giovedì 5 marzo 2026

Il giorno in cui la Calabria dichiarò guerra al mondo: LA REPUBBLICA DI CAULONIA (di Bruno Demasi)


   Caulonia Superiore. All’alba del 6 marzo  il borgo sembra uno dei tanti paesi del Sud usciti a pezzi dalla II guerra mondiale ormai al termine: vicoli scoscesi, case addossate come per proteggersi dal vento, donne vestite di nero che attraversano la piazza con passo rapido. L’odore di fumo dei camini si mescola a quello della terra bagnata. Nessuno immagina che, nel giro di poche ore, questo luogo diventerà uno stato indipendente, con un esercito improvvisato, un tribunale popolare e una bandiera che farà tremare Roma e insospettire Washington. Eppure è esattamente ciò che accadde. Per cinque giorni, dal 6 all’11 marzo, lo Stato italiano smise di esistere entro i confini di questo piccolo comune calabrese.

   Una storia rievocata  cento e cento  volte dal mio amico Sandro Cavallaro, figlio dell'incredibile protagonista principale di essa. Ed ogni volta sempre nuova e con risvolti inediti. Una storia  che non assomiglia a nessun’altra del Novecento europeo e per capirla bisogna tornare nella Locride del dopoguerra. Qui la fine del fascismo non aveva scalfito il sistema latifondista. Mentre il Nord combatteva la Resistenza, il Sud viveva un paradosso feroce: libertà sulla carta, servitù nei campi. La fame non era un concetto: era un rumore nello stomaco, un’ombra negli occhi dei bambini, un pane duro diviso in troppi pezzi.

    In questo scenario emerge la figura di Pasquale Cavallaro. Insegnante, ex confinato politico, sindaco comunista: un uomo colto in mezzo a un popolo analfabeta ma stanco. La scintilla scocca il 6 marzo 1945, quando suo figlio Ercole viene arrestato con un’accusa che tutti giudicano pretestuosa. Non è solo un affronto personale: è la goccia che fa traboccare un secolo di soprusi.Il paese esplode. Le campane suonano a martello. Gli uomini si radunano. Le donne scendono in strada, perchè la  verità di Caulonia è scritta soprattutto negli scialli neri. Sono le donne a prendere il controllo del borgo. E non per caso. Da generazioni, le donne della Locride sono le custodi della sopravvivenza: sanno leggere i silenzi, interpretare i segnali, muoversi tra vicoli e terrazze come in un labirinto che conoscono a memoria. Sono loro a decidere quando una famiglia mangia, quando si nasconde, quando si resiste.Il 6 marzo 1945, questa sapienza antica diventa strategia militare.

   Quando i primi reparti di Polizia e Carabinieri tentano di entrare, trovano muri umani che sbarrano i vicoli. Le autorità esitano: sparare su una folla femminile significherebbe scatenare un massacro. Le donne non si limitano a resistere: organizzano. Sono loro che gestiscono le informazioni con un sistema di segnali fatto di panni stesi, richiami dialettali, colpi di mestolo sulle ringhiere.Le notizie corrono più veloci del telegrafo — che nel frattempo è stato occupato dai rivoltosi.Sono loro a distribuire il grano confiscato ai latifondisti, trasformando la cucina in un atto politico. Sono ancora loro a nascondere i giovani ricercati, a curare i feriti, a confondere le pattuglie con percorsi alternativi. E sono infine loro a decidere chi entra e chi esce dal paese.Una donna anziana, secondo le testimonianze raccolte negli anni, avrebbe detto ai carabinieri: «Se volete passare, dovete camminare sui nostri corpi.»

    Non fu solo una lotta per il pane, ma una rivoluzione di genere ante litteram. Le rivoltose chiedevano dignità di fronte a padroni che per secoli avevano considerato le contadine come proprietà privata.

  L’organizzazione della Repubblica sorprende per lucidità. Circa 300 uomini, armati di vecchi moschetti e strumenti agricoli, presidiano i punti strategici. Ma non è un’insurrezione caotica: Cavallaro istituisce un tribunale popolare. I notabili vengono portati in piazza e costretti a restituire il “maltolto”: grano, terre, denaro. È la catarsi di un popolo che, per la prima volta, vede il padrone alla sbarra. E la rivolta si espande subito . Roccella Ionica, Gioiosa Ionica, Marina di Caulonia issano la bandiera rossa. Gli Alleati osservano con crescente inquietudine: temono la nascita di una “Repubblica Sovietica” nel cuore del Mediterraneo.

    La fine non arriva per mano dell’esercito, ma per un ordine che scende da Roma. Da Botteghe Oscure, Palmiro Togliatti — impegnato nella “svolta di Salerno” e nella costruzione della collaborazione nazionale — vede nella rivolta un incidente diplomatico potenzialmente devastante. Una rivoluzione armata nel profondo Sud rischia di allarmare gli Americani e compromettere la strategia del PCI. Invia emissari. Cavallaro ascolta, resiste, poi comprende: se non si arrende, i carri armati della Divisione “Aosta”, già appostati sulla costa, raderanno al suolo il paese. L’11 marzo 1945 la Repubblica di Caulonia si scioglie. Seguono centinaia di arresti. Il processo tenta di trasformare una rivolta politica in un caso di banditismo. Cavallaro passa anni in carcere, tradito dallo Stato che aveva servito e dal partito in cui aveva creduto. 
 
