sabato 14 febbraio 2026

“Rote” popolari e denuncia sociale: GIUSEPPE CONIGLIO, IL POETA DEI CONTADINI (di Bruno Demasi)

              Quando il Carnevale induceva  a pensare e la farsa si faceva Storia…

    Nella tradizione teatrale calabrese la farsa popolare non è mai stata solo un esercizio letterario per strappare una grassa  risata. Al contrario, è stata spesso l’unica forma di resistenza culturale concessa agli ultimi. Attraverso l’uso del dialetto, del paradosso e della satira pungente, autori come Giuseppe Coniglio hanno trasformato il palcoscenico in un tribunale popolare. In un’epoca in cui la denuncia diretta era rischiosa o inascoltata, la "farsa" diventava un cavallo di Troia: dietro lo schermo della comicità e delle vicende paesane, si celava una critica feroce alle ingiustizie sociali, all'arroganza del potere e alla miseria dignitosa di un popolo. La penna di Giuseppe Coniglio 1922-2006), intrisa di realismo magico e rurale, ha saputo elevare il quotidiano a universale, rendendo la sua Pazzano lo specchio di una condizione umana comune a tutto il Sud e rappresenta una delle voci più autentiche e potenti della poesia dialettale calabrese del Novecento. 

  La sua non è stata una vita dedicata esclusivamente alle lettere, ma un’esistenza radicata nel lavoro: bracciante agricolo e capo operaio forestale, Coniglio ha vissuto sulla propria pelle la fatica dei boschi e dei campi. Questa esperienza biografica si è tradotta in una produzione poetica e drammaturgica dove il dialetto pazzanese non è un semplice vezzo vernacolare, ma uno strumento di analisi sociale carico di ritmo, fiero e profondamente legato all’identità comunitaria. Il nucleo della sua opera è la terra, intesa come spazio fisico di sudore e come perimetro emotivo. Come osservato dalla critica, il suo pensiero rimane saldamente legato alla realtà dura e quotidiana [1]. Attraverso le sue raccolte principali — Calabria contadina (1973), Quattru chjacchjari e ddui arrisi (1984) e A terra mia (1998) — il poeta documenta l'adesione totale alla cultura materiale della Calabria interna.

    In queste opere, come osserva Pasquino Crupi (2), il dialetto diventa una "lingua letteraria" capace di fissare per sempre proverbi, suoni e modi di vivere che altrimenti andrebbero perduti. La sua poesia si muove su quattro pilastri fondamentali: il radicamento nel lavoro, la funzione della festa come momento di coesione, la memoria delle tradizioni orali e, soprattutto, una sferzante satira sociale.

    L'opera di Coniglio trova la sua massima espressione pubblica nelle farse carnevalesche, un genere che affonda le radici nel teatro popolare e nei rituali di rovesciamento del mondo. Per Coniglio, la farsa non è un semplice intrattenimento, ma una "piazza critica": il momento in cui la comunità, protetta dalla maschera e dal riso, può finalmente dire la verità al potere. In queste pièces, il dialetto assume una funzione quasi catartica. Coniglio non si limita a ritrarre i tipi fissi della tradizione (il servo, il padrone, il dottore), ma li cala nella realtà politica del suo tempo. La farsa diventa così il palcoscenico di una resistenza culturale dove la risata svela l'ipocrisia delle istituzioni e la fragilità delle gerarchie sociali. È un teatro povero di mezzi ma ricchissimo di simboli, dove il ritmo dei versi ricalca il battito della vita del paese. L'opera emblematica di questa visione è senza dubbio ’A fabbrica de vuoti, dove il titolo stesso si fa metafora di una politica costruita sul nulla, sulle promesse mai mantenute e sul parassitismo:

“Esta a fabbrica de vuoti 
chi producia l’inflaziuoni 
pecchì ogunu assicuratu 
e na certa protezioni 
s’acquisiscia lu dirittu…  

…Simu ‘nta democrazia!… 
ca si no cangia barritta … 
…tutti quanti hannu ragioni 
e i cchiù furbi senza scrupuli 
fannu sempi li patroni.”


   Il poeta non risparmia nessuno: dalla burocrazia inefficiente, con l'impiegato che attende solo il "ventisette" del mese ignorando chi soffre:

“U mpiegatu si nda futta, 
basta u vena u ventisetta 
a da facci a cu lamija 
s’ava 'a pratica c’aspetta”, 
 
fino alla  critica verso un sistema dove il valore dell'individuo scompare di fronte allo scambio di voti (“Pecchì cca ‘nta Repubblica puru si unu on vala nenta / cunta ed è cunsideratu pe di vuoti che promenta”).

    Nella farsa emerge anche una riflessione amara sull'ambizione vuota e sulla mediocrità che occupa i posti di comando. Coniglio osserva con sarcasmo come in ogni angolo si trovino "certi testiciuni e ca…vulu chi si fannu ammagistrati", criticando chi aspira a ruoli di responsabilità solo per potersi "scansare" meglio:

“Cu esta c’avaria u si sarva pecchi on basta u criticara 
si de posti responsabili ‘mbiatu cu si po’ scansara.”


