sabato 12 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “ RADIO MAMERTINA” (Racconto inedito di Tonino Polistina)

     Una storia capace di illuminare un’epoca, una vera e propria impresa; un gruppo di ragazzi che decide di sfidare l’improbabile. Non è soltanto il racconto di una radio libera nata nel cuore dell’Aspromonte degli anni Settanta; è la testimonianza di un desiderio collettivo, di un’energia generazionale che seppe trasformare l’assenza di mezzi in una forma di libertà. 

      Il testo di Tonino Polistina restituisce con finezza la vibrazione di quegli anni: la piazza grande, le prime radio che spuntano come avamposti di modernità, le visite ai pionieri dell’etere, le paure e le diffidenze, la determinazione ostinata di chi non si lascia scoraggiare. E soprattutto la forza di un amore precoce per il mezzo radiofonico, nato - come si legge nel documento - “nel caldo del letto, col transistor attaccato all’orecchio”, e cresciuto fino a diventare progetto, quasi impresa e comunità. 

     La narrazione non indulge alla nostalgia facile: preferisce la precisione dei dettagli, la concretezza dei gesti, la coralità dei nomi e dei volti che contribuirono a costruire un’emittente dal nulla. È un racconto commovente perché restituisce la bellezza delle cose fatte insieme, quando l’entusiasmo giovanile riesce a superare la burocrazia, la tecnica, la paura del fallimento. E perché mostra come un sogno possa diventare, all’improvviso, un fatto storico: “Buonasera, iniziano oggi… le trasmissioni di Radio Mamertina” non è soltanto un annuncio, ma l’apertura di una stagione nuova per un inte3ro territorio.

     Pubblicare questo testo significa offrire ai lettori non solo un frammento di memoria locale, ma una piccola lezione di immaginazione civile, la prova che, talvolta, la storia nasce da una panchina, da una radiolina nel taschino, da un manipolo di ragazzi che decide di non arrendersi all’impossibile.( Bruno Demasi ) 
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   “Andrea, Renato, dobbiamo crare una radio!” 
   Non ammetteva repliche quella mia sparata da condottiero alla guida di un’avventura che ritenevo realizzabile.

     Ricordo che era una sera di inizio primavera del ‘76 ed eravamo appollaiati sulla spalliera dell’ultima panchina della piazza grande, quella di fronte alla sede del MSI. Anche in Calabria era arrivata quella rivoluzione chiamata Radio Libere, e io morivo dalla voglia di averne una. Da solo non sarebbe stato possibile e quindi dovevo trovare altri innamorati nella cerchia dei tanti amici. Non mi risero in faccia, anzi si dimostrarono ben disposti. Bisognava  però capire da che parte cominciare. Non esistevano Internet né tutorial: la cosa più logica era rivolgersi a chi ci era già passato.

     A bordo della 112 di Andrea, partimmo alla volta di Taurianova, sede di una delle prime radio calabresi – la prima in assoluto era nata a Paravati seguita da Radio Piana Rizziconi - .

    Mimmo D'Agostino, il patron di Radio Taurianova International, ci guidò in quella piccola realtà cercando, in tutti i modi, di distoglierci dalle nostre intenzioni: burocrazia, manutenzione tecnica, Siae, bollette e rischio sequestro delle attrezzature sarebbero stati ostacoli insormontabili. Loro erano stati fortunati perché fino a qualche mese prima non vi erano norme e regolamenti che disciplinavano quel settore. Per chi arrivava ora i rischi erano notevoli.

     In macchina ci trovammo d’accordo: bisognava credere solo al venti per cento di quello che ci era stato raccontato. D’altra parte, quello faceva i suoi interessi - e distogliere i potenziali concorrenti era il primo.

     Per la radio ho sempre avuto un amore viscerale. Dai piccoli transistor fino agli stereo casalinghi non mi sono fatto mancare nulla. I miei genitori mi regalarono la prima radio sul finire degli anni Sessanta, quando le trasmissioni musicali si contavano sulle dita di una mano: la domenica mattina Gran Varietà e poi durante la settimana - la sera tardi - Supersonic Dischi a Mach 2, il venerdì la Hit Parade di Lelio Luttazzi e La Corrida con Corrado. Il resto erano notiziari e programmi culturali. Nel caldo del letto, col transistor attaccato all’orecchio, le note di Supersonic chiudevano la giornata.

     Il primo impatto col “mezzo” l’ho avuto quando ancora non avevo dieci anni. Successe al vecchio campo sportivo, una domenica durante una partita di calcio. Tra gli spettatori, nelle vicinanze, c’era Andrea, un simpatico e innocuo personaggio oppidese, afflitto da uno sviluppo mentale inferiore a quello proprio della sua età cronologica.

     Soleva portare nel taschino interno della giacca una minuscola radiolina che teneva sempre accesa. Anche quel pomeriggio. Attratto dal suono mi avvicinai per ascoltare meglio. Andrea, che ripeto era un innocuo bamboccione, chissà per quale recondito motivo, appena mi ebbe a portata di mano, mi assestò un “cinquelire” sulla guancia sinistra che ancora lo sento. Mi ritrassi spaventato. Lui mi sorrise, si aggiustò con l’indice gli occhiali e se ne andò.

     La rivoluzione radiofonica arrivò nel mese di luglio del Settanta quando ebbe inizio Alto Gradimento, una trasmissione ideata da Arbore e Boncompagni, che mescolava musica e gag con improbabili personaggi.

    Ad Alto Gradimento riconosco la colpa di aver fatto innamorare definitivamente della radio almeno un paio di generazioni di giovani, e di averli spinti a farla negli anni immediatamente successivi. Ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza, è fonte d’ispirazione per i network che popolano l’etere.

     Il passo successivo alla visita a Taurianova fu coinvolgere chi ne capiva più di noi a livello tecnico e farsi un’idea di quanto c’era da spendere. Rosario, Memè e Angelo facevano al caso nostro. Secondo la loro stima per mettere su una radio di media grandezza si sfioravano i due milioni di lire. Io lavoravo da poco al comune e il mio stipendio era di trecentocinquanta mila lire al mese - giusto per rendere un’idea.

     Non ci perdemmo d’animo e cominciammo il passaparola tra amici e conoscenti. In breve, il gruppo si compose di diciassette elementi ognuno dei quali entrava con una quota di centomila lire. La radio si sarebbe chiamata Radio Mamertina: Rocco fu nominato presidente e Gianni il suo vice.

    La prospettiva di una radio oppidese aveva infuso entusiasmo in buona parte dei concittadini, compresa la nuova amministrazione comunale, alla quale riuscimmo a strappare la promessa di una sede gratuita. In pochi mesi quella che poteva sembrare un’idea folle stava concretamente prendendo forma.

     Pasquale, il falegname del gruppo, con pialle e seghe principiò a costruire il banco regia insieme a Gigi, mentre Angelo, titolare di un negozio di elettrodomestici, lanciava l’ordine per l’acquisto di giradischi, microfoni, stereo sette e cuffie. Mimmo, Marcello, Aldo, Mario e Pino selezionavano i primi dischi. Con l’aiuto di Roberto, Renato e Andrea cominciavo a delineare una parvenza di palinsesto, dove musica e parole – convinti come eravamo che la radio dovesse avere anche una funzione sociale – trovassero il giusto equilibrio.