 Oggi, a Caulonia Superiore, il silenzio dei vicoli conserva ancora l’eco di quei cinque giorni. Basta camminare tra le case in pietra, ascoltare il vento che risale dalla vallata, osservare le porte chiuse dei palazzi dei notabili. È un silenzio che non ha dimenticato. E se ascolti bene, quel silenzio ha voce femminile. Sono le donne che hanno tramandato la memoria della Repubblica: nei racconti sussurrati ai figli, nelle fotografie ingiallite, nei nomi pronunciati piano per non disturbare i morti.

    Raccontare ancora una volta "La Repubblica di Caulonia"  significa onorare quelle donne che alzarono la testa e quegli uomini che non badarono alla fame e alla fatica per sognare un mondo in cui la terra fosse di chi spendeva completamente  la propria vita per lavorarla e farla fruttare.

Bruno Demasi

Bibliografia Essenziale :

· Alessandro Cavallaro, La Repubblica di Caulonia, Rubbettino Editore. Un racconto dei fatti con l’anima del figlio del protagonista. 
· Vito Teti, La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, Manifestolibri. 
· Gennaro Miceli, La Repubblica di Caulonia, in "Rivista Calabrese di Storia del '900".(Miceli fu uno dei dirigenti del PCI inviati per mediare la resa. La sua testimonianza è cruciale per comprendere il conflitto tra la base rivoluzionaria calabrese e la strategia nazionale di Palmiro Togliatti. 
· Giuseppe Lavorato, Rosarno. Storia di una comunità tra lotte e repressione, Rubbettino.(Utile per comparare la rivolta di Caulonia con le altre lotte contadine che incendiarono la Piana di Gioia Tauro e la Locride nello stesso periodo. 
· Corrado Alvaro, Ultimo diario (1948-1956), Bompiani (Il grande scrittore calabrese seguì con attenzione e una certa malinconia le vicende del dopoguerra. Le sue riflessioni sul carattere dei calabresi e sulle loro esplosioni di ribellione sono fondamentali per comprendere il fenomeno cauloniese). 
· L'Unità (Archivio storico 1945) ( Per comprendere come il Partito Comunista dell'epoca cercò di "giustificare" o ridimensionare l'evento). 
· Il Corriere della Sera (Marzo 1945) (Per annotare come la stampa nazionale, ancora sotto controllo o influenza delle autorità monarchiche e alleate, descriveva i rivoltosi come "banditi").

mercoledì 4 marzo 2026

Il Vangelo come profezia civile del calabrese don Mimmo Battaglia ( di Bruno Demasi )

Recensione agli “Orientamenti Pastorali ” e al magistero 
 di un cardinale “di strada” 
  
     Domenico “Mimmo” Battaglia, nato a Satriano (CZ) nel 1963, cardinale arcivescovo di Napoli,è uno di quei rari uomini di Chiesa che non hanno mai smesso di portare dentro di sé la voce della propria terra. La Calabria non è solo il suo luogo d’origine, è la matrice antropologica che gli ha insegnato la concretezza, la resistenza, la dignità dei poveri, la spiritualità popolare come grammatica del mondo.  La sua formazione teologica  probabilmente è quella di un prete cresciuto nella pastorale degli anni ’80, nutrita di Concilio, di carità sociale, di Vangelo vissuto più che studiato. Battaglia non è un teologo da cattedra: è un teologo della strada, uno che pensa a partire dai volti di chi incrocia il suo cammino e la sua pastorale, perchè

“Il dominio della barbarie avanza quando dimentichiamo i nomi delle persone” 


    Negli ultimi anni  ha pubblicato testi che sono veri e propri manifesti spirituali e civili: lettere ai giovani, messaggi per la Giornata dei Poveri, meditazioni per i tempi “forti” del calendario. Ma il suo contributo più organico, più maturo, più rivelatore è senza dubbio: “Orientamenti Pastorali 2025” ( EffeGi, Portici, 2025 ) Un documento di compendio dell’ultima sua tornata sinodale diocesana, vissuta ancora una volta in modo tutt’altro che ritualistico e accademico, e che ha la struttura di un libro, la forza di un manifesto e la densità di una visione.

   Non per nulla gli Orientamenti Pastorali si aprono con l’icona dei discepoli di Emmaus e con una dichiarazione d’intenti che è già un programma, un’immagine potente: la Chiesa non deve restaurare il passato, ma creare contenitori nuovi per un Vangelo che resta vivo solo se continua a fermentare.

«Siano queste pagine quegli otri nuovi nei quali 
lasciar riposare il prezioso vino del messaggio di Cristo»


    Battaglia scrive con un linguaggio caldo, narrativo, diretto. Non cerca di piacere: cerca di convertire Temi portanti del testo: la città come mistero da abitare (le periferie e i centri semiabbandonati come luoghi teologici); la fragilità come rivelazione (ciò che è debole non è scarto, ma luogo dello Spirito); la responsabilità civile dei cristiani ( il Vangelo non come rifugio spirituale, ma come mandato storico); la denuncia dei mali sociali( povertà, violenza, criminalità, indifferenza); la speranza come categoria politica: non ottimismo, ma scelta di campo.

