giovedì 6 agosto 2026

Dall’accoglienza allo sterminio: LA DRAMMATICA VICENDA DEI VALDESI IN CALABRIA ( di Bruno Demasi)

     Una vicenda quasi dimenticata e drammatica, che ha avuto per teatro la Calabria, unisce migrazione, fede, lavoro, lingua e sangue. È la storia dei valdesi, comunità nata sulle Alpi occidentali e approdata tra Medioevo ed età moderna nel Mezzogiorno, dove per decenni visse ai margini, ma non nell’ombra, coltivando terre, costruendo villaggi, mantenendo una propria identità religiosa e culturale. Poi, nel 1561, quel fragile equilibrio si spezzò. E la Calabria conobbe una delle sue pagine più dure e meno conosciute: la distruzione delle comunità valdesi e il massacro di Guardia Piemontese.
 
     L’arrivo dei valdesi in Calabria va collocato all'interno un movimento migratorio più ampio, legato alle persecuzioni religiose che colpirono le vallate alpine e alla ricerca di spazi in cui vivere e lavorare con una relativa autonomia. Le fonti e la storiografia convergono nel segnalare un insediamento ormai stabile tra XIV e XV secolo, con nuclei nel Cosentino come San Sisto, Montalto, Vaccarizzo, San Vincenzo, Castagna e La Guardia, poi Guardia Piemontese¹. Non si trattò di un semplice trapianto etnico: fu una colonizzazione agricola e comunitaria, favorita da concessioni feudali e dalla capacità di questi gruppi di valorizzare terre marginali o incolte².

    Per lungo tempo, la presenza valdese non apparve come un problema insormontabile. I coloni alpini lavoravano, ripopolavano, portavano tecniche e saperi, parlavano una lingua propria e conservavano usi distintivi. Nella Calabria del tempo, attraversata da equilibri feudali complessi e da una società rurale spesso frammentata, la loro alterità religiosa poteva essere tollerata finché restava discreta. Ma tutto cambiò quando il mondo valdese cominciò a intrecciarsi con la Riforma protestante. Nel Cinquecento, infatti, le antiche comunità alpine e quelle calabresi entrarono in un circuito confessionale più esposto, più visibile e per questo più vulnerabile³. 

    Il passaggio decisivo fu la perdita della prudenza iniziale. La predicazione si fece più esplicita, i contatti con l’area riformata si intensificarono, e il dissenso religioso smise di essere un fatto sommerso. In un’epoca in cui l’unità della fede coincideva con l’unità politica, ciò che prima era stato sopportato cominciò a essere percepito come minaccia. L’Inquisizione romana, rafforzata nel clima post-tridentino, e le autorità vicereali lessero la presenza valdese non solo come errore dottrinale, ma come disobbedienza potenzialmente sovversiva. Il cardinale Michele Ghislieri, futuro Pio V, fu tra le figure più determinanti di questa linea repressiva⁴.

    La macchina della persecuzione si mise in moto nel quadro della più ampia offensiva cattolica contro le minoranze religiose. A rendere ancora più grave la posizione dei valdesi fu il fatto che, nel linguaggio dei poteri pubblici, l’eresia si saldò alla “ribellione”. Le comunità calabresi vennero descritte come gruppi refrattari all’obbedienza, capaci di resistere agli ordini e, secondo una lettura ormai politica del dissenso, di compromettere la sicurezza del territorio⁵. In questa trasformazione semantica si coglie il meccanismo che rese possibile la strage: i valdesi non furono più solo “eretici”, ma nemici da estirpare.

    La repressione culminò nella primavera del 1561. Le operazioni militari colpirono più centri in sequenza e si caratterizzarono per una brutalità che la documentazione coeva, pur filtrata dalla retorica del tempo, lascia intravedere con chiarezza. San Sisto fu devastata tra la fine di maggio e i primi di giugno; altri villaggi seguirono lo stesso destino; Guardia Piemontese divenne infine il teatro simbolico dell’eccidio. La tradizione locale conserva ancora la Porta del Sangue, nome che da solo basta a raccontare il trauma collettivo di quelle ore⁶. 
 
  La caduta di Guardia avvenne anche con l’inganno. Secondo la tradizione storica, il feudatario locale e gli uomini del potere vicereale sfruttarono la fiducia degli abitanti per introdursi nel paese fortificato e aprire la via alla strage. Da quel momento la violenza si scatenò in modo sistematico: uomini uccisi, donne e bambini colpiti, case incendiate, superstiti costretti alla fuga, alla conversione o alla cancellazione della propria identità pubblica⁷. Le cifre offerte dalle fonti variano, ma tutte concordano sulla vastità del massacro e sull’ampiezza della distruzione.

    Perché furono sterminati proprio lì? La risposta sta nell’intreccio di tre fattori. Il primo è religioso: i valdesi, soprattutto dopo l’adesione più netta alla Riforma, erano percepiti come eretici irriducibili. Il secondo è politico: in una monarchia che cercava coesione e obbedienza, la dissidenza religiosa diventava automaticamente una questione di ordine pubblico. Il terzo è sociale: quelle comunità conservavano una forte compattezza interna, una lingua distinta, un’identità riconoscibile. In altre parole, erano minoranze troppo visibili per un’epoca che chiedeva uniformità⁸.
    La violenza del 1561 non cancellò del tutto la loro eredità. A Guardia Piemontese sopravvive ancora il gardiol, varietà linguistica occitana che testimonia la lunga durata della presenza valdese e la capacità di una comunità di conservare tracce profonde anche dopo la sconfitta. La memoria dell’eccidio si è poi sedimentata nel paesaggio urbano, nei musei, nella toponomastica e nelle celebrazioni civili e religiose del borgo. La storia, qui, non è solo materia di archivio: è  lingua e  identità⁹.

    Guardare oggi alla vicenda dei valdesi di Calabria significa leggere la storia di una migrazione andata incontro a una tragedia. Ma significa anche interrogare il rapporto tra tolleranza e potere, tra differenza e integrazione. In quel 1561 non crollò soltanto una comunità religiosa: si spezzò un esperimento di convivenza che aveva resistito per secoli e che la nuova ortodossia cattolica non volle più ammettere. Per questo Guardia Piemontese resta uno dei luoghi più eloquenti della memoria storica calabrese: non solo un paese segnato dal sangue, ma un laboratorio di identità che la storia ha ferito senza riuscire del tutto a cancellare¹⁰.

