martedì 31 marzo 2026

«La Calabria che ascolta»: RICORDO DI DOMENICO MINUTO (1931–2026) ( di Bruno Demasi )


    Alcuni studiosi si impongono per la vastità dell’opera, altri per la forza delle teorie, altri ancora per la capacità di fondare scuole di pensiero. Domenico Minuto appartiene a una categoria più rara: quella di coloro che ricompongono un mondo perduto. La Calabria bizantina – disseminata di absidi monche, grotte liturgiche, toponimi greci che resistono come schegge di un’antica sapienza – non sarebbe oggi pensabile senza il suo passo lento e tenace, senza il suo taccuino, senza la sua capacità di ascoltare ciò che non parla più. Minuto non “scopriva” luoghi: li riconosceva. E nel riconoscerli, li restituiva alla storia. 

     Nato a Reggio Calabria nel 1931, formatosi alla scuola severa delle lettere classiche, Minuto portò nella ricerca lo stesso rigore che portava nella didattica. La sua lunga carriera di docente e preside non fu un intermezzo rispetto alla ricerca, ma la sua matrice: la scuola come luogo di trasmissione, la ricerca come forma alta di pedagogia civile. In una delle sue riflessioni più note, egli scriveva che «la Calabria non si studia: si percorre»¹. È una dichiarazione di metodo e, insieme, la dichiarazione di una passione di studi che non l’abbandonò mai.
    Il cuore della sua opera è un metodo misto, che unisce: osservazione diretta del territorio; lettura filologica delle fonti; dialogo con la memoria orale; documentazione fotografica sistematica; restituzione cartografica e topografica. Il suo lavoro sui monasteri greci tra Reggio e Locri – culminato nel Catalogo dei monasteri e dei luoghi di culto... – è un esempio di microstoria territoriale ante litteram. Ogni sito è descritto con una cura quasi monastica: coordinate, stato di conservazione, fonti, ipotesi di funzione, rimandi agiografici. Minuto non cercava “monumenti”, ma tracce. E nelle tracce vedeva la continuità di una civiltà.

   Tra i contributi più preziosi vi è la sua opera di documentazione della cultura grecanica. Negli anni in cui il greco di Calabria sembrava destinato a spegnersi, Minuto registrava canti, interviste, formule rituali, racconti. Quelle audiocassette – oggi conservate nel Fondo Domenico Minuto – costituiscono un archivio insostituibile. 
    In un appunto del 1987 annotava: «La lingua dei Greci d’Aspromonte è come una lampada che arde per fedeltà, non per necessit໲. È una delle più belle definizioni della grecanicità come fenomeno spirituale prima che linguistico.

    Dedicò inoltre numerosi studi ai santi italogreci, ai monaci basiliani, ai culti locali. Per lui l’agiografia non era un repertorio di vite edificanti, ma una mappa teologica del territorio. I santi, scriveva, «sono le pietre miliari della nostra memoria orientale»³. Questa prospettiva gli permise di leggere la Calabria non come periferia, ma come cerniera tra Oriente e Occidente, come luogo di transito e di sedimentazione.
 
     E accanto allo studioso instancabile c’era il promotore culturale: la Deputazione di Storia Patria; gli Incontri di Studi Bizantini; le collaborazioni con l’Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici; il dialogo costante con associazioni, scuole, musei locali. Minuto non fu mai un intellettuale isolato. Fu un paziente tessitore di relazioni, convinto che la cultura non esista senza comunità.

    La sua eredità è molteplice: un corpus di studi che ha ridefinito la conoscenza della Calabria bizantina; una mappatura dei monasteri che è insieme strumento scientifico e gesto poetico;un archivio grecanico che ha salvato un patrimonio immateriale enorme; un esempio di rigore, umiltà e dedizione civile. Sicuramente la sua opera non è solo un contributo alla storia locale: è un modello di storia come cura intensa di un territorio.

    Si potrebbe dire che Domenico Minuto non ha semplicemente studiato la Calabria bizantina: l’ha ascoltata. E in questo ascolto ha insegnato anche a noi a udire ciò che resta sotto la superficie: un toponimo che sopravvive, un’abside che affiora, una parola greca che non si arrende, un canto che attraversa le generazioni.  La sua scomparsa non chiude un capitolo: lo apre, perché il suo lavoro non è solo un archivio da consultare, ma un invito a continuare il cammino, e  perché egli resta comunque nella Calabria che ha amato: nelle fiumare che ha attraversato, nei monasteri che ha restituito alla storia, nelle voci grecaniche che ha salvato, e in ogni studioso che, grazie a lui, sa che la ricerca non è solo indagine sterile, ma ricchezza da condividere.

                                                                                                Bruno Demasi 
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1.  D. Minuto, Conversazione su territorio e architettura nella Calabria bizantina, Reggio Calabria, 1994, p. 7.
2. Appunto manoscritto conservato nel Fondo Domenico Minuto, Archivio Storico Diocesano di Reggio Calabria (taccuino 12, c. 4r).
3. D. Minuto, Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria, 2002, p. 15.

Bibliografia essenziale: 
  • Minuto, D., Ricordi basiliani tra Reggio e Locri, Reggio Calabria, 1964.
  •  Minuto, D., Conversazione su territorio e architettura nella Calabria bizantina, Reggio Calabria, 1994.
  •  Minuto, D., I monasteri greci tra Reggio e Scilla, Reggio Calabria, 1998.
  •  Minuto, D., Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria, 2002.
  •  Minuto, D., Sussidiario calabrese, Reggio Calabria, 2010.
  •  Minuto, D., Catalogo dei monasteri e dei luoghi di culto tra Reggio e Locri, Reggio Calabria, 2014.
  •  Archivio Storico Diocesano di Reggio Calabria, Fondo Domenico Minuto (audiocassette, taccuini, fotografie).

lunedì 30 marzo 2026

Seminara, Bivongi, Gallicianò : la mappa bizantina moderna della provincia di Reggio C. (di Bruno Demasi)


    Con l’approssimarsi dei riti pasquali e delle loro risonanze, nella provincia di Reggio Calabria è possibile scoprire ancora oggi una trama sottile, quasi invisibile, che unisce monasteri, paesi, grotte, memorie. È la trama bizantina, quella che per secoli ha dato forma alla spiritualità, alla lingua, alla liturgia, al paesaggio stesso. Non è un’eredità uniforme: è un mosaico irregolare, fatto di continuità e di ritorni, di rovine e di rinascite.

