giovedì 16 aprile 2026

PER NON DIMENTICARE LETTERIO DI FRANCIA (di Franco Mileto)


     Filologo di  grandissimo genio, Letterio Di Francia, nato a Palmi nel 1877 e morto nel 1940, affrontò enormi sacrifici economici per formarsi, riscattandosi da un'umile estrazione fino a raggiungere vertici accademici assoluti. La sua grandezza appare in opere monumentali come “La novellistica”, “ Fiabe e novelle popolari calabresi”, “Studi critici”. Oggi il volume di Monica Lanzillotta a lui dedicato non solo restituisce dignità a uno studioso rimasto troppo a lungo ai margini, ma illumina un’intera stagione della critica, i suoi strumenti e le sue tensioni interne. La recensione di Franco Mileto, qui presentata, coglie con finezza questo duplice movimento: da un lato la ricostruzione rigorosa della parabola biografica di Di Francia, dall’altro la capacità di leggere, attraverso quella vicenda individuale, le trasformazioni più ampie della cultura italiana tra Otto e Novecento. Ne emerge un ritratto complesso, in cui l’uomo, il filologo, il docente e il polemista si intrecciano sullo sfondo di un sistema scolastico fragile e di un Paese attraversato da profonde fratture politiche e ideali. Il merito del lavoro di Mileto sta proprio nel mostrare come la figura di Di Francia non sia un semplice “recupero” erudito, ma una lente attraverso cui osservare questioni modernissime, come il rapporto tra maestri e allievi, il peso delle istituzioni, la solitudine degli intellettuali periferici, la dialettica – talvolta aspra – tra metodo storico e idealismo. È un monito sul valore della filologia come strumento di conoscenza e sulla responsabilità civile di chi opera nel mondo della cultura italiana , fatta anche di figure appartate, di studiosi “di scoglio vivo”, come li definisce Mileto, la cui integrità e il cui rigore continuano a parlarci con sorprendente attualità. (Bruno Demasi)

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   Il panorama degli studi sulla cultura italiana tra Otto e Novecento si arricchisce di un contributo tanto rigoroso quanto stimolante: il volume di Monica Lanzillotta, L’itinerario intellettuale di Letterio Di Francia, Cosenza, Pellegrini Editore, 2025, restituisce spessore e centralità a una figura cerniera della scuola storico-filologica, a lungo confinata ai margini della grande storiografia letteraria. Il lavoro rappresenta un’operazione di eccezionale valore, che si colloca ben oltre la pur meritoria riscoperta di una figura di studioso a lungo rimasta in una penombra ingiustificata Il cuore pulsante dell’opera, e suo principale elemento di novità scientifica, è l’imponente appendice documentaria, che offre alla comunità degli studiosi la trascrizione di 144 testi inediti tratti dalle corrispondenze di Letterio Di Francia (1877-1940) con cinque protagonisti della cultura italiana a cavallo tra i due secoli: Vittorio Cian, Pio Rajna, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e Giuseppe Lombardo-Radice.

    È opportuno chiarire subito che non si tratta di un semplice corredo: l’autrice utilizza questi carteggi, con mirabile rigore euristico, come la fonte primaria e la struttura portante per ricostruire, nei tre capitoli saggistici che precedono l’appendice, l’intera parabola biografica, intellettuale e professionale dello studioso calabrese. Il “minuzioso lavoro di ricostruzione” di Lanzillotta non è solo una formula di rito, ma la cifra metodologica di un’indagine che intreccia filologia, storia della critica e storia delle istituzioni scolastiche.

   Il primo capitolo, dedicato all’itinerario “da Palmi a Torino”, è interamente puntellato dalle lettere. L’autrice ricostruisce con pazienza certosina le tappe di un’esistenza segnata da una diaspora tipica di molti intellettuali meridionali dell’epoca, e ci fa seguire Di Francia dalla natia Palmi agli studi universitari tra Messina, Pisa e Firenze, dove entra in contatto con maestri come Giovanni Pascoli e Vittorio Cian, che diventerà il suo mentore per tutta la vita. È soprattutto il carteggio con Cian – il più cospicuo, con 121 documenti – a scandire le tappe della sua esistenza. Il rapporto, come emerge limpidamente, non è solo quello tra un allievo e il suo maestro, ma assume i toni di una devozione filiale. Di Francia si firma “affezionato discepolo” e in Cian trova un “maestro” e un protettore a cui confidare ogni difficoltà. Sono lettere che svelano l’uomo dietro lo studioso, e documentano la sua “odissea” di “esule non volontario”, come egli stesso si definisce in una missiva dal Cairo. Dalle scuole italiane all’estero (Cairo, Scutari, Tunisi), Di Francia lamenta con Cian la disorganizzazione, i carichi di lavoro massacranti (“per 34 ore settimanali guadagno quanto un maestro elementare”) e un profondo senso di sradicamento intellettuale. Le sue descrizioni di Scutari d’Albania, ad esempio, sono un documento vivido, a tratti pulsante, di antropologia culturale, raccontando un paese “orribile, sia per il sudiciume […] sia per i tanti pregiudizi”, dove conosce il disagio più profondo, ma sembra anche prendere coscienza che la sua formazione stia giungendo a compimento.

    È nella parte finale della sua vita che il carteggio con Cian assume una dimensione drammatica. Lanzillotta ricostruisce, lettera dopo lettera, la “lotta virile” del Di Francia contro la malattia (una grave “emorragia cerebrale”) che lo colpì nel 1933. I carteggi documentano i vani tentativi di cura, i soggiorni a Sant’Ilario Ligure e Courmayeur, l’angosciata richiesta di congedo al Ministero e, infine, la rassegnata domanda di “collocamento a riposo”, che pone di fatto fine alla sua carriera e, di lì a poco, alla sua vita.

