martedì 4 agosto 2026

" IO LA PARTI MIA LA FAZZU" : SHARO GAMBINO TRA LE PAURE E I RITI DEI PAESI DI CALABRIA (di Bruno Demasi)

   ... Durante un incendio nel bosco, mentre tutti gli animali fuggivano, un passerotto volava verso l’incendio, in direzione contraria rispetto agli altri, con una goccia d’acqua nel becco. “Dove vai!?” gli gridò il cinghiale. “Vado a spegnere il fuoco”, rispose il passerotto, “Con una goccia d’acqua!?” disse il cinghiale con un sorriso di sogghigno. “Io la parti mia la fazzu…”.(Sharo Gambino)
 
 
   “Io la parti mia la fazzu!”: Sharo Gambino (Vazzano, 1925 – Lamezia Terme, 2008) non descrive soltanto la Calabria, ma la contempla e la vive in una simbiosi impressionante. E, nel farlo, costruisce una delle opere più originali del Novecento meridionale. Nato in un paese dell’entroterra vibonese, appartiene a quella generrazione che ha visto dissolversi il mondo contadino senza che la modernità riuscisse a sostituirlo con un sistema altrettanto coerente. La sua formazione è irregolare: disegnatore di fumetti, giornalista, autore radiofonico, narratore. Collabora per decenni con Radio Rai, firma sceneggiati come Vizzarro e Boccheciampe¹, scrive per Il Messaggero, Il Tempo, La Gazzetta del Sud².

   L’opera di Gambino sembra attraversata da una linea d'ombra, che separa il mondo contadino da ciò che lo ha seguito e che osserva con la precisione del narratore e la sensibilità di un antropologo. La sua cultura, nel senso più pieno del termine, non è un repertorio di tradizioni né un esercizio di nostalgia: è un dispositivo critico, una lente che permette di leggere la Calabria come un territorio simbolico, un laboratorio di modernità ferita.

    Ma la sua vera scuola è la vita dei paesi: le piazze, le voci, le dicerie, i riti stagionali, le memorie collettive che si tramandano come un codice non scritto. È lì che nasce la sua narrativa, una forma di osservazione partecipante che non cerca l’oggettività, ma la verità dei luoghi. La comunità, nei suoi testi, non è mai un semplice sfondo: è un organismo simbolico. In Sole nero a Malifà³ la comunità di Malifà appare come un corpo collettivo che pensa, giudica, punisce, protegge; un corpo che si muove secondo logiche interne, spesso invisibili agli occhi esterni, ma perfettamente riconoscibili a chi ne conosce i ritmi e le paure⁴.

    La memoria, il rito, la parola pubblica, cioè quella voce che circola tra le case e le piazze, sono gli strumenti attraverso cui la comunità regola i comportamenti e definisce l’appartenenza. Gambino osserva tutto questo con una lucidità mai distaccata, la lucidità di chi conosce dall’interno ciò che racconta, e che sa che ogni gesto, ogni parola ha un valore simbolico preciso.

    Anche il corpo, nella sua opera, è un territorio culturale. In Calabria erotica⁵ mostra come l’eros contadino sia regolato da codici, canti, metafore, proibizioni: non è mai un fatto individuale, ma un linguaggio comunitario. Il corpo diventa un archivio di gesti tramandati, un campo di tensione tra desiderio e norma, un luogo dove si inscrivono le regole della comunità⁶.

La modernità ferita: la metamorfosi della comunità

    La modernità, per Gambino, non è una conquista, è piuttosto un trauma. In Fischia il sasso⁷ la modernizzazione appare come un evento destabilizzante: la televisione, l’emigrazione, la scuola, la burocrazia producono una frattura. La comunità perde i suoi codici, ma non ne acquisisce di nuovi. Ne nasce una modernità senza alfabeti, una modernità che non sa leggere se stessa.Gambino è tra i primi a cogliere questo spaesamento, questa perdita di orientamento che segna la Calabria dagli anni Sessanta in poi. Non è un lamento: è una diagnosi. La modernità non sostituisce il mondo contadino, lo lascia sospeso, incompleto, vulnerabile. E in questo vuoto si inseriscono nuove forme di violenza, nuove forme di potere.

    È qui che si colloca la sua lettura della ’ndrangheta. Nel saggio La mafia in Calabria⁸, Gambino interpreta la ’ndrangheta non come semplice criminalità, ma come istituzione culturale: un sistema di parentela, un codice d’onore, un linguaggio simbolico. La ’ndrangheta, nella sua analisi, non è un corpo estraneo alla comunità: è una sua deformazione, una sua metamorfosi. È la comunità che, perdendo i suoi codici tradizionali, genera nuove forme di controllo e di potere.È una lettura anticipatrice, che precede di decenni gli studi antropologici contemporanei. E che mostra come la modernità, in Calabria, non abbia cancellato il passato, ma lo abbia trasformato.

La lingua come dispositivo critico

    La lingua di Gambino è il mezzo dove tutto questo si compone. Alterna italiano, dialetto, gerghi; usa la narrazione come osservazione e critica; trasforma la cronaca in etnografia; fa della satira un metodo di analisi sociale. La sua scrittura è una forma di etnografia narrativa. È una lingua che non cerca l’effetto, ma la precisione; che non cerca la bellezza, ma la verità dei luoghi. Ed è proprio questa verità che rende la sua opera così attuale.

    Oggi, nel tempo dello spopolamento, della perdita delle comunità, della dissoluzione dei legami, la voce di Gambino torna dirompente. La sua modernità antropologica, la capacità di leggere la Calabria come un territorio simbolico, è uno strumento prezioso per capire ciò che accade oggi nei paesi del Sud.Come ha osservato Vito Teti nel suo intervento al centenario “Sharo Gambino x100”⁹, Gambino non offre richiami nostalgici, ma strumenti critici: la sua opera è un dispositivo per comprendere la metamorfosi dei paesi, la loro oscillazione tra memoria e spaesamento, tra residui del mondo contadino e modernità incompleta.

    La sua antropologia, però, non si limita alla comunità, al corpo, al rito, alla modernità ferita. È principalmente un’antropologia della parola come memoria, come strumento di controllo sociale, ma anche come forma di resistenza. È un’antropologia del tempo contadino, ciclico, rituale, che si scontra con il tempo lineare della modernità, dello spazio e del tempo, della paura come collante comunitario e come strumento di potere.

