sabato 11 luglio 2026

Laboratorio di scrittura: LA MASTRACÓLA (racconto di Bruno Demasi)

     La Mastracòla, che di nome faceva Gianna e abitava nel vicolo del rione Abbazia, che da lei aveva presto preso il nome , “ Vinella della Mastracòla”, era di grande coraggio, ma molto irascibile. Aveva messo al mondo cinque figli, di cui i primi quattro con l’occhio storto; solo l’ultimo ti guardava dritto senza mandare a spasso le pupille. Con gli anni e la tremenda fatica che l’avevano fatta piegare e le sottanone che le pendevano da tutti i lati faceva impressione vederla con la doppietta a tracolla e gli stivaloni camminare svelta per i viottoli e le balze dell’Aspromonte. Ormai tutti la conoscevano come “ La Mastracòla”, sintesi al femminile del mestiere e del nome di suo marito, Cola il forgiaro, costretto a manipolare tutto il giorno zoccoli puzzolenti di muli e scecchi e sempre pronto a vomitare. La sua metà invece non aveva paura di nessuno, coccolava soltanto il suo scecco chiamato Parmino perché comprato da uno zingaro a Palmi durante la fiera di San Rocco dopo una lunga trattativa, diventata subito sciarra e durata più di due ore con largo concorso di spettatori e poi delle forze dell’ordine.

     La Mastracòla si faceva posare le mosche dappertutto eccetto che sul naso e nessuno poteva sbagliare a parlare con lei senza che ella sparasse bestemmie o sale e piombo di cui teneva nelle capaci tasche una scorta di cartucce da fare invidia al cacciatore più accanito.

     Cola nei primi anni del matrimonio aveva invano tentato di farla raffinare, calmare , invitandola spesso a nettiare la casa che era diventata un vero e proprio campo di battaglia di materassi spantumati, coperte ‘nsivate, pignate lorde. Invano! La donna non riusciva a stare a casa più di poche ore di notte e prima dell’alba era già in viaggio con lo scecco verso la sua campagna arroccata su una balza di arenaria dell’Acquavona con le sue quattro tomolate su cui crescevano solo olivi contorti, fichidindia e spine. Persino quando era incinta, fino agli ultimi giorni della gravidanza, correva in campagna incurante di tutto e di tutti e il quarto figlio lo partorì una sera nella stalla , appena giunta a casa, mentre strigliava Parmino perché non aveva fatto in tempo ad andare di sopra e coricarsi. E poco mancò che sparasse alla mammina che, arrivando di prescia e vedendo quello spettacolo, la rimproverò aspramente per la sua incoscienza.

     Detestava anche le smancerie e quando il marito davanti alla gente o qualcun altro la chiamavano “ Giannina”, lei si incazzava rispondendo per le rime e irritandosi come se le avessro mollato un timpuluni anziché una delicatezza.

    Ad aprile la Mastracòla iniziava ad impazzire perché voleva fare l’orto, anche se la sabbia di cui  era fatto il suo terreno, cominciando ad arroventarsi ai primi caldi, faceva abbrustolire immancabilmente tutto ciò che vi si piantasse. Ed era un via vai della donna e dello scecco dal ruscello dell’Acquavona all’orto sabbioso con due otri per volta colmi di acqua che in pochi minuti veniva bevuta dalla sabbia ingorda e subito trasformata in vapore. Era una dannazione, mentre Bastaso, il vicino con cui aveva litigato milioni di volte, riusciva a coltivare ogni ben di Dio ad appena poche decine di metri di distanza, in un lembo di terra scura e benedetta che pareva creata apposta dagli dei dell’orto per partorire a ritmo serrato zucchine, fagiolini, pomodori e melanzane in grandissima quantità.

     La donna covava con gli occhi quel ben di Dio e quella terra, decisa a impadronirsene con le buone o con le cattive. E quando Bastaso diede di lingua in giro per venderla, la Mastracòla una sera l’attese sul viottolo fingendo di strigliare Parmino e gli domandò distrattamente cul muso a culo di gallina, dopo anni e anni in cui non gli aveva rivolto più la parola, se fosse vero che voleva vendere. Bastaso le disse chiaro e tondo che quella terra l’avrebbe magari regalata, ma a lei non l’avrebbe venduta mai per dispetto, suscitando così l’aperta sfida della donna .

     Per la Mastracòla furono i sei mesi più difficili della sua vita, temendo che qualcuno potesse proporsi a comprare quella terra, ma decisa a sparargli nella fronte chiunque egli fosse a costo di andare in galera. Domandava a tutti, vigilava giorno e notte che qualcuno non si avvicinasse a vedere quel podere in vendita, neanche da lontano. Poco prima di Natale però Bastaso fu costretto a cedere dovendo partire subito per l’Australia, altrimenti sarebbe scaduto il visto, e la Mastracòla, unica offerente, cominciò a tirare sul prezzo.

     Il venditore era nero di rabbia e alla fine l’accordo fu raggiunto per una somma assai inferiore al valore del terreno : Bastaso sputava veleno da tutte le parti ripromettendosi di fare vendetta prima o poi orbo dal dispiacere di lasciare la sua terra nelle mani sporche e callose di quella donna che, avendo raggiunto il suo scopo, festeggiò dando da mangiare a Parmino del bene e del meglio e non vide l’ora di demolire con le sue stesse mani indurite la siepe di spine che divideva il terreno , che era stato di Bastaso, dalla sua proprietà. 

     Già a gennaio aveva scugnato a mano tutto il nuovo orto. A febbraio l’aveva perfettamente concimato trasportando quintali di cortagghia  di asini e muli raccolta all’alba con una vecchia vanga sbrindellata lungo le strade che dal paese portavano alla sua campagna. A marzo tornò a dubrare a mano con la zappa . Ad aprile cominciò a piantare ortaggi in grande quantità e varietà. Da maggio in poi l’orto cominciò a dare vita e corpo a delizie di ogni genere e la Mastracòla con la doppietta caricata giorno e notte contava persino i fiori delle zucche a uno a uno perché nessun essere invisibile se ne impadronisse nottetempo.

     Giunse l’estate e l’orto continuò a partorire in abbondanza fagiolini, melanzane, pomodori e spesso la notte Gianna dormiva – si fa per dire – in campagna con lo scecco senza trascurare la sera sul tardi di sparare una sventagliata di colpi verso il cielo  per scoraggiare in partenza evenbtuali ladruncoli malintenzionati..

     Tanta attenzione verso l’orto fece allentare la guardia ai fichidindia, che ad agosto rosseggiavano a centinaia sulle pale dello sdarrupo sabbioso che si apriva di colpo in mezzo agli olivi . Una mattina la Mastracòla si accorse con raccapriccio che almeno una cinquantina dei succosi frutti erano stati razziati poche ore prima da qualcuno. Esplose di rabbia, corse da sola imprecando al paese , entrò come una furia nella bottega di donna Vicenzina per fare rifornimento di polvere da sparo, piombo e borraggine e tornò di corsa in campagna in tempo per dare da mangiare l’avena a Parmino che sembrava impazzito dalla fame e dalla sete. Poi si coricò stremata e s’addormentò. Si svegliò di soprassalto tra jorno e scuro, decise di caricare a sale l’arma perché era sicura che si trattava di ladri ragazzi e andò ad appostarsi in vista del fitto dei fichidindia dietro il tronco capace di un ulivo medzzo sdarrupato. In silenzio assoluto!

