alla Calabria una centralità scientifica fino ad allora impensabile¹¹. La regione, spesso marginalizzata nella storiografia nazionale, divenne grazie a lui un crocevia di memorie linguistiche e un archivio vivente della storia mediterranea.

    Tra le testimonianze più significative della sua presenza nell’Aspromonte interno vi è il racconto di Rocco Liberti, pubblicato su Hagia Agathè nel 2025¹². Liberti ricorda l’arrivo di Rohlfs a Tresilico nel 1977, il cercare l’abitazione di mons. Giuseppe Pignataro, la sosta in Comune a Oppido, la conversazione sul vernacolo e sui cognomi: episodi che confermano il suo metodo fondato sul contatto diretto con la gente che si esprimeva esclusivamente in dialetto.

    Nel panorama degli studi linguistici del Novecento, la figura di Rohlfs dialoga idealmente con quella di Giuseppe Alessio. Non antagonisti, ma complementari: il primo costruì la sua opera attraverso un metodo itinerante, etnografico; il secondo attraverso un metodo filologico, archivistico. Se Rohlfs cercava la voce dei paesi, Alessio cercava la voce dei testi. Entrambi riconobbero nei dialetti, nei toponimi e nei cognomi calabresi non residui folklorici, ma testimonianze profonde della storia mediterranea.
    Le fonti biografiche insistono sul fatto che Rohlfs tornò in Calabria molte volte, spesso accompagnato dalla figlia, e che la regione divenne per lui una sorta di seconda patria. Una targa a Badolato lo definisce «il più calabrese dei figli di Germania». Pietro Citati, ricordando la sua amicizia con lui, sottolineò la sua passione per l’Italia e per i dialetti, e il ruolo centrale della sua Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti¹⁴.

    L’eredità di Rohlfs è duplice. Da un lato, scientifica: ha fornito strumenti lessicografici e grammaticali di ampiezza ancora insuperata. Dall’altro, culturale: ha riconosciuto dignità a comunità spesso marginalizzate, mostrando che i loro dialetti, i loro cognomi, i loro soprannomi sono parte integrante della storia europea. Grazie ai suoi viaggi, l’Aspromonte non è più un luogo marginale, ma un santuario di memoria linguistica e di voci antichissime che continuano a risuonare.

Bruno Demasi

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1. Francesca De Simone, «Gerhard Rohlfs, l’archeologo delle parole…», Berlino Magazine, 27 agosto 2018; episodio del campo di prigionia.
2.Ivi.
3. De Simone, sui primi viaggi verso «le fonti delle lingue romanze»  in Berlino Magazine, cit.
4.Treccani, voce «Rohlfs, Gerhard», sulla tesi magnogreca.
5. De Simone, art. cit., per la testimonianza «ne vidimu».
6. Ivi, sulle fotografie come «miniera per gli studiosi di cultura popolare».
7. Dizionario dialettale delle Tre Calabrie, Halle–Milano, Niemeyer–Hoepli, 1932–1939.
8. Vocabolario supplementare dei dialetti delle Tre Calabrie, 1964–1967.
9. Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, 1974.
10. Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria, 1979.
11. Treccani, voce «Rohlfs, Gerhard», sugli studi sulla unteritalienische Gräzität.
12. Rocco Liberti, «Un teutonico calabrese di passaggio a Oppido…», Hagia Agathè, 10 febbraio 2025.
13. Documentazione sul soggiorno del 1983 (fonti locali e testimonianze in Berlino Magazine, cit.).
14. Pietro Citati, «La lingua di Gerhard Rohlfs», la Repubblica, 3 gennaio 2022.

domenica 21 giugno 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: GIROLAMO ORTI MANARA (1825) (di Rocco Liberti)

