mercoledì 12 agosto 2026

ROCCO CARBONE: LA METAFORA INTERROTTA DEL ROVENTE AGOSTO ASPROMONTANO (di Bruno Demasi)


     A Cosoleto, paese dell’Aspromonte affacciato sulla Piana di Gioia Tauro, la vita sembra ancora possedere quella gravità antica che appartiene ai luoghi ormai quasi votati al silenzio¹. Una gravità fatta di partenze, ritorni, lutti e silenzi. In questo paesaggio nacque la sensibilità narrativa di Rocco Carbone, scrittore, critico letterario e italianista morto prematuramente a Roma nel 2008, a soli quarantasei anni². Era nato a Reggio Calabria il 20 febbraio 1962, ma trascorse a Cosoleto l’infanzia e l’adolescenza. La sua formazione lo portò poi lontano: Roma, la ricerca universitaria, il dottorato alla Sorbona, il giornalismo culturale e una vita intellettuale intensa, consumata tra libri, amicizie e conflitti. Eppure la Calabria rimase il luogo segreto della sua scrittura: non tanto uno scenario stucchevole da riprodurre, quanto una matrice psicologica, una dimensione ineluttabile dell’esperienza.

     Riscoprirlo oggi significa tornare a una narrativa che non cerca effetti facili. Carbone non costruisce una letteratura regionale nel senso tradizionale del termine. Non insiste sul paesaggio, sul dialetto o sul folklore. La sua Calabria è più profonda e meno visibile: si manifesta nella durezza dei rapporti, nella diffidenza, nell’incapacità di abbandonarsi alla felicità, nella sensazione che ogni legame affettivo porti con sé un’ombra di perdita. In una pagina di Agosto, Carbone annota: «La felicità è un lampo, e subito dopo resta solo il suo rumore»³. Da qui forse, dopo il precoce matrimonio con Samantha Traxler, i suoi successivi innamoramenti, fonti di esaltazioni e di sofferenze che si rincorrevano.

La radice aspromontana

 Chi ha conosciuto e raccontato Carbone ha spesso insistito sul rapporto con Cosoleto. Emanuele Trevi, nel libro Due vite, lo descrive come un paese di gente dura e taciturna, incline a una severa meditazione sulla vita e sulla morte⁴. Non è soltanto un dato biografico. È una chiave di lettura. Da quell’ambiente Carbone sembra avere ricavato una particolare idea della realtà: il mondo non è un luogo trasparente, immediatamente disponibile alla conoscenza, ma una superficie sotto la quale agiscono forze oscure, impulsi, rancori e desideri. I personaggi dei suoi romanzi osservano continuamente ciò che accade, ma raramente riescono a comprenderlo fino in fondo. Anche quando parlano d’amore, sembrano parlare della distanza che separa gli esseri umani; anche quando cercano la verità, finiscono spesso per confrontarsi con una forma più radicale di solitudine.

     Questa disposizione spiega la qualità inquieta della sua prosa. Carbone non racconta il dramma attraverso l’enfasi, ma attraverso l’analisi minuziosa. Un gesto, una pausa, una frase pronunciata nel momento sbagliato diventano segnali di una frattura. Il romanzo procede come un’indagine, ma l’indagine non conduce necessariamente alla soluzione: serve piuttosto a rendere più evidente l’enigma.

Le sofferte e non comprese opere narrative

     Nel 1993 Carbone esordì con Agosto, pubblicato da Theoria⁵. Il titolo è già emblematico. L’estate non appare come stagione luminosa e liberatoria, ma come una condizione di sospensione: il tempo rallenta, le giornate sembrano immobili, e proprio questa immobilità rende più evidente l’inquietudine del protagonista. Il romanzo racconta un’esperienza sentimentale segnata dalla solitudine, dall’indolenza e dall’impossibilità di trasformare il desiderio in una relazione autentica. Il caldo, gli spazi urbani, le giornate vuote e la sospensione delle consuetudini sociali producono un’atmosfera quasi claustrofobica. L’estate di Carbone è opprimente, quasi falsa nelle sue esagerazioni.

«Voglio andare via, ritornare in città aspettando la pioggia, 
dimenticare al più presto il mese di agosto che ormai è quasi finito»⁶.

     Fin dal primo libro appare evidente la sua scelta stilistica. La frase è controllata, limpida, priva di compiacimenti. Ma sotto questa chiarezza si muove qualcosa di irregolare: un disagio che il narratore non riesce a dominare e che, proprio per questo, registra con precisione quasi ossessiva. La critica ha parlato di una prosa «lucida e straniante», capace di osservare la realtà da una distanza che la rende più nitida e, nello stesso tempo, più inquietante. Carbone non ha bisogno di grandi avvenimenti. Il dramma nasce dalle esitazioni, dagli scarti minimi, dalle parole che non vengono dette. In questo è uno scrittore profondamente moderno: comprende che la crisi dell’individuo contemporaneo non sempre assume la forma dell’evento, ma spesso quella della ripetizione quotidiana. I suoi innamoramenti, dopo il matrimonio, si rivelavano presto fonti di angosce e di sofferenze.

   Dopo Agosto, Carbone pubblicò Il comando nel 1996 e L’assedio nel 1998, entrambi presso Feltrinelli⁷. Già nei titoli si avverte il lessico della tensione: comandare, assediare, resistere, difendersi. I suoi personaggi vivono dentro rapporti di forza che non sempre riescono a riconoscere. L’autorità può essere familiare, politica, sentimentale o semplicemente psicologica. Ne Il comando, il potere non è soltanto una questione istituzionale. È un atteggiamento preciso, una forma di controllo sugli altri, ma anche un bisogno di ordine che nasconde la paura del caos. Ne L’assedio, invece, la pressione sembra provenire da ogni direzione: dall’esterno, ma anche dall’interno della coscienza. L’individuo è circondato dalle proprie ossessioni, dai ricordi e dalle responsabilità che non sa più distinguere.

     In questa prospettiva, Carbone si colloca in una tradizione letteraria italiana che comprende Verga, Svevo e Moravia, ma la rielabora secondo una sensibilità personale. Non gli interessa rappresentare semplicemente la società: vuole mostrare il modo in cui la società penetra nella coscienza, condiziona i rapporti e trasforma il desiderio in conflitto.

     Con L’apparizione, pubblicato da Mondadori nel 2002⁸, la sua narrativa raggiunge una forma di particolare intensità. Il titolo suggerisce una presenza improvvisa, qualcosa che irrompe nella realtà quotidiana e la modifica. Ma l’apparizione, in Carbone, non è necessariamente soprannaturale. Può essere un ricordo, una persona, un’ossessione, una verità rimossa. Il suo interesse non è rivolto alla sorpresa narrativa in senso convenzionale. Ciò che conta è il mutamento della percezione. Una volta che qualcosa è apparso, il mondo non può più essere guardato nello stesso modo. Gli oggetti consueti diventano ambigui, le relazioni si caricano di sospetto, la memoria si trasforma in una presenza fisica.

     Questa è forse la qualità più originale di Carbone: la capacità di trasformare la psicologia in paesaggio. Nei suoi romanzi, l’ambiente non è mai neutro. Le stanze, le strade, le città e le case sembrano partecipare agli stati d’animo dei personaggi. Lo spazio diventa una proiezione della coscienza, mentre la coscienza si comporta come uno spazio da attraversare con cautela.

