Il lavoro paziente di mio padre aveva già modificato buona parte del vigneto. Anno dopo anno, con la tenacia silenziosa di chi sa che i frutti arrivano dopo, aveva piantato le barbatelle in linea e aspettato che l'arbusto diventasse abbastanza robusto da reggere l'innesto. I filari cominciavano a prendere corpo, anche sotto l'aspetto estetico. Sparivano a poco a poco i pali di castagno con la punta abbruciacchiata, conficcati accanto a ogni pedi di vite per resistere all'umidità del terreno, e i tralci venivano legati, con fili di jinestrha, di juncu o con arbusti di salicaro, a un filo di ferro sorretto alle estremità da due pali più robusti. Al loro posto, ordine e geometria: piccoli cambiamenti cadenzati per trasformare la vigna senza violentarla.
La mia indocile curiosità mi portava spesso a fargli domande, mentre lo seguivo tra le viti:
— Padre, perché non rifai il vitigno anche nelle costereje? Così eviti di chiamare ogni anno un'anta di uomini, e si risparmia anche qualcosa.
— Avresti ragione — mi rispondeva, senza alzare gli occhi mentre lavorava — ma occorre tempo. Quelle laccate di vigna sono importanti per la riuscita e la tenuta del vino. Se la salute mi aiuterà, faremo anche questo lavoro.
Procedeva per gradi, con metodo e con quella saggezza contadina che non si impara sui libri ma matura col tempo, fatica dopo fatica: cercava di rinnovare il vitigno senza stravolgere la bontà di quel vino, mantenendo una produzione costante.
Non aveva fretta, o forse aveva imparato a fare i conti con il tempo in un modo che io, alla mia acerba età, non riuscivo ancora a decifrare. Quel faremo, però, lo capivo benissimo. Non mi faceva sentire né piccolo né inutile: mi rendeva partecipe, complice, parte di qualcosa che andava oltre la mia età. E con la forza incosciente dei miei undici anni cercavo di guadagnarmelo sul campo, quel posto; di meritare quel verbo al plurale che mi includeva nel suo progetto come si include un erede.
Così, quando a marzo si cominciava a programmare la zappatura dei due terrazzamenti, per me era come l'aprirsi di una stagione di festa. Appena la scuola me lo permetteva, mi aggregavo all'anta, facevo il servente, mi rendevo utile come potevo. E inevitabilmente, mentre vagavo nei paraggi del tagghju, finivo per appoggiarmi al tronco di qualche albero da frutto ad ascoltare: i discorsi degli uomini, i racconti, gli aneddoti, le storie di vita che si intrecciavano tra un colpo di zappa e l'altro come trame di racconti remoti.
Anche quell'anno chiamò per la zappatura i soliti, tutti suoi amici. Tra questi, due in particolare erano l'anima del gruppo: compare Rrocco e Peppe Menzu. Due lavoratori che, quando si piegavano sulla schiena per ribaltare a colpi di zappa quelle zolle di terra cretosa, facevano impressione per la forza che ci mettevano e per come il loro tagghju procedeva spedito, con la dedizione di chi sa trasformare la fatica in arte.
Quelle ore di duro lavoro spesso riservavano dei veri momenti di leggerezza: bastava un aneddoto per far scattare le battute, e i più sagaci erano sempre loro, compare Rrocco e Peppe Menzu. Quest'ultimo aveva i tratti da caratterista e si sarebbe fatto onore come attore di strada in un film del neorealismo, specie se l'avessero lasciato andare a braccio: battuta sempre pronta e ghigno da furbo sotto i baffi neri, che andavano a esaltare i suoi tratti chiaramente mediterranei. Compare Rrocco, invece, portava su di sé un'autorevolezza naturale, quasi innata. Statura imponente, tanto che il marruggio della sua zappa era più lungo rispetto a quello degli altri, parlava a bassa voce, con l’attenzione di chi misura le parole nel tono e nella quantità, e non si capiva mai se ciò che diceva fosse cosa seria o battuta.
Quando, dopo il pranzo, consumato all'ombra dell'unico ulivo della vigna, accanto alla casetta, dove ognuno condivideva con gli altri ciò che portava nella camella, con quella generosità senza cerimonie propria degli uomini abituati a poco, facevo il giro con il bottiglione di vino per la classica bevuta pomeridiana, lui, con tono serioso, sentenziava:
— Giovanotti, andate piano col vino! Siamo qui per zappare la vigna, non per potarla!
Era il più anziano del gruppo, già oltre i cinquant'anni, eppure teneva il ritmo del tagghju come, se non meglio, di un ventenne. Era un omone che incuteva rispetto, di quella qualità silenziosa che non ha bisogno di esibirsi. E rivolgendosi a me, con mezzo sorriso appena accennato:
— Ninareju, a loro porta l'acqua: il vino non lo reggono. Portalo solo a me.