Bruno Demasi

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1.G. Tourn, I Valdesi. La singolare vicenda di un popolo-chiesa, Torino, Claudiana, 1984, pp. 45-62.
2.P. Scaramella, Le comunità valdesi in Calabria dall’insediamento alla repressione del 1561. Status quaestionis e prospettive di ricerca, «Rogerius», 17/2 (2014), pp. 45-58.
3. L. Addante, I valdesi «ultramontani» di Calabria e la strage del 1561, in Storia dei Valdesi, vol. 2, Diventare riformati (1532-1689), Torino, Claudiana, 2024, pp. 191-205.
4. A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996, pp. 233-240; sul ruolo di Ghislieri nel quadro della repressione valdese, cfr. anche 1561. I valdesi tra resistenza e sterminio, Torino, Claudiana, 2011.
5. 1561. I valdesi tra resistenza e sterminio, cit., in particolare i passi relativi alle formule di “ribellione” e al “grave delitto di eresia”.
6.D. De Seta, Le Terme Luigiane di Acquappesa e di Guardia Piemontese in Provincia di Cosenza, 1904, pp. 14-16; per la memoria locale della Porta del Sangue e della distruzione di Guardia, cfr. anche la documentazione divulgativa su Guardia Piemontese.
7. Sulla dinamica della presa di Guardia e sulle uccisioni successive, cfr. le sintesi storiche e la documentazione divulgativa disponibile; per il quadro generale, vedi anche Guardia Piemontese in Reformation Cities.
8.  Per il nesso tra dissidenza religiosa, disciplina politica e percezione della minoranza come corpo separato, cfr. J. Tedeschi, The Prosecution of Heresy, Binghamton, Medieval & Renaissance Texts, 1991; A. Prosperi, Tribunali della coscienza, cit.
9. F. Fanciullo, Lingue e dialetti della Calabria, Pisa, Pacini, 2015, pp. 201-215; si veda anche la presentazione istituzionale della cultura valdese calabrese.
10. G. Galasso, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno, Milano, Mondadori, 2008, pp. 119-123.

martedì 4 agosto 2026

" IO LA PARTI MIA LA FAZZU" : SHARO GAMBINO TRA LE PAURE E I RITI DEI PAESI DI CALABRIA (di Bruno Demasi)

   ... Durante un incendio nel bosco, mentre tutti gli animali fuggivano, un passerotto volava verso l’incendio, in direzione contraria rispetto agli altri, con una goccia d’acqua nel becco. “Dove vai!?” gli gridò il cinghiale. “Vado a spegnere il fuoco”, rispose il passerotto, “Con una goccia d’acqua!?” disse il cinghiale con un sorriso di sogghigno. “Io la parti mia la fazzu…”.(Sharo Gambino)
 
 
   “Io la parti mia la fazzu!”: Sharo Gambino (Vazzano, 1925 – Lamezia Terme, 2008) non descrive soltanto la Calabria, ma la contempla e la vive in una simbiosi impressionante. E, nel farlo, costruisce una delle opere più originali del Novecento meridionale. Nato in un paese dell’entroterra vibonese, appartiene a quella generrazione che ha visto dissolversi il mondo contadino senza che la modernità riuscisse a sostituirlo con un sistema altrettanto coerente. La sua formazione è irregolare: disegnatore di fumetti, giornalista, autore radiofonico, narratore. Collabora per decenni con Radio Rai, firma sceneggiati come Vizzarro e Boccheciampe¹, scrive per Il Messaggero, Il Tempo, La Gazzetta del Sud².

   L’opera di Gambino sembra attraversata da una linea d'ombra, che separa il mondo contadino da ciò che lo ha seguito e che osserva con la precisione del narratore e la sensibilità di un antropologo. La sua cultura, nel senso più pieno del termine, non è un repertorio di tradizioni né un esercizio di nostalgia: è un dispositivo critico, una lente che permette di leggere la Calabria come un territorio simbolico, un laboratorio di modernità ferita.

    Ma la sua vera scuola è la vita dei paesi: le piazze, le voci, le dicerie, i riti stagionali, le memorie collettive che si tramandano come un codice non scritto. È lì che nasce la sua narrativa, una forma di osservazione partecipante che non cerca l’oggettività, ma la verità dei luoghi. La comunità, nei suoi testi, non è mai un semplice sfondo: è un organismo simbolico. In Sole nero a Malifà³ la comunità di Malifà appare come un corpo collettivo che pensa, giudica, punisce, protegge; un corpo che si muove secondo logiche interne, spesso invisibili agli occhi esterni, ma perfettamente riconoscibili a chi ne conosce i ritmi e le paure⁴.

    La memoria, il rito, la parola pubblica, cioè quella voce che circola tra le case e le piazze, sono gli strumenti attraverso cui la comunità regola i comportamenti e definisce l’appartenenza. Gambino osserva tutto questo con una lucidità mai distaccata, la lucidità di chi conosce dall’interno ciò che racconta, e che sa che ogni gesto, ogni parola ha un valore simbolico preciso.

    Anche il corpo, nella sua opera, è un territorio culturale. In Calabria erotica⁵ mostra come l’eros contadino sia regolato da codici, canti, metafore, proibizioni: non è mai un fatto individuale, ma un linguaggio comunitario. Il corpo diventa un archivio di gesti tramandati, un campo di tensione tra desiderio e norma, un luogo dove si inscrivono le regole della comunità⁶.

La modernità ferita: la metamorfosi della comunità

    La modernità, per Gambino, non è una conquista, è piuttosto un trauma. In Fischia il sasso⁷ la modernizzazione appare come un evento destabilizzante: la televisione, l’emigrazione, la scuola, la burocrazia producono una frattura. La comunità perde i suoi codici, ma non ne acquisisce di nuovi. Ne nasce una modernità senza alfabeti, una modernità che non sa leggere se stessa.Gambino è tra i primi a cogliere questo spaesamento, questa perdita di orientamento che segna la Calabria dagli anni Sessanta in poi. Non è un lamento: è una diagnosi. La modernità non sostituisce il mondo contadino, lo lascia sospeso, incompleto, vulnerabile. E in questo vuoto si inseriscono nuove forme di violenza, nuove forme di potere.