     Passò poco che arrivarono: erano in tre, ma non si distinguevano i visi tra le prime ombre della sera. Bisbigliavano per non farsi sentire da nessuno. Iniziarono a tirare fuori i coltelli a serramanico e a sbucciare e mangiare…uno dopo l’altro.. un boccone per ogni ficodindia. Gianna li lasciò fare una , due, tre, quattro volte: voleva gustare fino all’ultima goccia il fiele della rabbia e della vendetta. Al quinto ficodindia lanciò un urlo belluino, uscì di corsa dal suo nascondiglio e, senza aver riconosciuto la banda di ladri, sparò da appena tre metri di distanza una sventagliata di sale ai tre furfanti che si erano messi a correre. Li colpì e con cautela si avvicinò per guardarli in faccia quei cosi lordi e figli di puttana...

     Il primo ladro era Melo, il primogenito di un vicino di proprietà, a cui aveva levato di brutto almeno quattro-cinque centimetri quadrati di cuoio capelluto a destra della fronte, che non ricrebbe mai più e fornì per sempre al poveraccio il titolo di “Bruschiato”. Il secondo ladro, il più basso e agile di tutti, era Gustino, secondogenito di Bastaso, colpito di striscio da alcuni pallini all’occhio sinistro, che, dopo la guarigione , gli rimase semichiuso facendogli guadagnare nel giro di meno di un anno il titolo di “Orbo” o “Gustino l’orbo”. Il terzo era invece il figlio della stessa Mastracòla, il più piccolo e l’unico nato senza difetti di vista, a cui il colpo sparato quasi a bruciapelo dalla madre aveva sbrindellato il sopracciglio destro e impastato la pupilla facendogli guadagnare da quel momento il titolo di “Guercio della Mastracòla”, mentre i di lui figli furono chiamati anche dopo tanti anni “Figli del Guercio della Mastracòla” e persino un nipote in quel di Monza dopo tantissimo tempo, se voleva farsi riconoscere da qualche compaesano, era costretto a chiarire con tutti i dettagli del caso di essere il figlio del figlio del “Guercio della Mastracòla”.

     Gli anni passavano in fretta, ma il veleno di Bastaso nei confonti della nuova proprietaria del suo amato orto, raddoppiato dal danno all’occhio subito da Gustino, non accennava a diminuire. E quando, poco prima di Natale, gli arrivò in Australia la notizia che la sua vecchia madre era ormai vicina alla fine e voleva vederlo per l’ultima volta, lasciò tutto e andò a comprarsi il biglietto per il viaggio. Dopo alcune settimane era già a Oppido, appena in tempo per cogliere l’ultimo respiro della madre che non mancò di rigirare il coltello nella ferita del figlio ricordandogli tra le lacrime la bellezza del loro vecchio orto e, quando la Mastracòla si presentò al lutto con viso afflitto, fu più volte sul punto di prenderla a timpulate, ma si trattenne da uomo.

     Bastaso dopo il funerale si fermò a Oppido ancora per una decina di giorni durante i quali si verificò in paese e nel circondario un fatto stranissimo: nelle tabaccherie quasi contemporaneamente venne a mancare il sale, tanto che si creò grande allarme tra la gente costretta a mangiare tutto insipido e preoccupata assai che il governo avesse in mente di raddoppiare o triplicare il prezzo del prezioso elemento di cui nessuno poteva fare a meno. Contemporaneamente negli empori oppidesi di Donna Vicenzina, Mmaculata, Il Marinaro, il Gioisano e Ciccio Ruffa improvvisamente scomparve la soda caustica che le donne compravano a chilate per fare il sapone di casa. Il mistero era fittissimo. Qualcuno favoleggiò che  nottetempo un non meglio precisato forestiero che parlava all’uso mericano, pagando a peso d’oro sia il sale che il caustro, aveva comprato fino all’ultimo grammo quanto più aveva trovato di questi elementi e ne aveva caricato con tre sacchi ciascuna ben cinque mule che erano state viste dirigersi verso l’Acquavona…

     L’inverno stava passando e la Mastracòla, ancora impegnata nella raccolta delle olive, cominciò a covare con gli occhi il suo amato orto, progettando già come squadrarlo per le nuove piantagioni. A guardarlo bene però, l’orto quell’anno appariva stranamente deserto e privo di erbacce, anche se l’inverno era stato molto piovoso, e persino la ràsola delle patate che ogni anno le dava frutto a quintalate ora appariva malinconica, le piante prima avvizzite e col passare dei giorni inserabilmente secche. La donna non sapeva cosa pensare: quei cosi lordi dei suriciorbi certamente avevano preso di mira le sue patate e si appostò più volte vicino alle montagnole di terra smossa con lo schioppo carico, ma non riuscì a pizzicare mai nessuna bestia sul fatto. Dopo tanto affanno di pensiero e di sospetti si convinse che qualcuno di quei grandissimi cornuti dei suoi vicini avesse fatto il malocchio alla sua terra che disseminò di ogni genere di scongiuri e di rami di olivo benedetti attaccati agli alberi più alti.

     Tornò a zappare a mano con rabbia tutta la raàola delle patate e le seminò di nuovo, anche se marzo era passato, e contemporaneamente cominciò a raccogliere grandissime cofanate di puzzolente cortagghia di scecco e di mulo per riconcimare tutto l’orto che di giorno in giorno appariva sempre più biancastro e pallido. Poi lo zappò tutto e a fine aprile incominciò a piantare al solito ogni genere di ortaggi. La sua pena era che le piante delle patate seminate di nuovo , germogliate a fatica, erano rimaste rachitiche e giallastre, ma si convinse che non c’era molto da preoccuparsi quando chiese consiglio al più esperto dei contadini oppidesi, Ciccillo Raspa. Questi una sera le disse con complicità che, secondo lui, c’era un morbo che attaccava le patate , un’invasione di una specie di fetusa giallognola che pisciava di notte le foglie delle piante di patata e le faceva seccare, ma, per fortuna sotto terra le patate crescevano lo stesso: era un male passeggero che sarebbe scomparso sicurissimamente nel giro del mese. E per qualche giorno la Mastracòla  si tranquillizzò.

     Le tenere piantine di fagioli, zucche, peperoni, melenzane, pomodori e granoturco erano ormai seminate o piantate da qualche settimana, lo scecco si era ormai ridotto pelle e ossa trasportando dalla mattina alla sera cofanate di cortagghia e otri pieni di acqua , ma qualcosa non stava funzionando lo stesso: le piantine prendevano coraggiosamente l’avvio per crescere, ma presto piegavano il capo e ingiallivano e dopo qualche giorno erano secche come il tabacco: il nemico invisibile stava colpendo ancora!

     Una sera la Mastracòla giunse in paese furibonda. Prima di tutto corse da Ciccillo Raspa, gli lanciò uno scracco in viso e gliene disse di tutti i colori, poi si recò di fretta nel negozio di donna Vicenzina per fare rifornimento di polvere da sparo e piombo, infine corse al Consorzio Agrario per consigliarsi con il proprietario che sapeva tutto sull’agricoltura, ma trovò chiuso. Tornò a casa di corsa, tirò fuori dal basso lo scecco che, stanchissimo dopo un’intera giornata di via vai dalla sorgiva d’acqua all’orto, ragliava come un pazzo per far capire che non era affatto intenzionato a muoversi. Prese il fucile e non rispose nemmeno al marito che cercava di fermarla impaurito dal suo assetto di guerra. Partì di volata alla volta di Messignadi dove abitava don Vincenzino  Burzomato, il padrone del Consorzio. Arrivò che era già buio fitto: lo scecco esausto alle prime luci del paese si buttò a terra e non ne volle sapere di proseguire; la donna lo legò a una sipàla e, domandando a bruciapelo informazioni a chi incontrava, giunse davanti alla casa di don Vincenzino. Bussò forte, si fece aprire da lui in persona, gli raccontò sulla porta bestemmiando il disastro che stava subendo il suo orto a causa di un morbo invisibile.

