lunedì 29 giugno 2026

EMILIO ARGIROFFI: la cura del corpo e dell’anima ( di Mara Vittoria Colosimi )


      La figura di Emilio Argiroffi  da tempo è  quasi del tutto assente dal discorso pubblico, specialmente nella sua amata Taurianova e in quella Calabria alla quale ha dato un enorme contributo di valori. Un oblio ingiustificato, soprattutto se si considera la densità morale, civile e culturale della sua biografia. Questo articolo di Mara Vittoria Colosimi, pubblicato in forma di saggio narrativo, ha il merito di restituire Argiroffi alla sua complessità, componendo un ritratto che non indulge alla celebrazione, ma ricostruisce con acume critico la trama profonda di una vita spesa tra cura, parola e politica. Colosimi evita ogni definizione univoca: Argiroffi emerge come medico dei poveri, poeta visionario, parlamentare comunista atipico, sindaco in tempi difficili, intellettuale mediterraneo capace di tenere insieme scienza e mito. La forza del saggio sta proprio nella capacità di mostrare come queste identità non siano compartimenti stagni, ma parti di un’unica vocazione: la cura come forma di responsabilità totale. Il documento lo dice con chiarezza: «La sua medicina superava la dimensione tecnica per farsi ascolto, presenza, prossimità». La parte dedicata alla poesia è forse la più originale. Colosimi accosta Argiroffi a Pasolini, Sinisgalli e Scotellaro, ma non per costruire accostamenti forzati, per mostra invecere come la sua lirica sia una forma di diagnosi dell’anima collettiva. La poesia diventa un modo di nominare la durezza del reale senza cedere alla disperazione. «La sua parola non consola: orienta» . (Bruno Demasi)

__________
 
   Per qualificare la figura di Emilio Argiroffi non basterebbe una sola definizione; occorrerebbe una sintesi quasi ossimorica: medico dei poveri, poeta visionario, parlamentare comunista atipico, sindaco amato e discusso, intellettuale mediterraneo capace di far convivere la scienza con la contemplazione del mito. Nato a Mandanici nel 1922, Argiroffi giunge a Taurianova nel 1949, in un secondo dopoguerra ancora segnato dalle ferite profonde della miseria e dell'isolamento. La Piana di quegli anni era un territorio sospeso tra latifondo e modernizzazione incompiuta: mortalità infantile elevata, servizi sanitari quasi inesistenti, emigrazione come destino più che scelta¹. Non poteva sapere, allora, che quella terra sarebbe divenuta la sua patria d’elezione, il teatro di una vita spesa tra la corsia e l’aula parlamentare, tra la pagina scritta e la piazza.

     La sua pratica medica era, in verità, una forma di antropologia applicata. Entrare nelle case dei braccianti, dei bambini malnutriti, degli anziani abbandonati a se stessi, significava per Argiroffi misurarsi con la “carne” della Calabria. La sua medicina superava la dimensione tecnica per farsi ascolto, presenza, prossimità. Le testimonianze dell’epoca lo ricordano come un uomo che curava senza chiedere nulla in cambio, un professionista che sedeva accanto al letto del malato, capace di chiamare per nome ogni componente della famiglia e di far proprie le loro ferite. Si racconta ancora di una notte d’inverno in cui, chiamato per un bambino febbricitante in una casa senza luce, rimase fino all’alba accanto al piccolo, scaldandogli le mani e rassicurando la madre terrorizzata: un gesto minimo, ma rivelatore della sua idea di cura come responsabilità totale. In una società che viveva ancora la soggezione dell'emigrazione e della fame, Argiroffi divenne un pilastro, un riferimento morale che andava oltre la semplice cura del corpo, agendo quasi come un mediatore culturale tra il mondo contadino e le prime istanze di modernità². 
 
   È da questo radicamento quotidiano che nasce la sua politica, intesa non come carriera, ma come estensione del suo impegno umanitario verso le classi subalterne. Quando nel 1968 le genti della Piana ne chiesero la candidatura al Senato, non si trattò di una scelta ideologica convenzionale. Le cronache narrano di donne che recitavano il rosario per la sua elezione: un gesto che rivela la natura profonda del legame che Argiroffi aveva costruito. Era la fiducia concreta, quella che si concede a chi ha già dimostrato di voler guarire le vite altrui. Nei suoi anni in Parlamento, per tre legislature, si occupò di ciò che meglio conosceva: igiene, sanità, tutela dell'ambiente e Commissione antimafia. Intervenne più volte sui temi dell’inquinamento industriale nella Piana, sulla necessità di una medicina territoriale capillare, sulla prevenzione come strumento di giustizia sociale³. Non fu mai un tribuno in cerca di consenso effimero, ma portò nelle istituzioni la concretezza del vissuto, trattando la politica come una forma di medicina preventiva: modificare le condizioni sociali per abbattere la malattia e la marginalità.

     Argiroffi ha rappresentato una figura rara nel panorama politico del Novecento: un intellettuale che ha saputo resistere alla tentazione di rifugiarsi nell'astrazione ideologica. La sua era una “politica del fare”, ma quella vera, dove ogni provvedimento amministrativo era filtrato da una sensibilità quasi clinica verso le sofferenze del territorio. Anche durante il suo mandato come sindaco di Taurianova (1993–1997), in una stagione di cupa tensione sociale e criminale, egli mantenne inalterato quel rigore etico, agendo come un argine morale in un periodo in cui le istituzioni locali rischiavano la paralisi o l'inquinamento. Scelse di mantenere la porta del municipio sempre aperta, anche nei giorni più difficili, convinto che la trasparenza fosse la prima forma di difesa civile. Un suo provvedimento simbolico – la riapertura di alcuni servizi essenziali sospesi per paura o inerzia – fu percepito come un atto di resistenza istituzionale.

   Ma sarebbe riduttivo leggere Argiroffi solo attraverso il prisma dell'impegno pubblico. La sua voce più profonda, quella che ancora oggi risuona, è la voce del poeta. La sua lirica non è mai stata una fuga dal reale, bensì una sua trasfigurazione. In questo senso, Argiroffi si inserisce nel solco tracciato da Pier Paolo Pasolini⁴: come per Pasolini, anche per il medico di Mandanici la cultura contadina rappresentava una resistenza sacrale contro la degradazione della modernità. Al contempo, il suo legame con la terra lo avvicina a Leonardo Sinisgalli⁵, il “poeta‑ingegnere” che seppe fondere la razionalità scientifica con l'intuizione mitica del paesaggio meridiano. In questa sintesi tra “scienza” e “mito”, Argiroffi trova la cifra stilistica della sua intera esistenza: l'idea che non possa esserci guarigione del corpo senza un riscatto culturale e morale dello spirito. La sua raccolta Le azzurre sorgenti dell’Acheronte è forse l’esempio più compiuto di questa fusione: un libro in cui la medicina diventa metafora e la poesia si fa diagnosi dell’anima collettiva.