    Più che mai in queste dimensioni appare la calabresità vera di Battaglia non come folclore, ma come lente interpretativa. La Calabria, terra di contrasti, di ferite, di dignità ostinata, è un laboratorio antropologico che insegna a guardare la realtà senza veli e questa matrice si riconosce almeno in tre tratti del suo stile: concretezza: nessuna teologia disincarnata; resistenza: la fede come opposizione al male; memoria delle ferite: la povertà non è un concetto, è un volto. È insomma la voce del Sud che entra nella Chiesa italiana con una forza nuova e dirompente. 

   Battaglia è uno dei pochi vescovi italiani che non teme di chiamare le cose col loro nome. La sua denuncia dei mali sociali è evangelica, non ideologica. E negli Orientamenti Pastorali raggiunge una limpidezza quasi tagliente. Una delle frasi più forti del documento è questa:

«Terra mia, sfida di contesto: delle tue ferite, delle tue potenzialità, delle tue ricchezze. 
Sono pagine ispirate, perché abitate dallo Spirito.»


    Con queste parole ispirate Battaglia sembra parlare a qualunque realtà italiana depressa e abbandonata, in particolare a quelle calbresi, ferite e splendide, contraddittorie e vive. E ancora, in un passaggio, che ha il sapore della denuncia civile, una frase che potrebbe stare in un editoriale di un grande quotidiano e  invece viene "soltanto" da un cardinale

«Il Vangelo non fa sconti: impone di riconoscere l’uomo quando lo si vede, 
di chiamare male ciò che schiaccia l’uomo”

    
   Questi Orientamenti Pastorali 2025 non sono un testo per addetti ai lavori. Sono un libro che parla a chiunque si interroghi sul futuro dei nostri luoghi di vita, delle nostre comunità, del nostro vivere insieme.In un’Italia attraversata da fratture sociali, da sfiducia politica, da povertà crescente, la voce di Battaglia è una delle poche che riesce a tenere insieme denuncia e speranza, fede e responsabilità civile, tradizione e innovazione pastorale.È un libro che non si limita a proporre idee: invita a cambiare vita  compendiando  l’esatta dimensione della celebrazione di un sinodo che non è stato soltanto occasione di incontro, ma si è incarnato realmente nella vita della diocesi guidata da questo calabrese indomito e umilissimo.
 
    D'altronde don  Mimmo Battaglia  è un cardinale che non ha mai smesso di essere un prete di Calabria e di cui sicuramente sentiremo parlare ancora molto. Forse  la sua forza più tenace sta proprio nella capacità di portare nella Chiesa universale la voce di una terra che conosce il dolore e la resistenza; la povertà insieme con la dignità; la marginalità, ma anche la profezia. E  Gli Orientamenti Pastorali 2025 sono  decisamente
il frutto più maturo di questo cammino: un libro che non si limita a parlare della Chiesa, ma parla dell’Italia, parla a tutti noi senza distinzione e col coraggio della Verità che rende davvero liberi!

Bruno Demasi

lunedì 2 marzo 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: JOSEPH ANTOINE DE GOURBILLON (1819) ( di Rocco Liberti )

    Un viaggiatore come Joseph Antoine de Gourbillon è una lente che ingrandisce e deforma, ma soprattutto rivela e Rocco Liberti lo utilizza come uno sguardo esterno capace di restituire la Calabria del primo Ottocento con una nitidezza che solo i forestieri, liberi da appartenenze, sanno avere. Dietro l’ironia tagliente e i giudizi del Francese, Liberti individua un documento prezioso per comprendere una terra ancora ferita dal terremoto del 1783, sospesa tra mito e miseria, splendore naturale e abbandono civile. Nella parte centrale del suo studio, l’Autore manifesta tutta la sua precisione, intreccia fonti e ricompone un quadro complesso. Ne emerge una Calabria doppia: Scilla, luminosa, mitica, con le sue vigne di Malvasia; e Reggio, città rovinata, spenta, dove il viaggiatore vede solo macerie, accattonaggio, un’economia dissolta. In questo contrasto, che Liberti illumina con mano sicura, il racconto di de Gourbillon diventa rivelazione e caricatura insieme. Il risultato è un ritratto vivo e inquieto: una Calabria che non chiede indulgenza, ma ascolto; che non si lascia addomesticare, ma continua a interrogare chi la osserva. (Bruno Demasi)
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    Gentiluomo e scrittore francese, nato nel 1778, ha vissuto alcuni anni a Torino nel ruolo di segretario della futura moglie di re Luigi XVIII. Ha dato alle stampe alcune opere teatrali e tradotto la Divina Commedia. Nel luglio del 1819, accettando la proposta di un inglese, si è portato nel sud dell’Italia, espressamente in Sicilia, per un viaggio esplorativo sulla scia dei vari Brydone e de Borch. Vi si è trattenuto insino al 21 febbraio 1821 effettuando un paio di puntate nella prospiciente Calabria. Del tragitto ha pubblicato il resoconto in due volumi editi in Francia (Voyage critique à l’Etna en 1819, Paris 1820, à la librairie universelle de P. Mongie l’ainé) e in Inghilterra (Travels in Sicily and to Mount Etna en 1819, London 1820, Printed for Sir Richard Phillips and Co.). S’ignora il luogo del decesso, ma, a detta di qualcuno, il contrappasso dalla vita terrena potrebbe essersi verificato nell’anno 1840[1].

