venerdì 29 maggio 2026

LEA GAROFALO E GLI SCRITTORI CHE L’HANNO SALVATA DALL’OBLIO (di Bruno Demasi)

    Nata e cresciuta in un contesto di profonda infiltrazione mafiosa a Petilia Policastro, feudo del clan guidato anche dal fratello Floriano, Lea Garofalo ha vissuto dall'interno l'oppressione della ’ndrangheta, legandosi giovanissima a Carlo Cosco, attivo a Milano nel traffico di stupefacenti. Quando la violenza, l'illegalità e il peso asfissiante di quel mondo sono diventati intollerabili, soprattutto per il desiderio innato di garantire un futuro libero, alternativo e dignitoso alla figlia Denise, Lea ha compiuto la scelta più radicale e pericolosa: fuggire nel 2002 e collaborare con la giustizia, svelando ai magistrati della DDA le faide interne e le dinamiche criminali del clan. Pagò questa coraggiosa ribellione con anni di precarietà e un isolamento istituzionale e umano devastante, uscendo e rientrando più volte dal programma di protezione per testimoni di giustizia a causa di falle burocratiche. Questo calvario è culminato nel novembre del 2010 a Milano — città dove si era recata fiduciosa per discutere del futuro della figlia — dove fu attirata in un vile agguato dall'ex compagno, sequestrata, brutalmente uccisa in un appartamento di via Prealpi e il suo corpo successivamente trasportato a San Fruttuoso (Monza), dove fu bruciato per giorni all'interno di un fusto d'acciaio per cancellarne ogni traccia. Un delitto efferato che, nelle intenzioni dei carnefici, mirava alla distruzione materiale e all'oblio eterno, ma che si è trasformato, grazie alla straordinaria testimonianza e alla denuncia della figlia Denise (all'epoca appena maggiorenne e costituitasi parte civile contro il padre nel processo) in un simbolo universale di riscatto, culminato nei funerali civili di Piazza Duomo a Milano nel 2013, davanti a migliaia di cittadini.

    Se oggi Lea Garofalo è un nome che appartiene alla coscienza civile del Paese, lo si deve anche ad alcuni scrittori che hanno trasformato la sua drammatica vicenda in memoria condivisa: Cristina Muscarà, Piero Colaprico con Alessandra G. Balsamo, Federico Gatti con Denise Cosco. Sono gli di tre libri diversi, tre modi di guardare la stessa donna. Senza di loro, la storia di Lea sarebbe rimasta confinata nelle carte giudiziarie, nelle cronache di nera, nei faldoni di un processo e nelle discussioni interminabili dentro gli studi televisivi. Con loro, invece, è diventata racconto e coscienza condivisa.

    A queste tre narrazioni, negli anni, se n’è aggiunta una quarta, diversa per tono e profondità: quella di Arcangelo De Chiara, autore de LA SCELTA DI LEA, UNA MADRE CONTRO LA NDFRANGHETA, un libro che non si limita a ricostruire la vicenda, ma la riesplora dall’interno, cercando non solo ciò che è accaduto, ma ciò che ha significato. De Chiara scrive: «Lea non ha scelto la morte. Ha scelto la libertà, e la libertà, per alcuni, è un prezzo troppo alto da sopportare». È una frase che potrebbe stare incisa su una lapide civile. Nel suo racconto, Lea appare come una donna che non fugge soltanto da un clan, ma da un’idea di mondo. Una donna che, pur senza strumenti culturali, compie un gesto che ha la forza di un atto filosofico: «La sua ribellione non nasce dall’odio, ma dalla cura». De Chiara illumina la dimensione più intima della sua scelta: la maternità come responsabilità, la fuga come gesto d’amore, la solitudine come condizione morale. È un libro che non aggiunge solo informazioni: aggiunge profondità.