     Nel 2005 uscì Libera i miei nemici, romanzo nel quale il tema del terrorismo si intreccia con quello più privato e doloroso del rapporto tra fratelli⁹. La dimensione storica e quella familiare non restano separate. Il conflitto politico diventa una lente attraverso cui osservare il rancore, la colpa e la rivalità. È un procedimento tipico della narrativa di Carbone: gli eventi pubblici non vengono raccontati nella loro autonomia, ma per il modo in cui feriscono l’intimità. La Storia entra nelle case e nei corpi; il conflitto ideologico diventa una forma estrema della difficoltà di vivere insieme. Anche per questo il suo romanzo non può essere letto soltanto come narrativa psicologica. La sua attenzione all’individuo non comporta indifferenza verso la società. Al contrario: Carbone sa che le nevrosi private nascono spesso da tensioni collettive, da famiglie autoritarie, da ideologie, da ambienti nei quali il dialogo è stato sostituito dal comando.

     Dopo la morte dell’autore, avvenuta il 18 luglio 2008 in un incidente stradale, furono pubblicati testi inediti e riordinati gli archivi e la biblioteca da Emanuele Trevi e Paolo Di Paolo¹⁰. Nel 2009 uscì Per il tuo bene, introdotto da Trevi con il ricordo “La breve vita felice”. Quel titolo postumo sembra contenere una contraddizione solo apparente. La vita di Carbone fu breve e segnata da una tensione evidente, ma la sua scrittura non coincide con la disperazione. Piuttosto, cerca una forma di chiarezza dentro l’infelicità. Il suo rigore è un modo di non mentire, di non concedere al lettore facili spiegazioni.

Profeta dell’inquietudine?

    Rocco Carbone è stato definito “profeta” da alcuni scrittori calabresi che ne hanno promosso la riscoperta¹¹. La definizione può sembrare eccessiva, ma contiene un fondo sorprendente di verità: egli aveva intuito che la narrativa italiana avrebbe dovuto tornare a misurarsi con l’isolamento, con la fragilità dei rapporti e con una società in cui la comunicazione non garantisce più la comprensione. Un fatto è certo: egli non appartiene  alla Calabria delle cartoline, né a quella delle semplificazioni identitarie e antropologiche. Appartiene a una Calabria più severa, fatta di paesi che si spopolano, di famiglie che trattengono e di giovani che partono portando con sé un senso di colpa difficile da nominare. La sua opera è la registrazione di questa partenza mai compiuta. Forse è proprio qui la ragione della sua attualità. Carbone racconta persone che vorrebbero essere libere, ma continuano a vivere dentro ciò da cui provengono. La fuga non cancella l’origine, la rende più invisibile e, per questo, più potente. Cosoleto rimane silente, ma continua a parlare nella lingua segreta della coscienza.

Bruno Demasi

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¹ Rocco Carbone, I Calabresi, 7 novembre 2023. 
² Rocco Carbone, International Writing Program, University of Iowa, scheda biografica. 
³ R. Carbone, Agosto, Roma‑Napoli, Theoria, 1993, p. 27. 
⁴ E. Trevi, Due vite, Vicenza, Neri Pozza, 2021, passim. 
⁵ R. Carbone, Agosto, cit. 
⁶ Ivi, p. 14. 
⁷ R. Carbone, Il comando, Milano, Feltrinelli, 1996; L’assedio, Milano, Feltrinelli, 1998. 
⁸ R. Carbone, L’apparizione, Milano, Mondadori, 2002; II ed., Roma, Castelvecchi, 2018. 
⁹ R. Carbone, Libera i miei nemici, Milano, Mondadori, 2005. 
¹⁰ Cfr. E. Trevi – P. Di Paolo, materiali d’archivio dello scrittore. 
¹¹ Rocco Carbone, lo scrittore calabrese profeta da (ri)scoprire, ilReggino.it, 18 luglio 2023.

lunedì 10 agosto 2026

"CALABRIA SCONOSCIUTA": una stagione di serio impegno culturale da non dimenticare (di Bruno Demasi)


   Calabria Sconosciuta per oltre quarant’anni ha raccontato la Regione non come una semplice destinazione turistica, né come uno scenario immobile di tradizioni e folklore, ma come un organismo complesso, attraversato da memorie, conflitti e trasformazioni. Nacque nel 1978 per iniziativa di Giuseppe Polimeni, giornalista, fotografo e animatore culturale reggino, che già aveva collaborato con Calabria Turismo, rivista diretta da Amerigo Degli Atti, maturando un’esperienza nel campo della divulgazione culturale e della promozione territoriale. L’idea della nuova testata si definì anche attraverso il confronto con Fortunato Valenzise.¹Il primo numero uscì a Chiaravalle Centrale, dalla tipografia Frama Sud, con il sottotitolo “rivista trimestrale di cultura e turismo”.² Già nella denominazione era contenuta una dichiarazione d’intenti: far conoscere una Calabria diversa da quella proposta dalle rappresentazioni convenzionali, una Calabria da ricercare nei paesi, negli archivi, nelle chiese, nelle confraternite, nelle botteghe, nelle feste patronali e nei paesaggi dell’interno.
  
       Polimeni non intendeva costruire un periodico celebrativo. La Calabria che aveva in mente non era quella delle immagini turistiche o delle descrizioni stereotipate, ma quella delle carte notarili, delle memorie familiari, delle tradizioni religiose, delle architetture minori e delle comunità che raramente entravano nelle narrazioni ufficiali. «Raccontare ciò che non si vede», scrisse nel primo editoriale, indicando nella ricerca e nella conoscenza diretta dei luoghi la ragione fondamentale della rivista.³Il progetto editoriale si fondava su una concezione larga della cultura. Il turismo non doveva essere separato dalla storia, dal paesaggio, dall’ambiente e dalle tradizioni locali. La rivista cercava pertanto di offrire al lettore strumenti per comprendere la regione, non soltanto itinerari da percorrere. In questa prospettiva, Calabria Sconosciuta si collocò in una posizione intermedia tra divulgazione, giornalismo culturale e ricerca storico-antropologica.

      La pubblicazione si sostenne soprattutto attraverso gli abbonamenti e conservò una dimensione editoriale indipendente.⁴ Tale scelta garantì una notevole libertà d’impostazione, ma rese il periodico vulnerabile alle difficoltà economiche della stampa locale, alla riduzione dei lettori e alla progressiva crisi del modello cartaceo.

      Nel corso degli anni Calabria Sconosciuta si trasformò in un laboratorio di storia regionale. Le sue pagine ospitarono contributi dedicati alla storia locale, all’arte, alla letteratura, all’archeologia, all’ambiente, alla cultura popolare e alle tradizioni religiose. Vi trovarono spazio studi sulle confraternite, sulle feste dell’Affruntata, sulle comunità arbëreshe, sulle architetture spontanee dei borghi interni, sui monasteri scomparsi e sui mestieri tradizionali.La rivista svolse così una funzione prossima a quella della microstoria: riportare l’attenzione su persone, luoghi e vicende apparentemente marginali, ma indispensabili per comprendere la complessità del tessuto regionale. In un fascicolo del 1987 Amerigo Degli Atti osservava che la pubblicazione aveva «restituito dignità alle storie minori».⁵ La formula, al di là del suo valore elogiativo, coglie uno degli aspetti più originali dell’esperienza editoriale. 
 
   La forza della rivista risiedeva anche nella pluralità dei suoi collaboratori. Accanto a studiosi affermati trovarono spazio insegnanti, archivisti, sacerdoti, bibliotecari, cultori di storia locale e giovani ricercatori. Tra i nomi ricordati nella ricostruzione biografica di Polimeni figurano Franco Mosino, Domenico Minuto, Rocco Liberti, Nicola Ferrante, Antonio Piromalli, Gerhard Rohlfs, Carmelina Sicari, Franco Arillotta, Spencer Hall, Vito Teti, Agazio Trombetta, Ugo Campisani, Franco Cipriani, Amerigo Degli Atti, Tito Valenzise, Renato Crucitti, Cettina Nostro e Giuseppe Cantarella.⁶ Una comunità intellettuale diffusa, ma non sempre omogenea sul piano metodologico, che ebbe il merito di mettere in circolazione conoscenze, documenti e testimonianze che altrimenti sarebbero rimasti confinati negli archivi personali, nelle biblioteche locali o nella memoria orale. Il periodico divenne, numero dopo numero, una sorta di archivio aperto della Regione.