    È qui che si colloca la sua lettura della ’ndrangheta. Nel saggio La mafia in Calabria⁸, Gambino interpreta la ’ndrangheta non come semplice criminalità, ma come istituzione culturale: un sistema di parentela, un codice d’onore, un linguaggio simbolico. La ’ndrangheta, nella sua analisi, non è un corpo estraneo alla comunità: è una sua deformazione, una sua metamorfosi. È la comunità che, perdendo i suoi codici tradizionali, genera nuove forme di controllo e di potere.È una lettura anticipatrice, che precede di decenni gli studi antropologici contemporanei. E che mostra come la modernità, in Calabria, non abbia cancellato il passato, ma lo abbia trasformato.

La lingua come dispositivo critico

    La lingua di Gambino è il mezzo dove tutto questo si compone. Alterna italiano, dialetto, gerghi; usa la narrazione come osservazione e critica; trasforma la cronaca in etnografia; fa della satira un metodo di analisi sociale. La sua scrittura è una forma di etnografia narrativa. È una lingua che non cerca l’effetto, ma la precisione; che non cerca la bellezza, ma la verità dei luoghi. Ed è proprio questa verità che rende la sua opera così attuale.

    Oggi, nel tempo dello spopolamento, della perdita delle comunità, della dissoluzione dei legami, la voce di Gambino torna dirompente. La sua modernità antropologica, la capacità di leggere la Calabria come un territorio simbolico, è uno strumento prezioso per capire ciò che accade oggi nei paesi del Sud.Come ha osservato Vito Teti nel suo intervento al centenario “Sharo Gambino x100”⁹, Gambino non offre richiami nostalgici, ma strumenti critici: la sua opera è un dispositivo per comprendere la metamorfosi dei paesi, la loro oscillazione tra memoria e spaesamento, tra residui del mondo contadino e modernità incompleta.

    La sua antropologia, però, non si limita alla comunità, al corpo, al rito, alla modernità ferita. È principalmente un’antropologia della parola come memoria, come strumento di controllo sociale, ma anche come forma di resistenza. È un’antropologia del tempo contadino, ciclico, rituale, che si scontra con il tempo lineare della modernità, dello spazio e del tempo, della paura come collante comunitario e come strumento di potere.

    È anche un’antropologia della scomparsa dei mestieri, dei ruoli, delle figure simboliche che tenevano insieme la comunità. In questo senso, come ha mostrato Antonio Pagliuso nella sua monografia Sharo Gambino. Il narratore delle Serre¹⁰, ciò che resta del mondo contadino non è ciò che era, ma ciò che diventa: la metamorfosi è la chiave interpretativa della Calabria contemporanea.

    E proprio per questo la sua voce è così preziosa oggi, quando la Calabria vive una nuova fase di spaesamento, una nuova modernità incompleta e difficile.

Bruno Demasi

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1.Archivio Radio Rai, Vizzarro, sceneggiato, 1980.
2.Il Messaggero, rubrica “Cronache calabresi”, articoli 1968–1975.
3.Sole nero a Malifà, ed. 1965, pp. 17–23.
4.Ivi, pp. 45–52.
5.Calabria erotica, ed. 1973, pp. 9–14.
6.Ivi, pp. 67–72.
7.Fischia il sasso, ed. 1973, pp. 101–108.
8.La mafia in Calabria, ed. 1971, pp. 31–38.
9.Vito Teti, intervento al centenario “Sharo Gambino x100”, Lamezia Terme, 2025.
10.Antonio Pagliuso, Sharo Gambino. Il narratore delle Serre, 2024, pp. 56–63.

domenica 2 agosto 2026

Laboratorio di scrittura: “LE PATATE E LA STOLA” (Racconto di Nino Greco)

     In questa nuova pagina inedita Nino Greco costruisce la narrazione con una misura antica: ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio è carico di una densità che non ha bisogno di enfasi per commuovere. Il racconto si muove dentro la terra di una Calabria contadina che soffre e che consola. La peronospora, la zappa, il verderame, la strada bianca di polvere non sono elementi di colore, ma segni di un destino che si tramanda e che, proprio nel momento in cui sembra immutabile, trova un varco, una possibilità di riscatto. È in questa tensione che Greco eccelle con la capacità di trasformare un episodio familiare in una meditazione sulla trasmissione della responsabilità dei padri, sulla fragile ma ostinata speranza dei figli. La forza del racconto sta nella sua sobrietà emotiva: la terra e la stola diventano due forme di esistenza: una da scavare con le mani, l’altra da conquistare con lo studio in quel seminario di Oppido che per secoli  in molti paesi della piana di Gioia Tauro è stato l’unico mezzo per emanciparsi. E la scelta di Rocco - una scelta che è insieme rinuncia, sacrificio e visione - si impone come momento alto della narrativa civile contemporanea, perché mostra come la dignità dei poveri non sia mai inerzia, ma un continuo, doloroso tentativo di immaginare un domani diverso.Un’altra pagina preziosa perché restituisce alla scrittura il suo compito più antico: raccontare la vita degli ultimi senza paternalismi e senza scorciatoie.(Bruno Demasi)

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    L’annata delle patate, quell’anno, era stata avara: nonostante la terra “piusa” e l’acqua abbondante che solo quelle montagne sapevano dare, la peronospora era arrivata come una maledizione, in quella terra che pareva punita da un Dio distratto.

     Rocco Musolino si svegliava prima dell’alba da trent’anni, e da trent’anni le sue giornate avevano la cadenza di un orologio a pendolo, che consumava le ore e i giorni di un destino ormai impossibile da mutare. Aveva un figlio, Vincenzo, tredici anni; le mani già incallite di zappa, verdastre per l’effetto del verderame, e gli occhi curiosi e vispi come quelli di un gatto.

     Il ragazzo lo seguiva nei campi da quando aveva sei anni. Camminava dietro di lui nei solchi, imparando il linguaggio muto e vivo della terra. Conosceva i tempi di quando zappare, quando aspettare, quando pregare che la pioggia non arrivasse tutta in un giorno solo, che, invece di dissetare, portava distruzione. Rocco lo guardava lavorare e ci vedeva sé stesso, riprodotto, condannato agli stessi stenti composti e alla stessa dignità sofferta.

