martedì 26 maggio 2026

ERANOVA: L’ ODIATA UTOPIA CALABRESE DELLA “NUOVA ERA” ( di Bruno Demasi )

  

    Tra le molte pagine dimenticate della Calabria, poche sono suggestive quanto quella che ancora parla di Eranova, un piccolo insediamento agricolo sorto nel 1896 come frazione di Gioia Tauro. Non era un paese come gli altri: era il frutto di una ribellione contadina, un esperimento sociale fondato su solidarietà, lavoro condiviso e rifiuto del latifondo. Un nome programmatico — "Nuova Era" — che conteneva una promessa di emancipazione, a cui un manipolo di contadini con le loro famiglie si aggrapparono con tutte le loro forze

   Sostenitori e ideatori furono Ferdinando Rombolà e Giuseppe Pellicano' che il 6 agosto delle stesso anno capitanarono una vera e propria ribellione non violenta  verso la famiglia Nunziante che aveva creato nell’attuale paese di San Ferdinando delle piccole case, prevalentemente in legno, per i contadini e negava a chi desiderava uscire da quelle vecchie “ casette “ il permesso di costruire edifici di proprietà, in muratura  più resistenti e comodi.

    Il Rombolà fu il primo a prendere l’iniziativa e, dopo aver individuato un vicino terreno che ricadeva nel comune di Gioia Tauro , vi costruì la propria abitazione. Il suo coraggioso esempio fu seguito da molti, tanto che già nel 1902 l’abitato che era sorto era diventato considerevole ed in grado da richiedere l’istituzione, come parrocchia, della chiesa già costruita a totale carico di spesa degli abitanti del nuovo villaggio che fecero a gara per edificare con la solidale fatica  di uomini, donne e bambini l'edificio sacro e la scuola, quasi emuli dei Padri Pellegrini della Mayflower che tre secoli prima avevano agisto allo stesso modo in America. Il comune di Gioia Tauro approvò l’iniziativa.

    Lo spirito di fondazione che animava quella gente era la volontà di sottrarsi al sistema feudale che dominava la Piana. La fine dell’Ottocento era un’epoca di tensioni agrarie: salari bassissimi, terre concentrate nelle mani di pochi, condizioni di vita durissime. In questo contesto, fondare un insediamento autonomo significava compiere un gesto politico.

    Il nome scelto — Eranova — non era solo simbolico: esprimeva la volontà di costruire un modello alternativo, basato su lavoro cooperativo, equilibrio con la natura, solidarietà tra famiglie, rifiuto della dipendenza dai Nunziante e dagli altri grandi proprietari terrieri. Secondo le testimonianze raccolte dall’artista e ricercatore Martin Errichiello, la comunità viveva di agricoltura, allevamento, vigneti e pascoli, in un rapporto armonico con la pianura che oggi appare irriconoscibile. Un anziano abitante, intervistato nel 2019, ricordava: «Qui non c’era ricchezza, ma c’era libertà. E la libertà valeva più dei soldi»².

    Per decenni Eranova prosperò come un microcosmo autosufficiente. Le famiglie costruirono case, tracciarono nuove strade, coltivarono campi. La comunità era piccola, ma coesa: un laboratorio sociale che anticipava forme di cooperazione rurale che solo molto più tardi sarebbero state riconosciute come modelli virtuosi.La vita quotidiana era scandita da lavoro condiviso, mutuo aiuto, gestione comunitaria delle risorse e delle difficoltà, forte identità collettiva. Eranova era, in fondo, una “repubblica contadina”, come quelle descritte da Ernesto De Martino quando osservava le comunità meridionali capaci di reinventare la propria sopravvivenza attraverso una promessa condivisa di solidarietà totale³.

    Quella promessa fu spezzata nel 1972, quando l’area venne destinata dalla “Democrazia Cristiana”, allora al governo, al progetto del V Centro Siderurgico, un piano industriale mai realizzato ma sufficiente a decretare la fine del borgo. Le case furono drasticamente abbattute insieme alla chiesa e alla scuola, i vigneti cancellati, gli abitanti trasferiti, quasi in modo coatto, a Gioia Tauro e a San Ferdinando, il territorio completamente riconfigurato. Oggi, sotto il cemento del porto di Gioia Tauro, giace la memoria di una comunità che aveva tentato di reinventare il Sud.

    Il borgo scomparve senza che la comunità fosse realmente consultata. Un’intera esperienza sociale venne sacrificata a un’industrializzazione che non arrivò mai.Un ex abitante racconta: «Ci dissero che era per il progresso. Ma il progresso non è mai arrivato. Solo le ruspe»⁴. Vito Teti, parlando di luoghi scomparsi, scrive che «i paesi non muoiono mai del tutto: restano come ferite aperte nella memoria di chi li ha abitati»¹. Eranova è una di queste ferite ancora aperte. 

    Negli anni successivi, l’area fu destinata alla costruzione del porto di Gioia Tauro, oggi uno dei più importanti hub del Mediterraneo. Dove un tempo c’erano vigne, case e pascoli, oggi si estendono banchine, container, gru. La storia di Eranova diventa così una parabola emblematica:un’utopia contadina spazzata da una modernizzazione imposta dall’alto, un territorio trasformato, senza memoria, una comunità dispersa. Il contrasto tra ciò che era e ciò che è diventato il luogo rende questa vicenda una delle più significative della storia calabrese contemporanea.

  A riportare alla luce questa storia è stato il lavoro di Martin Errichiello, che ha raccolto testimonianze, suoni, ricordi e li ha trasformati in un’opera audio in sei puntate, Campanamuta, trasmessa su Rai Radio 3 e oggi disponibile su RaiPlay Sound. Il progetto intreccia:interviste agli ex abitanti,ricostruzioni storiche, paesaggi sonori, narrazioni letterarie. È un tentativo di restituire voce a un luogo che non esiste più, ma che continua a vivere nella memoria di chi lo ha abitato. Errichiello scrive: «Eranova non è un luogo: è un’eco. Un suono che ritorna quando tutto sembra perduto»⁵.