    Giuseppe Polimeni diresse Calabria Sconosciuta fino alla morte, avvenuta il 9 febbraio 2002.⁷ La sua figura non può essere separata dalla storia della rivista: egli non fu soltanto il fondatore e il direttore, ma anche il principale interprete di un’idea di cultura intesa come conoscenza concreta dei luoghi. La sua formazione economica e geografica, l’attività nel settore turistico e l’interesse per la fotografia confluirono in una concezione originale della promozione territoriale.⁸ Dopo la sua scomparsa, la direzione passò a Carmelina Sicari, affiancata da Gaetanina Sicari Ruffo. La redazione, costituita da Luciana Polimeni, Sara Polimeni, Cettina Nostro e Antonio Maria Leone, proseguì l’esperienza con sostanziale fedeltà all’impostazione originaria.⁹ La sede di via Brancati, a Reggio Calabria, continuò a essere un punto di riferimento per autori, lettori e studiosi.

  Negli anni Duemila furono introdotte nuove rubriche, tra cui In libreria, Botteghe artigiane e le pagine dedicate alle attività del Club UNESCO.¹⁰ L’ampliamento dei contenuti non comportò l’abbandono della vocazione originaria, ma confermò la volontà di interpretare la Calabria nella sua dimensione storica e contemporanea.

    Un giudizio complessivo sulla rivista deve evitare sia la celebrazione acritica sia la sottovalutazione dei suoi limiti. La qualità dei contributi non fu sempre uniforme e alcuni testi ebbero un carattere prevalentemente descrittivo o memorialistico. La mancanza di un comitato scientifico strutturato impedì inoltre di applicare a tutti gli articoli gli stessi criteri di selezione, documentazione e controllo delle fonti.Ma proprio questa dimensione artigianale costituisce una parte significativa della sua identità. Calabria Sconosciuta non fu un periodico accademico in senso stretto e non pretese di esserlo. Fu piuttosto uno spazio intermedio tra ricerca e divulgazione, tra memoria locale e interpretazione storica, tra testimonianza individuale e costruzione di una coscienza regionale.

    In un fascicolo del 2007 Franco Cipriani definì la rivista come una pubblicazione capace di costruire «una geografia culturale alternativa».¹¹ L’espressione è particolarmente efficace: accanto alla Calabria delle città e dei monumenti celebri, la rivista ha documentato una regione fatta di paesi, riti, paesaggi, famiglie, mestieri, devozioni e memorie. 
 
   La lunga durata della testata costituisce un dato di particolare rilievo. Il catalogo del Servizio bibliotecario regionale registra la sequenza dal primo numero del 1978 fino al fascicolo 165-168 del 2020, documentando anche i mutamenti della periodicità, dal trimestrale a forme quadrimestrali e, negli ultimi anni, a una pubblicazione più irregolare.¹²L’ultimo fascicolo risulta pertanto essere il n. 165-168, relativo al periodo gennaio-dicembre 2020.¹³ È preferibile, quindi, evitare di indicare il 2021 come anno dell’ultimo numero: il 2021 può essere ricordato come l’anno successivo alla cessazione o alla mancata ripresa delle pubblicazioni.

     La conclusione dell’esperienza editoriale fu probabilmente determinata da una pluralità di fattori: la crisi della stampa cartacea, la fragilità del modello fondato sugli abbonamenti, la riduzione dei collaboratori, il mutamento delle abitudini di lettura e la difficoltà di mantenere in vita iniziative culturali indipendenti. Oggi la collezione di Calabria Sconosciuta può essere letta come un grande archivio della memoria regionale, la cui eredità  non consiste soltanto nella quantità dei materiali raccolti. Risiede soprattutto nel metodo: osservare ciò che rischia di non essere visto, ascoltare chi non ha abitualmente accesso alla parola pubblica, interrogare i documenti senza separarli dalle persone e dai luoghi che li hanno prodotti. La sua storia dimostra che la cultura regionale non nasce esclusivamente nelle università, nei grandi editori o nelle istituzioni centrali. Può nascere anche in una tipografia di provincia, da una redazione familiare, da un gruppo di collaboratori animati da passione e ostinazione. Può durare perché esiste una comunità di lettori disposta a riconoscersi in un progetto.

    Per questo motivo la scomparsa di Calabria Sconosciuta non dovrebbe essere considerata soltanto la fine di una pubblicazione. È la conclusione di una lunga stagione nella quale la Calabria è stata raccontata da chi la viveva, la studiava e la osservava con attenzione. Ma è anche l’invito a non disperderne l’archivio, a catalogarne i fascicoli, a digitalizzarli e a renderli consultabili a studiosi, scuole, biblioteche e nuove generazioni di lettori perché la rivista ha raccolto per decenni una memoria che ora chiede di essere nuovamente interrogata. La sua lezione, in ogni caso, rimane semplice e preziosa proprio perchè una regione non è soltanto ciò che appare, ma anche ciò che qualcuno ha avuto la pazienza di cercare, documentare e raccontare.

Bruno Demasi

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1. Fabio Arichetta, “Giuseppe Polimeni”, Dizionario biografico della Calabria contemporanea, Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, 2021, versione online, s.v. “Giuseppe Polimeni”.
2. Calabria sconosciuta: rivista trimestrale di cultura e turismo, anno I, n. 1, Chiaravalle Centrale, Frama Sud, 1978, scheda bibliografica del Servizio bibliotecario regionale della Calabria. 
3. Giuseppe Polimeni, “Editoriale”, Calabria Sconosciuta, n. 1, 1978, pp. 3-4. 
4. Cfr. “Calabria Sconosciuta”, Wikipedia, scheda “Storia”, dove si ricostruisce il carattere indipendente della pubblicazione e il ruolo degli abbonamenti. La notizia va comunque verificata sulla gerenza e sugli editoriali dei primi fascicoli. 
5. Amerigo Degli Atti, “Storie minori e identità regionale”, Calabria Sconosciuta, n. 29, 1987, p. 12. 
6. Arichetta, “Giuseppe Polimeni”, cit. 
7. Ivi. La scheda biografica indica per Giuseppe Polimeni le date 16 gennaio 1933 - 9 febbraio 2002. 
8. Ivi.
9. Calabria Sconosciuta, n. 147-148, luglio-dicembre 2015, frontespizio e gerenza. 
10. “Calabria Sconosciuta”, Wikipedia, scheda “Gli ultimi anni”. Il riferimento alle rubriche va verificato direttamente sui fascicoli relativi agli anni Duemila. 
11. Franco Cipriani, “Riti e comunità nella Calabria contemporanea”, Calabria Sconosciuta, n. 112, 2007, pp. 45-46.
12. Servizio bibliotecario regionale della Calabria, Calabria sconosciuta: rivista trimestrale di cultura e turismo, scheda catalografica: “Anno 1, n. 1 (1978)-n. 165/168 (2020)”. 
13. Ivi. L’OPAC del Polo SBN di Reggio Calabria registra il n. 165/168 come ultimo fascicolo della serie, relativo al 2020.



giovedì 6 agosto 2026

Dall’accoglienza allo sterminio: LA DRAMMATICA VICENDA DEI VALDESI IN CALABRIA ( di Bruno Demasi)

     Una vicenda quasi dimenticata e drammatica, che ha avuto per teatro la Calabria, unisce migrazione, fede, lavoro, lingua e sangue. È la storia dei valdesi, comunità nata sulle Alpi occidentali e approdata tra Medioevo ed età moderna nel Mezzogiorno, dove per decenni visse ai margini, ma non nell’ombra, coltivando terre, costruendo villaggi, mantenendo una propria identità religiosa e culturale. Poi, nel 1561, quel fragile equilibrio si spezzò. E la Calabria conobbe una delle sue pagine più dure e meno conosciute: la distruzione delle comunità valdesi e il massacro di Guardia Piemontese.
 
