Chi penzi? Tu dormi? Rivigghiati, o Musa,
cumpagna mia cara, cumpagna affettusa;
quand’era figghiolu, tu fusti cotrara,
cumpagna affettusa, cumpagna mia cara;
li notti e li jorni p’assava cu tia
cumpagna affettusa di l’anima mia.
Jeu, quandu l’amaru mi stava dolusu,
calata la testa penzusu penzusu
tu ti ndi venini tirata davanti
cu cosi puliti, cu chiacchiari tanti
e presti cacciavi la malincunia
chi tutta scornusa votava la via…
cumpagna mia cara, cumpagna affettusa;
quand’era figghiolu, tu fusti cotrara,
cumpagna affettusa, cumpagna mia cara;
li notti e li jorni p’assava cu tia
cumpagna affettusa di l’anima mia.
Jeu, quandu l’amaru mi stava dolusu,
calata la testa penzusu penzusu
tu ti ndi venini tirata davanti
cu cosi puliti, cu chiacchiari tanti
e presti cacciavi la malincunia
chi tutta scornusa votava la via…
Ecco l’incipit della Mbocazioni alla musa della Ceceide di Vincenzo Ammirà , un’operetta dialettale che sembra essere sottratta al tempo non per mancanza, ma per eccesso di vitalità. Un testo che ha prodotto sempre molti pruriti e non poche risate morbose, ma che la cultura ufficiale ha giudicato sempre sconveniente, eccentrico o troppo legato alla voce popolare e che ha continuato a circolare inperterrito nelle copie manoscritte, nella memoria orale, nelle mezze allusioni delle biblioteche locali.
Scritta in dialetto monteleonese, la lingua della città che oggi si chiama Vibo Valentia, nacque nel 1848 e rimase per oltre un secolo in una condizione ambigua: conosciuta e insieme censurata, celebre e quasi invisibile, condannata in nome del buon costume e poi recuperata dagli studiosi come documento di straordinario interesse letterario e storico. La sua prima edizione moderna apparve soltanto nel 1975, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, in un volume di 103 pagine pubblicato dall’editore Athena di Napoli.¹
Scritta in dialetto monteleonese, la lingua della città che oggi si chiama Vibo Valentia, nacque nel 1848 e rimase per oltre un secolo in una condizione ambigua: conosciuta e insieme censurata, celebre e quasi invisibile, condannata in nome del buon costume e poi recuperata dagli studiosi come documento di straordinario interesse letterario e storico. La sua prima edizione moderna apparve soltanto nel 1975, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, in un volume di 103 pagine pubblicato dall’editore Athena di Napoli.¹
Il destino del poemetto coincide, in larga misura, con quello del suo autore. Vincenzo Ammirà fu poeta, patriota, insegnante privato, autore in lingua italiana e in dialetto; ma la memoria locale finì per identificarlo quasi esclusivamente con il poemetto osceno che gli era costato un processo borbonico. La sua vicenda pone così una domanda che va oltre il singolo caso: che cosa viene espulso dal canone quando una letteratura decide di rappresentare il corpo, il desiderio e il riso senza sottoporli alla sorveglianza della morale?
Un poeta tra patriottismo e scandalo
Vincenzo Ammirà nacque a Monteleone il 2 ottobre 1821, da Domenico, farmacista, e da Maria Lo Giudice. Fu allievo dell’umanista Raffaele Buccarelli, nel cui ambiente maturò quella formazione insieme letteraria e patriottica che avrebbe segnato la sua esistenza. Negli anni Quaranta partecipò all’attività del Comitato rivoluzionario monteleonese e fu tra gli animatori della cospirazione liberale che preparò i moti del 1848.² Il dato è importante, perché impedisce di leggere la Ceceide come una semplice parentesi licenziosa nella produzione di un verseggiatore provinciale. Ammirà apparteneva a quella generazione meridionale che aveva affidato al Risorgimento una speranza di riscatto civile. Le sue liriche patriottiche, la partecipazione ai moti e, più tardi, l’adesione alla spedizione garibaldina mostrano un intellettuale inquieto, immerso nelle contraddizioni del proprio tempo.
