giovedì 18 giugno 2026

GAETANO CATANOSO: il santo calabrese che sfidò la Chiesa dei notabili (di Bruno Demasi)

    La Calabria in cui nasce Gaetano Catanoso è ancora una terra dove la Chiesa è insieme rifugio e garanzia di ordine sociale e Chorio di San Lorenzo, nel cuore del più antico Aspromonte, è solo un borgo antico di pietra e di strade ripide dove, nel 1879, in una famiglia di agricoltori profondamente religiosi, nasce il terzo di otto figli, destinato a diventare prete e, molto più tardi, santo.¹

    La sua infanzia è una scuola di povertà: contadini sfruttati, analfabetismo diffuso, superstizione, emarginazione. Non è un Sud romantico, è un Sud duro, dove la fede è spesso l’unica grammatica condivisa. In questo paesaggio, il giovane Gaetano impara presto a condividere la povertà con chi gli sta intorno.²A dieci anni entra in seminario a Reggio Calabria, ma la salute fragile lo costringe a tornare a casa. Il padre lo riporta al paese caricandolo su un asinello, dentro una cofana: un’immagine che la tradizione agiografica ha spesso ricordato, perché dice molto della sua biografia, sospesa tra fragilità fisica e tenacia morale.³Quando finalmente viene ordinato sacerdote, nel 1902, non sceglie la via comoda delle parrocchie centrali. Viene inviato a Pentidattilo, minuscolo paese aspromontano, dove comincia il suo apostolato tra i più poveri: visite alle famiglie, attenzione ai malati, scuola serale gratuita per i ragazzi che lavorano. È già, in nuce, il prete che “si fa tutto a tutti”, come scriveranno i testimoni della sua vita.⁴

  La svolta arriva nel 1921, quando viene nominato parroco di Santa Maria della Candelora, uno dei quartieri più poveri di Reggio Calabria. Case umili, strade polverose, bambini che non hanno mai visto una scuola, anziani soli. La città borghese guarda altrove; Catanoso, invece, decide che quel margine sarà il suo centro.⁵

    Qui costruisce una pastorale che è, di fatto, una piccola infrastruttura sociale: scuole popolari, catechesi capillare, assistenza ai malati, reti di famiglie affidatarie per gli orfani. Non fa beneficenza episodica, organizza la carità. E organizzare la carità significa toccare gli equilibri di potere: sottrarre i poveri alla dipendenza dai notabili, dare loro strumenti, dignità, parola.⁶

  Negli stessi anni, la piaga dell’usura segna profondamente la Calabria rurale. I contadini, privi di accesso al credito, finiscono nelle mani di prestatori privati che impongono interessi insostenibili. L’usura non è solo un peccato individuale, è un sistema di dominio. Catanoso lo vede e lo nomina. Non si limita a condannare dal pulpito, promuove forme di solidarietà economica, incoraggia casse rurali, sostiene chi prova a creare circuiti di prestito più giusti. È una pastorale che diventa, inevitabilmente, sfida ai poteri locali.⁷ In questo contesto nasce, nel 1934, la congregazione delle Suore Veroniche del Volto Santo. Non una comunità chiusa, ma un corpo di donne chiamate a stare nelle fratture della società: scuole, orfanotrofi, case di accoglienza, catechesi nelle periferie. La misericordia, per Catanoso, non è un sentimento, è una struttura: va organizzata, resa stabile, capace di durare oltre il singolo gesto. Le Veroniche sono la risposta concreta a una Chiesa che, troppo spesso, si limita a benedire senza trasformare.⁸

    Ed è qui che emerge il tratto più controcorrente della sua figura: la denuncia del clericalismo e della Chiesa dei notabili. In una Calabria dove molti parroci sono integrati nel sistema dei poteri locali, dove la religione legittima gerarchie sociali e predica rassegnazione ai poveri, Catanoso sceglie un’altra strada. Non è un polemista, non è un ideologo, ma è un uomo che non sopporta la distanza tra Vangelo e prassi.⁹ Le testimonianze sulla sua vita parlano di un prete che rifiuta privilegi, che non cerca onori, che non frequenta i salotti dei ricchi se non per chiedere aiuto per i poveri. Quando percepisce che la Chiesa rischia di essere “forte con i deboli e debole con i forti”, lo dice. Non con slogan, ma con scelte: stare sempre dalla parte degli ultimi, anche quando questo significa essere guardato con sospetto da colleghi e notabili.¹⁰

    Il clericalismo, per lui, è una malattia, quella di un clero che si percepisce come casta, che difende i propri privilegi, che si allea con i ricchi per mantenere l’ordine sociale. Catanoso lo contrasta con una teologia semplice e radicale: il sacerdote è padre, non padrone; la Chiesa è casa; la liturgia è servizio, non spettacolo. In questo senso, la sua figura anticipa sensibilità che diventeranno più esplicite solo con il Concilio Vaticano II.¹¹ La sua opposizione alla “Chiesa dei notabili” non passa per manifesti o articoli, ma per una coerenza ostinata: scegliere sempre i poveri, non cercare carriere, non usare il ministero per salire di grado. È una forma di resistenza silenziosa, ma potentissima, perché mina alla radice l’idea di un clero come élite sociale. In una regione dove la Chiesa è spesso percepita come parte del sistema, Catanoso mostra che è possibile un’altra dimensione ecclesiale: una Chiesa povera, libera, non cortigiana.¹²

    Quando muore, nel 1963, lascia una scia di opere e di coscienze formate: parrocchie più attente agli ultimi, la congregazione delle Veroniche radicata nel tessuto urbano, una memoria di prete “padre” più che “funzionario”. La sua canonizzazione, nel 2005, riconosce una santità che non ha nulla di spettacolare, ma che ha inciso profondamente nella storia civile e religiosa della Calabria.¹³ La sua eredità oggi parla a una Chiesa che rischia, di nuovo, di ripiegarsi su sé stessa: Catanoso ricorda che la fede, se non si traduce in giustizia, resta incompiuta; che la carità, se non diventa struttura, si dissolve. È una figura che invita a guardare la Calabria non come terra di rassegnazione, ma come luogo dove la santità può essere lavoro quotidiano e scelta sociale.⁴