    Cristina Muscarà è stata la prima a restituire un volto a Lea. Il suo libro, LEA, UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA, non è un’inchiesta e non è un romanzo: è un ritratto. Muscarà entra nella vita di Lea con passo leggero, quasi rispettoso, racconta la ragazza cresciuta in una Calabria dove la famiglia è spesso un limite, non un rifugio; la giovane donna che intuisce che la libertà non è un diritto ma un rischio; la madre che decide che sua figlia non erediterà la stessa notte. Muscarà scrive: «Lea aveva capito che l’unico modo per salvare Denise era spezzare il cerchio». E ancora: «Non era nata per essere una ribelle, ma lo diventò per necessità». Una frase semplice, ma che contiene l’intera architettura morale della sua scelta.

    Se Muscarà restituisce il volto, Colaprico e Balsamo restituiscono il contesto. Il loro LEA GAROFALO, LA DONNA CHE SFIDO' LA NDRANGHETA è un libro che scava nella struttura del potere, nella logica del clan, nella grammatica della violenza. Qui la ’ndrangheta appare per ciò che è: un sistema patriarcale assoluto, dove la donna è proprietà, funzione, strumento di alleanze. Scrivono: «Per la ’ndrangheta, una donna che fugge non è una perdita: è un precedente» . E ancora: «Il corpo di Lea non doveva più parlare. Per questo doveva sparire». La fuga di Lea non è un fatto privato: è una minaccia all’ordine interno. Colaprico e Balsamo mostrano la precisione con cui il clan Cosco organizza il controllo, la persecuzione, la punizione. Mostrano la logica del delitto come rito di cancellazione. Mostrano la verità giudiziaria che, nonostante tutto, riesce a emergere.  

    Ma la restituzione più intima  e radicale di questa vicenda , arriva con il libro di Federico Gatti e Denise Cosco, IO, LA FIGLIA DI LEA . Qui la storia non è più solo quella di Lea: è quella di una figlia che decide di continuare la scelta della madre. Denise non parla come vittima: parla come erede morale. La sua voce è limpida, ferma, adulta. Scrive: «Mia madre non è morta per caso. È morta perché ha scelto». E ancora: «Per anni ho avuto paura perfino del mio cognome. Poi ho capito che potevo cambiarne il senso». È lei a restituire alla madre ciò che la ’ndrangheta aveva tentato di negarle: una storia. Ogni pagina è un atto di ricostruzione del corpo materno: non un corpo fisico, ma un corpo narrativo, un corpo morale. In un Paese che spesso dimentica, Denise compie il gesto più difficile: ricordare. E ricordare, quando la memoria brucia, diventa un atto politico.

    Tre libriche si distinguono ( accompagnati da tanti altri titoli, qualcuno dei quali illustrato anche qui in copertina), tre funzioni fondamentali: Muscarà dà un volto, Colaprico e Balsamo danno un contesto, Gatti e Denise danno un’eredità, insieme, costruiscono la memoria completa di Lea Garofalo, dando vita a una memoria che non appartiene più solo alla cronaca nera, ma alla storia civile del Paese.Tre scritti che non nascono come operazioni letterarie, ma come un'operazione civile unica che ha  trasformato una vicenda che rischiava di essere inghiottita dall’oscurità in una storia che illumina. Anche grazie a loro oggi Lea Garofalo non è più solo una vittima, non  più solo un nome in un processo, è una figura etica del Sud, un seme di libertà e di affrancamento pregno di frutto.

     E questo, in Calabria, vale più di qualsiasi monumento.

Bruno Demasi 

Nota bibliografica:

  • Cristina Muscarà, Lea. Un testimone di giustizia, Melampo, Milano . 
  • Piero Colaprico – Alessandra G. Balsamo, Lea Garofalo. La donna che sfidò la ’ndrangheta, Rizzoli, Milano.
  • Federico Gatti – Denise Cosco, Io, la figlia di Lea, Rizzoli, Milano.
  • Arcangelo De Chiara, La scelta di Lea. Una madre contro la ’ndrangheta, Edizioni San Paolo.



mercoledì 27 maggio 2026

ALDO COLOPRISCO : il teatro civile dall’Aspromonte alla Capitale ( di Bruno Demasi )

Dalle aule della Scuola Media di Sant’Eufemia d’ Aspromonte ai palcoscenici romani, la parabola di un autore che ha trasformato il folklore in archivio antropologico e la risata in uno strumento di riscatto sociale.

