Gambino non è un osservatore esterno: è un maestro che vive in mezzo alla comunità, ne condivide le privazioni, ne ascolta le paure, ne registra i gesti quotidiani. La sua scrittura nasce da un’urgenza: «bisognava fermare sulla carta ciò che altrimenti sarebbe svanito come nebbia»².
Cassari è un testo ibrido: alterna prosa diaristica, riflessioni civili, bozzetti narrativi e brevi componimenti poetici. Questa scelta formale non è un vezzo letterario, ma una necessità: Gambino avverte che la sola prosa non basta a restituire la densità emotiva di quel mondo. Il libro si apre con l’arrivo del maestro nella contrada: una descrizione scarna, quasi documentaria, delle case di pietra, dei sentieri fangosi, dei volti diffidenti. Segue una serie di quadri: la scuola improvvisata, i bambini che non hanno mai visto un libro, le madri che temono che l’istruzione sottragga i figli al lavoro nei campi, gli anziani che diffidano di ogni novità. In uno dei passaggi più intensi, Gambino annota: «La cultura qui non è un diritto: è un sospetto»³. Questa frase sintetizza la tensione che attraversa tutto il libro: l’educazione come promessa e come minaccia, come apertura e come rottura degli equilibri comunitari: «insegnare a leggere significava insegnare a guardare il mondo»⁴.
Il libro si chiude con un misto di amarezza e speranza: Gambino lascia Cassari, ma porta con sé la certezza che «anche un solo bambino che impara a scrivere è una rivoluzione»⁵.
Cassari non è entrato nel canone della letteratura meridionalista, forse perché troppo ibrido, troppo diretto, troppo vicino alla scrittura di reportage. Eppure, proprio questa sua natura liminale lo rende prezioso: è un documento che unisce pedagogia, antropologia e impegno civile. La critica che si è occupata di Gambino (poca, frammentaria, spesso locale) ha riconosciuto comunque nel libro una qualità rara: la capacità di non mitizzare la Calabria interna, ma di raccontarla senza compiacimenti folklorici. Gambino non indulge nel pittoresco: osserva, registra, denuncia.
Dal punto di vista antropologico, Cassari è un testo fondamentale per comprendere la microstoria delle Serre nel secondo dopoguerra. Le pagine dedicate alle credenze popolari, ai rapporti di parentela, alla gestione comunitaria della povertà, alle dinamiche di sospetto verso l’istruzione sono di grande interesse. In un passaggio emblematico, scrive: «Qui la povertà non è solo mancanza: è un ordine del mondo»⁶. Questa osservazione, che riecheggia certe pagine di Ernesto de Martino, mostra la profondità dello sguardo dell’autore. Si potrebbe accostare Gambino alle esperienze dei maestri meridionali impegnati nei centri di cultura popolare, come quelle documentate da Manlio Rossi‑Doria o dalle inchieste di Danilo Dolci, benché Cassari mantenga una sua unicità: è un libro nato non da un progetto politico, ma da un assordante silenzio dello Stato..
Cassari è anche un libro politico, nel senso più alto del termine. Gambino denuncia l’abbandono istituzionale, la mancanza di infrastrutture. La scuola diventa il luogo simbolico in cui si misura la distanza tra centro e periferia, tra promesse e realtà. Il maestro è una figura liminale: non appartiene pienamente alla comunità, ma ne diventa parte; non è un funzionario dello Stato, ma ne incarna la missione più nobile; non è un antropologo, ma osserva con lucidità etnografica. E' un libro che meriterebbe di essere riscoperto: non solo come testimonianza di un maestro calabrese, ma come atto di responsabilità civile, come frammento di storia culturale del Mezzogiorno.La scrittura di Gambino, essenziale e vibrante, restituisce la dignità di un mondo marginale senza idealizzarlo. È un libro che parla ancora oggi, perché racconta la fatica dell’educazione, la resistenza al cambiamento, la forza della cultura come strumento di emancipazione.
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2. Sharo Gambino, Cassari, ed. orig., p. 11.
3,Ivi, p. 23.
4.Ivi, p. 47.
5.Ivi, p. 89.
6..Ivi, p. 52.