    Il De Gourbillon, nella sua opera, dove dà ampio spazio soprattutto al periodo mitico, di cui discetta pure in maniera assai critica, per quel che riguarda la Calabria si sofferma particolarmente sul terremoto del 1783. Infatti, relaziona ampiamente sulle conseguenze rivelatesi nei paesi, evidentemente estrapolando da ciò che hanno detto in merito i viaggiatori che l’hanno preceduto o coloro che ne sono stati incaricati ufficialmente, come il Sarconi. Due possono essere considerati i siti in cui egli effettivamente ha messo piede o osservato molto da presso, Scilla e Reggio, due centri abitati dai quali prende spunto per dire male con dente avvelenato del comportamento dei Calabresi, che in definitiva non è poi così tanto lontano dalla realtà.

    Spinto dai numerosi fantastici racconti sul mostro di Scilla, sui gorghi, cani latranti e quant’altro ed esaminato scogliera per scogliera che nulla di ciò che avevano tramandato gli antichi riusciva attendibile e che si trattava solo di favole, da Messina si spostava con il suo skiff (schifo, natante) ai piedi del forte. Ma qui, stimando che non era il caso di sottoporsi a nuove progressioni gravose e costose a un tempo e che la città non aveva alcunché di originale da presentare, ha deciso con i compagni di avventura di cenare sulla barca. Qui si è bevuto a dispetto del mostro e alla salute di Omero, Virgilio, Orazio e, perché no, anche di Borch e Brydone. Da tal posto si ricavava chiaramente un singolare quadro naturalistico e, oltre al resto, si poteva vedere una rocca ricoperta di vigne greche producenti vini di Malvasia che niente avevano da invidiare a quelli di Candia e Creta. Di un qualcosa di misterioso ci si avvertiva in una delle montagne retrostanti. Vi spuntava una croce lignea senza chiodi e senza ferri, che tuttavia si qualificava un vero conduttore elettrico. A ogni nuova tempesta un fulmine la colpiva. Subito riparata, veniva di nuovo abbattuta. Dei fisici avevano creduto di stabilire la causa del fenomeno nella sostanza resinosa del legno.

  Dopo Scilla il nostro viaggiatore ha pensato di fare una capatina a Reggio, ma n’è rimasto deluso: «la città di Reggio presenta un colpo d’occhio che inganna: è una vecchia civetta in allerta: è un quadro illusorio, situato in unbel contesto». Le case che si offrivano erette erano sparse sul prossimo bacino che, al pari di certi mercati ostentava nell’immediato quanto si trovava di piacevole. E qui narra un fatterello. Un inglese un giorno ha noleggiato un bastimento per farsi portare a Costantinopoli. Qui giunto, ha volto lo sguardo qua e là e ha gioito per il colpo d’occhio che gli si concedeva, ma ha ordinato al comandante di virare di bordo e tornare a Londra, dicendo che la scenario all’esterno era troppo bello, per cui l’interno non avrebbe potuto concedere altro di meglio. In questo dava ragione al britannico e si diceva pentito di non averne seguito l’esempio. Si sarebbe sicuramente risparmiato tre giorni in mezzo alle macerie di un abitato rovinato dal sisma e a una popolazione infelice, avvilita e rinunciataria. Assai diverso gli sembrava il carattere dei due popoli divisi dal mare. Se il Messinese era contemporaneamente lavoratore e allegro, coraggioso e lottava contro la miseria, il Reggino gli appariva pigro e afflitto dalla noia, incazzato e scuro. L’uno viaggiava con la compagnia di una chitarra, l’altro recava costantemente in mano il fucile. E mentre il primo lavorava e cantava, il secondo mendicava e piangeva e, se chiedeva una cosa, la esigeva, punto e basta.

    Se in Sicilia la rapina e l’omicidio erano sconosciuti, in Calabria non c’era caverna che non fosse un ricovero di briganti. E che ti faceva il Calabrese? Pur non nascondendosi i pericoli sulle strade, stava sempre a lamentarsi dell’assoluta mancanza di misure repressive e della vergognosa assenza del governo, ma nessuno tra la gente teneva a esporsi. Era una situazione - sembra di riviverla tale e quale oggi - così manifesta che i reggini che andavano a Napoli per affari o per piaceri, s’imbarcavano a Messina o a Palermo e, quindi, evitavano possibili sgraditi incontri nella regione. Ma ecco il quadro realmente angoscioso che offre il de Gourbillon: «Lo stato di abbandono di questa città; la miseria veramente spaventevole, dello sparuto numero di uomini che la difende, la mancanza assoluta in essa dell’industria e delle risorse; una popolazione in ginocchio, uno scoraggiamento totale, e dappertutto l’accattonaggio; non potevano offrirmi senza dubbio che un quadro tanto penoso che ripugnante; e i pochi giorni che sono stato trattenuto dai venti contrari, mi sono sembrati i più lunghi della mia vita. 
    […] la ricchezza di Reggio consisteva nel passato nel commercio degli oli, delle sete e del lino. Questo commercio era considerevole: è completamente inesistente oggi: i sette ottavi di questa popolazione affamata non si sostentano che con noccioline secche e bassi prodotti della pesca. Tre o quattro proprietari inghiottono loro da soli tutte le ricchezze del suolo; tutto il resto è in uno stato vicino alla miseria. Una bassa guarnigione, e una moltitudine di arpie fiscali, che succhiano il sangue del popolo fino all’ultima goccia, e che, per una piastra, venderebbero le Due Calabrie, formano, con queste ultime, ciò che si chiama altrove, il primo corpo degli abitanti».