     Ma una sera di domenica, dopo la messa, don Pasquale, il farmacista, l’unico del paese che avesse studiato a Napoli e l’unico che possedesse più di dieci libri, si fermò a parlare con lui davanti alla chiesa. 
-    Rocco-, gli disse, - tuo figlio sa leggere meglio di certi maestri. L’ho sentito recitare il catechismo a memoria, con la voce giusta, come uno che capisce quello che dice, non come un pappagallo-. 
      Rocco si tolse il berretto, per rispetto e per vergogna insieme. 
-    E che ci faccio, don Pasquà, con uno che sa leggere? La peronospora non la combattiamo con i libri: quella ha il potere di affamarci; se non ci difendiamo col verderame, le patate vanno a marcire. 
-   Con le cose della natura bisogna imparare a conviverci, e spesso bisogna subire ciò che comanda lei stessa-, rispose il farmacista, - Ma del destino forse siamo un po’ padroni-.

     In quei mesi le voci arrivavano a Rocco come arrivano i tuoni di un temporale lontano: non lo vedi, ma senti il frastuono. Le voci di viandanti che vagavano per i paesi della Calabria, di venditori, furono i primi a raccontare che migliaia di contadini del Marchesato fossero scesi sulle terre incolte dei baroni, con le bandiere rosse accanto al tricolore, a dividersele con la zappa, come se il diritto, per esistere davvero, avesse bisogno di essere scavato nella terra prima ancora che scritto in un decreto emanato pochi anni prima da un ministro calabrese, e che i baroni si erano affrettati a dimenticare e a nascondere.

     Poi, in un giorno di ottobre, la voce che arrivò fu diversa e più gelida: a Melissa la celere aveva sparato su uomini e donne che chiedevano solo un pezzo di terra da arare. Si parlava di morti, tra cui un ragazzo di quindici anni, oltre a una donna e a un altro giovane.

     Rocco, quella sera, non disse nulla a nessuno. Pensò al ragazzo disteso nel fango, e pensò a Vincenzo, e capì che la sua misurata rassegnazione, quella che per trent’anni aveva chiamato dignità, era forse soltanto paura, e che lui vedeva, per timore e per discrezione, con le sembianze di pazienza. Quella notte Rocco non dormì. Guardò sua moglie, Concetta, che dormiva esausta dalla stanchezza, e pensò a suo padre, che era morto contadino, e al padre di suo padre, contadino anche lui, tutti sepolti nella stessa terra che avevano zappato senza mai possederla davvero.

    Pensò che la fame che si eredita fosse peggio della fame che si abbatte sulla tua vita per altri eventi, perché toglie anche la speranza di vederne la fine. E pensò che la terra, forse, un giorno sarebbe tornata a chi la zappava; ma non subito, non per lui, forse nemmeno per Vincenzo, e nell’attesa un uomo doveva pur trovare un’altra via e un altro violo.

     Il seminario di Oppido era l’unico posto, in quelle contrade, dove un figlio di braccianti potesse sedersi allo stesso banco di un figlio di notabili. Non c’era altra scuola per chi non aveva né terra né nome. La stola e il colletto, pensò Rocco con un’amarezza che aveva l’odore acre del verderame, erano l’unica via che Dio avesse lasciato viva per giungere fino ai poveri.

     Non fu una decisione facile da comunicare. Vincenzo pianse, la prima notte, perché non voleva lasciare quelle terre, non voleva lasciare le bestie che conosceva per nome, non voleva soprattutto lasciare suo padre solo con la zappa e con l’inverno che si avvicinava. 
-    Chi ti aiuta, padre, con la vigna e l’orto? E poi, le patate…- Rocco gli mise una mano sulla testa. 
-    La vigna l’ho sempre zappata io e la zapperò ancora. Ma tu devi zappare un’altra terra: quella che sta dentro i libri. Io quella terra non l’ho mai vista, e per questo sono rimasto povero di mondo e di vita-.

    Don Pasquale scrisse una lettera al vescovo, con l’attenzione che si doveva, per chiedere l’ammissione al seminario del giovane Vincenzo. Concetta cucì per il figlio due camicie nuove, tagliando la stoffa da un lenzuolo che aveva portato in dote. Rocco vendette un maiale, l’unico, quello che doveva sfamarli per l’inverno, per pagare le prime spese, e non lo disse a nessuno, nemmeno a Concetta, per non farla piangere due volte.

     Il giorno della partenza, Vincenzo salì sul carro di un mulattiere diretto a Oppido, con una valigia di cartone legata con lo spago e un pezzo di pane nella tasca. Rocco lo guardò allontanarsi lungo la strada bianca di polvere, tra gli ulivi contorti come vecchi che pregano, e per la prima volta in vita sua pianse senza vergognarsene, perché capì che stava assistendo non a una partenza, ma a una rottura: la catena che per generazioni aveva legato il nome dei Musolino alla zappa si spezzava lì, in quel momento, sopra quella strada.

    Non sapeva, Rocco, se suo figlio sarebbe diventato prete davvero. Non gliene importava, in fondo. Sapeva solo che, per la prima volta, un Musolino avrebbe imparato il latino, la storia, la geometria: parole che a lui suonavano come nomi di mondi lontani mai visitati. E sapeva che, chiunque Vincenzo fosse diventato, non sarebbe più stato costretto a chiedere la pioggia come un’elemosina al cielo.

    Quel giorno Rocco tornò solo nei campi, riprese la zappa e lavorò fino a notte fonda, come se il dolore si potesse zappare insieme alla terra. E forse, in un certo senso, era proprio così: ogni colpo di zappa era una preghiera silenziosa, non per sé, ma per un futuro che lui non avrebbe mai potuto vivere, ma che aveva avuto il coraggio, l’unico vero lusso dei poveri, di desiderare per un altro, per suo figlio.

