Con questa pagina Tita Ferro offre al lettore un altro esempio di rara delicatezza narrativa, in cui la precisione della vicenda si accompagna a una scrittura limpida, controllata e insieme intensamente partecipe. La sua prosa, raffinata senza mai diventare enfatica, sa modulare con finezza i toni del racconto, costruendo con naturalezza attese, sospensioni e risonanze interiori. Uno dei pregi più evidenti del testo è proprio la capacità dell’Autrice di dare forma alle atmosfere: ogni scena è definita con cura, ogni gesto, ogni sguardo, ogni silenzio contribuisce a creare un tessuto emotivo sottile e avvolgente. Ne nasce un racconto in cui la dimensione spirituale e quella umana si intrecciano con misura, lasciando emergere, dietro l’apparente semplicità degli eventi, una forte intensità sentimentale. Tita Ferro dimostra ancora una volta un’abilità narrativa non comune, trattenendo l’emozione, dosandola, rendendola progressivamente percepibile fino a farla esplodere nell’immagine finale, di grande tenerezza e valore simbolico. È una scrittura che non ha forzature, ma accompagna il lettore con eleganza verso il cuore segreto della vicenda.(Bruno Demasi)
- Però il Superiore le ha detto che è un giovane teologo, che va in Belgio ad approfondire i suoi studi-, intervenne in tono accomodante.
- Vedremo, lei però tenga d’occhio le ragazze, pur lasciando loro tutta la libertà che è necessaria in un Corso di Esercizi Spirituali -.
Il “giovincello” lo incontrò alla fine della mattina quando la direttrice lo introdusse nel suo studio e vederlo la rafforzò nelle sue idee che senza parole comunicò all’altra in uno sguardo lungo ed eloquente.
Alto e magrissimo, non portava la tonaca, un semplice collarino bianco appariva sotto il colletto della camicia ed un piccolo crocefisso era appuntato sul petto a sinistra; i capelli neri e ricci erano tagliati cortissimi e nel viso bianco e cosparso di lentiggini spiccavano gli occhi più azzurri che la Superiora avesse mai visto.
- Vorrei incontrare già stasera le ragazze per concordare con loro alcune modalità degli Esercizi-, disse dopo averla salutata con una stretta di mano vigorosa.
- Diciamo allora alle venti, subito dopo cena. La Direttrice le mostrerà la Cappella, la sua stanza e la sala degli incontri -.
Il religioso si ritirò dopo aver salutato con un cenno del capo.
Dava da poco tempo gli Esercizi Spirituali il giovane gesuita tutto pelle ed ossa: aveva accettato la proposta di fermarsi a Milano prima di proseguire per il Belgio per i suoi studi di teologia.
Il superiore non glielo aveva imposto, ma chiesto quasi come un favore e il giovane religioso si era lasciato convincere. Dopo aver conosciuto la madre superiora, però, ed aver colto il suo sguardo preoccupato, non era più tanto sicuro di aver fatto la cosa giusta. Era tutto preso dai suoi studi che coltivava con punti di vista ben chiari: sosteneva che la teologia si era troppo allontanata dalla vita e dalla preghiera, diventando un’astratta disquisizione di filosofi piuttosto che una meditazione e contemplazione amorosa del mistero di Dio, strettamente collegato con la vita e l’esperienza dell’uomo.
Sistemò i suoi libri e le poche cose che aveva portato con sé, poi passò in cappella: era giusto presentarsi e chiedere aiuto a chi conosce i misteri del cuore ed aveva certamente degli obiettivi se gli aveva affidato per qualche giorno la vita di dieci ragazze.
Le incontrò la sera nel salone attrezzato con alcune sedie disposte in cerchio: erano dieci tra i sedici e i venti anni, brune, bionde, castane, con capelli lunghi, cortissimi, a caschetto o raccolti in una lunga coda sulla nuca e lo fissavano con occhi seri e forse un po’ preoccupati.
Non portavano una divisa, erano vestite con sobria eleganza che indicava l’estrazione sociale elevata.
Stavano sedute compostamente con un quaderno sulle ginocchia e la penna in mano, pronte a prendere appunti.
L’educazione e la disciplina della Madre superiora si toccano con mano, pensò il giovane gesuita abituato ai turbolenti ragazzini della parrocchia romana dove aiutava un vecchio sacerdote.
- Saranno cinque giorni in cui ciascuna di voi incontrerà il Signore e parlerà con Lui: io sono soltanto incaricato di guidarvi nel cammino, niente di più. Sarò disponibile se avrete bisogno di parlare con me dopo il tempo dedicato alla preghiera, ma anche in ogni altro momento, basterà che mi facciate chiamare dalla sagrestana. Vi dirò adesso le disposizioni necessarie per entrare nel clima degli Esercizi… -.