   Aldo Coloprisco ha lasciato ormai da anni  la Calabria, ma forse  non l’ha mai davvero lasciata. La sua voce, il suo teatro e la sua idea di comunità continuano a essere profondamente intrisi di Aspromonte, di dialetto e di riti popolari. In lui si ritrova quella miscela di ironia e fatalismo che solo il Sud sa generare — quella stessa sintesi che Eduardo De Filippo definiva come «la serietà del comico e la comicità del serio»¹· Oggi vive e lavora a Roma, dove opera in veste di autore, regista, docente e animatore culturale. Tuttavia, le radici del suo percorso affondano molto indietro nel tempo, precisamente dalle strade del natio borgo di San Procopio fin nelle aule e nei corridoi della scuola di Sant’Eufemia d’Aspromonte.

Il periodo calabrese

  Proprio nella scuola media di Sant’Eufemia d’Aspromonte il teatro non era concepito come una semplice attività extracurricolare, bensì come un vero e proprio strumento pedagogico per insegnare a stare al mondo. È in questo contesto che prendono vita i primi testi di Coloprisco, scritti in un dialetto calabrese vivo, fortemente musicale e teatrale: ’A ’ndrangheta s’a caca, U poeta Omeru, ’U presepiu e ’U camposantaru. Questi lavori non nascevano come esercizi scolastici fini a se stessi, ma come autentici atti comunitari. Per Coloprisco, la lingua rappresenta un fattore di appartenenza e la scena si fa specchio della società. La sua scrittura si configura fin da subito come una scrittura orale: non creata per essere letta in silenzio, ma per essere detta, ascoltata e restituita attraverso i corpi degli attori. In questa prima produzione, il dialetto calabrese non è un vezzo identitario, ma un sistema di valori e una lente pulita attraverso cui guardare il mondo. Come ricordava l'antropologo Ernesto de Martino, «la cultura è un argine contro la crisi della presenza»², e il primo teatro di Coloprisco ha funzionato esattamente così: come un argine e un archivio antropologico in cui conservare gesti, paure e memorie che altrimenti rischiavano di scomparire. La lingua popolare, del resto, è prima di tutto «un modo di stare al mondo»³.

Il trapianto romano

    Quando Coloprisco si trasferisce a Roma, porta con sé questo bagaglio culturale e, anziché abbandonarlo, lo rilancia. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”. Per anni trasforma la scuola in un piccolo teatro stabile, guidando gli studenti alla scoperta di classici come Pirandello, Shakespeare e Brecht. La sua attenzione resta focalizzata sulla pedagogia: la pratica teatrale viene intesa come strumento di crescita, educazione alla cittadinanza e palestra di libertà. Bertolt Brecht ricordava che «l’attore deve insegnare qualcosa al pubblico»⁴: Coloprisco sembra averlo preso alla lettera.  La svolta matura nel 1998 con la fondazione della compagnia "Capocotti"⁵, un laboratorio amatoriale che si trasforma rapidamente in un'officina creativa permanente. È in questo spazio che Coloprisco avvia un sistematico lavoro di riscrittura, traduzione e aggiornamento del suo vecchio repertorio aspromontano per aprirsi a un pubblico più vasto. L'evoluzione dei testi mostra un affascinante processo di contaminazione linguistica e culturale:

· U poeta Omeru diventa Omero, una rivisitazione moderna dell’Iliade che fa dialogare Achille con i ragazzi della periferia romana di oggi. 
· ’U camposantaru si trasforma ne Er Camposantaro, conservando intatto il suo impianto grottesco e popolare. 
· ’U presepiu evolve in Er Presepio, traslocando la Sacra Famiglia direttamente in una parrocchia romana.