     L’arrivo dei valdesi in Calabria va collocato all'interno un movimento migratorio più ampio, legato alle persecuzioni religiose che colpirono le vallate alpine e alla ricerca di spazi in cui vivere e lavorare con una relativa autonomia. Le fonti e la storiografia convergono nel segnalare un insediamento ormai stabile tra XIV e XV secolo, con nuclei nel Cosentino come San Sisto, Montalto, Vaccarizzo, San Vincenzo, Castagna e La Guardia, poi Guardia Piemontese¹. Non si trattò di un semplice trapianto etnico: fu una colonizzazione agricola e comunitaria, favorita da concessioni feudali e dalla capacità di questi gruppi di valorizzare terre marginali o incolte².

    Per lungo tempo, la presenza valdese non apparve come un problema insormontabile. I coloni alpini lavoravano, ripopolavano, portavano tecniche e saperi, parlavano una lingua propria e conservavano usi distintivi. Nella Calabria del tempo, attraversata da equilibri feudali complessi e da una società rurale spesso frammentata, la loro alterità religiosa poteva essere tollerata finché restava discreta. Ma tutto cambiò quando il mondo valdese cominciò a intrecciarsi con la Riforma protestante. Nel Cinquecento, infatti, le antiche comunità alpine e quelle calabresi entrarono in un circuito confessionale più esposto, più visibile e per questo più vulnerabile³. 

    Il passaggio decisivo fu la perdita della prudenza iniziale. La predicazione si fece più esplicita, i contatti con l’area riformata si intensificarono, e il dissenso religioso smise di essere un fatto sommerso. In un’epoca in cui l’unità della fede coincideva con l’unità politica, ciò che prima era stato sopportato cominciò a essere percepito come minaccia. L’Inquisizione romana, rafforzata nel clima post-tridentino, e le autorità vicereali lessero la presenza valdese non solo come errore dottrinale, ma come disobbedienza potenzialmente sovversiva. Il cardinale Michele Ghislieri, futuro Pio V, fu tra le figure più determinanti di questa linea repressiva⁴.

    La macchina della persecuzione si mise in moto nel quadro della più ampia offensiva cattolica contro le minoranze religiose. A rendere ancora più grave la posizione dei valdesi fu il fatto che, nel linguaggio dei poteri pubblici, l’eresia si saldò alla “ribellione”. Le comunità calabresi vennero descritte come gruppi refrattari all’obbedienza, capaci di resistere agli ordini e, secondo una lettura ormai politica del dissenso, di compromettere la sicurezza del territorio⁵. In questa trasformazione semantica si coglie il meccanismo che rese possibile la strage: i valdesi non furono più solo “eretici”, ma nemici da estirpare.

    La repressione culminò nella primavera del 1561. Le operazioni militari colpirono più centri in sequenza e si caratterizzarono per una brutalità che la documentazione coeva, pur filtrata dalla retorica del tempo, lascia intravedere con chiarezza. San Sisto fu devastata tra la fine di maggio e i primi di giugno; altri villaggi seguirono lo stesso destino; Guardia Piemontese divenne infine il teatro simbolico dell’eccidio. La tradizione locale conserva ancora la Porta del Sangue, nome che da solo basta a raccontare il trauma collettivo di quelle ore⁶. 
 
  La caduta di Guardia avvenne anche con l’inganno. Secondo la tradizione storica, il feudatario locale e gli uomini del potere vicereale sfruttarono la fiducia degli abitanti per introdursi nel paese fortificato e aprire la via alla strage. Da quel momento la violenza si scatenò in modo sistematico: uomini uccisi, donne e bambini colpiti, case incendiate, superstiti costretti alla fuga, alla conversione o alla cancellazione della propria identità pubblica⁷. Le cifre offerte dalle fonti variano, ma tutte concordano sulla vastità del massacro e sull’ampiezza della distruzione.

    Perché furono sterminati proprio lì? La risposta sta nell’intreccio di tre fattori. Il primo è religioso: i valdesi, soprattutto dopo l’adesione più netta alla Riforma, erano percepiti come eretici irriducibili. Il secondo è politico: in una monarchia che cercava coesione e obbedienza, la dissidenza religiosa diventava automaticamente una questione di ordine pubblico. Il terzo è sociale: quelle comunità conservavano una forte compattezza interna, una lingua distinta, un’identità riconoscibile. In altre parole, erano minoranze troppo visibili per un’epoca che chiedeva uniformità⁸.
    La violenza del 1561 non cancellò del tutto la loro eredità. A Guardia Piemontese sopravvive ancora il gardiol, varietà linguistica occitana che testimonia la lunga durata della presenza valdese e la capacità di una comunità di conservare tracce profonde anche dopo la sconfitta. La memoria dell’eccidio si è poi sedimentata nel paesaggio urbano, nei musei, nella toponomastica e nelle celebrazioni civili e religiose del borgo. La storia, qui, non è solo materia di archivio: è  lingua e  identità⁹.

    Guardare oggi alla vicenda dei valdesi di Calabria significa leggere la storia di una migrazione andata incontro a una tragedia. Ma significa anche interrogare il rapporto tra tolleranza e potere, tra differenza e integrazione. In quel 1561 non crollò soltanto una comunità religiosa: si spezzò un esperimento di convivenza che aveva resistito per secoli e che la nuova ortodossia cattolica non volle più ammettere. Per questo Guardia Piemontese resta uno dei luoghi più eloquenti della memoria storica calabrese: non solo un paese segnato dal sangue, ma un laboratorio di identità che la storia ha ferito senza riuscire del tutto a cancellare¹⁰.

Bruno Demasi

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1.G. Tourn, I Valdesi. La singolare vicenda di un popolo-chiesa, Torino, Claudiana, 1984, pp. 45-62.
2.P. Scaramella, Le comunità valdesi in Calabria dall’insediamento alla repressione del 1561. Status quaestionis e prospettive di ricerca, «Rogerius», 17/2 (2014), pp. 45-58.
3. L. Addante, I valdesi «ultramontani» di Calabria e la strage del 1561, in Storia dei Valdesi, vol. 2, Diventare riformati (1532-1689), Torino, Claudiana, 2024, pp. 191-205.
4. A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996, pp. 233-240; sul ruolo di Ghislieri nel quadro della repressione valdese, cfr. anche 1561. I valdesi tra resistenza e sterminio, Torino, Claudiana, 2011.
5. 1561. I valdesi tra resistenza e sterminio, cit., in particolare i passi relativi alle formule di “ribellione” e al “grave delitto di eresia”.
6.D. De Seta, Le Terme Luigiane di Acquappesa e di Guardia Piemontese in Provincia di Cosenza, 1904, pp. 14-16; per la memoria locale della Porta del Sangue e della distruzione di Guardia, cfr. anche la documentazione divulgativa su Guardia Piemontese.
7. Sulla dinamica della presa di Guardia e sulle uccisioni successive, cfr. le sintesi storiche e la documentazione divulgativa disponibile; per il quadro generale, vedi anche Guardia Piemontese in Reformation Cities.
8.  Per il nesso tra dissidenza religiosa, disciplina politica e percezione della minoranza come corpo separato, cfr. J. Tedeschi, The Prosecution of Heresy, Binghamton, Medieval & Renaissance Texts, 1991; A. Prosperi, Tribunali della coscienza, cit.
9. F. Fanciullo, Lingue e dialetti della Calabria, Pisa, Pacini, 2015, pp. 201-215; si veda anche la presentazione istituzionale della cultura valdese calabrese.
10. G. Galasso, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno, Milano, Mondadori, 2008, pp. 119-123.