    Impietosa, ma aderente a quanto si registrava all’epoca la descrizione di Reggio in successione all’evento tellurico del 1783. E così aggiunge prima di congedarsi: «Non trovando dunque, fra le sue macerie moderne, alcun oggetto degno di curiosità, se non la nave della cattedrale; chiesa che, a 35 anni dal suo atterramento, è ancora ingombra delle sue rovine; ho approfittato del primo vento favorevole, e mi sono reimbarcato per Messina, troppo felice di essere rimasto tre lunghi giorni in Calabria, senza essere né assassino né ladro»[2].

Rocco Liberti

[1] Di Matteo, Viaggiatori stranieri…, I, pp. 489-492. 
[2] De Gourbillon, Voyage critique…, I, passim, trad. dal francese.

venerdì 27 febbraio 2026

I NORMANNI A OPPIDUM: la caduta della roccaforte bizantina delle Saline. ( di Bruno Demasi )

Storia di una conquista che cambiò l’Aspromonte tirrenico


    Chi oggi sale verso Oppido Vecchio, tra gli ulivi e le pietre che affiorano come vertebre di un animale antico, non immagina che quel crinale, mille anni fa, fosse una frontiera viva. Da un lato, l’altura di Hagia Agathé, l’Oppidum bizantino, con le sue case abbarbicate alla rocca, il suono delle campane greche, il fumo dei focolari che saliva verso il cielo dell’Aspromonte. Dall’altro, appena oltre il costone che domina il bacino del Metauro –Marro – Petrace, i Normanni, già stanziati nella Piana di San Martino, potevano osservare agevolmente  dall’alto il cuore della tourma delle Saline, uno dei distretti più ricchi e strategici dell’intera Calabria imperiale.

   Era un confronto silenzioso, fatto di sguardi da un versante all’altro. Bastava affacciarsi su quel costone per capire tutto: la tourma bizantina delle Saline era un mosaico di campi, vigne, depositi alluvionali di sale, casali; le vie che risalivano verso Oppidum erano arterie vitali; e la roccaforte bizantina, lassù, sembrava un pugno chiuso che non voleva aprirsi. Come scriveva Tucidide, parlando di città poste su alture contese, “la geografia è spesso la prima forma di politica”(1). E Oppidum, in questo senso, era politica allo stato puro.

    La tourma delle Saline: un distretto ricco, complesso, mediterraneo. Un territorio che univa mare, pianura e montagna, perché la Calabria bizantina era organizzata in tourmai, distretti militari e fiscali che garantivano all’Impero il controllo del territorio. La tourma delle Saline era una delle più prospere, e non solo per la presenza delle saline che le davano il nome. Il suo territorio si estendeva dalla costa tirrenica tra Palmi e Rosarno, alle vallate del  bacino del Metauro, del Marro e del Petrace, fino ai casali interni che risalivano verso Oppidum. Un territorio multiforme, capace di produrre ricchezza in ogni fascia altimetrica: il sale, bene strategico e monopolio imperiale; il vino e l’olio, già apprezzati in età romana; il legname e il carbone delle foreste aspromontane; i cereali e la frutta; l’artigianato e il commercio, grazie alla presenza di comunità greche, latine ed ebraiche. Una descrizione che ricorda da vicino la Calabria policentrica evocata da Procopio di Cesarea, quando parla di “terre fertili, monti ricchi di boschi e città ben difese”(2).

   Hagia Agathé, l’Oppidum medievale, era stata fondata in epoca bizantina su un’altura più  circoscritta e difendibile, sia pure a poche decine di metri dal pianoro-declivio sul quale vari secoli prima era sorta e fiorita Mamertion, nell'area che oggi, con termine medioevale e impropriamente viene chiamata"Mella". La scelta non era casuale: serviva a proteggere l’amministrazione della tourma e a controllare le vie interne che collegavano la costa all’altopiano bruzio. Oppidum ospitava il comando militare del distretto; la fiscalità imperiale (tasse su saline, vigne, boschi, transiti); un clero greco radicato e influente; una popolazione mista, abituata a vivere in un contesto di frontiera. Era, in altre parole, un baluardo dell’Impero, un punto di resistenza e di identità greco-bizantina in un territorio sempre più esposto alle pressioni esterne.

    Ma già negli anni 1050–1060, gruppi normanni si erano stabilmente insediati nella Piana di San Martino, un altopiano che domina dall’alto il bacino Metauro–Marro – Petrace. Da quel punto di osservazione, il territorio di Oppidum era perfettamente visibile: un obiettivo naturale, un ostacolo politico e militare, un simbolo della resistenza imperiale. Come osserva De Sensi Sestito: “I presidi dell’interno costituivano gli ultimi bastioni della presenza bizantina e i Normanni li considerarono prioritari nella loro strategia di conquista.”(3).  La geografia, in questo caso, era destino. I Normanni vedevano Oppidum ogni giorno: bastava affacciarsi da quel ciglio della” Piana di San Martino” per scorgere a relativa lontananza le pertinenze della rocca bizantina, come un faro ostile che continuava a brillare.