     A marzo del ’77 il più era fatto: avevamo una sede, il piano terra dell’ex Istituto per l’Agricoltura; avevamo un trasmettitore da 100 W che ci avrebbe permesso di coprire buona parte della fascia tirrenica calabrese; e avevamo una buona riserva di dischi.

     Il Primo Maggio del 1977 tutto era pronto per l’inizio delle trasmissioni. Mancava solo un piccolo particolare: innalzare sul terrazzo dell’edificio una antenna di venticinque metri! L’operazione si protrasse per molte ore. Soltanto nel tardo pomeriggio – dopo una lunga e non facile impresa che aveva coinvolto anche tre palazzi vicini, utilizzati per l’ancoraggio dei tiranti – il lavoro venne a compimento. Intorno centinaia di persone trattenevano il fiato: erano accorse a seguire quelle fasi concitate, a gridare consigli, a fare il tifo. Poi, finalmente, il lungo tubo di acciaio, con i quattro dipoli a mezza onda in cima, cominciò a salire, lento e solenne, verso il cielo.

     Era arrivato il momento che tutti aspettavamo.

  “Buonasera, iniziano oggi, sugli ottantanove e cinquecento Megahertz della modulazione di frequenza, le trasmissioni di Radio Mamertina. Buon ascolto”.

     La mia voce aveva aperto un’altra finestra nella storia di questa città. Nemmeno un anno dopo la mia intuizione, il sogno diveniva realtà. 

    "Si sente anche dalla piazza! "

    Trafelato e raggiante Zio Mimì – uno dei nostri soci – era corso in studio per annunciare la buona novella.

   Dopo quella rivelazione Radio Mamertina poteva iniziare davvero la sua incredibile storia.

Tonino Polistina

venerdì 11 settembre 2026

QUELL’ANTICO PIANTO RITUALE FIGURATO: LE PREFICHE DI CALABRIA ( di Bruno Demasi)


    Nelle comunità del Mezzogiorno, e in Calabria in modo particolarmente tenace, il lutto non è mai stato un fatto privato. La morte, soprattutto nelle società marinare e contadine, irrompeva nella vita collettiva come un evento che richiedeva voce, gesto, partecipazione. In questo quadro si colloca la figura delle prefiche, le piangitrici professionali che, chiamate dalla famiglia o dalla comunità, trasformavano il dolore in rito, il silenzio in parola, la perdita in memoria condivisa. La loro presenza, lungi dall’essere un elemento folclorico, costituiva un dispositivo sociale: la comunità delegava a queste donne il compito di dire ciò che gli altri non riuscivano a pronunciare. Il pianto rituale, modulato secondo formule antiche, diventava così un linguaggio pubblico del dolore, che rimandava pari pari al threnos magnogreco, pianto rituale di cui si ha notizia nelle numerose decorazioni fittili rinvenute a Locri, ma anche altrove.

     La letteratura antropologica concorda nel riconoscere alle prefiche calabresi una storia che risale ai threnoi della Magna Grecia, i lamenti funebri cantati dalle donne attorno al corpo del defunto. La continuità di questa tradizione è attestata da fonti classiche e tardoantiche: il pianto rituale, con la sua alternanza di invocazioni e ricordi, sopravvive nei secoli attraverso la mediazione bizantina e medievale.

     Il mondo rurale, pastorale e marinaro calabrese, con la sua struttura comunitaria, ha conservato più a lungo queste forme arcaiche. Il lamento funebre, come ha osservato Ernesto De Martino, è una tecnica culturale per “tenere il morto nel mondo dei vivi” e impedire che la comunità cada nel disordine emotivo della perdita¹. Proprio in questo mondo la tradizione delle prefiche ha avuto grande nintensità, perché ha conosciuto nei secoli un rapporto quotidiano con la morte: naufragi, incidenti, malattie improvvise. In questo contesto le prefiche non erano un elemento accessorio, ma una componente strutturale del rito funebre. Il loro lamento, spesso modulato sul tema della fatica nei campi o sui monti, nel mare o nella barca, dava voce a un dolore che non era solo familiare, ma collettivo. Una testimonianza ottocentesca, riportata da un viaggiatore francese, descrive una scena di lutto a Bagnara: «Le donne, vestite di nero, circondavano il corpo del pescatore e cantavano un lamento che pareva venire dal mare stesso»². È una delle rare fonti dirette che ci restituiscono la forza emotiva di questi riti. 
 
   Il repertorio delle prefiche era composto da tre elementi: gesto, voce, parola.Il gesto: mani tra i capelli, braccia levate, oscillazioni del busto.La voce: un canto lamentoso, a metà tra parlato e melodia, con modulazioni tipiche della tradizione calabrese.La parola: formule rituali, invocazioni, ricordi del defunto, richiami alla famiglia.   La prefica non era una figura improvvisata. Aveva un ruolo riconosciuto, quasi sacerdotale ³. È un frammento che mostra la fusione tra lutto e paesaggio. La comunità le attribuiva competenze specifiche:sapeva modulare il lamento secondo la gravità dell’evento;conosceva le formule tradizionali;sapeva “tenere il ritmo” del dolore collettivo;era capace di evocare la memoria del defunto con dignità e forza. La sua presenza era regolata da consuetudini: veniva chiamata dalla famiglia, riceveva un compenso simbolico, e la sua performance era valutata dalla comunità. Non era teatro, ma rito. 

     La letteratura calabrese ha conservato tracce delle prefiche. Corrado Alvaro, pur non dedicando pagine specifiche alla figura, descrive in Gente in Aspromonte la potenza del lamento femminile: «Le donne piangevano forte, come se il dolore dovesse essere sentito da tutta la montagna»⁴. È un’immagine che restituisce la dimensione pubblica del lutto. Più esplicito è il riferimento di Giuseppe Isnardi, che nel suo studio sulla cultura popolare calabrese annota: «Le prefiche, soprattutto nei paesi di mare, erano considerate necessarie per dare forma al dolore»⁵. Una testimonianza orale raccolta negli anni Settanta a Bagnara riferisce: «Senza la prefica, il morto non aveva voce»⁶. È forse la definizione più precisa del loro ruolo.

     Dalla metà del Novecento la figura della prefica è progressivamente scomparsa. Le ragioni sono molteplici: modernizzazione dei rituali funebri; riduzione delle comunità contadine e marinare; privatizzazione del lutto; intervento della Chiesa, che considerava il pianto rituale una forma di teatralità eccessiva. Oggi sopravvive nella memoria degli anziani, negli studi antropologici e in alcune ricostruzioni etnografiche.

     La critica contemporanea ha oscillato tra due interpretazioni: La prefica come custode della memoria: una figura che preservava la comunità dal disordine emotivo della morte.La prefica come forma di teatralizzazione del dolore: un ruolo che rischiava di trasformare il lutto in spettacolo. La prima interpretazione è sostenuta da De Martino, che vede nel lamento una “tecnica di salvezza”⁷; la seconda da alcuni antropologi degli anni Sessanta, che consideravano la pratica un residuo arcaico da superare.La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: le prefiche erano un dispositivo culturale che permetteva alla comunità di elaborare la perdita. La loro scomparsa ha lasciato un vuoto simbolico che non è stato colmato.