    La storia emblematica di Eranova non è solo un episodio locale: è una chiave per leggere l'intera storia del Mezzogiorno perché racconta la forza delle comunità rurali,la fragilità dei progetti politici calati dall’alto, la violenza simbolica della modernizzazione incompiuta, la necessità di preservare le memorie marginali. È una storia che interroga anche il presente: cosa resta delle utopie popolari? Quali territori abbiamo sacrificato? Quali memorie rischiano di scomparire? 

    Come scrive Franco Cassano: «Il Sud non è solo ciò che è stato, ma ciò che avrebbe potuto essere»⁶. Eranova è esattamente questo: un Sud possibile, cancellato prima di diventare reale.

Bruno Demasi
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1. V. Teti, Pietre di pane. Un’antropologia del restare, Quodlibet, 2011, p. 47.
2. Testimonianza raccolta da M. Errichiello, Campanamuta, Rai Radio 3, 2019.
3. E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, 1959, pp. 112-115.
4. Intervista anonima in M. Errichiello, Campanamuta, cit.
5. M. Errichiello, appunti di produzione, 2019.
6.F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, 1996, p. 9.

lunedì 25 maggio 2026

ANTONIO PIROMALLI: la coscienza critica di una Calabria non più marginale (di Mara Vittoria Colosimi)



    Mara Vittoria Colosimi in questo saggio breve coglie con finezza ciò che spesso sfugge: Antonio Piromalli non è soltanto uno dei grandi critici del Novecento, ma lo studioso grazie al quale la Calabria smette di essere periferia e diventa progetto civile nazionale. La sua lettura non indulge mai nell’agiografia; al contrario, illumina la complessità di un percorso che ha trasformato la marginalità in strumento di emancipazione. In questa bella pagina, la voce dell’Autrice si intreccia con quella del critico, seguendone il cammino dalle aule del Maurolico alla fondazione di "Letteratura e società", dalle indagini su Dante e Fogazzaro alla monumentale "Letteratura calabrese". Ne emerge un ritratto rigoroso e insieme vibrante, capace di mostrare come Piromalli abbia restituito alla sua regione una storia culturale continua, una “linea di resistenza” che attraversa i secoli e che ancora oggi interroga il presente. Comprendere Piromalli significa comprendere una Calabria che pensa, che critica, che costruisce. E significa riconoscere, attraverso la scrittura limpida e partecipe di Mara Vittoria Colosimi, che la cultura può ancora essere un atto di responsabilità verso la propria comunità.(Bruno Demasi) 
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   La storia personale di Antonio Piromalli e quella collettiva si intrecciano fino a diventare inseparabili. Ma per comprenderlo davvero occorre allargare lo sguardo: la sua figura non è solo quella di un grande critico del Novecento italiano, bensì il simbolo di una Calabria che, attraverso la sua opera, acquisisce finalmente una coscienza critica di sé e si afferma come soggetto culturale della nazione. 

    Per secoli la Calabria è stata percepita come periferia, come terra di ritardi e di solitudini, come luogo da cui partire. Piromalli ribalta questa prospettiva: mostra che la marginalità può diventare osservatorio privilegiato, che la distanza può trasformarsi in lucidità, che una regione spesso silenziata può rivelarsi laboratorio di modernità. La sua opera è il gesto con cui la Calabria entra nella storia culturale italiana non come eccezione, ma come tradizione.

    Nato a Maropati nel 1920, in una terra ancora segnata da ritmi arcaici e da un’economia contadina, Piromalli cresce in un ambiente dove la parola scritta è un bene prezioso, quasi un talismano. La sua formazione si compie a Messina, al Liceo Maurolico, luogo che segna la sua precoce vocazione umanistica. Qui, tra i classici latini e la poesia moderna, matura la convinzione che la letteratura non sia un ornamento, ma una forma di conoscenza capace di illuminare la condizione umana.¹

    Gli anni universitari consolidano un metodo che sarà la cifra di tutta la sua opera: leggere la letteratura come storia, come documento umano, come campo di forze ideologiche. Piromalli si muove nel solco di De Sanctis, ma ne amplia la prospettiva con una sensibilità sociologica che guarda alla letteratura come specchio delle contraddizioni del proprio tempo.² Non è interessato all’estetismo né alle fughe nell’irrazionale: cerca nella parola scritta la traccia di un conflitto, di una tensione, di un’aspirazione civile.

    La sua carriera accademica è un viaggio attraverso l’Italia: Urbino, Bologna, Ferrara, Reggio Calabria, fino alla cattedra di Salerno, ottenuta nel 1976.³ Ogni sede è un laboratorio, ogni corso un’occasione per formare generazioni di studenti alla lettura critica. Nel 1999 fonda la rivista Letteratura e società, che diventa un luogo di dialogo tra studiosi e scrittori, un crocevia di idee in un panorama culturale spesso frammentato.⁴

    Il metodo di Piromalli si fonda su tre assi portanti. Il primo è la storicizzazione radicale: ogni opera è figlia del proprio tempo e risponde a un problema storico concreto. Il secondo è l’analisi delle ideologie: la letteratura è un campo di battaglia simbolico, dove si confrontano visioni del mondo. Il terzo è il rifiuto dell’irrazionalismo: Piromalli privilegia gli autori che cercano una mediazione tra inquietudine e ragione, tra dolore e progetto civile.⁵

  Questa prospettiva gli permette di leggere Dante non come un monumento, ma come un intellettuale politico. In L’ideologia letteraria di Dante (1968), il poeta fiorentino emerge come un autore che usa la lingua per rifondare un ordine civile, non come un semplice teologo o visionario.⁶ La Commedia diventa così un testo che parla di potere, di giustizia, di comunità. Uno dei contributi più originali di Piromalli è lo studio Fogazzaro e il Fogazzarismo (1956). Qui Fogazzaro non è letto come autore intimista, ma come interprete delle tensioni del cattolicesimo di fronte alla modernizzazione dell’Italia unita.⁷ La narrativa fogazzariana diventa il luogo in cui si manifesta il conflitto tra tradizione e progresso, tra fede e scienza, tra individuo e società. È una lettura che anticipa molte linee della critica successiva e che mostra la capacità di Piromalli di cogliere nella letteratura i segnali profondi del cambiamento. 
 