     Argiroffi dialoga idealmente con Rocco Scotellaro⁶, il sindaco poeta di Tricarico. Entrambi hanno saputo costruire una poesia corale, in cui l’io lirico si dissolve in un “noi” collettivo, dando voce a chi rischiava di restare muto. Come scriveva lo stesso Scotellaro, la storia non è una sovrastruttura astratta, ma un cammino che si compie nei corpi e nei giorni: «Siamo noi a camminare nella storia, non la storia in noi». Questa consapevolezza rende la poesia di Argiroffi un oracolo civile, capace di nominare la durezza del reale senza rinunciare alla purezza del canto. La sua parola non consola, ma orienta.

   La sua eredità è custodita anche nella donazione alla Casa della Cultura “Leonida Repaci” di Palmi: oltre duemila volumi, tra cui testi preziosi del Cinquecento e Seicento, insieme a opere d'arte. Questa biblioteca non è solo un lascito, ma una chiave di lettura: rivela un intellettuale vorace, un collezionista che ha saputo tenere insieme cultura alta e popolare, confermando, come teorizzato da Italo Calvino⁷, che i libri sono il “sistema nervoso” di una vita vissuta con rigore critico. Il fondo, ancora in parte da catalogare, testimonia la vastità dei suoi interessi e la necessità di un lavoro critico futuro, ma rammarica pensare che  "Taurianova capitale del Libro" non abbia pensato a una riedizione , se non di tutte le sue opere, almeno di una, una soltanto che  ricordasse alle giovani generazioni questa grande figura di medico e di poeta.

     Ancora oggi, la sua vita ci pone una domanda radicale: come tenere insieme cura, parola e politica? La risposta di Argiroffi è nel suo esempio: non separare mai la parola dalla carne del mondo, non smettere di ascoltare e non rinunciare mai a trasformare la propria competenza in un atto di servizio verso la comunità. La sua lezione, in fondo, è semplice e severa: la cura non è un gesto tecnico, ma un modo di abitare e migliorare il mondo.

Mara Vittoria Colosimi

_____________ 
¹ Sulla condizione sanitaria e sociale della Piana nel dopoguerra: G. P. Pizzuti, Sanità e società nel Mezzogiorno rurale, Laterza, Bari, 1962. 
² Sulla figura del medico‑mediatore nelle aree rurali meridionali: E. Cingolani, Antropologia della cura, Il Mulino, Bologna, 1998. 
³ Per un quadro storico sulla medicina territoriale in Italia: M. De Bernardi, La salute pubblica nel Novecento italiano, Carocci, Roma, 2003. 
⁴ P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975. 
⁵ L. Sinisgalli, Furor Mathematicus, L'Astrolabio, Roma, 1944. 
⁶ R. Scotellaro, È fatto giorno, Laterza, Bari, 1954, p. 82. 
⁷ I. Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, Milano, 1991.

domenica 28 giugno 2026

Laboratorio di scrittura: “SCALICI CU’ PANI” (Racconto di Nino Greco)

    “Scalici cu’ pani” è un racconto che porta con sé un’eco quasi pavesiana: la fedeltà alla terra, la dignità del lavoro, la malinconia trattenuta di chi sa che la vita si misura nei gesti più che nelle parole. Nino Greco ricostruisce un microcosmo rurale con una precisione affettuosa, mai nostalgica. Le costereje della vigna, «un lembo di terra cretosa e ostinata», diventano il teatro di un’educazione sentimentale: quella di un ragazzo che impara il tempo lungo della fatica e quello ancora più lungo della memoria. Attorno a lui si muove l’anta degli uomini, figure scolpite con una naturalezza che ricorda la grande tradizione del realismo meridionale: compare Rrocco, Peppe Menzu, il padre. Ognuno con la sua voce, il suo ritmo, la sua ironia. Il racconto trova il suo centro emotivo nella figura di compare Rrocco, uomo di poche parole e di molta sostanza, capace di attraversare la guerra civile spagnola con la stessa sobrietà con cui attraversa la vigna. «Ci cascammo tutti comu merri!», dice, e in quella frase c’è un intero trattato di antropologia: l’inganno, la povertà, la retorica che spinge gli ultimi verso guerre che non comprendono. La sua conclusione — «Meglio ’nu scalici cu’ pani nella mia terra» — è una filosofia di vita, un rifiuto istintivo delle grandi narrazioni ideologiche. (Bruno Demasi)

__________

    Le costereje di Sanzo erano quella parte di vigna dove la motozappa non poteva accedere: un lembo di terra cretosa e ostinata, che non cedeva alle modernità con la stessa caparbietà con cui le viti, tutte di agghjanico e magghjoccu, vi affondavano le radici da generazioni. Piantate e innestate in ordine sparso in un'epoca in cui la concezione del sesto era ancora lontana da venire, quelle piante sembravano obbedire a una logica tutta loro, antica e avversa al cambiamento. Ma non erano solo le costereje a reclamare la zappa: anche in altri punti la disposizione delle viti non consentiva l'accesso dei mezzi, quasi che il terreno volesse stabilire lui come essere trattato.

    Il lavoro paziente di mio padre aveva già modificato buona parte del vigneto. Anno dopo anno, con la tenacia silenziosa di chi sa che i frutti arrivano dopo, aveva piantato le barbatelle in linea e aspettato che l'arbusto diventasse abbastanza robusto da reggere l'innesto. I filari cominciavano a prendere corpo, anche sotto l'aspetto estetico.  Sparivano a poco a poco i pali di castagno con la punta abbruciacchiata, conficcati accanto a ogni pedi di vite per resistere all'umidità del terreno, e i tralci venivano legati, con fili di jinestrha, di juncu o con arbusti di salicaro, a un filo di ferro sorretto alle estremità da due pali più robusti. Al loro posto, ordine e geometria: piccoli cambiamenti cadenzati per trasformare la vigna senza violentarla.

    La mia indocile curiosità mi portava spesso a fargli domande, mentre lo seguivo tra le viti:

— Padre, perché non rifai il vitigno anche nelle costereje? Così eviti di chiamare ogni anno un'anta di uomini, e si risparmia anche qualcosa. 
— Avresti ragione — mi rispondeva, senza alzare gli occhi mentre lavorava — ma occorre tempo. Quelle laccate di vigna sono importanti per la riuscita e la tenuta del vino. Se la salute mi aiuterà, faremo anche questo lavoro.

    Procedeva per gradi, con metodo e con quella saggezza contadina che non si impara sui libri ma matura col tempo, fatica dopo fatica: cercava di rinnovare il vitigno senza stravolgere la bontà di quel vino, mantenendo una produzione costante.

    Non aveva fretta, o forse aveva imparato a fare i conti con il tempo in un modo che io, alla mia acerba età, non riuscivo ancora a decifrare. Quel faremo, però, lo capivo benissimo. Non mi faceva sentire né piccolo né inutile: mi rendeva partecipe, complice, parte di qualcosa che andava oltre la mia età. E con la forza incosciente dei miei undici anni cercavo di guadagnarmelo sul campo, quel posto; di meritare quel verbo al plurale che mi includeva nel suo progetto come si include un erede.