  A Seminara, questa eredità non viene dal passato remoto, ma da un presente che ha scelto di riallacciarsi a una radice antica. Il Monastero dei Santi Elia e Filarete, costruito in tempi recenti, non pretende di essere ciò che non è: non è la ricostruzione di un cenobio medievale, ma la creazione di uno spazio spirituale che si ispira alla tradizione italo‑greca. Qui la liturgia bizantina — con il suo ritmo lento, la sua teologia cantata, la sua luce dorata — diventa il vero ponte con il passato. Il monaco che intona l’“Eis polla eti, Despota” non ripete un gesto antico: lo rinnova. L’incenso che sale, le icone che brillano, il canto monodico che si distende come un’onda: tutto parla la lingua dell’Oriente cristiano, anche se il greco non è più parlato fuori dalla chiesa. Il culto dei due santi — Elia di Enna, asceta siciliano, e Filarete l’Ortolano e il Misericordioso, figura di carità e umiltà — non appartiene alla storia locale, ma alla grande geografia della santità orientale. Eppure, in questo lembo di Calabria, trova una risonanza naturale: come se la terra riconoscesse un linguaggio antico, pur non parlandolo più. La Regola di San Basilio, che invita a un equilibrio tra preghiera e lavoro, tra contemplazione e ospitalità, trova qui una forma concreta: l’orto, il laboratorio di icone, la cura degli ospiti, la preghiera delle Ore che scandisce il giorno come un respiro.

  A Bivongi, invece, la radice è autenticamente medievale. Il monastero di San Giovanni Theristis, fondato tra X e XI secolo, fu uno dei centri più importanti del monachesimo italo‑greco. Qui la storia non è un’evocazione: è pietra, acqua, luce. Il nome del santo — “Theristis”, il Mietitore — richiama un miracolo che parla di lavoro e di solidarietà, di un cristianesimo che non separava mai la fede dalla terra. La liturgia bizantina, celebrata oggi dai monaci ortodossi, restituisce al luogo la sua voce originaria: il canto dell’“Axion estin”, la lettura salmodica, la processione lenta attorno all’altare, la luce che si posa sulle icone come un velo. Per secoli, il monastero fu un faro spirituale, poi vennero l’abbandono, i terremoti, la latinizzazione, il silenzio. Quando, alla fine del Novecento, una comunità monastica ortodossa decise di riportarlo alla vita, non si trattò di un restauro archeologico, ma di un atto di continuità spirituale. Oggi il canto bizantino risuona di nuovo tra le navate, e il paesaggio — il fiume Stilaro, i boschi, la pietra chiara — sembra partecipare alla liturgia. Qui la Calabria bizantina non è un ricordo: è una presenza che si rinnova. La teologia della luce, così centrale nell’Oriente cristiano, trova nel monastero un’eco naturale: la luce che filtra dalle finestre absidali sembra dire ciò che le parole non possono.

    E poi c’è Gallicianò, che non è un monastero, ma forse è qualcosa di più raro: una comunità che custodisce ancora la lingua greca, l’ultimo frammento vivo del greco di Calabria. Qui il bizantinismo non è un’eredità monastica, ma un fatto antropologico. La piccola chiesa ortodossa di San Giovanni, costruita negli anni Novanta, non è un ritorno archeologico, ma un ritorno naturale: la comunità ha riconosciuto nel rito bizantino la forma più coerente con la propria identità profonda. Qui il greco non è lingua liturgica soltanto: è lingua della vita. Le parole che gli anziani pronunciano — kardhía, neró, psomí — sono le stesse che un tempo risuonavano nei monasteri dell’Aspromonte. La liturgia, a Gallicianò, è un atto comunitario: non c’è distanza tra chi celebra e chi ascolta. Il canto è semplice, essenziale, quasi domestico. Le icone non sono opere d’arte: sono presenze. Il paese stesso, arroccato sulla roccia, ha la forma di un eremo diffuso: ogni casa, ogni voce, ogni gesto sembra custodire un frammento di quella spiritualità che un tempo animava i cenobi dell’Aspromonte. Qui la fede non è proclamata: è vissuta, non è un sistema, ma un respiro.

  Attorno a queste tre realtà — diverse per storia, per forma, per destino — si estende una costellazione di luoghi che completano la mappa segreta della Calabria bizantina. La grotta di Sant’Elia lo Speleota a Melicuccà, dove il santo visse in solitudine e preghiera; il complesso di San Filippo d’Iriti, che conserva un’aura di sacralità antica; le grotte basiliane di Bruzzano Vecchio, con i loro affreschi sopravvissuti all’incuria; i paesi grecanici di Condofuri, Amendolea, Roghudi, dove la lingua e la memoria resistono come brace sotto la cenere, la moderna chiesetta ortodossa di Reggio Calabria. In tutti questi luoghi, la liturgia bizantina — anche quando non è celebrata — sembra ancora possibile: come se il paesaggio stesso ne custodisse la forma. La Calabria bizantina non è un’epoca finita: è una corrente sotterranea che continua a scorrere. Non si manifesta sempre nello stesso modo: a volte è un monastero che rinasce, a volte una comunità che conserva una lingua, a volte una grotta che custodisce un affresco, a volte un canto che risuona in una chiesa.
Seminara, Bivongi e Gallicianò non sono tre tappe di un itinerario, ma tre forme diverse di una stessa eredità: la capacità di tenere insieme Oriente e Occidente, memoria e presente, liturgia e paesaggio, fede e quotidianità. E forse è proprio questo il segreto della Calabria bizantina: non si mostra a chi la cerca come un oggetto, ma a chi la riconosce come un respiro. Non è un passato da ricostruire, ma una presenza da ascoltare. Una presenza che continua, silenziosa e tenace, nelle pietre, nelle voci, nei canti, nei gesti. Una presenza che non chiede di essere celebrata, ma solo condivisa.

                                                                       Bruno Demasi

venerdì 27 marzo 2026

L’ILLUSTRE CHIMICO FRANCESCO MARINO ZUCO OPPIDESE (1853–1919) (di Bruno Demasi)

    Chimico, tossicologo, docente universitario. Un protagonista indiscusso della chimica italiana post‑unitaria che ha dato tanto alla scienza senza mai dimenticare il suo luogo di origine, dove tornava appena poteva e dove oggi la sua memoria resta paradossalmente più negletta che altrove. 