martedì 4 agosto 2026

" IO LA PARTI MIA LA FAZZU" : SHARO GAMBINO TRA LE PAURE E I RITI DEI PAESI DI CALABRIA (di Bruno Demasi)

   ... Durante un incendio nel bosco, mentre tutti gli animali fuggivano, un passerotto volava verso l’incendio, in direzione contraria rispetto agli altri, con una goccia d’acqua nel becco. “Dove vai!?” gli gridò il cinghiale. “Vado a spegnere il fuoco”, rispose il passerotto, “Con una goccia d’acqua!?” disse il cinghiale con un sorriso di sogghigno. “Io la parti mia la fazzu…”.(Sharo Gambino)
 
 
   “Io la parti mia la fazzu!”: Sharo Gambino (Vazzano, 1925 – Lamezia Terme, 2008) non descrive soltanto la Calabria, ma la contempla e la vive in una simbiosi impressionante. E, nel farlo, costruisce una delle opere più originali del Novecento meridionale. Nato in un paese dell’entroterra vibonese, appartiene a quella generrazione che ha visto dissolversi il mondo contadino senza che la modernità riuscisse a sostituirlo con un sistema altrettanto coerente. La sua formazione è irregolare: disegnatore di fumetti, giornalista, autore radiofonico, narratore. Collabora per decenni con Radio Rai, firma sceneggiati come Vizzarro e Boccheciampe¹, scrive per Il Messaggero, Il Tempo, La Gazzetta del Sud².

   L’opera di Gambino sembra attraversata da una linea d'ombra, che separa il mondo contadino da ciò che lo ha seguito e che osserva con la precisione del narratore e la sensibilità di un antropologo. La sua cultura, nel senso più pieno del termine, non è un repertorio di tradizioni né un esercizio di nostalgia: è un dispositivo critico, una lente che permette di leggere la Calabria come un territorio simbolico, un laboratorio di modernità ferita.

    Ma la sua vera scuola è la vita dei paesi: le piazze, le voci, le dicerie, i riti stagionali, le memorie collettive che si tramandano come un codice non scritto. È lì che nasce la sua narrativa, una forma di osservazione partecipante che non cerca l’oggettività, ma la verità dei luoghi. La comunità, nei suoi testi, non è mai un semplice sfondo: è un organismo simbolico. In Sole nero a Malifà³ la comunità di Malifà appare come un corpo collettivo che pensa, giudica, punisce, protegge; un corpo che si muove secondo logiche interne, spesso invisibili agli occhi esterni, ma perfettamente riconoscibili a chi ne conosce i ritmi e le paure⁴.

    La memoria, il rito, la parola pubblica, cioè quella voce che circola tra le case e le piazze, sono gli strumenti attraverso cui la comunità regola i comportamenti e definisce l’appartenenza. Gambino osserva tutto questo con una lucidità mai distaccata, la lucidità di chi conosce dall’interno ciò che racconta, e che sa che ogni gesto, ogni parola ha un valore simbolico preciso.

    Anche il corpo, nella sua opera, è un territorio culturale. In Calabria erotica⁵ mostra come l’eros contadino sia regolato da codici, canti, metafore, proibizioni: non è mai un fatto individuale, ma un linguaggio comunitario. Il corpo diventa un archivio di gesti tramandati, un campo di tensione tra desiderio e norma, un luogo dove si inscrivono le regole della comunità⁶.

La modernità ferita: la metamorfosi della comunità

    La modernità, per Gambino, non è una conquista, è piuttosto un trauma. In Fischia il sasso⁷ la modernizzazione appare come un evento destabilizzante: la televisione, l’emigrazione, la scuola, la burocrazia producono una frattura. La comunità perde i suoi codici, ma non ne acquisisce di nuovi. Ne nasce una modernità senza alfabeti, una modernità che non sa leggere se stessa.Gambino è tra i primi a cogliere questo spaesamento, questa perdita di orientamento che segna la Calabria dagli anni Sessanta in poi. Non è un lamento: è una diagnosi. La modernità non sostituisce il mondo contadino, lo lascia sospeso, incompleto, vulnerabile. E in questo vuoto si inseriscono nuove forme di violenza, nuove forme di potere.

    È qui che si colloca la sua lettura della ’ndrangheta. Nel saggio La mafia in Calabria⁸, Gambino interpreta la ’ndrangheta non come semplice criminalità, ma come istituzione culturale: un sistema di parentela, un codice d’onore, un linguaggio simbolico. La ’ndrangheta, nella sua analisi, non è un corpo estraneo alla comunità: è una sua deformazione, una sua metamorfosi. È la comunità che, perdendo i suoi codici tradizionali, genera nuove forme di controllo e di potere.È una lettura anticipatrice, che precede di decenni gli studi antropologici contemporanei. E che mostra come la modernità, in Calabria, non abbia cancellato il passato, ma lo abbia trasformato.

La lingua come dispositivo critico

    La lingua di Gambino è il mezzo dove tutto questo si compone. Alterna italiano, dialetto, gerghi; usa la narrazione come osservazione e critica; trasforma la cronaca in etnografia; fa della satira un metodo di analisi sociale. La sua scrittura è una forma di etnografia narrativa. È una lingua che non cerca l’effetto, ma la precisione; che non cerca la bellezza, ma la verità dei luoghi. Ed è proprio questa verità che rende la sua opera così attuale.

    Oggi, nel tempo dello spopolamento, della perdita delle comunità, della dissoluzione dei legami, la voce di Gambino torna dirompente. La sua modernità antropologica, la capacità di leggere la Calabria come un territorio simbolico, è uno strumento prezioso per capire ciò che accade oggi nei paesi del Sud.Come ha osservato Vito Teti nel suo intervento al centenario “Sharo Gambino x100”⁹, Gambino non offre richiami nostalgici, ma strumenti critici: la sua opera è un dispositivo per comprendere la metamorfosi dei paesi, la loro oscillazione tra memoria e spaesamento, tra residui del mondo contadino e modernità incompleta.

    La sua antropologia, però, non si limita alla comunità, al corpo, al rito, alla modernità ferita. È principalmente un’antropologia della parola come memoria, come strumento di controllo sociale, ma anche come forma di resistenza. È un’antropologia del tempo contadino, ciclico, rituale, che si scontra con il tempo lineare della modernità, dello spazio e del tempo, della paura come collante comunitario e come strumento di potere.

    È anche un’antropologia della scomparsa dei mestieri, dei ruoli, delle figure simboliche che tenevano insieme la comunità. In questo senso, come ha mostrato Antonio Pagliuso nella sua monografia Sharo Gambino. Il narratore delle Serre¹⁰, ciò che resta del mondo contadino non è ciò che era, ma ciò che diventa: la metamorfosi è la chiave interpretativa della Calabria contemporanea.

    E proprio per questo la sua voce è così preziosa oggi, quando la Calabria vive una nuova fase di spaesamento, una nuova modernità incompleta e difficile.