    Così, quando a marzo si cominciava a programmare la zappatura dei due terrazzamenti, per me era come l'aprirsi di una stagione di festa. Appena la scuola me lo permetteva, mi aggregavo all'anta, facevo il servente, mi rendevo utile come potevo. E inevitabilmente, mentre vagavo nei paraggi del tagghju, finivo per appoggiarmi al tronco di qualche albero da frutto ad ascoltare: i discorsi degli uomini, i racconti, gli aneddoti, le storie di vita che si intrecciavano tra un colpo di zappa e l'altro come trame di racconti remoti.

    Anche quell'anno chiamò per la zappatura i soliti, tutti suoi amici. Tra questi, due in particolare erano l'anima del gruppo: compare Rrocco e Peppe Menzu. Due lavoratori che, quando si piegavano sulla schiena per ribaltare a colpi di zappa quelle zolle di terra cretosa, facevano impressione per la forza che ci mettevano e per come il loro tagghju procedeva spedito, con la dedizione di chi sa trasformare la fatica in arte.

    Quelle ore di duro lavoro spesso riservavano dei veri momenti di leggerezza: bastava un aneddoto per far scattare le battute, e i più sagaci erano sempre loro, compare Rrocco e Peppe Menzu. Quest'ultimo aveva i tratti da caratterista e si sarebbe fatto onore come attore di strada in un film del neorealismo, specie se l'avessero lasciato andare a braccio: battuta sempre pronta e ghigno da furbo sotto i baffi neri, che andavano a esaltare i suoi tratti chiaramente mediterranei. Compare Rrocco, invece, portava su di sé un'autorevolezza naturale, quasi innata. Statura imponente, tanto che il marruggio della sua zappa era più lungo rispetto a quello degli altri, parlava a bassa voce, con l’attenzione di chi misura le parole nel tono e nella quantità, e non si capiva mai se ciò che diceva fosse cosa seria o battuta.

    Quando, dopo il pranzo, consumato all'ombra dell'unico ulivo della vigna, accanto alla casetta, dove ognuno condivideva con gli altri ciò che portava nella camella, con quella generosità senza cerimonie propria degli uomini abituati a poco, facevo il giro con il bottiglione di vino per la classica bevuta pomeridiana, lui, con tono serioso, sentenziava:

— Giovanotti, andate piano col vino! Siamo qui per zappare la vigna, non per potarla!

    Era il più anziano del gruppo, già oltre i cinquant'anni, eppure teneva il ritmo del tagghju come, se non meglio, di un ventenne. Era un omone che incuteva rispetto, di quella qualità silenziosa che non ha bisogno di esibirsi. E rivolgendosi a me, con mezzo sorriso appena accennato:

— Ninareju, a loro porta l'acqua: il vino non lo reggono. Portalo solo a me.

    Alludeva al fatto che bere troppo avrebbe fatto perdere il controllo della zappata, rischiando di tranciare al piede le viti, ma nella sua voce c'era anche l'ironia bonaria di chi sapeva di essere l'ultimo a cedere agli effetti provocati del vino.

    Fu in una di quelle giornate sospese tra fatica e racconto che gli chiesero della sua avventura nella guerra civile spagnola. Lui non si scompose e cominciò a narrare con la medesima placidità con cui avrebbe descritto un’uscita in piazza:

— Andai in Spagna con tanti altri perché ci dissero che c'era da fare "delle guardie" a delle città, per controllare i repubblicani. Con la promessa di guadagnare venti lire al giorno, che era più della paga di una giornata con la zappa.

    Lo raccontava con la stessa voce e la stessa calma di quando chiedeva a Peppe Menzu una cartina per rollarsi una sigaretta, come se quelle parole non recassero alcun peso, come se l'esperienza spagnola scivolasse via dalla memoria senza lasciare segni. Tacque un momento, la zappa ferma tra le mani, gli occhi persi in un punto lontano. Poi aggiunse, con quel mezzo sorriso che non tradiva mai se fosse serietà o ironia:

— Ci cascammo tutti comu merri! Partimmo. Ci imbarcarono a Napoli e sbarcammo a "Calice" (così lui chiamava Cadice). Nel piroscafo eravamo come sarde nel cugnetto, ma era più la fame che il resto ad averci indotto partire volontari.

    Chi cavolo conosceva Franco... Ciccio e Pascali! - e rise, di quella risata breve e secca di chi ride di sé stesso senza indulgenza, e dopo un momento riprese:

— Col passare dei giorni scoprimmo che la faccenda era più seria delle guardie che ci avevano promesso. Ci mandarono col solo moschetto in mano e i vestiti du munzeju a fare da contorno a una colonna di mezzi che, dopo due giorni di marcia, si dovette fermare perché avevano sbagliato strada!

Scosse la testa, con l'aria di chi non ha voglia di stupirsi:

— Ora 'a vinciumu a guerra! — chiosò. E dopo un po' riprese, più quieto, come se parlasse tra sé: — Dopo pochi mesi mi sono tirato il paro e il disparo, mi sono dichiarato "esaurito" e il medico dispose il mio rientro in Italia. Meglio 'nu scalici cu pani nella mia terra che venti lire al giorno per fare una guerra a n'atru pizzu i mundu.

   Poi, come a sigillare il racconto con la saggezza di uomo navigato, disse:

— Cu 'ndavi a ligna o sdirrupu sa 'nchiana o chianu!

    Il ricordo di compare Rrocco mi tornò in mente un po’ di anni dopo, quando lessi Per chi suona la campana. Sospesi la lettura per un attimo e ripensai a quel racconto quasi naïf di quell'uomo capace di portare il peso di quel ricordo con la stessa agilità con cui portava il peso della zappa, senza enfasi, senza risentimento, con la dignità sobria di chi ne ha viste tante e ne è uscito intatto nell'anima. Quel ricordo mi strappò un sorriso. Di certo un contadino calabrese analfabeta, in quegli anni, non avrebbe mai avuto come primo pensiero i franchisti o i repubblicani, il bolscevismo o il fascismo. Bastava un imbonitore titolato e una buona dose di retorica per fare leva sull'ingenuità delle persone e sulla loro povertà, per riuscire a mandarle in guerra come si conduce il bestiame alla fera.

    Anche quell'anno la vigna fu zappata. E mio padre, fedele a un'abitudine che aveva tutti i tratti del rito, la domenica successiva all'ultimo giorno di lavoro invitava a casa tutti coloro che avevano lavorato nella vigna. Arrivarono prima di mezzogiorno, puntuali. Io ebbi il solito compito di andare alla gucceria di donna Lisuzza a comprare tre chili (a volte anche più) di sangunazzu, e lo portai ancora caldo dentro una pentola che avevo portato da casa, per il piacere degli uomini dell'anta, e anche nostro, a dire il vero.

    Un bicchiere di vino brindato alla salute di tutti rese ancora più sereni quei momenti. Non mancarono le risate, gli aneddoti e le battute di Peppe Menzu e compare Rrocco; quest'ultimo si burlava bonariamente di Peppe che, per non perdere tempo col sangunazzu, lo poggiava sul palmo della mano e lo risucchiava come fosse una ricotta appena quagliata: usare qualcosa, per lui, era superfluo.