Nel 1860, dopo il passaggio di Garibaldi da Monteleone, Ammirà lo seguì fino a Soveria Mannelli. Tuttavia l’Unità non gli restituì né una posizione stabile né il riconoscimento che avrebbe potuto attendersi. Fu escluso dalla possibilità di insegnare nel liceo della sua città; continuò a vivere impartendo lezioni private e, per un periodo, lavorò nell’ufficio del dazio. In una poesia dedicata a quella esperienza scrisse:
Nel 1860, dopo il passaggio di Garibaldi da Monteleone, Ammirà lo seguì fino a Soveria Mannelli. Tuttavia l’Unità non gli restituì né una posizione stabile né il riconoscimento che avrebbe potuto attendersi. Fu escluso dalla possibilità di insegnare nel liceo della sua città; continuò a vivere impartendo lezioni private e, per un periodo, lavorò nell’ufficio del dazio. In una poesia dedicata a quella esperienza scrisse:
Ed il cadutu jornu ripensu,
quali la fatica, quali lu cumpensu;
ed esclamandu la pippa allumu:
oh malidettu daziu cunsumu.³
quali la fatica, quali lu cumpensu;
ed esclamandu la pippa allumu:
oh malidettu daziu cunsumu.³
La strofa illumina un tratto essenziale della sua personalità: l’ironia come forma di resistenza. Ammirà non possiede il tono ufficiale del poeta celebrativo; guarda piuttosto dal basso le istituzioni, le loro promesse e i loro fallimenti. Il suo linguaggio nasce dall’attrito fra l’ideale civile e la realtà quotidiana. La stessa tensione attraversa la Ceceide. Il poemetto non è un’opera estranea alla storia politica dell’autore, ma una sua diversa declinazione: là dove la poesia patriottica proclama la libertà, la poesia oscena la mette in scena attraverso il corpo, il desiderio e la derisione delle gerarchie sociali.
La notte del 4 marzo 1848
Secondo la tradizione trasmessa dagli studiosi e dalle fonti biografiche, la prima parte della Ceceide sarebbe stata composta in una sola notte, il 4 marzo 1848, nel corpo di guardia della Guardia nazionale. L’occasione sarebbe stata fornita dall’amico Saverio Costanzo, che avrebbe invitato Ammirà a ricordare l’anniversario della morte di Cecia, celebre prostituta e mezzana di origine tropeana.⁴
Questa scena di scrittura possiede quasi la forma di un piccolo mito d’origine. Da una parte c’è la notte, spazio della clandestinità, della veglia e della trasgressione; dall’altra il corpo di guardia, luogo dell’ordine pubblico e della sorveglianza. Ammirà scrive dunque un testo scandaloso dentro uno spazio istituzionale, mentre la Calabria attraversa la vigilia rivoluzionaria del 1848. La coincidenza non è secondaria. Il poemetto nasce nello stesso anno in cui l’Europa conosce sommovimenti politici destinati a mettere in crisi gli assetti della Restaurazione. La scrittura della Ceceide non va naturalmente confusa con un programma politico; tuttavia partecipa di quello stesso clima di rovesciamento, di insofferenza e di attacco alle autorità costituite.
Al centro del testo c’è Cecia, una donna che la tradizione locale aveva consegnato alla fama come prostituta conosciuta da uomini di ogni condizione. La sua figura viene sottratta alla marginalità e trasformata in un personaggio epico-parodico. La morte della cortigiana diventa materia di canto, la sua memoria viene organizzata nella forma di un testamento, e la sua biografia assume i contorni di una leggenda cittadina. Cecia è, in questo senso, la “Venere” del titolo: non una dea astratta, ma una divinità plebea, concreta, territoriale. La sua sfera d’azione non è il mito lontano, bensì la Calabria delle strade, delle case, delle reputazioni e dei pettegolezzi. Il suo corpo diventa il centro di una comunità che, attraverso il riso, riconosce la propria ipocrisia.