    Ma il cuore della sua opera è La letteratura calabrese (1996), una sintesi monumentale che ha cambiato il modo di leggere la storia culturale della regione. Prima di lui, la Calabria era percepita come un insieme di figure isolate: Gioacchino da Fiore, Campanella, Alvaro. Piromalli dimostra invece che esiste una continuità, una “linea di resistenza” che attraversa i secoli.⁸ La Calabria non è periferia, ma parte integrante della storia culturale italiana; esprime una tensione costante verso l’utopia e la riforma; i suoi scrittori incarnano una funzione civile, spesso in opposizione alle strutture oppressive del loro tempo.⁹ In questa prospettiva, la Calabria diventa un laboratorio di modernità, un luogo dove si sperimentano forme nuove di pensiero e di scrittura. Piromalli restituisce alla sua terra una dignità culturale che la storiografia nazionale aveva spesso negato, mostrando come la marginalità geografica possa diventare centralità intellettuale.

    Accanto all’attività accademica, Piromalli coltiva un forte senso di responsabilità civile. La cultura, per lui, è un presidio di libertà. Questo principio trova la sua espressione più alta nella donazione della sua biblioteca personale — circa 15.000 volumi — al Comune di Maropati.¹⁰ Non è un gesto nostalgico, ma un atto pedagogico: lasciare ai giovani un luogo dove la conoscenza possa diventare strumento di emancipazione.

    Ed è proprio in questo gesto che la sua figura assume un valore simbolico: la Calabria che lo ha formato diventa la Calabria a cui egli restituisce strumenti, memoria, futuro. Non più terra da cui fuggire, ma terra da cui ripartire.

    Piromalli si spegne nel 2003, ma la sua eredità rimane intatta. La sua opera, nutrita da un profondo senso della storia e da un altrettanto profondo amore per la sua terra, ha restituito alla Calabria la sua voce culturale e all’Italia una pagina fondamentale della sua coscienza letteraria. La sua eredità non è soltanto nei libri che ha scritto, ma nel modo in cui ha insegnato a leggere: con rigore, con passione, con responsabilità. E soprattutto nel modo in cui ha insegnato a pensare la Calabria: non come periferia, ma come luogo critico, come laboratorio di modernità, come parte viva della nazione.

Mara Vittoria Colosimi
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1. P. Tuscano, Antonio Piromalli e la critica letteraria nel secondo Novecento, in «Rassegna di cultura e vita scolastica», 2004, pp. 12‑15. 
2. T. Iermano – G. Santangelo (a cura di), Antonio Piromalli: la letteratura come impegno civile, Olschki, Firenze, 2005, pp. 33‑40. 
3. Ivi, pp. 41‑45. 
4. Ivi, pp. 112‑118. 
5. A. Piromalli, Indagini e letture, Pellegrini, Cosenza, 1970, pp. 7‑18. 
6. A. Piromalli, Fogazzaro e il Fogazzarismo, Paideia, Brescia, 1956, pp. 21‑56. 
7. A. Piromalli, L’ideologia letteraria di Dante, Olschki, Firenze, 1968, pp. 9‑44. 
8. A. Piromalli, La letteratura calabrese, vol. I, Pellegrini, Cosenza, 1996, pp. 3‑28. 
9. A. Piromalli, La letteratura calabrese, vol. II, Pellegrini, Cosenza, 1996, pp. 201‑245. 
10. AA.VV., L’opera di Antonio Piromalli. Letteratura e impegno civile, Pellegrini, Cosenza, 2004, pp. 77‑82.



domenica 24 maggio 2026

LA LIBRERIA ACCARDI DI TAURIANOVA: un avamposto civile e un laboratorio di cittadinanza (di Bruno Demasi)


    Nel cuore di Taurianova, a un passo dal duomo, all’angolo di via Roma 32, c’è una porta che si apre da più di un secolo su un ambiente impregnato del profumo della carta stampata. È la porta della Libreria‑Edicola Accardi, oggi guidata da Caterina Accardi, erede di una storia familiare che attraversa tre generazioni. Non è soltanto un esercizio commerciale: è un luogo di incontro e di crescita che resiste alla desertificazione libraria e alla commercializzazione selvaggia del libro. Una presenza così rara da essere citata persino dal Sole 24 Ore.

    La storia della libreria emerge con forza in un’intervista che Caterina Accardi ha rilasciato al Quotidiano del Sud qualche tempo fa : un racconto di lavoro costante, sacrificio e responsabilità civile. «Quello che mio nonno Giovanni e mio padre Michelangelo scelsero di fare è un lavoro usurante», dice Accardi, ricordando le albe passate ad aprire l’edicola e le sere a impacchettare la resa dei quotidiani.È un mestiere che non si eredita soltanto: si custodisce. E in una città che per decenni è stata raccontata solo attraverso le faide, la libreria è diventata un luogo di normalità resistente, un punto di riferimento per chi cerca libri, giornali, orientamento, ascolto: un presidio culturale di primo livello.

    La Libreria Accardi è diventata uno dei motori della cultura della Piana: presentazioni, incontri, dialoghi con autori come Michele Ainis, Bobo Craxi, Emiliano Morreale, Fulvio Abbate. È qui che, dopo una serata dedicata alla Costituzione, un gruppo di lettori ha proposto un brindisi civile: un gesto semplice, ma emblematico di una comunità che vuole riconoscersi nei valori democratici.La libreria non è solo un negozio: è un laboratorio di cittadinanza.