Nino Greco

sabato 27 giugno 2026

FRANCESCO PERRI: IL PROFETA RIBELLE CHE CANTÒ LA CALABRIA PIU’ BUIA ( di Bruno Demasi )

     Francesco Perri nasce a Careri, nel 1885, primogenito di cinque figli, in una casa dove la povertà è superata soltanto dalla dignità antica del lavoro e del sacrificio quotidiano. Il Seminario di Gerace lo accoglie presto come un rifugio. Studia, legge, osserva. Poi l’Orfanotrofio Lanza di Reggio Calabria, dove lavora come istitutore e completa da privatista gli studi ginnasiali. È qui che annota in un quaderno una frase che non pubblicherà mai, ma che sembra la chiave di tutta la sua opera: «la miseria non è un accidente, è un sistema»¹. Non è ancora lo scrittore, non è ancora il polemista, ma è già l’uomo che non accetterà mai la rassegnazione come forma di sopravvivenza.

     Il concorso postale del 1908 è la sua prima fuga e la sua prima liberazione. Lo porta a Fossano, poi a Torino, dove si laurea in giurisprudenza e soprattutto scopre un ambiente che gli somiglia: repubblicani, mazziniani, laici, democratici. Qui si forma il Perri che conosciamo: l’intellettuale che non cerca salotti; il polemista che non cerca consenso, ma verità, in un tempo in cui, come oggi, dire la verità rendeva molto sospetti e odiati.

   La Grande Guerra arriva come una rivelazione brutale. Parte volontario, convinto che il conflitto sia anche una battaglia morale. Torna con la febbre spagnola, con la memoria di Caporetto, con la certezza che la retorica patriottica è un inganno. In La rapsodia di Caporetto (1919) scrive: «Non vidi eroi, ma uomini stanchi; non vidi viltà, ma fame, febbre, paura. La patria era un nome troppo grande per quelle trincee fangose»². È una frase che gli aliena simpatie, ma gli conquista il rispetto di Benedetto Croce. La guerra gli ha insegnato che la verità non è mai comoda e che, proprio per questo, è necessario proclamarla sempre e comunque
   Tra il 1919 e il 1925 Perri diventa una delle voci più scomode del giornalismo repubblicano. Scrive per L’Italia del Popolo e La Voce Repubblicana, attacca gli squadristi quando molti ancora li considerano una “energia nazionale”, denuncia il latifondo calabrese, le complicità dei notabili, la violenza delle istituzioni. In un articolo del 1922 afferma: «Il contadino calabrese non chiede la luna: chiede la terra che lavora. E per questo lo chiamano sovversivo»³. È un antifascista precoce, e il regime lo punisce con un gesto subdolo: nel 1926 viene “messo a riposo” dalle Poste. Non è un licenziamento, è un avvertimento. Ma Perri non è un uomo che si lascia intimidire.
  
     Proprio in quell’anno pubblica I conquistatori, un romanzo che è insieme denuncia sociale, documento storico e atto d’accusa. Ambientato in Lomellina, racconta la violenza agraria e politica del Nord industriale, mostrando che l’Italia non è divisa solo tra Nord e Sud, ma tra potenti e poveri. «Il potere non ha patria: ha solo interesse. E l’interesse, quando è minacciato, diventa violenza»⁴, scrive in una delle pagine più dure. Il romanzo gli costa persecuzioni e isolamento, ma gli dà una notevole visibilità nazionale perchè non è un libro conosolatortio, ma un coraggioso atto di denuncia sociale e civile..

     Due anni dopo, nel 1928, pubblica Emigranti, il suo capolavoro, pubblicato e ripubblicato a varie riprese da diverse case editrici Non è un romanzo sull’emigrazione: è un romanzo sulla Calabria abbandonata, sulla ferita antropologica di una terra che manda via i suoi figli e li riprende solo quando sono sconfitti. La comunità di Pandore -  metafora di Careri - è un microcosmo di miseria, dignità, fatalismo e resistenza. Perri non indulge nel pittoresco: osserva, registra, giudica. «Partivano con la valigia di cartone e il cuore pieno di speranza. Tornavano con la valigia piena di dolori e il cuore vuoto»⁵. Emigranti vince il Premio Mondadori, ma soprattutto diventa un testo fondativo del meridionalismo narrativo: un romanzo che non racconta solo la Calabria, ma quell'’Italia che la Calabria non vuole vedere.
   
     Gli anni successivi sono un intreccio di romanzi storici, civili, lirici: Favola bella (1929), Il discepolo ignoto (1940), Capitan Bavastro, La missione del Redentore, Fra Diavolo, Nel paese dell’ulivo, L’amante di zia Amalietta (1958), fino all’ultimo, La storia del lupo Kola. che per diversi anni ho adottato come libro di narrativa da leggere nelle mie classi terminali di scuola media. Sono libri diversi, ma tutti intrisi della stessa tensione: la letteratura come responsabilità. Dopo la Liberazione dirige La Tribuna del Popolo e poi La Voce Repubblicana, rimanendo fedele a un’idea di democrazia laica, sociale, non negoziabile. In una lettera del 1950 scrive: «Non ho mai scritto per piacere. Ho scritto per necessità. La mia e quella degli altri»⁶. È la sua poetica, la sua autobiografia in una sola frase. Eppure, per decenni, Perri è stato confinato in un recinto regionale che non gli apparteneva. La sua Calabria è stata ridotta a folclore. È questa la Calabria negata nella storia e nella letteratura, negata persino nella coscienza nazionale. 

   Perri ha passato la vita a restituirle verità, e per questo è stato un ribelle, non per scelta, ma quasi per obbligo morale. Non un polemista per temperamento, ma per fedeltà alla realtà di questa terra. Oggi, mentre gli studi più recenti lo riportano al centro del Novecento italiano, la sua voce torna a tuonare e a ricordarci che la Calabria non è solo periferia, che l’emigrazione non è solo un tragico destino, ma una condanna e che la giustizia negata non è un tema che riguarda solo alcuni, ma una vicenda collettiva.

Bruno Demasi


__________
1. Quaderno giovanile di Francesco Perri, citato in C. Caminiti, Francesco Perri. L’uomo e lo scrittore, Centro Studi F. Perri, 2023.
2.  F. Perri, La rapsodia di Caporetto, Milano, 1919, p. 14.
3. F. Perri, articolo su La Voce Repubblicana, 12 marzo 1922.
4. F. Perri, I conquistatori, Milano, Mondadori, 1926, p. 87.
5. F. Perri, Emigranti, Milano, Mondadori, 1928, p. 112.
6. Lettera a G. Perri, Archivio del Centro Studi Francesco Perri, Fondo Epistolare, 1950.

giovedì 25 giugno 2026

Il santuario invisibile: PIETRA CAPPA E L’ASPROMONTE PRIMA DELLA STORIA (di Bruno Demasi)

    Nel cuore dell’Aspromonte orientale, dove le vallate di Careri e Natile si aprono come incisioni profonde nel massiccio, Pietra Cappa emerge come una presenza che non si lascia leggere come fenomeno geologico né come reperto archeologico. È un monolite alto quasi cento metri, isolato, verticale, che domina un paesaggio di rocce modellate dal tempo e da mani antiche. Attorno a esso si sviluppa un complesso rupestre fatto di tombe a forno, vasche levigate, canalette, ambienti scavati nella roccia: un insieme che non trova paralleli certi nel resto della penisola. 