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    La vicenda di Francesco Marino Zuco si propone come un episodio fondamentale della storia scientifica italiana post‑unitaria. La sua traiettoria, che lo condusse ai laboratori di Roma e Genova, racconta l’ascesa di un giovane calabrese capace di inserirsi nei circuiti più avanzati della chimica del suo tempo, contribuendo in modo originale alla nascente tossicologia moderna. Nacque a Oppido Mamertina il 9 aprile 1853, da Alfonso Marino, muratore, e da Teresa Zuco. La sua infanzia si svolse in un contesto sociale vivace, in una cittadina che, pur periferica, era attraversata da fermenti culturali e da una precoce attenzione per l’istruzione.Compiuti i primi studi nel paese natale, si trasferì a Napoli, dove conseguì la licenza liceale presso il prestigioso Liceo Umberto I. In un primo momento si iscrisse alla Facoltà di Filosofia e Lettere, ma il servizio militare interruppe il percorso. Rientrato alla vita civile, nel 1874 scelse una nuova direzione: Chimica e Farmacia presso l’Università di Napoli.

    Nel 1877 si trasferì a Roma, attratto dalla fama dell’Istituto Chimico diretto da Stanislao Cannizzaro, uno dei padri della chimica moderna. Qui fu accolto con particolare favore dal conterraneo Francesco Mauro, già figura emergente nel panorama scientifico nazionale¹.La permanenza romana fu decisiva. Marino Zuco si laureò nel 1881 e fu subito nominato secondo preparatore presso l’Istituto Chimico.

    In questi anni si formò quel nucleo di studiosi che la storiografia locale definisce, con espressione suggestiva, “gruppo di Panisperna” (da non confondere con il gruppo dei fisici del Novecento). Ne facevano parte, oltre a Mauro, Piccini, Nasini, Ciamician, tutti impegnati nella diffusione del metodo scientifico cannizzariano nelle università italiane². L’ambiente era fervido: Roma, da poco capitale, stava costruendo le sue istituzioni scientifiche; Cannizzaro era un maestro esigente e carismatico; i giovani ricercatori vivevano un clima di sperimentazione continua.

  Nel 1889 Marino Zuco ottenne l’insegnamento di scienze fisiche, matematiche e naturali. Poco dopo gli fu affidato il corso di Chimica Farmaceutica e la direzione del gabinetto chimico dell’ateneo romano. Nel 1891 vinse la cattedra di Chimica Farmaceutica presso l’Università di Genova, dove divenne direttore della Scuola di Farmacia. Qui svolse la parte più significativa della sua carriera, contribuendo alla modernizzazione dei laboratori e alla formazione di generazioni di farmacisti e chimici.

    Il nome di Marino Zuco è legato soprattutto alla chimica tossicologica. La sua opera più nota è il Metodo per la ricerca chimica legale dell’arsenico e dell’antimonio, basato sull’azione distruttiva degli acidi nitroso e nitrico sulle matrici organiche. Il procedimento divenne noto come: “ Processo Marino Zuco” ³. Fu un contributo innovativo, che semplificava e rendeva più affidabile l’individuazione dei veleni minerali in contesti giudiziari.

    Tra le sue prime pubblicazioni, molte delle quali stampate dall’Accademia dei Lincei, si ricordano: Relazione delle esperienze sulle così dette ptomaine (1885); Relazione sulle analisi chimiche delle acque del sottosuolo di Roma (1885); Nuovo metodo per la distruzione delle materie organiche nelle analisi tossicologiche (1888). Questi lavori lo collocano tra i pionieri italiani della tossicologia moderna.

    Collaborò con figure di primo piano: Angelo Celli, igienista e pioniere della lotta alla malaria; Tommaso Cannizzaro; Goffredo Vignolo; i propri fratelli Sante (chirurgo) e Luigi (chimico), anch’essi docenti universitari, e diede alle stampe opere davvero rilevanti, come: Ricerche sul morbo di Addison (1892); Sopra gli alcaloidi della cannabis indica e della cannabis sativa (1895); Sulla nitrificazione (1895). Si dedicò anche allo studio delle acque minerali allora in voga: Fiuggi, Uliveto, Salsomaggiore. Il saggio Cenni sull’analisi chimica dell’acqua di Fiuggi (1888) è una testimonianza della sua attenzione per la chimica applicata alla salute pubblica.

   Un episodio di grande rilievo, riportato da Frascà nella cronistoria di Oppido (1930), narra che, quando Marino Zuco scoprì l’avvelenamento per urea, Louis Pasteur si congratulò personalmente con lui e, dopo ulteriori scoperte (bacillo della rabbia, siero antirabbico), lo visitò nel suo laboratorio⁴. Si tratta di un dettaglio prezioso, che testimonia la reputazione internazionale raggiunta dal chimico calabrese, che fu membro del Consiglio Sanitario della Provincia di Genova in due tornate, dal 1899 al 1901 e dal 1916 al 1918 e per meriti scientifici ricevette le onorificenze di Ufficiale della Corona d’Italia e dell Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

  Morì a Pisa il 26 novembre 1919, in età ancora relativamente giovane. Il mondo accademico si mobilitò per onorarlo: un comitato presieduto dal comm. Giuseppe Dufour raccolse fondi per istituire premi destinati agli studenti della Scuola di Farmacia. Un Regio Decreto del 1927 autorizzò l’Università di Genova ad accettare la somma di 10.000 lire, destinata a perpetuarne la memoria⁵.

    La figura di Marino Zuco rappresenta un tassello fondamentale della chimica italiana post‑unitaria. La sua opera si colloca all’incrocio tra: la tradizione cannizzariana, la nascente chimica tossicologica, la modernizzazione delle scuole di farmacia, la costruzione delle istituzioni scientifiche nazionali. Il suo contributo più duraturo resta il Processo Marino Zuco, che per decenni fu un riferimento nella chimica forense e la testimonianza di Pasteur ne suggella il valore internazionale.
 
                                                             Bruno Demasi

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1) Rocco Liberti, Marino Zuco, Francesco, in Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, ICSAIC, 2019, alla voce.
2) Ibidem.
3) Ibidem; cfr. anche V. Frascà, Oppido Mamertina - Riassunto cronistorico, 1930.
4) V.Frascà, op.cit.
5) Liberti, op. cit.