    Se le lettere a Cian svelano l’uomo, gli altri carteggi, analizzati nel secondo e terzo capitolo, ne definiscono la rete intellettuale e la statura di polemista. Di fondamentale importanza sono le lettere scambiate con Gaetano Salvemini e Giuseppe Lombardo-Radice. Qui Di Francia non è più il “discepolo”, ma il compagno di battaglia. Lanzillotta usa questi scambi per ricostruire magistralmente la “polemica tunisina”, scaturita dalla coraggiosa relazione del Di Francia al congresso della Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie (FNISM) del 1907. La lettera a Lombardo-Radice del 19 gennaio 1908 è un documento infuocato: Di Francia vi denuncia l’insulto ricevuto dal preside Mascia (“Lei […] è un mascalzone”) e la connivenza dell’amministrazione. Quella a Salvemini del 4 febbraio 1908 è un appello strategico per ottenere un’inchiesta parlamentare, descrivendo il “processo” farsesco subito dalla Deputazione scolastica locale. Questi documenti, valorizzati da Lanzillotta, mostrano Di Francia come un intellettuale tutt’altro che rinchiuso nella torre d’avorio, ma capace di un’azione sindacale e politica coraggiosa.

    Di natura squisitamente scientifica, ma non meno polemica, sono i rapporti epistolari con Pio Rajna e Benedetto Croce. Con Rajna, emerge di nuovo la deferenza per il maestro, informandolo dei progressi nei lavori sul Boccaccio e condividendo la soddisfazione per le lodi (come quella di Gaston Paris) ricevute per il suo libro Franco Sacchetti novelliere. Il rapporto con Croce è, come nota Lanzillotta, “più distaccato”. Sebbene il carteggio diretto sia esiguo, esso testimonia la puntuale spedizione al paladino della Filosofia dello Spirito delle sue opere a stampa. Premesso che la vera natura del loro “dialogo” è polemica e si svolge sulle pagine delle riviste, Lanzillotta sottolinea acutamente come Di Francia, forte del suo rigoroso metodo storico-comparativo, non abbia mai temuto il confronto con l’idealismo crociano. Lo contesta apertamente (pur con toni formali) sulla novella di “Andreuccio da Perugia”, rivendicando l’importanza delle fonti popolari trascurate da Croce, e soprattutto nella recensione al Pentamerone di Basile e nel saggio A proposito del «Pentamerone» e sulla fiaba, dove difende strenuamente la “scienza” della demopsicologia contro l’ironia crociana.

    L’importanza del volume risiede soprattutto nel rigore con cui i carteggi sono offerti al lettore. La “Nota ai testi” e i “Criteri di edizione” chiariscono la natura “a una sola voce” degli archivi (si conservano quasi esclusivamente le lettere del Di Francia e non quelle a lui indirizzate), e la scelta di una trascrizione fedele che conserva la fisionomia originale dei documenti. Approccio questo apprezzabilissimo e foriero di diversi e rilevanti esiti critici.

    In primo luogo, il volume salva Di Francia da un ingiusto oblio, collocandolo con precisione nel dibattito culturale del suo tempo. Emerge la figura di un intellettuale rigoroso, ultimo e strenuo difensore del metodo comparativo della scuola storica. Lanzillotta illumina magistralmente la polemica con Benedetto Croce, rimarcando che Di Francia, pur mantenendo rapporti cordiali col filosofo, ne contestò radicalmente l’estetica idealista, che svalutava gli studi comparativi sulle fonti. La difesa appassionata da parte del Di Francia del metodo storico-geografico e della dignità della letteratura popolare (dalle fiabe orientali al Pentamerone di Basile) è uno dei lasciti più vitali del suo lavoro, che l’autrice valorizza appieno.


    In secondo luogo, il libro chiarisce in modo definitivo la posizione del Di Francia rispetto al fascismo. Lontano dall’antifascismo militante di Salvemini o di Lombardo-Radice, ma altrettanto distante dall’adesione organica del suo maestro Vittorio Cian (deputato e poi senatore del regime), Di Francia emerge come intriso di “convinto liberalismo”. Pur aderendo al nazionalismo e collaborando a imprese culturali del regime come l’Enciclopedia Italiana, Lanzillotta documenta, attraverso la testimonianza del nipote e l’analisi dei carteggi, il suo netto rifiuto di assumere gli incarichi politici che Cian gli offrì durante il Ventennio, preferendo rimanere fedele alla propria “integrità morale”.

    Infine, l’esito più tangibile è la pubblicazione stessa dei carteggi inediti. Queste lettere (in particolare quelle a Cian) non sono solo la fonte primaria per la biografia del Di Francia, ma offrono anche uno spaccato straordinario sulla gestione del potere accademico, sulle dinamiche dei concorsi (spesso viziati da clientelismo, come Di Francia stesso lamenta), e sulle reti di relazioni che dominavano la cultura italiana.

    In conclusione, l’opera di Monica Lanzillotta ci restituisce un ritratto a tutto tondo di un intellettuale “calabrese fatto di scoglio vivo”, ultimo baluardo della scuola storica in un’epoca dominata dall’idealismo, e di una personalità la cui Weltanschauung non consente compromessi e vira senza strepito alcuno verso un orizzonte eroico dell’esistenza.

