La Mastracòla si faceva posare le mosche dappertutto eccetto che sul naso e nessuno poteva sbagliare a parlare con lei senza che ella sparasse bestemmie o sale e piombo di cui teneva nelle capaci tasche una scorta di cartucce da fare invidia al cacciatore più accanito.
Cola nei primi anni del matrimonio aveva invano tentato di farla raffinare, calmare , invitandola spesso a nettiare la casa che era diventata un vero e proprio campo di battaglia di materassi spantumati, coperte ‘nsivate, pignate lorde. Invano! La donna non riusciva a stare a casa più di poche ore di notte e prima dell’alba era già in viaggio con lo scecco verso la sua campagna arroccata su una balza di arenaria dell’Acquavona con le sue quattro tomolate su cui crescevano solo olivi contorti, fichidindia e spine. Persino quando era incinta, fino agli ultimi giorni della gravidanza, correva in campagna incurante di tutto e di tutti e il quarto figlio lo partorì una sera nella stalla , appena giunta a casa, mentre strigliava Parmino perché non aveva fatto in tempo ad andare di sopra e coricarsi. E poco mancò che sparasse alla mammina che, arrivando di prescia e vedendo quello spettacolo, la rimproverò aspramente per la sua incoscienza.
Detestava anche le smancerie e quando il marito davanti alla gente o qualcun altro la chiamavano “ Giannina”, lei si incazzava rispondendo per le rime e irritandosi come se le avessro mollato un timpuluni anziché una delicatezza.
Ad aprile la Mastracòla iniziava ad impazzire perché voleva fare l’orto, anche se la sabbia di cui era fatto il suo terreno, cominciando ad arroventarsi ai primi caldi, faceva abbrustolire immancabilmente tutto ciò che vi si piantasse. Ed era un via vai della donna e dello scecco dal ruscello dell’Acquavona all’orto sabbioso con due otri per volta colmi di acqua che in pochi minuti veniva bevuta dalla sabbia ingorda e subito trasformata in vapore. Era una dannazione, mentre Bastaso, il vicino con cui aveva litigato milioni di volte, riusciva a coltivare ogni ben di Dio ad appena poche decine di metri di distanza, in un lembo di terra scura e benedetta che pareva creata apposta dagli dei dell’orto per partorire a ritmo serrato zucchine, fagiolini, pomodori e melanzane in grandissima quantità.
La donna covava con gli occhi quel ben di Dio e quella terra, decisa a impadronirsene con le buone o con le cattive. E quando Bastaso diede di lingua in giro per venderla, la Mastracòla una sera l’attese sul viottolo fingendo di strigliare Parmino e gli domandò distrattamente cul muso a culo di gallina, dopo anni e anni in cui non gli aveva rivolto più la parola, se fosse vero che voleva vendere. Bastaso le disse chiaro e tondo che quella terra l’avrebbe magari regalata, ma a lei non l’avrebbe venduta mai per dispetto, suscitando così l’aperta sfida della donna .
Per la Mastracòla furono i sei mesi più difficili della sua vita, temendo che qualcuno potesse proporsi a comprare quella terra, ma decisa a sparargli nella fronte chiunque egli fosse a costo di andare in galera. Domandava a tutti, vigilava giorno e notte che qualcuno non si avvicinasse a vedere quel podere in vendita, neanche da lontano. Poco prima di Natale però Bastaso fu costretto a cedere dovendo partire subito per l’Australia, altrimenti sarebbe scaduto il visto, e la Mastracòla, unica offerente, cominciò a tirare sul prezzo.
Il venditore era nero di rabbia e alla fine l’accordo fu raggiunto per una somma assai inferiore al valore del terreno : Bastaso sputava veleno da tutte le parti ripromettendosi di fare vendetta prima o poi orbo dal dispiacere di lasciare la sua terra nelle mani sporche e callose di quella donna che, avendo raggiunto il suo scopo, festeggiò dando da mangiare a Parmino del bene e del meglio e non vide l’ora di demolire con le sue stesse mani indurite la siepe di spine che divideva il terreno , che era stato di Bastaso, dalla sua proprietà.
