Operosità monastica e bagliori di rivolta a Castellace
Questo brave resoconto di indagine ricostruisce la presenza documentata dei Certosini in Aspromonte, seguendo il filo che unisce Castellace a Sinopoli. Quelle che erano congetture, sia pure suffragate da documentazioni varie, evidenziate nell'articolo apparso su questo blog il 28 novembre scorso ( per aprirlo clicca qui: QUEL LEGAME PERDUTO TRA I CERTOSINI DI SERRA E CASTELLACE DI OPPIDO), alla luce delle inoppugnabili scritture rinvenute nell'archivio della Certosa di Serra San Bruno divengono certezze. Accanto all’operosità silenziosa dei monaci, emergono notizie inedite e quasi inimmaginabili sul cosiddetto “ballo” di San Bruno, episodio che, pur assente dalla memoria locale, sembra prefigurare tante violenze di cui fu teatro in seguito questo territorio. In uno stretto intreccio di devozione e tensioni sotterranee si delinea una storia complessa, rimasta a lungo nell’ombra.
La cronaca colloca la festa di San Bruno “nella contrada di Castellace, territorio del comune di Oppido”, precisando che essa aveva luogo in un’area che il catasto fondiario identificava come “territorio di S. Bruno”¹. Questa indicazione, apparentemente marginale, è in realtà fondamentale: attesta l’esistenza di una micro‑toponomastica religiosa radicata, riconosciuta dagli abitanti e registrata dagli uffici catastali. Ancora oggi, la denominazione sopravvive nella memoria locale e nella cartografia rurale, segno di una continuità che ha resistito alla scomparsa dell’insediamento monastico.
Il 1806 segna una frattura. Con l’occupazione francese e l’applicazione dei decreti di soppressione degli ordini religiosi nel Regno di Napoli, il complesso di Castellace fu chiuso e i suoi beni incamerati dalla Cassa Sacra. Il documento è esplicito: le proprietà passarono “a famiglie di Castellace di Oppido e poi ai Repaci di Sinopoli e S. Eufemia”³. Questo processo è perfettamente coerente con quanto avvenne in tutta la Calabria: i beni ecclesiastici furono venduti all’asta e confluirono nelle mani di famiglie notabili, contribuendo alla formazione di nuovi latifondi. Nel caso di Castellace, la memoria locale conserva il ricordo dei Repaci come ultimi proprietari della tenuta, e ancora oggi i loro discendenti possiedono parte dei terreni dove sorgeva il complesso certosino.
La cronaca ottocentesca dedica poche righe, ma di straordinaria densità, agli eventi che portarono alla soppressione della festa di San Bruno a Castellace. Nel 1859, si legge, “avvenuti fatti terribili di sangue che quasi sempre avvenivano, la fiera e la festa di S. Bruno per ordine del governo si trasportò in Sinopoli”⁵. Questa frase, apparentemente laconica, apre uno squarcio su un fenomeno più ampio: la crescente conflittualità sociale che caratterizzò la Piana di Gioia Tauro nella prima metà dell’Ottocento, in particolare nei territori dove i beni ecclesiastici soppressi erano stati acquisiti da famiglie laiche. A Castellace la festa con i suoi eccessi fu l'occasione proprizia per imbastire una vera e propria rivolta dei contadini contro le angherie dei nuovi poroprietari di quelle che erano state le terre del convento o della grangia di San Bruno.
Il documento non specifica la natura degli scontri, né i protagonisti. Tuttavia, la storiografia sul Mezzogiorno borbonico e preunitario offre un quadro coerente: in molte aree rurali, la soppressione degli ordini religiosi aveva privato i contadini di un interlocutore tradizionalmente percepito come più “giusto” o almeno più prevedibile nella gestione delle terre. Con il passaggio dei beni ai nuovi proprietari — spesso famiglie emergenti, desiderose di consolidare il proprio status — le condizioni cambiarono rapidamente. Aumenti dei canoni, restrizioni sull’uso dei boschi e delle acque, e una gestione più rigida dei diritti d’uso collettivi generarono tensioni diffuse⁶.
Il governo borbonico, già provato dai moti del 1847 e del 1848, era particolarmente sensibile a ogni forma di disordine pubblico nelle campagne. La decisione di trasferire la festa a Sinopoli nel 1859 va dunque interpretata come un atto di controllo sociale: spostare il culto significava sottrarre alla popolazione di Castellace un momento di aggregazione che rischiava di trasformarsi in protesta. La statua del Santo, portata nella chiesa dell’Addolorata, divenne così simbolo di una memoria “esiliata”, mentre la comunità locale perdeva l’ultimo legame rituale con le terre un tempo amministrate dai certosini.
È significativo che, negli anni successivi, la Piana di Gioia Tauro sia stata teatro di ulteriori tensioni agrarie, culminate nelle rivolte contadine di fine Ottocento e nelle lotte per la terra del Novecento. I “fatti di sangue” del 1859 non furono dunque un episodio isolato, ma parte di una lunga storia di conflitti legati alla trasformazione della proprietà fondiaria dopo la soppressione degli ordini religiosi. La memoria locale, pur frammentaria, conserva l’eco di quella stagione: un tempo in cui la festa di San Bruno, da rito religioso, si era trasformata in un campo di battaglia simbolico tra antichi diritti e nuovi poteri.
Bruno Demasi
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1. Archivi XXIII, p. 1.
2. Ibidem.
3. Ibidem.
4. Archivi XXIII, p. 2.
5. Ibidem.
6. A. Placanica, Storia della Calabria, Laterza, 1999; G. Caridi, La Calabria napoleonica, Rubbettino, 2007.
7. Archivi XXIII, p. 2.
8. Archivi XXIII, p. 3.
Bibliografia
Fonte primaria:
– Archivi XXIII – La festa di S. Bruno, Archivio della Certosa di Serra San Bruno.
Studi e contestualizzazioni:
– A. Placanica, Storia della Calabria, Laterza, 1999.
– G. Caridi, La Calabria napoleonica, Rubbettino, 2007.
– P. Bevilacqua, Uomini, terre, economie nell’Italia meridionale, Einaudi, 1989.
– F. Della Peruta, Ribellioni contadine nell’Ottocento meridionale, Il Mulino, 1988.
– G. Isnardi, Aspromonte. Storia e cultura di un territorio, Edizioni di Storia Locale, 2024.
– P. F. Casula, Le Certose d’Italia, Einaudi,1960.