    La prima impressione è quella di un luogo che sfugge ancora alla storia. Non perché manchino gli studi, ma perché gli studi non bastano. Gli archeologi collocano il complesso in un orizzonte protostorico, tra l’Eneolitico e l’età del Bronzo, ma nessuna attribuzione culturale è definitiva. Le tombe ricordano modelli caucasici; le vasche sembrano destinate a riti dell’acqua; le canalette suggeriscono un uso rituale delle acque meteoriche. È un paesaggio scavato da mani che non conosciamo, e che non hanno lasciato eredi. 
 
  Antonino Pagliaro, riflettendo sulla Calabria arcaica, osservava che qui «la storia non comincia con la scrittura, ma con la pietra»¹. Pietra Cappa sembra confermare questa intuizione: è un archivio senza informazioni, un deposito di espressioni che non hanno trovato traduzione nelle lingue successive. L’Aspromonte, in questo punto, non è un altopiano: è un testo geologico che resiste alla lettura.

    Dal punto di vista geologico, Pietra Cappa appartiene al complesso delle rocce metamorfiche paleozoiche dell’Aspromonte, modellate da processi erosivi che hanno isolato il monolite dal resto del massiccio. La sua forma attuale è il risultato di un lungo processo di esfoliazione e crolli selettivi, che hanno lasciato in piedi un nucleo più resistente. Gli studi del geologo Domenico Raso, uno dei più attenti conoscitori del territorio, sottolineano come la morfologia del monolite sia «il prodotto di una resistenza differenziale che ha trasformato un antico rilievo in un’architettura naturale di rara imponenza»².Ma la geologia non basta a spiegare il resto: le vasche, le canalette, gli ambienti scavati. Qui la mano umana è evidente, e tuttavia non riconducibile a un modello noto. Il complesso rupestre di Pietra Cappa non è greco, non è romano, non è bizantino, non è medievale. È più antico. E soprattutto: non ha confronti diretti in Italia. 
 
    Vito Teti, parlando dei paesi interni, scrive che «i luoghi abbandonati non sono mai vuoti: sono pieni di ciò che non sappiamo più vedere»³. Pietra Cappa è esattamente questo: un pieno che appare come vuoto, un eccesso che si presenta come mancanza. Non è un sito archeologico nel senso canonico del termine: è un paesaggio‑documento, un frammento di mondo che non ha generato una narrazione dominante e che proprio per questo conserva una forza singolare. Gli studi di Saverio Di Bella e di Giuseppe Caridi, dedicati alla storia insediativa dell’Aspromonte, mostrano come l’area di Natile e Careri sia stata abitata in modo intermittente, con fasi di intensa antropizzazione e lunghi periodi di abbandono⁴. Pietra Cappa si colloca in questa oscillazione: un luogo che emerge e scompare, che si offre e si sottrae, che non si lascia fissare in un’unica epoca.

    La leggenda del “gigante addormentato”, pur suggestiva, non è necessaria per comprendere il luogo. È un tentativo di umanizzare ciò che umano non è. L’interesse di Pietra Cappa non sta nel mito, ma nella sua eccedenza materiale: nella sproporzione tra la precisione delle forme rupestri e l’assenza di un contesto culturale definito.

In un tempo che tende a consumare i luoghi riducendoli a funzioni — turismo, identità, marketing territoriale — Pietra Cappa rappresenta una forma di resistenza. Non offre un racconto facile, non si presta a essere simbolo, non si lascia ridurre a “attrazione”. È un luogo che chiede attenzione e rispetto perché il paesaggio aspromontano, come scriveva Corrado Alvaro, «non si lascia amare subito: bisogna impararlo»⁵. Pietra Cappa è uno dei luoghi in cui questo apprendimento diventa più evidente: un luogo che non si concede, ma che si conquista con lentezza.

    Forse la lezione civile di Pietra Cappa è proprio questa: ricordarci che esistono spazi che non devono essere spiegati, ma riconosciuti. Che la storia non è soltanto ciò che sappiamo, ma anche ciò che non riusciamo più a comprendere. E che l’Aspromonte, quando lo si osserva senza pregiudizi, è una montagna c he, come poche altre, sa interrogare chi la percorre e chi l'ama.

Bruno Demasi

____________
1.  Antonino Pagliaro, Lingua e cultura nella Calabria antica, Roma, 1955, p. 12.
2. Domenico Raso, Aspromonte. Geologia e paesaggi, Reggio Calabria, 1998, pp. 44‑47.
3. Vito Teti, Il senso dei luoghi, Donzelli, 2004, p. 27.
4. Saverio Di Bella – Giuseppe Caridi, Storia dell’Aspromonte, Città del Sole, 1992, pp. 33‑52.
5. Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, 1930, p. 9.

martedì 23 giugno 2026

QUANDO LA LETTERATRURA DENUNCIA APERTAMENTE LA CALABRIA DEL CAPORALATO DI IERI E DI OGGI (di Bruno Demasi)


    La recente notte di Amendolara ha visto un’auto trasformata in una trappola, chiusa dall’esterno, data alle fiamme con quattro braccianti stranieri dentro: un gesto che non appartiene alla modernità, ma a un’epoca arcaica, quasi tribale, in cui il fuoco era strumento di punizione e di dominio. Eppure è accaduto qui, nella Calabria del 2026, in una campagna che profuma di erbe selvatiche e di mare, ma che conosce anche l’odore acre della paura. Il fuoco di Amendolara non è solo un delitto, è un messaggio. È la lingua antica del potere che torna a parlare, come se la storia avesse deciso di ripetersi con una crudeltà quasi rituale.

    Chi conosce questa terra sa che il caporalato non è un corpo estraneo, non è una metastasi recente. È un’eredità scomoda, e feroce. La Calabria ha conosciuto per secoli forme di dominio sul lavoro che precedono di molto la parola “caporale”: gabelloti, campieri, massari, affittuari, guardiani armati. Figure intermedie, spesso più spietate dei padroni stessi, perché il loro potere era fragile, delegato, proprio per questo esercitato con un eccesso di zelo.

    Corrado Alvaro scriveva in Gente in Aspromonte che “il potere era nelle mani di chi non aveva nulla, se non il diritto di comandare”¹ . È una frase che sembra risuonare nella lamiera contorta dell’auto bruciata: il potere minimo, quando non ha altro modo di esistere, diventa potere massimo. Il gabelloto di ieri e il caporale di oggi condividono lo setsso atteggiamento: non possiedono la terra, non possiedono i mezzi, possiedono solo i corpi degli altri.E i corpi, in Calabria, hanno pagato un prezzo altissimo. Il 28 novembre 1946 a Calabricata cadeva Giuditta Levato, giovane contadina incinta che difendeva il diritto alla terra. La sua morte è un simbolo che non smette di sanguinare. La cronaca dell’epoca racconta che fu colpita mentre avanzava con altre donne, portando un bambino in braccio. Il bambino si salvò, lei no. La sua figura attraversa la storia come una ferita aperta: una donna povera che sfida un sistema secolare di soprusi e viene abbattuta come un animale da soma.