    In quest'ultima opera, l'interazione tra sacro e profano ricorda i momenti migliori del nostro teatro popolare. La spiritualità non viene trattata come teologia astratta, ma come vita vissuta e vicinato: una dimensione in cui il sacro si manifesta come pura «esperienza comunitaria»⁶.

La risata come arma politica e civile

    Come evidenziato anche dalla critica, la sua produzione si distingue in modo netto per l’impegno sociale e la rilettura moderna dei miti classici⁷. L'esempio più calzante di questo filone è ’A ’ndrangheta s’a caca, la sua opera più nota, rappresentata con successo anche in storici palcoscenici della Capitale come il Teatro delle Muse e l’Anfitrione. L'opera si configura come una commedia civile, feroce e comica al tempo stesso, capace di affrontare i temi del racket e della ribellione al pizzo attraverso l'uso politico del grottesco. Coloprisco non predica, non giudica e non propone lezioni morali dall'alto: egli si limita a mostrare e, nel mostrare, smaschera la realtà. All'interno della commedia, la risata diventa uno strumento di resistenza e un atto di liberazione collettiva. Come teorizzato da Michail Bachtin, «il riso abbatte le gerarchie»⁸: smontare il potere criminale ridicolizzandolo significa strappargli la maschera dell'invincibilità, privarlo del prestigio sociale e restituirlo alla sua intrinseca nudità. Di fronte alla ferocia del reale, si sperimenta quella dinamica tipica del teatro di Raffaele Viviani per cui «il popolo ride per non piangere»⁹. La legalità, nel teatro di Coloprisco, non è mai un concetto astratto, ma un rito civile e un gesto concreto di una comunità che sceglie di non avere più paura.

La narrativa e la tutela dei dialetti

Accanto alla produzione per la scena, Coloprisco ha coltivato negli anni un'attività narrativa parallela, seppur meno nota al grande pubblico. Ha scritto romanzi brevi e racconti che oscillano costantemente tra la memoria e la satira, muovendosi geograficamente e linguisticamente tra la Calabria e Roma, tra l'italiano e il vernacolo. Anche nella pagina scritta emerge la medesima coerenza etica: la parola è usata come strumento di verità e la narrazione diventa un'occasione per destare la memoria collettiva che, nelle parole di De Martino, è sempre «un atto di presenza»¹⁰.A questo impegno si lega anche il suo ruolo di animatore, a Roma, di una rassegna teatrale interamente dedicata ai dialetti. Si tratta di un progetto che unisce scuole, compagnie e gruppi amatoriali con l'obiettivo di restituire piena dignità alle lingue locali, storicamente relegate ai margini della cultura ufficiale. Attraverso l'«utilizzo del vernacolo (calabrese e romano) […] alternando toni grotteschi, comici e drammatici»¹¹, Coloprisco dimostra che il dialetto non è un mero residuo folkloristico o una macchietta, bensì una lente critica e una forma di memoria indispensabile per decodificare il presente.

    Aldo Coloprisco può essere considerato un sapiente artigiano della scena, un pedagogo e un narratore civile. Il suo stile personalissimo unisce il comico e il drammatico, le radici popolari e la critica sociale, senza mai cedere alla retorica o trasformare la propria terra d'origine in una sterile cartolina nostalgica. Il teatro, del resto, non è finzione, bensì «verità filtrata dalla poesia»¹². Il suo più grande esempio risiede probabilmente nell'idea stessa che ha del palcoscenico: uno spazio che non è un altare distante su cui celebrare l'arte, ma una piazza aperta. Riprendendo la lezione della storiografia culturale, «la piazza è il luogo della verità collettiva»¹³: un avamposto di cittadinanza in cui il popolo può guardarsi allo specchio, riconoscersi e, finalmente, ritrovarsi.