Il processo del buon costume
La fortuna della Ceceide fu immediatamente legata allo scandalo. Nel corso di una perquisizione domiciliare, la polizia borbonica trovò in casa di Ammirà una copia manoscritta del poemetto e un esemplare del Decameron. L’accusa parlò di detenzione di uno scritto e di un libro contrari al «buon costume».⁵ Il 28 aprile 1854 il tribunale condannò il poeta a due mesi di esilio correzionale, a una multa di venti ducati e alla perdita del manoscritto e del libro. In appello, a Catanzaro, la pena fu ridotta alla sola multa, oltre alle spese processuali.⁶ La vicenda mostra con particolare chiarezza come la censura morale potesse intrecciarsi alla sorveglianza politica. Ammirà era già noto alle autorità per le sue idee liberali; il possesso del manoscritto osceno e del Decameron offrì dunque un ulteriore motivo per colpire un intellettuale sospetto.
Il processo ebbe conseguenze durature. Il figlio Domenico, quando nel 1928 raccolse parte delle opere paterne nei volumi Tragedie e poesie e Poesie dialettali, escluse proprio i testi osceni. La rimozione non fu quindi soltanto borbonica: proseguì, in forme più discrete, nella trasmissione familiare e nella prudenza editoriale.⁷ La Ceceide fu consegnata a una zona di clandestinità. Non venne stampata, ma continuò a essere copiata. Questa è una delle sue caratteristiche più singolari: l’opera sopravvisse non grazie a un’edizione autorevole, bensì attraverso una pluralità di manoscritti anonimi, spesso difformi fra loro. Ogni copista intervenne sul testo, modificandone la grafia, il lessico e talvolta persino la struttura.⁸ La storia materiale del poemetto è dunque parte integrante della sua storia letteraria. Non abbiamo davanti un testo fissato una volta per tutte, ma un organismo mobile, esposto alla voce e alla mano di chi lo trascriveva. La Ceceide è stata, per lungo tempo, non soltanto letta: è stata riscritta, adattata, deformata, restituita alla comunità.
Il testamento di Cecia Il cuore del poemetto è il testamento della protagonista. Cecia, nel momento della morte, distribuisce simbolicamente il proprio patrimonio: non beni immobili o ricchezze, ma oggetti, gesti, memorie e parti del corpo. L’atto testamentario, forma solenne per eccellenza, viene così applicato a una materia bassa e carnale. Il procedimento è profondamente carnevalesco. La morte non conclude il desiderio, ma lo trasforma in spettacolo collettivo. Le regole della rispettabilità vengono rovesciate: i personaggi più autorevoli della comunità possono essere trascinati dentro la rete delle allusioni erotiche; le distanze fra nobili e popolani, uomini di cultura e frequentatori di postriboli, vengono cancellate dal riso.
Quandu vitti ca perdi territoriu
ca chiju jornu no’ pigghia domani,
e si ntisi sonari lu mortoriu
Cecia si fici l’atti cristiani;
pe’ nommu azzippa l’anima e lu coriu
vozzi dassari tutti cosi sani.
“Ah! Chiamatimi” , dissi, “ lu notaru
Mo cu carta, cu pinna e calamaru!”
. . .
Ija volendu prima pemmu dici
addeu l’urtima vota a chista terra
ed assistuta di li bravi amici
Crigna, Lorenza, Zarafina e Serra,
sana di menti, quantu ‘n vita fici
ed accucchiau cu la buttana guerra,
si risorviu mu dassa e mu disponi
a chiji chi cridiu fidili e boni.
ca chiju jornu no’ pigghia domani,
e si ntisi sonari lu mortoriu
Cecia si fici l’atti cristiani;
pe’ nommu azzippa l’anima e lu coriu
vozzi dassari tutti cosi sani.
“Ah! Chiamatimi” , dissi, “ lu notaru
Mo cu carta, cu pinna e calamaru!”
. . .
Ija volendu prima pemmu dici
addeu l’urtima vota a chista terra
ed assistuta di li bravi amici
Crigna, Lorenza, Zarafina e Serra,
sana di menti, quantu ‘n vita fici
ed accucchiau cu la buttana guerra,
si risorviu mu dassa e mu disponi
a chiji chi cridiu fidili e boni.
Tra gli amanti attribuiti a Cecia compare anche il filosofo tropeano Pasquale Galluppi, morto nel 1846. L’allusione è tanto più efficace perché mette in contatto due universi apparentemente inconciliabili: da una parte il rigore della filosofia, dall’altra la materialità del bordello. L’effetto non è soltanto comico. La cultura ufficiale, separata dal corpo e dalla vita quotidiana, viene ricondotta alla stessa fragilità degli altri uomini.