Nino Greco

venerdì 31 luglio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: FEDOR GRAF KARACZAY (1825) ( di Rocco Liberti)

      Rocco Liberti ha l’abitudine, ormai riconoscibile come un vero carattere stilistico, di trasformare ogni viaggiatore ottocentesco in un personaggio vivo. La sua scrittura non si limita a registrare itinerari o citare fonti, ma ricostruisce situazioni di viaggio e illumina figure che la storiografia maggiore ha lasciato ai margini. In queste pagine dedicate al nobiluomo moldavo, militare cosmopolita e autore di un Manuel du voyageur en Sicile oggi quasi introvabile, Liberti mostra ancora una volta il suo talento nel far emergere attraverso un uso sapiente delle fonti e una prosa misurata la densità culturale dei viaggiatori che attraversarono la Calabria nel XIX secolo. Il lettore ritrova così l’acutezza con cui l’autore sa intrecciare biografia, storia militare, editoria ottocentesca e geografia del Mediterraneo, fino a condurre lo sguardo di Karaczay verso lo Stretto e la costa reggina, trasformando un semplice passaggio in una scena memorabile.È un piccolo saggio che conferma la qualità della rubrica che riesce quasi a far parlare gli osservatori stranieri come testimoni privilegiati di una Calabria che, pur profondamente mutata, continua a riconoscersi anche nelle immagini, realistiche o meno, che essi ci hanno lasciato. (Bruno Demasi)

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     Il conte Karaczay, nobiluomo moldavo e militare legato alla corte austriaca ha effettuato anche lui un viaggetto in Sicilia e di conseguenza, una volta a Messina, non poteva non volgere un interessato sguardo alla prospiciente Calabria. Nato nel 1787, per un certo periodo ha frequentato l’Accademia di Vienna-Neustadt e dal 1805 si è unito come cadetto al principe del Liechtenstein. Risulta essersi distinto quale tenente nel 1813 in Sassonia, a Pirna, dove ha preso d'assalto di sua iniziativa la testa di ponte. Appresso, a Lione, mentre faceva servizio di pattuglia lungo la strada, si è scontrato con successo con 20 gendarmi e 300 fanti. Per un po’ di tempo è stato al servizio dell’Arciduca Massimiliano. Ha di volta in volta ricoperto i gradi di maggiore nel 1 ° Reggimento degli Ulani (Ussari o Lanceri) e di colonnello e comandante a Mantova. In seguito è entrato nel servizio persiano come istruttore per lo stato maggiore in atto di costituzione a Teheran e, nel 1854, proprio lui ne sarebbe stato il capo con il grado di generale. Nel 1815 ha pubblicato sull’Archivio di Stato bavarese diretto da Homayr il saggio “Il Moldau, ihre Bewohner” cioè “La Moldava, i suoi abitanti”. Si è sposato nel 1853 con Josephine Bellelli-Bianchi figlia adottiva del marchese Julian Bianchi-Morari. La morte lo ha colto nell’anno 1859[1]

     Karaczay ha scritto alcune opere come “Loindres et ses environs” (Vienna 1835) e “L'insegnamento reciproco secondo il metodo di Bell-Lancaster. Per una più stretta connotazione e attenzione, presentato con particolare rispetto per le province della monarchia austriaca” (in lingua tedesca) (Kaschau oggi Kosice in Slovacchia 1819)[2], ma soprattutto per quanto c’interessa: “Manuel du voyageurs en Sicile” edito variamente a Parigi nel 1826, 1839, 1840, 1845. Un estratto di quest’ultima opera è stato inserito nello stesso anno 1826 in “Itinéraire instructif de Rome a Naples et à ses environs tiré de celui de feu M. Vasi et de la Sicile revus et corrigés d’apres l’état actuel des monumens” (Roma 1826). Quest’ultimo, invero nella prima parte è un lavoro del defunto Mariano Vasi, editore e calcografo (1744-1822), alle cui correzioni e aggiornamenti ha cooperato Antonio Nibby, storico, archeologo e topografo romano (1797-1839)[3].

   Non sappiamo in che epoca il conte moldavo abbia compiuto il suo giretto in Sicilia, ma è logico presumere che esso si sia verificato qualche annetto prima che fosse pubblicata l’opera che ne tratta. Comunque sia, egli, che fa precedere la narrazione da un’ampia trattazione sulla storia, geografia, demografia, usi e tradizioni dell’isola con discreta coloritura, compare inizialmente a Palermo, da dove parte per un’ampia perlustrazione. Si susseguono perciò dopo l’antica capitale e dintorni i centri abitati di Morreale, Segesta, Calatafimi, Trapani, Marsala, Mazzara, Selinunte, Sciacca, Girgenti, Palma, Alicata, Caltagirone, Floridia, Siracusa, Augusta, Catania, Acireale, Taormina e, infine, Messina. Pervenuto alfine alla città del Faro non può non estasiarsi alla vista di quello Stretto che nei secoli ha incantato tanti altri prima di lui e in particolare dello scenario offerto dalla Calabria, terra di miti. Ecco l’immagine che ci propone:

   «Si vede a nord-est la città di Scylla, sovrastata da un’enorme roccia; a sud-est quella di Reggio, costruita su un terreno più aperto, nello spazio che le separa, una infinità di villaggi addossati a una catena montuosa, e in primo piano del quadro, una moltitudine di scialuppe, di battelli di pescatori, di navi di ogni specie, voganti verso tutti i punti della riviera». Riferendosi poi alla stessa Messina, ha: «dal lato del mare, due guardiani vigili, Charybde e Scylla, la proteggono ancora più sicuramente, l’uno situato a 12 miglia a nord-est del porto, sulla costa della Calabria; l’altro su quella della Sicilia, all’estremità di una lingue di terra detta San Ranieri, che forma l’entrata del porto, sempre temuti dai naviganti, essi vegliano sulla sicurezza di Messina, meglio di tutti i cannoni di cui i suoi bastioni sono forniti»[4].

     Karaczay non si è fatto mancare l’occasione per discettare anche della pesca e di quella del pescespada in particolare nonché del fenomeno della Fata Morgana: «Le acque del faro sono molto pescose: mille pescatori ne solcano la superficie; il pesce spada (xiphias gladius de Linné) non si trova che in questi paraggi, dove è arpionato. La pesca di questo cetaceo, si fa con una destrezza meravigliosa./ È dal Forte Gonzaga che si fa osservare ordinariamente agli stranieri questo fenomeno conosciuto con il nome di Fata Morgana, che si ottiene per effetto dei vapori che i tempi caldi elevano al disopra della superficie del mare: questo miraggio riflette allora gli oggetti terrestri e li avvolge talvolta in modo fantastico e bizzarro»[5].

