La parola come documento e la Calabria come sistema simbolico
Profazio appartiene alla grande tradizione mediterranea dei cantastorie, ma la supera. Nelle sue ballate - da Il brigante Musolino a La baronessa di Carini, da Colapesce a Governo ’taliano - la parola non è mai semplice intrattenimento: è documento antropologico, è memoria collettiva, è forma di resistenza. Domenico Ferraro, che gli ha dedicato un importante studio, lo definisce “dotato di una memoria non comune e di una rara capacità di ascolto”¹: qualità che non appartengono solo al musicista, ma al ricercatore di campo.
Profazio ascolta, raccoglie, registra, annota. Non fa folclore: fa ricerca. Ma la sua ricerca non è accademica, né museale. È una ricerca interna, condotta da chi appartiene alla stessa cultura che indaga. Per questo la sua voce non è mai esterna, mai giudicante, mai paternalistica. È una voce che conosce la materia che canta. Un esempio emblematico è la sua ballata su Musolino, dove la voce del cantastorie diventa strumento di interpretazione sociale:
Vito Teti, che ha spesso riconosciuto in Profazio un “grande ricercatore delle culture popolari”², ha colto un punto decisivo: Profazio non idealizza il Sud, non lo abbellisce, non lo difende. Lo racconta senza cartoline, con una libertà che solo gli artisti popolari possiedono. La sua ironia tagliente, a volte spietata, è una forma di verità. In Qua si campa d’aria, la sua ironia diventa antropologia:
La scrittura: un laboratorio di oralità e di collaborazione con Ignazio Butitta
La scrittura di Profazio, spesso in dialetto calabrese o siciliano, è una delle più importanti esperienze di letteratura orale del Novecento italiano. La collaborazione con Ignazio Buttitta, a partire dal 1963, è un capitolo fondamentale. L’album Il treno del sole (1964) porta nella canzone popolare la grande poesia civile siciliana. Il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali diventa, nella sua voce, una ballata di altissima intensità civile:
Qui Profazio non interpreta: traduce. Traduce la poesia in canto, la denuncia in racconto, la storia in mito. È un procedimento tipico della letteratura popolare, ma nella sua opera assume una qualità nuova: la capacità di trasformare la cronaca in epica civile.
Per comprendere Profazio, bisogna comprendere Buttitta. E per comprendere Buttitta, bisogna comprendere Profazio. Il loro incontro non è un episodio: è un crocevia culturale. Profazio incontra Buttitta nei primi anni Sessanta, quando il poeta siciliano, già figura centrale della poesia civile italiana , cercava una voce capace di portare i suoi versi fuori dai libri, nelle piazze, nelle comunità, nelle case. Buttitta aveva già collaborato con Cicciu Busacca, ma in Profazio vede qualcosa di diverso: una voce più duttile, più narrativa; una capacità di mediazione culturale; una sensibilità politica non ideologica ma popolare; una conoscenza profonda del Sud peninsulare.
Profazio, dal canto suo, riconosce in Buttitta un poeta che non scrive “per la pagina”, ma per la voce. Un poeta che pensa in termini di ritmo, di respiro, di coralità. È un incontro naturale: il poeta che cerca il cantastorie, il cantastorie che cerca il poeta. Buttitta è un poeta politico, ma non nel senso della propaganda: è un poeta della giustizia, della dignità, della memoria dei vinti. Profazio comprende questa dimensione e la traduce in canto senza attenuarla. Il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali è un esempio perfetto: Profazio non addolcisce, non semplifica, non “spettacolarizza”. Rende la denuncia udibile, e dunque efficace.