     In questo suo nuovo contributo dedicato a Girolamo Orti Manara, uno dei più curiosi e irregolari viaggiatori dell’Ottocento, Rocco Liberti riesce a condensare in uno spazio breve un’intera serie di temi: la cultura antiquaria del tempo, la percezione del Sud da parte dei letterati del Nord, la fortuna editoriale di un autore spesso confuso con il figlio. Il pregio dell’articolo sta ancora una volta nella sua precisione. Liberti non si limita a riassumere il Viaggio alle Due Sicilie del 1825, ne ricostruisce la genesi editoriale e ne chiarisce le ambiguità biografiche, mettendo in rilievo i passi più vivi, quelli in cui Orti Manara, pur dichiarando scarso interesse per la Calabria, finisce per lasciarci osservazioni preziose sul paesaggio, sui miti dello Stretto, sulle antiche città brutie. Bastano poche righe, scelte con cura, per restituire l’immaginario di un’epoca e la voce di un viaggiatore che oscillava tra erudizione, pregiudizio e inatteso stupore. La sintesi è esemplare: asciutta e densa in un racconto che scorre con naturalezza. Un tassello ulteriore nel lavoro di rivisitazione dei viaggiatori dell’Ottocento, come sempre, rigoroso e capace di far parlare le fonti senza forzature.(Bruno Demasi)

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   Il nobile Girolamo Orti Manara ha compiuto anche lui un giro in Sicilia nel primo Ottocento. Nonostante si sia occupato quasi per intero relativamente ai giorni trascorsi nell’isola, non ha tuttavia mancato di lasciarci anche se brevemente le sue osservazioni su alcune realtà calabresi. Naturalmente, restava sempre in auge il riferimento ai mitici ricordi che si affacciavano alla mente di chi si avventurava nelle terre del sud. Figlio di un conte e di una marchesa, è nato a Verona nel 1769 e ha studiato nel collegio S. Carlo di Modena. Amico dei Pindemonte e di altri letterati, si è dato anche lui alla poesia sfornando numerose composizioni, che ha alternato a traduzioni di classici latini o di lavori in lingua inglese e francese. È stato attento all’elaborazione di tragedie, ma il suo impegno maggiore e di qualche interesse riguarda soprattutto le relazioni di viaggi per l’Europa, che sono stati compresi in due tomi distinti in “Itinerario scientifico di varie parti d’Europa” e “Itinerario d’Italia” editi a Pietroburgo tra 1806 e 1807 [1]. È stato pubblicato nel 1825 il libro sull’escursione nel reame delle Due Sicilie (Viaggio alle Due Sicilie ovvero il giovane antiquario, Verona Dalla Tipografia Tommasi Editrice), una spedizione alla quale ha associato il figlio Giovanni Girolamo avuto nel 1803, ch’è stato uno studioso di antiquaria ed è morto nel 1858. Girolamo, deceduto nel 1845 nella stessa Verona, è stato spesso confuso col figlio[2].

   Il nobile scrittore è partito per l’esplorazione nelle terre del sud dalla sua Verona e prima tappa, da quanto si rileva, è stata Roma con i suoi vetusti monumenti, la sua storia e le sue peculiarità, che ha fatto conoscere al figlio guidandolo amorevolmente. In successione è passato a Napoli e alla Campania e per il momento tutto è culminato con l’arrivo a Pesto (Paestum) e la visita a quanto era già emerso. Da Paestum, via Salerno, ha fatto rientro a Napoli. La Calabria restava fuori dai suoi interessi in quanto di scarsa attrattiva. Così infatti ha scritto a proposito: «Non ci curammo di oltrepassare questa città (il riferimento è a Paestum). Tutta la Calabria fino a Reggio, lungo il mare Tirreno ed il Jonio, benché già posseduta dai Greci, e dai Romani, ora non offre, a comune assenso, che qualche lapida, od iscrizione».

     La partenza per Messina è avvenuta al porto di Napoli su un brigantino e in attinenza al viaggio non è assente nel resoconto un iniziale accenno alle «calabresi montagne, e notabilmente di Policastro, Cosenza e Pizzo o antica Nepezia» che «sollevano un poco il cruccio e l’indisposizione della mente». Per Nepezia così preciserà poi nelle note: «Nepitia, o Nepizia era una città de’ servili Brutiani, Spartani di origine, e così detti perché stupidi a guisa di bruti, non che vili e disprezzati quai traditori dei Romani».