    Saverio Strati, che conosceva bene quel mondo, scriverà anni dopo che “la terra non era solo terra: era destino, era condanna, era promessa”². Strati, in Il selvaggio di Santa Venere, racconta contadini e muratori che vivono in una gerarchia rigida, dove il caposquadra è un piccolo sovrano e il padrone un’entità distante, quasi metafisica. In un passaggio memorabile descrive un reclutatore che “sceglieva gli uomini come si scelgono gli animali da soma, guardando le spalle, le mani, il silenzio”³ . È la stessa logica che oggi regola la selezione dei braccianti stranieri: non importa chi sei, importa quanto resisti. 

  Le lotte contadine del dopoguerra — Melissa, Africo, San Luca, Longobucco, Messignadi — sono pagine di una Calabria che ha conosciuto la violenza come strumento di governo. I campieri sparavano, i gabelloti decidevano, i contadini morivano. Il caporalato di oggi non è altro che la versione aggiornata di quella stessa logica: il lavoro come dominio, non come diritto.

    Fortunato Seminara, ne Le baracche, racconta i braccianti che “vivevano come in prestito, sospesi tra la fame e la speranza”⁴, descrive la miseria senza compiacimento, con una pietas asciutta, quasi documentaria. Ne La masseria, la figura del massaro — intermedio tra padrone e contadini — è tratteggiata con una precisione che sembra anticipare i caporali moderni: “decideva il pane e la fame, il lavoro e l’ozio, la vita e la rovina”⁵ . È una frase che potrebbe essere pronunciata oggi da un bracciante africano nella Piana di Gioia Tauro.

    La letteratura calabrese ha registrato tutto, molto prima dei giornali. Alvaro, Strati, Seminara: tre atteggiamenti diversi, tre epoche diverse, un’unica diagnosi. E poi Carmine Abate, che porta questa tradizione nel presente, quando In Il muro dei muri racconta i migranti stagionali che vivono in baracche e lavorano sotto il controllo di figure che non hanno bisogno di essere chiamate “caporali” per esserlo. Scrive: “Le mani degli uomini parlavano più delle loro parole”⁶. Sono mani che raccolgono, che tremano, che chiedono. Abate, figlio di emigranti, conosce la doppia ferita: quella di chi parte e quella di chi arriva.

    La Calabria è una terra che ricorda e dimentica allo stesso tempo. Ricorda le lotte contadine, dimentica le condizioni che le hanno rese necessarie. L’auto bruciata di Amendolara non è un episodio isolato: è un simbolo. Dentro quel fuoco c’è la storia dei campieri che sorvegliavano i campi, dei gabelloti che decidevano la vita dei contadini, dei padroni che non vedevano. E c’è la storia dei migranti che oggi raccolgono frutti che non mangeranno mai, vivendo in condizioni che la letteratura calabrese aveva già denunciato un secolo fa. Il caporalato non è un fenomeno criminale: è un sistema fatto di silenzi e di convenienze. È antico e moderno, la parte oscura di una terra che sa essere generosa, ma che continua a lasciare soli i più deboli, magari fingendo di volerli scacciare o applaudendo e votando l’ultimo scalzacani di turno che abbaia contro gli immigrati.

    Soltanto la nostra letteratura ci ricorda che la violenza nel lavoro non è solo un incidente: è una struttura di potere che, lo si voglia o no, continua a persistere. E finché non la riconosceremo come tale, il fuoco continuerà ad ardere.

                                                                                                                Bruno Dermasi

______________
1. Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, Bompiani, 1930, p. 47.
2. Saverio Strati, Il selvaggio di Santa Venere, Milano, Mondadori, 1977, p. 112.
3. Ivi, p. 89.
4. Fortunato Seminara, Le baracche, Firenze, Vallecchi, 1954, p. 56.
5. Fortunato Seminara, La masseria, Firenze, Vallecchi, 1953, p. 103.
6. Carmine Abate, Il muro dei muri, Milano, Mondadori, 2006, p. 71.

lunedì 22 giugno 2026

La montagna che parlava greco: GERHARD ROHLFS E LA RIVELAZIONE ASPROMONTANA ( di Bruno Demasi )


     L’incontro di Gerhard Rohlfs con l’Aspromonte non nacque da un progetto di ricerca, ma da un episodio inatteso durante la Grande Guerra. In un campo di prigionia, tra il brusio dei soldati, egli udì alcuni giovani parlare una lingua che gli parve greca. Non era il greco dei manuali universitari: era un idioma montano, ruvido, ma attraversato da una vitalità arcaica. Solo in seguito scoprì che quelle persone non provenivano dall’Egeo, bensì dal territorio di Bova, l’area grecofona dell’Aspromonte¹.  Quel malinteso, scambiare per greci dei calabresi, fu per lui una rivelazione. Gli mostrò che esistevano luoghi in cui la storia linguistica non era un reperto, ma una presenza viva; luoghi in cui la continuità mediterranea non si era interrotta. Da allora l’Aspromonte divenne per Rohlfs un orizzonte privilegiato di ricerca. In quegli anni, la stampa culturale tedesca lo avrebbe definito «l’archeologo delle parole», un epiteto che egli accolse con ironia ma che ben sintetizza la sua vocazione a scavare nelle profondità linguistiche².

     Nato a Berlino il 14 luglio 1892 e morto a Tubinga il 12 settembre 1986, Rohlfs è ricordato come uno dei maggiori glottologi e dialettologi del Novecento. Formatosi tra Berlino e Grenoble, docente di Filologia romanza a Tubinga e poi a Monaco, già nel 1914, giovane studioso inquieto, intraprese i primi viaggi verso «le fonti delle lingue romanze»³, muovendosi a piedi tra Svizzera, Italia settentrionale e Puglia. In questo vagabondare metodico maturò l’interesse per la Calabria, che gli apparve come un laboratorio linguistico di straordinaria complessità. Negli anni Venti iniziò a frequentare sistematicamente l’area grecanica. La Bovesìa, con il suo centro simbolico in Bova, custodiva una varietà di greco che Rohlfs interpretò come erede dell’ellenismo magnogreco, opponendosi alla tesi — allora prevalente — che ne attribuiva l’origine al periodo bizantino⁴. La sua posizione, discussa ma influente, contribuì a riportare l’attenzione internazionale sulla lunga durata della grecità italomeridionale.

    Il metodo di Rohlfs era radicalmente empirico. Visitò centinaia di paesi, spesso a piedi o a dorso di mulo; frequentò osterie, cucine, piazze; ascoltò il parlato quotidiano; raccolse lessico, soprannomi, toponimi. Un testimone ricorda: «Parlava il nostro dialetto come uno di noi. Salutava tutti con un affettuoso: “ne vidimu”»⁵. Accanto alla parola, coltivò la fotografia. Le sue immagini — oggi oggetto di mostre e studi — sono state definite «una miniera per gli studiosi di cultura popolare»⁶: ritraggono volti, atteggiamenti, paesaggi, restituendo una Calabria ancora contadina ma già attraversata dalle trasformazioni del Novecento.