Buttitta e Profazio condividono una visione: il popolo non è un oggetto da rappresentare, ma un soggetto da ascoltare. Buttitta lo fa con la poesia; Profazio con la voce. Entrambi lavorano sulla memoria, sulla sofferenza, sulla dignità, sulla rabbia, sulla speranza. Entrambi rifiutano l’idea di un Sud folklorico, pittoresco, turistico. Entrambi costruiscono un Sud tragico e reale, ma anche ironico, vitale, resistente. Buttitta è un poeta: lavora sulla parola, sulla forma, sulla tradizione letteraria. Profazio è un cantastorie: lavora sulla voce, sul ritmo, sulla comunità. La loro collaborazione è un incontro fra letteratura e oralità, fra scrittura e voce, fra testo e performance. Profazio non “interpreta” Buttitta: lo ri-crea. E Buttitta non “usa” Profazio: lo affida. Profazio porta Buttitta fuori dalla Sicilia, nel Sud peninsulare, nelle piazze calabresi, lucane, pugliesi. Lo porta in RAI, lo porta nei dischi, lo porta nelle case. Senza Profazio, Buttitta sarebbe rimasto un grande poeta civile; con Profazio, diventa voce pubblica. È un caso raro nella cultura italiana: un poeta che trova nel cantastorie il proprio miglior interprete.
Una delle traduzioni più potenti è quella di Lu trenu di lu suli, dove Profazio restituisce la tensione sociale del testo buttittiano:
La collaborazione fra Profazio e Buttitta non è un episodio della musica popolare: è un capitolo della storia culturale del Novecento italiano. Jacopo Tomatis lo ha colto bene quando definisce Profazio un “intellettuale popolare”⁴: un artista capace di unire alto e basso, tradizione e modernità, poesia e piazza. Buttitta gli offre la parola; Profazio le offre la voce. Insieme costruiscono una forma nuova di epica civile mediterranea.
Il cantastorie come intellettuale popolare
La voce di Profazio non cerca la bellezza lirica: cerca la verità. È una voce “di stomaco”, come lui stesso diceva, una voce che non si preoccupa della perfezione ma dell’efficacia narrativa. La sua chitarra accompagna con semplicità, secondo la tradizione dei cantastorie di piazza. Ma la semplicità è solo apparente: è una scelta estetica. Profazio non vuole abbellire la materia che canta: vuole renderla udibile. Il successo di Qua si campa d’aria (1974), oltre un milione di copie, è un caso unico nella musica popolare italiana. Quella canzone è diventata un inno meridionalista, ma anche un ritratto antropologico: la bellezza del Sud e la sua povertà strutturale, la leggerezza e la fatica, la gioia e la mancanza.
Jacopo Tomatis ha definito Profazio un “intellettuale popolare”⁴: definizione perfetta. Profazio non è un artista che si limita a riprodurre la tradizione: la interpreta, la riscrive, la reinventa. È un autore che conosce la modernità e la usa per salvare l’antico. La sua presenza in RAI negli anni Sessanta e Settanta ha portato il folclore meridionale nel circuito nazionale, ma senza snaturarlo. Profazio non ha mai ceduto alla spettacolarizzazione: ha mantenuto la sua voce fedele alla piazza, al racconto, alla comunità.
Intitolare a Otello Profazio l’aeroporto di Reggio Calabria non è un gesto celebrativo: è un gesto culturale. Profazio ha dato alla Calabria ciò che la Calabria non aveva: una narrazione pubblica, una memoria condivisa, una voce riconoscibile. Ha fatto ciò che gli antropologi fanno nei libri: ha raccolto, interpretato, restituito. Ma lo ha fatto cantando.
E forse è proprio questo il punto: la sua opera dimostra che la cultura popolare non è un residuo, ma una forma di intelligenza. E che la Calabria, per essere capita, deve essere ascoltata. Profazio l’ha ascoltata per tutta la vita. E l’ha fatta ascoltare a tutti.
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2.Vito Teti, Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Donzelli, Roma 2004, p. 233.
3.Ignazio Buttitta, Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali, in Io faccio il poeta, Mondadori, Milano 1978, p. 112.
4.Jacopo Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Il Saggiatore, Milano 2019, p. 284.
5.Otello Profazio, Il brigante Musolino, in Otello Profazio canta il brigante Musolino, Vis Radio, Napoli 1963.
6.Otello Profazio, Qua si campa d’aria, in Qua si campa d’aria, RCA Italiana, Roma 1974.
7. Ignazio Buttitta / Otello Profazio, Lu trenu di lu suli, in Il treno del sole, Jolly, Milano 1964.