    È anche un’antropologia della scomparsa dei mestieri, dei ruoli, delle figure simboliche che tenevano insieme la comunità. In questo senso, come ha mostrato Antonio Pagliuso nella sua monografia Sharo Gambino. Il narratore delle Serre¹⁰, ciò che resta del mondo contadino non è ciò che era, ma ciò che diventa: la metamorfosi è la chiave interpretativa della Calabria contemporanea.

    E proprio per questo la sua voce è così preziosa oggi, quando la Calabria vive una nuova fase di spaesamento, una nuova modernità incompleta e difficile.

Bruno Demasi

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1.Archivio Radio Rai, Vizzarro, sceneggiato, 1980.
2.Il Messaggero, rubrica “Cronache calabresi”, articoli 1968–1975.
3.Sole nero a Malifà, ed. 1965, pp. 17–23.
4.Ivi, pp. 45–52.
5.Calabria erotica, ed. 1973, pp. 9–14.
6.Ivi, pp. 67–72.
7.Fischia il sasso, ed. 1973, pp. 101–108.
8.La mafia in Calabria, ed. 1971, pp. 31–38.
9.Vito Teti, intervento al centenario “Sharo Gambino x100”, Lamezia Terme, 2025.
10.Antonio Pagliuso, Sharo Gambino. Il narratore delle Serre, 2024, pp. 56–63.

domenica 2 agosto 2026

Laboratorio di scrittura: “LE PATATE E LA STOLA” (Racconto di Nino Greco)

     In questa nuova pagina inedita Nino Greco costruisce la narrazione con una misura antica: ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio è carico di una densità che non ha bisogno di enfasi per commuovere. Il racconto si muove dentro la terra di una Calabria contadina che soffre e che consola. La peronospora, la zappa, il verderame, la strada bianca di polvere non sono elementi di colore, ma segni di un destino che si tramanda e che, proprio nel momento in cui sembra immutabile, trova un varco, una possibilità di riscatto. È in questa tensione che Greco eccelle con la capacità di trasformare un episodio familiare in una meditazione sulla trasmissione della responsabilità dei padri, sulla fragile ma ostinata speranza dei figli. La forza del racconto sta nella sua sobrietà emotiva: la terra e la stola diventano due forme di esistenza: una da scavare con le mani, l’altra da conquistare con lo studio in quel seminario di Oppido che per secoli  in molti paesi della piana di Gioia Tauro è stato l’unico mezzo per emanciparsi. E la scelta di Rocco - una scelta che è insieme rinuncia, sacrificio e visione - si impone come momento alto della narrativa civile contemporanea, perché mostra come la dignità dei poveri non sia mai inerzia, ma un continuo, doloroso tentativo di immaginare un domani diverso.Un’altra pagina preziosa perché restituisce alla scrittura il suo compito più antico: raccontare la vita degli ultimi senza paternalismi e senza scorciatoie.(Bruno Demasi)

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    L’annata delle patate, quell’anno, era stata avara: nonostante la terra “piusa” e l’acqua abbondante che solo quelle montagne sapevano dare, la peronospora era arrivata come una maledizione, in quella terra che pareva punita da un Dio distratto.

     Rocco Musolino si svegliava prima dell’alba da trent’anni, e da trent’anni le sue giornate avevano la cadenza di un orologio a pendolo, che consumava le ore e i giorni di un destino ormai impossibile da mutare. Aveva un figlio, Vincenzo, tredici anni; le mani già incallite di zappa, verdastre per l’effetto del verderame, e gli occhi curiosi e vispi come quelli di un gatto.

     Il ragazzo lo seguiva nei campi da quando aveva sei anni. Camminava dietro di lui nei solchi, imparando il linguaggio muto e vivo della terra. Conosceva i tempi di quando zappare, quando aspettare, quando pregare che la pioggia non arrivasse tutta in un giorno solo, che, invece di dissetare, portava distruzione. Rocco lo guardava lavorare e ci vedeva sé stesso, riprodotto, condannato agli stessi stenti composti e alla stessa dignità sofferta.

     Ma una sera di domenica, dopo la messa, don Pasquale, il farmacista, l’unico del paese che avesse studiato a Napoli e l’unico che possedesse più di dieci libri, si fermò a parlare con lui davanti alla chiesa. 
-    Rocco-, gli disse, - tuo figlio sa leggere meglio di certi maestri. L’ho sentito recitare il catechismo a memoria, con la voce giusta, come uno che capisce quello che dice, non come un pappagallo-. 
      Rocco si tolse il berretto, per rispetto e per vergogna insieme. 
-    E che ci faccio, don Pasquà, con uno che sa leggere? La peronospora non la combattiamo con i libri: quella ha il potere di affamarci; se non ci difendiamo col verderame, le patate vanno a marcire. 
-   Con le cose della natura bisogna imparare a conviverci, e spesso bisogna subire ciò che comanda lei stessa-, rispose il farmacista, - Ma del destino forse siamo un po’ padroni-.

     In quei mesi le voci arrivavano a Rocco come arrivano i tuoni di un temporale lontano: non lo vedi, ma senti il frastuono. Le voci di viandanti che vagavano per i paesi della Calabria, di venditori, furono i primi a raccontare che migliaia di contadini del Marchesato fossero scesi sulle terre incolte dei baroni, con le bandiere rosse accanto al tricolore, a dividersele con la zappa, come se il diritto, per esistere davvero, avesse bisogno di essere scavato nella terra prima ancora che scritto in un decreto emanato pochi anni prima da un ministro calabrese, e che i baroni si erano affrettati a dimenticare e a nascondere.

     Poi, in un giorno di ottobre, la voce che arrivò fu diversa e più gelida: a Melissa la celere aveva sparato su uomini e donne che chiedevano solo un pezzo di terra da arare. Si parlava di morti, tra cui un ragazzo di quindici anni, oltre a una donna e a un altro giovane.

     Rocco, quella sera, non disse nulla a nessuno. Pensò al ragazzo disteso nel fango, e pensò a Vincenzo, e capì che la sua misurata rassegnazione, quella che per trent’anni aveva chiamato dignità, era forse soltanto paura, e che lui vedeva, per timore e per discrezione, con le sembianze di pazienza. Quella notte Rocco non dormì. Guardò sua moglie, Concetta, che dormiva esausta dalla stanchezza, e pensò a suo padre, che era morto contadino, e al padre di suo padre, contadino anche lui, tutti sepolti nella stessa terra che avevano zappato senza mai possederla davvero.