    Le prefiche di Calabria rappresentano in ogni caso una delle forme più alte di cultura del lutto nel Mezzogiorno. La loro voce, oggi silenziosa, continua a risuonare nelle testimonianze, nei ricordi, nelle pagine degli antropologi. Erano donne che trasformavano il dolore in parola, la morte in memoria, il lutto in rito. La loro scomparsa segna la fine di un mondo, ma anche la necessità di interrogarsi su come le comunità contemporanee elaborano la perdita riversando magari su aride e convenzionali formule sui social quella che un tempo era la ritualità corale del gruppo..

Bruno Demasi

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1.Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico, Torino, Einaudi, 1958, p. 43.
2.Charles Didier, Voyage en Calabre, Paris, 1841, p. 112.
3.A. Placanica, in Calabria tra storia e folklore, Reggio Calabria, 1975, p. 89.
4.Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, Bompiani, 1930, p. 57.
5.Giuseppe Isnardi, La tradizione popolare calabrese, Roma, 1949, p. 134.
6.Archivio etnografico calabrese, intervista a M. L., Bagnara Calabra, 1972, p. 4.
7.Ernesto De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 21.



giovedì 10 settembre 2026

ACHILLE LELLÈ SOLANO: profilo di un ricercatore gentiluomo ( di Rocco Liberti)

  

      Nato a Nicotera il 1° gennaio 1933 e scomparso nella stessa città il 25 settembre 2012, Achille Solano , affettuosamente chiamato “Lellè” , fu figura eminente della ricerca archeologica calabrese, attivo tanto sul piano degli studi quanto su quello dell’operatività diretta sul territorio. Dopo aver completato gli studi universitari a Messina, dove conseguì la laurea e si specializzò in Topografia tardoantica e altomedievale, Solano intraprese un percorso di ricerca che lo condusse a fondare il Museo Civico e Archeologico di Nicotera, cui fece seguire un secondo museo dedicato alla Petrografia e Mineralogia.

     La sua attività sul campo fu instancabile. Circondato da una cerchia di collaboratori e appassionati, Solano dedicava il tempo libero all’esplorazione di siti potenzialmente rilevanti, riportando alla luce reperti provenienti dalle civiltà che avevano abitato il territorio del Poro e le aree limitrofe. Tra le scoperte più significative si annoverano la cava di granito di Nicotera (1972), la stazione paleolitica di San Calogero e l’insediamento rupestre di Zungri, oggi valorizzato con competenza da Maria Caterina Pietropaolo e divenuto meta di un turismo culturale in costante crescita.

      Il suo primo contributo organico agli studi risale al 1967, con il volume Liguri, Siculi e Greci nella Regione del Poro, cui seguì nel 1976 la monografia Bruttium paleocristiano, premiata l’anno successivo con il Premio Sybaris Magna Grecia. Nel 1982 Solano presentò una comunicazione sulla cava di granito alla Giornata di studio sul marmo nell’antichità organizzata dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Roma. Il tema fu poi sviluppato nella pubblicazione La cava romana di granito di Nicotera, apparsa nel primo numero dei Quaderni Antropologia Archeologia Storia (1985), sotto l’egida dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nicotera. Nello stesso anno vide la luce Il Museo Archeologico di Nicotera, ricco di documentazione fotografica dei reperti rinvenuti nel territorio. Per meriti scientifici, Solano fu nominato Ispettore Onorario della Soprintendenza.

     Tra il 1969 e il 1974 Solano collaborò con la rivista Studi Meridionali, diretta da Vincenzo Saletta, pubblicando saggi sulla necropoli romana del Diale, sulla penetrazione etrusca nel Tirreno meridionale, sulle terrecotte figurate di Medma, e persino contributi di natura diversa, come le Lettere di Vincenzo Padula a Mons. Brancia. Da questo rapporto nacque una sezione locale della rivista e, con il suo sostegno, il convegno Documenti di civiltà in Terra di Calabria (3–4 gennaio 1974), cui parteciparono studiosi quali Dario Leone, Enzo Gatti, lo stesso Saletta, Natale Pagano, Domenico Teti, Saverio Di Bella e altri.
        Nel resoconto pubblicato su La Calabria il 28 febbraio, l’autore ricordava così l’intervento di Solano: «ha tracciato un quadro completo delle campagne di scavo nella zona del Mesima durante un settantennio […] e ha affermato come l’antica Medma sia esistita in contrada Sovereto III quale villaggio ancor prima dell’arrivo dei coloni greci»¹. Durante il convegno non mancò una visita al museo, alla cava e a un antico monastero abbandonato.

     Il primo incontro personale con Solano avvenne casualmente a Marina di Nicotera, durante un’estate di vacanza. Da allora i rapporti furono frequenti: visite ai ruderi della vecchia Oppido, conferenze presso il Centro Sociale di Educazione Permanente, incontri al museo e nella sua abitazione, dove Solano era solito donare pubblicazioni di vari autori. Emblematico il gesto con cui, avendo tra le mani un lavoro di Antonino Basile sul Risorgimento, lo consegnò dicendo: «Serve più a Te che a Me». L’ultimo incontro risale a una riunione con l’editore Barbaro per discutere la nascita di un nuovo periodico, alla quale partecipò anche l’amico Pagano.

     A tre anni dalla morte, il 25 aprile 2015, Nicotera gli dedicò il convegno Achille Solano, Ricercatore Gentiluomo. Gli atti, curati da Maria D’Andrea e Margherita Corrado e pubblicati nel 2018, raccolgono contributi di Giovanni Durante, Maurizio Carlo Alberto Gorra, Fabrizio Sudano, Fabrizio Mollo, Foca Accetta e delle stesse curatrici. L’appendice include un saggio di Solano scritto con il prof. Lazzerini dell’Università di Venezia. Nella prefazione, il prof. Gian Pietro Givigliano dell’Università della Calabria ricordava Solano come «studioso appassionato […] in possesso di strumenti culturali, scientifici e metodologici che ne facevano un interlocutore importante»². Il volume fu presentato il 2 marzo 2019 al Museo di Arte Sacra di Nicotera dal Touring Club Italiano di Lamezia Terme.

     Nel 2021 il Comune di Zungri, riconoscendo il debito culturale verso lo scopritore del sito rupestre degli Sbariati, deliberò il conferimento della cittadinanza onoraria alla memoria. La cerimonia si svolse l’11 dicembre alla presenza del sindaco Franco Galati, del prof. Maurizio Paoletti (Unical), della senatrice Margherita Corrado e di altri studiosi. Alla famiglia fu consegnata una pergamena commemorativa; l’artista Luigi Di Mari donò un ritratto di Solano. Già nel 2019 Salvatore Berlingieri gli aveva dedicato l’opera Achille Solano e l’eremita della Ruga Santa.

Rocco Liberti

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Il Dottor Solano […] ha affermato come l’antica Medma sia esistita in contrada Sovereto III quale villaggio ancor prima dell’arrivo dei coloni greci» (La Calabria, 28 febbraio).
2.Gian Pietro Givigliano, Prefazione agli Atti del convegno Achille Solano, Ricercatore Gentiluomo, Adhoc, Vibo Valentia, 2018.

martedì 8 settembre 2026

GIUSEPPE MUSOLINO: da bandito per caso a mito delle classi subalterne aspromontane (di Bruno Demasi)


      Fino agli anni Sessanta del secolo scorso molte case povere dei paesi della provincia reggina mancavano di tutto, ma non di una radio completa di giradischi, dal quale spesso si sentiva ad alto volume la voce di Otello Profazio o di altri cantanti folk che tessevano le lodi del “Brigante Musolino” attraverso dischi a 78 giri gracchianti e logorati dall’uso troppo frequente. Erano le rielaborazioni di canti popolari che rimandavano a un mito che durava e si moltiplicava da oltre un cinquantennio. Ua storia confusa che si autocelebrava nella larvata retorica della contrapposizione tra la figura dell’innocente perseguitato e quelle degli infami e dei malvagi che, secondo l’opinione più diffusa, lo avevavo quasi costretto a vivere nella macchia e a commettere i reati di cui si era macchiato.