    In un’epoca in cui l’acquisto online sembra aver divorato ogni spazio fisico, la Libreria Accardi continua a essere un contesto dove si parla di libri guardandosi negli occhi, si costruiscono relazioni di fiducia, si coltiva un’idea di cultura come bene comune, si pratica una forma di economia etica, che non sacrifica la qualità alla velocità. Le recensioni dei lettori lo confermano: «informazione, competenza, cultura e cordialità vanno a braccetto»; «entrarci è come sentirsi in un ambiente familiare»; «una sfida, in questo tempo, promuovere la lettura»

    La Libreria incarna perfettamente e va anche oltre ciò che l’antropologo Vito Teti definisce restanza: la scelta di restare non come immobilità, ma come gesto politico, come cura del territorio, la scelta di informarsi e di esercitare ad alta voce il diritto individuale di cittadinanza. Caterina Accardi lo dice con semplicità: «Siamo sati l’unica libreria nella Capitale del Libro 2024. È un bel riconoscimento, anche se ogni tanto affiorano dei dubbi». Eppure resta. Resta per i giovani che partono e tornano, per quelli che cercano un libro per la scuola, per chi vuole capire il mondo attraverso un quotidiano, per chi crede che la cultura sia ancora un modo per riscattare un territorio ferito.

    Nel reportage del Sole 24 Ore, la libreria appare come parte di una rete di realtà culturali che stanno contribuendo alla rigenerazione di Taurianova: associazioni, biblioteche, laboratori creativi, iniziative sulla legalità. Il quotidiano economico sottolinea come la città stia tentando di «cancellare i segni della ’ndrangheta e riaffermare la cultura della legalità» attraverso libri, festival, reading, progetti educativi.In questo scenario, la Libreria Accardi è un simbolo di continuità: un luogo che c’era prima, c’è oggi e — se la comunità continuerà a sostenerlo — ci sarà domani.

    C’è un gesto, tra i più significativi, che racconta la natura profonda della Libreria Accardi: ogni 14 maggio, Caterina Accardi espone in vetrina un libro, una foto, un ricordo dedicato a Walter Schepis, il giovane di Taurianova assassinato nel 1991 in un agguato mafioso mentre si trovava per caso nel luogo sbagliato. È una commemorazione sobria, senza retorica, che non cerca clamore. Un piccolo altare laico fatto di carta e memoria. La libreria diventa così un luogo di lutto condiviso, ma anche di educazione civile: chi entra e chiede “chi era Walter?” riceve una risposta, un racconto, un frammento di storia che rischierebbe altrimenti di perdersi.In un territorio dove la memoria delle vittime innocenti della ’ndrangheta è spesso affidata alle famiglie e a pochi presidi civili, la Libreria Accardi compie un atto di resistenza morale: ricordare significa opporsi all’oblio, e quindi alla violenza che l’oblio produce. È un gesto che appartiene alla tradizione delle librerie civili italiane: quelle che non vendono solo libri, ma custodiscono storie.

    Scrivere della Libreria Accardi significa raccontare una storia che non riguarda solo Taurianova, ma tutte le periferie culturali d’Italia: luoghi dove la presenza di una libreria è un atto di coraggio civile, un gesto di fiducia nella comunità, un modo per dire che la cultura non è un lusso, ma un diritto.È una storia che merita di essere raccontata, perché parla di resistenza, cura, memoria e futuro.
 
Bruno Demasi

sabato 23 maggio 2026

DON GIUSEPPE BLASI: IL SACERDOTE CHE SFAMAVA I POVERI CON CRISTO E CON DANTE (di Bruno Demasi)

IL QUASI SCONOSCIUTO PRECURSORE CALABRESE DI DON LORENZO MILANI 
 
  La vita di questo straordinario sacerdote, Don Giuseppe Blasi, apparentemente semplice, custodisce stigmi evidenti di eroica grandezza: un’idea alta della cultura, un amore profondo per la lingua, una dedizione totale alla formazione degli umili, un desiderio forte di partecipare a tutta la sua gente la grandezza di Dante Alighieri. Prima di lui, la Calabria aveva già conosciuto traduttori dialettali di Dante — Gallo, Gallucci, Limarzi, Toscani, De Pasquale, Scervini — ciascuno con la propria voce e il proprio territorio. Ma nessuno aveva tentato ciò che Blasi portò a compimento: una traduzione integrale della Divina Commedia nel dialetto laureanese, un’impresa che oggi appare quasi visionaria, se non impossibile.

    Nacque a Bellantone di Laureana di Borrello il 6 aprile 1881, figlio di una Calabria contadina che conosceva la fatica, la povertà e la dignità silenziosa delle case basse e del lavoro durissimo. Studiò tra Messina, Mileto e Napoli, dove completò la maturità classica: un percorso che gli diede una solida formazione umanistica, nutrita di latino, poesia e disciplina dello spirito.Fu ordinato sacerdote il 19 marzo 1904 dal vescovo Giuseppe Morabito, e per oltre dieci anni insegnò lettere nel Seminario di Mileto, lasciando un ricordo di rigore e dolcezza. Richiamato alle armi nel 1916, venne presto congedato per problemi alla vista. Tornò allora a Bellantone, dove rimase fino alla morte, il 20 gennaio 1954.

    La sua pastorale fu quotidiana, minuta, fatta di visite alle famiglie, catechesi, conforto ai poveri, ricostituzione della Confraternita del SS. Sacramento, gruppi di Azione Cattolica, preparazione gratuita di generazioni di ragazzi agli esami scolastici.Una pastorale modernissima giocata quasi interamente sulla promozione umana e sociale della povera gente abbandonata da tutti. Nel 1944, anticipando addirittura Don Milani in un’Italia ferita dalla guerra, Blasi compì un gesto che oggi appare quasi eroico: fondò la Scuola Media Parificata “Giovan Battista Marzano”. Non fu un atto amministrativo, ma un’opera civile nel senso più alto. In un territorio dove i figli dei contadini non avevano alcuna possibilità di proseguire gli studi, la scuola di Blasi fu una porta aperta sul futuro. Era un’istituzione nata dal basso, senza mezzi, senza appoggi, ma con una visione: la cultura come diritto, non come privilegio. In un’epoca in cui la scuola era lontana, costosa, irraggiungibile, Blasi la portò dentro il paese, dentro le case e le vite della sua gente.