    Eppure, questo libro, che unisce al rigore filologico una scrittura chiara e avvincente, è molto più della biografia di un singolo studioso: è anche la storia di un metodo (la “scuola storica” al suo tramonto), di un’istituzione (la scuola italiana nelle sue fragilità) e di un’epoca (la transizione dall’Italia liberale al fascismo). Un contributo indispensabile non solo per gli specialisti di demopsicologia o di letteratura novecentesca, ma per chiunque voglia comprendere, alla luce della straordinaria vicenda umana e intellettuale di Letterio Di Francia, le complesse intersezioni tra intellettuali, accademia e potere nell’Italia contemporanea.                                                                    
                                                                 
                                                                                Franco Mileto

mercoledì 15 aprile 2026

HISKE MAAS, la più calabrese degli artisti stranieri (di Bruno Demasi )

   Raccontando la storia di Nik Spatari, si rischia spesso di dimenticare che accanto a lui, in ogni gesto creativo, in ogni pietra sollevata, in ogni progetto immaginato e realizzato, c’è stata una figura altrettanto decisiva: Hiske Maas. Non una semplice compagna, non una collaboratrice, ma una co‑fondatrice, una forza generativa che ha trasformato un sogno individuale in un’opera collettiva. Senza di lei, il MuSaBa non sarebbe stato ciò che è: un organismo vivente, un laboratorio internazionale, un luogo dove l’arte non si contempla soltanto, ma si abita. Ed è lei che ha dato il suo volto a tanti mosaici, dipinti e affreschi di Spatari, come quello della “Donna vestita di sole” dell’Apocalisse nell’abside della chiesa dei Cappuccini di Taurianova.

    Nata nei Paesi Bassi, formatasi in un ambiente culturale aperto e cosmopolita, Hiske Maas incontra Spatari negli anni Sessanta, in un momento in cui l’artista calabrese è immerso nelle avanguardie europee. È un incontro che cambia la traiettoria di entrambi. La loro unione non è soltanto affettiva: è un patto creativo. Come ha scritto la storica dell’arte Maria Teresa Prestigiacomo, «il MuSaBa non è l’opera di un singolo, ma il risultato di una coppia che ha scelto di vivere nell’arte e per l’arte»¹.

  Quando nel 1969 Spatari decide di tornare in Calabria, è Hiske a seguirlo senza esitazioni. La scelta non è semplice: lasciare l’Europa del Nord per un lembo remoto dell’Aspromonte significa accettare una sfida radicale. Ma Hiske comprende che in quel luogo c’è qualcosa che nessun’altra città può offrire: lo spazio per costruire un mondo. È lei a intuire che il complesso basilianoin rovina di Santa Barbara può diventare il cuore di un progetto unico. È lei a sostenere, organizzare, mediare, costruire relazioni, trovare risorse, accogliere artisti, studenti, volontari. Spatari immagina, Hiske rende possibile.

    Il MuSaBa nasce così: da un equilibrio raro tra visione e concretezza. Hiske Maas non è soltanto la co‑fondatrice, ma la regista silenziosa del processo. Cura gli aspetti logistici, amministrativi, relazionali; ma soprattutto custodisce la coerenza del progetto. Come ha scritto il critico Enzo Le Pera, «se Spatari è il fuoco, Hiske è la struttura che lo contiene e lo rende forma»². 
 
  La sua presenza è ovunque nel MuSaBa, anche se non sempre visibile. È lei che accoglie i visitatori, che racconta la storia del luogo, che guida gli studenti nei laboratori, che coordina i volontari internazionali. È lei che, dopo la morte di Spatari nel 2020, decide di non interrompere il flusso creativo, ma di continuarlo, trasformando il dolore in responsabilità. In un’intervista del 2021 ha dichiarato: «Il MuSaBa non è un monumento a Nik. È un organismo vivo. E finché vivrà, vivrà anche lui»³.

    Il suo ruolo non è soltanto gestionale. Hiske Maas è anche artista, e la sua sensibilità permea molte delle scelte estetiche del complesso. La cura dei colori, la disposizione dei mosaici, la relazione tra natura e architettura, la scelta dei materiali: tutto porta la traccia di una mano attenta, di uno sguardo che sa vedere oltre la superficie. 
 
    Il MuSaBa, nella sua complessità, è anche un autoritratto di Hiske: un luogo aperto, accogliente, in continua trasformazione. La sua figura merita di essere riconosciuta non come “compagna di”, ma come co‑autrice di una delle esperienze artistiche più radicali del Sud Italia. In un panorama culturale che spesso dimentica il contributo femminile nei progetti condivisi, la storia di Hiske Maas è un esempio di come la creatività possa essere anche cura, costruzione, relazione, tenacia. La sua opera non è fatta di tele o sculture, ma di spazio, tempo, comunità.

    Oggi, mentre continua a guidare il MuSaBa con la stessa energia di sempre, Hiske Maas rappresenta la memoria viva di un progetto che non appartiene al passato, ma al futuro. Il suo lavoro è un invito a guardare alla Calabria non come periferia, ma come luogo di grandi possibilità trascurate o ignorate. E forse il suo insegnamento più grande è proprio questo: aver dimostrato, e continuare a dimostrare, che un sogno, se condiviso, può diventare un mondo nuovo.