       Una storia d'altri tempi funzionale ai poteri oscuri che dominarono la Calabria per buona parte del Novecento e a far dimenticare alla povera gente ben altri drammi sociali. Una  complessa e incredibile vicenda che iniziò a Santo Stefano d’Aspromonte alla fine dell’Ottocento, quando la vita scorreva dentro un equilibrio fragile: povertà, rivalità familiari, orgoglio comunitario, un senso di giustizia che non coincideva  sempre con la legge. In questo ambiente nasceva nel 1876 Giuseppe Musolino, il giovane che la stampa nazionale avrebbe trasformato nel “Re dell’Aspromonte” e che la cultura popolare, soprattutto attraverso canti, racconti e “istorie” a stampa, avrebbe trasformato in una figura quasi eroica: il bandito-giustiziere che cerca una giustizia negata dallo Stato. 
 
  
 
       Le prime testimonianze sulla sua giovinezza non sono molte, ma sono chiare. Negli atti del Tribunale di Reggio Calabria, redatti in occasione del processo del 1898, Musolino è descritto come «giovane di carattere impetuoso, incline alla rissa, ma non privo di una certa fierezza»¹. È un ritratto asciutto, privo di compiacimenti, che restituisce il clima di un paese dove la reputazione è una moneta che non si può perdere e dove ogni torto subìto tende a trasformarsi in debito d’onore da saldare. Proprio questa sensibilità all’onore e alla reputazione spiega perché, più tardi, la condanna percepita come ingiusta verrà letta dalle comunità non come un semplice fatto giudiziario, ma come un’offesa collettiva. 

     La vicenda che segna la sua vita si consuma in una notte di fine settembre 1897. Una rissa in un’osteria, un colpo di fucile, un uomo ferito: Vincenzo Zoccali. Il processo, celebrato l’anno successivo, è rapido e controverso. Il giornalista Amerigo Vespucci, che segue il caso e pubblica nel 1900 una monografia basata su colloqui diretti con Musolino, osserva che le testimonianze «si contraddicono apertamente, e lasciano il sospetto che il giovane non fosse l’unico responsabile dell’aggressione»². La sentenza è pesante: ventuno anni di reclusione. Vespucci riporta una frase che Musolino gli avrebbe detto durante una visita in carcere: «Non mi ascoltarono. Avevano già deciso»³. È una frase che non cerca giustificazioni: è la percezione di un uomo travolto da un meccanismo giudiziario più grande di lui, ma anche la chiave narrativa con cui il popolo comincerà a leggere la sua storia: quella di un innocente (o almeno di un colpevole “meno colpevole”) sacrificato da testimoni falsi e da un sistema distante.

     Il 9 gennaio 1899, Musolino evade dal carcere di Gerace Marina (Locri). Il rapporto dei Carabinieri, pubblicato integralmente da Morselli e De Sanctis nella loro monografia del 1903, racconta l’episodio con sobrietà: «Il detenuto scardinò una sbarra della finestra e si calò con una corda improvvisata»⁴. Nessuna leggenda, nessun prodigio: solo determinazione, conoscenza del luogo e un’occasione colta nel momento giusto. Da quel giorno, l’Aspromonte diventa il suo rifugio e la sua arma, ma anche il palcoscenico di un’epopea popolare. Le cronache della Tribuna e del Corriere della Sera tra il 1899 e il 1901 lo descrivono come un uomo capace di «muoversi nella montagna con rapidità sorprendente, aiutato da una rete di complicità che sfugge al controllo dello Stato»⁵. Il giornalista E. Crocco, inviato della Tribuna, pubblica fotografie e resoconti che contribuiscono a costruire l’immagine del “bandito gentiluomo”: un uomo che punisce i traditori ma rispetta i deboli, aiuta i poveri, e in alcuni episodi noti risparmia o protegge persone umili, alimentando l’archetipo del giustiziere solitario. È proprio questa selezione narrativa, diffusa da stampa e fogli popolari, a trasformare un latitante violento in una figura morale per molte comunità: non un santo, ma un “difensore” contro abusi percepiti come intollerabili.

      Parallelamente, la cultura popolare trasforma Musolino da bandito per caso in un personaggio epico. Nella Completa istoria di Giuseppe Musolino, Ciro Frojo raccoglie canti e testimonianze che restituiscono la percezione contadina della vicenda. In uno dei canti, la voce anonima del paese dice: «Cercava giustizia dove la legge non gliel’ha data»⁷. Non è un’agiografia: è la lettura di un mondo che interpreta la vicenda attraverso la lente dell’onore violato e della giustizia sostitutiva. In questi testi, spesso stampati come “istorie” a basso costo e diffusi oralmente, Musolino diventa “U re 'i l’Asprumunti”, un re senza corona che regna sulla montagna e impone un ordine alternativo a quello dello Stato, percepito come lontano, corrotto o parziale. La sua imprendibilità, la capacità di sfuggire per anni a rastrellamenti e a una taglia consistente, rafforza l’idea di un uomo “protetto” dalla montagna e dal consenso popolare: un eroe tragico, più vittima che carnefice, la cui ribellione appare “santa” perché nasce da un torto collettivo. 


     La cattura avviene il 22 ottobre 1901 ad Acqualagna, nelle Marche. Il rapporto ufficiale dei Carabinieri, riportato da Morselli e De Sanctis, narra l’episodio con precisione: Musolino inciampa in un filo teso tra due alberi, cade, viene immobilizzato⁸. La stampa trasforma il fatto in una formula che farà fortuna: «Quello che non poté un esercito, lo fece un filo»⁹. È una frase giornalistica, non una leggenda: nasce dalla penna di un cronista che vede nella sproporzione tra la caccia all’uomo e la sua conclusione un simbolo dell’intera vicenda. Ma proprio questa sproporzione alimenta il mito: se ci sono voluti anni, migliaia di uomini e una regia nazionale per prendere un solo bandito, allora la sua resistenza assume i tratti di un’impresa epica, degna di essere cantata e raccontata.

     Il processo di Lucca (1902) diventa un evento nazionale. La sala è gremita di giornalisti, curiosi, studiosi. Enrico Morselli e Sante De Sanctis, due dei più importanti psichiatri italiani, seguono il caso e pubblicano nel 1903 Biografia di un bandito. Giuseppe Musolino di fronte alla psichiatria ed alla sociologia, opera fondamentale per comprendere la ricezione scientifica del fenomeno. Scrivono: «Musolino non è un folle: è un uomo cresciuto in un ambiente che ha fatto della vendetta una forma di giustizia»¹⁰. Aggiungono però, nelle pagine successive, che «solo la minor parte dei suoi delitti risulterebbe ispirata dal sentimento della vendetta», mentre «dopo quella condanna comincia la serie delle stragi commesse in nome della giustizia e di una giustificata vendetta; da allora sorge nel popolo la convinzione che il giovane sia un innocente perseguitato, una vittima di falsi testimoni, e che santa sia la sua ribellione». È proprio questa convinzione popolare, più che la realtà dei fatti, a nutrire il mito: Musolino diventa il simbolo di una Calabria povera e periferica che si riconosce in un uomo che ha risposto allo Stato con la stessa moneta dell’ingiustizia subìta.