Già a gennaio aveva scugnato a mano tutto il nuovo orto. A febbraio l’aveva perfettamente concimato trasportando quintali di cortagghia di asini e muli raccolta all’alba con una vecchia vanga sbrindellata lungo le strade che dal paese portavano alla sua campagna. A marzo tornò a dubrare a mano con la zappa . Ad aprile cominciò a piantare ortaggi in grande quantità e varietà. Da maggio in poi l’orto cominciò a dare vita e corpo a delizie di ogni genere e la Mastracòla con la doppietta caricata giorno e notte contava persino i fiori delle zucche a uno a uno perché nessun essere invisibile se ne impadronisse nottetempo.
Giunse l’estate e l’orto continuò a partorire in abbondanza fagiolini, melanzane, pomodori e spesso la notte Gianna dormiva – si fa per dire – in campagna con lo scecco senza trascurare la sera sul tardi di sparare una sventagliata di colpi verso il cielo per scoraggiare in partenza evenbtuali ladruncoli malintenzionati..
Tanta attenzione verso l’orto fece allentare la guardia ai fichidindia, che ad agosto rosseggiavano a centinaia sulle pale dello sdarrupo sabbioso che si apriva di colpo in mezzo agli olivi . Una mattina la Mastracòla si accorse con raccapriccio che almeno una cinquantina dei succosi frutti erano stati razziati poche ore prima da qualcuno. Esplose di rabbia, corse da sola imprecando al paese , entrò come una furia nella bottega di donna Vicenzina per fare rifornimento di polvere da sparo, piombo e borraggine e tornò di corsa in campagna in tempo per dare da mangiare l’avena a Parmino che sembrava impazzito dalla fame e dalla sete. Poi si coricò stremata e s’addormentò. Si svegliò di soprassalto tra jorno e scuro, decise di caricare a sale l’arma perché era sicura che si trattava di ladri ragazzi e andò ad appostarsi in vista del fitto dei fichidindia dietro il tronco capace di un ulivo medzzo sdarrupato. In silenzio assoluto!
Passò poco che arrivarono: erano in tre, ma non si distinguevano i visi tra le prime ombre della sera. Bisbigliavano per non farsi sentire da nessuno. Iniziarono a tirare fuori i coltelli a serramanico e a sbucciare e mangiare…uno dopo l’altro.. un boccone per ogni ficodindia. Gianna li lasciò fare una , due, tre, quattro volte: voleva gustare fino all’ultima goccia il fiele della rabbia e della vendetta. Al quinto ficodindia lanciò un urlo belluino, uscì di corsa dal suo nascondiglio e, senza aver riconosciuto la banda di ladri, sparò da appena tre metri di distanza una sventagliata di sale ai tre furfanti che si erano messi a correre. Li colpì e con cautela si avvicinò per guardarli in faccia quei cosi lordi e figli di puttana...
Il primo ladro era Melo, il primogenito di un vicino di proprietà, a cui aveva levato di brutto almeno quattro-cinque centimetri quadrati di cuoio capelluto a destra della fronte, che non ricrebbe mai più e fornì per sempre al poveraccio il titolo di “Bruschiato”. Il secondo ladro, il più basso e agile di tutti, era Gustino, secondogenito di Bastaso, colpito di striscio da alcuni pallini all’occhio sinistro, che, dopo la guarigione , gli rimase semichiuso facendogli guadagnare nel giro di meno di un anno il titolo di “Orbo” o “Gustino l’orbo”. Il terzo era invece il figlio della stessa Mastracòla, il più piccolo e l’unico nato senza difetti di vista, a cui il colpo sparato quasi a bruciapelo dalla madre aveva sbrindellato il sopracciglio destro e impastato la pupilla facendogli guadagnare da quel momento il titolo di “Guercio della Mastracòla”, mentre i di lui figli furono chiamati anche dopo tanti anni “Figli del Guercio della Mastracòla” e persino un nipote in quel di Monza dopo tantissimo tempo, se voleva farsi riconoscere da qualche compaesano, era costretto a chiarire con tutti i dettagli del caso di essere il figlio del figlio del “Guercio della Mastracòla”.