                                                                               Bruno Demasi

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1. Maria Teresa Prestigiacomo, Arte e Visione nel Sud, Palermo University Press, 2018, p. 142. 
2. Enzo Le Pera, Arte in Calabria. Percorsi del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, p. 219. 
3. Intervista  Hiske Maas, in Il Quotidiano del Sud, 12 settembre 2021, p. 7.

lunedì 13 aprile 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: LOUIS NICOLAS PHILIPPE CONTE DE FORBIN (1820) (di Rocco Liberti)

    Nel panorama degli studi dedicati ai viaggiatori dell’Ottocento, l’intervento di Rocco Liberti su Louis Nicolas Philippe de Forbin si distingue per rigore, sensibilità e chiarezza interpretativa. L’Autore affronta il rapido passaggio calabrese dei "Souvenirs de la Sicile" non come una nota marginale, ma come un frammento rivelatore: un punto in cui lo sguardo del conte, artista inquieto e uomo del suo tempo, incontra una terra che gli restituisce misura, memoria e interrogativi. Liberti ricompone questo incontro con una prosa limpida, attenta alle sfumature e alle esitazioni del viaggiatore. Non si limita a seguire l’itinerario, ma ne illumina la qualità dell’esplorazione, la trama di suggestioni che la Calabria suscita anche quando appare solo di scorcio. Il risultato è un contributo che restituisce profondità a un passaggio spesso trascurato, mostrando come la regione diventi per de Forbin un luogo di confronto e di risonanza per tutti. Questa lettura, sobria e puntuale, offre al lettore non solo una pagina di storia del viaggio, ma anche un tassello prezioso della nostra memoria meridionale. (Bruno Demasi) 
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    Il conte de Forbin nel suo viaggio in Sicilia con approcci anche in Calabria è stato sicuramente uno dei più seri e veritieri espositori della realtà delle terre del sud. Peraltro, aveva già all’attivo un ottimo lavoro consacrato a quelle del Levante. Scrittore e disegnatore, nonché appassionato di studi sull’antichità, è nato nel 1777 a Roque d’Anteron ed è morto a Parigi nel 1841. Apparteneva a una famiglia che durante la Rivoluzione francese aveva sofferto parecchio. Ha partecipato quale ufficiale a varie campagne napoleoniche ed è stato più che un amico per la principessa Paolina Bonaparte. Luigi XVIII lo ha nominato conservatore del Louvre e al suo attivo si deve anche la fondazione di vari musei. È autore d’interessanti disegni relativi anche all’Italia e di qualche romanzo[1]. Nel 1820 ha compiuto la sua escursione nell’isola, che ha documentato in “Souvenirs de La Sicile”, pubblicato nel 1823 a Parigi dall’Imprimerie Royale. È alquanto interessante l’avvertenza, di cui diamo qualche eloquente squarcio: 
   «Non sarebbe mai imbarazzante dire perché s’intraprende un viaggio come quello che mi accingo a intraprendere in Sicilia. Oltre il desiderio di soddisfare una legittima curiosità, la ragione più naturale potrebbe trovarsi nello stato attuale della società. Questo stato è sfortunatamente ostile, la vita diventa ogni giorno più spinosa; è un lavoro duro quello di vivere in mezzo agli uomini: è dunque permesso considerare un viaggio come una tregua particolare conclusa con essi».

    Il nostro conte si è imbarcato a Tolone mirando a Palermo il 10 febbraio del 1820, ma è mal capitato perché il mare e i venti l’hanno fatta da padrone, per cui la navicella si è diretta a Porto Longone, nell’isola d’Elba, onde trovare un rifugio. Ripartita, è stata costretta dalla violenza del vento a riparare a Civitavecchia. Alla fine, quegli, stanco di attendere una sorte migliore, ha deciso di portarsi a terra e proseguire fino a Napoli. Ne ha approfittato per visitare Roma, Gaeta, Napoli, Pompei, il Vesuvio e Baia. Il 24 aprile, alle 4 del pomeriggio, finalmente prendeva posto sul battello “Il Tartaro” in compagnia di due illustri personaggi: M. Clérian, un giovane pittore paesaggista e M. Van Clémputte, un architetto che a Roma era pensionante della scuola di Francia, la famosa École Française. Il Tartaro faceva la rotta per la Sicilia unitamente a un convoglio di 7 navi che trasportavano truppe ed erano guidate dal “Capri”, un bastimento dotato di 74 cannoni. Il vento però non voleva saperne di smetterla e ha messo tutti alla deriva. Soltanto tre giorni dopo si riusciva a prendere terra nel golfo di Olivieri, presso Mazara[2]. Da qui ha preso l’inizio della marcia per la visita all’isola.

    L’interesse per la Calabria ha fatto riandare il conte de Forbin ai fatti e particolari storico-mitici, che, peraltro avevano già colpito tantissimi altri prima di lui. Quindi, anche se brevemente, nell’opera passa in rassegna le tristi vicissitudini del terremoto del 1783, il fenomeno della fata morgana e la famosa scissione delle due sponde dello stretto avvenuta in tempi antichissimi. Corredata di poco noti particolari la descrizione di Reggio vista durante una rapida visita:

    «Quando andai a Reggio, la traversata, agevolata dalla corrente fu d’un’ora e mezza. Questa città è ingombra di macerie e di materiali destinati a ricostruirla. Eccetto la via del Corso, tutto il resto non presenta che l’immagine della distruzione e della tristezza. Il palazzo comunale avrà della magnificenza; la facciata costruita sui disegni di un abile architetto, Stefano Calabria, dà, come pure una bella fontana un’alta idea di questo artista. Questi monumenti hanno grandezza, semplicità e soprattutto originalità. Le opere e la modestia di questo architetto sarebbero utili lezioni per quelle persone che, non avendo niente prodotto che annuncia un genio creatore, si trascinano sui passi e dopo i piani dei loro predecessori, s’appropriano dunque con destrezza i lavori altrui, e il cui orgoglio sarebbe appena sostenibile, se, in luogo di elevarsi fino a decorare un teatro, essi avessero costruito la chiesa di San Pietro. Niente è più deplorevole che la mediocrità in architettura. I suoi guasti sono immortali. Il secolo che vede costruire un edificio e lega alla posterità questa testimonianza dello stato delle arti, rimane saldo in questi difetti[3]
 