     Erano trascorse ben tre notti, ma le condizioni del mare non permettevano un rapido arrivo sulla costa sicula, per cui al viaggiatore veronese non rimaneva che fantasticare di poter avvertire da lontano il latrare dei due terribili cani Scilla e Cariddi prodotti dalla fantasia dei poeti, ma quel suono proprio non si faceva sentire. Al mattino, d’improvviso, essendo soffiato un dolce venticello, si sono offerte alfine le invocate coste. Ecco il passaggio dello Stretto nell’ispirata descrizione fattane: «Passammo senza periglio que’ due formidabili gorghi, pure in quella notte tranquilli. Giace Cariddi dalla parte dell’ameno Peloro, già dalle Sirene abitato: Scilla dalla parte d’Italia, ed è così chiamato da un vago borgo de’ Calabri Butieni, che sporge sul mare: ambi s’increspano appena in tempo di calma, ma in burrasca rumorosissimi e furiosi ingojano ogni nave, massimo se le due opposte maree gli attraversino. Trasportano essi ne’ loro abissi gli antiquarj a visitare le rupi, che univano, a quanto dicesi, la Sicilia all’Italia, e ad esaminare gli antichissimi ruderi de’ sovrapposti edificj, che tremuoti, e inondazioni impetuose in un con quelle affondarono».

    Sempre alle note l’Orti Manara ha infine affidato alcuni particolari circa l’attraversamento dello Stretto, la probabile posizione di Cariddi e la distanza tra le due rive, tutte conoscenze che sicuramente avrà mutuato da precedenti viaggiatori che ne hanno reiteratamente detto nelle loro opere: «Pure il vortice d’acqua, detto il Galofaro di Messina, e che vuolsi da alcuni la vera antica Cariddi, è forse nelle sei ore di marea più pericoloso con miglior sollecitudine da piloti evitato nel passare da Messina a Reggio, traghettandovi perciò di solito diagonalmente con circa 12 miglia di viaggio. - I Messinesi, quando il mare è basso, assicurano di vedervi tali rovine. … Queste due piaggie nel principio delle strette distanze una dall’altra circa due, e tre miglia»[3].

     Sul Galofaro e su tantissimi altri particolari storico-geografici si ritrovano nell’opera compilata nel 1841 dal bibliofilo Marco Malagoli Vecchi sulle tracce di C. Pellè. Di seguito alcuni tratti: Il Galofaro occupa una estensione di circa cento piedi di diametro; è situato presso la piccola rada di Calo faro, all’est del faro. È profondo novanta braccia. L’acqua che si avvolge alla superficie è formata dallo infrangersi delle correnti laterali colla corrente principale che riceve la sua direzione dalla opposta punta di Pizzo...etc,Il classico scoglio di Scilla è direttamente opposto al Galofaro. È situato sulla costa di Calabria, distante circa 6,500 metri dalla torre di Faro[4].

  Da Messina ha avuto inizio per il nostro viaggiatore il giro per la Sicilia. Al termine il natante ha riportato a Napoli i due veronesi, i quali, dopo alcuni giorni di riposo si sono avviati verso Roma, dove hanno colto il destro per interessarsi a ulteriori antichità e a fare qualche gitarella, come a Tivoli. Alla fine, le nuove méte sono state Siena e Firenze con le loro bellezze architettoniche e artistiche.

Del lavoro sulla Sicilia si è interessata subito la “Biblioteca Italiana”, Questo periodico in una pedissequa recensione di ben 22 pagine ripete in ampie linee quanto scritto. Non solo, ma si è data a criticare aspramente in larga misura il fatto che l’autore abbia indotto il figlio a studi vani che servivano ben poco all’epoca, quando si rendeva oltremodo più necessario volgersi a promuovere l’industria e le arti. Questa una delle frasi più significative: «Noi ne siamo mortificati perché pensiamo che migliori studj convengano ai giovani a cui natura abbia recato buon intelletto»[5].