    Pensò che la fame che si eredita fosse peggio della fame che si abbatte sulla tua vita per altri eventi, perché toglie anche la speranza di vederne la fine. E pensò che la terra, forse, un giorno sarebbe tornata a chi la zappava; ma non subito, non per lui, forse nemmeno per Vincenzo, e nell’attesa un uomo doveva pur trovare un’altra via e un altro violo.

     Il seminario di Oppido era l’unico posto, in quelle contrade, dove un figlio di braccianti potesse sedersi allo stesso banco di un figlio di notabili. Non c’era altra scuola per chi non aveva né terra né nome. La stola e il colletto, pensò Rocco con un’amarezza che aveva l’odore acre del verderame, erano l’unica via che Dio avesse lasciato viva per giungere fino ai poveri.

     Non fu una decisione facile da comunicare. Vincenzo pianse, la prima notte, perché non voleva lasciare quelle terre, non voleva lasciare le bestie che conosceva per nome, non voleva soprattutto lasciare suo padre solo con la zappa e con l’inverno che si avvicinava. 
-    Chi ti aiuta, padre, con la vigna e l’orto? E poi, le patate…- Rocco gli mise una mano sulla testa. 
-    La vigna l’ho sempre zappata io e la zapperò ancora. Ma tu devi zappare un’altra terra: quella che sta dentro i libri. Io quella terra non l’ho mai vista, e per questo sono rimasto povero di mondo e di vita-.

    Don Pasquale scrisse una lettera al vescovo, con l’attenzione che si doveva, per chiedere l’ammissione al seminario del giovane Vincenzo. Concetta cucì per il figlio due camicie nuove, tagliando la stoffa da un lenzuolo che aveva portato in dote. Rocco vendette un maiale, l’unico, quello che doveva sfamarli per l’inverno, per pagare le prime spese, e non lo disse a nessuno, nemmeno a Concetta, per non farla piangere due volte.

     Il giorno della partenza, Vincenzo salì sul carro di un mulattiere diretto a Oppido, con una valigia di cartone legata con lo spago e un pezzo di pane nella tasca. Rocco lo guardò allontanarsi lungo la strada bianca di polvere, tra gli ulivi contorti come vecchi che pregano, e per la prima volta in vita sua pianse senza vergognarsene, perché capì che stava assistendo non a una partenza, ma a una rottura: la catena che per generazioni aveva legato il nome dei Musolino alla zappa si spezzava lì, in quel momento, sopra quella strada.

    Non sapeva, Rocco, se suo figlio sarebbe diventato prete davvero. Non gliene importava, in fondo. Sapeva solo che, per la prima volta, un Musolino avrebbe imparato il latino, la storia, la geometria: parole che a lui suonavano come nomi di mondi lontani mai visitati. E sapeva che, chiunque Vincenzo fosse diventato, non sarebbe più stato costretto a chiedere la pioggia come un’elemosina al cielo.

    Quel giorno Rocco tornò solo nei campi, riprese la zappa e lavorò fino a notte fonda, come se il dolore si potesse zappare insieme alla terra. E forse, in un certo senso, era proprio così: ogni colpo di zappa era una preghiera silenziosa, non per sé, ma per un futuro che lui non avrebbe mai potuto vivere, ma che aveva avuto il coraggio, l’unico vero lusso dei poveri, di desiderare per un altro, per suo figlio.

Nino Greco

venerdì 31 luglio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: FEDOR GRAF KARACZAY (1825) ( di Rocco Liberti)

      Rocco Liberti ha l’abitudine, ormai riconoscibile come un vero carattere stilistico, di trasformare ogni viaggiatore ottocentesco in un personaggio vivo. La sua scrittura non si limita a registrare itinerari o citare fonti, ma ricostruisce situazioni di viaggio e illumina figure che la storiografia maggiore ha lasciato ai margini. In queste pagine dedicate al nobiluomo moldavo, militare cosmopolita e autore di un Manuel du voyageur en Sicile oggi quasi introvabile, Liberti mostra ancora una volta il suo talento nel far emergere attraverso un uso sapiente delle fonti e una prosa misurata la densità culturale dei viaggiatori che attraversarono la Calabria nel XIX secolo. Il lettore ritrova così l’acutezza con cui l’autore sa intrecciare biografia, storia militare, editoria ottocentesca e geografia del Mediterraneo, fino a condurre lo sguardo di Karaczay verso lo Stretto e la costa reggina, trasformando un semplice passaggio in una scena memorabile.È un piccolo saggio che conferma la qualità della rubrica che riesce quasi a far parlare gli osservatori stranieri come testimoni privilegiati di una Calabria che, pur profondamente mutata, continua a riconoscersi anche nelle immagini, realistiche o meno, che essi ci hanno lasciato. (Bruno Demasi)

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     Il conte Karaczay, nobiluomo moldavo e militare legato alla corte austriaca ha effettuato anche lui un viaggetto in Sicilia e di conseguenza, una volta a Messina, non poteva non volgere un interessato sguardo alla prospiciente Calabria. Nato nel 1787, per un certo periodo ha frequentato l’Accademia di Vienna-Neustadt e dal 1805 si è unito come cadetto al principe del Liechtenstein. Risulta essersi distinto quale tenente nel 1813 in Sassonia, a Pirna, dove ha preso d'assalto di sua iniziativa la testa di ponte. Appresso, a Lione, mentre faceva servizio di pattuglia lungo la strada, si è scontrato con successo con 20 gendarmi e 300 fanti. Per un po’ di tempo è stato al servizio dell’Arciduca Massimiliano. Ha di volta in volta ricoperto i gradi di maggiore nel 1 ° Reggimento degli Ulani (Ussari o Lanceri) e di colonnello e comandante a Mantova. In seguito è entrato nel servizio persiano come istruttore per lo stato maggiore in atto di costituzione a Teheran e, nel 1854, proprio lui ne sarebbe stato il capo con il grado di generale. Nel 1815 ha pubblicato sull’Archivio di Stato bavarese diretto da Homayr il saggio “Il Moldau, ihre Bewohner” cioè “La Moldava, i suoi abitanti”. Si è sposato nel 1853 con Josephine Bellelli-Bianchi figlia adottiva del marchese Julian Bianchi-Morari. La morte lo ha colto nell’anno 1859[1]