- E che volete da me? – disse l’uomo. 
- Voglio che mi fate l'analisi al più presto della terra che ho portato in questa cirma per vedere che catinazzo di morbo ha! – rispose imperiosa la Mastracòla, porgendogliela. 

     Si accordarono per il responso per la settimana successiva e la donna fece ritorno a casa trascinando il povero scecco e aiutandolo a restare in piedi se minazzava di cadere per la stanchezza e, quando ragliava di dolore, anche Gianna per consolarlo ragliava allo stesso modo.

     In quei sette giorni pareva impazzita: ogni giorno dava acqua e cortagghia all’orto e, quando Parmino si rifiutava di trasportare acque ed escrementi di scecco e di mulo, provvedeva lei stessa con l’aiuto dei figli. Inoltre fece giungere nell’orto le più celebrate magare e sdocchiatrici del paese. Stessi provvedimenti prese o cercò di prendere col prete e, quando questi si rifiutò categoricamente di andare fino all’ orto dell’Acquavona per benedirlo, lei per dispetto si appostò per due volte dentro la chiesa vecchia e gli prosciugò tutta l’acqua santa con cui riempì quattro fiaschi che sparse nottetempo sul suo terreno, urlando giaculatorie.

    Finalmente la mandò a chiamare don Vincenzino che le sparò a bruciapelo la notizia: la terra era diventata sterile e per diversi anni non avrebbe prodotto nulla, manco vermi, a causa delle quantità di cloruro di sodio e di soda caustica che vi erano state disseminate

- E che cazzo sono? – disse la donna. 
- Sale da cucina e caustro per il sapone – rispose don Vincenzino.

     La Mastracòla stava per avere una vertigine e si aggrappò a una pila di sacchi di zombàra pieni di mangime per gli animali esclamando:

- E che? Ha piovuto veleno sulla mia proprietà? 
- La pioggia non c’entra niente, – disse calmo don Vincenzino - vedete chi vi ha voluto male…

     Strada facendo verso casa, passò mentalmente in rassegna tutti i vicini di campagna che avrebbero potuto combinarle quel disastro, ma li escluse tutti a uno a uno. Non sapeva più cosa pensare e solamente mentre stava salendo i due gradini di casa le venne in mente la cruda realtà e sparò una bestemmia tremenda che fece uscire il marito dalla forgia con la mazza in mano…

- Lui, lui fu, quel grandissimo cornuto: mi ha avvelenato la terra!!! 
- Di chi stai parlando? – le urlò il marito confuso e accaldato! 
- Di Bastaso! Mi ha rovinato l’orto, ma a costo di andare diritta in Australia , devo tagliargli a muzzicate le sue palline di gazzosa e pure lo stigghiolo, anzi me lo voglio mangiare vivo! 
- E con quali soldi paghi la nave? – obiettò il marito - Non ci bastano casa, forgia e terra dell’Acquavona per il viaggio in Australia! 
- Sono cazzi miei! - rispose categoricamente la Mastracòla.

     Poi ci ripensò e a tarda sera per non dare nell’occhio corse fino alla caserma dei carabinieri e tanto sbraitò che il maresciallo la ricevette.

- Voglio denunziare quel bastaso di Bastaso – esclamò appena fu dentro l’ufficio.

    Il maresciallo ammutolì…

- Spiegatevi , signora. 
- Signora un cazzo! – obiettò stanca la Mastracòla pensando che il maresciallo la volesse prendere in giro.

    Il maresciallo minacciò di arrestarla se non avesse continuato a parlare con rispetto e a spiegarsi. La donna, intercalando bestemmie e insolenze terribili contro Bastaso, riuscì a spiegarsi battendo pià volte la mano sul tavolo e un piede a terra.

- Signora, disse il maresciallo, quali prove avete che è stato lui a salare la vostra terra? Se volete denunziarlo denunziatelo, ma io non posso fare niente senza prove, nemmeno scrivere alle autorità australiane, che si piscerebbero per le risate.

     Tornata a casa infuriatissima, si rifiutò di rispondere alle domande del marito. E muta rimase. Soltanto la notte, dormendo, spesso faceva uno strano raglio quasi uguale a quello di Parmino , che sembrava risponderle dalla stalla. L’indomani mattina, andando in campagna, passò dall’agenzia Lloyd Triestino per farsi dire quanto sarebbe costato un biglietto di sola andata per l’Australia e si fece il conto degli svariati anni che le sarebbero serviti ad accumulare quella somma…

     Cominciò a tornare a casa dalla campagna una sera si e una sera no e quando Cola si accorse che non era rientrata da quasi quattro giorni, lasciò la forgia e andò a vedere cosa fosse successo all’Acquavona. La chiamò a lungo, ma nessuno rispondeva. Finalmente da lontano vide la donna che trascinava la carcassa del vecchio Parmino in una fossa per sotterrarla. Cercò di parlarle ma la Mastracòla ormai non vedeva e non sentiva più niente e nessuno e, mentre con la zappa buttava la terra sulla carcassa, rantolava e ogni rantolo si trasformava lentamente in un raglio lamentoso.

     Quando la triste opera fu finita, la donna, senza guardare il marito, si avviò. Cola cercò di parlarle, ma fu mandato a fanculo con un forte raglio da Gianna, che entrò di corsa nella stalla e si chiuse dentro continuando a ragliare piangendo…

                                                                                                        Bruno Demasi

venerdì 10 luglio 2026

GEPPO TEDESCHI: la fortuna letteraria ambivalente di un futurista calabrese ( di Bruno Demasi )


    Geppo Tedeschi occupa un posto singolare nella storia letteraria calabrese del Novecento. Nato a Tresilico l’11 agosto 1907 e morto a Roma l'11 marzo 1993, fu poeta, animatore culturale e interprete appartato, ma non marginale, del futurismo italiano. La sua figura interessa oggi non solo per la qualità della scrittura, ma anche per il modo in cui essa incrocia alcuni nodi decisivi della cultura del secolo scorso: la diffusione meridionale delle avanguardie, il rapporto fra letteratura e istituzioni del regime, la persistenza di un immaginario territoriale fortemente radicato nella Calabria¹.

     Tedeschi va collocato nel contesto della seconda stagione futurista, quando il movimento marinettiano, pur avendo già esaurito la spinta iconoclasta degli esordi, continuava stancamente a produrre libri, manifesti e prove poetiche in cui l’innovazione tecnica si intrecciava con una più stabile costruzione di linguaggio². In questo quadro, la sua voce appare meno tumultuosa di quella dei fondatori e più ordinata, una modernità filtrata da una sensibilità mediterranea, attenta alla luce, al volo, al mare, al nesso fra paesaggio e progresso.

     Una delle caratteristiche più riconoscibili della sua scrittura è proprio la trasformazione del lessico futurista in chiave meridionale. In Tedeschi la modernità non coincide con la fabbrica e la macchina, il suo futurismo ad ogni costo è comunque meno industriale e più luminoso. Questa scelta non va letta come semplice variante locale, ma come adattamento coerente di una poetica nata altrove e riusata per interpretare un paesaggio diverso. In questo senso Tedeschi testimonia la capacità del futurismo di attecchire anche in aree periferiche, assumendo forme nuove senza perdere del tutto il proprio nucleo originario.