    Dopo un accenno ai dintorni, nelle cui pianure gli aranci venivano su in modo naturale, eccoci ancora alla città, i cui viali un tempo erano ornati da boschetti di palme. A questo proposito il viaggiatore tiene a ricordare che, non si sapeva a qual motivo la palma rappresentasse per i cristiani il maomettanesimo, tanto che avevano reciso tutte le piante che si trovavano sulla riviera. Era pur vero che a causa della sua posizione, che la dava all’entrata del territorio italiano, era stata per ben tre volte esposta alla furia turchesca, soprattutto nel 1593, quanto il trattamento riservatole si era dimostrato il più efferato. Ma Reggio aveva anche altre ricchezze naturali: i fichi, le uve e le ananas che si qualificavano per un gusto squisito e i cui profumi risultavano parecchio ricercati. De Forbin e compagni, nella loro breve sosta nel capoluogo della seconda Calabria ulteriore, hanno provveduto a eseguire dei disegni, quindi, dopo aver desinato a Scilla, si sono restituiti a Messina[4].

    Si conduceva ancora in quel di Messina, quando, a conoscenza di movimenti di un certo peso che si affacciavano all’orizzonte – infatti si era alla vigilia dei moti risorgimentali del 1821 – il conte francese, temendo di non poter più ripartire, ha pensato bene ch’era l’ora di rientrare a casa e ha preso posto su un brik che faceva servizio di linea con destinazione Napoli[5]. Ma il cattivo tempo era sempre in agguato e solo dopo alquanti sforzi si è potuto doppiare Capo Faro e poi, mutato il vento, portarsi in vicinanza di Policastro. Peggiorando ancora la situazione, con un fulmine ch’è passato vicino al bastimento e temendo di essere scagliati sulla costa calabrese o lasciati a Milazzo, si è deciso di andare a visitare Hipponium e Vibo Valentia «Tutti e due orgoglio della riviera della Calabria, tutti e due celebri per i loro prati ingemmati di fiori». Migliorato alquanto il tempo si è ripreso il cammino, ma, fatte appena trenta miglia e trovandosi ancora in vista di Stromboli, ecco nuove violenti turbolenze per la durata di tre giorni. La situazione si era fatta veramente drammatica. Riferisce ancora de Forbin: «Le notti erano spaventevoli; il tuono, i fulmini venivano a gettare lo spavento tra i passeggeri. Cinquanta donne, fanciulli, vecchi, lanciavano grida strazianti. Un prete mostrava loro il crocifisso, li esortava, li benediceva. I furori di un giovane che divenne pazzo, portarono il disordine al suo completo. Si ingiuriava il capitano. Infine sentendo più che delle bestemmie e litanie siamo entrati nel golfo di Policastro»[6]. Alla fine si è pensato di fare scalo a Scarrio (oggi Scario) nelle vicinanze di Maratea e quindi d’incamminarsi a dorso di mulo fino a Sala. Da qui in ultimo si è raggiunto Salerno e, dulcis in fundo, Napoli.

Rocco Liberti 
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[1] DI MATTEO, Viaggiatori stranieri…, pp. 419-421. 
[2] DE FORBIN, Souvenirs …, pp. 1-3, 27-33, ns. trad. dal francese. 
[3] Ivi, p. 212. 
[4] Ivi, p. 213. 
[5] A tal uopo, In appendice alla sua opera, il de Forbin ha inserito una “Panoramica degli avvenimenti accaduti in Sicilia nel 1820”. 
[6] Ivi, p. 220.





venerdì 10 aprile 2026

RISCOPRIRE VINCENZO PADULA ATTRAVERSO “Antonello capobrigante calabrese” (DBE) (di Bruno Demasi)

            PER RICORDARE IL PIU’ SCOMODO DEI NARRATORI DELLA CALABRIA


       Tra le iniziative editoriali che negli ultimi tempi hanno contribuito a riattivare la memoria culturale calabrese, il lavoro dell’Editrice DBE - Barbaro occupa un posto particolare. La ripubblicazione di "Antonello capobrigante calabrese" di Vincenzo Padula non risponde soltanto all’esigenza di rendere nuovamente disponibile un testo raro: si inserisce in un percorso di recupero critico che restituisce profondità a una stagione complessa della nostra storia.Padula, osservatore severo e lucidissimo delle dinamiche sociali ottocentesche, trova in questa edizione una cornice che ne valorizza la voce: la scrittura tesa, l’attenzione ai meccanismi del potere locale, la capacità di leggere il brigantaggio come fenomeno strutturale e non come deviazione folklorica. L’intervento editoriale della DBE permette al lettore contemporaneo di misurarsi con un testo che conserva intatta la sua forza interpretativa, senza appiattirne le asperità né attenuarne la portata civile. In un territorio dove la tradizione letteraria rischia spesso di disperdersi, operazioni come questa assumono un valore che supera il semplice atto editoriale: ricostruiscono continuità, riaprono dossier storici, restituiscono alla discussione pubblica figure e vicende che appartengono alla nostra identità profonda. È anche grazie a questo lavoro che oggi possiamo tornare a leggere Padula non come un autore confinato nel suo secolo, ma come un interlocutore ancora necessario, la cui vicenda letteraria va decisamente approfondita.

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  Il 29 aprile 1893, si spegne ad Acri Vincenzo Padula. La sua figura appartiene a quella scia di narratori calabresi che non cercano consolazioni né indulgenze: osservano, analizzano, feriscono. Padula non si lascia moderare da nessuno, non si presta a celebrazioni innocue. È un intellettuale che disturba, e proprio per questo oggi più che mai merita di essere riascoltato.