Antonio Piromalli ha interpretato Cecia come una figura di liberazione: «Come per un richiamo ancestrale Cecia è esaltata ancora come simbolo di liberazione singola e collettiva».⁹ La citazione va intesa con cautela, senza trasformare Ammirà in un teorico ante litteram dell’emancipazione femminile. Cecia resta un personaggio costruito da uno sguardo maschile e satirico; tuttavia, nella logica del poemetto, il suo corpo non è semplicemente oggetto di condanna. Esso diventa il luogo da cui si pronuncia un giudizio sulla società.
La donna scandalosa possiede una libertà che gli uomini rispettabili fingono di non conoscere. È amata da nobili e popolani, da religiosi e intellettuali; attraversa le differenze di classe e mette in comunicazione ambienti separati. Nel suo testamento, la comunità scopre di essere già compromessa con ciò che pretende di espellere.
Antonio Piromalli ha interpretato Cecia come una figura di liberazione: «Come per un richiamo ancestrale Cecia è esaltata ancora come simbolo di liberazione singola e collettiva».⁹ La citazione va intesa con cautela, senza trasformare Ammirà in un teorico ante litteram dell’emancipazione femminile. Cecia resta un personaggio costruito da uno sguardo maschile e satirico; tuttavia, nella logica del poemetto, il suo corpo non è semplicemente oggetto di condanna. Esso diventa il luogo da cui si pronuncia un giudizio sulla società.
La donna scandalosa possiede una libertà che gli uomini rispettabili fingono di non conoscere. È amata da nobili e popolani, da religiosi e intellettuali; attraversa le differenze di classe e mette in comunicazione ambienti separati. Nel suo testamento, la comunità scopre di essere già compromessa con ciò che pretende di espellere.
E li smeragghi mei cu la patenti,
pe’ li tanti cumpagni e cumpagnuni
chi fici ntra lu mundu cu la genti
pe’ timpi, pe’ muntagni e pe’ vajuni,
chi ‘ntra ‘nu misi mi li portu a menti
ndi fici chiù di menzu miliuni,
pe’ li tanti cumpagni e cumpagnuni
chi fici ntra lu mundu cu la genti
pe’ timpi, pe’ muntagni e pe’ vajuni,
chi ‘ntra ‘nu misi mi li portu a menti
ndi fici chiù di menzu miliuni,
a Lorenzu li dassu, vi’!...nommu sgagghi,
mu si li mpendi ammenzu a li ngunagghi.
mu si li mpendi ammenzu a li ngunagghi.
Una poesia della piazza
La Ceceide non appartiene alla poesia dialettale intesa come esercizio letterario o come riproduzione folclorica. Il dialetto di Ammirà è una lingua d’azione: irride, nomina, trascina in pubblico ciò che la morale privata vorrebbe tenere nascosto. Il suo realismo è anzitutto sociale. La scelta del dialetto monteleonese consente al poeta di parlare dall’interno di una comunità concreta, con i suoi personaggi riconoscibili, le sue reputazioni e i suoi codici. Non c’è la distanza di chi osserva un mondo arcaico; c’è la partecipazione di chi conosce il peso delle parole e sa che una battuta può ferire più di una denuncia.
Piromalli ha insistito sul carattere non subalterno di questa scrittura. La letteratura dialettale, nella sua prospettiva, non è una semplice imitazione della cultura ufficiale, ma può esprimere «la protesta delle classi subalterne contro le condizioni economiche, politiche, sociali».¹⁰ Nel caso della Ceceide, la protesta non si presenta come invettiva programmatica. Assume piuttosto la forma del riso, dell’oscenità, della deformazione parodica.
È precisamente questa forma a renderla difficile da collocare. Il poemetto non è soltanto erotico, né soltanto satirico, né soltanto popolare. È insieme parodia epica, testamento burlesco, cronaca cittadina, canto funebre e teatro della reputazione. La morte di Cecia diventa l’occasione per una rappresentazione totale della società monteleonese. Il corpo della protagonista funziona come un archivio. Su di esso si depositano il desiderio degli uomini, la curiosità della comunità, la censura delle autorità, la memoria orale e la fantasia del poeta. La Ceceide racconta dunque una donna, ma racconta soprattutto il modo in cui una società guarda, giudica e desidera.