     Non meno importante è il profilo biografico-politico. Tedeschi fu infatti coinvolto nelle strutture pubbliche dell’epoca fascista e ricoprì la carica di podestà di Oppido Mamertina negli anni conclusivi del regime, incarico che durò però pochi mesi. Si tratta di un elemento che non può essere trattato come un semplice dettaglio biografico, perché incide sulla sua ricezione successiva e sul giudizio critico che gli è stato riservato nel secondo dopoguerra e che sostanzialmente contribuì a relegarlo in una zona d’ombra: tutt’oggi è presente negli studi specialistici, ma assente dalle grandi sintesi della storia letteraria nazionale.

     Da questo punto di vista, la sua parabola è esemplare. Tedeschi non è un grande innovatore sul piano formale, né un protagonista centrale della storia del futurismo, ma un autore che sa dare continuità a una stagione già matura, traducendola in un contesto locale e in una sensibilità personale ben riconoscibile³. È proprio questa posizione intermedia a renderlo interessante: non un semplice epigono, ma nemmeno un inventore di nuovi paradigmi. La sua poesia mostra una certa sicurezza tecnica, una buona padronanza delle invenzioni e dei procedimenti lessico-linguistici e un gusto per la sintesi immaginativa. Nello stesso tempo, rivela anche limiti evidenti, come la ripetizione di soluzioni già sperimentate, una limitata profondità psicologica e una dipendenza da modelli precedenti.

     La critica ha colto bene questa ambivalenza. Rocco Liberti ha insistito a ragione sulla collocazione di Tedeschi dentro la storia letteraria calabrese, leggendo la sua figura come quella di un autore dotato di una sua sostanziale originalità pur all’interno del circuito futurista⁴. Il titolo stesso di uno dei suoi contributi più noti, che definisce Tedeschi “l’ultimo futurista calabrese”, è indicativo di un modo di considerarlo come conclusione significativa di una traiettoria regionale⁵. In questa prospettiva, la rilevanza di Tedeschi non è solo estetica: è storica e culturale, perché consente di osservare come il futurismo abbia assunto in Calabria forme meno rumorose ma non meno importanti che altrove⁶.

   In ogni caso la storiografia generale, pur con maggiore distanza, ha contribuito a ridefinire la sua figura. Gli studi sul futurismo hanno infatti mostrato come il movimento non sia stato esclusivamente un fatto milanese o romano, ma un fenomeno diffuso, capace di articolarsi in molte periferie italiane. Tedeschi, da questo punto di vista, rappresenta una modalità di ricezione originale dell’avanguardia: non il centro della rivoluzione estetica, ma uno dei luoghi in cui essa si è trasformata, adattata e conservata.

     Un altro aspetto interessante è il rapporto fra poesia e pubblica reputazione. Tedeschi ricevette riconoscimenti e attenzioni in un arco di tempo che copre il periodo fascista e il dopoguerra, segno che la sua opera non fu del tutto invisibile. Tuttavia, la sua fortuna critica è rimasta discontinua e, in linea generale, lo ha posto ingiustamente ai margini del dibattito letterario nazionale, anche perché la sua scrittura non offriva un profilo facile da canonizzare. Il risultato è una memoria culturale intermittente, affidata più alle iniziative locali e agli studi specialistici che a una vera tradizione critica consolidata. Forse è quello che egli avrebbe voluto, ma probabilmente meno di quanto avrebbe meritato se il suo sguardo poetico, lasciando le traiettorie rumorose dell’artificio futurista, si fosse rivolto maggiormente alla miseria e alla nobiltà della sua terra. Peccato!

                                                                                                Bruno Demasi

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¹ Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC), Tedeschi, Geppo, voce del Dizionario biografico della Calabria contemporanea. Vittorio Cappelli, Calabria futurista (1909-1943), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, pp. 43, 45-46, 119-120, 125-126, 128, 137-138, 153-154. 
³ Giambattista Lazzaro, Geppo Tedeschi, in Ezio Godoli (a cura di), Dizionario del Futurismo, vol. II, Firenze, Vallecchi, 2001, p. 1162. 
⁴ Rocco Liberti, L’ultimo futurista calabrese: Geppo Tedeschi l’usignolo d’Aspromonte, in «Calabria Sconosciuta», XVII, 1994, b. 61, pp. 31-36. 
⁵ Rocco Liberti, L’ultimo futurista calabrese: Geppo Tedeschi l’usignolo d’Aspromonte, in Quaderni Mamertini, n. 35, Bovalino, Diaco, 2003. 
⁶ Carlo Bezini, Un premio a Geppo Tedeschi, in «La Coltura Regionale», IX, 1933, nn. 4-5, p. 16.



giovedì 9 luglio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: GEORGE W.D. EVANS (1826) (di Rocco Liberti)

     In questo nuovo contributo di ricerca Rocco Liberti torna a esercitare la sua singolare perizia nel far parlare le fonti minori, trasformando un autore quasi dimenticato in una lente capace di restituire l’immaginario ottocentesco sulla Calabria. Nel caso di George W. D. Evans , pastore protestante inglese, prolifico viaggiatore e osservatore distratto della regione che pure sfiora senza entrarvi, Liberti mostra come bastino poche frasi, per ricostruire un intero universo di rappresentazioni sedimentate: la Calabria come terra scoscesa, remota, pericolosa, sospesa tra mito e geografia. Evans non mette piede nella regione, ma la guarda soltanto da Messina, scorgendovi un profilo di rocce verticali, un territorio che si offre più come immagine che come esperienza. È proprio in questa distanza che Liberti individua ancora una volta il nucleo del discorso ottocentesco sulla Calabria. L’osservatore straniero, privo di contatto diretto, si affida a un repertorio già pronto e variamente rielaborato dai tanti viaggiatori stranieri. Così, il mito antico diventa la chiave interpretativa di un paesaggio che il viaggiatore inglese non conosce, ma che crede di riconoscere. (Bruno Demasi)
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    Di questo scrittore, che pur ha dato alle stampe tre grossi volumi di viaggio, si conosce appena ch’era un pastore protestante inglese e nel 1826 ha girato a lungo per l’Italia. Purtroppo, sebbene vi sia passato vicino, non ha sentito il bisogno di fare una capatina in Calabria, che da Messina ha senz’altro scorto. Il tomo che c’interessa è il secondo e, come gli altri, reca titolo di “The New Classical Tour through Italy and Sicily, compiled during a Tour through those Interesting Countries. To which is added an Appendix containing an Abridgead Transaltion of Lanzi’s Storia pittorica[1]. La pubblicazione è avvenuta a Londra nel 1830 presso Ibotson e Palmer. Nonostante ciò, al pari di tutti quelli che si sono trovati in zona, ha amato disquisire sui problemi storici e geografici dello Stretto piuttosto ampiamente. Nel 1835 n’è stata edita ulteriore in forma più ampia con titolo The Classic and Connoisseur in Italy and. Sicily.