    Era nato il 25 marzo 1819 nello stesso paese, in una Calabria inquieta attraversata da fratture profonde che l’Unità d’Italia non sarebbe riuscita a ricomporre. Una regione in cui la modernità arriva a scosse, senza continuità, e spesso senza giustizia. Padula non si limita a registrare ciò che vede: lo interroga. La sua postura non è accomodante. È sacerdote, ma non uomo d’ordine; è intellettuale, ma lontano dai salotti; è meridionale, ma refrattario a ogni retorica vittimistica. In una delle sue pagine più note, scrive che «la verità non è mai comoda, e chi la dice non ha amici»¹. È una dichiarazione di poetica e di intenti, che riassume la sua intera traiettoria umana e artistica. 


    Eppure, questa postura non nasce da un gusto per la provocazione. Padula non è un incendiario: è un analista. La sua è una lucidità che non concede sconti, nemmeno a sé stesso. La sua formazione sacerdotale, lungi dal narcotizzarlo, gli offre una lente ulteriore per leggere la realtà: quella della responsabilità morale. Non è un caso che, in un appunto privato, annoti: «Non temo l’errore: temo l’indifferenza»⁵. È una frase che rivela la radice più profonda del suo impegno civile. Il suo sacerdozio è un luogo di tensione più che di quiete. Non è un ribelle per inclinazione, ma per coscienza. Conosce la povertà dei contadini, la loro solitudine, la loro fame. Non sopporta il paternalismo, né civile né ecclesiastico. In un articolo giovanile annota che «il popolo non vuole pietà: vuole giustizia»². È una frase che conserva una sorprendente freschezza morale, e che rivela la sua idea di cristianesimo: non un rifugio, ma un’assunzione di responsabilità. 
 
     Questa attenzione al popolo non è romantica né idealizzata. Padula conosce bene le contraddizioni della società rurale, le sue chiusure, le sue paure. Ma proprio per questo la rispetta: perché la vede nella sua complessità, non come un’entità astratta. In un passaggio poco citato, scrive: «Il popolo non è buono né cattivo: è vero»⁶. Una frase che, da sola, basterebbe a collocarlo fuori dalle semplificazioni del suo tempo.

    Nel 1864 fonda Il Bruzio, un giornale che rompe gli equilibri locali e che ancora oggi colpisce per la modernità del linguaggio. Padula non risparmia nessuno: notabili, amministratori, funzionari, colleghi ecclesiastici. Il suo stile è asciutto, tagliente, privo di orpelli. Non cerca l’effetto, ma la verità. In un editoriale del 1865 afferma: «Scrivo perché non posso tacere, e taccio solo quando la parola sarebbe menzogna»³. È la definizione più precisa del suo modo di intendere il giornalismo: un esercizio di libertà che non ammette compromessi. Il Bruzio non è solo un giornale: è un laboratorio di critica sociale. Padula vi sperimenta un linguaggio nuovo, capace di unire osservazione empirica e indignazione morale. Le sue denunce non sono mai generiche: hanno nomi, cognomi, circostanze. E questo gli attira ostilità profonde. Ma Padula non arretra. In un numero del 1865 scrive: «Non temo chi mi contraddice: temo chi mi applaude»⁷. È un’altra dichiarazione di indipendenza, che spiega la sua solitudine.

      Padula comprende che la Calabria non è un caso locale, ma una questione nazionale. Le sue analisi sul brigantaggio sono lontane dai cliché: non lo considera un fenomeno di barbarie, ma il sintomo di una frattura tra Stato e popolazioni rurali. Denuncia l’incapacità delle istituzioni di comprendere la complessità del territorio, la distanza tra le leggi e la vita reale. «L’Italia è unita sulla carta, non nelle coscienze»⁴, scrive con lucidità. Per lui, capire la Calabria significa capire l’Italia: la regione diventa una lente, una cartina di tornasole, un laboratorio critico. Questa intuizione è forse la parte più moderna del suo pensiero. Padula anticipa di decenni  la lettura del Mezzogiorno come chiave interpretativa dell’intero Paese. Non vede la Calabria come un’eccezione, ma come un paradigma. E questo lo rende scomodo: perché costringe a guardare ciò che si preferirebbe ignorare. 
 
    Dietro il polemista c’è un uomo solitario, spesso incompreso. La sua Acri diventa un osservatorio privilegiato: da lì vede meglio ciò che altrove si preferisce ignorare. La sua vita è segnata da contrasti, amicizie intense, delusioni profonde. Il suo carattere è severo, ironico, intransigente. Non cerca consensi, e infatti non li ottiene facilmente. Ma proprio questa intransigenza gli permette di essere libero. Padula paga il prezzo della sua libertà, ma non la baratta. È un uomo che non si concede, e che non concede nulla. La sua memoria è intermittente: riaffiora a tratti, poi scompare, poi ritorna. È il destino di molti intellettuali meridionali che hanno osato troppo. Eppure, ogni volta che la Calabria attraversa una crisi di identità, Padula ritorna. Ritorna perché ha detto cose che non invecchiano. Ritorna perché ha visto ciò che altri non hanno voluto vedere, perché la sua voce è una delle poche che non si è lasciata e non si lascia ancora   ingabbiare.