   L'analisi si chiude con una nota di amaro realismo sulla legalizzazione del "diritto di non far niente" e sull'apatia collettiva:

“O ni resta co gridamu: fessa ormai cu si ripenta 
e de pue u legalizzamu u dirittu ‘e fara nenta. 
Senza u jamu mu vidimu comu vena o cuomu fu 
ca passamu tutti e ruolu e non si ‘nda parra cchiu.”


 
 Giuseppe Coniglio non è un poeta folkloristico nel senso limitativo del termine; è un costruttore di coscienza. La sua grandezza risiede nell'aver saputo fondere l'esperienza contadina con una lingua poetica autentica, capace di passare dal lirismo di A terra mia — un inno al luogo di uomini, lavoro e memoria (3) — alla graffiante drammaturgia delle sue farse.In definitiva, Coniglio ci insegna che il dialetto e le forme teatrali popolari sono strumenti politici vivi, capaci di fotografare le contraddizioni di una società rurale e di denunciare le miserie morali di ogni tempo. La sua opera resta un archivio affettivo e critico, una voce che continua a parlare di una Calabria che non si piega, ma che sa guardarsi allo specchio con onestà e con il sorriso affilato della verità.

Bruno Demasi

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[1] Sharo Gambino, dalla Prefazione a G. Coniglio, Calabria contadina, Chiaravalle Centrale, Frama Sud, 1973. Gambino sottolinea come Coniglio sia un poeta in cui " il pensiero rimane saldamente legato alla terra, alla realtà dura e quotidiana della vita". 
[2] Pasquino Crupi, Storia della letteratura calabrese, Vol. IV, Messina-Firenze, D'Anna, 1997, p. 137. Crupi riconosce a Coniglio il merito di aver saputo trasformare il dialetto in "materia poetica autentica", svincolandolo dai limiti del puro regionalismo. 
[3] La raccolta A terra mia, Catanzaro, Pullano, 1998 (premiata nel 1996), è stata definita definita dalla presentazione critica come un «luogo di uomini, di lavoro, di memoria», sintesi perfetta del radicamento territoriale dell'Autore.

 

giovedì 12 febbraio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec.XIX: LOUIS SIMOND (1818). (di Rocco Liberti)

     Ecco un’altra tappa decisamente interessante nella rivisitazione che Rocco Liberti sta facendo dei “viaggiatori” che nell’Ottocento hanno descritto la Calabria affidandosi spesso a ciò che essi stessi vedevano di persona, ma non di rado anche ai luoghi comuni che fiorivano su questa terra. E’ un meticoloso lavoro di scavo documentale col quale l’Autore riporta alla luce testimonianze spesso trascurate dalla storiografia ufficiale. Stavolta vengono presi in considerazione Louis Simond e il suo viaggio in Sicilia e in Calabria del 1818, che diventa quasi una piccola odissea tra bonacce e timori, culminando in una sosta forzata vicino Policastro. Qui l'apparizione di vecchi moschetti per difendersi dai "briganti" riporta il lettore nell'atmosfera tipica della letteratura di viaggio nel Sud Italia, dove la bellezza sublime del paesaggio convive costantemente con l'imprevisto e il senso di pericolo. Lo scritto, come sempre avvincente, di Liberti non solo ricostruisce una tappa storica, ma restituisce l'emozione e le contraddizioni di un'epoca in cui viaggiare era ancora una vera e propria avventura.(Bruno Demasi)

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  Louis Simond (1767-1831), letterato francese di religione protestante, trasferitosi a Ginevra, si è qui naturalizzato. Ha compiuto viaggi nel Nord-America, in Inghilterra e nella stessa Svizzera e scritto in merito. Nel 1818 è stato in escursione per quasi un mese in Sicilia e ne ha offerto le singole fasi nel secondo tomo dell’opera “Voyage en Italie et en Sicile”, pubblicata a Parigi nel 1828 da A. Sautelet et Compagnie[1].

    Preso posto sul battello “Leone”, il 24 aprile arrivava a Palermo e il 17 maggio raggiungeva Messina. Questa la descrizione del sito della città che si specchia sull’omonimo Stretto: «Un promontorio di rocce di sabbia, che si avanza in semicerchio, forma una rada profonda e ampia, pure tranquilla a dispetto di Cariddi e di Scilla; le case orlano questo bel bacino, hanno l’aria di edifici rasati al primo piano, al disopra del quale appaiono colonne e pilastri troncati»[2]. Nel centro siciliano è rimasto pochi giorni. Già la sera di lunedì 25 s’imbarcava sulla feluca La Madonna, inviata appositamente onde trasferire lui e gli altri a Napoli con un costo di cento ducati, somma che equivaleva a 10 luigi. Si trattava di una nave pontata, lunga 39 piedi e larga 9, che godeva di largo spazio sotto il ponte per consentire agli occupanti di trascinarvisi a quattro piedi, a fine di distendersi sui fidi materassi.