     Accanto alla pastorale e alla scuola, Blasi coltivò la propria creatrività con una produzione letteraria sorprendentemente ampia: inni sacri, testi teatrali, articoli su giornali locali, una traduzione italiana del rito della Messa molto prima della riforma liturgica. Ma il suo capolavoro, l’opera che lo consegna alla storia culturale della Calabria, è la traduzione della Divina Commedia in dialetto laureanese, composta negli anni Trenta e pubblicata postuma solo nel 2001 per grandissimo merito di Umberto Di Stilo. L’intuizione di Blasi era semplice e radicale: portare Dante agli umili, a coloro che non avrebbero mai potuto leggere il poema nella lingua originale. Lo dice egli stesso con una limpidezza che commuove: una traduzione vernacola può essere utile “agli umili popolani che conoscono bene solo il proprio dialetto”, e può servire anche agli studenti, come strumento di chiarificazione del pensiero dantesco.

    Il dialetto laureanese che Blasi utilizza è un vero e proprio tesoro linguistico: una vera e propria lingua  dell’Aspromonte occidentale ricca di arcaismi, grecismi residuali, forme verbali oggi scomparse. È una lingua concreta, terrosa, ma capace di sorprendente solennità quando si piega alla terzina dantesca. Blasi non traduce soltanto: ricrea. Mantiene la struttura metrica, la concatenazione delle rime, la tensione narrativa. E lo fa con una naturalezza che stupisce: sembra che il dialetto fosse in attesa di incontrare Dante per rivelare una sua inattesa nobiltà.

    L’incipit dell’Inferno:
                                                          Fatta di l'anni la mità ccaminu, 
 mi vitti nta nu voscu ntrizzicatu,
ca di la strata non ngagghjai mu minu 
 
E chi bi cuntu d'undi era ficcatu?
nta spini e stroffi no' ppigghiava pista
chi mu li pensu m'attrassa lu hjatu.  
                                                                                    
conserva la forza evocativa del verso dantesco pur trasportandolo in una lingua popolare. E quando, nel Paradiso, traduce gli ultimi versi, restituisce al dialetto la sua capacità assoluta  di dire l’Assoluto:
 
                                                   Ma no ppotia chijicari e nno chijicau
                                                       la forza mia:nu raggiu mi corpìu 
                                                       la menti, nchi sta cosa disijau.
 
                                                     L'arta me' fantasia si ndebbilìu
                                                  ca abbrama e bolontà m'avìa sbotatu, 
                                                     comu na rota chi arredu cedìu, 
 
                                                     Cui lu suli ndi movi e lu Stijatu.                                               
 
    Come si accennava. l’edizione del 2001 deve la sua nascita alla tenacia e alla cura di Umberto Di Stilo, che ha svolto un’opera davvero preziosa  nel rendere accessibile il manoscritto di Blasi. La sua Introduzione è un documento ricchissimo ed esemplare , perché: ricostruisce la genesi del manoscritto, ne chiarisce le intenzioni, ne definisce il valore linguistico e culturale e soprattutto restituisce la figura di Blasi nella sua interezza: sacerdote, maestro, intellettuale, uomo di Dio e uomo di popolo. Di Stilo non è un semplice curatore: è il mediatore tra il laboratorio privato di un sacerdote-scrittore e la comunità dei lettori. Il suo lavoro è un atto di raffinatissima pietas filologica, ma anche di riconoscenza civile poco o pun to conosciuto dal grande pubblico: salvare un manoscritto significa salvare una voce, una memoria, una parte di Calabria.

    Altrettanto evocativa e necessaria a bellissima “Nota critica” di Ugo Vignuzzi che colloca la traduzione di Blasi dentro una storia più ampia, quella delle traduzioni dialettali di Dante, della dialettologia calabrese, della cultura popolare dell’Aspromonte occidentale. La Nota mostra come la Commedia dialettale di Blasi sia un documento linguistico di straordinario valore,un’opera pedagogica nata per educare, un testo che restituisce al dialetto la sua funzione originaria: non folklore, ma lingua del mondo. 

   Qui si apre un tema che merita un approfondimento autonomo con l'aiuto della Nota linguistica  conclusiva di Paolo Martino. Per Blasi, il dialetto non è solo uno strumento linguistico: è una teologia dell’incarnazione. Il dialetto è la lingua con cui si nasce, si soffre, si ama, si muore. È la lingua della carne, non dell’astrazione.Tradurre Dante in dialetto significa riportare il poema nella concretezza della vita e restituire alla teologia dantesca una voce quotidiana. Un gesto profondamente cristiano insomma, in virtù del quale Dante torna a essere predicabile. Blasi infatti non traduce soltanto, restituisce Dante al popolo, e restituisce il popolo a Dante. È un movimento doppio e questa reciprocità è il cuore della poetica di Blasi che realizza la traduzione negli anni Trenta del secolo scorso, in una Calabria rurale, povera, isolata. Un mondo in cui la scuola è lontana, i libri sono rari la cultura è un privilegio. Un contesto nel quale, tradurre Dante in dialetto è un gesto rivoluzionario: significa affermare che la cultura appartiene anche agli ultimi.