Bibliografia  di  F. Marino Zuco:


F. Marino Zuco, Relazione delle esperienze sulle così dette ptomaine, Roma, Accademia dei Lincei, 1885.
Id., Relazione sulle analisi chimiche delle acque del sottosuolo di Roma, 1885.
Id., Nuovo metodo per la distruzione delle materie organiche nelle analisi tossicologiche, 1888.
Id., Cenni sull’analisi chimica dell’acqua di Fiuggi, 1888.
Id. con S. e L. Marino, Ricerche sul morbo di Addison, 1892.
Id. con G. Vignolo, Sopra gli alcaloidi della cannabis indica e della cannabis sativa, 1895.
Id. con A. Celli e T. Cannizzaro, Sulla nitrificazione, 1895.

Scritti su Marino Zuco

Rocco Liberti, Marino Zuco, Francesco, in Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, ICSAIC, 2019.
Vincenzo Frascà, , Oppido Mamertina - Riassunto cronistorico, 1930.
Atti dell’Università di Genova, anni 1891–1927.
Documenti dell’Accademia dei Lincei (serie chimica, 1880–1900).
Studi sulla chimica italiana post‑unitaria (Nasini, Ciamician, Cannizzaro).

giovedì 26 marzo 2026

Il custode delle memorie della Piana di Gioia Tauro: DOMENICO CARUSO (di Bruno Demasi )

    Nella Piana di Gioia Tauro dalla metà del Novecento in poi  il tempo non è soltanto passato, ma ha letteralmente travolto un universo di memorie e di valori fin dalle fondamenta. Dalla fine della civiltà contadina all’industrializzazione mancata, fino alla corsa digitale, questo territorio ha vissuto una metamorfosi che ha lasciato ferite, nostalgie, ma anche un patrimonio immenso di storie e simboli. Dentro questo paesaggio in trasformazione si staglia la figura di Domenico Caruso (San Martino di Taurianova, 1933–2025), intellettuale capace di tenere insieme memoria del passato e modernità critica. Un ponte, ma anche un presidio: Caruso non ha mai smesso di interrogare il passato per capire il presente.

    La sua opera – vasta, stratificata, sorprendentemente coerente – attraversa etnografia, poesia dialettale, satira civile, divulgazione. È l’opera di un intellettuale “organico” al territorio, ma mai provinciale: uno che ha fatto della marginalità un osservatorio privilegiato. Insegnante elementare per decenni, con formazione giuridica e linguistica, Caruso intreccia pratica pedagogica, ricerca sul campo e intervento pubblico. Collabora con giornali, con la RAI, partecipa a concorsi nazionali (celebre il riconoscimento nel programma Alla ricerca del folk italiano, 1972). È un intellettuale che non si chiude: cerca luoghi di mediazione tra la “cultura” istituzionale e le culture popolari.

  La svolta arriva nel 1996 con la fondazione del portale Brutium: Caruso capisce prima di molti che la memoria orale rischia di dissolversi se non trova un nuovo supporto. Brutium diventa un «vero archivio della memoria calabra», un laboratorio di digitalizzazione del patrimonio demologico e linguistico che anticipa sensibilità oggi riconducibili alle digital humanities.

     Il suo impegno non è mai neutro: è una forma di militanza culturale. Caruso “traduce” il mondo contadino e subalterno in un linguaggio capace di farsi ascoltare anche fuori dalla Piana, senza tradirne la complessità. Dialoga idealmente con Lombardi Satriani e Rohlfs, ma se ne distingue per la forte componente satirica e civile e per la versatilità con cui scava nei lessici dialettali alla ricerca di espressioni dimenticate: una vera «archeologia del vivente» come lo ha definito qualcuno¹. L’immagine è perfetta: Caruso non scava in un passato morto, ma in un passato che continua a respirare nei gesti, nei riti, nelle parole. «Il folklore è l'unico codice che ha permesso al bracciante della Piana di non soccombere alla fatica, trasformando il sudore in canto e il timore del futuro in preghiera propiziatoria»².
 
   In questa espressione c’è il cuore della sua visione: il folklore non come residuo, ma come dispositivo di resistenza. Il canto, il rito, la magia non sono superstizioni: sono strategie simboliche per elaborare dolore, fatica, incertezza.In Usi, tradizioni e costumi di Calabria denuncia la deriva della modernizzazione superficiale:«La Calabria rischia di smarrire il filo della sua storia quando sostituisce il gesto con l’immagine, il lavoro con la rappresentazione del lavoro»³. È un’osservazione quasi gramsciana: la sua etnografia infatti non è mai descrittiva, è sempre critica sociale, ma anche ricerca, mappatura del dialetto come un organismo stratificato. Nei termini dell’olivicoltura, nei Fattaredi, nei proverbi, rintraccia tracce di Greci, Latini, Arabi, Bizantini. Il dialetto diventa un archivio storico, un palinsesto di dominazioni e resistenze.

    Se nella ricerca Caruso è il custode, nella poesia satirica è il fustigatore. La sua «vis satirica» nasce da un’indignazione etica: non accetta il degrado morale e politico della sua terra e usa il dialetto come un bisturi.Il suo è un «dialetto di concetto: preciso, aspro, privo di compiacimenti melodrammatici»⁴. In L’emigrante, la rottura dell’unità familiare e il tradimento delle istituzioni esplodono in immagini memorabili:

«Parti lu giuvini cu la valigia di cartuni, lassa la terra soa, lassa l’amuri, va cerca sordi suttu a nu patruni chi non canusci mancu lu suduri»⁵.

  Lavaligia di cartone” diventa «metafora universale della spoliazione d’identità»⁶. E in Lu prufissuri, il bersaglio è l’intellettuale che rinnega le radici:

«Si presenta cu la burza e lu cappedu, parla pulitu e scorda lu dialettu, si cridi d’essiri un novu Caravaggeddu ma d’intra havi lu vacanti nta lu pettu»⁷.

    E ancora:

«Studia la storia d’ogni terra strana / ma non canusci la so’ massaria»⁸. 
 
     La “massaria” è il patrimonio etico e culturale della comunità. In La democrazia d’a mangiatoria, la satira politica diventa allegoria:

«Vutati a mia, dicìa lu candidatu, chi vi fazzu la strata e lu ponti, vi sistemo lu figghiu lauriatu e vi scancello puru tutti i cunti»⁹.

    Domenico Caruso resta un caso esemplare di intellettuale intimamente connesso col territorio. La sua lezione è duplice: non esiste modernità senza memoria; la memoria non è mai innocente, ma selettiva, conflittuale, da interrogare criticamente. In un’epoca in cui la velocità digitale schiaccia il tempo lungo delle tradizioni, Caruso invita a una “modernità riflessiva”: abitare il presente senza recidere il passato, anzi usandolo come strumento per comprendere e trasformare il reale.