Una fortuna "scandalosa"
La fortuna della Ceceide ha conosciuto almeno tre fasi. La prima è quella della circolazione orale e manoscritta, quando il testo vive nella comunità, sottratto alla stampa ma non alla lettura. La seconda è quella della rimozione, che comprende tanto la censura borbonica quanto l’esclusione degli scritti osceni dalle raccolte postume del 1928. La terza comincia nel 1975, quando l’edizione Piromalli-Scafoglio restituisce il poemetto alla discussione critica.¹¹ A quella pubblicazione seguirono altre edizioni: quella curata da Sharo Gambino nello stesso 1975 per MIT, Cosenza, un'altra, molto pregevole, approntata da Carlo Carlino e pubblicata da Barbaro Editore a Oppido Mamertina nel 1980, mentre, nel 1979, c'era stata anche l’edizione degli altri due poemetti osceni di Ammirà, La ’Ngagghia e la Rivigliade, anch’essi curati da Piromalli e Scafoglio.¹²
Il recupero degli anni Settanta non fu una semplice operazione antiquaria. Significò riconoscere che la letteratura calabrese non poteva essere rappresentata soltanto attraverso le sue voci più rispettabili o più facilmente assimilabili al canone nazionale. Accanto alla lirica patriottica, alla narrativa meridionalistica e alla poesia civile esisteva una tradizione del corpo e del riso, una linea oscena e carnevalesca che aveva attraversato la cultura regionale dai testi di Donnu Pantu fino all’Ottocento.
In questa prospettiva, Ammirà non è un’anomalia. È un punto di passaggio. La sua opera raccoglie l’eredità della poesia burlesca e licenziosa, ma la trasferisce dentro la società post-rivoluzionaria, in un’epoca segnata dalla crisi dell’ancien régime, dalle speranze risorgimentali e dalla nascita di nuove forme di controllo sociale. Il paradosso è che il poemetto, proprio perché osceno, ha conservato ciò che la poesia ufficiale spesso perde: la voce dei margini, il lessico dell’invettiva, il rapporto diretto con il pubblico, la memoria degli individui senza monumento. Cecia, che avrebbe dovuto essere cancellata come figura infamante, è diventata il personaggio più resistente dell’universo poetico di Ammirà.
L’autore dimenticato
Ammirà morì il 3 febbraio 1898. Secondo le testimonianze raccolte nella bibliografia locale, i giornali non diedero rilievo alla sua scomparsa; soltanto Luigi Bruzzano, sul periodico La Calabria, ne ricordò la figura alcuni mesi dopo.¹³ La sorte dell’uomo fu quella di molti intellettuali meridionali dell’Ottocento: una vita spesa nell’insegnamento e nella militanza, seguita da una lenta marginalizzazione. La sua fama sopravvisse in modo deformato. Da una parte veniva ricordato come poeta “maledetto”; dall’altra si cercava di difenderlo separando il poeta serio dall’autore delle composizioni oscene. Ancora nel 1929 Bruno Giordano intervenne sul Mattino di Napoli per sostenere che Ammirà doveva essere valutato per le sue liriche e non soltanto per i testi pornografici.¹⁴
Quella difesa, pur comprensibile, riproduceva inconsapevolmente la gerarchia che aveva condannato il poemetto: sembrava necessario salvare Ammirà dall’oscenità, come se la Ceceide costituisse un incidente imbarazzante nella sua carriera. La critica più recente ha invece mostrato che proprio quel testo consente di comprendere la complessità dell’autore. La Ceceide non è il peccato giovanile di un patriota. È l’altra faccia della sua idea di libertà. Nella poesia civile Ammirà combatte l’oppressione con il linguaggio dell’ideale; nel poemetto la combatte con la parodia, sottraendo il corpo al controllo dei moralisti e restituendolo alla comunità del riso.