Rocco Liberti

[1] Dati estratti da Wikisource, Karaczay, Fedor Graf e tradotti dal tedesco. Così era indicato sull‘Almanacco Imperiale Reale per le Provincie del Regno Lombardo-Veneto Soggette al Governo di Milano per l'anno 1825 (Milano Dall’Imp. R. Stamperia): «Il sig. Conte Fedor Karaczay di Valleszaka-Moldavaj, Cavaliere degli Ordini II. russi di S. Anna di seconda classe e di S. Valdimiro di quarta classe, del R. Ordine del Merito militare di Prussia, dell'Ordine granducale badese del Leone e dell' Ordine costantiniano di S. Giorgio di Parma, I. R. Ciambellano attuale e Maggiore del reggimento d’ulani Imperatore Francesco n. 4». 
[2] Der Wechselseitige unterricht nach der Bell-Lancaster methode. Zur nahern kenntnitz und beherzigung, mit besonderer ructzsicht fur die provinzen der Osterreichischen monarchie dargestellt. 
[3] L’Itinéraire instructif era un lavoro tipografico a carattere informativo, quindi una specie di guida per i viaggiatori. Mariano Vasi aveva curato le edizioni 1818 e 1819, le precedenti erano state appannaggio del di lui padre Giuseppe Vasi (1710-1782), incisore e architetto oriundo di Corleone, che ha Roma ha operato ed è deceduto. 
[4] Karaczay, Manuel du voyageur…, pp. 182-184, trad. dal francese. 
[5] Ivi, pp. 190-191, idem.

giovedì 30 luglio 2026

PIETRO LAZZARO: lo scrittore calabrese apprezzato al Nord e ignorato al Sud (di Mara Vittoria Colosimi)

      Sono grato a Mara Vittoria Colosimi che, tra i suoi molteplici impegni accademici, trova il tempo per arricchire questo blog con un’altra pagina preziosa. Pubblicare infatti un testo su Pietro Lazzaro significa riportare alla luce una voce che ha connotato la letteratura italiana con la discrezione dei grandi scrittori  rimasti quasi nell'ombra nella loro terra. La sua opera, sospesa tra la concretezza della terra calabrese e una visione simbolica, che scava nelle pieghe dell’esistenza, appartiene a quella categoria di scritture che non cercano il clamore e neanche il consenso a ogni costo. L’articolo che qui presento, restituisce con rara sensibilità la complessità di questo autore: ne ricostruisce la biografia intellettuale, ne illumina le opere maggiori e ne mostra una insospettata modernità. Attraverso le pagine di “Mille anime”, “La stagione del basilisco” e “La breve muraglia”, Lazzaro appare come un narratore capace di trasformare un paese in un organismo vivente, una muraglia in un confine metafisico. È un’occasione preziosa per riscoprire una figura che ha saputo fare della Calabria un paradigma del mondo. (Bruno Demasi)

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   Pietro Lazzaro è uno di quegli scrittori che sembrano nati per restare ai margini, come se la loro voce avesse bisogno del silenzio per farsi ascoltare. La sua Calabria non è mai uno sfondo pittoresco, né un repertorio di costumi, ma  un luogo dove la realtà si incrina e lascia filtrare una luce obliqua. 
 
     Nato nel 1912 a Motta Filocastro, cresciuto tra la polvere dei campi e la severità dei libri, Lazzaro porta nella sua prosa una doppia fedeltà: alla terra, con la sua immobilità millenaria, e alla visione, che gli permette di scorgere dietro la miseria quotidiana un’energia simbolica. Anche quando vive lontano - Roma, Milano, il Liceo Berchet, gli incontri con Vittorini e Montale - continua a scrivere come se ascoltasse il respiro del suo paese, un respiro lento, ostinato, fatto di attese e di silenzi che caratterizza tutta la sua vita e la sua opera fino alla morte,avvenuta prematuramente nel 1968.

     In Mille anime (Rubbettino, 1987), il paese è un organismo vivente, attraversato da voci e da immobilità. In una delle frasi più emblematiche, Lazzaro annota: «Il paese pareva fermo, come se aspettasse qualcosa che non arrivava mai»¹. È una sospensione che non è solo geografica, ma esistenziale: gli abitanti sembrano muoversi dentro un tempo che non scorre, come se ogni gesto fosse già stato compiuto mille volte. Il romanzo segue le traiettorie minime di uomini e donne che vivono ai margini della storia, e tuttavia ogni loro gesto contiene una densità simbolica: il lavoro nei campi, le attese, le partenze, le piccole violenze quotidiane. Lazzaro non giudica, non abbellisce, non consola. La sua lingua è scabra, essenziale, ma attraversata da una vibrazione interiore che trasforma il realismo in una forma di rivelazione.

     Questa tensione verso il simbolo diventa esplicita in La stagione del basilisco, l’unico romanzo pubblicato in vita. Qui il basilisco - creatura che pietrifica - non è un animale, ma un modo di guardare il mondo: «Il basilisco non era una bestia: era un modo di guardare il mondo»². Il romanzo segue la storia di un giovane che attraversa un paese dominato dalla paura, dalla superstizione e da una sorta di immobilità morale. Il basilisco è la metafora di uno sguardo che paralizza, di una comunità che teme il cambiamento e preferisce restare immobile pur di non affrontare la verità. Lazzaro costruisce un racconto che è insieme realistico e visionario, dove la Calabria diventa un teatro di apparizioni, un luogo in cui ogni gesto quotidiano può trasformarsi in allegoria.

     Ma è con La breve muraglia (Rubbettino, 2021, a cura di Alessandro Gaudio) che la voce di Lazzaro torna a vibrare con forza nel presente. Il romanzo, scritto negli anni Quaranta e rimasto inedito per decenni, è stato ricostruito con rigore filologico e intelligenza critica da Alessandro Gaudio, che ha restituito al testo la sua struttura originaria, le sue varianti, la sua tensione interna. In una delle pagine più intense si legge: «La muraglia era breve, ma bastava a dividere il mondo in due»³. È una frase che sembra scolpita nella pietra: la muraglia è un confine, ma anche una soglia, un punto di passaggio tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Il romanzo segue la vicenda di un giovane che osserva il proprio paese come se fosse un enigma, un luogo dove ogni gesto è carico di significato e ogni figura sembra un’ombra che cerca la propria forma. Gaudio non si limita a curare il testo: lo interpreta, lo illumina, lo colloca nel panorama del Novecento italiano, mostrando come Lazzaro fosse molto più moderno di quanto si fosse creduto.