     Condannato all’ergastolo, Musolino trascorre gli ultimi anni nel manicomio di Reggio Calabria, dove muore nel 1956, lasciando nell’immaginario popolare un’eco potentissima della sua storia sfortunata e incredibile. Ma il mito non finisce con la sua morte: la sua figura continua a essere rielaborata in canzoni, racconti, film e studi, spesso accentuando gli aspetti che meglio si adattano all’archetipo del bandito-giustiziere e attenuando quelli più ambigui o crudeli.

      Nel secondo Novecento, la figura di Musolino continua a essere studiata. Giovanni De Nava, nella sua monografia Musolino. Il bandito dell’Aspromonte (1981), ricostruisce la vicenda con rigore archivistico, restituendo un’immagine meno mitica e più storica del personaggio. La montagna, tuttavia, conserva la sua voce: nei racconti, nei canti, nelle narrazioni tramandate oralmente, Musolino rimane il simbolo di un mondo che aveva cercato giustizia fuori dalla legge, contrapposto al mondo piccolo-borghese che invece ne aveva fatto un bandito, suo malgrado. È in questa tensione tra storia e mito, tra cronaca giudiziaria e immaginario collettivo, che si spiega perché “Peppe Musolino” sia diventato, nella cultura popolare orale, quasi un eroe: non perché fosse buono in senso assoluto, ma perché la sua biografia è stata letta come la metafora vivente di un’ingiustizia sociale e di una ribellione inevitabile.

Bruno Demasi 
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¹ Atti del Tribunale di Reggio Calabria, processo Zoccali, 1898. 
² A. Vespucci, Giuseppe Musolino, Napoli, 1900, p. 17. 
³ Ivi, p. 23. 
⁴ E. Morselli – S. De Sanctis, Biografia di un bandito, Treves, 1903, cap. VII. 
⁵ Corriere della Sera, 23 ottobre 1901 e vari articoli. 
⁶ E. Crocco, reportage per La Tribuna, 1900–1901. 
⁷ C. Frojo, Completa istoria di Giuseppe Musolino, 1902, pp. 45–52. 
⁸ Morselli – De Sanctis, op. cit., cap. VII. 
⁹ Corriere della Sera, 23 ottobre 1901. 
¹⁰ Morselli – De Sanctis, op. cit., p. 112.

domenica 6 settembre 2026

GIOMO TRICHILO: il poeta contadino di Siderno che diede voce alla Calabria più abbandonata ( di Bruno Demasi )

      Girolamo Trichilo, in arte Giomo, (Siderno Superiore, 17 gennaio 1847 – 23 maggio 1933), è una delle voci più autentiche e rappresentative della poesia dialettale calabrese tra Otto e Novecento.¹ Per decenni trascurato dalla critica accademica, è stato riscoperto grazie agli studi di Antonio Piromalli e alla pubblicazione della raccolta Poesie Scelte (Siderno, 1983), curata da S. Albanese e R. Ritorto.²

     Nato in una famiglia di umilissime origini contadine, Trichilo visse l’intera esistenza a contatto con il mondo rurale della Locride, lavorando come bovaro e massaro.³ Questa condizione di marginalità sociale non gli impedì di sviluppare una straordinaria sensibilità poetica, capace di trasformare l’esperienza quotidiana in versi di rara efficacia espressiva.⁴ Sposato con Caterina Moschilla, undici anni più giovane, ebbe sette figli (tre maschi e quattro femmine).⁵ Morì di polmonite il 23 maggio 1933, all’età di 86 anni, lasciando espressa volontà che sulla sua tomba fosse posta una semplice croce di ferro con la scritta: Trichilo Girolamo – Poeta.⁶

   La produzione poetica di Trichilo si caratterizza per la capacità di rappresentare gli aspetti sociali della Calabria postunitaria, con particolare attenzione alle piaghe del suo tempo: la povertà, l’emigrazione, le ingiustizie e le sopraffazioni operate dai notabili locali (sindaci, commercianti, preti).⁷ Non a caso Piromalli lo inserisce in quel filone della letteratura dialettale calabrese che «ha rappresentato soprattutto la protesta, in Calabria, del mondo subalterno».⁸ 

     L’emigrazione costituisce uno dei temi centrali della poesia trichiliana. Come osserva Piromalli ne La letteratura calabrese, «le variazioni intorno all’emigrazione sono il tema che ha come centro una Calabria alla quale si ritorna solo quando non si produce più lavoro, quando le braccia sono esauste e si sta per morire».⁹ Questa tematica si inserisce nel più ampio filone della poesia dialettale di protesta che caratterizza la letteratura calabrese tra Otto e Novecento, insieme ad autori come Vincenzo Padula e, più tardi, Enotrio (Corrado Alvaro).¹⁰

Tutti partimu e tutti la dassamu
chista terra di petri e chistu mari
e mu ndi veni vogghja mu tornamu,
avimu di mbecchjari.⁵

      Una parte consistente della produzione di Trichilo non fu mai stampata e sopravvisse a lungo solo per trasmissione orale, a conferma del suo radicamento nella cultura popolare della Locride.¹¹

Quandu nescivi patrima era a Merica.
Fici u sordatu e patrima era a Merica.
Mi maritai e patrima era a Merica.
Vinnaru i figghj e patrima era a Merica.
Màma moriu e patrima era a Merica.
Aguannu tornau patrima d’a Merica
pe nommu mori a Merica.⁹

    Il poeta manifestò anche una profonda devozione religiosa, testimoniata dai versi dedicati a San Francesco di Paola, pur non mancando di usare il sarcasmo contro i preti di Siderno rei di scandalo. La sua critica appare dunque più morale che teologica: rivolta contro i comportamenti scandalosi di alcuni membri del clero locale, non contro la fede in sé.

     Secondo gli studi critici, Trichilo possedeva una vena fertile e un verso facile e scorrevole, talvolta così musicale da potersi prestare a essere cantato in forma di stornello. Enzo D’Agostino, nell’introduzione al volume Poesie Scelte (1983), lo definisce sensibile al gusto del bello e dell’avventuroso, capace di esprimere una notevole carica di umanità e un senso vivo dell’amicizia. 

   Antonio Piromalli, ne La letteratura calabrese, osserva che Trichilo rappresenta un importante documento artistico e sociale della Calabria postunitaria, dell’età liberale e di quella fascista, con un’ideologia maturata «a contatto con il mondo della vita quotidiana». I suoi accenti sono carichi di una «psicologia collettiva vigorosa e fatalista», come indica l’uso frequente dell’avverbio destinatamente.

      Il principale studio monografico su Trichilo rimane l’articolo di Antonio Piromalli, Il mondo dialettale di Giomo Trichilo, pubblicato su «Historica», gennaio-marzo 1985, pp. 47–49 (voce 1985.27 nella bibliografia completa degli scritti di Piromalli).¹⁸ Questo saggio, insieme all’introduzione di Enzo D’Agostino alla raccolta Poesie Scelte (Siderno, 1983), costituisce il fondamento della critica trichiliana.Piromalli inserisce Trichilo nel più ampio quadro della letteratura dialettale calabrese del secondo Ottocento, che «ha rappresentato soprattutto la protesta, in Calabria, del mondo subalterno». Il dialetto, in quanto espressione della cultura popolare antagonista, fu contrastato dalla scuola, dalle istituzioni della società nazionale, dal fascismo e dalla borghesia nel Novecento. 