    La cronologia dei suoi viaggi non è ricostruibile in modo puntuale, ma le fonti permettono di delineare una sequenza coerente: primi contatti tra il 1914 e il 1918; viaggi sistematici negli anni Venti; raccolta del materiale per il Dizionario dialettale delle Tre Calabrie tra il 1921 e il 1939⁷; ulteriori campagne negli anni Trenta e Quaranta; raccolta del Vocabolario supplementare tra il 1964 e il 1967⁸; frequenti ritorni negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta; un viaggio documentato da Rocco Liberti nel 1977¹²; uno degli ultimi soggiorni nel 1983¹³. Una fedeltà lunga quasi settant’anni, rara nella storia della dialettologia europea.

    Da questi itinerari nacquero opere monumentali: il Dizionario dialettale delle Tre Calabrie⁷, il Vocabolario supplementare⁸, il Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria⁹, il Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria¹⁰. Insieme agli studi sulla unteritalienische Gräzität, esse conferirono alla Calabria una centralità scientifica fino ad allora impensabile¹¹. La regione, spesso marginalizzata nella storiografia nazionale, divenne grazie a lui un crocevia di memorie linguistiche e un archivio vivente della storia mediterranea.

    Tra le testimonianze più significative della sua presenza nell’Aspromonte interno vi è il racconto di Rocco Liberti, pubblicato su Hagia Agathè nel 2025¹². Liberti ricorda l’arrivo di Rohlfs a Tresilico nel 1977, il cercare l’abitazione di mons. Giuseppe Pignataro, la sosta in Comune a Oppido, la conversazione sul vernacolo e sui cognomi: episodi che confermano il suo metodo fondato sul contatto diretto con la gente che si esprimeva esclusivamente in dialetto.

    Nel panorama degli studi linguistici del Novecento, la figura di Rohlfs dialoga idealmente con quella di Giuseppe Alessio. Non antagonisti, ma complementari: il primo costruì la sua opera attraverso un metodo itinerante, etnografico; il secondo attraverso un metodo filologico, archivistico. Se Rohlfs cercava la voce dei paesi, Alessio cercava la voce dei testi. Entrambi riconobbero nei dialetti, nei toponimi e nei cognomi calabresi non residui folklorici, ma testimonianze profonde della storia mediterranea.
    Le fonti biografiche insistono sul fatto che Rohlfs tornò in Calabria molte volte, spesso accompagnato dalla figlia, e che la regione divenne per lui una sorta di seconda patria. Una targa a Badolato lo definisce «il più calabrese dei figli di Germania». Pietro Citati, ricordando la sua amicizia con lui, sottolineò la sua passione per l’Italia e per i dialetti, e il ruolo centrale della sua Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti¹⁴.

    L’eredità di Rohlfs è duplice. Da un lato, scientifica: ha fornito strumenti lessicografici e grammaticali di ampiezza ancora insuperata. Dall’altro, culturale: ha riconosciuto dignità a comunità spesso marginalizzate, mostrando che i loro dialetti, i loro cognomi, i loro soprannomi sono parte integrante della storia europea. Grazie ai suoi viaggi, l’Aspromonte non è più un luogo marginale, ma un santuario di memoria linguistica e di voci antichissime che continuano a risuonare.

Bruno Demasi

__________
1. Francesca De Simone, «Gerhard Rohlfs, l’archeologo delle parole…», Berlino Magazine, 27 agosto 2018; episodio del campo di prigionia.
2.Ivi.
3. De Simone, sui primi viaggi verso «le fonti delle lingue romanze»  in Berlino Magazine, cit.
4.Treccani, voce «Rohlfs, Gerhard», sulla tesi magnogreca.
5. De Simone, art. cit., per la testimonianza «ne vidimu».
6. Ivi, sulle fotografie come «miniera per gli studiosi di cultura popolare».
7. Dizionario dialettale delle Tre Calabrie, Halle–Milano, Niemeyer–Hoepli, 1932–1939.
8. Vocabolario supplementare dei dialetti delle Tre Calabrie, 1964–1967.
9. Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, 1974.
10. Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria, 1979.
11. Treccani, voce «Rohlfs, Gerhard», sugli studi sulla unteritalienische Gräzität.
12. Rocco Liberti, «Un teutonico calabrese di passaggio a Oppido…», Hagia Agathè, 10 febbraio 2025.
13. Documentazione sul soggiorno del 1983 (fonti locali e testimonianze in Berlino Magazine, cit.).
14. Pietro Citati, «La lingua di Gerhard Rohlfs», la Repubblica, 3 gennaio 2022.

domenica 21 giugno 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: GIROLAMO ORTI MANARA (1825) (di Rocco Liberti)

     In questo suo nuovo contributo dedicato a Girolamo Orti Manara, uno dei più curiosi e irregolari viaggiatori dell’Ottocento, Rocco Liberti riesce a condensare in uno spazio breve un’intera serie di temi: la cultura antiquaria del tempo, la percezione del Sud da parte dei letterati del Nord, la fortuna editoriale di un autore spesso confuso con il figlio. Il pregio dell’articolo sta ancora una volta nella sua precisione. Liberti non si limita a riassumere il Viaggio alle Due Sicilie del 1825, ne ricostruisce la genesi editoriale e ne chiarisce le ambiguità biografiche, mettendo in rilievo i passi più vivi, quelli in cui Orti Manara, pur dichiarando scarso interesse per la Calabria, finisce per lasciarci osservazioni preziose sul paesaggio, sui miti dello Stretto, sulle antiche città brutie. Bastano poche righe, scelte con cura, per restituire l’immaginario di un’epoca e la voce di un viaggiatore che oscillava tra erudizione, pregiudizio e inatteso stupore. La sintesi è esemplare: asciutta e densa in un racconto che scorre con naturalezza. Un tassello ulteriore nel lavoro di rivisitazione dei viaggiatori dell’Ottocento, come sempre, rigoroso e capace di far parlare le fonti senza forzature.(Bruno Demasi)

____________

   Il nobile Girolamo Orti Manara ha compiuto anche lui un giro in Sicilia nel primo Ottocento. Nonostante si sia occupato quasi per intero relativamente ai giorni trascorsi nell’isola, non ha tuttavia mancato di lasciarci anche se brevemente le sue osservazioni su alcune realtà calabresi. Naturalmente, restava sempre in auge il riferimento ai mitici ricordi che si affacciavano alla mente di chi si avventurava nelle terre del sud. Figlio di un conte e di una marchesa, è nato a Verona nel 1769 e ha studiato nel collegio S. Carlo di Modena. Amico dei Pindemonte e di altri letterati, si è dato anche lui alla poesia sfornando numerose composizioni, che ha alternato a traduzioni di classici latini o di lavori in lingua inglese e francese. È stato attento all’elaborazione di tragedie, ma il suo impegno maggiore e di qualche interesse riguarda soprattutto le relazioni di viaggi per l’Europa, che sono stati compresi in due tomi distinti in “Itinerario scientifico di varie parti d’Europa” e “Itinerario d’Italia” editi a Pietroburgo tra 1806 e 1807 [1]. È stato pubblicato nel 1825 il libro sull’escursione nel reame delle Due Sicilie (Viaggio alle Due Sicilie ovvero il giovane antiquario, Verona Dalla Tipografia Tommasi Editrice), una spedizione alla quale ha associato il figlio Giovanni Girolamo avuto nel 1803, ch’è stato uno studioso di antiquaria ed è morto nel 1858. Girolamo, deceduto nel 1845 nella stessa Verona, è stato spesso confuso col figlio[2].

