mercoledì 14 ottobre 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: CRAUFURD TAIT RAMAGE (1828) ( di Rocco Liberti)

      Con la sua abituale capacità di far parlare la storia, Rocco Liberti ci accompagna questa volta sulle orme di Craufurd Tait Ramage, uno scozzese dallo sguardo curioso, ironico e a tratti severo che nell’aprile del 1828 decise di attraversare la Calabria. Pastore della Chiesa di Scozia, uomo di studi e scrittore instancabile, Ramage non si limitò a descrivere rovine, paesaggi e città. Della sua avventura calabrese lasciò un libro singolare, The Nooks and Byways of Italy, pubblicato a Liverpool nel 1868: una pagina rara in cui la nostra regione appare con le sue strade difficili, i suoi santuari, le sue paure, le sue devozioni, i suoi personaggi e le sue contraddizioni.Al centro del racconto, che si snoda in un lungo itinerario ( Praia a Mare, San Nicola Arcella, Scalea, Cosenza, Nicastro, Pizzo, Gerace, Squillace, Catanzaro, Crotone, Cariati e Rossano), c’è una vicenda che sembra uscita da un romanzo: la statua del Redentore conservata ad Aieta, che avrebbe cominciato a “sudare” una misteriosa manna. Attorno a quel presunto miracolo si muovono la folla, le autorità, il clero e lo stesso Ramage, che osserva, dubita, pone domande e non si lascia facilmente convincere. È qui che Liberti dà il meglio di sé: ricostruisce l’episodio con precisione e ritmo, senza trasformare la Calabria dell’Ottocento in una galleria di superstizioni, ma restituendole il volto concreto di una terra viva e credente, anche se talvolta  succube della propria ingenuità.(Bruno Demasi)

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   Craufurd Tait Ramage, un singolare personaggio che ha scritto delle belle pagine sulla nostra regione, dalle quali traspare in modo netto la sua avversione per i preti e ogni superstizione, è nato ad Annesfiels nel 1803, si è laureato in lettere all’università di Edimburgo e ha fatto anche il ministro della chiesa scozzese. Scrittore e pubblicista, è stato a Napoli, dove ha seguito in qualità di precettore i figli del console per la durata di un triennio. Nell’aprile del 1828 ha compiuto un viaggio in Calabria, dopo il quale è rientrato in Scozia. Qui è stato docente alla Wallace Hall Accademy e magistrato di pace. All’università di Glasgow ha ottenuto la conferma a dottore in legge. Ha pubblicato antologie di autori greci, latini, francesi, italiani, tedeschi e spagnoli. È morto nel 1878. La sua opera sull’escursione calabrese con titolo “The Nooks and Byways of Italy-Wanderings in Search of its Ancient Remains and Modn Superstitions”, dedicata al duca Carlo Filangieri, è stata edita nel 1868 a Liverpool da Edward Howell, mentre l’edizione italiana a cura di Elena Lande Rospigliosi è apparsa nel 1966 a Roma per conto dell’editore De Luca quale “Viaggio nel regno delle due Sicilie”.

     Come quasi tutti i viaggiatori del passato, lo scozzese è partito da Napoli. Lasciata la città il 29 aprile, con prima tappa Paestum e dopo aver visitato l'incantevole riviera, è giunto attraverso Sapri e Maratea al villaggio della Madonna della Grotta, odierna Praia a Mare, dove ha subito chiesto notizie sull'ubicazione del rinomato santuario. Dopo un bel po' d'indagini, forse seccato per quelle scarne persone che lo miravano in modo sospettoso e gli fornivano indicazioni imprecise, è pervenuto alfine allo speco e si è dato a salire per quegli scalini, consumati in gran parte dal piede dei pellegrini, ma al tempo ricoperti di muschio verde. Ciò a motivo che quello era da parecchio disertato, facendovi capolino soltanto coloro che abitavano nei pressi.

     Entrato nell'ampia cavità, frequentata sin da ere antichissime, ha fatto la conoscenza del sacrestano della chiesa ivi esistente, che gli è venuto a sciorinare la leggenda del rinvenimento della statua di Maria, del susseguente trasporto ad Aieta, della sua scomparsa e del definitivo rinvenimento del sito. Accolte le parole dello scaccino con palese scetticismo, si è avviato verso l'uscita, ma proprio mentre «stava meditando sulle follìe e le superstizioni da cui è afflitta l'umanità» e aveva dimenticato la natura sdrucciolevole dell'erta, si è trovato a ruzzolare giù rovinosamente. Sia che fosse un tantino fortunato sia che il sacco, di cui era provvisto, ne avesse attutito la caduta, ha però rimediato solo qualche scalfittura e ha avuto i vestiti imbrattati, per cui ha potuto riprendere agevolmente il cammino.