     In onore del poeta sidernese è stato istituito il Premio Letterario di Poesia Dialettale «Giomo Trichilo», organizzato dall’associazione culturale «L’Eco di Siderno». Nel corso delle edizioni sono stati assegnati anche premi alla carriera a figure di spicco della cultura locale, consolidando il ruolo del premio come volano di valorizzazione della tradizione poetica dialettale. Cronache su testate come Il Dispaccio, Eco della Locride, NtaCalabria e Lente Locale hanno documentato nel tempo le varie edizioni.
Bruno Demasi
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1. Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, 3ª ed., Cosenza, Pellegrini, 1996, 2 voll., in particolare il cap. XII («Cultura popolare e poesia in Enotrio. Altri dialettali»); 
2.S. Albanese, R. Ritorto (a cura di), Poesie Scelte, Siderno, 1983, con introduzione di Enzo D’Agostino.
3.Ivi.
4.Ivi.
5.Ivi.
6.Ivi.
7.Ivi.
8.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, cit.,cap XII
9.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, . cit.; p,194

sabato 5 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “ LA SERRA DI MESSIGNADI” (Racconto di Maria Rosa Surace)

      La “ Serra” di Messignadi, un pianoro coltivato affacciato sulla fiumara, attraverso il filtro del ricordo di Maria Rosa Surace si trasforma in un autentico paesaggio dell’anima. Il semplice percorso dal paese alla campagna diventa un viaggio dentro un mondo fatto di sentieri sassosi, siepi, querce, olivi, more selvatiche, non soltanto uno spazio fisico, ma il luogo privilegiato dell’infanzia: un regno di libertà, di giochi e di scoperte, custodito dalla presenza vigile e affettuosa della nonna.
     La scrittura di Maria Rosa Surace si distingue per la limpidezza del dettato e per la capacità di trasformare il ricordo personale in una memoria condivisibile. L’autrice procede attraverso una narrazione ampia, ricca di particolari concreti, nella quale ogni elemento, l'armacera, la mastra, le bumbule, il focolare, il pollaio, i peperoncini ornamentali, i pulcini che rompono il guscio, concorre a ricostruire con precisione un ambiente e un’epoca. 
     Il significato più profondo del racconto emerge nelle righe finali, quando la coltivazione degli ortaggi, la cura dei fiori, la nascita dei pulcini, i giochi lungo la fiumara vengono ricondotti a un insegnamento essenziale: «l’amore per la vita». È questa la lezione che la Serra di Messignadi continua a trasmettere anche oltre il tempo narrato: la vita cresce attraverso la cura, la pazienza e lo stupore delle piccole cose destinate a durare per sempre nella memoria.(Bruno Demasi)

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Non potrò mai dimenticare la felicità mia e di Lella, mia sorella, quando la nonna ci diceva che il giorno dopo ci avrebbe portato alla Serra. Si partiva la mattina presto; certo per noi dormiglione era un sacrificio alzarsi di buonora, ma sapevamo che avremmo trascorso una bellissima giornata e questo dissipava qualsiasi timore di eventuali disagi.

La Serra distava dal paese pochi chilometri; vi si arrivava tramite una stradina stretta e disseminata di sassi di varie dimensioni che noi accuratamente schivavamo. Camminavamo senza accusare fatica; la brezza mattutina corroborava le nostre forze e ci rendeva agevole il percorso. La stradina era affiancata da alte siepi alle spalle delle quali si ergevano a tratti grandi olivi a tratti maestose querce che in alcuni punti univano i loro rami dalle opposte sponde formando sopra le nostre teste ricami di foglie attraverso i quali filtravano i raggi del sole nascente che illuminavano i nostri passi e carezzavano dolcemente i nostri visi.

La nonna camminava senza parlare e noi bambine non osavamo interrompere il suo silenzio che sembrava portarla in altri mondi; anche noi d’altronde ci sentivamo proiettate in un’altra dimensione dove regnava solo leggerezza e tenerezza. Ci intenerivano il cuore i giochi di luce tra le foglie e i canti melodiosi degli uccellini che svolazzavano di qua e di là con una felicità che trasmettevano anche a noi (la tenerezza di quei momenti mi sarebbe rimasta per sempre nel cuore per trasformarsi, purtroppo, nel tempo, in rimpianto).

Ogni tanto ci fermavamo qualche minuto per raccogliere le more che abbondavano nelle siepi, ne gustavamo una parte e il resto lo riponevamo in piccoli cestini di vimini per poi consegnarlo alla nonna che ne avrebbe ricavato delle ottime marmellate. In alcuni tratti di strada incontravamo qualche piccolo gruppo di nostri paesani; ci salutavamo a vicenda con cortesia poi ognuno procedeva per proprio conto. Quando finalmente giungevamo alla Serra il sole era già alto e illuminava i campi con abbagliante splendore.

La Serra era una località agricola distesa su un ampio pianoro prospiciente una fiumara che scorreva a valle, ora impetuosamente ora placidamente a seconda delle stagioni; si estendeva per molti ettari sul pianoro di sinistra e guardava il pianoro, detto Bosco, che si elevava a destra del corso d’acqua. Molte delle terre della Serra erano di proprietà dei nonni; queste digradavano a terrazze - sostenute da muri a secco, la cosiddetta “armacera” - verso la fiumara e si sviluppavano in tre settori: uliveto nella parte alta, frutteto in quella mediana, orto in quella bassa a livello delle acque. L’orto veniva innaffiato tramite un canale detto “mastra” che aveva origine da sorgenti d’acqua provenienti dalla montagna aspromontana e, prima di giungere da noi, irrigava campi di altri proprietari che spesso litigavano fra di loro per la gestione di frequente egoistica da parte di alcuni a danno di altri.

Appena arrivate, la nonna ci cambiava i vestiti e li riponeva nell’armadietto di quella che lei chiamava “casetta”. In realtà la “casetta” era un grande monolocale, in parte adibito a cucina e in parte a soggiorno. Nella zona cucina troneggiava un grande focolare che ospitava sul tripode una grande pentola di terracotta costantemente gorgogliante; attorno al focolare lunghe panche semiaffumicate e, appesi alle pareti, numerosi tegami e alcune leccarde; al centro della camera un lungo tavolo in legno alle spalle del quale vi era una grande dispensa piena di conserve di ogni genere, in particolare marmellate che la nonna preparava con i frutti del suo frutteto di un sapore squisito, di una dolcezza poi persa nel tempo come quella della fanciullezza.

Nella zona soggiorno vi erano due piccoli divani, un armadietto e uno stipetto-libreria dove il nonno custodiva i suoi calendari e i suoi libri di astrologia, cannocchiali, almanacchi e lunari vari tra cui l’immancabile Barbanera. A qualche metro dalla “casetta” vi erano dei piccoli locali adibiti a vari usi: forno a legna, conigliera, pollaio, cantina, deposito per le giare dell’olio, custodia di tutto ciò che occorreva per la lavorazione della terra e altro ancora.