    Il lavoro d di recuopero e di pubblicazione di  Umberto Di Stilo è un capitolo a sé, un capolavoro nel capolavoro, perché, allestendo ed ordinando il manoscritto lasciato da Blasi per la pubblicazione, ha dovuto decifrare  con un lavoro enorme grafie incerte, ricostruire lacune, ordinare materiali dispersi, restituire coerenza metrica, contestualizzare linguisticamente ogni scelta. Un lavoro di filologia amorosa, che ha salvato un’opera altrimenti perduta. 
 
    E mi permetto di aggiungere che un altro capitolo a sé, un altro capolavoro nel capolavoro,  è l’opera di divulgazione che  sta facendo da qualche anno il “mastro cantaturi” calabrese Ciccio Epifanio, che non tralascia occasione per declamare a memoria interi canti della Commedia dialettale di don Blasi nelle scuole, sulle piazze, dovunque l’attenzione della gente si apre ad ascoltare la magia del verso dantesco  rimodulato e declamato nella lingua nostrana.
 
     Di Stilo ed Epifanio, due grandi, grazie ai quali la memoria di questo straordinario sacerdote è stata salvata dall’oblio e portata a conoscenza di larghi strati di persone insieme alla consapevolezza che il lascito più profondo di Blasi è l’idea che la cultura, quando nasce dall’amore e dalla dedizione, può trasformare un dialetto in una lingua capace di dire l’universale, e un sacerdote di paese in un custode  della dignità di un popolo. Don Giuseppe Blasi appartiene alla storia culturale dell’Aspromonte occidentale come uno dei suoi interpreti più alti: un uomo che ha creduto nella forza della parola, nella dignità del dialetto, nella possibilità che la bellezza possa abitare anche nei tuguri degli umili e nel freddo di una sagrestia illuminata da una candela nelle fredde notti invernali trascorse a tavolino per comporre inni e preghiere e per tradurre la Commedia, spezzando ai suoi  poveri il pane di Cristo e il pane di Dante.

Bruno Demasi


giovedì 21 maggio 2026

La penna del Greco: IL VINO E LA ‘RANGARA AMARA ( di Nino Greco)

    C’è una qualità rara nei racconti di Nino Greco: la capacità di far emergere con una lingua limpida e affilata l’intero teatro morale dei piccoli paesi calabresi, dove ogni gesto quotidiano è un rito . Nei suoi testi, la vita minuta — il vino alla frasca, la botte nel “basso”, le galline che covano in spazi marginali — diventa la lente attraverso cui osservare le dinamiche profonde di un mondo che si regge su equilibri fragili, su antiche consuetudini e su quella forma di autorità informale che, spesso, trasforma l’“uomo di rispetto” in un piccolo tiranno. È un universo in cui la reputazione vale più del denaro e dove il confine tra onore e prepotenza è sottile come il bastone di rangara amara che Severina impugna per difendere la propria dignità. Greco conosce bene questi meccanismi: la sua prosa restituisce la verità antropologica dei paesi dove la parola data è legge, dove il debito non è mai solo economico e dove la comunità osserva, giudica, mormora. In questo microcosmo la figura femminile — troppo spesso relegata ai margini — emerge invece come forza morale, come argine alla sopraffazione, come memoria vivente di un’etica domestica che non ammette soprusi.( Bruno Demasi)
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    Compare Ciccio era tornato da pochi giorni da Milano e prima di ripartire aveva convinto Vestiano a seguirlo. Milano cercava braccia forti pronte ad affrontare la fatica, quella vera; le gru spuntavano come funghi e le betoniere giravano ininterrottamente come se fosse una corsa contro il tempo. La guerra era finita da pochi anni e la voglia di ricostruzione non risparmiava nessuna energia. Compare Ciccio era stato uno dei primi a partire, aveva capito che nessuna vigna e nessuna partita di olive in affitto gli avrebbe dato quei danari che ogni fine mese il capocantiere gli contava sull'unghia. Lui teneva il necessario e il resto lo mandava alla famiglia.

    Furono questi i motivi che spinsero Vestiano a legare la valigia e a partire per andare a prestare le sue braccia, per guadagnare il necessario e assicurare un tozzo di pane alla moglie e ai due figli piccoli. L'annata successiva sarebbe stata "vacante" e, a parte qualche lavoro a giornata "spurio", non gli rimaneva altro che il guadagno della vendita del vino alla "frasca". Molto poco per una famiglia con quattro bocche da sfamare.

    Anche quell'anno la partita di vigna della Roggia non era stata particolarmente generosa e aveva donato, per la parte spettante a Vestiano, i soliti sei ettolitri di mosto; la condizione di mezzadria gli assicurava solo la metà del prodotto, il resto andava a riempire le botti enormi della cantina dei padroni.

    L'inverno si presentava all'orizzonte con forti connotati d'incertezza; poche olive, quasi nulla, e il lavoro nelle "ante" non prometteva nulla di sicuro. Tanti uomini, come Vestiano, pendevano dalla volontà e dalle necessità dei padroni: erano loro a comporre le squadre per i lavori nei loro fondi. E uomini per le "ante" ve n'erano a iosa. Tanta concorrenza e tanta incertezza.

- Severina, io parto con compare Ciccio, andrò a fare sei mesi da manovale a Milano e tornerò quando ci sarà da zappare la vigna e per attivare le terre; tu ai primi di dicembre potrai esporre la "frasca" all'angolo e vendere il vino; nel frattempo io comincerò a guadagnare e ti manderò i soldi ogni fine mese, dopo la paga -.

    Severina non proferì verbo, sapeva bene che i mesi a seguire sarebbero stati difficili e che la scelta del marito era dettata dalla necessità, ma lei non si perse d'animo, era abituata ai sacrifici, e quando venne l'ora di "aprire la botte" spillò un quarto di vino e lo portò a suo padre per farsi dire se era giunto il momento di esporre la "frasca" per cominciare a vendere e incassare qualche lira, almeno per pagare la putigha.