Bruno Demasi

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1.Archivio Radio Rai, Vizzarro, sceneggiato, 1980.
2.Il Messaggero, rubrica “Cronache calabresi”, articoli 1968–1975.
3.Sole nero a Malifà, ed. 1965, pp. 17–23.
4.Ivi, pp. 45–52.
5.Calabria erotica, ed. 1973, pp. 9–14.
6.Ivi, pp. 67–72.
7.Fischia il sasso, ed. 1973, pp. 101–108.
8.La mafia in Calabria, ed. 1971, pp. 31–38.
9.Vito Teti, intervento al centenario “Sharo Gambino x100”, Lamezia Terme, 2025.
10.Antonio Pagliuso, Sharo Gambino. Il narratore delle Serre, 2024, pp. 56–63.

domenica 2 agosto 2026

Laboratorio di scrittura: “LE PATATE E LA STOLA” (Racconto di Nino Greco)

     In questa nuova pagina inedita Nino Greco costruisce la narrazione con una misura antica: ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio è carico di una densità che non ha bisogno di enfasi per commuovere. Il racconto si muove dentro la terra di una Calabria contadina che soffre e che consola. La peronospora, la zappa, il verderame, la strada bianca di polvere non sono elementi di colore, ma segni di un destino che si tramanda e che, proprio nel momento in cui sembra immutabile, trova un varco, una possibilità di riscatto. È in questa tensione che Greco eccelle con la capacità di trasformare un episodio familiare in una meditazione sulla trasmissione della responsabilità dei padri, sulla fragile ma ostinata speranza dei figli. La forza del racconto sta nella sua sobrietà emotiva: la terra e la stola diventano due forme di esistenza: una da scavare con le mani, l’altra da conquistare con lo studio in quel seminario di Oppido che per secoli  in molti paesi della piana di Gioia Tauro è stato l’unico mezzo per emanciparsi. E la scelta di Rocco - una scelta che è insieme rinuncia, sacrificio e visione - si impone come momento alto della narrativa civile contemporanea, perché mostra come la dignità dei poveri non sia mai inerzia, ma un continuo, doloroso tentativo di immaginare un domani diverso.Un’altra pagina preziosa perché restituisce alla scrittura il suo compito più antico: raccontare la vita degli ultimi senza paternalismi e senza scorciatoie.(Bruno Demasi)

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    L’annata delle patate, quell’anno, era stata avara: nonostante la terra “piusa” e l’acqua abbondante che solo quelle montagne sapevano dare, la peronospora era arrivata come una maledizione, in quella terra che pareva punita da un Dio distratto.

     Rocco Musolino si svegliava prima dell’alba da trent’anni, e da trent’anni le sue giornate avevano la cadenza di un orologio a pendolo, che consumava le ore e i giorni di un destino ormai impossibile da mutare. Aveva un figlio, Vincenzo, tredici anni; le mani già incallite di zappa, verdastre per l’effetto del verderame, e gli occhi curiosi e vispi come quelli di un gatto.

     Il ragazzo lo seguiva nei campi da quando aveva sei anni. Camminava dietro di lui nei solchi, imparando il linguaggio muto e vivo della terra. Conosceva i tempi di quando zappare, quando aspettare, quando pregare che la pioggia non arrivasse tutta in un giorno solo, che, invece di dissetare, portava distruzione. Rocco lo guardava lavorare e ci vedeva sé stesso, riprodotto, condannato agli stessi stenti composti e alla stessa dignità sofferta.

     Ma una sera di domenica, dopo la messa, don Pasquale, il farmacista, l’unico del paese che avesse studiato a Napoli e l’unico che possedesse più di dieci libri, si fermò a parlare con lui davanti alla chiesa. 
-    Rocco-, gli disse, - tuo figlio sa leggere meglio di certi maestri. L’ho sentito recitare il catechismo a memoria, con la voce giusta, come uno che capisce quello che dice, non come un pappagallo-. 
      Rocco si tolse il berretto, per rispetto e per vergogna insieme. 
-    E che ci faccio, don Pasquà, con uno che sa leggere? La peronospora non la combattiamo con i libri: quella ha il potere di affamarci; se non ci difendiamo col verderame, le patate vanno a marcire. 
-   Con le cose della natura bisogna imparare a conviverci, e spesso bisogna subire ciò che comanda lei stessa-, rispose il farmacista, - Ma del destino forse siamo un po’ padroni-.

     In quei mesi le voci arrivavano a Rocco come arrivano i tuoni di un temporale lontano: non lo vedi, ma senti il frastuono. Le voci di viandanti che vagavano per i paesi della Calabria, di venditori, furono i primi a raccontare che migliaia di contadini del Marchesato fossero scesi sulle terre incolte dei baroni, con le bandiere rosse accanto al tricolore, a dividersele con la zappa, come se il diritto, per esistere davvero, avesse bisogno di essere scavato nella terra prima ancora che scritto in un decreto emanato pochi anni prima da un ministro calabrese, e che i baroni si erano affrettati a dimenticare e a nascondere.

     Poi, in un giorno di ottobre, la voce che arrivò fu diversa e più gelida: a Melissa la celere aveva sparato su uomini e donne che chiedevano solo un pezzo di terra da arare. Si parlava di morti, tra cui un ragazzo di quindici anni, oltre a una donna e a un altro giovane.

     Rocco, quella sera, non disse nulla a nessuno. Pensò al ragazzo disteso nel fango, e pensò a Vincenzo, e capì che la sua misurata rassegnazione, quella che per trent’anni aveva chiamato dignità, era forse soltanto paura, e che lui vedeva, per timore e per discrezione, con le sembianze di pazienza. Quella notte Rocco non dormì. Guardò sua moglie, Concetta, che dormiva esausta dalla stanchezza, e pensò a suo padre, che era morto contadino, e al padre di suo padre, contadino anche lui, tutti sepolti nella stessa terra che avevano zappato senza mai possederla davvero.

    Pensò che la fame che si eredita fosse peggio della fame che si abbatte sulla tua vita per altri eventi, perché toglie anche la speranza di vederne la fine. E pensò che la terra, forse, un giorno sarebbe tornata a chi la zappava; ma non subito, non per lui, forse nemmeno per Vincenzo, e nell’attesa un uomo doveva pur trovare un’altra via e un altro violo.

     Il seminario di Oppido era l’unico posto, in quelle contrade, dove un figlio di braccianti potesse sedersi allo stesso banco di un figlio di notabili. Non c’era altra scuola per chi non aveva né terra né nome. La stola e il colletto, pensò Rocco con un’amarezza che aveva l’odore acre del verderame, erano l’unica via che Dio avesse lasciato viva per giungere fino ai poveri.

     Non fu una decisione facile da comunicare. Vincenzo pianse, la prima notte, perché non voleva lasciare quelle terre, non voleva lasciare le bestie che conosceva per nome, non voleva soprattutto lasciare suo padre solo con la zappa e con l’inverno che si avvicinava. 
-    Chi ti aiuta, padre, con la vigna e l’orto? E poi, le patate…- Rocco gli mise una mano sulla testa. 
-    La vigna l’ho sempre zappata io e la zapperò ancora. Ma tu devi zappare un’altra terra: quella che sta dentro i libri. Io quella terra non l’ho mai vista, e per questo sono rimasto povero di mondo e di vita-.

    Don Pasquale scrisse una lettera al vescovo, con l’attenzione che si doveva, per chiedere l’ammissione al seminario del giovane Vincenzo. Concetta cucì per il figlio due camicie nuove, tagliando la stoffa da un lenzuolo che aveva portato in dote. Rocco vendette un maiale, l’unico, quello che doveva sfamarli per l’inverno, per pagare le prime spese, e non lo disse a nessuno, nemmeno a Concetta, per non farla piangere due volte.