Bruno Demasi

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1) G. Della Seta: “La ricerca delle parole perdute”, in “Abaco” , n. 3 , 2007, pag. 49
2)D. Caruso, Storia e folklore di Calabria, Cosenza, Edizioni Brenner, 1988, p.
3)D. Caruso, Usi, tradizioni e costumi di Calabria, Youcanprint/Il Mio Libro, 2012, p. 14.
4)G. Della Seta: art. cit, pag.48
5)D. Caruso, Liriche e satire, Tipografia d’Amico, 1963, p. 24.
6)Ibidem
7)D. Caruso, Il cuore e la parola – Poesie calabresi, 2016, p. 41.
8) Ibidem
9)D. Caruso, Primi abbozzi, Tipografia d’Amico, 1961, p. 15.

Bibliografia essenziale:
 
Primi abbozzi, Tipografia d’Amico, 1961.
Liriche e satire
, Tipografia d’Amico, 1963.
Storia e folklore di Calabria, Edizioni Brenner, 1988.
Usi, tradizioni e costumi di Calabria, Youcanprint/Il Mio Libro, 2012.
Il cuore e la parola – Poesie calabresi, 2016.
Fattaredi e proverbi della Piana
, varie edizioni.
Portale digitale Brutium (dal 1996).

martedì 24 marzo 2026

I registi della Piana di Gioia Tauro: CALOPRESTI, CARPIGNANO, CHILLICO, GIANNOTTA, SACCA’ (di Bruno Demasi)

 Una sorprendente fioritura del cinema contemporaneo d’autore


  Il territorio della Piana di Gioia Tauro non ha mai posseduto un’industria cinematografica né poli produttivi capaci di generare una filiera. Eppure, proprio questa assenza, ha prodotto un fenomeno inatteso: una generazione inattesa e prolungata di registi che ha trasformato la mancanza di strutture in un laboratorio narrativo. La Piana non offre infrastrutture, ma forse offre qualcosa di più profondo e più difficile da definire: una memoria collettiva stratificata, comunità segnate dalle partenze, paesi che resistono nonostante lo spopolamento, un paesaggio che conserva ferite e domande. È un territorio che non si limita a essere vissuto: chiede di essere interpretato.

    In questo contesto, il cinema non nasce come mestiere, ma come necessità. Non è un prodotto industriale, ma un gesto di restituzione. I registi che emergono dalla Piana non condividono un’estetica comune, non si riconoscono in un manifesto e non costituiscono un movimento. Tuttavia, osservati insieme, delineano una direzione precisa: raccontare la Calabria non come un luogo da rappresentare, ma come un luogo da interrogare. La loro opera non cerca di costruire un’immagine consolatoria, né di aderire a stereotipi. Al contrario, restituisce complessità, contraddizioni, memorie e tensioni. È un cinema che nasce da un’urgenza, da una necessità non da un sistema.

    Questa genealogia si articola lungo cinque linee principali: la memoria politica, la comunità, la diaspora, la sopravvivenza collettiva e il mito. Ognuna di esse è incarnata da un autore, qui  rappresentato essenzialmente e in ordine alfabetico, e insieme compongono una mappa emotiva e culturale della Piana, una geografia che non si limita a descrivere, ma tenta di comprendere.

MIMMO CALOPRESTI: la memoria politica

  La genealogia contemporanea del cinema legato alla Piana parte da Mimmo Calopresti, nato a Polistena nel 1955 e cresciuto tra la Calabria operaia e la Torino delle lotte sociali. La sua formazione avviene all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, dove realizza i primi documentari negli anni Ottanta. La sua filmografia – La seconda volta, Preferisco il rumore del mare, Aspromonte. La terra degli ultimi, fino ai recenti Gianni Versace. L’imperatore dei sogni  e Cutro, Calabria, Italia – è un continuo ritorno alla memoria come ferita e come domanda politica. Calopresti non usa la Calabria come sfondo, ma come soggetto morale. Nei suoi film, caratterizzati anche da una cura attentissima al dettaglio, alla situazione minimale, al sentimento, la marginalità diventa linguaggio, la nostalgia diventa forma, la dignità diventa tema centrale. La sua opera ha aperto una strada e forse anche una scuola prima inesistenti: ha mostrato che il Sud può essere raccontato senza folklore, senza vittimismo e senza compiacimento. Echi del migliore neorealismo nella sua cinematografia diventano storie solide di culture e la memoria non è un deposito, ma un dispositivo critico: un modo per interrogare ciò che il tempo ha lasciato ai margini.

JONAS CARPIGNANO: la comunità come racconto vivente

    Pur non essendo nativo della Piana, Jonas Carpignano ne è diventato uno dei suoi interpreti più radicali e necessari. La sua presenza a Gioia Tauro e a Rosarno non è un fatto biografico, ma una scelta poetica: un’autoadozione che trasforma il territorio in un laboratorio permanente di osservazione e di immersione. Con Mediterranea (2015), A Ciambra (2017) e A Chiara (2021), Carpignano ha composto una trilogia che non racconta la Piana: la abita. Mediterranea segue la comunità burkinabé di Rosarno, restituendo la tensione tra lavoro, marginalità e desiderio di radicamento. A Ciambra entra nel cuore della comunità rom di Gioia Tauro, costruendo un film che è insieme documento, rito e alleanza. A Chiara sposta lo sguardo su una famiglia calabrese di Gioia Tauro, mostrando come la criminalità non sia un tema, ma un’ombra che attraversa i corpi e le relazioni. Il metodo di Carpignano – lavorare con non professionisti, intrecciare biografie reali e finzione, costruire i film insieme alle persone che li abitano – ha ridefinito il modo in cui la Calabria può essere filmata. Se Calopresti ha mostrato che la memoria è un dispositivo critico, Carpignano mostra che la comunità è un organismo narrativo. Nei suoi film la Piana non è sfondo, ma presenza: un corpo vivo, contraddittorio, in movimento. La sua linea nella genealogia è quella della comunità come racconto vivente: un cinema che non osserva la Calabria, ma la attraversa.