     Karaczay ha scritto alcune opere come “Loindres et ses environs” (Vienna 1835) e “L'insegnamento reciproco secondo il metodo di Bell-Lancaster. Per una più stretta connotazione e attenzione, presentato con particolare rispetto per le province della monarchia austriaca” (in lingua tedesca) (Kaschau oggi Kosice in Slovacchia 1819)[2], ma soprattutto per quanto c’interessa: “Manuel du voyageurs en Sicile” edito variamente a Parigi nel 1826, 1839, 1840, 1845. Un estratto di quest’ultima opera è stato inserito nello stesso anno 1826 in “Itinéraire instructif de Rome a Naples et à ses environs tiré de celui de feu M. Vasi et de la Sicile revus et corrigés d’apres l’état actuel des monumens” (Roma 1826). Quest’ultimo, invero nella prima parte è un lavoro del defunto Mariano Vasi, editore e calcografo (1744-1822), alle cui correzioni e aggiornamenti ha cooperato Antonio Nibby, storico, archeologo e topografo romano (1797-1839)[3].

   Non sappiamo in che epoca il conte moldavo abbia compiuto il suo giretto in Sicilia, ma è logico presumere che esso si sia verificato qualche annetto prima che fosse pubblicata l’opera che ne tratta. Comunque sia, egli, che fa precedere la narrazione da un’ampia trattazione sulla storia, geografia, demografia, usi e tradizioni dell’isola con discreta coloritura, compare inizialmente a Palermo, da dove parte per un’ampia perlustrazione. Si susseguono perciò dopo l’antica capitale e dintorni i centri abitati di Morreale, Segesta, Calatafimi, Trapani, Marsala, Mazzara, Selinunte, Sciacca, Girgenti, Palma, Alicata, Caltagirone, Floridia, Siracusa, Augusta, Catania, Acireale, Taormina e, infine, Messina. Pervenuto alfine alla città del Faro non può non estasiarsi alla vista di quello Stretto che nei secoli ha incantato tanti altri prima di lui e in particolare dello scenario offerto dalla Calabria, terra di miti. Ecco l’immagine che ci propone:

   «Si vede a nord-est la città di Scylla, sovrastata da un’enorme roccia; a sud-est quella di Reggio, costruita su un terreno più aperto, nello spazio che le separa, una infinità di villaggi addossati a una catena montuosa, e in primo piano del quadro, una moltitudine di scialuppe, di battelli di pescatori, di navi di ogni specie, voganti verso tutti i punti della riviera». Riferendosi poi alla stessa Messina, ha: «dal lato del mare, due guardiani vigili, Charybde e Scylla, la proteggono ancora più sicuramente, l’uno situato a 12 miglia a nord-est del porto, sulla costa della Calabria; l’altro su quella della Sicilia, all’estremità di una lingue di terra detta San Ranieri, che forma l’entrata del porto, sempre temuti dai naviganti, essi vegliano sulla sicurezza di Messina, meglio di tutti i cannoni di cui i suoi bastioni sono forniti»[4].

     Karaczay non si è fatto mancare l’occasione per discettare anche della pesca e di quella del pescespada in particolare nonché del fenomeno della Fata Morgana: «Le acque del faro sono molto pescose: mille pescatori ne solcano la superficie; il pesce spada (xiphias gladius de Linné) non si trova che in questi paraggi, dove è arpionato. La pesca di questo cetaceo, si fa con una destrezza meravigliosa./ È dal Forte Gonzaga che si fa osservare ordinariamente agli stranieri questo fenomeno conosciuto con il nome di Fata Morgana, che si ottiene per effetto dei vapori che i tempi caldi elevano al disopra della superficie del mare: questo miraggio riflette allora gli oggetti terrestri e li avvolge talvolta in modo fantastico e bizzarro»[5].

Rocco Liberti

[1] Dati estratti da Wikisource, Karaczay, Fedor Graf e tradotti dal tedesco. Così era indicato sull‘Almanacco Imperiale Reale per le Provincie del Regno Lombardo-Veneto Soggette al Governo di Milano per l'anno 1825 (Milano Dall’Imp. R. Stamperia): «Il sig. Conte Fedor Karaczay di Valleszaka-Moldavaj, Cavaliere degli Ordini II. russi di S. Anna di seconda classe e di S. Valdimiro di quarta classe, del R. Ordine del Merito militare di Prussia, dell'Ordine granducale badese del Leone e dell' Ordine costantiniano di S. Giorgio di Parma, I. R. Ciambellano attuale e Maggiore del reggimento d’ulani Imperatore Francesco n. 4». 
[2] Der Wechselseitige unterricht nach der Bell-Lancaster methode. Zur nahern kenntnitz und beherzigung, mit besonderer ructzsicht fur die provinzen der Osterreichischen monarchie dargestellt. 
[3] L’Itinéraire instructif era un lavoro tipografico a carattere informativo, quindi una specie di guida per i viaggiatori. Mariano Vasi aveva curato le edizioni 1818 e 1819, le precedenti erano state appannaggio del di lui padre Giuseppe Vasi (1710-1782), incisore e architetto oriundo di Corleone, che ha Roma ha operato ed è deceduto. 
[4] Karaczay, Manuel du voyageur…, pp. 182-184, trad. dal francese. 
[5] Ivi, pp. 190-191, idem.

giovedì 30 luglio 2026

PIETRO LAZZARO: lo scrittore calabrese apprezzato al Nord e ignorato al Sud (di Mara Vittoria Colosimi)

      Sono grato a Mara Vittoria Colosimi che, tra i suoi molteplici impegni accademici, trova il tempo per arricchire questo blog con un’altra pagina preziosa. Pubblicare infatti un testo su Pietro Lazzaro significa riportare alla luce una voce che ha connotato la letteratura italiana con la discrezione dei grandi scrittori  rimasti quasi nell'ombra nella loro terra. La sua opera, sospesa tra la concretezza della terra calabrese e una visione simbolica, che scava nelle pieghe dell’esistenza, appartiene a quella categoria di scritture che non cercano il clamore e neanche il consenso a ogni costo. L’articolo che qui presento, restituisce con rara sensibilità la complessità di questo autore: ne ricostruisce la biografia intellettuale, ne illumina le opere maggiori e ne mostra una insospettata modernità. Attraverso le pagine di “Mille anime”, “La stagione del basilisco” e “La breve muraglia”, Lazzaro appare come un narratore capace di trasformare un paese in un organismo vivente, una muraglia in un confine metafisico. È un’occasione preziosa per riscoprire una figura che ha saputo fare della Calabria un paradigma del mondo. (Bruno Demasi)

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   Pietro Lazzaro è uno di quegli scrittori che sembrano nati per restare ai margini, come se la loro voce avesse bisogno del silenzio per farsi ascoltare. La sua Calabria non è mai uno sfondo pittoresco, né un repertorio di costumi, ma  un luogo dove la realtà si incrina e lascia filtrare una luce obliqua. 
 