   Il nobile scrittore è partito per l’esplorazione nelle terre del sud dalla sua Verona e prima tappa, da quanto si rileva, è stata Roma con i suoi vetusti monumenti, la sua storia e le sue peculiarità, che ha fatto conoscere al figlio guidandolo amorevolmente. In successione è passato a Napoli e alla Campania e per il momento tutto è culminato con l’arrivo a Pesto (Paestum) e la visita a quanto era già emerso. Da Paestum, via Salerno, ha fatto rientro a Napoli. La Calabria restava fuori dai suoi interessi in quanto di scarsa attrattiva. Così infatti ha scritto a proposito: «Non ci curammo di oltrepassare questa città (il riferimento è a Paestum). Tutta la Calabria fino a Reggio, lungo il mare Tirreno ed il Jonio, benché già posseduta dai Greci, e dai Romani, ora non offre, a comune assenso, che qualche lapida, od iscrizione».

     La partenza per Messina è avvenuta al porto di Napoli su un brigantino e in attinenza al viaggio non è assente nel resoconto un iniziale accenno alle «calabresi montagne, e notabilmente di Policastro, Cosenza e Pizzo o antica Nepezia» che «sollevano un poco il cruccio e l’indisposizione della mente». Per Nepezia così preciserà poi nelle note: «Nepitia, o Nepizia era una città de’ servili Brutiani, Spartani di origine, e così detti perché stupidi a guisa di bruti, non che vili e disprezzati quai traditori dei Romani».

     Erano trascorse ben tre notti, ma le condizioni del mare non permettevano un rapido arrivo sulla costa sicula, per cui al viaggiatore veronese non rimaneva che fantasticare di poter avvertire da lontano il latrare dei due terribili cani Scilla e Cariddi prodotti dalla fantasia dei poeti, ma quel suono proprio non si faceva sentire. Al mattino, d’improvviso, essendo soffiato un dolce venticello, si sono offerte alfine le invocate coste. Ecco il passaggio dello Stretto nell’ispirata descrizione fattane: «Passammo senza periglio que’ due formidabili gorghi, pure in quella notte tranquilli. Giace Cariddi dalla parte dell’ameno Peloro, già dalle Sirene abitato: Scilla dalla parte d’Italia, ed è così chiamato da un vago borgo de’ Calabri Butieni, che sporge sul mare: ambi s’increspano appena in tempo di calma, ma in burrasca rumorosissimi e furiosi ingojano ogni nave, massimo se le due opposte maree gli attraversino. Trasportano essi ne’ loro abissi gli antiquarj a visitare le rupi, che univano, a quanto dicesi, la Sicilia all’Italia, e ad esaminare gli antichissimi ruderi de’ sovrapposti edificj, che tremuoti, e inondazioni impetuose in un con quelle affondarono».

    Sempre alle note l’Orti Manara ha infine affidato alcuni particolari circa l’attraversamento dello Stretto, la probabile posizione di Cariddi e la distanza tra le due rive, tutte conoscenze che sicuramente avrà mutuato da precedenti viaggiatori che ne hanno reiteratamente detto nelle loro opere: «Pure il vortice d’acqua, detto il Galofaro di Messina, e che vuolsi da alcuni la vera antica Cariddi, è forse nelle sei ore di marea più pericoloso con miglior sollecitudine da piloti evitato nel passare da Messina a Reggio, traghettandovi perciò di solito diagonalmente con circa 12 miglia di viaggio. - I Messinesi, quando il mare è basso, assicurano di vedervi tali rovine. … Queste due piaggie nel principio delle strette distanze una dall’altra circa due, e tre miglia»[3].

     Sul Galofaro e su tantissimi altri particolari storico-geografici si ritrovano nell’opera compilata nel 1841 dal bibliofilo Marco Malagoli Vecchi sulle tracce di C. Pellè. Di seguito alcuni tratti: Il Galofaro occupa una estensione di circa cento piedi di diametro; è situato presso la piccola rada di Calo faro, all’est del faro. È profondo novanta braccia. L’acqua che si avvolge alla superficie è formata dallo infrangersi delle correnti laterali colla corrente principale che riceve la sua direzione dalla opposta punta di Pizzo...etc,Il classico scoglio di Scilla è direttamente opposto al Galofaro. È situato sulla costa di Calabria, distante circa 6,500 metri dalla torre di Faro[4].

  Da Messina ha avuto inizio per il nostro viaggiatore il giro per la Sicilia. Al termine il natante ha riportato a Napoli i due veronesi, i quali, dopo alcuni giorni di riposo si sono avviati verso Roma, dove hanno colto il destro per interessarsi a ulteriori antichità e a fare qualche gitarella, come a Tivoli. Alla fine, le nuove méte sono state Siena e Firenze con le loro bellezze architettoniche e artistiche.

Del lavoro sulla Sicilia si è interessata subito la “Biblioteca Italiana”, Questo periodico in una pedissequa recensione di ben 22 pagine ripete in ampie linee quanto scritto. Non solo, ma si è data a criticare aspramente in larga misura il fatto che l’autore abbia indotto il figlio a studi vani che servivano ben poco all’epoca, quando si rendeva oltremodo più necessario volgersi a promuovere l’industria e le arti. Questa una delle frasi più significative: «Noi ne siamo mortificati perché pensiamo che migliori studj convengano ai giovani a cui natura abbia recato buon intelletto»[5].

                                                             Rocco Liberti

__________
[1] In qualche notazione i due volumi risultano entrambi pubblicati nel 1806 a Verona da Giuliari. È sicuramente della stessa pubblicazione in due tomi ristampata a Verona dalla Tipografia De-Giorgi nel 1834 con titolo “Raccolta accresciuta di viaggi scritti da Girolamo Orti” e che verte in particolar modo sulla flora dei territori visitati. Il primo volume comprende le escursioni in Francia, Inghilterra, Scozia, Olanda e parte della Germania, mentre il secondo si occupa ancora di Germania, Elvezia e Italia. 
[2] Valerio Camarotto, Orti Manara Girolamo, Dizionario Biografico degli Italiani Treccani.
[3] Orti Manara, Viaggio alle Due Sicilie …, passim. 
[4] Il Mediterraneo illustrato le sue isole e le sue spiagge etc., volume unico, Firenze, presso Spirito Batelli Editore, 1841, p.12. 
[5] Biblioteca Italiana o sia Giornale di Letteratura, Scienze ed Arti compilato da varj letterati, Tomo XLIII, Anno ventesimoterzo, luglio, agosto e settembre 1826, Milano, presso la Direzione del Giornale, pp. 3-24.