    Bello il racconto della partenza: «Il sole si coricava in tutto il suo splendore, dietro le montagne della Sicilia, mentre la luna brillava già dal lato opposto del firmamento. Una leggera brezza del mezzogiorno gonfiava le nostre vele, e tutto sembrava promettere una traversata veloce e felice. Una sorta di ebollizione delle acque, che nello stesso tempo presentavano certi spazi uniti come se fossero stati coperti di olio, ci hanno annunziato subito che eravamo tra Cariddi e Scilla, due scogli, di cui l’uno davanti a noi sulla costa della Calabria, e l’altro, il suo antico compagno Scilla, dietro sulla costa della Sicilia[3]. In alcune fasi della marea (perché esistono delle maree nel Mediterraneo), le correnti opposte, venendo a incontrarsi con violenza in questo stretto canale, formano dei turbini o vortici d’acqua che non sono senza danno; ma in qualsiasi altro momento questo passaggio è perfettamente sicuro, e non avremmo niente notato di straordinario alla superficie del mare se noi non fossimo stati preparati in anticipo»[4].

    Purtroppo, i marinai, usciti da Messina, invece di dirigersi direttamente a Napoli, durante la notte hanno preferito costeggiare la Calabria. Erano otto marinai con in più il padrone, quando una nave americana di 300 tonnellate di stazza - dice Simond - spesso non ne ospitava un numero superiore. Era gente davvero sprovveduta che non possedeva né bussola né carte e allorché dai viaggiatori è stata stesa sul ponte una bella carta di Orgiazzi[5], tutti vi si sono affollati intorno. Ma si rivelava tutto inutile, perché, per quanto cercassero prontamente i vari punti della costa, che pur conoscevano bene, non veniva loro in mente di proseguire altrimenti che non lungo la riva. Alla seconda nottata col vento ritornato al nord, che mandava frescura, i passeggeri si sono visti «stravaccati in una specie di baia presso Policastro». L’equipaggio è stato costretto a gettarvi l’ancora per sfuggire al pericolo di restare incagliati. Si presentava una situazione non gradevole, soprattutto quando i turisti hanno notato che si estraevano da una cassa sette vecchi moschetti, che, dopo una pulizia, venivano caricati e sistemati attorno all’albero «per servirsene in caso di attacco da parte dei briganti calabresi o napoletani». Era questo dei briganti calabresi un ritornello che riappariva sovente nelle tematiche dei viaggi al sud. Ulteriore intoppo ha riguardato successivamente un ancoraggio a capo Licosa, dopodiché la navigazione verso Napoli ha potuto riprendere in pieno[6].

Rocco Liberti
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[1] Di Matteo, Viaggiatori stranieri …, III, pp. 147-150. 
[2] Simond, Voyage en Italie …, p. 267, trad. dal francese. 
[3] Com’è chiaro, l’autore qui commette un marchiano errore, che potrebbe però essere imputabile a una mera disattenzione. 
[4] Simond, Voyage en Italie …, pp. 294-295. 
[5] Alex Orgiazzi, impiegato del Deposito di Guerra a Parigi, appena due anni prima, nel 1816, aveva approntato una rielaborazione della nota carta del Rizzi Zannoni. 
[6] Simond, Voyage en Italie …, p. 295.

martedì 10 febbraio 2026

GIORNATA DEL RICORDO: il contributo calabrese allo studio del dramma delle foibe (di Bruno Demasi)

   La memoria collettiva non si costruisce solo nei luoghi in cui gli eventi si sono consumati, ma anche nei territori che, pur lontani geograficamente, scelgono di interrogarsi sul loro significato storico e civile. In questa prospettiva, la Giornata del Ricordo, celebrata il 10 febbraio, riguarda l’intero Paese. Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata non sono una vicenda periferica, ma una delle fratture più dolorose e complesse della storia italiana del Novecento, a lungo rimosse e solo tardivamente riconosciute nel dibattito pubblico.  La Calabria, pur estranea sul piano geografico agli eccidi del confine orientale, non è estranea alla responsabilità del ricordo. Come altre regioni del Mezzogiorno, è chiamata a confrontarsi con una storia che investe la nazione nel suo insieme e che impone una riflessione sul rapporto tra violenza politica, nazionalismi e transizioni postbelliche.

    Le uccisioni legate alle foibe e le persecuzioni contro la popolazione italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia si collocarono nel contesto drammatico della dissoluzione dell’ordine europeo tra il 1943 e il 1947. Furono il prodotto di fattori molteplici: tensioni etniche e nazionali di lunga durata, politiche di snazionalizzazione del periodo fascista, guerra, occupazioni militari e il progetto jugoslavo di ridefinizione dei confini. Ridurre le foibe a una spiegazione univoca significa perdere la complessità di una violenza che fu insieme politica, nazionale e sociale. 