EMILIANO CHILLICO : la diaspora 
    Emiliano Chillico, regista e sceneggiatore di Oppido Mamertina, appartiene a una generazione cresciuta tra partenze e ritorni mancati. I suoi lavori – dai corti premiati Odio per odio e Un piccolo posto nell’universo – sono costruiti come archivi viventi: raccolgono storie di famiglie divise, di paesi inesorabilmente svuotati, memorie che rischiano di scomparire. La sua poetica nasce da un doppio sguardo: quello del narratore e quello dell’artigiano del set, maturato attraverso anni di lavoro tecnico in produzioni nazionali. Chillico ha sviluppato un cinema che non osserva la diaspora dall’esterno, ma dall’interno delle sue fratture. Nei suoi film la distanza non è solo geografica: è emotiva, generazionale, linguistica. Le case vuote, le strade silenziose, i volti che tornano senza più riconoscere i luoghi sono elementi che diventano struttura narrativa con un tessuto e un timbro avvincenti. La Calabria che viene raccontata non è un luogo immobile, ma una soglia: ciò che resta e ciò che si perde convivono nella stessa inquadratura. Il suo cinema non cerca di ricomporre quanto  è stato spezzato dalla storia: cerca di conservarne  attentamente  la traccia, la vibrazione, la memoria condivisa. Chillico rappresenta la linea della diaspora, quella che restituisce voce a chi è partito e a chi è rimasto, senza retorica e senza sentimentalismo.

ANTONINO GIANNOTTA: la sopravvivenza collettiva 
    Classe 1995, Antonino Giannotta è l’autore di Tre euro e quaranta, un film che ha attirato l’attenzione nazionale per la sua radicale indipendenza. Girato con mezzi minimi e con la comunità come troupe, il film racconta il precariato giovanile con una sincerità che ha colpito pubblico e critica. Giannotta non estetizza la povertà: la assume con estrema fedeltà  come condizione esistenziale e come linguaggio. La sua regia nasce dalla necessità, non dalla mancanza. Il suo cinema non imita l’industria: la contraddice. La precarietà, di conseguenza, non è avvertita come un limite, ma assunta come un metodo; non è un ostacolo, ma un dispositivo creativo. Giannotta lavora con ciò che ha – luoghi, persone, energie – trasformando la comunità che gli gravita intorno in un soggetto produttivo e narrativo. Il risultato è un cinema che si costruisce insieme, che restituisce dignità a chi spesso non ne ha sullo schermo, che mostra come la sopravvivenza non sia solo un tema, ma una forma di resistenza collettiva. In questa genealogia, Giannotta rappresenta la linea della sopravvivenza: un cinema che dimostra come la Calabria possa raccontarsi da sola, senza filtri e senza mediazioni.

EMMANUELE SACCÀ: il mito 

  Emmanuele Saccà, proveniente dal mondo della scuola e della musica, autore di Kalavrìa e Scilla la Ninfa, riporta il mito al centro dell’immaginario calabrese contemporaneo. Le sue opere non si limitano a raccontare il territorio: lo evocano e lo scavano fin nelle sue pieghe più remote. La Calabria diventa figura archetipica, creatura antica che attraversa il presente e lo inquieta. Saccà lavora sul confine tra reale e simbolico, tra documento e visione. Nei suoi film il paesaggio non è sfondo, ma personaggio: le cascate di Piminoro, le scogliere di Scilla, i boschi dell’Aspromonte diventano luoghi in cui il mito non è soltanto ricordato e narrato con linguaggio moderno, ma quasi riattivato. La sua regia non cerca la verosimiglianza, ma la risonanza. Il mito non è un ornamento culturale, ma un dispositivo identitario che permette di leggere la Calabria come una terra abitata da presenze, da memorie profonde, da ombre che precedono i corpi. La sua linea nella genealogia è quella del mito, che restituisce alla Calabria una profondità simbolica spesso rimossa e che mostra come il cinema possa essere, ancora oggi, un luogo di apparizioni e di suggestioni perdute.

    Considerati insieme, questi registi non formano un gruppo, ma un insieme di vocazioni artistiche davvero sorprendente. Non condividono un’estetica, ma un metodo: ascoltare la Calabria e restituirla senza abbellimenti. Calopresti lavora sulla memoria politica; Carpignano sulla comunità; Chillico sulla diaspora; Giannotta sulla sopravvivenza collettiva; Saccà sul mito. Insieme compongono una geografia emotiva che mostra come questa terra, quando viene ascoltata davvero, non smetta mai di parlare. E il loro cinema non cerca di rappresentarla soltanto: cerca di comprenderla. Non costruisce immagini, ma restituisce voci. Non cerca di spiegare, ma di far emergere ciò che spesso resta invisibile.

    Un cinema che, forse per la prima volta, permette alla Calabria di raccontarsi con le proprie parole.

Bruno Demasi

giovedì 19 marzo 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: GIOVANNI BATTISTA BROCCHI (1819) ( di Rocco Liberti )


    Nel ricostruire il passaggio di Giovanni Battista Brocchi in Calabria, Rocco Liberti dimostra ancora una volta la sua acutezza di sguardo: non si limita a seguire le tracce di un naturalista ottocentesco, ma restituisce la densità di un incontro fra un viaggiatore d’ingegno raro e una terra che, già allora, appariva come un mondo a sé, compatto e stratificato.Le descrizioni del naturalista — la «lussureggiante vegetazione delle piante Affricane ed Americane» che sorprende nei dintorni di Reggio, la distinzione minuziosa delle «tre diverse formazioni di rocce» che compongono il paesaggio, gli scogli di Scilla «di cui sono stati tanto esagerati i pericoli» — diventano, nella magistrale lettura di Liberti, frammenti di un grande affresco mediterraneo in cui natura, mito e storia si sovrappongono senza soluzione di continuità. La Calabria che Brocchi attraversa nel 1819 è un territorio che conserva ancora la sua antica suggestione magno‑greca, ma anche un laboratorio di osservazione sociale: gli altipiani della Sila, le paludi del Crocifisso, i pastori che dormono «sul margine della palude» senza temere ciò che altrove sarebbe considerato mortifero, gli espedienti aromatici per purificare l’aria, tutto concorre a delineare un universo umano e ambientale che sfida le categorie del viaggiatore e lo costringe a un continuo ripensamento. (Bruno Demasi)