Bruno Demasi

______________ 
1.E. De Filippo, Teatro, vol. I, Torino, Einaudi, 2005, p. 14.
2.E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 89.
3.A. Buttitta, Antropologia del sacro, Palermo, Sellerio, 1992, p. 56.
4.B. Brecht, Scritti teatrali, Torino, Einaudi, 1975, p. 52.
5.Cfr. Scheda biografica Coloprisco,"Il teatro della Capitale" p. 2.
6.E. De Martino, Sud e magia, cit., p. 94.
7.Scheda biografica Coloprisco, cit., p. 2.
8.M. Bakhtin, L’opera di Rabelais, Torino, Einaudi, 1979, p. 108. 
9.. Viviani, Teatro, Napoli, Guida, 1980, p. 44.
10.. E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 23.
11. Scheda biografica Coloprisco,cit. p. 3.
12.E. De Filippo, Teatro, vol. I, cit., p. 9.
13. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma-Bari, Laterza, 1985, p. 18.

martedì 26 maggio 2026

ERANOVA: L’ ODIATA UTOPIA CALABRESE DELLA “NUOVA ERA” ( di Bruno Demasi )

  

    Tra le molte pagine dimenticate della Calabria, poche sono suggestive quanto quella che ancora parla di Eranova, un piccolo insediamento agricolo sorto nel 1896 come frazione di Gioia Tauro. Non era un paese come gli altri: era il frutto di una ribellione contadina, un esperimento sociale fondato su solidarietà, lavoro condiviso e rifiuto del latifondo. Un nome programmatico — "Nuova Era" — che conteneva una promessa di emancipazione, a cui un manipolo di contadini con le loro famiglie si aggrapparono con tutte le loro forze

   Sostenitori e ideatori furono Ferdinando Rombolà e Giuseppe Pellicano' che il 6 agosto delle stesso anno capitanarono una vera e propria ribellione non violenta  verso la famiglia Nunziante che aveva creato nell’attuale paese di San Ferdinando delle piccole case, prevalentemente in legno, per i contadini e negava a chi desiderava uscire da quelle vecchie “ casette “ il permesso di costruire edifici di proprietà, in muratura  più resistenti e comodi.

    Il Rombolà fu il primo a prendere l’iniziativa e, dopo aver individuato un vicino terreno che ricadeva nel comune di Gioia Tauro , vi costruì la propria abitazione. Il suo coraggioso esempio fu seguito da molti, tanto che già nel 1902 l’abitato che era sorto era diventato considerevole ed in grado da richiedere l’istituzione, come parrocchia, della chiesa già costruita a totale carico di spesa degli abitanti del nuovo villaggio che fecero a gara per edificare con la solidale fatica  di uomini, donne e bambini l'edificio sacro e la scuola, quasi emuli dei Padri Pellegrini della Mayflower che tre secoli prima avevano agisto allo stesso modo in America. Il comune di Gioia Tauro approvò l’iniziativa.

    Lo spirito di fondazione che animava quella gente era la volontà di sottrarsi al sistema feudale che dominava la Piana. La fine dell’Ottocento era un’epoca di tensioni agrarie: salari bassissimi, terre concentrate nelle mani di pochi, condizioni di vita durissime. In questo contesto, fondare un insediamento autonomo significava compiere un gesto politico.

    Il nome scelto — Eranova — non era solo simbolico: esprimeva la volontà di costruire un modello alternativo, basato su lavoro cooperativo, equilibrio con la natura, solidarietà tra famiglie, rifiuto della dipendenza dai Nunziante e dagli altri grandi proprietari terrieri. Secondo le testimonianze raccolte dall’artista e ricercatore Martin Errichiello, la comunità viveva di agricoltura, allevamento, vigneti e pascoli, in un rapporto armonico con la pianura che oggi appare irriconoscibile. Un anziano abitante, intervistato nel 2019, ricordava: «Qui non c’era ricchezza, ma c’era libertà. E la libertà valeva più dei soldi»².