  Anche la Calabria fu indirettamente coinvolta nelle conseguenze di quella tragedia. Nel secondo dopoguerra alcune famiglie dell’esodo giuliano-dalmata raggiunsero il Sud, inserendosi in territori segnati dalla povertà e dalla ricostruzione. Fu spesso un’accoglienza silenziosa, fondata sulla solidarietà quotidiana più che su strutture istituzionali, che rappresenta oggi una pagina poco indagata della storia dell’esodo.  Negli ultimi anni, il contributo calabrese alla memoria delle foibe si è espresso soprattutto sul piano culturale ed educativo. Iniziative istituzionali, attività scolastiche e interventi pubblicistici hanno cercato di sottrarre il tema alla contrapposizione ideologica, restituendogli una dimensione storica e umana. In questo quadro si colloca anche la riflessione storiografica prodotta o promossa in ambito calabrese. 

  Un contributo significativo è rappresentato dai due  volumi  di Giuseppina Mellace: Le foibe (LEG Edizioni) e Le donne e l'esodo giuliano-dalmata (Mursia), quest'ultimo uscito in libreria proprio in questi giorni. Mellace, storica e saggista, opera attivamente nell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC) e da anni si occupa di temi connessi alla memoria del Novecento, alle violenze di confine e alla storia dell’esodo giuliano-dalmata, con un’attenzione costante alla dimensione civile della ricerca storica. In questi studi, l’autrice ricolloca la tragedia delle foibe in una prospettiva di lungo periodo, evitando letture episodiche o riduttive. Le violenze del 1943 e del 1945 emergono come l’esito di una stratificazione di conflitti, paure e radicalizzazioni, più che come eventi improvvisi e incomprensibili.

    Particolare rilievo assume l’attenzione alle vittime nella loro dimensione individuale. Mellace insiste sul fatto che gli infoibati furono a lungo privati non solo della vita, ma  anche del diritto al ricordo, inghiottiti da un silenzio pubblico che ha agito come una seconda cancellazione.

  In un passaggio significativo, l’autrice ricorda come la violenza colpì «inermi, colpevoli solo di appartenere a una comunità travolta dalla storia», richiamando la necessità di restituire nomi, volti e contesti a persone spesso ridotte a simboli astratti. Di particolare interesse è lo spazio dedicato alle donne, frequentemente marginalizzate nella narrazione delle foibe: donne infoibate, deportate, violentate, ma anche donne sopravvissute, chiamate a sostenere il peso dello sradicamento e della ricostruzione durante l’esodo. Questa attenzione consente di cogliere la portata sociale e umana della tragedia oltre la dimensione politico-militare. 

  Dal punto di vista metodologico, Le foibe  e  Le donne e l'esodo giuliano - dalmata non si presentano come  studi archivistico specialistici, ma come opere di sintesi che intrecciano analisi storica e narrazione. Il linguaggio è accessibile, ma attento a evitare semplificazioni. Mellace richiama più volte il rischio di trasformare la memoria delle foibe in terreno di scontro identitario, ricordando che la funzione della storia è comprendere e spiegare, non alimentare nuove contrapposizioni.

    I due studi di Giuseppina Mellace si inseriscono  così  a testa alta nel notevole contributo che anche la Calabria offre alla costruzione di una memoria nazionale condivisa: una memoria che non nasce solo nei luoghi della violenza, ma anche in quelli che scelgono di interrogarsi criticamente sul passato. Ricordare le foibee l'esodo giuliano-dalmata oggi significa riconoscere che il dolore della storia non conosce confini regionali e che anche da territori lontani dal confine orientale può venire un apporto serio e responsabile alla coscienza civile del Paese.

                                                                              Bruno Demasi

giovedì 5 febbraio 2026

Il 5 Febbraio e l'enigma di Haghia Agathé: COME OPPIDO DIVENNE LA FORTEZZA DI SANT’AGATA (di Bruno Demasi)

       Perché un'antica fortezza nel cuore dell'Aspromonte scelse il nome della martire siciliana? Come ll 5 febbraio di ogni anno, torniamo tutti a porci questa domanda che continua a farsi sentire con urgenza anche tra le pagine di questo blog che già in passato parzialmente ha accennato a qualche risposta (5 FEBBRAIO: IL RICORDO STRUGGENTE DEL TERREMOTO A OPPIDO NELLA FESTA DI SANT'AGATA  -   SANT'AGATA (HAGIA AGATHE) , OPPIDO E LE FERITE DEL 5 FEBBRAIO ) . E’ una data che ci riporta non solo alla grandiosa festa annuale della celebre Santa, ma anche  una ricorrenza speciale  che non ha soltanto i caratteri della devozione, bensì quella del ricordo ormai netto di una precisa strategia imperiale che trasformò Oppido in un baluardo di Bisanzio contro l'avanzata araba, prima, e poi,  quando l'elemento arabo venne assorbito pienamente dalla società bizantina, contro quella normanna. E’ la storia finalmente chiara di un'identità perduta e ritrovata , in questo 243° anniversario del tremendo terremoto che distrusse definitivamente la nobile città aspromontana, le cui ferite, malamente rimarginate, ancora oggi grondano il sangue di un intero popolo..