     Nato nel 1912 a Motta Filocastro, cresciuto tra la polvere dei campi e la severità dei libri, Lazzaro porta nella sua prosa una doppia fedeltà: alla terra, con la sua immobilità millenaria, e alla visione, che gli permette di scorgere dietro la miseria quotidiana un’energia simbolica. Anche quando vive lontano - Roma, Milano, il Liceo Berchet, gli incontri con Vittorini e Montale - continua a scrivere come se ascoltasse il respiro del suo paese, un respiro lento, ostinato, fatto di attese e di silenzi che caratterizza tutta la sua vita e la sua opera fino alla morte,avvenuta prematuramente nel 1968.

     In Mille anime (Rubbettino, 1987), il paese è un organismo vivente, attraversato da voci e da immobilità. In una delle frasi più emblematiche, Lazzaro annota: «Il paese pareva fermo, come se aspettasse qualcosa che non arrivava mai»¹. È una sospensione che non è solo geografica, ma esistenziale: gli abitanti sembrano muoversi dentro un tempo che non scorre, come se ogni gesto fosse già stato compiuto mille volte. Il romanzo segue le traiettorie minime di uomini e donne che vivono ai margini della storia, e tuttavia ogni loro gesto contiene una densità simbolica: il lavoro nei campi, le attese, le partenze, le piccole violenze quotidiane. Lazzaro non giudica, non abbellisce, non consola. La sua lingua è scabra, essenziale, ma attraversata da una vibrazione interiore che trasforma il realismo in una forma di rivelazione.

     Questa tensione verso il simbolo diventa esplicita in La stagione del basilisco, l’unico romanzo pubblicato in vita. Qui il basilisco - creatura che pietrifica - non è un animale, ma un modo di guardare il mondo: «Il basilisco non era una bestia: era un modo di guardare il mondo»². Il romanzo segue la storia di un giovane che attraversa un paese dominato dalla paura, dalla superstizione e da una sorta di immobilità morale. Il basilisco è la metafora di uno sguardo che paralizza, di una comunità che teme il cambiamento e preferisce restare immobile pur di non affrontare la verità. Lazzaro costruisce un racconto che è insieme realistico e visionario, dove la Calabria diventa un teatro di apparizioni, un luogo in cui ogni gesto quotidiano può trasformarsi in allegoria.

     Ma è con La breve muraglia (Rubbettino, 2021, a cura di Alessandro Gaudio) che la voce di Lazzaro torna a vibrare con forza nel presente. Il romanzo, scritto negli anni Quaranta e rimasto inedito per decenni, è stato ricostruito con rigore filologico e intelligenza critica da Alessandro Gaudio, che ha restituito al testo la sua struttura originaria, le sue varianti, la sua tensione interna. In una delle pagine più intense si legge: «La muraglia era breve, ma bastava a dividere il mondo in due»³. È una frase che sembra scolpita nella pietra: la muraglia è un confine, ma anche una soglia, un punto di passaggio tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Il romanzo segue la vicenda di un giovane che osserva il proprio paese come se fosse un enigma, un luogo dove ogni gesto è carico di significato e ogni figura sembra un’ombra che cerca la propria forma. Gaudio non si limita a curare il testo: lo interpreta, lo illumina, lo colloca nel panorama del Novecento italiano, mostrando come Lazzaro fosse molto più moderno di quanto si fosse creduto.

    Senza il lavoro di Gaudio, oggi Lazzaro sarebbe ancora un nome confinato nelle biblioteche specialistiche. Il suo intervento ha compiuto un atto di giustizia letteraria: ha restituito una voce che rischiava di perdersi, ha mostrato la modernità di un autore capace di fondere realismo e simbolismo, concretezza e visione. Lazzaro non è uno scrittore regionale: è un narratore europeo, un autore che ha saputo trasformare la Calabria in un paradigma del mondo. E oggi, in un tempo che chiede semplificazioni, la sua complessità è più n che mai. La sua scrittura ci ricorda che la Calabria non è solo antropologia, ma un enigma; non un repertorio di stereotipi, ma una terra che continua a interrogare chi la attraversa.

Mara Vittoria Colosimi

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1. Mille anime, Rubbettino, 1987, p. XX.
2. La stagione del basilisco, 1966, p. XX.
3. La breve muraglia, a cura di A. Gaudio, 2021, p. XX.

martedì 28 luglio 2026

La scuola dimenticata di Cassari e la missione di Sharo Gambino ( di Bruno Demasi)

     Quando nel 1957 Sharo Gambino, giovane maestro calabrese, fu inviato dall’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo a dirigere un Centro di Cultura Popolare nella contrada Cassari, frazione di Nardodipace, non poteva immaginare che quell’esperienza avrebbe generato uno dei testi più singolari e misconosciuti della letteratura civile meridionale del dopoguerra: Cassari, pubblicato nel 1958 e oggi quasi introvabile.

      Il libro nasce come resoconto di  una missione, ma si trasforma presto in un documento antropologico, un atto d’accusa, una meditazione morale sulla condizione umana in un lembo remoto delle Serre vibonesi, segnato da miseria, isolamento, superstizione e dalle ferite delle alluvioni del 1951 e 1953, che devastarono l’intero altopiano delle Serre e costrinsero molte comunità a una sopravvivenza di pura resilienza materiale¹.

   Gambino non è un osservatore esterno: è un maestro che vive in mezzo alla comunità, ne condivide le privazioni, ne ascolta le paure, ne registra i gesti quotidiani. La sua scrittura nasce da un’urgenza: «bisognava fermare sulla carta ciò che altrimenti sarebbe svanito come nebbia»².