     Partito con tre compagni da Lione il 16 febbraio 1826, ha raggiunto prima Stromboli e le Eolie, appresso Messina, città dalla quale ha sciamato per l’intera isola. Da Messina ha distinto le due zone che si affacciano sul braccio di mare antistante: se la Calabria appariva costituita da rocce e montagne ripide e quasi perpendicolari, la Sicilia gli si offriva una pianura di una certa misura, che al contrario dalle montagne era delimitata a poca distanza. E naturalmente, subito dopo Punta Faro, lo sguardo è andato direttamente a Scilla, dove sulle rocce scure si stagliava una fortezza in rovina. Essendovi in essa appena una piccola baia, i pericoli le derivavano proprio dalla sua posizione. Era bruscamente sita quasi in prossimità della riva e per diverse leghe era vano rintracciare un ulteriore approdo.

     In merito a Scilla Evans si fa un dovere di evocare l’episodio accaduto nel 1783, con gli abitanti sfuggiti al sisma e poi periti in mare assieme al loro principe a motivo del distacco di una roccia e del riflusso delle onde verso la terraferma. La popolazione si era rifugiata in acqua durante la notte e aspettava che venisse il giorno a causa che il principe si era messo in allarme dopo che altro masso era precipitato nei pressi del castello. Trattando di Scilla, che definisce uno spauracchio, indica in 6.047 metri inglesi lo spazio che la separava dal Capo Faro, anticamente noto col termine Peloro per ricordare uno sfortunato pilota di Annibale. Quindi, non può che trattare anche del dirimpettaio Cariddi. Invero, il mito di Scilla e Cariddi, eternato nei classici versi di Omero, è stato sempre ben presente nella memoria dei popoli. Un cenno nella classica traduzione ottocentesca datane da Ippolito Pindemonte: Scilla da un lato,/Dall’altro era l’orribile Cariddi,/che del mare inghiottia l’onde spumose.

     Nello Stretto si avverte una corrente molto rapida, che cambia direzione ogni sei ore, più o meno conformemente alle fasi lunari, come osservato da Aristotele. Quando il vento e la corrente si trovano in senso contrario le navi sono obbligate a gettare l’ancora oltre tale area e attendere che la situazione si evolva. Scrittori e poeti hanno sempre fantasticamente creato un discredito a Cariddi, che non è propriamente meritato. Il tutto si è sicuramente originato dall’imperfezione dell’arte nautica nell’antichità, ma anche da finzioni allegoriche, che, dice Evans, sono tra le più grandi illusioni. Ma è chiaro pure che il marinaio inesperto attraversava il tratto di mare paventando il pericolo. Al tempo però il frangente era un po’ diverso: «Con una buona brezza, piccole imbarcazioni ogni giorno passano e ripassano il Faro con perfetta facilità e sicurezza; ma se il vento manca, sono inevitabilmente persi a meno che non contengono un numero sufficiente di mani per districarsi con l'aiuto di remi»[2]. All’epoca della guerra (si riferisce evidentemente al periodo napoleonico) le fregate inglesi e persino le navi da battaglia, latitando il vento, hanno corso il rischio di sbattere sulle rocce di Scilla, restando esposte per ore al fuoco delle batterie francesi. A trainarle fuori si è resa utile allora la flottiglia.

     Evans passa indi a esaminare le ideazioni possibili circa il posto in cui collocare il fantomatico Cariddi. Chi lo poneva alla bocca del porto, chi a Punta Faro e chi altrove. Ma è probabile che i nostri antenati ne avessero un concetto vago e che esso comprendesse tutta la plaga, peraltro sul detto di Plinio che la segnala “mare vorticoso”. Comunque, se mai ci fosse stato un sito chiaramente definito, nel volgere dei tempi era ormai scomparso. Alla fine delle varie discussioni in proposito non tralascia di far cenno al mitico adagio attinente a colui che, volendo evitare Scilla, fatalmente ricadeva in Cariddi. Ma non era poi così facile, quando si pensi che le navi, che eludevano il gorgo di Cariddi, erano costrette ad avvicinarsi il più possibile alla costa calabrese. 
Rocco Liberti

[1] Di Matteo, Viaggiatori stranieri …, I, pp. 386-387. 
[2] Evans, The new Classical …, II, p. 292, trad. dall’inglese.

martedì 7 luglio 2026

EMILIA ZINZI, l’ irriducibile sentinella del patrimonio storico/archeologico calabrese ( di Bruno Demasi)

    Nella geografia intellettuale dell’intera Calabria, Emilia Zinzi occupa un posto centrale: storica dell’arte, docente, studiosa militante, una delle voci più lucide del secondo Novecento meridionale. Nata a Catanzaro il 15 aprile 1921 e morta nella stessa città il 9 settembre 2004, Zinzi appartiene a quella rara categoria di intellettuali che non si limitano a interpretare il patrimonio culturale: lo difendono e lo strappano all’indifferenza. Una vita spesa tra istituzioni, scuola, archivi e sopralluoghi, sempre con l’idea che la storia dell’arte non coincida con il repertorio delle opere, ma con la coscienza dei luoghi¹.

     La sua formazione universitaria alla Sapienza di Roma, sotto la guida di Lionello Venturi, la colloca dentro una tradizione alta della disciplina; ma è il ritorno in Calabria a definire davvero il profilo della studiosa. Zinzi fu ispettore onorario per la conservazione dei monumenti e degli oggetti d’antichità e d’arte per la provincia di Catanzaro, insegnò al Liceo Classico “Galluppi” e poi all’Università di Reggio Calabria, e fece della didattica un’estensione naturale della ricerca.

     La narrazione della sua vita, in Calabria, si intreccia con alcune battaglie emblematiche. Una riguarda Scolacium, area archeologica che Zinzi contribuì a sottrarre alla distruzione nel 1961, intervenendo contro i lavori che avrebbero potuto comprometterne l’integrità²; il sito è ricordato oggi come uno dei luoghi simbolo della sua azione di tutela. Un’altra riguarda il patrimonio storico‑artistico di Taverna, con particolare attenzione alle opere di Mattia Preti: nel 1957, in occasione della visita del ministro Giuseppe Medici, la studiosa e Alfonso Frangipane denunciarono lo stato di degrado delle chiese del borgo, sollecitando una presa di coscienza pubblica che contribuì a rafforzare l’attenzione sulle urgenze conservative.
 
   Nella biografia di Emilia Zinzi c’è però anche una dimensione meno spettacolare e più duratura: la pazienza dell’inventario, la fedeltà allo scavo, la lettura del territorio come archivio aperto. È per questo che il suo nome torna spesso associato non soltanto alla tutela monumentale, ma anche alla ricostruzione delle stratificazioni urbane, alla storia dei centri minori, all’analisi delle trasformazioni paesistiche e insediative tra Magna Grecia, Medioevo ed età moderna. La sua attenzione non si fermava al singolo edificio: guardava i contesti, le relazioni, le permanenze.

     Il tratto più moderno di Zinzi sta forse nel suo metodo. La ricerca, per lei, non era un’astrazione da biblioteca, ma un esercizio concreto di lettura del territorio, quasi una ricognizione da detective del tempo. Il valore di questo metodo è oggi ancora più evidente: nei suoi studi confluiscono storia dell’arte, archeologia, urbanistica, geografia culturale e consapevolezza sociale. Non a caso l’Università di Reggio Calabria la chiamò, dal 1968, a insegnare Storia dell’arte nella Facoltà di Architettura, riconoscendo nella sua figura un ponte fra discipline che troppo spesso si muovono separate. La documentazione conservata nel Fondo Emilia Zinzi dell’Università della Calabria³ restituisce bene la misura di questa eredità: studi, fotografie, schede, materiali di lavoro, appunti e pubblicazioni compongono il profilo di una studiosa che ha dato forma a una vera officina del patrimonio calabrese. Oggi quel fondo è anche la prova materiale di un metodo: Zinzi non “raccontava” soltanto i luoghi, li interrogava, li contestualizzava, li rendeva leggibili.