     Esistono nomi nella millenaria tradizione cristiana che sono memorie di cicatrici , altri che invece rivelano speranze di protezione e di difesa. Per la Calabria dell'epoca bizantina, il nome di Agata fu uno scudo. Mentre la Sicilia cadeva sotto il dominio arabo, una città calabrese sorgeva tra le rocce dell'Aspromonte rivendicando l'eredità spirituale della martire catanese. Non era solo fede: era geopolitica, era resistenza, era la nascita di Haghia Agathè. In questa brevissima rivisitazione voglio ripercorrere ancora una volta i secoli in cui Oppido e Sant'Agata furono un'unica anima, prima che la storia decidesse di separarle di nuovo. Per quersto motivo il 5 febbraio, nel panorama della storia calabrese, non è solo  memoria del "Grande Flagello" del 1783, non è solo una ricorrenza liturgica, ma la chiave per decifrare la rifondazione di un intero assetto territoriale, tenendo presente anche quanto la venerazione della Santa catanese  fosse viva tra i Bizantini.
 
     A Costantinopoli, Agata era onorata con una devozione particolare. Nella capitale imperiale esistevano sicuramente  due chiese dedicate alla Martire. In una di queste, si narra che ogni 5 febbraio avvenisse il miracolo dell'olio: l'olio delle lampade votive traboccava prodigiosamente, un evento descritto dal patriarca Metodio (egli stesso siciliano di Siracusa).Un altro segno del vastissimo culto che interessava la Santa è costituito dalla diffusione di splendidi mosaici di area bizantina (o sotto influenza bizantina) in tutto l'impero, come quelli della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna (VI secolo), dove Agata appare nel corteo delle Sante Vergini, e nella Cattedrale di Santa Sofia a Kiev, in Ucraina.

    L'odierna Oppido Mamertina custodisce un'identità stratificata: quella bruzia ed ellenistica, poi quella romana e mamertina e quindi lo splendore dell'identità bizantina di Haghia Agathe (Ἁγία Ἀγαθή) soffocata immediatamente all’arrivo dei Normanni. Questo studio indaga le ragioni per cui un insediamento dell'Aspromonte assunse il nome della celebre martire siciliana e come questa scelta rispondesse a una precisa strategia imperiale. In epoca bizantina, la Calabria non era solo un distretto amministrativo, ma una "terra di confine" (akron) tra il mondo cristiano e quello islamico. La rifondazione di Oppido su un sito d’altura non rispondeva solo a necessità tattiche di difesa, ma a un processo di riconsacrazione del suolo.

    Come rilevato da Vera von Falkenhausen, «la cristianizzazione greca della Calabria interna fu lo strumento principale per garantire la fedeltà politica alla Nuova Roma» [1]. L'imposizione del nome di Sant'Agata rappresenta un caso di transfert identitario. Catania, città martiriale della Sicilia, era ormai occupata dai musulmani. Trasferire il nome di Agata in Calabria significava proclamare che l'eredità spirituale siciliana era stata "tratta in salvo" sotto l'egida imperiale. Agata era celebrata come colei che "vince il fuoco": in una regione soggetta a terremoti e invasioni (viste come il "fuoco" dei barbari), il suo patrocinio era una "fortezza spirituale" [2].Il culto di Agata divenne un vessillo dell'identità greco-ortodossa promosso attivamente dalle autorità per consolidare il cristianesimo contro l'avanzata islamica. La diffusione del nome è legata anche alla monasticità italo-greca: profughi siciliani portarono con sé reliquie e iconografie, fondando centri che fungevano da rifugio rispetto alle coste flagellate dai saraceni.

    Chiamare la città Haghia Agathe era un’operazione funzionale ad almeno due scopi: sancire il controllo imperiale perché l'assegnazione di nomi di santi venerati a Costantinopoli (dove, come abbiamo visto,  Agata era onoratissima) legava il territorio alla capitale e definirne subito l’identità civile e religiosa: il nome greco Agathé (Buona, ma anche Vittoriosa) richiamava il concetto di Kalòs kai agathòs (Bello e Buono), ideale per le famiglie che volevano sottolineare lo status sociale elevato nei temi bizantini [3].