    Cassari è un testo ibrido: alterna prosa diaristica, riflessioni civili, bozzetti narrativi e brevi componimenti poetici. Questa scelta formale non è un vezzo letterario, ma una necessità: Gambino avverte che la sola prosa non basta a restituire la densità emotiva di quel mondo. Il libro si apre con l’arrivo del maestro nella contrada: una descrizione scarna, quasi documentaria, delle case di pietra, dei sentieri fangosi, dei volti diffidenti. Segue una serie di quadri: la scuola improvvisata, i bambini che non hanno mai visto un libro, le madri che temono che l’istruzione sottragga i figli al lavoro nei campi, gli anziani che diffidano di ogni novità. In uno dei passaggi più intensi, Gambino annota: «La cultura qui non è un diritto: è un sospetto»³. Questa frase sintetizza la tensione che attraversa tutto il libro: l’educazione come promessa e come minaccia, come apertura e come rottura degli equilibri comunitari: «insegnare a leggere significava insegnare a guardare il mondo»⁴.

     Il libro si chiude con un misto di amarezza e speranza: Gambino lascia Cassari, ma porta con sé la certezza che «anche un solo bambino che impara a scrivere è una rivoluzione»⁵. 


     Cassari non è entrato nel canone della letteratura meridionalista, forse perché troppo ibrido, troppo diretto, troppo vicino alla scrittura di reportage. Eppure, proprio questa sua natura liminale lo rende prezioso: è un documento che unisce pedagogia, antropologia e impegno civile. La critica che si è occupata di Gambino (poca, frammentaria, spesso locale) ha riconosciuto  comunque nel libro una qualità rara: la capacità di non mitizzare la Calabria interna, ma di raccontarla senza compiacimenti folklorici. Gambino non indulge nel pittoresco: osserva, registra, denuncia.

     Dal punto di vista antropologico, Cassari è un testo fondamentale per comprendere la microstoria delle Serre nel secondo dopoguerra. Le pagine dedicate alle credenze popolari, ai rapporti di parentela, alla gestione comunitaria della povertà, alle dinamiche di sospetto verso l’istruzione sono di grande interesse. In un passaggio emblematico, scrive: «Qui la povertà non è solo mancanza: è un ordine del mondo»⁶. Questa osservazione, che riecheggia certe pagine di Ernesto de Martino, mostra la profondità dello sguardo dell’autore. Si potrebbe accostare Gambino alle esperienze dei maestri meridionali impegnati nei centri di cultura popolare, come quelle documentate da Manlio Rossi‑Doria o dalle inchieste di Danilo Dolci, benché Cassari mantenga una sua unicità: è un libro nato non da un progetto politico, ma da un assordante silenzio dello Stato..

    Cassari è anche un libro politico, nel senso più alto del termine. Gambino denuncia l’abbandono istituzionale, la mancanza di infrastrutture. La scuola diventa il luogo simbolico in cui si misura la distanza tra centro e periferia, tra promesse e realtà. Il maestro è una figura liminale: non appartiene pienamente alla comunità, ma ne diventa parte; non è un funzionario dello Stato, ma ne incarna la missione più nobile; non è un antropologo, ma osserva con lucidità etnografica. E' un libro che meriterebbe di essere riscoperto: non solo come testimonianza di un maestro calabrese, ma come atto di responsabilità civile, come frammento di storia culturale del Mezzogiorno.La scrittura di Gambino, essenziale e vibrante, restituisce la dignità di un mondo marginale senza idealizzarlo. È un libro che parla ancora oggi, perché racconta la fatica dell’educazione, la resistenza al cambiamento, la forza della cultura come strumento di emancipazione.

Bruno Demasi

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1. G. Pisani, Le alluvioni del 1951 e 1953 nelle Serre calabresi, Vibo Valentia, 1999, pp. 14‑27.
2. Sharo Gambino, Cassari, ed. orig., p. 11.
3,Ivi, p. 23.
4.Ivi, p. 47.
5.Ivi, p. 89.
6..Ivi, p. 52.

domenica 26 luglio 2026

“ CRISTO RITORNA DA CROTONE”: Salvatore Mongiardo, profeta della Calabria pitagorica ( di Bruno Demasi)

     La scena è quasi sempre la stessa: un uomo alto, asciutto, con la voce calma di chi ha attraversato molte stagioni, parla davanti a un piccolo pubblico raccolto in una sala civica di provincia. Non c’è enfasi, non c’è retorica. Eppure, mentre Salvatore Mongiardo espone la sua visione del mondo, si avverte la sensazione di trovarsi davanti a un pensatore che ha scelto deliberatamente di collocarsi fuori dal tempo, o forse contro il tempo. È come se la sua parola provenisse da un luogo remoto, un punto della costa ionica dove la storia non è mai del tutto passata, ma continua a vibrare sotto forma di memoria.

    Nato nel 1941 a Sant’Andrea Jonio, Mongiardo ha conosciuto la Calabria contadina del dopoguerra, le prime migrazioni interne, la lunga stagione del lavoro nel Nord industriale. Per trent’anni ha vissuto tra Milano e l’Europa, in ruoli manageriali che sembravano allontanarlo dalla sua terra. E invece quel distacco è diventato, col tempo, una forma di preparazione. Quando nel 2013 pensa di tornare definitivamente in Calabria, la sua decisione assume un valore quasi rituale: non è un rientro biografico, ma un ritorno alle origini del pensiero. In Ritorno in Calabria scrive: «La Calabria è la mia patria spirituale, il luogo dove la storia dell’uomo ha conosciuto la sua prima pace»¹. La frase, collocata nel capitolo centrale del libro, è la chiave di lettura dell’intera sua opera. 
 
    Il nucleo della sua riflessione è la civiltà sissiziale, un’idea che Mongiardo presenta come la vera eredità dell’Antica Europa mediterranea: una società senza armi, senza uccisione, fondata sulla convivenza dei viventi - uomini e animali - nella stessa casa comune. Non si tratta, nelle sue parole, di un’utopia, ma di un ritorno a una memoria sepolta. Nel Pentalogo di Pitagora afferma: «La Terra è la casa di tutti, e nessuno ha il diritto di uccidere chi la abita»². La frase, collocata nel primo dei cinque principi, è la formulazione più netta della sua etica della non‑violenza.