     Era suo intento rimanersene ancora un po' nel villaggio, onde ristorarsi, ma non esistendo ricetto di sorta, è stato costretto a portarsi a Casaletto, oggi San Nicola Arcella. Nella tappa di trasferimento gli è stato compagno un tale incontrato per via, che aveva la stessa mèta. Qui giunto, ha sostato in una «misera» locanda, dove una  una «persona molto distinta»  non meno loquace del sacrestano lo ha intrattenuto sul portentoso evento allora avvenuto in Aieta per una statua del Redentore, che «aveva improvvisamente incominciato a trasudare dai pori, in modo miracoloso, un liquido dolciastro...». Lì per lì ha creduto di capire che si trattava «di una nuova versione della vecchia farsa dei monaci di S. Biagio» di Maratea, ma, datosi che lo sconosciuto gli aveva riferito che stava recandosi a Scalea per comunicare al giudice Pelerino che l'evento si prolungava ormai da giorni, non ci ha pensato più di tanto e ha deciso di accompagnarsi seco lui per appurarne dell’altro.

     Le cose stavano in questo modo. Don Francesco Lo Monaco, «ricco proprietario terriero, tenuto in concetto di santità», si recava ogni mattina a pregare nella sua cappellina privata. Un bel giorno si è accorto con sommo stupore che la statua del Redentore ivi sistemata emanava un liquido cosiddetto «manna». È rimasto subito sorpreso dal fatto, ma non ha reagito. Non ha resistito all'emozione qualche mattino appresso quando si è reso conto che la manna aveva inondato non solo il simulacro, ma finanche il pavimento. Si è precipitato allora a informare gli amici e con loro è stato ancora testimone di quanto succedeva di strano. Si sono avvertiti, quindi, il sindaco e le autorità civili ed ecclesiastiche e tutti hanno gridato al miracolo. Sono arrivati infine il giudice e il cancelliere, i quali si sono meravigliati nell'apprendere che il portento si verificava soltanto in alcuni periodi.

     Stanchi del viaggio, lo scozzese e l’occasionale compagno sono andati a dormire, ma nella notte il giudice è stato svegliato da un domestico che recava la notizia che il miracolo si era di bel nuovo ripetuto. Fattosi giorno, il magistrato ha raggiunto Aieta, ove ha dovuto arrendersi all'evidenza. Preso da fervore religioso, si è buttato in ginocchio a pregare, rimanendo in quella posizione per almeno un'ora. Edotti a loro volta, si sono condotti sul posto anche il sottintendente di Paola e il giudice criminale, i quali non hanno potuto che constatare quanto avveniva.

     A tal punto i preti si sono fatti vivi pretendendo che il simulacro fosse portato in chiesa per esservi custodito. Il Lo Monaco dapprima si è opposto, ma poi ha ceduto e il desiderio di quelli è stato esaudito. Nel tempio, però, molto stranamente, ha smesso di sudare e la popolazione, dopo due giorni di vana attesa, ha reclamato la restituzione dello stesso al sito originario. Qui il miracolo si è riaffacciato, cosa per cui i preti hanno reiterato la manovra. Alla fine, dopo un batti e ribatti, la statua giocoforza è ritornata all'antico proprietario.

    Il Ramage, al minuzioso racconto fattogli dal giudice, si è offerito del tutto scettico e, dopo aver assaggiato della manna contenuta in un flacone, ha invitato quegli a essere meno credulone e ad adottare le misure appropriate per venire a capo della vicenda. Convinto dalle suasive parole del colto forestiero, il magistrato lo ha invitato ad andare con lui ad Aieta, ma egli, molto saggiamente, ha declinato l'offerta, avendo particolare timore di poter offendere il «carattere superstizioso» e il «temperamento eccitabile» della popolazione.