    Un nodo centrale della storiografia moderna riguarda il legame tra l'antica Tauriana e la nuova sede di Oppido e la coesistenza per un  certo periodo delle due diocesi. Quando la città costiera divenne indifendibile, la comunità si raggruppò  sicuramente nel sito fortificato dell'interno. Tuttavia, non si trattò di un trasloco immediato, ma di una transizione organica e di una sovrapposizione cronologica:
  •  Sede de iure vs Sede de facto: Per un periodo lungo quasi un secolo, il titolo ufficiale rimaneva legato a Tauriana per prestigio canonico, ma la realtà pastorale risiedeva già nel sito protetto di Haghia Agathé. André Guillou osserva che «la convivenza tra la sede teorica sulla costa e quella reale nell'interno durò decenni, finché lo Stato non ne prese atto ufficialmente» [4].
  • Il Ruolo del Monachesimo: Nell'area di Oppido si consolidava un polo religioso grazie ai monaci italo-greci, rendendo la "Sant'Agata" aspromontana una sede episcopale in fieri.
  • La Metatesi Amministrativa: I chierici lavoravano nelle terre costiere ma si ritiravano tra le mura di Sant'Agata al primo avvistamento di vele saracene. Questa "vita parallela" spiega perché i due nomi appaiano talvolta sovrapposti nei documenti.
    Jean Darrouzès,10 anni dopo la  pubblicazione delle pergamene greche da parte di Andrè Guillou (5), chiarisce che il nome greco sostituiva sistematicamente i toponimi locali nelle liste ufficiali: la città, a livello canonico, era  dunque Sant'Agata [6]  il cui  riconoscimento ufficiale fu il culmine di una transizione molto graduale: per un lunghissimo periodo di tempo, il titolo ufficiale restava infatti legato a Tauriana per prestigio, ma la realtà pastorale (sede de facto) si era già spostata nel sito fortificato di Sant'Agata. Uno degli eventi decisivi che consolidò il nome fu forse  il transito delle reliquie della Santa nel 1040, sottratte a Catania dal generale Giorgio Maniace.  La traslazione del corpo e il suo arrivo trionfale a Costantinopoli  non fu solo un evento religioso, ma l'ultimo grande sussulto di "romanità" bizantina prima del definitivo tramonto sotto i Normanni. Esso   lasciò una scia di devozione tale da legare definitivamente il nome bizantino di Oppido alla martire.

    Con l'arrivo dei Normanni (XI secolo) inizia una sistematica latinizzazione. I nuovi conquistatori cercano di far scomparire il nome greco per rompere il legame con Costantinopoli (Eliminare il nome bizantino significava spezzare il legame simbolico con il Patriarcato) e fanno di tutto per ripristinare il nome latino: si incentiva con ogni mezzo possibile il ritorno al nome Oppidum per riallacciarsi alle radici antiche, sebbene la popolazione locale non avesse mai smesso di usarlo nel parlato. Nonostante ciò, la memoria fu resiliente. Nell'Archivio Apostolico Vaticano, nei registri delle decime del XIII e XIV secolo (Rationes Decimarum), la diocesi è ancora indicata come Oppidensis seu Sanctae Agathae [7]. Per la burocrazia vaticana, i due nomi evidentemente erano rimasti sinonimi intercambiabili. 
 
    Il terremoto del 1783 ha cancellato la struttura fisica del kastron bizantino, ma l'odierna Oppido Mamertina resta il risultato di questa strategia che ha trasformato una superba fortezza arroccata su una strategica dorsale collinare in un vero e proprio santuario della memoria [8].

Bruno Demasi
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[1] V. von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell'Italia meridionale dal IX all'XI secolo, Genova 1978, p. 122. L'autrice sottolinea come la toponomastica sacra fosse un pilastro dell'amministrazione imperiale. 
[2] Cfr. F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria, vol. I, p. 185. Russo analizza la figura di Sant’Agata come protettrice delle frontiere. 
[3] Sulla valenza sociale del nome Agathé, si veda S. G. Mercati, Ricerche sulla cultura greca in Calabria, in "Collectanea Byzantina", vol. II. 
[4] A. Guillou, La Calabria bizantina: fine IX secolo - metà XI secolo, in "Mélanges de l'Ecole française de Rome", 1963, p. 201. 
(5) A. Guillou: La theotokos de Hagia Agathè, Città del Vaticano, 1972. 
[6] J. Darrouzès, Notitiae episcopatuum Ecclesiae Constantinopolitanae, Parigi 1981, p. 283. L'autore specifica che "l'appellativo sacro agisce come nome proprio della città"
[7] D. Vendola (a cura di), Rationes Decimarum Italiae: Calabria, Città del Vaticano 1939, doc. n. 4522. 
[8] Per un' ampia analisi diretta e indiretta delle reminiscenze e delle persistenze delle memorie bizantine, cfr. R. Liberti, Momenti e figure nella storia della vecchia e della nuova Oppido, (Quaderni Mamertini, n.83- 2008); "Le relationes ad limina dei vescovi della diocesi di Oppido Mamertina - II - (1663-1892)", (Quaderni Mamertini, n. 77 - 2007); "Fede e Società nella Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi", ( Quaderni Mamertini nn. 58 - 2005 e 71- 2006).

domenica 1 febbraio 2026

IL " NULLA" PIENO DI GIGANTI: Stefania Auci e l’abbaglio sulla letteratura calabrese (di Bruno Demasi)

    C’è un paradosso tutto contemporaneo nel vedere una scrittrice di successo, capace di scalare le classifiche con la saga dei Florio, scivolare su una buccia di banana che non è siciliana, ma calabrese. Parlo di Stefania Auci, che durante una puntata di Quante Storie su Rai 3, nel tentativo di incensare la (meravigliosa, sia chiaro) tradizione letteraria della sua Sicilia, ha pronunciato una frase che è risuonata come un colpo di scure: "La Calabria, dal punto di vista letterario, purtroppo non ha nulla".