Uscendo dal salone per tornare nelle loro camere, le ragazze avrebbero voluto scambiarsi impressioni ed emozioni dopo quel primo incontro, ma il silenzio era una consegna che non osavano infrangere.
Il giovane religioso era così diverso dal vecchio prete che mensilmente celebrava la Messa ed era disponibile per le confessioni.
Si scambiarono solo qualche occhiata.
Ma Adele, Anna, Elena e Pinuccia che avevano le camere vicine furtivamente si comunicarono alcune impressioni, tutte positive. Tina, come al solito, era insieme a loro, ascoltava senza intervenire secondo il modo di comportarsi a cui le altre erano ormai abituate.
Tornando in camera si sentiva incuriosita di fronte a quell’esperienza che per lei era nuova: non aveva mai fatto ritiri, solo qualche giornata di preghiera nella parrocchia della sua città. Prima di andare a letto prese il diario e scrisse a lettere maiuscole ESERCIZI SPIRITUALI, sotto la data, 29 aprile 1958, ed ancora più sotto la frase che le era rimasta impressa tra le parole che il giovane religioso aveva rivolto loro:
“Parlerò con Te, Signore, della mia vita. Tu, parlami, fammi sentire che mi sei vicino, che mi ami, che ami proprio me”.
Al secondo giorno il religioso le conosceva già tutte per nome, al terzo si era fatto un’idea di ciascuna di loro, di Elena sempre pronta a comunicare le risonanze personali nella meditazione del pomeriggio che ogni giorno facevano tutti insieme, di Ada così stravagante nei suoi interventi, di Lea che sembrava la perfezione in persona, con gli appunti ordinati, le osservazioni pertinenti e puntuali… e poi c’era Tita, indecifrabile nei suoi occhi neri pensierosi, il sorriso pronto a fiorire sulle labbra quasi a manifestare un’accoglienza che poi puntualmente mancava, perché comunicava lo stretto necessario ed aveva manifestato il desiderio di pregare nel cortile interno dell’istituto piuttosto che in cappella.
Quante preoccupazioni per queste ragazze, pensava la superiora, mentre guardava dalle finestre del suo studio Tina passeggiare in cortile e non finiva di stupirsi per quella figliola così diversa dalle altre, riservata, remissiva eppure forte nella decisione di portare a termine gli studi nel più breve tempo possibile. Aveva poche amiche e tutte in Università, all’interno dell’Istituto non aveva legato con nessuna. Tutto andava bene per lei, non si lamentava mai, scriveva spesso ai suoi di stare tranquilli perché lei a Milano si trovava bene.
La superiora aveva cercato ma invano di ottenere qualche confidenza: le aveva messo accanto Elena esortandola a diventarle amica, ma le amicizie non si impongono, lo sapeva bene, sorgono spontanee o non c’è niente da fare. Tina era gentilissima con Elena, parlava di lei con ammirazione, ma tra loro mancava quella complicità che legava le altre sia che studiassero o che facessero una passeggiata oppure si confidassero i piccoli grandi segreti che sono di tutte le ragazze.
Il quarto giorno al mattino il religioso lesse il brano del Vangelo di Marco con il racconto del paralitico alla piscina di Betesda: “Io non ho nessuno, Signore, che mi aiuti…” e, sollevando lo sguardo, incontrò due incredibili occhi neri colmi di lacrime, che si abbassarono subito sul quaderno sul quale Tina prendeva appunti.
Niente di più.
Venne il vecchio prete per le Confessioni e lui non ebbe occasione di parlare con la ragazza in privato.
- E’ una cara figliola -, gli disse la Superiora con cui aveva parlato in generale dell’una e dell’altra, - è impegnata nello studio perché desidera laurearsi nel tempo strettamente necessario. Si trova fuori casa e, probabilmente, non vuole pesare economicamente sulla famiglia -.
Il quinto giorno le salutò alla fine della Messa domenicale con cui concluse gli Esercizi, commosso dal calore del loro affetto e della loro gratitudine: era stato il più bel fine settimana, gli dissero, non avrebbero dimenticato l’impegno che avevano preso di ritrovarsi di tanto in tanto a pregare insieme come avevano sperimentato in quei giorni con lui.
Poi passò in Chiesa per una breve preghiera ed in sacrestia a ritirare le sue cose.
E mentre raccoglieva i libri se la vide davanti, con l’accenno di un sorriso ed un timido - vorrei ringraziarLa -, mormorato a fior di labbra.
Si avvicinò, allora, prese il volto di Tina tra le mani e le diede un bacio in fronte.
Non avrebbe mai saputo, pensava Tina, mentre tornava in camera con il cuore colmo di gioia, che cosa significava per lei quel bacio.
Aveva chiesto di sentire l’amore di Dio per lei, di avvertire il calore della sua presenza ed aveva avuto, tutto per lei sola, un bacio che non avrebbe mai dimenticato
Tita Ferro