     La bibliografia di Emilia Zinzi è vasta e distribuita nel tempo, ma ha un centro di gravità costante: Calabria e Basilicata, con incursioni nel più ampio orizzonte del Mezzogiorno storico‑artistico. Le sue ricerche hanno riguardato la storia del patrimonio regionale “dal Pollino all’Aspromonte”, con una particolare attenzione per le città antiche, i complessi monastici, le architetture sacre, i paesaggi archeologici e le tracce della lunga durata insediativa. Tra i contributi che più hanno consolidato la sua reputazione di studiosa militante si collocano i saggi riuniti e riletti negli atti delle giornate internazionali di studio Archivi fotografici, storia dell’arte e tutela. Per Emilia Zinzi tenutesi a Catanzaro e Roccelletta di Borgia nel 2019, pubblicati come supplemento speciale della Rivista Storica Calabrese⁴. In quel volume, curato da Maria Saveria Ruga, la studiosa emerge non solo come oggetto di studio, ma come metodo e coscienza critica di un’intera stagione della ricerca meridionalistica.

     Un’altra testimonianza significativa della sua ricezione postuma viene dal giudizio di Ermanno Arslan, che ricordando la lettura della sua voce nel Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea⁵ ha scritto: «Mi ha commosso la lettura di quella di Emilia Zinzi, che mi ha accolto e seguito in Calabria, tanti anni fa (1966 …), quando ero giovane, e che è stata una carissima amica, oltre che valente collega»⁶. È una frase importante non soltanto per il prestigio del testimone, ma perché restituisce il tono umano di Zinzi: insieme esigente e generosa, rigorosa e capace di accompagnare i più giovani nel mestiere della ricerca.

   Il riconoscimento della sua grandezza si misura anche nel modo in cui le istituzioni hanno continuato a richiamarne il nome. Il Comune di Catanzaro le ha intitolato l’Archivio Storico Comunale e un plesso scolastico⁷; l’Archivio del suo fondo, inoltre, è oggi al centro di iniziative di valorizzazione e consultazione che ne confermano l’attualità. A ciò si aggiunge l’attenzione di associazioni culturali e di tutela, come Italia Nostra, che l’ha ricordata come studiosa di grande rilievo dell’arte medievale in Calabria⁸.

      Resta però un dato più profondo, che nessuna targa esaurisce. Emilia Zinzi appartiene a quella stirpe di studiosi per i quali il patrimonio non è un lusso identitario, ma una forma di giustizia verso la storia. Il suo insegnamento oggi parla soprattutto ai territori fragili, dice che i luoghi non si difendono solo con i divieti, ma con la conoscenza; che il paesaggio è un testo da leggere prima che un suolo da consumare; che la memoria, senza cura, diventa retorica. In questo senso, Zinzi non fu soltanto una storica dell’arte: fu una intellettuale civile, una vigile interprete della Calabria e della sua lunga durata, una delle figure che meglio hanno saputo restituire al Sud la dignità compromessa da secoli di abbandono.

                                                                                                                       Bruno Demasi
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1.Fondo Emilia Zinzi. Bio-bibliografia, Università della Calabria, Biblioteca di Area Umanistica, scheda online con cenni biografici e bibliografia.
2. Emilia Zinzi e il caso Scolacium, scheda espositiva del BAU-Unical, con riferimento all’intervento del 1961 contro la devastazione dell’area archeologica.
3. Università della Calabria, notizia sul progetto “Viviamo la Calabria” e sul Fondo Emilia Zinzi, 2023.
4. Maria Saveria Ruga (a cura di), Archivi fotografici, storia dell’arte e tutela. Per Emilia Zinzi, «Rivista Storica Calabrese», supplemento speciale, Catanzaro-Roccelletta di Borgia, 2019.
5. Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, voce biografica di Emilia Zinzi, 2019.
6. Ermanno Arslan, testimonianza riportata dall’ICSAIC, 2020, sul ricordo di Emilia Zinzi come “carissima amica” e “valente collega”.
7. Comune di Catanzaro, pagina dell’Archivio Storico Comunale E. Zinzi, consultata per le intitolazioni e per la disponibilità del fondo.
8. Italia Nostra Catanzaro, scheda commemorativa su Emilia Zinzi come “Studiosa di grande rilievo dell’arte medievale in Calabria”.

lunedì 6 luglio 2026

VERA VON FALKENHAUSEN: il maggior laboratorio vivente dell’Italia bizantina ( di Bruno Demasi )

     Vera von Falkenhausen ha restituito all’Italia meridionale bizantina non solo la sua dignità storiografica, ma anche la sua complessità antropologica, linguistica e istituzionale. In lei convivono la disciplina filologica della grande scuola tedesca, l’apertura metodologica, maturata negli anni americani, e una sensibilità tutta mediterranea per le microstorie locali, per i documenti minuti, per le comunità monastiche che hanno custodito la grande cultura greca nel Sud.

     Nata a Essen nel 1938, von Falkenhausen si forma alla scuola di Hans‑Georg Beck, il grande maestro della bizantinistica monacense. La sua tesi di dottorato, Untersuchungen über die byzantinische Herrschaft in Süditalien vom 9. bis ins 11. Jahrhundert (1967), è già un’opera matura: un’indagine sulle strutture del potere bizantino nel Mezzogiorno, condotta con una precisione che diventerà cifra distintiva della sua produzione futura¹.Il soggiorno al Dumbarton Oaks Center for Byzantine Studies (1968‑1970) amplia il suo orizzonte: qui la studiosa incontra la tradizione filologica anglosassone, più attenta alle dinamiche culturali e ai processi di trasformazione sociale. Da questa duplice radice nasce un metodo che unisce rigore documentario, analisi linguistica, attenzione alle istituzioni, e una rara capacità di leggere la storia come tessuto di continuità.

     La monografia La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo (Bari, 1978) è il punto di svolta. Non è soltanto la versione italiana della tesi: è un libro che ridefinisce il campo degli studi. Von Falkenhausen mostra come la presenza bizantina non sia un episodio marginale, ma un fenomeno strutturale, capace di modellare le élites, le città, le culture del Sud.Celebre è la sua osservazione sulla continuità amministrativa dopo la conquista normanna: «I Normanni non distrussero l’eredità bizantina: continuarono a servirsi delle strutture preesistenti e del personale greco capace di gestirle»². In questa frase si condensa la sua visione: la storia non come cesura, ma come sedimentazione. 
     Uno dei contributi più originali della studiosa riguarda la lingua dei documenti greci prodotti in Italia meridionale e in Sicilia. Nel saggio Zur Sprache der mittelalterlichen griechischen Urkunden aus Süditalien und Sizilien (1981), von Falkenhausen dimostra che la koiné documentaria non è un semplice riflesso dell’uso greco orientale, ma un sistema linguistico autonomo, plasmato da interazioni con il latino, da tradizioni locali, da esigenze amministrative³.Le sue edizioni critiche – dai documenti di S. Maria della Grotta di Palermo ai materiali dell’Archivio Ducale Medinaceli – sono modelli di filologia applicata alla storia: ogni lemma, ogni formula notarile diventa indizio di una cultura che vive, si adatta e  resiste. 