                                                             Rocco Liberti

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[1] In qualche notazione i due volumi risultano entrambi pubblicati nel 1806 a Verona da Giuliari. È sicuramente della stessa pubblicazione in due tomi ristampata a Verona dalla Tipografia De-Giorgi nel 1834 con titolo “Raccolta accresciuta di viaggi scritti da Girolamo Orti” e che verte in particolar modo sulla flora dei territori visitati. Il primo volume comprende le escursioni in Francia, Inghilterra, Scozia, Olanda e parte della Germania, mentre il secondo si occupa ancora di Germania, Elvezia e Italia. 
[2] Valerio Camarotto, Orti Manara Girolamo, Dizionario Biografico degli Italiani Treccani.
[3] Orti Manara, Viaggio alle Due Sicilie …, passim. 
[4] Il Mediterraneo illustrato le sue isole e le sue spiagge etc., volume unico, Firenze, presso Spirito Batelli Editore, 1841, p.12. 
[5] Biblioteca Italiana o sia Giornale di Letteratura, Scienze ed Arti compilato da varj letterati, Tomo XLIII, Anno ventesimoterzo, luglio, agosto e settembre 1826, Milano, presso la Direzione del Giornale, pp. 3-24.

venerdì 19 giugno 2026

Laboratorio di scrittura: “PASTA, CULTURA E FAGIOLI…” (racconto di Tita Ferro)

    E’ proprio vero che, quando la narrazione non alza la voce, arriva lontano, come “Pasta, cultura e fagioli “ di Tita Ferro, un racconto che fa dell’apparente modulazione minimale un capolavoro intenso che si legge d’un fiato. Vi sono intrecciate la vita domestica e il pensiero alto, la cipolla che brucia gli occhi e le domande radicali sulla cultura, la pentola che sobbolle e la memoria dei maestri che hanno formato un’esistenza. In questa pagina l’Autrice trasforma un sabato qualunque in un piccolo trattato di umanesimo quotidiano: mentre prepara il pranzo e corre tra commissioni e valigia, riflette sulla responsabilità del sapere, sulla paura del giudizio, sulla libertà che nasce dal presentarsi per ciò che si è. La sua scrittura, limpida e ironica, si coniuga bene con una concezione della cultura come impegno e come cura quotidiana. È un racconto che restituisce dignità alle nostre giornate affollate e imperfette e ci ricorda che la filosofia più profonda può soggiornare anche tra un soffritto e una partenza imminente.

    È da brani come questo che nasce il titolo di questa rubrica senza pretese: “Brevi lezioni di narrativa”. “Brevi”, perché non cercano di inseguire grandi teorie né di ergersi a manuali, sono frammenti di vita che, senza ostentazione, mostrano come la letteratura sappia germogliare nei luoghi più umili; sono “lezioni” perchè la narrazione diventa un laboratorio discreto, nel rigore formale assoluto, che insegna senza pretendere di spiegare. (Bruno Demasi) 

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    Tita ancora in pigiama e pantofole, i capelli ispidi che vanno in tutte le direzioni, indossa un grembiulone a quadri rossi e blu e lava cipolle, sedano e carote, mentre si ripete le cose da fare in un sabato che si annuncia denso d’impegni. Deve preparare il pranzo entro le 13 perché il marito ha un rientro imprevisto in ufficio, sbrigare le ultime commissioni prima della partenza per Pisa, nel pomeriggio di domenica, e partecipare al Ritiro Spirituale della Comunità di vita cristiana, almeno per la preghiera del mattino.

    Pela e tagliuzza frettolosamente la cipolla e, come sempre, si commuove. Mentre con il braccio si asciuga gli occhi squilla il telefono: è Paolo, l’assistente della Comunità, che le chiede un breve intervento sulla cultura durante il ritiro del giorno dopo. Tita cerca di fargli presente che le è materialmente impossibile ed enumera tutte le ragioni, compresa la partenza per Pisa e la sua assoluta incapacità, ma con Paolo non funziona:

- Devi parlare al mattino e solo per cinque minuti -, le dice, e la congeda con un -vedi tu -.

    Al ritorno in cucina Tita è ancora più commossa, ma non per la cipolla: -ti chiamano a poche ore dall’incontro, senza nemmeno pensare che tu possa avere altro da fare, ti chiedono un impegno impossibile, - parlare della cultura in cinque minuti -, figurarsi, - e ti danno come aiuto un “vedi un po' tu”.

    Trita carote e sedano con forza non necessaria, li butta in pentola insieme alla cipolla con gesto stizzoso e gocce di olio bollente le scottano le braccia e la mano destra: mano e braccio sotto il getto dell'acqua fredda, invia qualche pensiero gentile all’indirizzo di Paolo.Tra le tante voci tumultuanti dentro minacciose, una si fa avanti con garbo: -è proprio un brutto segno se la Comunità da cui hai ricevuto tanto, non può chiedere nemmeno un breve intervento sulla cultura proprio a te che hai insegnato per 36 anni, dopo aver studiato per 22-.