Bruno Demasi
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1. Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea
, voce “Catanoso, Gaetano”, ICSAIC, Cosenza, s.d. 
2. P. Bevilacqua, La Calabria nell’Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 1994, pp. 15–42. 
3. Suore Veroniche del Volto Santo, Profilo biografico di don Gaetano Catanoso, Casa Madre, Reggio Calabria, 1997, pp. 7–9. 
4. Positio super virtutibus, Dicastero delle Cause dei Santi, Roma, 1995 (testimonianze sulla pastorale nei paesi aspromontani). 
5. M. Surace, La Candelora. Una parrocchia nella storia di Reggio, Laruffa, Reggio Calabria, 1989, pp. 102–118. 
6. Bollettini dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria, anni 1990–2000 (numeri vari). 
7. G. De Rosa, Il movimento cattolico in Italia, Laterza, Roma-Bari, 1979, pp. 221–245. 
8. Suore Veroniche del Volto Santo, Cronache della Congregazione (1934–1950), Archivio della Casa Madre, Reggio Calabria. 
9. Positio super virtutibus, cit. 
10. Testimonianze raccolte negli atti della causa di canonizzazione, Archivio della Congregazione delle Veroniche. 
11. Arcidiocesi di Reggio Calabria, Omelie e interventi per la canonizzazione di Gaetano Catanoso, Reggio Calabria, 2005. 
12. Ivi. 
13. Dicastero delle Cause dei Santi, Decreto sulla canonizzazione di Gaetano Catanoso, Città del Vaticano, 2005. 
14. P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1971, pp. 89–112.



mercoledì 17 giugno 2026

La Piana di Gioia Tauro ancora una volta ferita da solitudini insopportabili (di Bruno Demasi)

 

   A volte anche un blog come questo — nato per custodire memorie, figure, storie calabresi— sente il bisogno di fermarsi, dii lasciare per un momento la sua vocazione storico‑socio-culturale e volgere lo sguardo verso un fatto che non si può eludere, che non si può confinare nella cronaca. Un fatto che lascia sgomenti, ancora una volta, e che chiede di essere ascoltato e raccontato, perché il silenzio a volte uccide più della stessa solitudine. Due tragedie, nello stesso giorno, due suicidi a pochi chilometri di distanza. Una ragazza di venticinque anni a Polistena. Un uomo di quarantacinque a Taurianova, nel rione Jatrinoli. Un immigrato. Uno di quelli che vivono ai margini, che lavorano in silenzio, che abitano le periferie della Piana senza radici, senza protezioni, senza voce.Due vite che si interrompono come se un filo invisibile avesse ceduto all’improvviso. E la Piana, davanti a tutto questo, tace. Ma è un silenzio che pesa, che vibra, che chiede di essere interpretato.

    Corrado Alvaro, che di questi luoghi conosceva la grammatica profonda, scriveva che «la solitudine è una patria troppo vasta»¹. Oggi quella frase sembra risuonare come un presagio: non solo la solitudine delle persone, ma quella dei luoghi stessi — i cavalcavia, i rioni, le periferie che diventano scenari muti di un dolore che non trova linguaggio.

    La Piana è un territorio che vive di contrasti: luce e ombra, partenze e ritorni. Ma negli ultimi anni qualcosa si è incrinato. Le reti comunitarie, un tempo fitte, si sono allentate. Le case si sono svuotate. Le piazze si sono fatte più silenziose. E la solitudine — quella vera, quella che non si dice — ha cominciato a scorrere come un fiume sotterraneo.Vito Teti, parlando dei paesi calabresi, osserva che «si vive in un continuo andarsene e tornare, in un’assenza che pesa più della presenza»². È una frase che sembra scritta per la Piana: un territorio dove il vuoto lasciato da chi parte diventa una ferita che non si rimargina, un’eco che non smette di risuonare. E così il dolore, quando arriva, non trova parole. 

    La morte dell’uomo di Jatrinoli non è solo una tragedia individuale. È uno specchio che la Piana spesso evita, perché riflette una verità scomoda: che qui, da  dove per decenni si è partiti con valigie di cartone, oggi si guarda allo straniero con sospetto, con distanza, talvolta con ostilità.Una xenofobia sottile, non sempre dichiarata, ma reale. Una paura dell’altro che dimentica il proprio passato di terra di migranti, di porti, di partenze verso Americhe sconosciute, di umiliazioni subite altrove. L’uomo di Jatrinoli viveva in quella zona grigia dove si vive senza essere visti. E quando si muore senza essere visti, la comunità è costretta a interrogarsi: non su di lui, ma su se stessa.Qui, più che altrove, il dolore non si racconta. Si sopporta. Si nasconde. Si lascia sedimentare come polvere sui mobili delle case chiuse.

    Alba Florio, poetessa appartata e lucidissima, scriveva: «ciò che non dici pesa più di ciò che dici»³. E nella Piana il non detto è una lingua antica: una forma di pudore, certo, ma anche una trappola. Perché ciò che non si dice non scompare: si accumula. E quando non trova un varco, esplode. La Piana vive da decenni una promessa mancata: un porto che non diventa futuro, un’agricoltura che non diventa ricchezza, una posizione geografica invidiabile, ma sciupata da secoli di incuria a tutti i livelli.È un territorio sospeso, come se vivesse in un tempo che non scorre. E l’attesa, quando non è accompagnata da speranza, diventa peso. 


    Lorenzo Calogero, che conosceva bene il peso dell’attesa e dell'isolamento, scriveva: «la vita è un varco che non si apre»⁴. Una frase che sembra descrivere la condizione di tanti: un futuro percepito come chiuso, immobile, irraggiungibile.

    Non si tratta di cercare colpevoli. Si tratta di riconoscere che il disagio mentale non è un fatto privato, ma un fenomeno sociale. Che la prevenzione non è un compito dei soli servizi sanitari, peraltro pochissimo presenti ormai, ma della comunità intera. Che il silenzio non protegge: isola. Che la Piana ha bisogno di luoghi di ascolto, di presidi psicologici, di spazi di incontro, di politiche giovanili reali. E ha bisogno, soprattutto, di riconoscere l’altro: l’immigrato, il diverso, lo straniero che porta sulle spalle la stessa solitudine che un tempo portavano i nostri nonni attraversando l’oceano.

   Due tragedie non bastano a spiegare il malessere della Piana. Ma possono ancora una volta rivelarlo. E rivelarlo è già un primo passo per affrontarlo e non chiuderlo nel dimenticatoio frettolosamente.