    La vendita iniziò a spizzichi e bocconi; solo la domenica vi era maggiore richiesta di vino, non solo perché qualcuno lo comprava per il pranzo domenicale, ma nel pomeriggio alcuni gruppi di uomini si riunivano per la "passatella a padrone e sotto". Lei conosceva le abitudini del paese e attendeva i compratori nel "basso" con la mezza porta superiore aperta proprio a indicare che il vino era disponibile.

    Il "basso" era la casa dove viveva coi figli e dove in un angolo teneva la botte di sei ettolitri; sotto la stessa, in un letto di paglia, si accovacciavano e deponevano le uova tre galline ovaiole; nella parete di fronte una piccola "buffetta" con accanto una cucina a muro con un fornello e, poco oltre, la scala che portava al piano superiore, nella camera da letto. Spazi angusti e miseri dove trovavano spazio, oltre alle preoccupazioni, solo pochissime speranze.

    Fu una domenica pomeriggio che Mico bussò alla porta e si sporse nella parte superiore aperta:

- Commare Severina, mi riempite la damigianetta di cinque litri? 
- Certo, datemi la damigiana.

   Severina riempì il contenitore e lo porse a Mico, che era rimasto fermo sull'uscio.

- Cinque litri fanno… trecento lire - disse Severina. 
- Commare, è un problema se vi passo i soldi dopo che finiamo di giocare? - chiese Mico. 
- No, compare Mico, ma vi ricordo che ci sono ancora in sospeso le trecento lire di domenica scorsa, per cui il totale è ora di seicento lire… 
- Ah no! Commare, io domenica vi ho pagato quanto avete chiesto, forse non ricordate! 
- Mi ricordo bene, domenica scorsa avete pagato il debito della volta precedente e poi avete voluto altri cinque litri, cercate di ricordare - chiosò Severina col garbo di donna discreta, ma con nessuna intenzione di concedere cinque litri di vino a chi lo utilizzava per giocare a "padrone e sotto".

    Mico era colui che si recava sempre a comprare il vino, faceva parte di un gruppo di amici che la domenica pomeriggio si davano al sollazzo con la passatella e nel pensare comune erano tutti uomini che si 'nnacavano e facevano intendere di appartenere alla "rasula"; di Mico stesso si diceva che fosse figlio degno di suo padre e che di lui aveva ereditato la "sostanza di malandrino"; insomma passava per uno che gli "puzzava il fiato".

- Commare! Ho fatto male a venire a comprare il vino da voi! E poi chi si mette ad avere a che fare con le donne perde tempo, come lavare la testa allo "scecco"! Voi femmine avete capelli lunghi e mente corta! - esclamò Mico senza rispetto e senza mezze parole.

    Severina in un attimo ritirò il braccio con cui stava porgendo la damigianetta, la poggiò di lato e in un baleno afferrò l'asse di legno di "rangara amara" con cui la sera serrava la porta, che quando è stagionato è più tosto dell'acciaio, e glielo calò tra capo e collo. Un fiotto di sangue schizzò sulla porta, lui balzò fuori dalla sua portata per evitare un secondo colpo, e mentre se la filava a gambe levate, lei si affacciò sull'uscio, lo seguì con lo sguardo incattivito pronta a dispensare la seconda dose e gli urlò:

- Ti faccio vedere io chi ha la testa di scecco! Per adesso vai a riparare le corna che hai! E non comparire più davanti ai miei occhi altrimenti ti do il resto!

    L'episodio scatenò il mormorio non solo nella "rruga"; in paese se ne parlò a mezza bocca: il figlio di compare Ntoni le aveva prese, e di santa ragione, per mano di una donna. 

    Passò qualche giorno quando a casa di Severina si presentò Rocco, suo fratello maggiore:

- Tu non hai idea di cosa hai combinato? Con compare Ntoni ci lega una bella amicizia, e non possiamo permetterci di rovinare i rapporti, hai mancato di rispetto al figlio e a lui stesso. Lui dice che i soldi te li aveva dati, e poi per trecento lire bisognava arrivare a tanto?

- Senti - rispose Severina - se sei venuto con "l'arrunchio" di prendergli le difese ti dico di girare i tacchi e andartene altrimenti il resto lo do a te! Anzi, vai a dire a "tuo" compare e a quei quattro "sciacqualattughe" che mi devono fare avere le trecento lire che avanzo, e subito! E che non si azzardino più a passare neppure davanti a casa mia -.

    A Rocco non rimase che mettere le mani in tasca e pagare il debito del suo compare; conosceva bene la determinazione della sorella e sapeva pure che, se avesse tirato la corda oltre, avrebbe corso davvero il rischio di testare quanto fosse duro il legno della "rangara amara”.

Nino Greco

mercoledì 20 maggio 2026

CLELIA ROMANO PELLICANO: UNA VOCE EUROPEA NEL CUORE DELL’ ASPROMONTE (di Mara Vittoria Colosimi )

   Clelia Romano Pellicano è una voce che attraversa il Novecento italiano con una modernità sorprendente, capace di tenere insieme Aspromonte e Londra, imprenditoria e letteratura, introspezione e impegno civile. Nell’articolo che segue, Mara Vittoria Colosimi, con la sua abituale precisione, restituisce questa complessità con una scrittura limpida, documentata, ma soprattutto viva. Il suo racconto non si limita a ricostruire una biografia: ripropone una tensione etica che fa di Clelia una figura europea sebbene vissuta in un lembo di Calabria, segue il filo della sua vita – la maternità, la vedovanza, l’audacia imprenditoriale, il giornalismo sociale, il femminismo ante litteram – con un tratto narrativo avvincente che non sacrifica mai la precisione storica. Ne emerge un ritratto che parla al presente: una donna che seppe trasformare la marginalità geografica in un punto d’osservazione privilegiato, e che comprese prima di molti che la libertà femminile è un lavoro quotidiano, non un ornamento ideologico. È un testo chiaro , una storia quasi del tutto sconosciuta,un invito a restituire a Clelia Romano Pellicano il posto che le spetta nella storia culturale calabrese e italiana. (Bruno Demasi)