     Da Scalea lo scozzese ha proseguito verso sud e stava per porre termine alla visita della provincia cosentina dalla parte dello Jonio, quando a Cassano ha avuto sentore di come si era evoluto lo strano caso. Era successo che le autorità ecclesiastiche avevano voluto vederci chiaro. Stimando l'evento «una trovata di Satana», hanno dato incarico al vescovo diocesano e questi, assai solerte, è riuscito a smascherare l'artefice dell'inganno, che d'inganno infatti si trattava. Aveva tutto combinato il pio Lo Monaco, il quale, messo alle strette, alla fine si è deciso a confessare ogni cosa. L'espediente, cui si faceva ricorso, si dimostrava alquanto ingenuo, ma nessuno, preso dal raptus religioso, era in grado di accertare la verità. Egli cospargeva la statua di liquido, quindi ne riempiva due bacinelle, che sistemava ai piedi della stessa. Eseguita l'operazione, invitava la gente a entrare e quella, che vedeva solo la manna essudare dal simulacro e riversarsi nelle bacinelle, gridava tosto al miracolo.

     Il primo a restare contento della scoperta del falso è stato ovviamente il Ramage, sia perchè ce l'aveva a morte con i preti e sia perchè, forse, si era mostrato il più attento a sospettare l'inganno.

     Il Ramage nel suo viaggio dopo Scalea ha continuato per Guardia e Paola. È salito quindi a San Fili portandosi poi a Cosenza. Da qui, attraverso S. Mango e Nicastro è ridisceso sulla riviera tirrenica e ha proseguito per Pizzo e Monteleone. Ancora verso l’interno a Casalnuovo e salto nel territorio ionico, a Gerace, antica Locri e Castelvetere. Nuovamente all’interno e visite a Fabrizia, Serra, Squillace, Catanzaro, Tiriolo e ridiscesa alla volta di Crotone. Da qui, sempre avendo alla destra il mare, è transitato per Cariati e Rossano, fino a Soreto, indi in territorio lucano. Per ogni abitato il viaggiatore nella sua opera si sofferma bastantemente sia sulle sue antichità che sui personaggi che ne hanno decretata fama duratura.

Rocco Liberti

lunedì 12 ottobre 2026

ANNE CARSON E IL NOBEL: quando Metauros torna nella letteratura mondiale (di Bruno Demasi)


     La scrittrice canadese premiata con il Nobel per la Letteratura 2026 riporta alla luce un antico mito greco. Da Stesicoro ad "Autobiografia del Rosso", un viaggio tra Magna Grecia, identità e desiderio, che passa anche dalle coste della Calabria.


     «Per la sua opera audace e inventiva, che in un dialogo giocoso con la tradizione classica ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea». Con queste parole l’Accademia svedese ha assegnato ad Anne Carson il Premio Nobel per la Letteratura 2026.¹ Sono parole che dicono molto, ma non solo del premio. Dicono qualcosa del modo in cui Carson guarda al passato: senza riverenza immobilizzante, senza il bisogno di conservare i classici sotto vetro. Per lei, le storie antiche non sono reperti. Sono voci che possono ancora parlare, a patto che qualcuno abbia il coraggio di ascoltarle diversamente.

   È esattamente ciò che accade con Gerione, il mostro affrontato da Eracle in una delle sue imprese più note. Una figura nata nella mitologia greca che, grazie a Carson, ha ritrovato una vita inaspettata in Autobiography of Red, pubblicato nel 1998 e tradotto in italiano come Autobiografia del Rosso.²

     Ma in questa vicenda c’è anche qualcosa che ci riguarda da vicino. Il filo della storia risale infatti a Stesicoro, uno dei grandi poeti della Grecia arcaica, e a una tradizione antica che collega il suo nome a Metauros, l’area dell’odierna Gioia Tauro. È un legame da maneggiare con cura, perché gli studiosi lo discutono. Eppure possiede una forza suggestiva difficile da ignorare: riapre una pagina della memoria culturale calabrese. 
 
Il mito rivisitato da Anne Carson

     Stesicoro visse tra il VII e il VI secolo avanti Cristo. La tradizione lo associa con l’antica Metauros, sull'attuale litorale di Gioia Tauro. Non possiamo trasformare questa indicazione in una certezza. Possiamo però riconoscervi una traccia del fitto intreccio di persone, rotte, racconti e culture che attraversava il Mediterraneo antico.³

     Della sua opera ci restano soltanto frammenti. Tra i poemi perduti c’era la Gerioneide, dedicata allo scontro tra Eracle e Gerione, il gigante custode di una mandria di buoi che l’eroe doveva sottrarre per compiere una delle sue fatiche. La storia, così, sembra avere un finale già scritto. Da una parte c’è l’eroe chiamato alla gloria; dall’altra il mostro destinato a cadere. Eppure Stesicoro introduce un’immagine che incrina questa divisione netta. Nel momento in cui Gerione viene colpito a morte, il poeta paragona la sua testa a un papavero che piega il capo e lascia cadere i petali. È un dettaglio piccolo, quasi silenzioso. Ma cambia tutto. Per un istante, il mostro smette di essere soltanto un ostacolo sulla strada dell’eroe e diventa un corpo che soffre, una vita che si spegne.