     La varietà dei temi affrontati da von Falkenhausen è impressionante. Tra i contributi più significativi tre grandi lavori in cui si coglie la capacità della studiosa di leggere il Mezzogiorno come spazio di interazione, dove l’elemento greco non è residuo, ma componente attiva della costruzione sociale: 
  • Gregor von Burtscheid und das griechische Mönchtum in Kalabrien (1998), dove il monachesimo greco calabrese emerge come fenomeno di lunga durata, radicato nelle comunità locali e capace di influenzare la cultura latina circostante⁴.
  • Die Städte im byzantinischen Italien (1989), un’analisi magistrale delle strutture urbane, delle loro trasformazioni e della loro resilienza⁵.
  • I ceti dirigenti prenormanni (1977), studio fondamentale sulla formazione delle élites meridionali prima dell’arrivo dei Normanni⁶.
   Dal 2006 von Falkenhausen dirige l’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, fondato da Paolo Orsi e Zanotti Bianco. Da questa prestigiosa rivista ha promosso la valorizzazione delle fonti meridionali, integrandole nel dibattito bizantinistico. La sua presenza in altre grandi riviste Nea Rhome, Rivista di studi bizantini e neoellenici e Sefer Yuhasin testimonia un impegno costante nella costruzione di una comunità scientifica attenta alle intersezioni tra Oriente e Occidente. 

     La grandezza della sua opera risiede nella capacità di mostrare che l’Italia meridionale fu, per secoli, una regione di frontiera e di scambio, dove la cultura greca continuò a vivere ben oltre la caduta di Bari (1071). In questo senso, von Falkenhausen si colloca nella tradizione dei più grandi studiosi della stessa materia, come Beck, Mango, Kazhdan, ma con una specificità tutta italiana: l’attenzione alle microstorie, ai documenti minuti, alle comunità monastiche che hanno custodito la memoria del Mediterraneo.
    
     Mi auguro che in molti siano davvero attratti in profondità dalla sua opera che, a ben leggerla, ha già da tempo dischiuso, con estrema precisione, un mondo incredibile. 

Bruno Demasi

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1. V. von Falkenhausen, Untersuchungen über die byzantinische Herrschaft in Süditalien vom 9. bis ins 11. Jahrhundert, Wiesbaden 1967, pp. 11‑15.
2. V. von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, Bari 1978, p. 243.
3. V. von Falkenhausen, Zur Sprache der mittelalterlichen griechischen Urkunden aus Süditalien und Sizilien, in «Byzantinische Zeitschrift», 74 (1981), pp. 45‑67.
4. V. von Falkenhausen, Gregor von Burtscheid und das griechische Mönchtum in Kalabrien, Köln 1998, pp. 89‑112.
5. V. von Falkenhausen, Die Städte im byzantinischen Italien, in «Jahrbuch für Antike und Christentum», 32 (1989), pp. 201‑230.
6. V. von Falkenhausen, I ceti dirigenti prenormanni, in «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», 44 (1977), pp. 55‑78.

domenica 5 luglio 2026

“LA CHIESA NON C’ENTRA NULLA CON LA REMIGRAZIONE!”: le scottanti parole di oggi del vescovo di Cassano. ( di Bruno Demasi)


  Le parole pronunciate da mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, hanno assunto il valore di un vero e proprio monito civile che ha riscattato in un colpo solo i pesanti silenzi di tanti pulpiti, specialmente di potere. In un’intervista pubblicata oggi, 5 luglio 2026, Savino ha dichiarato che la cosiddetta remigrazione, bandiera agitata da alcuni settori politici come soluzione identitaria alle dinamiche migratorie, «non c’entra nulla con i valori della Chiesa»¹. La sua denuncia è netta: vi è il rischio concreto che «una certa parte politica utilizzi la religione come strumento di potere», operazione che «grida vendetta al cospetto della storia e al cospetto della ragione»¹. 
 
   Savino non si limita a una presa di distanza: egli smonta la pretesa di fondare su categorie religiose un progetto politico di esclusione, richiamando implicitamente la tradizione teologica che, dal magistero biblico ai documenti conciliari, ha sempre rifiutato l’uso strumentale del nome di Dio per finalità di dominio.La posizione del vescovo calabrese si colloca entro una linea teologica precisa: Dio non è mai “possesso” di un gruppo umano, né può essere invocato per giustificare progetti di espulsione o di selezione etnica; la Chiesa, nella sua dottrina sociale, ha sempre affermato che la dignità della persona precede ogni appartenenza nazionale. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, ricorda che «ogni forma di discriminazione» fondata su razza, condizione sociale o religione «è contraria al disegno di Dio»². La remigrazione, nella misura in cui si configura come progetto di espulsione sistematica, si pone dunque fuori dal perimetro della teologia cattolica. Savino, con la sua consueta chiarezza, richiama questa radice: la religione non può essere «strumento di potere», né può essere piegata a logiche di presunta "sicurezza" che trasformano il migrante in minaccia.

    Le parole del presule non nascono nel vuoto. Da mesi Savino denuncia con forza le condizioni disumane dei lavoratori migranti nelle campagne calabresi. Dopo la strage dei braccianti di Amendolara, ha affermato che "il caporalato non è una deviazione marginale...  ma una struttura di dominio»³, una «forma moderna di schiavitù" ⁴ che prospera dove il bisogno diventa catena. In un’altra dichiarazione, il 4 luglio scorso, ha invocato un «cambiamento del paradigma culturale e politico» verso gli immigrati, ricordando che l’approccio dominante è ancora segnato da un «pregiudizio ideologico» che vede l’immigrato come pericolo⁵. Queste parole mostrano che la sua critica alla remigrazione non è episodica: essa si inserisce in una visione coerente, che difende la dignità dei lavoratori stranieri e denuncia le logiche economiche che li sfruttano.

     La posizione di Savino, d'altra parte,  trova eco in altri interventi del magistero contemporaneo: Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti, ha affermato che «non ci sono stranieri, ma solo fratelli» e che ogni progetto politico che alimenta la paura dell’altro è «una regressione della coscienza morale»⁶; la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha più volte ribadito che le politiche di espulsione sistematica sono incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa, che riconosce nel migrante «un soggetto portatore di diritti»⁷; il teologo Karl Rahner, in un celebre saggio del 1974, ricordava che «la Chiesa non può essere ridotta a garante dell’ordine sociale esistente», perché la sua missione è universale e non nazionale⁸. Se a qualcuno venisse la tentazione di stigmatizzare le parole di questo vescovo, questi richiami mostrano ampiamente che la posizione di Savino non è isolata, anzi è pienamente intrinseca alla tradizione teologica cattolica. 

    D’altronde, l’intervento del vescovo di Cassano non è un commento politico, ma un atto di responsabilità ecclesiale. Quando Savino afferma che la remigrazione «non c’entra nulla con i valori della Chiesa»¹, egli difende la purezza del linguaggio religioso da ogni manipolazione. La sua voce ricorda che la Chiesa non è un apparato identitario, ma una comunità che custodisce la dignità dell’umano, soprattutto quando essa è minacciata. In un tempo in cui il nome di Dio viene talvolta evocato per giustificare progetti di esclusione, la parola di Savino restituisce alla teologia il suo compito: proteggere chi ha bisogno di aiuto e protezione, non legittimare il potere.

Bruno Demasi 
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1.  Mons. Francesco Savino, intervista in Cosenza Channel, 5 luglio 2026: «Remigrazione, il monito di mons. Savino: “Non c’entra nulla con i valori della Chiesa”».
2. Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 29.
3. Mons. Savino, dichiarazioni riportate da Vatican News, 2026.
4. Mons. Savino, nota della diocesi di Cassano, RaiNews, 2 giugno 2026.
5. Mons. Savino, intervento ad Amendolara, ANSA, 4 luglio 2026.
6. Papa Francesco, Fratelli tutti, nn. 39–40.
7. Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Documento su migrazioni e diritti, 2018.
8. Karl Rahner, Strutture della Chiesa nel mondo moderno, 1974.

