Il 1° maggio, in Calabria, non è solo una ricorrenza, è un giorno che porta con sé il ricordo dei braccianti della Piana, dei morti di Melissa, degli operai delle fabbriche chiuse o mai nate, dei ferrovieri che ricostruirono Reggio, delle donne che, oltre a consumarsi di fatica nei campi, hanno tenuto insieme famiglie intere, di intere generazioni di giovani che sono partiti e partono ancora . È un giorno che ricorda che il lavoro non è un privilegio, ma un diritto; e che la dignità non si misura dal reddito o dalla volontà , ma dalla possibilità concreta di restare in questa terra.
Per troppo tempo il lavoro è stato anche un terreno “sporcato” dal clientelismo: quella rete di favori e che trasformava un diritto in concessione. Per decenni, ottenere un posto significava essere “di qualcuno”, non essere competenti. Così si sono umiliati i meritevoli e impoverita la regione, perché chi non accettava quel gioco — chi voleva crescere per capacità e non per appartenenza — partiva. E infatti sono partiti. Ieri come oggi. Negli ultimi dieci anni oltre 210.000 calabresi hanno lasciato la regione, molti con titoli di studio elevati. Una nuova emigrazione che si somma a quella storica, creando un vuoto di braccia e di intelligenze che pesa come un macigno.
Eppure il 1° maggio, qui, non è mai diventato una commemorazione stanca. È un giorno che custodisce un’intera antropologia: la fatica dei campi, la fame delle generazioni passate, la dignità ostinata di chi ha sempre creduto che il lavoro fosse più di un mezzo di sopravvivenza. Saverio Strati, che della Calabria ha raccontato la carne viva, scriveva che «il lavoro è la sola cosa che non tradisce»¹. Forse è questa fedeltà contadina a rendere il 1° maggio un giorno diverso dagli altri .
Le prime forme di coscienza del lavoro non nascono nelle fabbriche — arrivate tardi e in modo episodico — ma nei campi. All’inizio del Novecento, nella Piana di Gioia Tauro, i braccianti si ribellano ai gabelloti e ai salari da fame. Nel 1906 uno sciopero agricolo paralizza l’intera zona: uno dei primi del Mezzogiorno organizzato con criteri moderni. Le cronache parlano di uomini che camminavano per chilometri, da Radicena, Oppido, Messignadi, per raggiungere assemblee improvvisate nelle masserie. Molti arrivavano scalzi, con i pantaloni arrotolati, ma con una dignità che nessuna miseria riusciva a scalfire. Un racconto orale di Messignadi ricorda un bracciante che, interrogato da un carabiniere sul perché scioperasse, rispose: «Perché la fame non è un reato». Non era retorica: era la verità.
Domenico Zappone annotava che «la terra non perdona chi la sfrutta, ma premia chi la rispetta»². Quelle lotte erano proprio questo: un tentativo di restituire rispetto a una terra trattata come possesso, non come bene comune. Dopo il terremoto del 1908, i ferrovieri calabresi partecipano alla ricostruzione di Reggio e Messina in condizioni durissime: turni di venti ore, baracche, febbri malariche. Da quella fatica nasce però un orgoglio operaio nuovo: la consapevolezza che il lavoro è dignità.
Per decenni, tuttavia, il lavoro ha significato soprattutto partenza, amara partenza. Dal 1876 al 1976 oltre un milione e duecentomila calabresi lasciano la regione³. Partono contadini, artigiani, muratori, falegnami, ragazzi senza mestiere. Partono le donne, spesso invisibili nelle statistiche ma decisive nel tenere insieme famiglie spezzate. Raffaele Carrieri scriveva che «chi parte porta con sé la casa, ma la casa resta vuota»⁴. E quella casa vuota è stata il simbolo di un Sud che dava più di quanto ricevesse.
Il 1° maggio del 1945, in Calabria, è una festa che sa di liberazione e di fame. Nella Piana, nel Crotonese, nel Reggino nascono le prime cooperative agricole: esperimenti fragili, spesso osteggiati, ma portatori di un’idea nuova di terra come bene comune. Nel 1949, a Melissa, la polizia spara sui contadini che occupano le terre incolte del latifondo Fragalà: muoiono Giovanni Zito, Francesco Nigro e Angelina Mauro. Fortunato Seminara scriveva che «la terra è madre solo quando la si conquista»⁵. E quei contadini chiedevano solo questo: una maternità negata. Non fu un episodio isolato. A Caulonia, nel 1945, la rivolta contadina guidata da Pasquale Cavallaro tentò di ridisegnare i rapporti di potere nelle campagne. A Messignadi, negli anni ’50, gruppi di braccianti occuparono simbolicamente terre incolte chiedendo l’applicazione della riforma agraria. A Gioia Tauro, negli anni ’60, le lotte per il lavoro nel porto e nelle campagne segnarono un’intera generazione. Negli anni ’50 e ’60 la ricostruzione passa anche da qui: i cantieri della ferrovia jonica, il polo industriale di Crotone, le prime fragili fabbriche della Piana. Un’industrializzazione rimasta miraggio, certo, ma che lascia un’eredità: la consapevolezza che il lavoro è un diritto.
Bruno Demasi
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1. S. Strati, Il selvaggio di Santa Venere, Mondadori, 1977, p. 54.3. ISTAT, Serie storiche dell’emigrazione italiana, 1876–1976, p. 42.
4. R. Carrieri, Il trovatore, Scheiwiller, 1958, p. 33.
5. F. Seminara, Il vento nell'uliveto, Mondadori, 1959, p. 88.