Questa è forse la cifra più sorprendente della sua esistenza: la normalità del bene. Un bene quotidiano, ostinato, mai esibito. Un bene che non nasce da un’ideologia, ma da un atteggiamento interiore: guardare gli altri come persone e non come problemi.
Don Italo non voleva “aiutare i poveri”: voleva cambiare le condizioni che li rendevano poveri. Per questo parlava di educazione, di responsabilità, di cittadinanza. Per questo coinvolgeva i giovani, li metteva davanti alla realtà, li costringeva a guardare negli occhi la sofferenza e a non voltarsi. Negli anni in cui la ’ndrangheta era un potere innominabile, lui ne parla di continuo e apertamente. Non solo per coraggio, ma per coerenza. Nel 1984, dopo la liberazione del piccolo Vincenzo Diano, pronuncia una delle omelie più nette della storia civile calabrese:«I mafiosi non sono uomini. I mafiosi non hanno onore»³.Parole semplici, ma in Calabria, allora, erano un terremoto. Non cercava lo scontro: cercava la verità. E la verità, quando è detta senza paura, diventa un atto politico.Cosimo Sframeli, nel suo studio sui preti antimafia, colloca don Italo tra coloro che «hanno rotto il silenzio prima che il silenzio diventasse complicità»⁴. È un giudizio che restituisce la portata del suo gesto: non un atto isolato, ma un modo di essere Chiesa.
Don Italo è anche tra i fondatori della Caritas Italiana con la presenza incoraggiante e attiva di quella Suor Maria Speranza Lentini, originaria di Varapodio, troppo presto dimenticata (cfr. l'articolo qui pubblicato cliccando qui: SUOR MARIA SPERANZA: L’ARTE DELLA CARITA’ E LA MISSIONE DELLA BELLEZZA (di Bruno Demasi) . Per lui la Chiesa non doveva essere un rifugio, ma un ponte tra ricchi e poveri, tra chi ha voce e chi non ce l’ha. La sua idea di carità era una pedagogia: educare alla responsabilità, alla partecipazione, alla cittadinanza.Nel suo testamento spirituale, scritto poche settimane prima di morire, si legge:«Non ho fatto nulla di straordinario. Ho solo cercato di voler bene»⁵.È una frase che potrebbe sembrare modesta, ma è in realtà la sintesi più alta della sua vita: voler bene come forma di resistenza.Una santità che non ha bisogno di aureole
Muore nel 1990, lasciando un’eredità che non si misura in opere materiali, ma in coscienze risvegliate. Oggi è in corso il processo di beatificazione, ma per molti reggini la sua santità era già evidente: non nei miracoli, ma nella normalità del bene.Laura Pompeo, in un ritratto civile, lo definisce «il don Milani del Sud, ma senza la durezza del profeta: un educatore che non ha mai rinunciato alla tenerezza»⁶. È forse la definizione più giusta: don Italo non ha mai alzato la voce, e proprio per questo la sua voce è rimasta.
Don Italo Calabrò parla al presente. Parla a una Calabria che ancora oggi fatica a credere in se stessa. Parla a una Chiesa che rischia di dimenticare la sua vocazione sociale. Parla a un Paese che ha bisogno di esempi non eroici, ma credibili.La sua vita ci ricorda che il bene non è mai spettacolare. È fatto di gesti piccoli, ripetuti, ostinati. È fatto di scelte quotidiane, di fedeltà silenziose, di una presenza che non si impone ma accompagna.
La straordinaria normalità del bene: la sua rivoluzione.
Bruno Demasi
__________
Ivi, p. 47.
2. Omelia per la liberazione di Vincenzo Diano, 1984, in Agasso, op. cit., p. 103.
3. Cosimo Sframeli, Preti antimafia per un Aspromonte libero, Laruffa, 2010, p. 89.
4. Testamento spirituale, 9 giugno 1990, in Piccola Opera Papa Giovanni, Archivio storico, p. 3.
5. Laura Pompeo, «Il don Milani del Sud», La Voce e il Tempo, 2019, p. 2.