   Le fonti – Malaterra, Amato di Montecassino, Skylitzes - descrivono con precisione la metodologia normanna nella presa dei centri bizantini: accerchiamento delle alture fortificate; taglio dei collegamenti con la pianura; pressione sulle scorte alimentari; negoziazioni con il clero greco e i notabili; garanzie di conservazione dei beni e delle principali consuetudini civili e religiose in cambio della resa. È lo schema applicato a Gerace nel 1059, dove – scrive Malaterra – gli abitanti “preferirono la resa all’assalto”(4).

   La topografia di Oppidum – un’altura, come si diceva, sufficientemente protetta e scoscesa, cinta da mura – rende improbabile un assalto diretto. Più verosimile dunque un assedio breve, con blocco delle vie verso la Piana; pressione sulle scorte; trattative con il clero basiliano; resa negoziata. E la resa avvenne senza scampo e  fu sicuramente accompagnata da patti di salvaguardia: mantenimento dei riti greci; conferma dei beni ai capifamiglia; protezione dei monasteri. In proposito Rocco Liberti chiarisce opportunamente: «A lungo ed erroneamente si è ritenuto che la diocesi di rito greco di Oppido fosse stata una creatura dei Normanni […]. C’è stato peraltro qualcuno che ha arguito che detta abbia avuto il via da un disegno dei Normanni, i quali intendevano tacitare l’elemento greco, che veniva man mano penalizzato dalla latinizzazione di tante altre da essi operata largamente. Si era veramente rasentato l’assurdo! A così false e illogiche conclusioni ha posto un sigillo il Guillou, che nel 1972 ha pubblicato un fascio di pergamene greche coeve all’istituzione.»(5).

    La dinamica della conquista di Oppidum senza colpo ferire da parte del comando normanno ricorda, per certi versi, la resa di Bari nel 1071, quando – secondo Amato di Montecassino – “la città preferì affidarsi alla clemenza dei conquistatori piuttosto che alla durezza della fame”(6). 

  La dominazione normanna (ca. 1060–1194) di Hagia Agathé, che tornò presto a chiamarsi soltanto “Oppidum” comportò invece sicuramente la ristrutturazione feudale del territorio, la centralizzazione fiscale secondo il modello ruggeriano; un presidio militare stabile nella rocca. La città in altri termini divenne decisamente presto e in modo evidentissimo un castrum strategico, come attestano i diplomi di Ruggero I e Ruggero II(7). La conquista accelerò anche la sostituzione delle élites greco-bizantine e la , diffusione del diritto feudale, ma quella che era stata la potente tourma delle Saline, governata con lungimiranza e pugno di ferro dai vescovi bizantini, come del resto l’interra Calabria, rimase un mosaico: lingua greca ancora viva; monasteri basiliani attivi; tradizioni giuridiche miste. Un quadro che ricorda la Sicilia normanna descritta da Ibn Ḥawqal, dove “ogni popolo conserva la sua lingua, ma tutti obbediscono allo stesso sovrano”(8).

  Sicuramente i Normanni sfruttarono abilmente  la ricchezza di quello che era stato l’ampio territorio di pertinenza dell’antica città aspromontana di Hagia Agathé-Oppidum: tassarono saline, vigne, boschi; incentivarono la cerealicoltura; controllarono i traffici tra costa e montagna. L'orgogliosa città aspromontana divenne un centro di raccolta fiscale e un presidio delle vie interne, ma la conquista non cancellò il passato bizantino: lo inglobò. Oppidum rimase bizantina nella memoria e nella religione; normanna nelle istituzioni; mediterranea nei commerci, in definitiva un luogo dove ogni epoca ha scritto la propria civiltà senza cancellare del tutto quella precedente e dove la storia non si sovrascrive, ma si stratifica.

Bruno Demasi

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1) Tucidide, Storie, I, 22. 
2) Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, I, 15. 
3) G. De Sensi Sestito, La Calabria bizantina, Soveria Mannelli 2001, pp. 201–215. 
4) Goffredo Malaterra, De rebus gestis Rogerii
, II, 12–15. 
5) Rocco Liberti: “La diocesi dell’antica Oppido”, in L’Alba della Piana, Anno XIII, n. 1, settembre 2022 
6) Amato di Montecassino, Historia Normannorum, ed. Carozzi, Paris 1997, p.149. 
7) Codice Diplomatico Normanno, voll. I–III; H. Houben , Ruggero II di Sicilia, Bologna 1999, passim. 
8) Ibn Ḥawqal, Ṣūrat al-Arḍ, trad. italiana in M. Amari, Biblioteca Arabo-Sicula, Torino 1880, passim.

giovedì 26 febbraio 2026

L’arte di sopravvivere ai Calabresi tra soppressate e paradossi: SALVATORE TIGANI (di Bruno Demasi)