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   Di estrazione nobiliare, Giovanni Battista Brocchi è nato a Bassano il 18 febbraio 1772. Si è impegnato subito negli studi, ma ha precipuamente privilegiato le discipline scientifiche naturali, che lo hanno spinto in giro per l’Italia alla ricerca di rare vegetazioni e peculiari conglomerati rocciosi. È stato Professore di Storia Naturale e Botanica nel Ginnasio del Dipartimento del Mella, Ispettore delle miniere del Regno d’Italia, membro dell’I. R. Istituto di scienze, lettere e arti in Milano nonché di accademie. Alla fine si è portato in Egitto, dove il viceré Mehemet Alì lo ha nominato orittognosta (l’orittognosìa è una branca della mineralogìa che si occupa delle proprietà fisiche dei fossili) o anche  orittologo (l’orittologìa riguarda sali, solfi, marmi, pietre comuni e preziose, metalli ecc.)[1]. È morto il 25 settembre 1826 a Khartoum in Sudan. I lavori naturalistici di Brocchi sia riguardo all’Italia che all’Egitto e alla Siria restano una pietra miliare nel campo. 
    Dal 1811 in poi lo studioso bassanese ha cominciato i suoi viaggi esplorativi nella zona centrale dell’Italia arrivando fino in Puglia per lo più in compagnia di Alberto Parolini, del pari entusiasta ricercatore. A Napoli ha fatto addirittura amicizia con un altro grande indagatore, Michele Tenore. In Calabria è pervenuto nell’aprile del 1819. Vi si era avviato il giorno 3. Ad attestarlo è lo stesso Parolini in una lettera da Palermo del 5 giugno dell’anno dopo. Così scrive in proposito un suo immediato biografo, il concittadino Giovanni Larber:[2]

    «Scorreva la Calabria Ulteriore e citeriore, ossa la magna Grecia, per tutti i versi, e singolarmente i contorni di Reggio. Ivi ammirava prima di tutto la spontanea e comune lussureggiante vegetazione delle piante Affricane ed Americane, straniera alle altre regioni della Penisola”. 
[…] Ammirava l’abbondanza sterminata dei Cedri, e la smisurata mole di alcune fra queste piante, delle quali traggono quegli abitanti rilevantissimo lucro”. 
[…] Distingueva nelle vicinanze di Reggio tre diverse formazioni di rocce originate in tre differenti periodi. Le rocce primitive dei maggiori poggi costituiti dal Granito in qualche luogo intersecato da filoni di calcaria conchiglifera, dallo schisto micaceo, onde formati sono i favolosi scogli di Scilla, dalla Serpentina nerastra attraversata da filoni di quarzo»
[3].

    Il Brocchi, che in Italia ha compiuto varie esplorazioni, ha esposto le fatiche relative alla Calabria in un lavoro dal titolo “Osservazioni geologiche sui contorni di Reggio in Calabria, e sulle sponde opposte della Sicilia” pubblicato ugualmente in “Biblioteca Italiana”[4]. Gran parte è diretta a stabilire la formazione dei territori che si affacciano sullo Stretto di Messina rifacendosi pure alle antiche credenze. Interessanti i materiali di schisto, di cui sono «formati i decantati scogli di Scilla di cui sono stati tanto esagerati i pericoli, e su cui tante favole furono spacciate dagli antichi poeti» e di grauwake[5], cui «appartiene la pietra che si adopera in Reggio per selciare le strade, e che si trae da macellari[6] a sei miglia dalla città». Non mancano particolari su Cannitello, Pezzo e sui gorghi di Cariddi.

    Lasciando le ricerche naturalistiche, è stimolante leggere qualche considerazione in merito alla vita che ai suoi tempi si conduceva dagli abitanti della Sila. La stralciamo da una di lui opera che concerneva però la città di Roma[7]:

  «Mi piace di riferire qui alcune osservazioni fatte in Calabria e pubblicate in altra circostanza (Bibliot. Ital. Marzo 1820) giacché giova di raccorre i fatti di paragonare insieme i fenomeni in una così intricata questione. Nella Calabria ulteriore dal lato di Cosenza havvi un gruppo di grandi ed estesi monti, che chiamasi la Sila, coperto un tempo di boschi ed ora nella massima parte ridotto a coltura. Negli altipiani di queste montagne e nelle spaziose vallate che stanno sulla sommità molti sono i luoghi impaludati, ed uno fra questi assai esteso è nella valle del Crocifisso fra Cecio e Camiliati nel sito detto l’Orizzonte. Le acque piovane ed i rivoli che scendono dalle circostanti alture colà si radunano, ed innondano quel tratto di terreno coperto di giunchi, di carici e di altre simili piante. Il suolo è formato di una sorta di torba che traballa appuntandovi i piedi, e sotto questa grossa cotenna scorre un fiumicello detto il Bufalo. Alla mattina innanzi che spunti il sole esala da quella palude una fitta nebbia che sollevasi all’altezza di molti piedi, e che non si dilegua se non che allora quando i raggi solari abbiano preso vigore. 
    Ora questo pantano, che è di quasi mila tumulate (la tumulata è di circa 31700 piedi quadrati), basterebbe nella pianura ad ammorbare un intiero territorio; tuttavia i pastori dormono alla notte sul margine della palude durante la state e l’autunno, ed i proprietarj di quelle terre sogliono trattenersi nel casino di Cecio come in una piacevole villeggiatura».


    Dopo aver riferito sull’insalubrità dell’aria particolarmente nella plaga ionica, Brocchi riporta alcuni tra i metodi naturali più diffusi tra i nativi per la disinfestazione dell’ambiente:

    «Uno de’ mezzi da lungo tempo insinuati come valevoli a disinfettar l’aria quello è de’ suffumigi aromatici i quali operano come antiseptici tale essendo in generale la virtù degli aromi, benché vengano ora men che una volta adottati dopo che si sono rinvenuti metodi più efficaci. Un altro espediente è quello degli acidi vegetabili, quale sarebbe l’aceto sollevato in vapori sulle brage ardenti»[8].

Rocco Liberti

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[1] Dizionario della Lingua Italiana arricchito di tutte le giunte che si trovano in altri dizionarj Pubblicati e di un copioso numero di voci nuove. Tomo II, Fratelli Vignozzi e Nipote, Livorno 1858, alla voce. 
[2] Biblioteca Italiana o sia Giornale di Letteratura, Scienze ed Arti compilato da vari letteratj, Tomo XIX, Anno quinto-Luglio, Agosto e Settembre 1820, Milano, Presso la Direzione del Giornale, p. 519. 
[3] Giovanni Larber, Elogio storico di Gio. Batt. Brocchi bassanese, Per Valentino Crescini, Padova 1828, pp. 52-53. 
[4] Ivi, pp. 69-82. 
[5] La grauwacke è il nome tedesco di un tipo di roccia tradotto in italiano con grovacca. 
[6] Macellari è frazione o località di Reggio Calabria. 
[7] Dello stato fisico del suolo di Roma Memoria per servire d’illustrazione alla carta geognostica di questa città, Nella Stamperia De Romanis, Roma 1820, p. 278. 
[8] Brocchi, Dello stato fisico del suolo di Roma…, p. 280.