    Con un filo d’onestà, mentre gira in padella il trito di odori, ammette che teme di fare una cattiva figura, di dire delle grandi sciocchezze perché non ha il tempo neppure per una superficiale informazione se non preparazione. Prende colore il soffritto e, dentro di lei, l’osservazione di un professore ad alunni che avevano paura di intervenire nel corso di un dibattito: - ognuno parla al suo livello -, che avrebbe voluto essere un‘osservazione tranquillizzante, ma che, lo ricorda bene, non produsse l’effetto voluto. La solita voce commenta: - è proprio questo il guaio, il livello che nessuno ama riconoscere, la paura di una figuraccia, il timore dei giudizi degli altri, il bisogno della loro stima e lode da salvaguardare anche a costo di uno stupido mutismo-.

    Butta nella pentola i fagioli, per fortuna sono quelli in parte già cotti per momenti d’emergenza come questo, e, per calmarsi, richiama alla mente la libertà che altre volte ha sperimentato non nell’ignorare il giudizio degli altri né dal trovare giustificazioni in una loro presunta ignoranza altrettanto grande, ma nel presentarsi come è, con semplicità ed anche allegria, accettando il confronto come possibilità di un’ulteriore scoperta e conoscenza di sé. -E non è questo, le chiede la solita voce educata, il frutto principale della cultura? -

    Con le spalle al muro si domanda quanto c’è in lei di cultura e quanto d’inutile e presuntuosa erudizione, quanto di quel nozionismo contro il quale ha condotto una battaglia personale a scuola con i colleghi. I fagioli bollono, aggiunge un mestolo d’acqua calda, abbassa la fiamma e guardando l’orologio, calcola che le rimane un’ora di tempo per dare una parvenza d’ordine alla camera da letto, raccogliere le carte sparse in ogni dove, prima di vestirsi ed uscire.

    Le donne sanno come mettere a posto il letto quando non c’è tempo: si tirano superficialmente le coperte, cosa che riesce se si è avuta l’accortezza di assicurare bene le lenzuola dalla parte dei piedi quando si è rifatto il letto. Tita passa veloce da un lato all’altro ed intanto pensa che la difficoltà nasce dalla stessa parola cultura che ha una gamma di significati non indifferente: cultura-coltura, coltivazione del suolo come dell’animo, di microrganismi in laboratorio come di buoni o cattivi sentimenti. E’ cultura il complesso delle conoscenze ma anche la concezione ed interpretazione generale del mondo, termine vicino sia a civiltà che a dottrina, sapere; la cultura è il grado d’istruzione di una persona e il grado di civiltà di un popolo.

    La coperta, quella leggera adatta a questo autunno avanzato ma ancora caldo, non vuole saperne di stare a posto e, mentre ripete con stizza le operazioni, Tita improvvisamente ricorda che esiste il vocabolario. Passa nello studio, sfoglia frettolosamente e nervosamente il Palazzi e si trova di fronte una pagina fitta di notizie: si parte dalla etimologia, il verbo latino colere, che non l'aiuta più di tanto per l’ampiezza di significati che in parte già conosce, coltivare, aver cura, dimorare, ingentilire, occuparsi, venerare, celebrare, servire e perfino fare la corte, questo non lo sapeva. Rimette al suo posto il dizionario e raccoglie alcune carte sistemandole sulla scrivania alla meno peggio. Cultura e cultus, riflette mentre torna in cucina per una rapida mescolata ai fagioli, hanno significati simili ma non del tutto uguali: cultura, forse per il suo lontano rapporto con il participio futuro del verbo latino, le pare contenga una tensione, un’intenzionalità, un’apertura verso il futuro, una progettualità che manca in culto, più in rapporto col participio passato, un complesso di norme stabilite e imbalsamate. Assaggia i fagioli, sono morbidi e saporiti al punto giusto, spegne il fuoco, passa in guardaroba e indossa i primi pantaloni che trova ed una maglietta qualunque, tanto c’è il soprabito che nasconde tutto, ed esce. Intanto si chiede perché in un ritiro spirituale sia necessario parlare di cultura: c’entra la cultura con la meditazione, la preghiera, la Messa?