La terra veniva coltivata dai coloni con cui il nonno, dal carattere fermo ed intransigente, litigava spesso. Egli passava il tempo a disciplinare le attività agricole, dava anche una mano nei lavori dei campi - curava soprattutto il frutteto e l’orto - ma ciò che lo si vedeva fare più frequentemente era scrutare gli astri. L’astrologia era infatti la sua passione; leggeva molti libri su questo argomento e all’inizio di ogni anno compilava un suo personale calendario su cui annotava mese per mese tutto quello che c’era da sapere su alba, tramonto, fasi lunari ecc…; inoltre per ogni stagione consigliava cosa bisognava fare per coltivare al meglio il terreno per ricavare buoni frutti e ortaggi vari.

La nonna chiedeva sempre il suo consiglio prima di portare fuori i cestini di vimini dove erano ben disposti i fichi o i pomodori da essiccare, o prima di stendere i panni e altre cose simili. Le previsioni del nonno puntualmente si avveravano e la nonna era molto orgogliosa di questo marito “scienziato”; nutriva per lui una vera e propria venerazione, lo amava di un amore totale con una dedizione e sottomissione assoluta dettata dall’amore e non, come spesso accadeva a quei tempi, dal timore; d’altronde il nonno l’aveva sposata che era poco più di una bambina, era quasi naturale che lui per lei fosse tutto il suo mondo. Anche il nonno le voleva un gran bene, non lo proclamava - come era costume degli uomini di una volta che non si abbandonavano certo a quelle che consideravano inutili smancerie - ma lo dimostrava in vario modo anche nelle piccole cose, nei piccoli gesti quotidiani; aveva infatti attenzioni per lei che erano eloquenti più di qualsiasi parola. 

E così i primi frutti che maturava il fico o il nocepesco erano per lei; lui li allineava con cura su grandi foglie e glieli porgeva come fossero preziosi gioielli; quando andava in Grecia - così chiamava scherzosamente la Locride - tornava sempre con un regalo per lei; la sua nipote preferita era mia sorella solo perché portava il nome di sua moglie. D'altronde non si poteva non amare la nonna: era una donna dolce e bellissima; di media altezza, aveva un fisico dalle forme armoniose, capelli neri lunghi che, intrecciati, facevano da cornice a un volto dai lineamenti delicati e dalla carnagione molto chiara, quasi lattea, su cui brillavano grandi ed espressivi occhi neri. Noi le volevamo molto bene; anche lei ci amava molto e ci colmava di attenzioni e tenerezze. Ci sorvegliava sempre nei nostri giochi e quando volevamo scendere alla fiumara veniva sempre con noi. Tra tutti i giochi, infatti, quelli che facevamo sulla riva della fiumara erano i nostri preferiti: molestavamo i girini che guizzavano nelle anse; scalavamo i grandi e bianchissimi sassi, che abbondavano dappertutto, per troneggiare in cima; facevamo a gara a chi raccoglieva i sassolini colorati più belli, e altre cose di questo genere.

Quando eravamo stanche, ci riposavamo all’ombra dei grandi ontani dalle foglie argentate che nelle giornate calde offrivano una gradevolissima frescura. Ogni tanto si univa a noi una bambina, un’esile biondina, irrequieta e capricciosa, un vero spiritello birichino. Quelle tranquille giornate furono movimentate una volta da un episodio che mi rimase impresso a lungo nella memoria.

Un giorno, riuscendo in modo del tutto inusuale ad eludere la vigilanza della nonna, fummo tentate dalla proposta della nostra amichetta di provare l’emozione di una avventura secondo lei molto divertente: raggiungere la riva opposta della fiumara attraverso un guado che lei conosceva e qualche volta, a suo dire, anche sperimentato. Io, forse perché avevo qualche anno in più e quindi capivo meglio i rischi dell’impresa o forse perché non ero portata al brivido dell’avventura (tendenza perpetuata poi nel tempo a venire), mi opposi all’idea. Dissi che era pericoloso, che si poteva scivolare sui sassi melmosi del guado ed essere travolti dalla corrente, e in ogni caso la nonna si sarebbe adirata se l’avesse saputo. Non mi ascoltarono.

Giunti a poca distanza sul punto giusto, sollevata la gonna, cominciarono ad attraversare le acque. Io rimasi a riva a guardarle. Erano già a metà guado quando improvvisamente arrivò la nonna. Impossibile descrivere la sua disperazione quando si rese conto di quello che stava succedendo: cominciò ad agitarsi, a dimenarsi, a urlare intimando loro di fermarsi; poi spedita si lanciò in acqua e percorse il guado fino a raggiungerle.

Appena di nuovo a riva, la nonna, rossa in viso per l’agitazione, sfogò la sua ira per l’ardita disobbedienza con gesti opposti e contraddittori: alzava una mano come per colpire mia sorella (senza spingersi nemmeno a sfiorarla) e nello stesso tempo con l’altra mano l’attirava a sé come per rassicurarsi che era ormai nelle sue braccia e nulla di male le poteva più accadere; il suo viso, paonazzo, era attraversato da sentimenti contrastanti: ira per la disobbedienza subita e gioia per il salvataggio riuscito.

Il rimorso per aver provocato quel dolore alla nonna fu tale che per l’avvenire qualsiasi idea di avventura spericolata non fu mai più presa in considerazione. I giorni trascorrevano tranquilli: passavamo il tempo a scorazzare di qua e di là, cantavamo e suonavamo con lo zufolo che ci costruiva il nonno con piccoli segmenti delle canne che crescevano numerose in prossimità della fiumara, inseguivamo le farfalle con la stessa ingenuità con cui da grandi avremmo inseguito i nostri sogni.

Spesso la nonna ci impegnava in occupazioni a cui ci applicavamo con cura per dimostrarle che si poteva fidare di noi, come andare con piccole anfore di terracotta (le bumbule) ad attingere l’acqua che scorreva da una fenditura nell’ “armacera”; liberare i fagioli secchi dai baccelli; innaffiare i grandi vasi di fiori che c’erano davanti alla casetta. Di questi vasi, due erano i prediletti della nonna, contenevano piantine di peperoncino ornamentale; i peperoncini avevano forma varia, rotonda, ovale, appuntita, ed erano multicolori; la cromìa era di grande effetto.

La nonna curava queste piantine con amore, le innaffiava regolarmente, le poneva al riparo quando soffiava il vento, le liberava dalle foglie secche, le accarezzava con tenerezza. Lei amava la vita e tutto ciò che mirava a perpetuarla. Ricordo che una volta riservò per noi un rettangolo di terra dietro la “casetta”, ci diede una manciata di fagioli e ci disse di collocarli in piccole buche che dovevamo scavare in quello spazio: ne sarebbero nate delle piantine di fagiolini. Ci sembrava incredibile che noi così piccole potessimo essere artefici di un simile prodigio ma, sebbene incredule, curammo il “nostro orto” così come la nonna ci suggeriva di fare innaffiando, pulendo il terreno da sassi e foglie e così via. Il giorno in cui mia sorella e io vedemmo tante piccole verdi piante spuntare dalla terra provammo una gioia indescrivibile. Le piantine crebbero e maturarono i fagiolini che raccogliemmo e che la nonna cucinò in un’atmosfera di festa.