                                                               Bruno Demasi 

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1. Corrado Alvaro, Quasi una vita, Rizzoli, 1959, p. 214.
2.Vito Teti, Il senso dei luoghi, Donzelli, 2004, p. 37.
3.Alba Florio, Poesie, a cura di P. Crupi, Rubbettino, 1998, p. 52.
4.Lorenzo Calogero, Poesie, Mondadori, 1962, p. 89.

martedì 16 giugno 2026

La penna del Greco: AMURI PER PROCURA…( racconto di Nino Greco)

     Questo nuovo racconto di Nino Greco ha la grazia asciutta e potente delle sue storie migliori: un frammento di memoria paesana che diventa racconto universale di partenze, attese e destini intrecciati.” Amuri per procura “ mette in scena, con la sua lingua sobria e precisa, il mondo degli emigranti calabresi degli anni Cinquanta, quando l’amore poteva nascere da una fotografia in bianco e nero e da una fiducia antica nelle parole dei padri. È una storia che parla di responsabilità e di speranza, di famiglie che si reggono su sacrifici silenziosi, di donne che affrontano l’ignoto con una dignità statuaria e che non fa rumore. Ntoni e Concetta — lui dall’altra parte del mondo, lei tra le navate di una chiesa dell’Aspromonte — incarnano un tempo in cui il futuro si costruiva con poco: una lettera, una promessa, un “sì” pronunciato con il cuore stretto, ma saldo. Greco restituisce tutto questo con la sua consueta capacità di ascoltare la vita minuta, di trasformare un episodio privato in un piccolo affresco civile. Un racconto che illumina con delicatezza la forza di chi parte e il coraggio di chi resta. (Bruno Demasi)

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    Ntoni aveva deciso: aveva già incaricato Don Gesu di preparare la documentazione necessaria per rispondere al richiamo dello zio partito qualche anno prima per Australia. Zio Ciccio, nelle lettere che scriveva alla sorella, madre di Ntoni, non faceva che raccontare i vantaggi del lavoro e delle condizioni di vita che quella terra tanto lontana garantiva a chi vi metteva piede.

    Non ci voleva molto per migliorare le condizioni di chi viveva il paese: la terra offriva poco e il lavoro era scarso, spesso saltuario, a giornata nelle annate “chine” per la raccolta delle olive. Sforzi e fatica avevano segnato la vita di Ntoni e della sua famiglia, specie dopo la morte del padre, vittima di una malattia improvvisa. In quegli anni non aveva lesinato energie pur di portare un pezzo di pane a casa, aiutare sua madre e sfamare le due sorelle più piccole.Aveva deciso di partire e seguire le orme dello zio, convinto che un nuovo mondo potesse rappresentare un punto di ripartenza per la sua vita (aveva già venticinque anni) e un futuro migliore per la madre e le sorelle.
  
    Prima di imboccare la scaletta che, dal molo del porto di Messina, conduceva nel ventre della SS-Sidney – Achille Lauro, abbracciò la madre e le sorelle e promise a loro che la lontananza sarebbe durata poco: il suo desiderio era riunire la famiglia nel nuovo mondo, nella nuova terra promessa.

    Il mese di navigazione lo fece riflettere su tutto ciò che si era lasciato alle spalle, e ogni tanto cercava di immaginare quale sarebbe stato il suo futuro, il lavoro che avrebbe svolto. Lo zio, nelle lettere che inviava alla madre, scriveva di “farme”, di lavoro legato alla terra: tutte situazioni che lo rassicuravano perché fino al giorno dell’imbarco non aveva fatto altro che quel mestiere.

    I primi tempi furono difficili: la nostalgia era una costante che lo assaliva e gli angosciava l’animo. Ma il tempo trascorso e il ricongiungimento con la madre e le sorelle, avvenuto qualche anno dopo, smorzarono i turbamenti e lenirono le sofferenze.Fu una sera che lo zio, dopo aver cenato con loro, tirò fuori dalla “mariola” della giacca una fototessera in bianco e nero e la posò sul tavolo:

- È la figlia di compare Mico, ha diciassette anni, è del paese. Forse non te la ricordi, perché quando sei partito era ancora ragazzina. Suo padre mi ha mandato una ‘mbasciata per dirmi che ormai ha l’età per prendere marito: è la prima di cinque figlie, e dietro di lei stanno crescendo altre quattro.

    Ntoni prese la fototessera e la scrutò con attenzione: ai suoi occhi apparve un volto dai tratti delicati, due trecce le scendevano sulle spalle e uno sguardo serioso e scornusu. La osservò a lungo, ma non la riconobbe; pensò che forse fosse una delle ragazzine che vedeva andare a prendere l'acqua alla fontana.In quella immagine cercava di capire se, oltre a quel volto paesano e per certi aspetti familiare si celasse una donna che sapesse cos'è il pane guadagnato con sacrificio, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.Non disse nulla. Lo zio Ciccio continuò:

- la ragazza appartiene a una buona famiglia, tutti lavoratori, mai un “murmuro” sul loro conto. Lei è donna di casa, e da quando aveva tredici anni lavora nell’anta delle donne per la raccolta delle olive nelle proprietà dell’avvocato Grillo-. Dopo una breve pausa continuò rivolgendosi a Ntoni: - sei in età di maritarti, e la cosa migliore è sposare una ragazza del paese. Concetta sarebbe la moglie giusta: come ti ho detto è la figlia di compare Mico, donna seria e lavoratrice.

    Ntoni ascoltò con il rispetto che aveva sempre riservato alle parole dello zio, e capì che la proposta andava valutata seriamente.Da quando era approdato in Australia si era preoccupato solo di lavorare, continuando a fare ciò che sapeva fare bene, il contadino in una farm, e sistemare la famiglia: madre e sorelle. Il ricongiungimento era avvenuto da più di due anni e tutto procedeva secondo le aspettative che l’avevano spinto a espatriare.

-Zio, ora non posso tornare in Italia per sposarmi: il viaggio è lungo e dovrei lasciare il lavoro per parecchio tempo - disse Ntoni con voce pacata, da capofamiglia. 
-Per maritarti non devi per forza tornare in Italia, tanti si stanno sposando per procura. Basta preparare i documenti necessari e nel giro di pochi mesi potrai sposarti. In paese c’è l’altro mio fratello Pascali, tuo zio, e potrà essere lui a presenziare al matrimonio in chiesa. Pensaci bene, e quando avrai deciso scriverò io a compare Mico per stabilire come muoverci. Lui aspetta la mia lettera e una tua foto per poterne parlare con la figlia. Compare Mico e sua moglie hanno pensato a te perché conoscevano bene la buonanima di tuo padre, sanno che sei un gran lavoratore.