Gli anni passavano in fretta, ma il veleno di Bastaso nei confonti della nuova proprietaria del suo amato orto, raddoppiato dal danno all’occhio subito da Gustino, non accennava a diminuire. E quando, poco prima di Natale, gli arrivò in Australia la notizia che la sua vecchia madre era ormai vicina alla fine e voleva vederlo per l’ultima volta, lasciò tutto e andò a comprarsi il biglietto per il viaggio. Dopo alcune settimane era già a Oppido, appena in tempo per cogliere l’ultimo respiro della madre che non mancò di rigirare il coltello nella ferita del figlio ricordandogli tra le lacrime la bellezza del loro vecchio orto e, quando la Mastracòla si presentò al lutto con viso afflitto, fu più volte sul punto di prenderla a timpulate, ma si trattenne da uomo.
Bastaso dopo il funerale si fermò a Oppido ancora per una decina di giorni durante i quali si verificò in paese e nel circondario un fatto stranissimo: nelle tabaccherie quasi contemporaneamente venne a mancare il sale, tanto che si creò grande allarme tra la gente costretta a mangiare tutto insipido e preoccupata assai che il governo avesse in mente di raddoppiare o triplicare il prezzo del prezioso elemento di cui nessuno poteva fare a meno. Contemporaneamente negli empori oppidesi di Donna Vicenzina, Mmaculata, Il Marinaro, il Gioisano e Ciccio Ruffa improvvisamente scomparve la soda caustica che le donne compravano a chilate per fare il sapone di casa. Il mistero era fittissimo. Qualcuno favoleggiò che nottetempo un non meglio precisato forestiero che parlava all’uso mericano, pagando a peso d’oro sia il sale che il caustro, aveva comprato fino all’ultimo grammo quanto più aveva trovato di questi elementi e ne aveva caricato con tre sacchi ciascuna ben cinque mule che erano state viste dirigersi verso l’Acquavona…
L’inverno stava passando e la Mastracòla, ancora impegnata nella raccolta delle olive, cominciò a covare con gli occhi il suo amato orto, progettando già come squadrarlo per le nuove piantagioni. A guardarlo bene però, l’orto quell’anno appariva stranamente deserto e privo di erbacce, anche se l’inverno era stato molto piovoso, e persino la ràsola delle patate che ogni anno le dava frutto a quintalate ora appariva malinconica, le piante prima avvizzite e col passare dei giorni inserabilmente secche. La donna non sapeva cosa pensare: quei cosi lordi dei suriciorbi certamente avevano preso di mira le sue patate e si appostò più volte vicino alle montagnole di terra smossa con lo schioppo carico, ma non riuscì a pizzicare mai nessuna bestia sul fatto. Dopo tanto affanno di pensiero e di sospetti si convinse che qualcuno di quei grandissimi cornuti dei suoi vicini avesse fatto il malocchio alla sua terra che disseminò di ogni genere di scongiuri e di rami di olivo benedetti attaccati agli alberi più alti.