martedì 17 marzo 2026

MONS. GIOVANNI FERRO: DALLA MEMORIA DI REGGIO, BOVA E OPPIDO AL GIARDINO DEI GIUSTI (di Bruno Demasi)


   Nel silenzio del Monte Stella, dove Milano ha piantato il suo Giardino dei Giusti, insieme a quelli di Martin Luther King, di Piero Calamandrei e di altri grandi, il nome di Giovanni Ferro è stato pronunciato come si pronuncia un’eredità che non appartiene solo al passato, ma alla vocazione di una terra. L’11 marzo 2026, tra gli alberi che ricordano chi ha salvato vite durante la furia della storia, è comparso anche il suo: un somasco piemontese che, nel cuore della guerra, nascose e protesse un ragazzo ebreo di quattordici anni, Roberto Furcht, sottraendolo alla deportazione. Quel gesto, rimasto segreto per decenni, oggi diventa la chiave per comprendere tutto ciò che Ferro è stato: un uomo che non separò mai la fede dalla responsabilità, la carità dal coraggio, la Chiesa dalla storia. Il Giardino dei Giusti non lo celebra: lo riconosce. Lo restituisce alla luce.

    Giovanni Ferro nasce a Costigliole d’Asti, tra le colline piemontesi che insegnano la sobrietà e il lavoro silenzioso. Entra giovanissimo tra i Padri Somaschi, si forma nelle grandi università ecclesiastiche, insegna, guida collegi, attraversa la guerra come rettore del Gallio di Como. È lì che la sua vocazione si misura con la notte del mondo: accoglie profughi, protegge perseguitati, salva vite senza chiedere nomi né appartenenze.

    Ma la sua storia non si compie al Nord. La sua storia vera comincia quando la Chiesa lo invia a Reggio Calabria, nel 1950. È allora che il piemontese diventa mediterraneo. La Calabria lo accoglie come si accoglie uno straniero che non resta straniero: Ferro ascolta, cammina, impara la lingua profonda dei paesi aspromontani, quella fatta di dignità ferita e di speranza ostinata. Durante le alluvioni del 1951, quando interi centri vengono cancellati dal fango, è lui a parlare alla nazione, a chiedere aiuto, a farsi voce di un popolo che rischiava di essere dimenticato. L’Italia risponde poco; lui resta. Resta nei paesi abbandonati, nelle case senza tetto, nelle comunità che perdono tutto. Resta come un padre che non fugge quando la casa trema. 
   Negli anni Sessanta, mentre la Calabria vive trasformazioni profonde, la Santa Sede affida a Ferro un compito ulteriore: l’amministrazione apostolica della diocesi di Oppido Mamertina, una diocesi fragile, segnata da tensioni interne, da un clero spesso isolato, da un territorio che oscillava tra la povertà agricola e le prime ombre della criminalità organizzata.Ferro non esercita Oppido da lontano: sale in Aspromonte, percorre le strade polverose, incontra sacerdoti soli, ascolta comunità divise, ricompone conflitti che sembravano insanabili. Porta ordine senza autoritarismo, fermezza senza durezza, una presenza che non giudica ma orienta.È in questi anni che per suo specifico impulso prende forma un processo decisivo: la riorganizzazione della diocesi di cui si paventava la soppressione, l’allargamento del suo respiro pastorale, l’inclusione della città di Palmi, che diventerà parte integrante della nuova Diocesi di Oppido Mamertina–Palmi. Un cambiamento che non fu solo amministrativo, ma simbolico: unire due territori diversi, le due anime del Tirreno e dell’Aspromonte significò subito superare  le angustie geografiche stratificate dalla storia per ridare alla Piana la consacrazione amministrativo - religiosa che le competeva da sempre nel segno e nella memoria del grande vescovado di Oppidum che inglobava l'eredità di Tauriana.

    E quando nel 1970 esplodono i moti di Reggio, la città lo guarda come si guarda un padre nel mezzo della tempesta. Ferro non alimenta la rabbia, non si lascia trascinare dalle fazioni, non cerca applausi. Cerca la pace. Chiama “fratelli in Dio” anche gli uomini delle forze dell’ordine, e per questo viene fischiato. Pochi giorni dopo, la stessa piazza lo acclama. È il destino dei pastori veri: essere contestati e amati nello stesso tempo, perché non appartengono a nessuno e appartengono a tutti. La sua vita scorre così, tra la sobrietà e la fermezza, tra la povertà scelta e la responsabilità portata sulle spalle. Quando nel 1977 presenta le dimissioni, la città lo saluta con dolore: Reggio gli concede la cittadinanza onoraria, ma soprattutto gli chiede di non andare via. E lui torna. Torna perché la Calabria non è più la terra che gli è stata affidata: è la sua terra.
 
  Muore il 18 aprile 1992, in silenzio, come aveva vissuto. Nel 2019 la Chiesa lo riconosce Venerabile, attestando l’eroicità delle sue virtù. Oggi, quando la società civile lo riconosce Giusto, attestando l’eroicità della sua umanità, guardando il suo nome tra gli alberi del Giardino dei Giusti che idealmente accomuna Milano e l'Aspromonte, la Calabria può rileggere la sua storia recente attraverso la figura di questo pastore mite e coraggioso. Ferro non è stato solo un arcivescovo: è stato un custode. Ha custodito vite durante la guerra, ha custodito comunità durante le alluvioni, ha custodito la città durante la rivolta, ha custodito la dignità di un popolo calabrese che spesso non ha avuto chi lo difendesse. E ha custodito anche Oppido e Palmi, due terre diverse che per suo impulso hanno trovato un’unica voce, un’unica casa ecclesiale, un’unica direzione non nell’annullamento di un’antica diocesi aspromontana, ma nel suo ampliamento che ne ha ridisegnato i confini nella Piana di Gioia Tauro, alla quale ha restituito la dignità storica e sociale che le competeva.

     La sua eredità non è un monumento, ma un seme. Ricorda che la giustizia non è un gesto eroico, ma una fedeltà quotidiana. Ricorda che la santità non è lontana, ma nasce dal coraggio di restare quando tutto crolla. Ricorda che un uomo venuto da lontano può diventare profondamente calabrese quando sceglie di condividere non solo la fede, ma la sorte  e le sofferenze di un popolo. 
 
Bruno Demasi