    Senza il lavoro di Gaudio, oggi Lazzaro sarebbe ancora un nome confinato nelle biblioteche specialistiche. Il suo intervento ha compiuto un atto di giustizia letteraria: ha restituito una voce che rischiava di perdersi, ha mostrato la modernità di un autore capace di fondere realismo e simbolismo, concretezza e visione. Lazzaro non è uno scrittore regionale: è un narratore europeo, un autore che ha saputo trasformare la Calabria in un paradigma del mondo. E oggi, in un tempo che chiede semplificazioni, la sua complessità è più n che mai. La sua scrittura ci ricorda che la Calabria non è solo antropologia, ma un enigma; non un repertorio di stereotipi, ma una terra che continua a interrogare chi la attraversa.

Mara Vittoria Colosimi

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1. Mille anime, Rubbettino, 1987, p. XX.
2. La stagione del basilisco, 1966, p. XX.
3. La breve muraglia, a cura di A. Gaudio, 2021, p. XX.

martedì 28 luglio 2026

La scuola dimenticata di Cassari e la missione di Sharo Gambino ( di Bruno Demasi)

     Quando nel 1957 Sharo Gambino, giovane maestro calabrese, fu inviato dall’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo a dirigere un Centro di Cultura Popolare nella contrada Cassari, frazione di Nardodipace, non poteva immaginare che quell’esperienza avrebbe generato uno dei testi più singolari e misconosciuti della letteratura civile meridionale del dopoguerra: Cassari, pubblicato nel 1958 e oggi quasi introvabile.

      Il libro nasce come resoconto di  una missione, ma si trasforma presto in un documento antropologico, un atto d’accusa, una meditazione morale sulla condizione umana in un lembo remoto delle Serre vibonesi, segnato da miseria, isolamento, superstizione e dalle ferite delle alluvioni del 1951 e 1953, che devastarono l’intero altopiano delle Serre e costrinsero molte comunità a una sopravvivenza di pura resilienza materiale¹.

   Gambino non è un osservatore esterno: è un maestro che vive in mezzo alla comunità, ne condivide le privazioni, ne ascolta le paure, ne registra i gesti quotidiani. La sua scrittura nasce da un’urgenza: «bisognava fermare sulla carta ciò che altrimenti sarebbe svanito come nebbia»².

    Cassari è un testo ibrido: alterna prosa diaristica, riflessioni civili, bozzetti narrativi e brevi componimenti poetici. Questa scelta formale non è un vezzo letterario, ma una necessità: Gambino avverte che la sola prosa non basta a restituire la densità emotiva di quel mondo. Il libro si apre con l’arrivo del maestro nella contrada: una descrizione scarna, quasi documentaria, delle case di pietra, dei sentieri fangosi, dei volti diffidenti. Segue una serie di quadri: la scuola improvvisata, i bambini che non hanno mai visto un libro, le madri che temono che l’istruzione sottragga i figli al lavoro nei campi, gli anziani che diffidano di ogni novità. In uno dei passaggi più intensi, Gambino annota: «La cultura qui non è un diritto: è un sospetto»³. Questa frase sintetizza la tensione che attraversa tutto il libro: l’educazione come promessa e come minaccia, come apertura e come rottura degli equilibri comunitari: «insegnare a leggere significava insegnare a guardare il mondo»⁴.

     Il libro si chiude con un misto di amarezza e speranza: Gambino lascia Cassari, ma porta con sé la certezza che «anche un solo bambino che impara a scrivere è una rivoluzione»⁵. 


     Cassari non è entrato nel canone della letteratura meridionalista, forse perché troppo ibrido, troppo diretto, troppo vicino alla scrittura di reportage. Eppure, proprio questa sua natura liminale lo rende prezioso: è un documento che unisce pedagogia, antropologia e impegno civile. La critica che si è occupata di Gambino (poca, frammentaria, spesso locale) ha riconosciuto  comunque nel libro una qualità rara: la capacità di non mitizzare la Calabria interna, ma di raccontarla senza compiacimenti folklorici. Gambino non indulge nel pittoresco: osserva, registra, denuncia.

     Dal punto di vista antropologico, Cassari è un testo fondamentale per comprendere la microstoria delle Serre nel secondo dopoguerra. Le pagine dedicate alle credenze popolari, ai rapporti di parentela, alla gestione comunitaria della povertà, alle dinamiche di sospetto verso l’istruzione sono di grande interesse. In un passaggio emblematico, scrive: «Qui la povertà non è solo mancanza: è un ordine del mondo»⁶. Questa osservazione, che riecheggia certe pagine di Ernesto de Martino, mostra la profondità dello sguardo dell’autore. Si potrebbe accostare Gambino alle esperienze dei maestri meridionali impegnati nei centri di cultura popolare, come quelle documentate da Manlio Rossi‑Doria o dalle inchieste di Danilo Dolci, benché Cassari mantenga una sua unicità: è un libro nato non da un progetto politico, ma da un assordante silenzio dello Stato..

    Cassari è anche un libro politico, nel senso più alto del termine. Gambino denuncia l’abbandono istituzionale, la mancanza di infrastrutture. La scuola diventa il luogo simbolico in cui si misura la distanza tra centro e periferia, tra promesse e realtà. Il maestro è una figura liminale: non appartiene pienamente alla comunità, ma ne diventa parte; non è un funzionario dello Stato, ma ne incarna la missione più nobile; non è un antropologo, ma osserva con lucidità etnografica. E' un libro che meriterebbe di essere riscoperto: non solo come testimonianza di un maestro calabrese, ma come atto di responsabilità civile, come frammento di storia culturale del Mezzogiorno.La scrittura di Gambino, essenziale e vibrante, restituisce la dignità di un mondo marginale senza idealizzarlo. È un libro che parla ancora oggi, perché racconta la fatica dell’educazione, la resistenza al cambiamento, la forza della cultura come strumento di emancipazione.

Bruno Demasi

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1. G. Pisani, Le alluvioni del 1951 e 1953 nelle Serre calabresi, Vibo Valentia, 1999, pp. 14‑27.
2. Sharo Gambino, Cassari, ed. orig., p. 11.
3,Ivi, p. 23.
4.Ivi, p. 47.
5.Ivi, p. 89.
6..Ivi, p. 52.

domenica 26 luglio 2026

“ CRISTO RITORNA DA CROTONE”: Salvatore Mongiardo, profeta della Calabria pitagorica ( di Bruno Demasi)

     La scena è quasi sempre la stessa: un uomo alto, asciutto, con la voce calma di chi ha attraversato molte stagioni, parla davanti a un piccolo pubblico raccolto in una sala civica di provincia. Non c’è enfasi, non c’è retorica. Eppure, mentre Salvatore Mongiardo espone la sua visione del mondo, si avverte la sensazione di trovarsi davanti a un pensatore che ha scelto deliberatamente di collocarsi fuori dal tempo, o forse contro il tempo. È come se la sua parola provenisse da un luogo remoto, un punto della costa ionica dove la storia non è mai del tutto passata, ma continua a vibrare sotto forma di memoria.