   Padula parla ancora a noi perché la sua Calabria non è un luogo del passato, ma una lente per leggere il presente. Le sue denunce sulla corruzione, sulla distanza tra potere e popolo, sulla fragilità delle istituzioni sono ancora attuali. La sua idea di responsabilità civile è un invito a non accontentarsi, a non cedere alla rassegnazione. Ricordarlo in questo aprile insieme alla sua sterminata produzione letteraria, significa riaprire il suo dossier, riconoscere che la Calabria ha più che mai  bisogno di voci come la sua: libere, critiche, intransigenti. 
                                                                      Bruno Demasi
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1. V. Padula, Scritti scelti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 41. 
2. V. Padula, Prose e lettere, Pellegrini Editore, Cosenza 1998, p. 67. 
3. V. Padula, Il Bruzio, ed. critica a cura di G. Falcone, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 112. 
4. V. Padula, Scritti politici e civili, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 89. 
5. V. Padula, Appunti e frammenti, ed. critica, Pellegrini Editore, Cosenza 2001, p. 54. 
6. V. Padula, Scritti morali, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 23. 
7. V. Padula, Il Bruzio, cit., p. 147.

Bibliografia:

  • Il Monastero di Sambucina. Novella calabrese, Bruxelles (ma Napoli), 1842.
  • Valentino. Poemetto, Palermo (ma Napoli), 1845.
  • Apocalisse di San Giovanni Apostolo recata in versi italiani ed esplicata, Napoli, 1854.
  • A Maria Concetta Immaculata. Poesie, Napoli, 1854.
  • Il Natale. Poesie, Napoli, 1854.
  • In morte del Marchese Cesare Berlingieri di Crotone, Napoli, 1854.
  • A mons. Francesco Saverio Apuzzo. Stanze, Napoli, 1854.
  • La Passione. Poesie, Napoli, 1855.
  • In morte del giovane Alfonso Perrelli di Brienza. Carme, Napoli, 1856.
  • Canzone calabrese sopra la Notte di Natale, Cosenza, 1858.
  • Per le sponsalizie di Giuseppe e di Maria. Panegirico, Cosenza, 1859.
  • Per Maria Addolorata. Panegirico, Cosenza, 1860.
  • Apocalisse… II edizione migliorata, Napoli, 1861.
  • Il Bruzio. Giornale politico-letterario, Cosenza, 1864–1865.
  • Antonello. Dramma, in Il Bruzio, 1864–65.
  • Stato delle persone in Calabria, in Il Bruzio, 1864–65.
  • Antonello, o il capo bandito calabrese, Cosenza, 1865.
  • Elogio funebre di Luigi Giannone, Napoli, 1867.
  • Dissertazione su Pandosia, Besidia, Thebae Lucanae, Cosenza, 1867.
  • Elogio dell’abate Antonio Genovesi, Napoli, 1869.
  • Studi sugli asini, Napoli, 1869.
  • Protogea ossia l’Europa preistorica, Napoli, 1871.
  • Quomodo Litterarum Latinarum sint studia instituenda, Napoli, 1871.
  • Pauca quae in Sexto Aurelio Propertio…, Napoli, 1871.
  • Orazione funebre per Mariantonia Falcone, Napoli, 1874.
  • Prose giornalistiche, Napoli, 1878.
    • I tre artisti (farsetta)
    • Antonello capobrigante calabrese (dramma)
  • Poesie varie, Napoli, 1878.
  • Il Bruzio, vol. I, Napoli, 1878.
  • Epistolario. Un corpus dispersivo e frammentario. Inediti e altro (1815–1907), vol. 1, Rubbettino, 2023.
  • Epistolario… Appendice. Padula errante. Percorsi, vol. 2, Rubbettino, 2025.
  • Scritti di estetica, linguistica e critica letteraria, vol. 2, Laterza, 2001.
  • Scritti di estetica, linguistica e critica letteraria. Manoscritti inediti, vol. 3, Laterza, 2002.
  • Scritti demologici, vol. 1, Rubbettino, 2019.
  • Scritti demologici. Vocabolario calabro, vol. 2, Rubbettino, 2022.
  • Vocabolario calabro. Laboratorio del dizionario etimologico calabrese, Laterza, 2001.
  • Scritti letterari e giornalistici, Rubbettino, 2009.
  • Il mio primo amore, Imagaenaria, 2008.
  • I poemetti, Laterza, 1997.
  • Gli uccelli grifoni, Avagliano, 2005.
  • Calabria. Prima e dopo l’Unità, Laterza, 1977.
  • Persone in Calabria, varie edizioni (1993, 2006, 2010, 2014).
  • La notte di Natale (edizione illustrata), Coccole Books, 2024.
  • Il Calabrese (anni ’40 dell’Ottocento)
  • Il Bruzio (fondato da lui nel 1864)
  • Altri periodici minori dell’area cosentina e napoletana.

 

giovedì 9 aprile 2026

MARIO LA CAVA E LEONARDO SCIASCIA: UN DIALOGO EPISTOLARE CHE RACCONTA DUE SUD (di Bruno Demasi)


   Passando da Bovalino in un tardo pomeriggio di qualche tempo fa, mi è venuto spontaneo pensare che il mare sembrava una pagina di Mario La Cava: una superficie calma che nasconde correnti profonde, un luogo che sa parlare più di quanto non dica.  È in questo silenzio ionico che La Cava ha imparato  a guardare la gente, a misurare la distanza tra ciò che mostrano e ciò che tacciono. Con la stessa spontaneità ho ricordato che, a dispetto di qualche autrice di feuilleton siculi che stigmatizza una presunta mancanza di letteratura calabrese, dobbiamo proprio a  un siciliano il miglior riconoscimento dell'arte narrativa di questa terra: nel 1951, una lettera proveniente da Racalmuto  attraversa lo Stretto per raggiungere la Locride: due Sud si riconoscevano senza essersi mai incontrati. Da quel giorno, per quasi quarant’anni, Mario La Cava e Leonardo Sciascia avrebbero intrecciato una delle conversazioni più intense e rivelatrici del Novecento italiano.