    Deve passare in libreria ed all’improvviso ricorda un libretto di Alberto Monticone, “La bisaccia del pellegrino”, che in un punto l'aveva colpita: ogni progetto di evangelizzazione, cioè di annuncio e di testimonianza del Vangelo, deve fare i conti con la cultura vale a dire con la civiltà vissuta di un popolo, in un determinato tempo, in un particolare territorio. Bravo Monticone, si dice, mentre entra in libreria e chiede al gestore un libro che possa interessare alla sua amica di Pisa: “Aceto arcobaleno” di E. De Luca andrà benissimo per la sua pasionaria. Un salto in stazione ad acquistare il biglietto e via a casa mentre il tempo passa: c’è da aggiungere la pasta ai fagioli, apparecchiare la tavola, lavare la frutta, poi il pranzo, qualche breve scambio di battute con il marito che s’informa se è riuscita a fare tutto, un risciacquo veloce ai piatti e via dalla parrucchiera, perché c’è anche la -cultura- del capello. Mentre cammina veloce, pensa a che cosa deve mettere in valigia dal momento che a Pisa si fermerà solo pochi giorni e quale sia la cultura dell’uomo di oggi. La cultura di massa che ha generato il consumismo e le mode o la cultura giovanile indicata come contro cultura e spesso mero conformismo? La cultura della secolarizzazione che rivendica l’assoluta autonomia dai valori cristiani o la cultura della propaganda che confeziona e diffonde modelli di comportamento standardizzati attraverso strumenti come i mezzi di comunicazione di massa, che dovrebbero essere e non sono strumenti di cultura?

    Ricorda che il solito Monticone parlava di una cultura di Babele, non per la confusione che la caratterizza quanto per la pretesa di un potere assoluto dell’uomo, svincolato da qualunque limite, come valore in sé, cultura lontana da un autentico umanesimo, avvertiva Monticone, anche quando si traveste di scopi umanitari. Sta quasi per rispondere -umani- alla parrucchiera che le chiede come desidera i capelli, se pettinati in avanti o indietro con il viso libero, e ride dentro di sé per questo chiodo fisso della cultura che ormai non le consente di pensare ad altro.

    Torna a casa ed intanto si è fatto sera: è autunno inoltrato e le giornate sono diventate più corte, Tita se ne accorge a sue spese. Tira giù la valigia dall’armadio ed improvvisamente le si accende dentro la classica lampadina: probabilmente Paolo non voleva da lei una conferenza sulla cultura, ma semplicemente una testimonianza sulle sue esperienze con la cultura. Ha un pensiero davvero gentile per lui che avrebbe potuto spiegarsi meglio, ma -dovresti risentirti con te stessa-, suggerisce la solita voce educata, -invece di perdere tempo a giustificarti avresti semplicemente potuto chiedere chiarimenti-. Infila in valigia una gonna e un golfino, e intanto pensa che la cultura fa parte della sua vita: il suo modo di pensare, di essere, di operare delle scelte, di relazionarsi agli altri è influenzato dalla cultura a cui si è aperta lentamente nel tempo. Non l’ha acquisita, tanto meno conquistata: si acquisiscono le nozioni che pure della cultura fanno parte, alla cultura ci si apre come alla verità, alla libertà, che esistono nella misura in cui le si accoglie, ci si ciba di esse, diventano carne e sangue, si rivelano nel modo in cui pensi, parli, ti muovi, sorridi al primo venuto, agisci nei tuoi comportamenti istintivi come nelle scelte più meditate.

    E’ la cultura che le ha permesso di conoscere, di capire qualcosa della sua “persona che rimane pur sempre un mistero”, è la cultura che le ha permesso di accostare e di approfondire la Parola di Dio, certo per grazia sua, la cultura, olio e vino con cui ha potuto fasciare e curare ferite sue e di altri prima ancora che la grazia di Dio le guarisse.

    Da chi le è venuta questa cultura?