     
   Ci sono luoghi che non si scelgono: ti accadono. E ci sono persone che non si incontrano davvero, perché ti vengono consegnate come un’eredità affettiva, insieme alle foto ingiallite, ai racconti di famiglia e alle bottiglie di passata di pomodoro che viaggiano più dei loro proprietari. La Calabria di Salvatore “Saso” Tigani — giornalista, scrittore, creativo nato a Cinquefrondi — appartiene a questa categoria di mondi che non si visitano, ma si subiscono con un misto di amore, rassegnazione e ironia. È un territorio emotivo fatto di affetti feroci, codici non scritti e “pacchi da giù” che pesano quanto una responsabilità morale. Fin dal 2010 Tigani ha scelto di raccontare questo universo con una voce che sembra uscita da un laboratorio di comicità antropologica. Premi letterari come l’Energheia, un blog seguitissimo, e soprattutto la serie Dal diario di Saso hanno costruito un dialogo continuo tra osservazione sociale e umorismo, tra l’assurdo quotidiano e la tenerezza di chi conosce bene i propri paradossi. Non è un romanzo, non è un saggio, non è una raccolta di aforismi: è un modo di stare al mondo. O meglio, di sopravvivere ad esso.

    Il cuore di questo approccio si trova in Come sopravvivere ai Calabresi, un libro che sembra scritto per chiunque abbia provato almeno una volta a uscire indenne da un pranzo domenicale, da una conversazione in dialetto o da un parente che ti offre da mangiare con la stessa determinazione con cui un avvocato difende un cliente. Tigani descrive una logica sociale in cui il silenzio è un’accusa, la parola è un’arma e il consenso è un concetto puramente teorico. Lo riassume con una delle sue frasi più celebri: “Non contraddirli mai, nemmeno quando ti danno ragione… comunque si offendono.” È una regola che vale più della Costituzione.

  L’ospitalità, in Calabria, non è un gesto: è un ultimatum benevolo. Rifiutare un piatto è un atto di insubordinazione sociale, un affronto che può incrinare rapporti familiari più di un’eredità mal gestita. E per chi vive lontano, il legame con la terra si materializza nel mitico “Pacco da giù”: soppressate che potrebbero essere considerate armi improprie, chili di pasta “quella buona”, vasetti di conserve che sfidano le leggi del trasporto internazionale e bottiglie senza etichetta contenenti liquidi che oscillano pericolosamente tra limoncello e carburante agricolo.

    Anche il tempo, in Calabria, ha una sua filosofia. “Alle 5” non è un orario, ma un concetto astratto: significa “inizia a prepararti alle 5:20, così non sembri uno che non ha niente da fare”. Il dialetto, poi, non è una lingua: è un’entità che ti possiede, ti cambia, ti sfugge mentre cerchi di decifrarlo. Non si impara: ti sceglie.

    Ma accanto al Tigani che fa ridere, c’è un Tigani che si ferma, respira e guarda dentro. È quello della sua “nonpoesia”, un territorio di quiete dove le parole si fanno essenziali e la fragilità non è un difetto, ma una forma di resistenza. In Sono mille, ad esempio, rivendica il diritto alla contraddizione, alla complessità, alla mutevolezza: “Ma io sono vasto! Contengo moltitudini!”, un manifesto di identità, un invito a non temere le proprie incoerenze.

    In Oggi, non è successo niente celebra la normalità come un atto rivoluzionario, un antidoto alla frenesia contemporanea che ci vuole sempre performanti,  sempre in movimento. E in Tu non sei rotto affronta il tema della sofferenza con una delicatezza che disarma: “Hai un’anima pesante intrappolata in un corpo che si agita per restare a galla…”. Non c’è pietismo, non c’è retorica: c’è la consapevolezza che il dolore non è un guasto tecnico, ma il risultato di un cammino.

    Tutta l’opera di Tigani oscilla tra la risata fragorosa e il silenzio meditativo, ma converge verso un’unica consapevolezza: l’umorismo serve a decodificare le bizzarrie di un popolo, la nonpoesia serve ad accettare le crepe dell’anima. Non c’è distanza tra l’autore che scherza sulla puntualità e quello che medita sulla stanchezza dell’esistenza. Sono due facce della stessa ricerca: trovare un senso nel disordine, un equilibrio nella contraddizione, un gesto d’amore nel caos quotidiano.

    In fondo, il messaggio finale è semplice e potentissimo: tutta questa confusione, queste urla, queste vettovaglie regalate con insistenza, questi silenzi che pesano più delle parole, non sono altro che una forma primitiva e autentica di amore. Tigani infatti non ci insegna solo a sopravvivere ai calabresi — o a noi stessi — ma a riconoscere che dietro ogni iperbole e ogni paradosso batte un’identità che merita di essere vissuta, raccontata e, soprattutto, amata.
Bruno Demasi

Bibliografia essenziale:
 
S. Tigani, Dal diario di Saso: Come sopravvivere ai Calabresi, CreateSpace Independent Publishing Platform, 2016.
S. Tigani, Sono mille (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..
S. Tigani, Tu non sei rotto (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..
S. Tigani, Oggi, non è successo niente (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..

martedì 24 febbraio 2026

La documentata presenza dei Certosini in Aspromonte: da Castellace a Sinopoli (di Bruno Demasi)

                          Operosità monastica e bagliori di  rivolta a  Castellace

    Questo  brave resoconto di  indagine ricostruisce la presenza documentata dei Certosini in Aspromonte, seguendo il filo che unisce Castellace a Sinopoli. Quelle che erano congetture, sia pure suffragate da documentazioni varie, evidenziate nell'articolo apparso su questo blog il 28 novembre scorso ( per aprirlo clicca qui: QUEL LEGAME PERDUTO TRA I CERTOSINI DI SERRA E CASTELLACE DI OPPIDO), alla luce delle inoppugnabili scritture rinvenute nell'archivio della Certosa di Serra San Bruno divengono certezze. Accanto all’operosità silenziosa dei monaci, emergono notizie inedite e quasi inimmaginabili sul cosiddetto “ballo” di San Bruno, episodio che, pur assente dalla memoria locale, sembra prefigurare tante violenze di cui fu teatro in seguito questo territorio. In uno stretto  intreccio di devozione e tensioni sotterranee si delinea una storia complessa, rimasta a lungo nell’ombra. 
 