    Nato a Bovalino nel 1908, La Cava appartiene a quella generazione di scrittori che hanno trasformato la provincia in un laboratorio civile ed etico. La sua narrativa — asciutta, essenziale, priva di compiacimenti — osserva la comunità come un organismo complesso, fatto di solidarietà e sospetti, dignità e ipocrisie, immobilismi e improvvise aperture.Nei suoi romanzi e racconti (La ragazza di Calabria, La melagrana, I misteri della Calabria, Le memorie del vecchio maresciallo), la Calabria non è mai sfondo: è una coscienza. Il paesaggio ionico, le case basse, le piazze, le famiglie, i silenzi: tutto diventa materia morale, interrogazione, misura.

   In La ragazza di Calabria, La Cava annota:«La gente del paese guardava e taceva, come se il silenzio fosse un modo per giudicare»¹.E in I misteri della Calabria: «In questa terra ogni gesto ha un’ombra, e ogni ombra una storia»².

    Il 3 maggio 1951, un giovane Sciascia — trent’anni, maestro elementare, già lettore vorace — scrive a La Cava per ammirazione. È un gesto semplice, quasi timido, ma decisivo: riconosce in lui un modello di scrittura limpida, rapida, essenziale. La Cava risponde con gratitudine e misura. Da quel momento, tra Racalmuto e Bovalino si apre un corridoio epistolare che durerà fino al 1988, pochi mesi prima della morte dello scrittore calabrese.  La raccolta Lettere dal centro del mondo descrive questo scambio come «una fitta conversazione che introduce il lettore nel pieno della vita culturale della seconda metà del Novecento»³. Nelle 362 lettere che compongono il carteggio, emergono temi che attraversano l’intero Novecento meridionale: la solitudine dello scrittore del Sud; il difficile rapporto con gli editori; la responsabilità morale della scrittura; la lettura critica della società italiana: poteri locali, ingiustizie, trasformazioni sociali; il confronto sui rispettivi testi.
    Il carteggio è un laboratorio di etica e di stile: due scrittori che si interrogano sul senso del loro mestiere, sulla funzione civile della parola, sulla possibilità di raccontare la verità senza tradirla perché condividono una stessa idea di letteratura: un atto di responsabilità. Eppure le loro poetiche divergono in modo fecondo: La Cava osserva la comunità dall’interno, con uno sguardo che potremmo definire etnografico: la provincia come teatro morale, il paesaggio come coscienza, la vita quotidiana come luogo di verità. Sciascia procede per illuminazioni razionali: la scrittura come indagine, la Sicilia come metafora dello Stato, la verità come esercizio di libertà.

    Nel dialogo epistolare, queste due prospettive non si annullano: si completano. Sciascia vede in La Cava un modello di misura; La Cava vede in Sciascia un compagno di rigore.Sciascia scrive: «Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità a cui aspiravo»⁴ La Cava, dal canto suo, definisce Sciascia «della stessa tempra morale di Tolstoj» e uno scrittore che «mira alla verità, alla rettitudine, alla fermezza»⁵.
 
  Oltre la letteratura, c’è l’amicizia. Le lettere raccontano problemi, entusiasmi, preoccupazioni quotidiane, malattie, lutti, speranze. È un Sud che pensa, ma anche un Sud che soffre, che cerca, che si sostiene. La Cava e Sciascia non sono solo due scrittori: sono due uomini che attraversano insieme il secolo breve, condividendo dubbi e certezze, successi e sconfitte.

    Il carteggio permette di rileggere l’opera di La Cava con occhi nuovi: La ragazza di Calabria come romanzo della dignità femminile e della comunità che giudica; I misteri della Calabria come indagine morale sul territorio; La melagrana come metafora della fragilità e della resistenza; Le memorie del vecchio maresciallo come ritratto di un potere minore, ma non meno incisivo. Una frase de La melagrana sintetizza bene la poetica caviana: «Ogni vita è un frutto che si apre: a volte dolce, a volte amaro»⁶. E Sciascia, leggendo La Cava, annota: «In lui la verità non è mai gridata: è detta piano, come si dice una cosa necessaria»⁷. 

    La Calabria del 2026 — con le sue trasformazioni, le sue contraddizioni, le sue domande — è ancora attraversata dai temi che La Cava e Sciascia discutevano: la responsabilità individuale; la comunità come luogo di conflitto e solidarietà; la verità come esercizio quotidiano; la dignità dei personaggi minimi;il rapporto tra periferia e centro e soprattutto la dignità calpestata della terra e della gente. 

                                                                                                             Bruno Demasi
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1.  Mario La Cava, La ragazza di Calabria, Milano, Mondadori, 1955, p. 47.
2.  Mario La Cava, I misteri della Calabria, Milano, Jaca Book, 2003 (ed. orig. 1952), p. 12.
3. Mario La Cava – Leonardo Sciascia, Lettere dal centro del mondo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, p. 9.
4. Leonardo Sciascia, lettera a Mario La Cava, in Lettere dal centro del mondo, cit., p. 56.
5. Mario La Cava, articolo sulla Gazzetta del Popolo, 1965, cit. in Stefania Brivido, Universo Letterario, 2020.
6. Mario La Cava, La melagrana, Milano, Mondadori, 1963, p. 21.
7. Leonardo Sciascia, lettera a Mario La Cava, in Lettere dal centro del mondo, cit., p. 112.