    Dopo qualche mese, e dopo averci riflettuto a lungo, Ntoni decise: ne parlò con la madre e fece sapere allo zio che era sua intenzione fare la proposta di matrimonio a Concetta, di cui aveva visto soltanto il volto in fotografia, una donna che non aveva mai incontrato di persona e di cui non conosceva nulla, né la voce né gli umori. La lettera, contenente la foto e le intenzioni di Ntoni, arrivò con qualche ritardo; compare Mico e la moglie ne parlarono la sera stessa con Concetta.

-C'è Ntoni, il nipote di compare Ciccio, quello che vive in Australia da diversi anni: ci ha scritto una lettera esprimendo il desiderio di averti come sposa. Lui ormai ha una posizione e stanno tutti bene. Qualche anno fa ha inviato l'atto di richiamo per tutta la famiglia e ora sono tutti là: lavorano e si trovano bene. Quella terra è ricca e dà a tutti la possibilità di condurre una vita tranquilla. Qua, figlia mia, i sacrifici non bastano mai, e per te potrebbe essere una buona occasione per cambiare vita e smettere di andare a giornata per le olive-.

    Mico abbassò gli occhi sulla foto che stava sul tavolo, mentre la moglie, ascoltando le parole del marito, non riuscì a trattenere le lacrime. Concetta aveva dato ascolto al padre, come era abituata a fare, con rispetto e attenzione. Sul suo volto non comparvero segni di smarrimento né di entusiasmo; sembrava pervasa piuttosto da un sentimento di rassegnazione, tipico stato d'animo delle donne calabresi, che davanti all'indispensabile chinavano il capo e si adeguavano come se tutto fosse tracciato al destino.

    Concetta aveva già capito che quella proposta di matrimonio, giuntale in maniera fredda e distaccata da parte di un giovane compaesano emigrato, rappresentava una svolta per la sua vita, e al tempo stesso andava ad alleggerire il peso di una famiglia di cinque figli che i suoi genitori cercavano di portare avanti con molti stenti.Prese la foto, la guardò con lo stesso piglio con cui Ntoni aveva guardato la sua: un volto tirato, occhi neri sbarrati, piccoli baffi neri curati e pettinatura alla muscagna; una camicia bianca sotto una giacca grigio scuro, con penna nel taschino in petto, completava l’immagine dell’uomo di cui fino a qualche minuto prima ignorava l’esistenza.

-Padre, se voi mi dite che tutto ciò è po’ bonu meu e della famiglia io non vi contrario. Lo so che voi – e qui si rivolse alla madre – volete il mio bene; se è così, farò come dite e la volontà di Dio.

    La madre, Catuzza, cercando di trattenere le lacrime le prese la mano e le disse:

-figlia mia, ‘a provvidenza chiju chi caccia poi ‘u rendi , per te voglio ogni bene, e a comu voli Diu.

    Le parole di Catuzza, oltre alle lacrime, facevano trasparire un misto tra dispiacere e gioia. Sua figlia era ormai donna fatta pronta per dare vita a una famiglia. Il vento del destino aveva portato una lettera e una foto di un giovane che l’aveva chiesta come sposa. Il suo futuro cominciava a prendere forma e colore con le tinte di quella terra che, a dire di molti, era tanto lontana quanto ricca e accogliente.

    La procedura fu seguita secondo i precetti previsti dal Codice italiano e lo zio di Ntoni, Pascali, era stato incaricato di fare le veci dello sposo, così come previsto dalla procura rilasciata dal Consolato italiano.Il “Sì” di Concetta rimbombò sordo tra le navate della chiesa: un sì smorzato, pronunciato con grande commozione sotto lo sguardo dello zio di Ntoni. Un assenso al buio e un anello dietro cui si celava l’immagine di una fototessera in bianco e nero e le parole scritte in quelle poche lettere che i due promessi sposi si erano scambiati, sotto lo sguardo dei loro genitori. Erano state parole misurate, parole d’occasione: lui scriveva del suo lavoro e descriveva la casa che stava preparando, dove sarebbero andati a vivere insieme; raccontava delle stagioni invertite, del caldo Natale e del freddo di agosto. Di rimando, lei rispondeva del corredo che la madre le stava preparando e delle speranze che in cuor suo prendevano sempre più corpo.

    Tutte immagini che tornavano alla mente come frammenti di fantasia durante il rito in chiesa. Il cuore di Concetta era lo scrigno dove convivevano dovere, speranza e desiderio.Non mancavano i timori: il senso dell’incerto, in alcuni momenti, adombrava i suoi teneri slanci di giovane donna disposta a diventare moglie e madre, sull’esempio che per anni aveva ammirato nei modi della propria madre. Eppure, quando uscì dalla chiesa al braccio dello zio Pascali e il sole della Calabria le accarezzò il volto come a benedirla, Concetta sollevò lo sguardo verso l’orizzonte, quello stesso orizzonte oltre il quale, dall’altra parte del mondo, un uomo che non aveva mai visto la stava aspettando.

    Sentì allora, dentro di sé, farsi strada la voce antica di sua madre, le parole che lei le ripeteva fin da bambina: “quandu l’amuri voli, trova locu”.E in quel preciso istante, mentre il rintocco delle campane si spandeva per il paese aggrappato alle pendici dell’Aspromonte, Concetta capì che il suo viaggio, quello vero, era appena cominciato.

Nino Greco

lunedì 15 giugno 2026

“ARCHIVIO STORICO PER LA CALABRIA E LA LUCANIA”: da Orsi a Zanotti Bianco, alla divulgazione editoriale mamertina (di Bruno Demasi)

VITA E MISSIONE DI UNA DELLE PIÙ GRANDI RIVISTE STORICHE DEL MEZZOGIORNO

    Si avverte una strana emozione nello sfogliare le prime annate dell’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania: non si ha l’impressione di leggere un giornale d’epoca, ma di entrare in un organismo vivo, in un laboratorio che continua a lavorare anche quando le sue pagine sembrano ferme. È un’esperienza che contraddice l’idea, ancora diffusa, che la rivista sia nata nel 1931 e scomparsa nel 1946, come se la guerra avesse chiuso per sempre una stagione di studi e di speranze. In realtà, l’Archivio non è mai morto: ha cambiato gestione, ritmo, direzione, ma non ha mai smesso di esistere. E questa sua lunga vita, quasi un secolo, racconta molto più della storia di una rivista: narra la storia di un’idea del Sud, di un modo di osservarlo e di studiarlo.