Tornò a zappare a mano con rabbia tutta la raàola delle patate e le seminò di nuovo, anche se marzo era passato, e contemporaneamente cominciò a raccogliere grandissime cofanate di puzzolente cortagghia di scecco e di mulo per riconcimare tutto l’orto che di giorno in giorno appariva sempre più biancastro e pallido. Poi lo zappò tutto e a fine aprile incominciò a piantare al solito ogni genere di ortaggi. La sua pena era che le piante delle patate seminate di nuovo , germogliate a fatica, erano rimaste rachitiche e giallastre, ma si convinse che non c’era molto da preoccuparsi quando chiese consiglio al più esperto dei contadini oppidesi, Ciccillo Raspa. Questi una sera le disse con complicità che, secondo lui, c’era un morbo che attaccava le patate , un’invasione di una specie di fetusa giallognola che pisciava di notte le foglie delle piante di patata e le faceva seccare, ma, per fortuna sotto terra le patate crescevano lo stesso: era un male passeggero che sarebbe scomparso sicurissimamente nel giro del mese. E per qualche giorno la Mastracòla si tranquillizzò.
Le tenere piantine di fagioli, zucche, peperoni, melenzane, pomodori e granoturco erano ormai seminate o piantate da qualche settimana, lo scecco si era ormai ridotto pelle e ossa trasportando dalla mattina alla sera cofanate di cortagghia e otri pieni di acqua , ma qualcosa non stava funzionando lo stesso: le piantine prendevano coraggiosamente l’avvio per crescere, ma presto piegavano il capo e ingiallivano e dopo qualche giorno erano secche come il tabacco: il nemico invisibile stava colpendo ancora!
Una sera la Mastracòla giunse in paese furibonda. Prima di tutto corse da Ciccillo Raspa, gli lanciò uno scracco in viso e gliene disse di tutti i colori, poi si recò di fretta nel negozio di donna Vicenzina per fare rifornimento di polvere da sparo e piombo, infine corse al Consorzio Agrario per consigliarsi con il proprietario che sapeva tutto sull’agricoltura, ma trovò chiuso. Tornò a casa di corsa, tirò fuori dal basso lo scecco che, stanchissimo dopo un’intera giornata di via vai dalla sorgiva d’acqua all’orto, ragliava come un pazzo per far capire che non era affatto intenzionato a muoversi. Prese il fucile e non rispose nemmeno al marito che cercava di fermarla impaurito dal suo assetto di guerra. Partì di volata alla volta di Messignadi dove abitava don Vincenzino Burzomato, il padrone del Consorzio. Arrivò che era già buio fitto: lo scecco esausto alle prime luci del paese si buttò a terra e non ne volle sapere di proseguire; la donna lo legò a una sipàla e, domandando a bruciapelo informazioni a chi incontrava, giunse davanti alla casa di don Vincenzino. Bussò forte, si fece aprire da lui in persona, gli raccontò sulla porta bestemmiando il disastro che stava subendo il suo orto a causa di un morbo invisibile.
- E che volete da me? – disse l’uomo.
- Voglio che mi fate l'analisi al più presto della terra che ho portato in questa cirma per vedere che catinazzo di morbo ha! – rispose imperiosa la Mastracòla, porgendogliela.
Si accordarono per il responso per la settimana successiva e la donna fece ritorno a casa trascinando il povero scecco e aiutandolo a restare in piedi se minazzava di cadere per la stanchezza e, quando ragliava di dolore, anche Gianna per consolarlo ragliava allo stesso modo.
In quei sette giorni pareva impazzita: ogni giorno dava acqua e cortagghia all’orto e, quando Parmino si rifiutava di trasportare acque ed escrementi di scecco e di mulo, provvedeva lei stessa con l’aiuto dei figli. Inoltre fece giungere nell’orto le più celebrate magare e sdocchiatrici del paese. Stessi provvedimenti prese o cercò di prendere col prete e, quando questi si rifiutò categoricamente di andare fino all’ orto dell’Acquavona per benedirlo, lei per dispetto si appostò per due volte dentro la chiesa vecchia e gli prosciugò tutta l’acqua santa con cui riempì quattro fiaschi che sparse nottetempo sul suo terreno, urlando giaculatorie.
Finalmente la mandò a chiamare don Vincenzino che le sparò a bruciapelo la notizia: la terra era diventata sterile e per diversi anni non avrebbe prodotto nulla, manco vermi, a causa delle quantità di cloruro di sodio e di soda caustica che vi erano state disseminate
- E che cazzo sono? – disse la donna.