      La sua visione richiama gli studi di Marija Gimbutas sulla civiltà pre‑indoeuropea, ma li innesta nella storia calabrese, interpretata come luogo di continuità culturale e non come periferia della grecità. La Calabria, nella sua lettura, non è un territorio marginale, ma un laboratorio di civiltà. In una conferenza del 2020, Mongiardo ha dichiarato: «La Calabria non è nata con i Greci: i Greci hanno trovato una civiltà già formata»³. È una tesi che si colloca fuori dal mainstream storiografico, ma che egli sostiene con coerenza, intrecciando archeologia, antropologia e filosofia morale.

   Pitagora, nella lettura di Mongiardo, non è solo il matematico che la tradizione scolastica ha consegnato ai manuali, ma il fondatore di un’etica universale. La Nuova Scuola Pitagorica - istituita da Mongiardo dopo il suo ritorno in Calabria - nasce dalla convinzione che Pitagora abbia scoperto una legge morale naturale, una sorta di geometria della felicità. Nel Pentalogo, Mongiardo sintetizza questa etica in cinque principi, ma ciò che colpisce non è la struttura, bensì il tono. Egli parla come se quell’etica fosse ancora viva, come se attendesse solo di essere riconosciuta. «Pitagora non ha fondato una scuola», afferma, «ha fondato un modo di vivere»⁴.

     La sua produzione letteraria è varia, ma attraversata da un filo unico: la ricerca di un’origine. Ritorno in Calabria (1994) è un romanzo autobiografico che si legge come un manifesto identitario. Antonio Piromalli, nella sua nota critica a questo lavoro, ha colto la dimensione utopica del testo: la Calabria come luogo di rigenerazione morale, come spazio dove l’uomo può ritrovare la propria misura. In Cristo ritorna da Crotone, Mongiardo intreccia cristianesimo e pitagorismo, interpretando Cristo come erede dell’etica pitagorica. «Cristo non ha abolito Pitagora», scrive, «lo ha portato a compimento»⁵. La frase, collocata nel capitolo dedicato al rapporto tra Vangelo e filosofia antica, è una delle più discusse della sua opera.

     Il punto più audace della sua produzione è forse Il Terzo Profeta (2023), trilogia filosofica in cui Mongiardo si definisce «terzo profeta dell’Occidente» dopo Pitagora e Cristo. La tesi è ardita, ma non arrogante: egli non si propone come fondatore di una religione, bensì come continuatore di un’etica.  «Non sono un profeta religioso», precisa, «ma un profeta civile»⁶: una profezia della pace, una chiamata alla non‑violenza che si radica nella storia e nella geografia della Calabria.

 La scena pubblica di Mongiardo è fatta di incontri, conferenze, teatri, biblioteche civiche. Non appartiene ai circuiti accademici, non cerca riconoscimenti istituzionali. La sua forza è la continuità: da anni porta avanti un discorso non solo  sulla pace, ma anche  sulla dignità della Calabria oltre che  sulla necessità di una nuova etica universale. La “ Nuova Scuola Pitagorica”  e l’”Accademia Mondiale Antiviolenza” sono i due poli della sua attività: non istituzioni, ma comunità di studio e di pratica.

     Ciò che colpisce è la sua posizione umile rispetto alla cultura italiana contemporanea. Mongiardo è un pensatore che ha scelto di parlare da un luogo periferico per proporre una visione universale. La Calabria, nella sua opera, non è sfondo ma protagonista. E' la terra che custodisce un’antica promessa di pace. In un tempo dominato dalla velocità e dalla frammentazione la sua  voce appare come un richiamo alla profondità e alla memoria di una nobiltà etica perduta.

Bruno Demasi

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1. Salvatore Mongiardo, Ritorno in Calabria, Nuova Scuola Pitagorica, Soverato, 1994, p. 87.
2.Salvatore Mongiardo, Il Pentalogo di Pitagora, Nuova Scuola Pitagorica, Soverato, 2019, p. 14.
3.Intervento alla Delegazione del Parlamento Europeo – UNIPAX, Roma, 2020, registrazione archivio NSP.
4.Salvatore Mongiardo, Il Pentalogo di Pitagora, cit., p. 22.
5.Salvatore Mongiardo, Cristo ritorna da Crotone, Nuova Scuola Pitagorica, Soverato, 2017, p. 41.
6.Salvatore Mongiardo, Il Terzo Profeta, Nuova Scuola Pitagorica, Soverato, 2023, p. 9.

sabato 25 luglio 2026

Laboratorio di scrittura: “UN CERIMONIERE D’ALTRI TEMPI” ( racconto di Tita Ferro )

     Nel breve e intenso racconto che segue, “Un cerimoniere d’altri tempi”, Tita Ferro impiega una scrittura che sembra provenire da un’altra epoca, non per nostalgia, ma per precisione impressionante. Il salone barocco, con i suoi lampadari “che si aprono come corolle di fiori su gambi di cristallo”, non è soltanto descritto: è ricamato. La lingua dell’autrice procede per tocchi minuziosi, come se ogni oggetto fosse degno di un’attenzione cerimoniale, e questa attenzione diventa la chiave per comprendere il protagonista, Fabrizio Fortani, uomo che vive nel protocollo come in una seconda pelle. La forza del racconto sta nella capacità di far emergere, sotto la superficie dell’eleganza, una vibrazione umana: la stanchezza, la discrezione, la dignità silenziosa di chi “non è una gran cosa, ma è tutto quello che può essere”. Tita Ferro non indulge mai al sentimentalismo; preferisce la finezza dei contrasti, la luce che si incrina negli specchi, il capo che si abbassa appena, la voce che si fa più bassa quando il dovere chiama. Così, mentre il cerimoniale si prepara a prendere forma, il lettore assiste alla rivelazione di un uomo che ha fatto della cura una vocazione e della discrezione un mestiere. La scrittura accompagna questo movimento con una grazia rara: non spiega e non giudica, ma mostra e ascolta. E nel farlo restituisce al lettore un personaggio che vive nella penombra dei grandi eventi, ma che proprio in quella penombra trova se stesso (Bruno Demasi). 