   In Autobiografia del Rosso, Gerione non è più soltanto il gigante che deve soccombere. Diventa un ragazzo dai capelli rossi, con le ali, sensibile e solitario. Cerca di capire chi sia e quale posto possa trovare in un mondo che non sempre sa accoglierlo.

    Va detto con chiarezza: Autobiografia del Rosso non è la traduzione della Gerioneide, né una ricostruzione fedele del poema di Stesicoro, che ci è giunto in frammenti. Il Gerione adolescente, le sue ali e la sua storia appartengono all’invenzione letteraria di Carson.⁴ Il legame tra i due autori è più sottile e, forse, più interessante. Stesicoro aveva già lasciato spazio alla figura del vinto; Carson raccoglie quella possibilità e la spinge molto più avanti. Dove il racconto antico si interrompe con la morte del mostro, lei immagina una vita intera: i pensieri, le paure, gli affetti, il desiderio di essere riconosciuti.

     Non è un ritorno al passato, dunque. È un incontro tra epoche diverse. Il mito resta riconoscibile, ma cambia, perché cambiano le domande che gli rivolgiamo. Ed è forse questo il senso più vivo del dialogo con i classici: non ripetere le storie così come sono state raccontate, ma scoprire ciò che possono ancora dirci.

Una risonanza tutta calabrese

     Il Nobel ad Anne Carson riconosce proprio questa libertà. La sua scrittura attraversa poesia, prosa e riflessione critica senza rispettare confini rigidi. E mostra come la tradizione possa essere non un recinto, ma un punto da cui ripartire.

   Per la Calabria, il richiamo a Stesicoro e a Metauros aggiunge a questo viaggio una risonanza particolare. Non occorre proclamare origini certe dove le testimonianze restano controverse, né forzare la storia per rivendicare un primato. Basta riconoscere che queste coste appartengono a una geografia antica di scambi e racconti, nella quale la cultura greca ha lasciato segni profondi. Pensare che il nome di Metauros possa riaffiorare, attraverso una tradizione legata a Stesicoro, in un libro letto in tutto il mondo significa anche guardare il territorio con occhi nuovi. Non come una periferia della storia culturale, ma come una delle sue tante rive: un luogo da cui le storie sono partite e a cui, ogni tanto, ritornano.

     Forse è questo il segreto di Gerione: essere riuscito ad attraversare i secoli e a trovare, ogni volta, qualcuno disposto a guardarlo diversamente. Prima un personaggio sconfitto, poi una figura capace di suscitare pietà e ammirazione. E forse è questo, in fondo, il segreto della letteratura. Le storie non restano vive perché il tempo non le cambia. Restano vive perché, a distanza di secoli, ci aiutano ancora a riconoscere qualcosa di noi.

Bruno Demasi

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1. La motivazione del Nobel. La formula riportata nel testo traduce la motivazione ufficiale in inglese. Il riferimento al dialogo con la tradizione classica è particolarmente adatto a comprendere il lavoro di Carson, che da anni mette in relazione lo studio della letteratura greca e la sperimentazione contemporanea. 
2. Autobiografia del Rosso. Il libro uscì in inglese nel 1998 con il titolo Autobiography of Red: A Novel in Verse. È spesso definito un romanzo in versi: un’opera che racconta una storia, ma conserva la libertà, il ritmo e le immagini della poesia. 
3. Stesicoro e Metauros. Il collegamento  Metauros nell’area dell’attuale Gioia Tauro compare nella tradizione antica, ma non consente di affermare senza riserve che il poeta fosse nato in Calabria. È importante mantenere questa distinzione, ma  l’incertezza non cancella l’interesse storico del legame, pur  invitando a raccontarlo con misura. 
4. Che cosa viene da Stesicoro e che cosa da Carson. La Gerioneide è nota attraverso frammenti, conservati soprattutto in un papiro. Fra i passi più suggestivi c’è quello in cui la testa di Gerione, colpita durante lo scontro con Eracle, viene accostata a un papavero che piega il capo e perde i petali. Il ragazzo alato e la sua autobiografia sono invece creazioni moderne di Carson, che riprende il mito senza pretendere di ricostruire il poema perduto.