Alludeva al fatto che bere troppo avrebbe fatto perdere il controllo della zappata, rischiando di tranciare al piede le viti, ma nella sua voce c'era anche l'ironia bonaria di chi sapeva di essere l'ultimo a cedere agli effetti provocati del vino.
Fu in una di quelle giornate sospese tra fatica e racconto che gli chiesero della sua avventura nella guerra civile spagnola. Lui non si scompose e cominciò a narrare con la medesima placidità con cui avrebbe descritto un’uscita in piazza:
— Andai in Spagna con tanti altri perché ci dissero che c'era da fare "delle guardie" a delle città, per controllare i repubblicani. Con la promessa di guadagnare venti lire al giorno, che era più della paga di una giornata con la zappa.
Lo raccontava con la stessa voce e la stessa calma di quando chiedeva a Peppe Menzu una cartina per rollarsi una sigaretta, come se quelle parole non recassero alcun peso, come se l'esperienza spagnola scivolasse via dalla memoria senza lasciare segni. Tacque un momento, la zappa ferma tra le mani, gli occhi persi in un punto lontano. Poi aggiunse, con quel mezzo sorriso che non tradiva mai se fosse serietà o ironia:
— Ci cascammo tutti comu merri! Partimmo. Ci imbarcarono a Napoli e sbarcammo a "Calice" (così lui chiamava Cadice). Nel piroscafo eravamo come sarde nel cugnetto, ma era più la fame che il resto ad averci indotto partire volontari.
Chi cavolo conosceva Franco... Ciccio e Pascali! - e rise, di quella risata breve e secca di chi ride di sé stesso senza indulgenza, e dopo un momento riprese:
— Col passare dei giorni scoprimmo che la faccenda era più seria delle guardie che ci avevano promesso. Ci mandarono col solo moschetto in mano e i vestiti du munzeju a fare da contorno a una colonna di mezzi che, dopo due giorni di marcia, si dovette fermare perché avevano sbagliato strada!
Scosse la testa, con l'aria di chi non ha voglia di stupirsi:
— Ora 'a vinciumu a guerra! — chiosò. E dopo un po' riprese, più quieto, come se parlasse tra sé: — Dopo pochi mesi mi sono tirato il paro e il disparo, mi sono dichiarato "esaurito" e il medico dispose il mio rientro in Italia. Meglio 'nu scalici cu pani nella mia terra che venti lire al giorno per fare una guerra a n'atru pizzu i mundu.
Poi, come a sigillare il racconto con la saggezza di uomo navigato, disse:
— Cu 'ndavi a ligna o sdirrupu sa 'nchiana o chianu!
Il ricordo di compare Rrocco mi tornò in mente un po’ di anni dopo, quando lessi Per chi suona la campana. Sospesi la lettura per un attimo e ripensai a quel racconto quasi naïf di quell'uomo capace di portare il peso di quel ricordo con la stessa agilità con cui portava il peso della zappa, senza enfasi, senza risentimento, con la dignità sobria di chi ne ha viste tante e ne è uscito intatto nell'anima. Quel ricordo mi strappò un sorriso. Di certo un contadino calabrese analfabeta, in quegli anni, non avrebbe mai avuto come primo pensiero i franchisti o i repubblicani, il bolscevismo o il fascismo. Bastava un imbonitore titolato e una buona dose di retorica per fare leva sull'ingenuità delle persone e sulla loro povertà, per riuscire a mandarle in guerra come si conduce il bestiame alla fera.
Anche quell'anno la vigna fu zappata. E mio padre, fedele a un'abitudine che aveva tutti i tratti del rito, la domenica successiva all'ultimo giorno di lavoro invitava a casa tutti coloro che avevano lavorato nella vigna. Arrivarono prima di mezzogiorno, puntuali. Io ebbi il solito compito di andare alla gucceria di donna Lisuzza a comprare tre chili (a volte anche più) di sangunazzu, e lo portai ancora caldo dentro una pentola che avevo portato da casa, per il piacere degli uomini dell'anta, e anche nostro, a dire il vero.
Un bicchiere di vino brindato alla salute di tutti rese ancora più sereni quei momenti. Non mancarono le risate, gli aneddoti e le battute di Peppe Menzu e compare Rrocco; quest'ultimo si burlava bonariamente di Peppe che, per non perdere tempo col sangunazzu, lo poggiava sul palmo della mano e lo risucchiava come fosse una ricotta appena quagliata: usare qualcosa, per lui, era superfluo.