    Per decenni Eranova prosperò come un microcosmo autosufficiente. Le famiglie costruirono case, tracciarono nuove strade, coltivarono campi. La comunità era piccola, ma coesa: un laboratorio sociale che anticipava forme di cooperazione rurale che solo molto più tardi sarebbero state riconosciute come modelli virtuosi.La vita quotidiana era scandita da lavoro condiviso, mutuo aiuto, gestione comunitaria delle risorse e delle difficoltà, forte identità collettiva. Eranova era, in fondo, una “repubblica contadina”, come quelle descritte da Ernesto De Martino quando osservava le comunità meridionali capaci di reinventare la propria sopravvivenza attraverso una promessa condivisa di solidarietà totale³.

    Quella promessa fu spezzata nel 1972, quando l’area venne destinata dalla “Democrazia Cristiana”, allora al governo, al progetto del V Centro Siderurgico, un piano industriale mai realizzato ma sufficiente a decretare la fine del borgo. Le case furono drasticamente abbattute insieme alla chiesa e alla scuola, i vigneti cancellati, gli abitanti trasferiti, quasi in modo coatto, a Gioia Tauro e a San Ferdinando, il territorio completamente riconfigurato. Oggi, sotto il cemento del porto di Gioia Tauro, giace la memoria di una comunità che aveva tentato di reinventare il Sud.

    Il borgo scomparve senza che la comunità fosse realmente consultata. Un’intera esperienza sociale venne sacrificata a un’industrializzazione che non arrivò mai.Un ex abitante racconta: «Ci dissero che era per il progresso. Ma il progresso non è mai arrivato. Solo le ruspe»⁴. Vito Teti, parlando di luoghi scomparsi, scrive che «i paesi non muoiono mai del tutto: restano come ferite aperte nella memoria di chi li ha abitati»¹. Eranova è una di queste ferite ancora aperte. 

    Negli anni successivi, l’area fu destinata alla costruzione del porto di Gioia Tauro, oggi uno dei più importanti hub del Mediterraneo. Dove un tempo c’erano vigne, case e pascoli, oggi si estendono banchine, container, gru. La storia di Eranova diventa così una parabola emblematica:un’utopia contadina spazzata da una modernizzazione imposta dall’alto, un territorio trasformato, senza memoria, una comunità dispersa. Il contrasto tra ciò che era e ciò che è diventato il luogo rende questa vicenda una delle più significative della storia calabrese contemporanea.

  A riportare alla luce questa storia è stato il lavoro di Martin Errichiello, che ha raccolto testimonianze, suoni, ricordi e li ha trasformati in un’opera audio in sei puntate, Campanamuta, trasmessa su Rai Radio 3 e oggi disponibile su RaiPlay Sound. Il progetto intreccia:interviste agli ex abitanti,ricostruzioni storiche, paesaggi sonori, narrazioni letterarie. È un tentativo di restituire voce a un luogo che non esiste più, ma che continua a vivere nella memoria di chi lo ha abitato. Errichiello scrive: «Eranova non è un luogo: è un’eco. Un suono che ritorna quando tutto sembra perduto»⁵.

    La storia emblematica di Eranova non è solo un episodio locale: è una chiave per leggere l'intera storia del Mezzogiorno perché racconta la forza delle comunità rurali,la fragilità dei progetti politici calati dall’alto, la violenza simbolica della modernizzazione incompiuta, la necessità di preservare le memorie marginali. È una storia che interroga anche il presente: cosa resta delle utopie popolari? Quali territori abbiamo sacrificato? Quali memorie rischiano di scomparire? 

    Come scrive Franco Cassano: «Il Sud non è solo ciò che è stato, ma ciò che avrebbe potuto essere»⁶. Eranova è esattamente questo: un Sud possibile, cancellato prima di diventare reale.

Bruno Demasi
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1. V. Teti, Pietre di pane. Un’antropologia del restare, Quodlibet, 2011, p. 47.
2. Testimonianza raccolta da M. Errichiello, Campanamuta, Rai Radio 3, 2019.
3. E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, 1959, pp. 112-115.
4. Intervista anonima in M. Errichiello, Campanamuta, cit.
5. M. Errichiello, appunti di produzione, 2019.
6.F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, 1996, p. 9.