Partito con tre compagni da Lione il 16 febbraio 1826, ha raggiunto prima Stromboli e le Eolie, appresso Messina, città dalla quale ha sciamato per l’intera isola. Da Messina ha distinto le due zone che si affacciano sul braccio di mare antistante: se la Calabria appariva costituita da rocce e montagne ripide e quasi perpendicolari, la Sicilia gli si offriva una pianura di una certa misura, che al contrario dalle montagne era delimitata a poca distanza. E naturalmente, subito dopo Punta Faro, lo sguardo è andato direttamente a Scilla, dove sulle rocce scure si stagliava una fortezza in rovina. Essendovi in essa appena una piccola baia, i pericoli le derivavano proprio dalla sua posizione. Era bruscamente sita quasi in prossimità della riva e per diverse leghe era vano rintracciare un ulteriore approdo.
In merito a Scilla Evans si fa un dovere di evocare l’episodio accaduto nel 1783, con gli abitanti sfuggiti al sisma e poi periti in mare assieme al loro principe a motivo del distacco di una roccia e del riflusso delle onde verso la terraferma. La popolazione si era rifugiata in acqua durante la notte e aspettava che venisse il giorno a causa che il principe si era messo in allarme dopo che altro masso era precipitato nei pressi del castello. Trattando di Scilla, che definisce uno spauracchio, indica in 6.047 metri inglesi lo spazio che la separava dal Capo Faro, anticamente noto col termine Peloro per ricordare uno sfortunato pilota di Annibale. Quindi, non può che trattare anche del dirimpettaio Cariddi. Invero, il mito di Scilla e Cariddi, eternato nei classici versi di Omero, è stato sempre ben presente nella memoria dei popoli. Un cenno nella classica traduzione ottocentesca datane da Ippolito Pindemonte: Scilla da un lato,/Dall’altro era l’orribile Cariddi,/che del mare inghiottia l’onde spumose.
Nello Stretto si avverte una corrente molto rapida, che cambia direzione ogni sei ore, più o meno conformemente alle fasi lunari, come osservato da Aristotele. Quando il vento e la corrente si trovano in senso contrario le navi sono obbligate a gettare l’ancora oltre tale area e attendere che la situazione si evolva. Scrittori e poeti hanno sempre fantasticamente creato un discredito a Cariddi, che non è propriamente meritato. Il tutto si è sicuramente originato dall’imperfezione dell’arte nautica nell’antichità, ma anche da finzioni allegoriche, che, dice Evans, sono tra le più grandi illusioni. Ma è chiaro pure che il marinaio inesperto attraversava il tratto di mare paventando il pericolo. Al tempo però il frangente era un po’ diverso: «Con una buona brezza, piccole imbarcazioni ogni giorno passano e ripassano il Faro con perfetta facilità e sicurezza; ma se il vento manca, sono inevitabilmente persi a meno che non contengono un numero sufficiente di mani per districarsi con l'aiuto di remi»[2]. All’epoca della guerra (si riferisce evidentemente al periodo napoleonico) le fregate inglesi e persino le navi da battaglia, latitando il vento, hanno corso il rischio di sbattere sulle rocce di Scilla, restando esposte per ore al fuoco delle batterie francesi. A trainarle fuori si è resa utile allora la flottiglia.
Evans passa indi a esaminare le ideazioni possibili circa il posto in cui collocare il fantomatico Cariddi. Chi lo poneva alla bocca del porto, chi a Punta Faro e chi altrove. Ma è probabile che i nostri antenati ne avessero un concetto vago e che esso comprendesse tutta la plaga, peraltro sul detto di Plinio che la segnala “mare vorticoso”. Comunque, se mai ci fosse stato un sito chiaramente definito, nel volgere dei tempi era ormai scomparso. Alla fine delle varie discussioni in proposito non tralascia di far cenno al mitico adagio attinente a colui che, volendo evitare Scilla, fatalmente ricadeva in Cariddi. Ma non era poi così facile, quando si pensi che le navi, che eludevano il gorgo di Cariddi, erano costrette ad avvicinarsi il più possibile alla costa calabrese.