    Pensa anzitutto ai suoi genitori, poi alla scuola, Francesca Morisani e Domenico Minuto a Reggio, Lidia Menapace a Milano, e Mario Apollonio e Ezio Franceschini e Leonardo Ancona e Sofia Vanni Rovighi, pensa al mese dantesco nel convento immerso tra i boschi di Trinité nella Valle D'Aosta, con il padre Guidubaldi e alle prime forti emozioni nelle conferenze di Vittorino Andreoli, del giovanissimo Armando Verdiglione, pensa ad Armido Rizzi, Lea Perugini, Adele Soresina, .........

    Sembra che improvvisamente una folla di nomi e di volti faccia ressa dentro di lei nel tentativo di non farsi dimenticare, ognuno con un ricordo, un libro, un gesto: p. Turoldo che stringe tra le manone la sua di giovane laureata in visita a Sotto il Monte..., don Barbareschi che in San Carlo chiede perdono per ogni cattiva testimonianza del Vangelo..., Giuseppe Lazzati che con la sua voce profonda ed incisiva legge e commenta Ambrogio... , Braschi (ma si chiamava proprio così?) che legge l’Apocalisse e le lascia dentro un’emozione fortissima, -Vieni, dice la sposa. Amen, verrò presto - ...........

    Ha assorbito come una spugna un bagaglio di esperienze di cui nemmeno si è resa conto, che ha cominciato a capire in parte quando, tornata a Reggio, si è scontrata con alcuni colleghi su programmi, metodi, orari ...

    E i libri? Che ruolo hanno giocato nella sua formazione culturale?

    Che cosa ha voluto dire per lei leggere a diciotto anni “L’Idiota” oppure a trenta “Il Piccolo principe” e “Antiche come le montagne”, vedere rappresentati i drammi di Pirandello, di Brecht o sentirsi sconvolgere da “La Fontana della vergine” o da “Persona” di Bergman? Le opere non funzionano automaticamente, sono gli incontri giusti al momento giusto che permettono ad un autore, ad un libro di entrare a far parte di te: dopo che hai fatto esperienza con loro, senti di avere un po’ più di luce per guardare le cose intorno, anche semplicemente la strada che fai ogni mattina per andare a scuola, capisci qualcosa di più del guazzabuglio che è il tuo cuore, ti sorprendi nel poter leggere piccoli segni sul volto degli altri e avanzare qualche timido - forse si tratta...-

    Mentre infila anche un paio di scarpe di ricambio in valigia e chiude perché non vuole più pensare se avrà bisogno d’altro, ricorda le persone che hanno sollecitato la sua cultura a farsi umana, disponibile ad essere spezzata e donata ad altri, a farsi servizio: pensa ai suoi genitori ed al loro senso fortissimo del dovere, ad Armido Rizzi e al suo samaritano, toccato, colpito, dalla parola di “Dio che chiama dalla carne del malcapitato mezzo morto sulla strada”, ad Adele Soresina ed alla sua vita donata senza ripensamenti, ad Ezio Franceschini, a Leonardo Ancona e alla passione per la psicologia biennalizzata per seguirne le lezioni...

    Un crampo improvviso le ricorda che ha anche i piedi, quello sinistro in particolare: non aveva mai pensato che anche i piedi potessero urlare la loro protesta. Lo massaggia, lo coccola un po’ ed intanto si chiede a chi la sua generazione abbia demandato il compito di far cultura.

   Ricorda Franceschini: "Fa’ in modo che il mondo dopo di te sia, anche per un piccolissimo particolare, migliore di quando ci sei entrata".

    Che cosa lascia agli altri lei, che cosa lascia la sua generazione? Che cosa potrebbe proporre domani per una riflessione?

    Con questi interrogativi si spoglia, indossa il pigiama, si infila a letto dove Mimmo già dorme e pensa che ai fratelli della Comunità potrà soltanto raccontare la sua giornata tra la cultura, un piatto di pasta e fagioli e i preparativi della partenza per Pisa. Propone fermamente, prima di scivolare nel sonno, di riprendere il libro di Monticone: se non lo avesse sfogliato troppo in fretta, superficialmente ...

Il giorno dopo, mentre va in Chiesa per la Messa, dopo aver parlato ai fratelli della CVX delle sue esperienze con la cultura, Paolo la raggiunge e le dice ridendo:

-Beh, Tita, doveva essere proprio buona quella pasta e fagioli-. 

Tita Ferro