- Sale da cucina e caustro per il sapone – rispose don Vincenzino.
La Mastracòla stava per avere una vertigine e si aggrappò a una pila di sacchi di zombàra pieni di mangime per gli animali esclamando:
- E che? Ha piovuto veleno sulla mia proprietà?
- La pioggia non c’entra niente, – disse calmo don Vincenzino - vedete chi vi ha voluto male…
Strada facendo verso casa, passò mentalmente in rassegna tutti i vicini di campagna che avrebbero potuto combinarle quel disastro, ma li escluse tutti a uno a uno. Non sapeva più cosa pensare e solamente mentre stava salendo i due gradini di casa le venne in mente la cruda realtà e sparò una bestemmia tremenda che fece uscire il marito dalla forgia con la mazza in mano…
- Lui, lui fu, quel grandissimo cornuto: mi ha avvelenato la terra!!!
- Di chi stai parlando? – le urlò il marito confuso e accaldato!
- Di Bastaso! Mi ha rovinato l’orto, ma a costo di andare diritta in Australia , devo tagliargli a muzzicate le sue palline di gazzosa e pure lo stigghiolo, anzi me lo voglio mangiare vivo!
- E con quali soldi paghi la nave? – obiettò il marito - Non ci bastano casa, forgia e terra dell’Acquavona per il viaggio in Australia!
- Sono cazzi miei! - rispose categoricamente la Mastracòla.
Poi ci ripensò e a tarda sera per non dare nell’occhio corse fino alla caserma dei carabinieri e tanto sbraitò che il maresciallo la ricevette.
- Voglio denunziare quel bastaso di Bastaso – esclamò appena fu dentro l’ufficio.
Il maresciallo ammutolì…
- Spiegatevi , signora.
- Signora un cazzo! – obiettò stanca la Mastracòla pensando che il maresciallo la volesse prendere in giro.
Il maresciallo minacciò di arrestarla se non avesse continuato a parlare con rispetto e a spiegarsi. La donna, intercalando bestemmie e insolenze terribili contro Bastaso, riuscì a spiegarsi battendo pià volte la mano sul tavolo e un piede a terra.
- Signora, disse il maresciallo, quali prove avete che è stato lui a salare la vostra terra? Se volete denunziarlo denunziatelo, ma io non posso fare niente senza prove, nemmeno scrivere alle autorità australiane, che si piscerebbero per le risate.
Tornata a casa infuriatissima, si rifiutò di rispondere alle domande del marito. E muta rimase. Soltanto la notte, dormendo, spesso faceva uno strano raglio quasi uguale a quello di Parmino , che sembrava risponderle dalla stalla. L’indomani mattina, andando in campagna, passò dall’agenzia Lloyd Triestino per farsi dire quanto sarebbe costato un biglietto di sola andata per l’Australia e si fece il conto degli svariati anni che le sarebbero serviti ad accumulare quella somma…
Cominciò a tornare a casa dalla campagna una sera si e una sera no e quando Cola si accorse che non era rientrata da quasi quattro giorni, lasciò la forgia e andò a vedere cosa fosse successo all’Acquavona. La chiamò a lungo, ma nessuno rispondeva. Finalmente da lontano vide la donna che trascinava la carcassa del vecchio Parmino in una fossa per sotterrarla. Cercò di parlarle ma la Mastracòla ormai non vedeva e non sentiva più niente e nessuno e, mentre con la zappa buttava la terra sulla carcassa, rantolava e ogni rantolo si trasformava lentamente in un raglio lamentoso.
Quando la triste opera fu finita, la donna, senza guardare il marito, si avviò. Cola cercò di parlarle, ma fu mandato a fanculo con un forte raglio da Gianna, che entrò di corsa nella stalla e si chiuse dentro continuando a ragliare piangendo…
Bruno Demasi