Ogni tanto la nonna ci dava il permesso di entrare nel grande pollaio, quando in un angolo di esso una grande coloratissima chioccia giaceva, con la dignità di una regina in trono, per covare le uova. Entravamo in quel luogo come si accede in un sacrario in silenzio e in punta di piedi, così raccomandava la nonna; davamo quindi una fugace occhiata per verificare se le uova cominciavano a schiudersi. Dopo vari tentativi, arrivava il giorno in cui finalmente vedevamo compiersi il miracolo: piccolissimi pulcini facevano capolino dal guscio delle uova fino a liberarsi del tutto di esso e tentare goffamente i primi passi. Queste creaturine che sbocciavano alla vita intenerivano la nonna fino alla commozione; lei ci permetteva di carezzarle per qualche istante trasmettendoci la convinzione di averci concesso un grande privilegio.

Tutte le volte che ripenso a questi piccoli episodi che caratterizzavano le nostre giornate in campagna provo una grande nostalgia per quei giorni spensierati, il cuore mi si colma di gratitudine per la nonna a cui non finisco mai di dire grazie per averci regalato quei momenti felici che per sempre avremmo custodito nel cuore come un prezioso tesoro, e soprattutto grazie per averci insegnato la cosa più importante al mondo: l’amore per la vita.

Maria Rosa Surace

giovedì 3 settembre 2026

ALDO COLOPRISCO: la scomparsa di un maestro del teatro. Dall’Aspromonte alla scena nazionale ( di Bruno Demasi)

 
       Gli avevo dedicato su questo blog una pagina nel maggio scorso(La puoi aprire cliccando qui:ALDO COLOPRISCO : il teatro civile dall’Aspromonte alla Capitale ( di Bruno Demasi ) quando le sue condizioni di salute, già minate, stavano soffocando la sua voce teatrale, pedagogica e artistica che per tanti anni era risuonata nelle scuole e nei teatri calabresi e romani. Oggi la scomparsa di Aldo Coloprisco (1942–2026) chiude una stagione culturale che ha attraversato più di cinquant’anni di teatro popolare, di pedagogia, di scrittura narrativa e tutela dei dialetti. La sua figura complessa, generosa, poliedrica appartiene a quella ristretta cerchia di autori che hanno saputo trasformare la marginalità geografica dello’Aspromonte in centralità culturale e il dialetto in strumento critico. La Calabria e Roma sono state le sue coordinate.  
   Nato a San Procopio(RC) nel 1942, Coloprisco cresce in un contesto in cui la lingua popolare non è un residuo folklorico, ma un codice identitario. Negli anni Ottanta approda alla Scuola Media di Sant’Eufemia d’Aspromonte, dove avvia un laboratorio teatrale che diventerà un caso pedagogico. Qui il teatro non è un’attività accessoria: è un metodo educativo, un dispositivo di comunità. I primi testi , ’A ’ndrangheta s’a caca, U poeta Omeru, ’U presepiu, ’U camposantaru , nascono come atti collettivi, scritti in un dialetto vivo, musicale, performativo.Questa fase calabrese è decisiva: Coloprisco comprende che il teatro popolare può essere archivio antropologico, luogo di memoria e strumento di riscatto. La sua scrittura orale si colloca nella linea di quella tradizione che vede nella cultura un «argine contro la crisi della presenza»¹. Il dialetto, per lui, è una lente pulita: non un vezzo identitario, ma un modo di stare al mondo. 

     Negli anni Novanta si trasferisce a Roma, dove porta con sé il suo bagaglio culturale senza mai abbandonarlo. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”, trasformando la scuola in un piccolo teatro stabile. Per oltre vent’anni guida gli studenti attraverso Pirandello, Shakespeare, Brecht, Goldoni, Eduardo, con una costante attenzione alla dimensione civile della scena.  La sua idea di pedagogia teatrale si fonda su tre assi:la scena come esercizio critico,la parola come responsabilità,la comunità come orizzonte educativo.Non sorprende che molti dei suoi allievi abbiano poi intrapreso percorsi artistici, universitari o professionali legati alla comunicazione, alla scrittura, alla regia. 
       Nel 1998 fonda la compagnia Capocotti, che diventa rapidamente un laboratorio stabile di produzione e riscrittura. Qui Coloprisco avvia un lavoro sistematico di traduzione e aggiornamento dei suoi testi calabresi per un pubblico romano. Il processo è affascinante: non si tratta di adattamenti, ma di vere e proprie metamorfosi linguistiche e culturali, che non tradiscono affatto, anzi rilanciano la cultura calabrese: 
  • U poeta Omeru diventa Omero, dove Achille dialoga con i ragazzi della periferia romana.
  • ’U camposantaru diventa Er Camposantaro, mantenendo intatto il suo impianto grottesco.
  • ’U presepiu diventa Er Presepio, trasferendo la Sacra Famiglia in una parrocchia romana.
     La sua opera più nota, ’A ’ndrangheta s’a caca, rappresentata anche al Teatro delle Muse e all’Anfitrione, è una delle più efficaci commedie civili degli ultimi decenni. Il testo affronta il racket e la ribellione al pizzo attraverso il grottesco, senza moralismi né prediche. Coloprisco mostra, e nel mostrare smaschera. Ridicolizzare il potere criminale significa privarlo della sua aura, restituirlo alla sua nudità. È la lezione di Bachtin: «il riso abbatte le gerarchie»².La sua comicità è feroce ma mai cinica; popolare ma mai populista; grottesca ma sempre etica. In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea del teatro civile italiano, accanto a figure come Raffaele Viviani, Dario Fo, Enzo Moscato, pur mantenendo una voce assolutamente personale. 

  Accanto al teatro, Coloprisco ha coltivato una produzione narrativa meno nota al grande pubblico ma di grande interesse. Racconti, romanzi brevi, bozzetti satirici: una scrittura che oscilla tra memoria e ironia, tra Calabria e Roma, tra italiano e vernacolo. La parola, per lui, è sempre strumento di verità. La memoria, come ricorda De Martino, è «un atto di presenza»³: e Coloprisco la esercita con rigore.

     A Roma ha animato una rassegna teatrale interamente dedicata ai dialetti, coinvolgendo scuole, compagnie e gruppi amatoriali. Il suo obiettivo era chiaro: restituire dignità alle lingue locali, storicamente relegate ai margini della cultura ufficiale. Il dialetto, per lui, non è un residuo folklorico: è una lente critica, una forma di memoria indispensabile per decodificare il presente.

      In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea degli studiosi che hanno riconosciuto nel vernacolo una struttura antropologica complessa, capace di alternare toni grotteschi, comici e drammatici⁴. 

     Coloprisco è stato un artigiano della scena: uno che costruiva spettacoli come si costruisce un mobile, con cura, pazienza, responsabilità. Il suo teatro ha unito comico e drammatico, sacro e profano, dialetto e italiano, radici popolari e critica sociale. Non ha mai trasformato la Calabria in cartolina nostalgica: l’ha trattata come materia viva.La sua idea di palcoscenico era chiara: non un altare, ma una piazza. E la piazza, come ricorda Le Goff, è «il luogo della verità collettiva»⁵.

     La sua morte lascia un vuoto nella comunità teatrale, nella scuola, nella cultura dei dialetti, nella memoria civile del Sud. Ma lascia anche un archivio vivo: testi, allievi, spettacoli, gesti, parole. E soprattutto un’idea: che il teatro possa essere un atto di riscatto.

Bruno Demasi

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1. E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 89.
2.M. Bachtin, L’opera di Rabelais, Torino, Einaudi, 1979, p. 108.
3.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 23.
4. Scheda biografica Coloprisco Il teatro della Capitale, p. 3.
5. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma‑Bari, Laterza, 1985, p. 18.