Quando Cognata arriva a Bova nel 1933, la diocesi è un mosaico di paesi arroccati sulle alture aspromontane, strade impervie, povertà diffusa. La Calabria ionica è ancora un mondo arcaico, segnato dall’emigrazione, dall’analfabetismo, da un clero spesso isolato. Il giovane vescovo — ha 48 anni — non si lascia intimidire. Cammina, letteralmente: a piedi, a dorso di mulo, sotto il sole e nella neve. Visita ogni paese, ogni famiglia, ogni canonica. Lo storico Giuseppe Falanga osserva che Cognata «si immerse nella realtà calabrese con una dedizione che stupì persino i suoi confratelli: non era un amministratore, era un pastore itinerante»¹.
La sua pastorale è fatta di prossimità, ascolto, presenza. Non porta con sé un programma astratto e parolaio, come già allora cominciava ad andare di moda, ma solo un metodo strettamente evangelico: la vicinanza. È la lezione di Don Bosco, tradotta nella geografia aspra dell’Aspromonte. È in questo contesto che matura la sua intuizione più grande: fondare una congregazione femminile capace di vivere tra la gente, non chiusa nei conventi, ma immersa nella vita quotidiana dei paesi. Nascono così le Salesiane Oblate del Sacro Cuore, una comunità di donne consacrate che insegnano, curano, accompagnano, alfabetizzano. Una congregazione povera, popolare, radicata nel territorio.
Falanga nota che «Cognata comprese prima di molti che la Calabria aveva bisogno di donne libere e forti, capaci di evangelizzare attraverso la prossimit໲. Le Oblate diventano il volto nuovo della Chiesa calabrese: discreto, tenace, popolare. Sono presenti nei paesi più remoti, nelle scuole improvvisate, negli oratori, nelle case delle famiglie più povere. La loro opera non è solo religiosa: è civile, educativa, sociale. È una forma di ricostruzione dal basso, in una terra che lo Stato aveva spesso dimenticato e che continuava a dimenticare.
Ma proprio quando la sua opera sembra consolidarsi, l’ombra cade improvvisa. Nel 1940, Cognata viene accusato — senza prove solide, senza contraddittorio, senza un processo pubblico — di comportamenti impropri nella direzione spirituale di alcune religiose. La Congregazione del Sant’Uffizio lo condanna. Viene privato dell’episcopato, allontanato dalla diocesi, costretto al silenzio.
La vicenda, riletta oggi negli studi storici, appare come un intreccio di fraintendimenti, gelosie locali, testimonianze contraddittorie e un clima ecclesiastico irrigidito dalla paura dello scandalo. Lo storico salesiano Morand Wirth definisce il caso Cognata «una delle più dolorose ferite inferte a un uomo giusto dalla stessa istituzione che egli serviva»³. La condanna è rapida, severa, senza possibilità di difesa. È una pagina sicuramente tra le più oscure della storia ecclesiastica del Novecento.
Per più di vent’anni, Cognata vive come un semplice sacerdote salesiano. Confessa, predica, accompagna anime. Non ha più una diocesi, ma ha ancora un popolo: le sue suore, che continuano a riconoscerlo come guida spirituale. Falanga nota che «il suo esilio non fu inattività: fu un ministero nascosto, ma fecondo»⁵, un tempo di purificazione, di silenzio, di fedeltà, un esilio interiore, ma anche un ministero nascosto. Nel clima nuovo del Concilio Vaticano II, la Chiesa rilegge la sua vicenda. La condanna appare infondata, sproporzionata, ingiusta. Nel 1962 Giovanni XXIII lo riabilita e gli restituisce la dignità episcopale. Cognata non chiede nulla. Non rivendica. Non cerca risarcimenti. Torna a servire con la stessa mitezza di sempre. Muore nel 1972, circondato dalle sue suore. La sua fama di santità cresce lentamente, come accade alle figure che non hanno cercato la scena. Nel 2020 papa Francesco (!) riconosce ufficialmente la sua innocenza e la sua grandezza spirituale, definendolo «un pastore che ha portato la croce senza mai perdere la dolcezza»⁶. Nel medesimo anno si apre il suo processo di beatificazione.
Oggi, la figura di Mons. Giuseppe Cognata appare come una vera e propria parabola vivente: un uomo che ricostruì la Calabria attraverso l’educazione e la prossimità e che ricostruì se stesso attraverso il silenzio e la fedeltà a oltranza. Un vescovo che non ha lasciato cattedrali, ma ha lasciato coscienze. Un fondatore che non ha scritto trattati, ma ha scritto pagine evangeliche indelebili. Un innocente che non ha gridato, ma ha atteso. E la storia, alla fine, gli ha dato ragione.
2. Ivi, p. 52.
3. M. Wirth, I Salesiani nel Novecento, LAS, 2008, p. 312.
4. E. Zoffoli, Figure di santità nel nostro tempo, Edizioni OCD, 1985, p. 201.
5. Falanga, La santità nascosta, cit., p. 103.
6. Papa Francesco, Messaggio alle Salesiane Oblate del Sacro Cuore, 10 febbraio 2020.