    La sua nascita, nel 1931, porta la firma di due figure che sembrano uscite da un trattato morale del Novecento: Paolo Orsi e Umberto Zanotti Bianco. Quest’ultimo, in una lettera programmatica del 1930, scriveva che occorreva “ridare al Mezzogiorno la coscienza della sua storia, non come retorica, ma come responsabilità civile”¹. Intorno a loro, la Società Magna Grecia, che in quegli anni non era solo un ente culturale, ma un progetto civile: restituire al Mezzogiorno la sua storia, non come repertorio di rovine, ma come trama viva di documenti, archivi, studi di ogni genere. L’Archivio nasce così: come un luogo in cui la storia non si scrive dall’alto, ma dal basso; non dalle capitali, ma dai paesi e dalle carte minime che raccontano la vita quotidiana.

    Sfogliare i fascicoli degli anni Trenta significa assistere alla nascita di una disciplina che ancora non ha un nome: una microstoria ante litteram, un’antropologia datata che precede De Martino, una dimensione sociale che anticipa Ginzburg e Levi. Gli studiosi che vi collaborano — Giuseppe Isnardi, Giacomo Macrì, Luigi Bruzzano, Giuseppe De Lorenzo — non cercano il folklore, ma la struttura profonda delle comunità. Non cercano il pittoresco, ma il documento e la dignità delle fonti. Come scriveva Isnardi nel 1932, “la Calabria non è un enigma, ma un archivio: basta saperlo aprire”². È un modo di guardare il Sud che rifiuta la retorica della marginalità e della fatalità: la Calabria non è una terra condannata, ma una terra che parla, che conserva, che ricorda. Ogni rovina è un documento, ogni confraternita è un archivio vivente, ogni paese un centro di osservazione.

    Poi arriva la guerra, e con essa la dispersione degli archivi, le difficoltà economiche, la crisi della Società Magna Grecia. Ma ciò che sembra una fine è in realtà un passaggio. Nel 1945, mentre l’Italia si ricostruisce, l’Archivio passa all’ANIMI – Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia, che ne diventa l’editore stabile e ne garantisce la continuità fino a oggi. In un rapporto interno del 1946, Zanotti Bianco annota che “salvare l’Archivio significa salvare la memoria civile del Mezzogiorno”³. È un gesto che salva la rivista e la trasforma: da progetto archeologico diventa progetto civile; da iniziativa di un’élite intellettuale diventa strumento di educazione storica e istituzione.

   Le annate successive mostrano una regolarità crescente, soprattutto dagli anni Cinquanta in poi, e una direzione scientifica affidata a studiosi di primo piano: Zanotti Bianco (1946–1963), Isnardi (1963–1965), Pontieri (1965–1979), Moscati (1987), Cingari (1988–1992), Isnardi Parente (1992–2005), e infine Vera von Falkenhausen, dal 2005. Pontieri, nel suo discorso inaugurale del 1965, definì l’Archivio “un osservatorio meridionale che non teme il confronto con la grande storiografia europea”⁴.

    In questa lunga storia, un capitolo inatteso si apre negli anni Novanta, lontano da Roma, lontano dalle università e dai centri editoriali nazionali. A Oppido Mamertina, in Aspromonte, la Barbaro Editore nel 1995 fa di tutto per ristampare anastaticamente l’ormai introvabile Rivista, con l’impulso lungimirante del prof. Rocco Liberti e, suo tramite, con l’impegno condiviso di Gaetano Cingari. Nel giro di appena due anni vengono eroicamente ripubblicate le prime tre annate complete della Rivista (1931–1933), per centinaia di pagine di ricerche, pergamene, studi storici di grande spessore, saggi demografici, documenti archivistici e notarili.

    È un gesto che non ha nulla di commerciale, che Barbaro Editore compie con grande coraggio e determinazione per favorire un atto di apertura del suo territorio a una nuova stagione di studi e di ricerche fondata proprio sui frutti sortiti dal prestigioso periodico fin dai primi anni della sua vita. . È come se un editore del Sud estremo — che già negli anni precedenti aveva curato la ristampa in cinque volumi dell’Archivio storico calabrese — avesse raccolto l’eredità morale dell’ASCL e l’avesse trasformata in un gesto concreto: salvare ciò che rischiava di scomparire, restituire alla Calabria intera e a tutto il Sud la sua memoria scritta, proteggere un patrimonio che non apparteneva solo agli studiosi, ma alle comunità.
 
   Così, la storia dell’Archivio non è la storia di un giornale morto, ma la storia di una rivista che ha attraversato quasi un secolo senza mai perdere la propria identità. È la storia di un Sud che non vuole essere raccontato come folklore e come periferia, ma come centro di ricerca e di studio.  E se oggi possiamo ancora leggere almeno  le prime annate dell’Archivio, lo dobbiamo non solo all’ANIMI, che ne ha garantito la continuità istituzionale, ma anche a un editore dell’Aspromonte che ha capito che la storia non vive solo nei grandi centri, ma anche nelle mani di chi, lontano dai riflettori, decide di custodirla.

                                                                                                                 Bruno Demasi

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1.U. Zanotti Bianco, Lettera alla Società Magna Grecia, 12 dicembre 1930, in Carte Zanotti Bianco, Archivio ANIMI, b. 14, fasc. 3, p. 2.
2.G. Isnardi, Per una storia civile della Calabria, in ASCL, I (1932), p. 47.
3.U. Zanotti Bianco, Relazione sull’attività dell’ANIMI, 1946, Archivio ANIMI, Verbali del Consiglio, p. 11.
4. E. Pontieri, Discorso inaugurale dell’anno 1965, in ASCL, XXXIV (1965), p. 5.

 

sabato 13 giugno 2026

I SAMPAULARI: la Calabria magica e dolorosa dei dominatori dei serpenti (di Bruno Demasi)

    Fin oltre la metà  del secolo scorso in molti paesi di Calabria si muoveva una figura sfuggente, ma al contempo temuta e invocata: il Sampaularo. Non era un santo, né un ciarlatano nel senso deteriore del termine, ma un uomo che aveva trovato nel confine tra il sacro e il profano la propria dimensione di vita.Il Sampaularo non sceglieva il proprio destino; lo subiva, per nascita. La leggenda voleva che fosse designato da San Paolo in persona, colui che — secondo la tradizione — trasformò il veleno della vipera in un’innocua carezza dopo il naufragio a Malta.