La Venere di Tropea e di Monteleone
Cecia è una Venere senza tempio e senza marmo. La sua divinità è fatta di carne, fama e parola. Non appartiene al pantheon delle figure nobili, ma alla memoria irregolare delle città: quella che passa di bocca in bocca, che si conserva nelle storie di famiglia, nei manoscritti anonimi, nelle risate degli uomini e nelle indignazioni dei giudici. Per questo la Ceceide è una pagina curiosa e dimenticata della letteratura calabrese, ma non una curiosità minore. La sua singolarità nasce dal fatto che essa costringe la storia letteraria a misurarsi con ciò che il canone tende a espellere: l’osceno, il locale, il corporeo, il dialettale, il comico.
E forse il vero scandalo della Ceceide non consiste nel fatto che Ammirà abbia cantato una prostituta, ma nel fatto che abbia riconosciuto in lei una forma di potere: la capacità di mettere a nudo, attraverso il desiderio e il riso, l’ipocrisia di una società che pretendeva di governare i corpi mentre li frequentava di nascosto.
Bruno Demasi
_____________
1. Vincenzo Ammirà, La Ceceide, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Napoli, Athena, 1975, pp. 103.
2. Francesco Ammirà, “Note a La Ceceide”, Sistema Bibliotecario Vibonese, 2001; Michele La Rocca, “Vincenzo Ammirà”, Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, s.d.
3. Vincenzo Ammirà, Un commesso del dazio consumo, in Francesco Ammirà, “Note a La Ceceide”, Sistema Bibliotecario Vibonese, 2001.
2. Francesco Ammirà, “Note a La Ceceide”, Sistema Bibliotecario Vibonese, 2001; Michele La Rocca, “Vincenzo Ammirà”, Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, s.d.
3. Vincenzo Ammirà, Un commesso del dazio consumo, in Francesco Ammirà, “Note a La Ceceide”, Sistema Bibliotecario Vibonese, 2001.
4. .Antonio Piromalli, Letteratura e cultura popolare, nuova edizione con saggio introduttivo di Toni Iermano, Roma, FAP, 2012, pp. 8-9.
5.Francesco Ammirà, “Note a La Ceceide”, cit.
6.Michele La Rocca, “Vincenzo Ammirà”, cit.
7..Domenico Ammirà, Tragedie e poesie, Vibo Valentia, Froggio, 1928; Domenico Ammirà, Poesie dialettali, Vibo Valentia, Froggio, 1928.
8.Francesco Ammirà, “Nota al testo”, in “Note a La Ceceide”, cit.
9.Antonio Piromalli, “La Ceceide e la società del suo tempo”, in Vincenzo Ammirà, La Ceceide, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Napoli, Athena, 1975, pp. 5-24.
10.Antonio Piromalli, Letteratura dialettale e letteratura nazionale, Firenze, Olschki, 1983, p. 11.
11.Antonio Piromalli, “La Ceceide e la società del suo tempo”, cit.; Vincenzo Ammirà, La Ceceide, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Napoli, Athena, 1975.
12.Vincenzo Ammirà, La Ceceide, a cura di Sharo Gambino, Cosenza, MIT, 1975; Vincenzo Ammirà, La Ceceide, a cura di Carlo Carlino, Oppido Mamertina, Barbaro, 1980; Vincenzo Ammirà, La ’Ngagghia e la Rivigliade", a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Cosenza, Brenner, 1979.
13.Luigi Bruzzano, “Vincenzo Ammirà”, La Calabria, 1898.
14.Bruno Giordano, intervento su Vincenzo Ammirà, Il Mattino, Napoli, 18 maggio 1929.
10.Antonio Piromalli, Letteratura dialettale e letteratura nazionale, Firenze, Olschki, 1983, p. 11.
11.Antonio Piromalli, “La Ceceide e la società del suo tempo”, cit.; Vincenzo Ammirà, La Ceceide, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Napoli, Athena, 1975.
12.Vincenzo Ammirà, La Ceceide, a cura di Sharo Gambino, Cosenza, MIT, 1975; Vincenzo Ammirà, La Ceceide, a cura di Carlo Carlino, Oppido Mamertina, Barbaro, 1980; Vincenzo Ammirà, La ’Ngagghia e la Rivigliade", a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Cosenza, Brenner, 1979.
13.Luigi Bruzzano, “Vincenzo Ammirà”, La Calabria, 1898.
14.Bruno Giordano, intervento su Vincenzo Ammirà, Il Mattino, Napoli, 18 maggio 1929.