domenica 11 ottobre 2026

Laboratorio di scrittura: “QUANDO SPUNTA, INATTESA, UNA NUOVA VITA” (Racconto inedito di Tita Ferro)

 

       A volte basta davvero poco: un fiore, una foglia, un piccolo segno che affiora dal silenzio di un vaso dimenticato. E, senza che ce ne accorgiamo, cambia il modo in cui guardiamo il mondo.Sono in questi dettagli minimi che la vita continua a parlarci. Ci ricorda che nulla nasce per caso, che ciò che sembra sterile o perduto può custodire un’energia nascosta, pronta a riaffiorare quando meno ce lo aspettiamo.Il breve racconto di Tita Ferro nasce proprio da una scoperta piccola e sorprendente: un minuscolo peperoncino giallo che compare, quasi per magia, tra foglie anonime. Da quell’immagine quotidiana prende forma una riflessione più profonda sul valore delle cose, sulle zone d’ombra della nostra esistenza e sulla necessità di cambiare punto di vista quando la tristezza ci restringe lo sguardo.Con la semplicità e l’autenticità che la contraddistinguono, l’Autrice ci conduce per mano verso una verità antica e sempre nuova: il miracolo non sta nelle cose che vediamo, ma negli occhi con cui impariamo a guardarle.(Bruno Demasi)

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     In uno dei vasi sul balcone a fianco dell'angolo “tutto per me”, nella camera da pranzo, improvvisamente tra le foglie verdi di una pianta spontanea con piccoli fiori gialli, è spuntato uno stelo con un minuscolo peperone anche lui giallo, uno solo, di una pianta di cui probabilmente nella terra erano rimaste le radici. Lo guardo e lo custodisco come un bene prezioso forse anche perché mi ricorda un'esperienza anch'essa preziosa.

     Un corso di esercizi spirituali particolarmente pesante per me, buio, stanchezza, tristezza. Al terzo giorno al colloquio con il giovane padre gesuita che dava gli esercizi, gli ho detto: - Basta, io sono proprio una stupida inconcludente, non valgo niente, perdo solo del tempo -.

     Ricordo ancora il suo volto dispiaciuto mentre mi diceva: - Non dire così, Tita. Non c'è niente in questo mondo che non abbia un senso, in questo mondo così com'è ogni creatura c'è perché deve esserci. Guardati intorno -.

     La casa di Esercizi era al centro di un giardino e spesso i colloqui avvenivano proprio lì. - Guarda. Piante, alberi, persino quest'erba spontanea hanno ognuno fiori e frutti -.

     Tornai nello stanzone dove il padre dava gli spunti per la meditazione e sedetti al solito posto, sotto un finestrone: sul davanzale era posata una pianta di nastrino con pochi rami rinsecchiti. Voltandomi a guardarla, mi accorsi di un particolare che non avevo notato nei giorni precedenti: uno dei rami a destra, ancora verde, pendeva verso il basso e poggiava sul davanzale la punta con un mazzolino di fiori bianchi.

     Miracolo! Sì, non quello della pianta secca che aveva fatto i suoi fiori, quelli c'erano anche prima, ma dei miei occhi che non vedevano più soltanto una pianta secca.

     Da allora so che quello che vedo è spesso solo la proiezione di quanto ho dentro: la percezione ed anche il giudizio su persone, cose, circostanze sono condizionati dal mio stato d'animo. Allora cambiare punto di vista è importante, come guardare le cose con gli occhi di un altro.

     Non ho il padre gesuita accanto, ma ho un ricordo prezioso, i fiori in una pianta di nastrino ormai stecchita.

     Risento Montale: proprio quando


“la pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta 
il tedio dell'inverno sulle case, 
la luce si fa avara – amara l'anima”, proprio allora 
“da un malchiuso portone 
tra gli alberi di una corte 
ci si mostrano i gialli dei limoni; 
e il gelo del cuore si sfa, 
e in petto ci scrosciano 
le loro canzoni 
le trombe d'oro della solarità”

Tita Ferro