    Vito Teti, che ha dedicato pagine magistrali alla comprensione della solitudine e della marginalità nel Sud Italia, osserva come queste figure incarnassero l’ambivalenza del dono: «Il sampaularo è colui che, nato sotto una costellazione particolare, possiede una sorta di immunità naturale. Egli è parte della natura e, al contempo, colui che la domina, trasformando il terrore del morso in un rituale di pacificazione» [1]. Su questo livello simbolico si innesta perfettamente la lettura di Luigi Maria Lombardi Satriani, che ha indagato a fondo il ruolo delle figure liminari nelle culture subalterne del Mezzogiorno. In un passaggio divenuto classico, egli scrive: «Il diverso è funzionale all’ordine sociale proprio in quanto diverso; la sua esclusione è la condizione della sua utilità» [4]. Il Sampaularo, dunque, non è soltanto un uomo immune al veleno: è un mediatore simbolico, un interprete della paura collettiva, un soggetto che la comunità riconosce e insieme respinge, perché necessario, ma perturbante. 

    Viaggiatore solitario, con la bisaccia carica di rettili e il volto segnato da un sole che non perdona, il Sampaularo era un ospite inquietante nelle piazze dei paesi specialmente nei giorni di festa. Il suo arrivo era annunciato dalle note del suo fischietto e dal repentino passaparola della gente. Non vendeva solo rimedi contro i serpenti; vendeva la sicurezza di un mondo liberato dall’insidia strisciante. Eppure, dietro questa professione si celava una solitudine profonda. Come riportato nelle cronache etnografiche del secolo scorso, il rapporto tra la comunità e questi uomini era segnato da un «liminare sospetto: sebbene fossero necessari per bonificare gli orti e le stalle, venivano tenuti a distanza, quasi il loro tocco potesse trasmettere quella stessa "alterità" che permetteva loro di non temere il morso» [2].La riflessione di Lombardi Satriani illumina ulteriormente questa dinamica: la comunità ha bisogno del Sampaularo, ma non può integrarlo del tutto. È un uomo di confine, un funzionario dell’invisibile, un corpo che porta con sé un sapere che non può essere condiviso senza timore.
   
    Il declino dei Sampaulari non è stato causato solo dalla modernità, ma dalla scomparsa di quella narrazione magica che permetteva alle comunità rurali di spiegare l'inspiegabile. Quando il serpente è passato da "creatura del demonio" o "messaggero del santo" a semplice animale da studiare o evitare, il Sampaularo ha perso la sua ragion d'essere. La sua figura resta oggi un monumento alla resilienza di una Calabria che, per secoli, ha provato a domare la paura non attraverso la scienza, ma attraverso l’accettazione del mistero. Come scrive Ernesto De Martino, il padre degli studi demologici italiani: «Il mondo magico calabrese è una difesa estrema contro la precarietà dell’esistenza; una sorta di geometria dell’impossibile che permette di restare in piedi laddove la ragione faticherebbe a trovare senso» [3].Lombardi Satriani, dal canto suo, ha più volte sottolineato come la scomparsa di queste figure non rappresenti solo un mutamento sociale, ma una perdita simbolica: la fine di un sistema di significati che teneva insieme comunità, paura e speranza.

    Il Sampaularo se n' è andato per sempre, lasciando dietro di sé solo il sussurro di una leggenda che, in qualche angolo remoto dell’Aspromonte o delle Serre, sembra ancora vibrare al ritmo delle note stridule di un vecchio fischietto.
Bruno Demasi
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[1] V. Teti, Il colore del cibo. Geografia, mito e realtà, Edizioni dell'Elefante, Roma 1999, p. 112. 
[2] G. B. Bronzini, Tradizioni popolari in Calabria, Edizioni del Sud, Bari 1982, p. 45. 
[3] E. De Martino, Sud e Magia, Feltrinelli, Milano 1959 (ed. consultata 2001), p. 89. 
[4] L. M. Lombardi Satriani, Folklore e profitto. Per una critica dell’antropologia meridionalistica, Guaraldi, Rimini 1973, p. 57.

giovedì 11 giugno 2026

La ferita e il silenzio: IL VESCOVO CROCIFISSO E GLORIFICATO DAI CALABRESI (di Bruno Demasi )

    La tormentatissima  vicenda episcopale di Mons. Giuseppe Cognata si gioca tutta nella geografia ecclesiastica della Calabria meridionale degli anni Trenta del secolo scorso, un momento in cui due destini episcopali si sfiorano come in un disegno che solo il tempo avrebbe reso leggibile. Il 20 giugno 1932, Pio XI trasferisce improvvisamente mons. Giovanni Battista Peruzzo, piemontese, dalla diocesi di Oppido Mamertina alla più prestigiosa arcidiocesi di Agrigento. È una decisione rapida, che lascia la millenaria diocesi calabrese in una situazione di incertezza. Meno di un anno dopo, il 16 marzo 1933, un sacerdote agrigentino, Giuseppe Cognata, salesiano, viene nominato vescovo di Bova, una delle diocesi più povere e impervie della Calabria.

    È come se la storia avesse voluto tracciare un ponte simbolico tra Sicilia e Calabria: mentre un vescovo piemontese scende verso l’isola, un sacerdote siciliano sale verso l’Aspromonte: due movimenti opposti, due traiettorie incrociate: uno, mons. Peruzzo,  verso una cattedra più ampia, ma anche verso il supplizio, infatti  rischiò presto di restare ucciso in un attentato ( Vd. quanto scritto in questo blog aprendo questo link: IL PASTORE DELLE PECORE D’ASPROMONTE - Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, protagonista del libro di Andrea Camilleri ”Le pecore e il pastore”, vescovo indimenticato di Oppido Mamertina ), l’altro verso una terra ferita e difficile in cui avrebbe trovato la propria crocifissione; uno verso la visibilità, l’altro verso un destino incerto. Entrambi verso il martirio nel nome di quel Cristo che affiorava continuamente sulle loro bocche in qualsiasi circostanza della loro giornata.