    La notizia ha fatto immediatamente il giro del web, rimbalzando tra le colonne dei principali giornali. Il Corriere della Calabria, con un editoriale al vetriolo di Paride Leporace del 27 gennaio 2026, ha parlato apertamente di "ignoranza della letteratura calabrese" e di una "sciatteria intellettuale" inaccettabile per chi di libri vive.  Anche il Corriere della Sera (ed. 28 gennaio 2026) ha riportato l'accaduto, dando spazio alle scuse dell'autrice che ha poi tentato di correggere il tiro parlando di "mancanza di mitopoiesi" e di un sistema editoriale calabrese meno strutturato di quello siciliano. Ma la toppa è stata peggiore del buco: definire "nulla" una tradizione millenaria non è un problema di "sintesi televisiva", è un problema di prospettiva.

    Il mondo intellettuale non è rimasto a guardare. Sebbene siano stati in  pochi a reagire apertamente, da Carmine Abate a Domenico Dara, fino ai critici più rigorosi, la risposta è stata  comunque unanime: la Calabria non soffre di assenza, ma di una cronica incapacità altrui di guardare oltre lo Stretto.

   Nel mio piccolo, dopo aver ricordato alla Auci che il primo Premio Strega della storia (1947) non andò a un siciliano, ma a Corrado Alvaro con L'età breve, vorrei  aggiungere che la "linea difensiva" della Calabria non ha bisogno di arrampicarsi sugli specchi della promozione editoriale. Se la Sicilia ha saputo trasformare qualche storia in un sontuoso feuilleton amato dalle masse, la Calabria ha scelto una strada più impervia: quella della letteratura della testimonianza e del  destino.
 
   Probabilmente non abbiamo saghe familiari roboanti da vendere alle piattaforme di streaming, ma abbiamo la densità filosofica di Tommaso Campanella e l'asprezza lirica di un realismo che non concede sconti e per dimostrare alla Auci quanto sia "pieno" questo presunto "nulla", basterebbe rileggere soltanto l'incipit di Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro:

"Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, 
d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare,
 e la terra sembra navigare sulle acque.
 I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango,
 e dormono con gli animali.
 Vanno in giro coi lunghi cappucci 
attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle,
 come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. 
I torrenti hanno una voce assordante. [...]".

    In queste poche righe c'è più "storia letteraria" che in intere trilogie commerciali. È una letteratura che non cerca il pittoresco, ma l'universale. E che dire di Saverio Strati? In Tibi e Tascia, lo scrittore di Sant'Agata del Bianco ci regala una prosa che è scavo archeologico dell'anima:

"Noi siamo come le piante che crescono tra le rocce: 
dobbiamo spaccare la pietra
 per trovare un po' d'acqua".

    Ecco la mitopoiesi calabrese: non è la gloria di una dinastia di mercanti, ma la dignità di un popolo che trasforma la siccità in poesia! E se mancassero altri nomi, potrei farne tanti, ma cito per tutti Leonida Repaci, che con la sua Storia dei Rupe ha costruito un affresco epico che non ha nulla da invidiare ai cicli dei vinti siciliani, ma con una rabbia civile e una modernità di linguaggio che l'Italia sembra aver dimenticato.

    La "gaffe" di Stefania Auci è il sintomo di una narrazione egemonica che tende a oscurare ciò che non è immediatamente "pop" o commerciabile. Ma sappiamo che il "nulla" citato dalla scrittrice è, in realtà, un pieno straripante di voci, di pietre che parlano e di pagine che hanno fatto la storia d'Italia, una scrittura che non ha bisogno di pizzi e merletti perché ha la forza del tragico greco e del realismo sociale

    Cara signora Auci, le Sue precisazioni successive allo scivolone televisivo — quelle sulla "mancanza di miti" — somigliano tragicamente a chi, non sapendo o non potendo leggere lo spartito, dichiara che l'orchestra è muta. La Calabria non ha bisogno di essere "inventata" da un ufficio marketing per esistere: esiste nel rigore degli Alvaro, nel tormento dei Campanella e nel silenzio fiero di chiunque altro scrive perché deve, non perché deve vendere.

    La prossima volta che attraversa lo Stretto, non porti solo i suoi libri: porti un'antologia di quegli autori che ha frettolosamente cancellato. Scoprirà che quel "nulla" ha radici così profonde da far tremare le Sue certezze. Le aprirà un mondo che forse Lei, per ragioni che mi sfuggono,  non ha potuto conoscere e che merita molto più di una sbrigativa rettifica giornalistica  o televisiva.

                                                                                                             Bruno Demasi

sabato 31 gennaio 2026

RITA PISANO: “La jeune fille de Calabre" ,"Sindaca del Popolo" (di Bruno Demasi )

31 Gennaio 2026 – Ricorre oggi l’anniversario della scomparsa della grande attivista calabrese. Tra il ricordo del ritratto di Picasso e la forza dei suoi discorsi, la Calabria si prepara al centenario della nascita del prossimo agosto.

 
    Il 31 gennaio 1984, proprio nel giorno in cui la comunità si apprestava a festeggiare il suo cinquantottesimo compleanno, Rita Pisano si spegneva prematuramente. Oggi, a quarantadue anni da quel giorno, la sua figura appare più viva che mai: non solo come icona estetica, ma come bussola morale per una regione che, almeno in parte, cerca ancora il suo riscatto.