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    Do uno sguardo in giro per accertarmi che tutto sia in ordine nel salone in stile barocco scintillante di luci e di colori: gli specchi, imponenti nelle cornici dorate e finemente intagliate, moltiplicano lo sfavillio dei lampadari che si aprono come corolle di fiori su gambi di cristallo e ricadono in mille gocce di luce. Pesanti tende di broccato rosso nascondono le portefinestre che immettono nel parco intorno al palazzo e si sposano bene con il giallo ocra dei marmi striati di verde, con le pareti tappezzate di raso verde acqua a piccoli fiori gialli e le poltrone e i divani rossi disposti lungo i quattro lati.

     Tutto è in ordine anche in fondo, sul palco lievemente rialzato che ospiterà l'orchestra da camera: per ora ci sono al centro, proprio sotto il grande lampadario, un tavolo e quattro poltrone rosse che risaltano dietro il lucido e scuro marrone del tavolo, saranno portati via dopo le brevi relazioni ed eventuali interventi, per far posto ai dieci orchestrali.

     Immancabili sul tavolo, insieme alla brocca e ai bicchieri, quattro cavalierini: rido ancora pensando alla prima volta in cui alla frase, -si accerti che ci siano i cavalierini-, ero rimasto senza parole di fronte al tronfio barone Bellavista, non sapendo di che cosa si trattasse. Ero tanto giovane allora e senza alcuna esperienza, forse per questo il mio primo impiego presso i baroni durò molto poco. Muovo qualche passo verso la mia postazione, il vano accanto alla porta di ingresso, non senza aver dato prima un'occhiata di controllo anche a me stesso in uno degli specchi alle pareti: la camicia e i guanti bianchi spiccano dall'impeccabile smoking nero, perfetto per la mia statura alta, asciutta, e per i miei capelli ormai bianchi, leggermente più lunghi sulla nuca. Sono decisamente ancora un bell'uomo, adatto al compito che mi è stato assegnato, il cerimoniere, colui che si occupa del cerimoniale presso corti, capi di stato, enti religiosi: io mi trovo da molti anni nell'antico palazzo dei duchi Governa, sono colui che gestisce in quasi completa autonomia i grandi eventi.

     Chi dispone i posti sul palco e nel salone rispettando regole di precedenza rigorosamente prescritte per ogni tipo di cerimonia? Sono io, Fabrizio Fortani. Chi controlla e gestisce l'ordine degli interventi secondo un rigido protocollo che tiene conto delle cariche degli intervenuti? Sono sempre io, Fabrizio Fortani, il cerimoniere.

     <Insomma, per farla breve, sei colui che dirige il traffico>, ha detto un giorno mio figlio, il minore, sempre pronto a riportare tutto alla quotidianità, privandolo di ogni aureola di grandezza, <possiamo dire che sei una specie di vigile del traffico nei salotti>, ha concluso ridendo, ma con il tono affettuoso di chi sa che può permettersi tutto nella sua posizione di cocco di papà.

     Certo, se si descrive così il compito a me affidato, un semplice addetto al controllo del traffico nello spazio di un salone, sia pure in una dimora principesca, la mia figura si riduce di molto...

    Mi guardo di nuovo nello specchio grandioso e mi vedo in effetti più basso di quanto pensassi, leggermente curvo nelle spalle, le sopracciglia spruzzate di bianco sottolineano impietosamente la mia età e la piega amara della bocca la mia stanchezza.

     Mi allontano bruscamente dallo specchio e passo dopo passo, pesantemente, mi muovo verso l'ingresso, ormai manca poco, i primi invitati potrebbero arrivare da un momento all'altro ed io, già stanco di ogni etichetta, mi trascino più che muovermi.

     <Fabrizio, mi sembra tutto a posto, come sempre>.

     Leggera, non l'avevo sentita arrivare, si avvicina a me la duchessa Marina, sempre splendida nei suoi 50 anni, un lungo abito verde le fascia il corpo e si adatta bene al colore dei suoi occhi che sanno alternare la calma distesa delle praterie con le tempeste di mari in burrasca.

     <Sì, tutto è a posto>.

     <Che fortuna per noi avere un uomo come te che ci suggerisce che cosa e come fare, che garantisce la sicura riuscita di ogni evento importante. Come faremmo senza di te per organizzare e gestire l'incontro per la stipula di un accordo così importante?>

     Mi inchino leggermente con deferenza, mentre ringrazio a voce bassa: la conosco da quando era bambina, so quanto tiene al protocollo, al rispetto di ogni anche piccola formalità.

     Mi ero appena sposato quando sono stato chiamato da suo padre a questo servizio. Mi è stato assegnato allora l'alloggio più che confortevole nell'ala nord del palazzo insieme a mia moglie che sovrintende alla servitù. Qui sono nati e cresciuti i miei quattro figli, compagni di giochi, sia pure nella differenza dei ranghi, dei figli del duca.

     Rialzo le spalle, sento meno grave il peso degli anni e meno sgradevole il mio compito di -regolatore del traffico-.

     E' un servizio indispensabile che permette agli altri di godere in libertà e tranquillità occasioni e avvenimenti da cui potrebbero scaturire anche spiacevoli malintesi se non ci fosse qualcuno responsabile dell’organizzazione, qualcuno che distribuisce i compiti e vigila perché tutto sia compiuto fedelmente.

     Sono solo un servitore di cui pochi si accorgono mentre c'è e svolge il suo lavoro, di cui però si sentirebbe la mancanza se venisse meno, come ha osservato la duchessa.

     -Non pensare a ruoli importanti, Fabrizio, a lavori più gratificanti e piacevoli-, dico a me stesso mentre raggiungo il mio posto, -svolgi il compito che ti è stato affidato, il poco o molto che è stato messo nelle tue mani-.

     Mi viene in mente una poesia di Borges, che ho letto recentemente, piace leggere a letto sia a me che a mia moglie, lei preferisce i racconti, i gialli in particolare, io le poesie, e Borges è uno dei miei preferiti. La sua poesia "Amicizia! si concludeva con le parole che ho imparato a memoria ed ora mi vengono in aiuto: “non sono una gran cosa, ma sono tutto quello che posso essere”.

     Proprio così, anch'io come lui, fatte salve le differenze.

     Un rumore di carrozza che si ferma…, mi giro e, dopo qualche minuto, c'è già il primo degli invitati, di cui scandisco a voce alta il nome, Conte Gualtiero dei Bongiovanni e contessa Maurilia de Dominici, mentre saluto con un lieve cenno del capo.

                                                                                                                      Tita Ferro