     Il giorno della partenza, Vincenzo salì sul carro di un mulattiere diretto a Oppido, con una valigia di cartone legata con lo spago e un pezzo di pane nella tasca. Rocco lo guardò allontanarsi lungo la strada bianca di polvere, tra gli ulivi contorti come vecchi che pregano, e per la prima volta in vita sua pianse senza vergognarsene, perché capì che stava assistendo non a una partenza, ma a una rottura: la catena che per generazioni aveva legato il nome dei Musolino alla zappa si spezzava lì, in quel momento, sopra quella strada.

    Non sapeva, Rocco, se suo figlio sarebbe diventato prete davvero. Non gliene importava, in fondo. Sapeva solo che, per la prima volta, un Musolino avrebbe imparato il latino, la storia, la geometria: parole che a lui suonavano come nomi di mondi lontani mai visitati. E sapeva che, chiunque Vincenzo fosse diventato, non sarebbe più stato costretto a chiedere la pioggia come un’elemosina al cielo.

    Quel giorno Rocco tornò solo nei campi, riprese la zappa e lavorò fino a notte fonda, come se il dolore si potesse zappare insieme alla terra. E forse, in un certo senso, era proprio così: ogni colpo di zappa era una preghiera silenziosa, non per sé, ma per un futuro che lui non avrebbe mai potuto vivere, ma che aveva avuto il coraggio, l’unico vero lusso dei poveri, di desiderare per un altro, per suo figlio.

Nino Greco

venerdì 31 luglio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: FEDOR GRAF KARACZAY (1825) ( di Rocco Liberti)

      Rocco Liberti ha l’abitudine, ormai riconoscibile come un vero carattere stilistico, di trasformare ogni viaggiatore ottocentesco in un personaggio vivo. La sua scrittura non si limita a registrare itinerari o citare fonti, ma ricostruisce situazioni di viaggio e illumina figure che la storiografia maggiore ha lasciato ai margini. In queste pagine dedicate al nobiluomo moldavo, militare cosmopolita e autore di un Manuel du voyageur en Sicile oggi quasi introvabile, Liberti mostra ancora una volta il suo talento nel far emergere attraverso un uso sapiente delle fonti e una prosa misurata la densità culturale dei viaggiatori che attraversarono la Calabria nel XIX secolo. Il lettore ritrova così l’acutezza con cui l’autore sa intrecciare biografia, storia militare, editoria ottocentesca e geografia del Mediterraneo, fino a condurre lo sguardo di Karaczay verso lo Stretto e la costa reggina, trasformando un semplice passaggio in una scena memorabile.È un piccolo saggio che conferma la qualità della rubrica che riesce quasi a far parlare gli osservatori stranieri come testimoni privilegiati di una Calabria che, pur profondamente mutata, continua a riconoscersi anche nelle immagini, realistiche o meno, che essi ci hanno lasciato. (Bruno Demasi)

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     Il conte Karaczay, nobiluomo moldavo e militare legato alla corte austriaca ha effettuato anche lui un viaggetto in Sicilia e di conseguenza, una volta a Messina, non poteva non volgere un interessato sguardo alla prospiciente Calabria. Nato nel 1787, per un certo periodo ha frequentato l’Accademia di Vienna-Neustadt e dal 1805 si è unito come cadetto al principe del Liechtenstein. Risulta essersi distinto quale tenente nel 1813 in Sassonia, a Pirna, dove ha preso d'assalto di sua iniziativa la testa di ponte. Appresso, a Lione, mentre faceva servizio di pattuglia lungo la strada, si è scontrato con successo con 20 gendarmi e 300 fanti. Per un po’ di tempo è stato al servizio dell’Arciduca Massimiliano. Ha di volta in volta ricoperto i gradi di maggiore nel 1 ° Reggimento degli Ulani (Ussari o Lanceri) e di colonnello e comandante a Mantova. In seguito è entrato nel servizio persiano come istruttore per lo stato maggiore in atto di costituzione a Teheran e, nel 1854, proprio lui ne sarebbe stato il capo con il grado di generale. Nel 1815 ha pubblicato sull’Archivio di Stato bavarese diretto da Homayr il saggio “Il Moldau, ihre Bewohner” cioè “La Moldava, i suoi abitanti”. Si è sposato nel 1853 con Josephine Bellelli-Bianchi figlia adottiva del marchese Julian Bianchi-Morari. La morte lo ha colto nell’anno 1859[1]

     Karaczay ha scritto alcune opere come “Loindres et ses environs” (Vienna 1835) e “L'insegnamento reciproco secondo il metodo di Bell-Lancaster. Per una più stretta connotazione e attenzione, presentato con particolare rispetto per le province della monarchia austriaca” (in lingua tedesca) (Kaschau oggi Kosice in Slovacchia 1819)[2], ma soprattutto per quanto c’interessa: “Manuel du voyageurs en Sicile” edito variamente a Parigi nel 1826, 1839, 1840, 1845. Un estratto di quest’ultima opera è stato inserito nello stesso anno 1826 in “Itinéraire instructif de Rome a Naples et à ses environs tiré de celui de feu M. Vasi et de la Sicile revus et corrigés d’apres l’état actuel des monumens” (Roma 1826). Quest’ultimo, invero nella prima parte è un lavoro del defunto Mariano Vasi, editore e calcografo (1744-1822), alle cui correzioni e aggiornamenti ha cooperato Antonio Nibby, storico, archeologo e topografo romano (1797-1839)[3].

   Non sappiamo in che epoca il conte moldavo abbia compiuto il suo giretto in Sicilia, ma è logico presumere che esso si sia verificato qualche annetto prima che fosse pubblicata l’opera che ne tratta. Comunque sia, egli, che fa precedere la narrazione da un’ampia trattazione sulla storia, geografia, demografia, usi e tradizioni dell’isola con discreta coloritura, compare inizialmente a Palermo, da dove parte per un’ampia perlustrazione. Si susseguono perciò dopo l’antica capitale e dintorni i centri abitati di Morreale, Segesta, Calatafimi, Trapani, Marsala, Mazzara, Selinunte, Sciacca, Girgenti, Palma, Alicata, Caltagirone, Floridia, Siracusa, Augusta, Catania, Acireale, Taormina e, infine, Messina. Pervenuto alfine alla città del Faro non può non estasiarsi alla vista di quello Stretto che nei secoli ha incantato tanti altri prima di lui e in particolare dello scenario offerto dalla Calabria, terra di miti. Ecco l’immagine che ci propone:

   «Si vede a nord-est la città di Scylla, sovrastata da un’enorme roccia; a sud-est quella di Reggio, costruita su un terreno più aperto, nello spazio che le separa, una infinità di villaggi addossati a una catena montuosa, e in primo piano del quadro, una moltitudine di scialuppe, di battelli di pescatori, di navi di ogni specie, voganti verso tutti i punti della riviera». Riferendosi poi alla stessa Messina, ha: «dal lato del mare, due guardiani vigili, Charybde e Scylla, la proteggono ancora più sicuramente, l’uno situato a 12 miglia a nord-est del porto, sulla costa della Calabria; l’altro su quella della Sicilia, all’estremità di una lingue di terra detta San Ranieri, che forma l’entrata del porto, sempre temuti dai naviganti, essi vegliano sulla sicurezza di Messina, meglio di tutti i cannoni di cui i suoi bastioni sono forniti»[4].

     Karaczay non si è fatto mancare l’occasione per discettare anche della pesca e di quella del pescespada in particolare nonché del fenomeno della Fata Morgana: «Le acque del faro sono molto pescose: mille pescatori ne solcano la superficie; il pesce spada (xiphias gladius de Linné) non si trova che in questi paraggi, dove è arpionato. La pesca di questo cetaceo, si fa con una destrezza meravigliosa./ È dal Forte Gonzaga che si fa osservare ordinariamente agli stranieri questo fenomeno conosciuto con il nome di Fata Morgana, che si ottiene per effetto dei vapori che i tempi caldi elevano al disopra della superficie del mare: questo miraggio riflette allora gli oggetti terrestri e li avvolge talvolta in modo fantastico e bizzarro»[5].