   Il legame tra Rita e Pablo Picasso è uno dei capitoli più affascinanti della storia dell'arte del Novecento. Nel 1948, durante il Congresso Mondiale della Pace a Breslavia, Picasso fu tanto  attratto dalla fiera bellezza della giovane delegata calabrese, che decise sui due piedi di stilare un ritratto a quella che definì "la jeune fille de Calabre" realizzandolo a matita e carboncino. E’ un capolavoro di essenzialità: poche linee che catturano lo sguardo profondo e la fierezza di una donna del Sud. Picasso ne fece un simbolo universale, ma Rita mantenne sempre un distacco umile verso quell'opera. Spiegava spesso: “Quel disegno non appartiene a me, appartiene a tutte le ragazze che sognavano la pace e un futuro senza fame. La vera bellezza è la giustizia sociale.”

   Rita Pisano non fu solo una musa, ma una "pasionaria" della concretezza. Il suo impegno civile si espresse nelle lotte per la terra e, successivamente, in un'attività amministrativa illuminata a Casole Bruzio.Nelle piazze calabresi, la sua voce risuonava potente. Durante le occupazioni delle terre, si rivolgeva così alle sue compagne: “Non siamo qui solo per chiedere un pezzo di terra. Siamo qui perché le nostre mani, che sanno seminare e crescere figli, hanno il diritto di stringere il destino della nostra regione. La donna calabrese non è più l'ombra dell'uomo, ma la luce di una nuova società.” (1)

   Eletta sindaca nel 1966, Rita fu un modello di "buon governo". Quando nel 1975 entrò in rotta di collisione con il PCI, che decise di non ricandidarla, diede prova di una libertà intellettuale rarissima:“La politica non si fa nelle stanze chiuse di Cosenza o di Roma. Si fa ascoltando il silenzio di chi non ha voce. Mi hanno tolto una tessera, ma non potranno mai togliermi l'amore dei miei concittadini.” (2)Venne rieletta con una lista civica, dimostrando che la coerenza vale più delle sigle di partito. Si batté per asili nido, scuole e cultura, convinta che "un popolo colto è un popolo difficile da schiavizzare".

    L'impegno politico di Rita Pisano è costellato di episodi che ne rivelano il carattere indomito, quasi "epico" per l'epoca. Oltre alle grandi battaglie sindacali, ci sono aneddoti più intimi e territoriali che spiegano perché la gente di Casole Bruzio la amasse così visceralmente. Nonostante fosse una figura di rilievo nazionale, Rita Pisano non volle mai auto blu o privilegi. Si racconta che spesso si spostasse da Casole a Cosenza o Catanzaro utilizzando i mezzi pubblici, viaggiando insieme ai lavoratori e agli studenti. Questo non era solo un modo per risparmiare fondi pubblici, ma una scelta politica precisa: voleva sentire "il polso" della gente comune, ascoltare i loro problemi quotidiani durante il tragitto. Era la politica che scendeva dal piedistallo per sedersi sui sedili di un pullman di linea.

    Rita credeva fermamente che il decoro urbano fosse una forma di dignità. Si dice che, durante il suo mandato, girasse personalmente per i cantieri e per le strade del borgo, controllando che i lavori fossero fatti a regola d'arte. Un aneddoto locale narra che una volta fece rifare un intero tratto di pavimentazione perché non era "all'altezza della bellezza che il suo popolo meritava". Non era pignoleria, era la convinzione che vivere nel bello aiutasse le persone a sentirsi cittadini migliori e non sudditi di un borgo abbandonato.

   L'aneddoto più potente riguarda la notte del 1975, dopo la rottura con il PCI. Le segreterie di partito pensavano che, senza il simbolo della falce e martello, Rita sarebbe scomparsa. Lei si presentò con il simbolo della Torre (la Torre civica). La sera dei risultati, mentre i big della politica calabrese aspettavano il suo crollo, le piazze si riempirono di contadini e donne che gridavano il suo nome. Quando fu chiaro che aveva stravinto, si affacciò al balcone e, con estrema calma, disse: "Non hanno capito che il mio partito siete voi". Fu la dimostrazione che il consenso costruito sul campo è più forte di qualsiasi apparato.

   Mentre oggi ne commemoriamo la scomparsa, la Calabria guarda già al 15 agosto 2026, data del centenario della sua nascita. Sarà l'occasione per celebrare definitivamente la donna che incantò il mondo con uno sguardo e che insegnò ai calabresi a camminare a testa alta.

Bruno Demasi

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 (1) Estratto dai discorsi pubblici raccolti in:  Rita Pisano, Il volto della Calabria libera, saggi celebrativi del Comune di Casali del Manco.
(2) Dichiarazione rilasciata alla stampa locale nel 1975, conservata negli archivi storici della Fondazione Rita Pisano.
Documentazione iconografica: Archivio Picasso e Raccolta Storica del Congresso Mondiale della Pace (1948).