Laboratorio di scrittura: ” LA STELLA ALPINA” ( racconto di Tita Ferro )

      La stella alpina è un racconto che procede con passo lieve, che non ostenta nulla e tuttavia lascia emergere, quasi per trasparenza, l’arte narrativa maturata in anni di vaste letture, di insegnamento appassionato, di dialogo quotidiano con la parola scritta e con gli alunni. La misura della frase e la naturalezza del ricordo rivelano una lunga consuetudine con la buona letteratura. La cura formale è evidente nella tessitura delle frasi, nella scelta delle immagini, nella capacità di far convivere memoria e riflessione senza mai scivolare nel sentimentalismo. Basterebbe l’incipit, con quella confessione trattenuta - «Non ci sono più tornata» - per cogliere la precisione con cui l’autrice sa modulare voce e ritmo, non per cercare  l’effetto, ma la verità di un’esperienza. E la trova nella semplicità apparente di un gesto , una stella alpina ritrovata tra le pagine di un libro, che diventa chiave di accesso a un passato vivo, nitido, ancora capace di illuminare il presente. È la semplicità dei narratori che hanno letto molto, insegnato molto, e che sanno che la letteratura non è mai un artificio, ma un modo di custodire ciò che davvero conta.(Bruno Demasi) 

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-Non ci sono più tornata- dice Tita fissando la sua amica per non lasciarsi sfuggire neppure una minima reazione sul suo volto, -eppure una sola volta è stata sufficiente per imprimere nella mia mente il ricordo del posto, del tempo, della circostanza, unica. Sai, un particolare basta a richiamare l'intero se l'esperienza che si è vissuta, è stata intensa, coinvolgente: emozioni, impressioni, sensazioni, ogni volta si ripresentano proprio come allora.

    Che cosa me l'ha richiamata? Vedi questa stella alpina? L'ho ritrovato casualmente aprendo un libro, non uno dei tanti, !Il diario di Raissa Maritain", che mi è stato regalato dalla Direttrice del Vittoria Colonna, il collegio di Milano dove abitavo negli anni dell'Università perché non avevo trovato posto al Marianum. Mi innamorai subito, leggendo, anzi divorando le pagine del Diario, di quella donna straordinaria che aveva al suo fianco un marito filosofo, altrettanto straordinario, il cui "Umanesimo Integrale" mi affascinava.

“La custodia di tutto è affidata all'amore”, scriveva Raissa. “Non si possiede veramente se non quello che si ama”.

    Avevo venti anni, ho ricopiato tante volte questa frase, soprattutto l'ho messa all'inizio di quel diario che ho tenuto molti anni dopo, nel periodo del fidanzamento, col segreto proposito di continuarlo, che invece poi ho interrotto perché la vita non mi ha più lasciato il tempo non di appuntare le mie riflessioni, lo faccio sempre, ma di essere ordinata. Penso dunque scrivo, è il mio motto, lo faccio dovunque, per un bisogno di chiarezza, sui bordi di un libro come su un quaderno, su fogli che poi lascio in cucina, nella borsa, nei cassetti, e che ritrovo spesso molto tempo dopo.

    Scusa, hai ragione, divago sempre e tu vuoi sapere che cosa questa stella alpina mi ha ricordato. Ecco.

    Frequentavo il terzo anno della facoltà di lettere all'Università Cattolica, a Milano, ed avevo terminato in anticipo la sessione di esami. La Direttrice del Colonna, Adele Soresina, mi propose di andare in montagna con lei e con un gruppo del movimento Laureati cattolici, un mese intero a Solda, accettai con gioia. In agosto mi trovai catapultata in un ambiente che non conoscevo, tutto da scoprire, coccolata da persone più grandi di me. Un giorno Adele, mi propose una gita sul Coston, una delle tre vette, che con la Paier e il Gran Zebrù, si vedevano innalzarsi verso il cielo.

    Partimmo al mattino presto lungo un sentiero che ci avrebbe portato ad un rifugio ad oltre 2000 metri. Verde, marrone, azzurro spruzzato di macchie bianche che si muovevano veloci, qualche uccello che volava rasente per innalzarsi nuovamente verso il cielo, e qua e là chiazze di fiori dai colori accesi, rossi, azzurri, bianchi, gialli, ero ammutolita di fronte a tanta bellezza o meglio non sentivo la necessità di dire niente, tutto era già detto intorno a noi. Poi il sentiero cominciò a salire e a restringersi a mano a mano, tra la montagna che restava alla mia sinistra, un crepaccio che si intravedeva appena sulla destra tra gli arbusti, e l'azzurro del cielo, così tenero, non so trovare un altro aggettivo per indicare quell'azzurro che dilagava in alto e intorno.

    Ecco, non essere impaziente, il fatto viene proprio ora: ti ho detto che il sentiero si restringeva e ad un certo punto divenne proprio una striscia che costeggiava la montagna. Ero fiduciosa, seguivo Adele che canticchiava avanzando davanti a me, ma davo anche occhiate furtive al burrone che spalancava la sua bocca sulla destra sempre più nitidamente per il diradarsi della vegetazione e il prevalere della montagna nuda.

    Ad un certo punto Adele scomparve davanti a me, non mi ero accorta prima che il sentiero faceva una curva a gomito, ed io mi trovai sola: la montagna a sinistra, sicura, il cielo in alto, a destra e davanti a me il vuoto. Evidentemente dovevo semplicemente andare avanti, a sinistra, dove il sentiero continuava anche se non lo vedevo più, invece mi bloccai: una stretta allo stomaco, sudore freddo, l'incapacità di muovere i piedi.

-Adele-, chiamai, -Adele, non ce la faccio-.

    Avrei voluto urlare, ma era come se avessi perso la voce, ero irrigidita contro la parete rocciosa.

    Adele non sentì un mio richiamo, tornò perché non mi vide dietro di lei, riapparve dalla roccia dove poco prima era sparita, si avvicinò camminando disinvolta, mi guardò e mi disse:

-Titona, guardi me, mi dava del lei nonostante il grande affetto che aveva per me e la differenza di età, guardi me e continui a camminare, non guardi in basso. Deve continuare. Ora sarebbe ugualmente difficile per lei tornare indietro. Coraggio, mi dia la mano, guardi me e riprenda a camminare-.

    Hai proprio ragione, la mia capacità di affidarmi è notevole e lei aveva un forte ascendente su di me, le volevo bene come la mamma che non avevo vicina o una sorella maggiore che mi è sempre mancata. Afferrai la sua mano, respirai profondamente, mossi prima qualche passo incerto, poi sempre più spedita la seguii, stringendo forte la sua mano. Pochi minuti dopo ridendo tuffavamo le mani nell'acqua gelata di un ruscello che scendeva dal ghiacciaio e riscaldate dal sole, addentavamo le mele che Adele aveva portato.

    Teresa prende dalle mani di Tita la stella alpina di un delicato colore grigio chiaro, tendente appena al celeste, ricoperta da una lieve peluria e adorna sul gambo di due foglie lunghe, sottili.

-Si conserva perfettamente-, dice, -e che bel ricordo custodisce per te-.

                                                                                                                                  Tita Ferro