  Quando Cognata arriva a Bova nel 1933, la diocesi è un mosaico di paesi arroccati sulle alture aspromontane, strade impervie, povertà diffusa. La Calabria ionica è ancora un mondo arcaico, segnato dall’emigrazione, dall’analfabetismo, da un clero spesso isolato. Il giovane vescovo — ha 48 anni — non si lascia intimidire. Cammina, letteralmente: a piedi, a dorso di mulo, sotto il sole e nella neve. Visita ogni paese, ogni famiglia, ogni canonica. Lo storico Giuseppe Falanga osserva che Cognata «si immerse nella realtà calabrese con una dedizione che stupì persino i suoi confratelli: non era un amministratore, era un pastore itinerante»¹.

    La sua pastorale è fatta di prossimità, ascolto, presenza. Non porta con sé un programma astratto e parolaio, come già allora cominciava ad andare di moda, ma solo un metodo strettamente evangelico: la vicinanza. È la lezione di Don Bosco, tradotta nella geografia aspra dell’Aspromonte. È in questo contesto che matura la sua intuizione più grande: fondare una congregazione femminile capace di vivere tra la gente, non chiusa nei conventi, ma immersa nella vita quotidiana dei paesi. Nascono così le Salesiane Oblate del Sacro Cuore, una comunità di donne consacrate che insegnano, curano, accompagnano, alfabetizzano. Una congregazione povera, popolare, radicata nel territorio.

    Falanga nota che «Cognata comprese prima di molti che la Calabria aveva bisogno di donne libere e forti, capaci di evangelizzare attraverso la prossimit໲. Le Oblate diventano il volto nuovo della Chiesa calabrese: discreto, tenace, popolare. Sono presenti nei paesi più remoti, nelle scuole improvvisate, negli oratori, nelle case delle famiglie più povere. La loro opera non è solo religiosa: è civile, educativa, sociale. È una forma di ricostruzione dal basso, in una terra che lo Stato aveva spesso dimenticato e che continuava a dimenticare.

    Ma proprio quando la sua opera sembra consolidarsi, l’ombra cade improvvisa. Nel 1940, Cognata viene accusato — senza prove solide, senza contraddittorio, senza un processo pubblico — di comportamenti impropri nella direzione spirituale di alcune religiose. La Congregazione del Sant’Uffizio lo condanna. Viene privato dell’episcopato, allontanato dalla diocesi, costretto al silenzio.

    La vicenda, riletta oggi negli studi storici, appare come un intreccio di fraintendimenti, gelosie locali, testimonianze contraddittorie e un clima ecclesiastico irrigidito dalla paura dello scandalo. Lo storico salesiano Morand Wirth definisce il caso Cognata «una delle più dolorose ferite inferte a un uomo giusto dalla stessa istituzione che egli serviva»³. La condanna è rapida, severa, senza possibilità di difesa. È una pagina sicuramente tra le più oscure della storia ecclesiastica del Novecento.
 
  Cognata non si difende. Non scrive memoriali. Non cerca appoggi. Accetta tutto, con una obbedienza che non è servilismo ma una forma radicale di amore alla Chiesa. Il teologo Enrico Zoffoli, che lo conobbe, scrive: «Cognata non fu un vinto: fu un uomo che trasformò l’ingiustizia in offerta»⁴. Il popolo di Bova, che lo aveva amato, rimane sgomento. Le sue suore — le Salesiane Oblate — non lo abbandonano mai. Per loro è il padre, il fondatore, l’uomo che aveva creduto nella dignità delle donne quando nessuno lo faceva.

    Per più di vent’anni, Cognata vive come un semplice sacerdote salesiano. Confessa, predica, accompagna anime. Non ha più una diocesi, ma ha ancora un popolo: le sue suore, che continuano a riconoscerlo come guida spirituale. Falanga nota che «il suo esilio non fu inattività: fu un ministero nascosto, ma fecondo»⁵, un tempo di purificazione, di silenzio, di fedeltà, un esilio interiore, ma anche un ministero nascosto. 

  Nel clima nuovo del Concilio Vaticano II, la Chiesa rilegge la sua vicenda. La condanna appare infondata, sproporzionata, ingiusta. Nel 1962 Giovanni XXIII lo riabilita e gli restituisce la dignità episcopale. Cognata non chiede nulla. Non rivendica. Non cerca risarcimenti. Torna a servire con la stessa mitezza di sempre. Muore nel 1972, circondato dalle sue suore. La sua fama di santità cresce lentamente, come accade alle figure che non hanno cercato la scena. Nel 2020 papa Francesco (!) riconosce ufficialmente la sua innocenza e la sua grandezza spirituale, definendolo «un pastore che ha portato la croce senza mai perdere la dolcezza»⁶. Nel medesimo anno si apre il suo processo di beatificazione.

    Oggi, la figura di Mons.  Giuseppe Cognata appare come una vera e propria parabola vivente: un uomo che ricostruì la Calabria attraverso l’educazione e la prossimità e che ricostruì se stesso attraverso il silenzio e la fedeltà a oltranza. Un vescovo che non ha lasciato cattedrali, ma ha lasciato coscienze. Un fondatore che non ha scritto trattati, ma ha scritto pagine evangeliche indelebili. Un innocente che non ha gridato, ma ha atteso. E la storia, alla fine, gli ha dato ragione.

Bruno Demasi 
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1.  G. Falanga, La santità nascosta. Il caso Cognata, Paoline, 2019, p. 47.
2. Ivi, p. 52.
3. M. Wirth, I Salesiani nel Novecento, LAS, 2008, p. 312.
4. E. Zoffoli, Figure di santità nel nostro tempo, Edizioni OCD, 1985, p. 201.
5. Falanga, La santità nascosta, cit., p. 103.
6. Papa Francesco, Messaggio alle Salesiane Oblate del Sacro Cuore, 10 febbraio 2020.

mercoledì 10 giugno 2026

DANILO CHIRICO: Ritratto di uno scrittore-giornalista della Calabria più inquieta.(di Mara Vittoria Colosimi)

