Una storia capace di illuminare un’epoca, una vera e propria impresa; un gruppo di ragazzi che decide di sfidare l’improbabile. Non è soltanto il racconto di una radio libera nata nel cuore dell’Aspromonte degli anni Settanta; è la testimonianza di un desiderio collettivo, di un’energia generazionale che seppe trasformare l’assenza di mezzi in una forma di libertà.
Il testo di Tonino Polistina restituisce con finezza la vibrazione di quegli anni: la piazza grande, le prime radio che spuntano come avamposti di modernità, le visite ai pionieri dell’etere, le paure e le diffidenze, la determinazione ostinata di chi non si lascia scoraggiare. E soprattutto la forza di un amore precoce per il mezzo radiofonico, nato - come si legge nel documento - “nel caldo del letto, col transistor attaccato all’orecchio”, e cresciuto fino a diventare progetto, quasi impresa e comunità.
Pubblicare questo testo significa offrire ai lettori non solo un frammento di memoria locale, ma una piccola lezione di immaginazione civile, la prova che, talvolta, la storia nasce da una panchina, da una radiolina nel taschino, da un manipolo di ragazzi che decide di non arrendersi all’impossibile.( Bruno Demasi )
Non ammetteva repliche quella mia sparata da condottiero alla guida di un’avventura che ritenevo realizzabile.
A bordo della 112 di Andrea, partimmo alla volta di Taurianova, sede di una delle prime radio calabresi – la prima in assoluto era nata a Paravati seguita da Radio Piana Rizziconi - .
In macchina ci trovammo d’accordo: bisognava credere solo al venti per cento di quello che ci era stato raccontato. D’altra parte, quello faceva i suoi interessi - e distogliere i potenziali concorrenti era il primo.
Per la radio ho sempre avuto un amore viscerale. Dai piccoli transistor fino agli stereo casalinghi non mi sono fatto mancare nulla. I miei genitori mi regalarono la prima radio sul finire degli anni Sessanta, quando le trasmissioni musicali si contavano sulle dita di una mano: la domenica mattina Gran Varietà e poi durante la settimana - la sera tardi - Supersonic Dischi a Mach 2, il venerdì la Hit Parade di Lelio Luttazzi e La Corrida con Corrado. Il resto erano notiziari e programmi culturali. Nel caldo del letto, col transistor attaccato all’orecchio, le note di Supersonic chiudevano la giornata.
Il primo impatto col “mezzo” l’ho avuto quando ancora non avevo dieci anni. Successe al vecchio campo sportivo, una domenica durante una partita di calcio. Tra gli spettatori, nelle vicinanze, c’era Andrea, un simpatico e innocuo personaggio oppidese, afflitto da uno sviluppo mentale inferiore a quello proprio della sua età cronologica.
Soleva portare nel taschino interno della giacca una minuscola radiolina che teneva sempre accesa. Anche quel pomeriggio. Attratto dal suono mi avvicinai per ascoltare meglio. Andrea, che ripeto era un innocuo bamboccione, chissà per quale recondito motivo, appena mi ebbe a portata di mano, mi assestò un “cinquelire” sulla guancia sinistra che ancora lo sento. Mi ritrassi spaventato. Lui mi sorrise, si aggiustò con l’indice gli occhiali e se ne andò.
La rivoluzione radiofonica arrivò nel mese di luglio del Settanta quando ebbe inizio Alto Gradimento, una trasmissione ideata da Arbore e Boncompagni, che mescolava musica e gag con improbabili personaggi.
Ad Alto Gradimento riconosco la colpa di aver fatto innamorare definitivamente della radio almeno un paio di generazioni di giovani, e di averli spinti a farla negli anni immediatamente successivi. Ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza, è fonte d’ispirazione per i network che popolano l’etere.
Il passo successivo alla visita a Taurianova fu coinvolgere chi ne capiva più di noi a livello tecnico e farsi un’idea di quanto c’era da spendere. Rosario, Memè e Angelo facevano al caso nostro. Secondo la loro stima per mettere su una radio di media grandezza si sfioravano i due milioni di lire. Io lavoravo da poco al comune e il mio stipendio era di trecentocinquanta mila lire al mese - giusto per rendere un’idea.
Non ci perdemmo d’animo e cominciammo il passaparola tra amici e conoscenti. In breve, il gruppo si compose di diciassette elementi ognuno dei quali entrava con una quota di centomila lire. La radio si sarebbe chiamata Radio Mamertina: Rocco fu nominato presidente e Gianni il suo vice.
La prospettiva di una radio oppidese aveva infuso entusiasmo in buona parte dei concittadini, compresa la nuova amministrazione comunale, alla quale riuscimmo a strappare la promessa di una sede gratuita. In pochi mesi quella che poteva sembrare un’idea folle stava concretamente prendendo forma.
Pasquale, il falegname del gruppo, con pialle e seghe principiò a costruire il banco regia insieme a Gigi, mentre Angelo, titolare di un negozio di elettrodomestici, lanciava l’ordine per l’acquisto di giradischi, microfoni, stereo sette e cuffie. Mimmo, Marcello, Aldo, Mario e Pino selezionavano i primi dischi. Con l’aiuto di Roberto, Renato e Andrea cominciavo a delineare una parvenza di palinsesto, dove musica e parole – convinti come eravamo che la radio dovesse avere anche una funzione sociale – trovassero il giusto equilibrio.
A marzo del ’77 il più era fatto: avevamo una sede, il piano terra dell’ex Istituto per l’Agricoltura; avevamo un trasmettitore da 100 W che ci avrebbe permesso di coprire buona parte della fascia tirrenica calabrese; e avevamo una buona riserva di dischi.
Il Primo Maggio del 1977 tutto era pronto per l’inizio delle trasmissioni. Mancava solo un piccolo particolare: innalzare sul terrazzo dell’edificio una antenna di venticinque metri! L’operazione si protrasse per molte ore. Soltanto nel tardo pomeriggio – dopo una lunga e non facile impresa che aveva coinvolto anche tre palazzi vicini, utilizzati per l’ancoraggio dei tiranti – il lavoro venne a compimento. Intorno centinaia di persone trattenevano il fiato: erano accorse a seguire quelle fasi concitate, a gridare consigli, a fare il tifo. Poi, finalmente, il lungo tubo di acciaio, con i quattro dipoli a mezza onda in cima, cominciò a salire, lento e solenne, verso il cielo.
Era arrivato il momento che tutti aspettavamo.
“Buonasera, iniziano oggi, sugli ottantanove e cinquecento Megahertz della modulazione di frequenza, le trasmissioni di Radio Mamertina. Buon ascolto”.
La mia voce aveva aperto un’altra finestra nella storia di questa città. Nemmeno un anno dopo la mia intuizione, il sogno diveniva realtà.
"Si sente anche dalla piazza! "
Trafelato e raggiante Zio Mimì – uno dei nostri soci – era corso in studio per annunciare la buona novella.
Dopo quella rivelazione Radio Mamertina poteva iniziare davvero la sua incredibile storia.