Rocco Liberti

[1] Dati estratti da Wikisource, Karaczay, Fedor Graf e tradotti dal tedesco. Così era indicato sull‘Almanacco Imperiale Reale per le Provincie del Regno Lombardo-Veneto Soggette al Governo di Milano per l'anno 1825 (Milano Dall’Imp. R. Stamperia): «Il sig. Conte Fedor Karaczay di Valleszaka-Moldavaj, Cavaliere degli Ordini II. russi di S. Anna di seconda classe e di S. Valdimiro di quarta classe, del R. Ordine del Merito militare di Prussia, dell'Ordine granducale badese del Leone e dell' Ordine costantiniano di S. Giorgio di Parma, I. R. Ciambellano attuale e Maggiore del reggimento d’ulani Imperatore Francesco n. 4». 
[2] Der Wechselseitige unterricht nach der Bell-Lancaster methode. Zur nahern kenntnitz und beherzigung, mit besonderer ructzsicht fur die provinzen der Osterreichischen monarchie dargestellt. 
[3] L’Itinéraire instructif era un lavoro tipografico a carattere informativo, quindi una specie di guida per i viaggiatori. Mariano Vasi aveva curato le edizioni 1818 e 1819, le precedenti erano state appannaggio del di lui padre Giuseppe Vasi (1710-1782), incisore e architetto oriundo di Corleone, che ha Roma ha operato ed è deceduto. 
[4] Karaczay, Manuel du voyageur…, pp. 182-184, trad. dal francese. 
[5] Ivi, pp. 190-191, idem.

giovedì 30 luglio 2026

PIETRO LAZZARO: lo scrittore calabrese apprezzato al Nord e ignorato al Sud (di Mara Vittoria Colosimi)

      Sono grato a Mara Vittoria Colosimi che, tra i suoi molteplici impegni accademici, trova il tempo per arricchire questo blog con un’altra pagina preziosa. Pubblicare infatti un testo su Pietro Lazzaro significa riportare alla luce una voce che ha connotato la letteratura italiana con la discrezione dei grandi scrittori  rimasti quasi nell'ombra nella loro terra. La sua opera, sospesa tra la concretezza della terra calabrese e una visione simbolica, che scava nelle pieghe dell’esistenza, appartiene a quella categoria di scritture che non cercano il clamore e neanche il consenso a ogni costo. L’articolo che qui presento, restituisce con rara sensibilità la complessità di questo autore: ne ricostruisce la biografia intellettuale, ne illumina le opere maggiori e ne mostra una insospettata modernità. Attraverso le pagine di “Mille anime”, “La stagione del basilisco” e “La breve muraglia”, Lazzaro appare come un narratore capace di trasformare un paese in un organismo vivente, una muraglia in un confine metafisico. È un’occasione preziosa per riscoprire una figura che ha saputo fare della Calabria un paradigma del mondo. (Bruno Demasi)

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   Pietro Lazzaro è uno di quegli scrittori che sembrano nati per restare ai margini, come se la loro voce avesse bisogno del silenzio per farsi ascoltare. La sua Calabria non è mai uno sfondo pittoresco, né un repertorio di costumi, ma  un luogo dove la realtà si incrina e lascia filtrare una luce obliqua. 
 
     Nato nel 1912 a Motta Filocastro, cresciuto tra la polvere dei campi e la severità dei libri, Lazzaro porta nella sua prosa una doppia fedeltà: alla terra, con la sua immobilità millenaria, e alla visione, che gli permette di scorgere dietro la miseria quotidiana un’energia simbolica. Anche quando vive lontano - Roma, Milano, il Liceo Berchet, gli incontri con Vittorini e Montale - continua a scrivere come se ascoltasse il respiro del suo paese, un respiro lento, ostinato, fatto di attese e di silenzi che caratterizza tutta la sua vita e la sua opera fino alla morte,avvenuta prematuramente nel 1968.

     In Mille anime (Rubbettino, 1987), il paese è un organismo vivente, attraversato da voci e da immobilità. In una delle frasi più emblematiche, Lazzaro annota: «Il paese pareva fermo, come se aspettasse qualcosa che non arrivava mai»¹. È una sospensione che non è solo geografica, ma esistenziale: gli abitanti sembrano muoversi dentro un tempo che non scorre, come se ogni gesto fosse già stato compiuto mille volte. Il romanzo segue le traiettorie minime di uomini e donne che vivono ai margini della storia, e tuttavia ogni loro gesto contiene una densità simbolica: il lavoro nei campi, le attese, le partenze, le piccole violenze quotidiane. Lazzaro non giudica, non abbellisce, non consola. La sua lingua è scabra, essenziale, ma attraversata da una vibrazione interiore che trasforma il realismo in una forma di rivelazione.

     Questa tensione verso il simbolo diventa esplicita in La stagione del basilisco, l’unico romanzo pubblicato in vita. Qui il basilisco - creatura che pietrifica - non è un animale, ma un modo di guardare il mondo: «Il basilisco non era una bestia: era un modo di guardare il mondo»². Il romanzo segue la storia di un giovane che attraversa un paese dominato dalla paura, dalla superstizione e da una sorta di immobilità morale. Il basilisco è la metafora di uno sguardo che paralizza, di una comunità che teme il cambiamento e preferisce restare immobile pur di non affrontare la verità. Lazzaro costruisce un racconto che è insieme realistico e visionario, dove la Calabria diventa un teatro di apparizioni, un luogo in cui ogni gesto quotidiano può trasformarsi in allegoria.

     Ma è con La breve muraglia (Rubbettino, 2021, a cura di Alessandro Gaudio) che la voce di Lazzaro torna a vibrare con forza nel presente. Il romanzo, scritto negli anni Quaranta e rimasto inedito per decenni, è stato ricostruito con rigore filologico e intelligenza critica da Alessandro Gaudio, che ha restituito al testo la sua struttura originaria, le sue varianti, la sua tensione interna. In una delle pagine più intense si legge: «La muraglia era breve, ma bastava a dividere il mondo in due»³. È una frase che sembra scolpita nella pietra: la muraglia è un confine, ma anche una soglia, un punto di passaggio tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Il romanzo segue la vicenda di un giovane che osserva il proprio paese come se fosse un enigma, un luogo dove ogni gesto è carico di significato e ogni figura sembra un’ombra che cerca la propria forma. Gaudio non si limita a curare il testo: lo interpreta, lo illumina, lo colloca nel panorama del Novecento italiano, mostrando come Lazzaro fosse molto più moderno di quanto si fosse creduto.

    Senza il lavoro di Gaudio, oggi Lazzaro sarebbe ancora un nome confinato nelle biblioteche specialistiche. Il suo intervento ha compiuto un atto di giustizia letteraria: ha restituito una voce che rischiava di perdersi, ha mostrato la modernità di un autore capace di fondere realismo e simbolismo, concretezza e visione. Lazzaro non è uno scrittore regionale: è un narratore europeo, un autore che ha saputo trasformare la Calabria in un paradigma del mondo. E oggi, in un tempo che chiede semplificazioni, la sua complessità è più n che mai. La sua scrittura ci ricorda che la Calabria non è solo antropologia, ma un enigma; non un repertorio di stereotipi, ma una terra che continua a interrogare chi la attraversa.

Mara Vittoria Colosimi

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1. Mille anime, Rubbettino, 1987, p. XX.
2. La stagione del basilisco, 1966, p. XX.
3. La breve muraglia, a cura di A. Gaudio, 2021, p. XX.