    Col consueto rigore saggistico Mara Vittoria Colosimi segue la parabola narrativa e giornalistica di Danilo Chirico fin dalle origini, da quella Reggio da sempre attraversata da tensioni e metamorfosi  repentine, e lo racconta come qualcuno che sa trasformare la cronaca in memoria e in responsabilità collettiva. «La scrittura è l’unico modo per restituire forma a ciò che la cronaca, da sola, non riesce a contenere», ricorda una delle prime frasi che l’Autrice mette in campo, e da lì il ritratto prende vita. Il percorso che ne emerge è caldo, umano, pieno di ombre e di illuminazioni. Dai libri d’inchiesta ai romanzi, Chirico appare come un uomo che non smette di interrogare il Sud, di ascoltarlo, di restituirgli dignità. «La luce non cancella mai del tutto le ombre», scrive in Chiaroscuro, e Colosimi fa di questa immagine la chiave per leggere un’intera esistenza. Pubblico questo saggio perché non è solo un profilo, è un gesto di cura verso un autore e verso una terra intera . È un invito a guardare la Calabria con occhi più attenti, più umani, più capaci di riconoscere la bellezza che nonostante tutto resiste fra tante brutture mediali. (Bruno Demasi )
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    Danilo Chirico (Reggio Calabria, 1977) ha costruito  e continua a costruire la sua intera opera narrativa e divulgativa come se la scrittura sia l’unico modo per restituire forma a ciò che la cronaca, da sola, non riesce a contenere. Giornalista, autore televisivo, narratore civile, Chirico appartiene a quella generazione che ha visto la Calabria diventare un laboratorio nazionale della criminalità organizzata e, insieme, un territorio di resistenza, di memoria, di lotta.La sua voce nasce da qui: da un Sud che non è mai sfondo, ma materia viva, conflittuale, dolorosa. 

    Chirico cresce in una Reggio Calabria attraversata da tensioni politiche, da memorie irrisolte, da una criminalità che negli anni Ottanta e Novanta muta pelle, struttura, linguaggio. È in questo contesto che matura la sua idea di giornalismo: non un mestiere, ma un atto civile, un modo per “stare dentro” la storia senza subirla.Il suo primo lavoro importante, Il sangue dei giusti (2007), scritto con Giuseppe Careri e Alessio Magro, è già una dichiarazione di poetica. In una delle pagine più intense, Chirico annota:“La memoria non è un esercizio di nostalgia, ma un dovere verso i vivi”¹.È una frase che potrebbe fungere da epigrafe dell’intera sua produzione. 

    Con Dimenticati. Vittime della ’ndrangheta
(2010), Chirico e Magro compiono un gesto radicale: riportano al centro della narrazione coloro che la storia ufficiale ha lasciato ai margini. Il libro è un catalogo di assenze, un atlante di vite spezzate che la cronaca ha consumato in poche righe.Scrive Chirico:“Ogni nome cancellato è una sconfitta collettiva”².La sua identità territoriale si manifesta qui con forza: la Calabria non è solo il luogo del male, ma il luogo della rimozione del male, e dunque il luogo in cui la scrittura deve farsi memoria attiva.

    Chirico appartiene alla tradizione del giornalismo d’inchiesta, ma la sua scrittura non è mai puramente documentaria. In Il caso Valarioti (2010), dedicato all’omicidio del politico rosarnese Giuseppe Valarioti, la ricostruzione dei fatti si intreccia a una riflessione più ampia sulla solitudine di chi sceglie la legalità. In un passaggio emblematico, annota:“La verità non è mai un punto d’arrivo: è un cammino che si fa insieme a chi ha il coraggio di cercarla”³.Questa frase rivela il suo atteggiamento etico: la verità non è un possesso, ma una relazione.

    Con Chiaroscuro (2017), Chirico compie un salto: dalla saggistica alla narrativa. Il romanzo è un viaggio nella memoria personale e collettiva, un tentativo di raccontare il Sud non solo attraverso la cronaca, ma attraverso la sua dimensione emotiva, simbolica, quasi mitica.In una delle pagine più evocative, scrive:“Il Sud è un luogo dove la luce non cancella mai del tutto le ombre”⁴.È una definizione che vale come manifesto poetico: la Calabria come spazio liminale, dove il chiarore e l’oscurità convivono, si sfiorano, si confondono.

    Nel 2021 pubblica Storia dell’antindrangheta, un’opera che ribalta la prospettiva dominante: non più la storia dei clan, ma la storia di chi ha resistito. È un libro che restituisce dignità a un patrimonio civile spesso ignorato.Chirico scrive:“La Calabria non è solo la terra della ’ndrangheta: è anche la terra di chi ha scelto di non chinare la testa”⁵.Qui la sua identità territoriale si fa politica: raccontare la resistenza significa riscrivere la geografia morale della regione.


   Nel 2026, con La figlia del clan (Piemme), scritto insieme alla collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce, Chirico affronta uno dei temi più complessi: la voce femminile dentro e contro la ’ndrangheta. Il libro è un documento prezioso, perché mostra come la criminalità organizzata sia anche un sistema di controllo dei corpi, e  delle relazioni. Giuseppina Pesce afferma:“La libertà è stata la mia prima disobbedienza”⁶.Chirico fa di questa frase il centro morale del libro: la libertà come atto di rottura, come gesto narrativo.

    La prosa di Chirico è documentaria ma non burocratica,rigorosa ma non accademica, nasce dalla strada, dagli archivi, dalle testimonianze, ma anche da una profonda consapevolezza letteraria. Il suo lavoro è un ponte tra inchiesta e narrazione, tra memoria e azione civile.

    Danilo Chirico è uno degli interpreti più lucidi della Calabria contemporanea. La sua opera non si limita a denunciare: ricostruisce, restituisce, illumina. È una scrittura che non cerca consolazioni o eroi, ma storie; non cerca colpevoli, ma responsabilità. In un passaggio di Chiaroscuro, forse il più autobiografico, scrive:“Scrivere del Sud significa non smettere mai di ascoltarlo”⁷.E in questa frase c’è tutto: la sua poetica, la sua etica, la sua identità.

                                                                                                    Mara Vittoria Colosimi 
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1. Danilo Chirico – Il sangue dei giusti, Città del Sole, 2007, p. 14.
2. Danilo Chirico – Dimenticati. Vittime della ’ndrangheta, Castelvecchi, 2010, p. 9.
3. Danilo Chirico – Il caso Valarioti, Round Robin, 2010, p. 37.
4. Danilo Chirico – Chiaroscuro, Bompiani, 2017, p. 112.
5. Danilo Chirico – Storia dell’antindrangheta, Rubbettino, 2021, p. 5.
6. Giuseppina Pesce / Danilo Chirico – La figlia del clan, Piemme, 2026, p. 21.
7.Danilo Chirico – Chiaroscuro, Bompiani, 2017, p. 189.