    Nato nel 1941 a Sant’Andrea Jonio, Mongiardo ha conosciuto la Calabria contadina del dopoguerra, le prime migrazioni interne, la lunga stagione del lavoro nel Nord industriale. Per trent’anni ha vissuto tra Milano e l’Europa, in ruoli manageriali che sembravano allontanarlo dalla sua terra. E invece quel distacco è diventato, col tempo, una forma di preparazione. Quando nel 2013 pensa di tornare definitivamente in Calabria, la sua decisione assume un valore quasi rituale: non è un rientro biografico, ma un ritorno alle origini del pensiero. In Ritorno in Calabria scrive: «La Calabria è la mia patria spirituale, il luogo dove la storia dell’uomo ha conosciuto la sua prima pace»¹. La frase, collocata nel capitolo centrale del libro, è la chiave di lettura dell’intera sua opera. 
 
    Il nucleo della sua riflessione è la civiltà sissiziale, un’idea che Mongiardo presenta come la vera eredità dell’Antica Europa mediterranea: una società senza armi, senza uccisione, fondata sulla convivenza dei viventi - uomini e animali - nella stessa casa comune. Non si tratta, nelle sue parole, di un’utopia, ma di un ritorno a una memoria sepolta. Nel Pentalogo di Pitagora afferma: «La Terra è la casa di tutti, e nessuno ha il diritto di uccidere chi la abita»². La frase, collocata nel primo dei cinque principi, è la formulazione più netta della sua etica della non‑violenza.

      La sua visione richiama gli studi di Marija Gimbutas sulla civiltà pre‑indoeuropea, ma li innesta nella storia calabrese, interpretata come luogo di continuità culturale e non come periferia della grecità. La Calabria, nella sua lettura, non è un territorio marginale, ma un laboratorio di civiltà. In una conferenza del 2020, Mongiardo ha dichiarato: «La Calabria non è nata con i Greci: i Greci hanno trovato una civiltà già formata»³. È una tesi che si colloca fuori dal mainstream storiografico, ma che egli sostiene con coerenza, intrecciando archeologia, antropologia e filosofia morale.

   Pitagora, nella lettura di Mongiardo, non è solo il matematico che la tradizione scolastica ha consegnato ai manuali, ma il fondatore di un’etica universale. La Nuova Scuola Pitagorica - istituita da Mongiardo dopo il suo ritorno in Calabria - nasce dalla convinzione che Pitagora abbia scoperto una legge morale naturale, una sorta di geometria della felicità. Nel Pentalogo, Mongiardo sintetizza questa etica in cinque principi, ma ciò che colpisce non è la struttura, bensì il tono. Egli parla come se quell’etica fosse ancora viva, come se attendesse solo di essere riconosciuta. «Pitagora non ha fondato una scuola», afferma, «ha fondato un modo di vivere»⁴.

     La sua produzione letteraria è varia, ma attraversata da un filo unico: la ricerca di un’origine. Ritorno in Calabria (1994) è un romanzo autobiografico che si legge come un manifesto identitario. Antonio Piromalli, nella sua nota critica a questo lavoro, ha colto la dimensione utopica del testo: la Calabria come luogo di rigenerazione morale, come spazio dove l’uomo può ritrovare la propria misura. In Cristo ritorna da Crotone, Mongiardo intreccia cristianesimo e pitagorismo, interpretando Cristo come erede dell’etica pitagorica. «Cristo non ha abolito Pitagora», scrive, «lo ha portato a compimento»⁵. La frase, collocata nel capitolo dedicato al rapporto tra Vangelo e filosofia antica, è una delle più discusse della sua opera.

     Il punto più audace della sua produzione è forse Il Terzo Profeta (2023), trilogia filosofica in cui Mongiardo si definisce «terzo profeta dell’Occidente» dopo Pitagora e Cristo. La tesi è ardita, ma non arrogante: egli non si propone come fondatore di una religione, bensì come continuatore di un’etica.  «Non sono un profeta religioso», precisa, «ma un profeta civile»⁶: una profezia della pace, una chiamata alla non‑violenza che si radica nella storia e nella geografia della Calabria.

 La scena pubblica di Mongiardo è fatta di incontri, conferenze, teatri, biblioteche civiche. Non appartiene ai circuiti accademici, non cerca riconoscimenti istituzionali. La sua forza è la continuità: da anni porta avanti un discorso non solo  sulla pace, ma anche  sulla dignità della Calabria oltre che  sulla necessità di una nuova etica universale. La “ Nuova Scuola Pitagorica”  e l’”Accademia Mondiale Antiviolenza” sono i due poli della sua attività: non istituzioni, ma comunità di studio e di pratica.

     Ciò che colpisce è la sua posizione umile rispetto alla cultura italiana contemporanea. Mongiardo è un pensatore che ha scelto di parlare da un luogo periferico per proporre una visione universale. La Calabria, nella sua opera, non è sfondo ma protagonista. E' la terra che custodisce un’antica promessa di pace. In un tempo dominato dalla velocità e dalla frammentazione la sua  voce appare come un richiamo alla profondità e alla memoria di una nobiltà etica perduta.

Bruno Demasi

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1. Salvatore Mongiardo, Ritorno in Calabria, Nuova Scuola Pitagorica, Soverato, 1994, p. 87.
2.Salvatore Mongiardo, Il Pentalogo di Pitagora, Nuova Scuola Pitagorica, Soverato, 2019, p. 14.
3.Intervento alla Delegazione del Parlamento Europeo – UNIPAX, Roma, 2020, registrazione archivio NSP.
4.Salvatore Mongiardo, Il Pentalogo di Pitagora, cit., p. 22.
5.Salvatore Mongiardo, Cristo ritorna da Crotone, Nuova Scuola Pitagorica, Soverato, 2017, p. 41.
6.Salvatore Mongiardo, Il Terzo Profeta, Nuova Scuola Pitagorica, Soverato, 2023, p. 9.