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      Clelia Romano Pellicano appare nello scorcio complesso del primo Novecento calabrese come una figura che sfugge alle definizioni troppo strette: aristocratica e insieme inquieta, radicata nella Calabria ionica eppure cresciuta in un ambiente cosmopolita, figlia di un Risorgimento che le aveva trasmesso l’idea che la libertà fosse un dovere prima ancora che un diritto. Nata a Napoli nel 1873, in una casa dove convivevano la severità liberale del padre pugliese e l’energia americana della madre, nipote del generale garibaldino Giuseppe Avezzana, Clelia respirò fin da bambina un’aria di apertura internazionale, di fiducia nella modernità, di responsabilità civile. A sedici anni, quando sposò il marchese Francesco Maria Pellicano di Gioiosa Ionica, nessuno avrebbe potuto immaginare che quella giovane donna, catapultata nell’entroterra della Locride profonda, avrebbe trasformato quel lembo di Calabria in un laboratorio personale di osservazione sociale, di scrittura e di azione concreta. Eppure fu proprio lì, tra Gioiosa, i boschi di Prateria e le case patrizie affacciate sullo Ionio, che Clelia maturò la sua doppia vocazione: raccontare e intervenire.

    La sua vita, segnata dalla maternità numerosa e poi dalla vedovanza precoce, non scivolò mai nella rassegnazione domestica. Quando nel 1909 rimase sola con sette figli, Clelia non si ritirò: fondò una società forestale per azioni, amministrò boschi, setifici, aziende agricole, trattò con operai, tecnici, notai, banchieri. La stampa dell’epoca la definì «una pioniera dell’economia meridionale»⁴, e non era un’esagerazione: nessuna donna, in quel tempo e in quel luogo, dirigeva capitali e imprese con tale determinazione. Parallelamente, la sua scrittura si fece più intensa, più necessaria. Firmandosi spesso con lo pseudonimo Jane Grey, Clelia pubblicò raccolte di novelle come Coppie e La vita in due, dove la psicologia femminile, le tensioni del matrimonio, la solitudine delle donne emergono con una finezza che Luigi Capuana, suo estimatore, definì «vibrante di una sensibilità moderna»¹.

    Il romanzo Verso il destino, scritto tra il 1906 e il 1907 e riapparso solo nel 2023, rivela una maturità sorprendente: la protagonista femminile si muove tra vincoli sociali e desiderio di autodeterminazione, e in una pagina che sembra anticipare il femminismo del secondo Novecento, Clelia scrive: «La libertà non è un dono: è un debito che ciascuna donna ha verso se stessa»². Ma la sua voce più audace si manifesta forse nel giornalismo d’inchiesta: le sue corrispondenze per La Nuova Antologia sul lavoro femminile nel Reggino sono tra le prime indagini sociali condotte da una donna nel Sud. Visitò setifici, opifici, laboratori, descrisse salari miseri, turni estenuanti, sfruttamento, e lo fece con uno sguardo che univa compassione e rigore, senza indulgere al pittoresco. 

  Il suo impegno non si fermò ai confini italiani. Nel 1909 partecipò come delegata al Congresso Internazionale delle Donne di Londra, dove ascoltò Emmeline Pankhurst e le suffragette inglesi. Da quella esperienza nacquero le sue Lettere da Londra, pubblicate su La Donna, in cui annotava: «L’Europa che verrà sarà giudicata da come avrà saputo ascoltare le sue donne»³. Nel 1914 fu tra le protagoniste del congresso mondiale di Roma, portando la voce del Mezzogiorno e denunciando la doppia marginalità delle donne meridionali: quella di genere e quella geografica. La studiosa M. G. Tavella, che le ha dedicato un volume fondamentale, l’ha definita «la figlia femminista del Risorgimento italiano»⁵, cogliendo in lei quella continuità ideale tra le battaglie ottocentesche per la libertà nazionale e quelle novecentesche per la libertà femminile.

    La sua scrittura, oggi, appare come un punto di incontro tra realismo meridionale, introspezione psicologica e sensibilità proto-femminista. Non c’è mai compiacimento, mai folklore: c’è un’attenzione minuta ai gesti, alle esitazioni, alle contraddizioni delle donne che popolano le sue pagine. E c’è soprattutto la consapevolezza che la letteratura può essere un modo per incidere sulla realtà, per darle forma, per denunciarne le ingiustizie. 

    Recentemente qualche studioso ha riportato Clelia Romano Pellicano al centro dell’attenzione:  sono apparse nuove edizioni delle sue opere, nati  convegni a Gioiosa Ionica e Reggio Calabria, una puntata della serie Donne di Calabria, studi universitari. La sua attualità è evidente: nella modernità del suo sguardo sulle donne, nella capacità di coniugare radici calabresi e respiro europeo, nella visione imprenditoriale che la rese un’eccezione assoluta nel panorama femminile dell’epoca.

    Eppure, più di ogni etichetta, ciò che resta di Clelia è la sua voce: una voce che non reclama eroismi, ma responsabilità; che non si accontenta di descrivere il mondo, ma tenta di trasformarlo. La Calabria, per lei, non fu periferia ma un luogo da cui osservare il mondo e da cui provare a cambiarlo. E oggi, rileggendola, si ha la sensazione che quella voce non abbia mai smesso di parlarci, come una coscienza critica che attraversa il tempo e ci interroga ancora.

                                                                                Mara Vittoria Colosimi

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1. Luigi Capuana, recensione a Coppie, in Il Mattino, 1901.
2. Clelia Romano Pellicano, Verso il destino, ed. 2023, p. 87.
3. C. R. Pellicano, “Lettere da Londra”, in La Donna, 1909.
4. Il Giornale d’Italia, cronaca economica, 1912.
5. M. G. Tavella, Clelia Romano Pellicano. Una femminista del Risorgimento, Roma, 2021.