    Tra le carte dell’Archivio della Certosa di Serra San Bruno sopravvive un documento singolare, identificato come "Archivi XXIII", redatto in poco più di tre piccole pagine, qui allegate in foto, nella seconda metà dell’Ottocento. Non è un atto amministrativo né un registro catastale: è una memoria, una cronaca che intreccia storia religiosa, trasformazioni agrarie e tensioni sociali della Piana di Gioia Tauro. In poche pagine, il testo ricostruisce la presenza di un insediamento certosino nella contrada di Castellace, nel territorio di Oppido Mamertina, e segue il destino dei suoi beni fino alla soppressione napoleonica e oltre. È una testimonianza preziosa, perché restituisce voce a un luogo oggi quasi dimenticato, dove i ruderi di una chiesetta rurale e di una grangia potrebbero sopravvivere tra gli oliveti. 

    La cronaca colloca la festa di San Bruno “nella contrada di Castellace, territorio del comune di Oppido”, precisando che essa aveva luogo in un’area che il catasto fondiario identificava come “territorio di S. Bruno”¹. Questa indicazione, apparentemente marginale, è in realtà fondamentale: attesta l’esistenza di una micro‑toponomastica religiosa radicata, riconosciuta dagli abitanti e registrata dagli uffici catastali. Ancora oggi, la denominazione sopravvive nella memoria locale e nella cartografia rurale, segno di una continuità che ha resistito alla scomparsa dell’insediamento monastico.

    Il cuore del documento è la descrizione dell’antico complesso religioso. Fino all’invasione francese del 1806, nella contrada di Castellace esistevano “una chiesa con convento di frati certosini” che possedevano “oliveti, boschi, seminatori e vigneti”². Questa affermazione, semplice e diretta, è la testimonianza più chiara della presenza certosina nel territorio. Non conosciamo la data di fondazione del complesso, né la sua esatta natura giuridica: il documento non specifica se si trattasse di un convento autonomo, di una grangia dipendente dalla Certosa madre o di un piccolo eremo rurale. Ciò che è certo è che i monaci amministravano una tenuta agricola articolata, dotata di risorse idriche — il testo cita un “sottostante fiumicello” — e di colture tipiche dell’economia monastica calabrese. La gestione certosina, come in altri casi documentati, univa vita religiosa e attività produttive, contribuendo alla strutturazione del paesaggio agrario.

    Il 1806 segna una frattura. Con l’occupazione francese e l’applicazione dei decreti di soppressione degli ordini religiosi nel Regno di Napoli, il complesso di Castellace fu chiuso e i suoi beni incamerati dalla Cassa Sacra. Il documento è esplicito: le proprietà passarono “a famiglie di Castellace di Oppido e poi ai Repaci di  Sinopoli e S. Eufemia”³. Questo processo è perfettamente coerente con quanto avvenne in tutta la Calabria: i beni ecclesiastici furono venduti all’asta e confluirono nelle mani di famiglie notabili, contribuendo alla formazione di nuovi latifondi. Nel caso di Castellace, la memoria locale conserva il ricordo dei Repaci come ultimi proprietari della tenuta, e ancora oggi i loro discendenti possiedono parte dei terreni dove sorgeva il complesso certosino.

    Nonostante la scomparsa dei monaci, il culto di San Bruno rimase vivo nella popolazione. La festa si celebrava nel mese di ottobre, con tre giorni di fiera e un rituale danzato che la cronaca descrive con un’immagine vivida: “si passava il tanto che un sottostante fiumicello si ballava”⁴. L’origine del ballo non è nota. Il documento riporta due tradizioni: quella di un miracolo — la guarigione di uno zoppo che avrebbe iniziato a danzare per gioia — e quella di un eccesso festivo, interpretato dalle autorità ecclesiastiche come residuo di antichi baccanali. Il vescovo, si legge, tentò più volte di proibire la processione, senza successo. Questi elementi, pur riportati come tradizioni orali, testimoniano la forza del culto e la sua capacità di sopravvivere alla fine dell’insediamento monastico.

    La cronaca ottocentesca dedica poche righe, ma di straordinaria densità, agli eventi che portarono alla soppressione della festa di San Bruno a Castellace. Nel 1859, si legge, “avvenuti fatti terribili di sangue che quasi sempre avvenivano, la fiera e la festa di S. Bruno per ordine del governo si trasportò in Sinopoli”⁵. Questa frase, apparentemente laconica, apre uno squarcio su un fenomeno più ampio: la crescente conflittualità sociale che caratterizzò la Piana di Gioia Tauro nella prima metà dell’Ottocento, in particolare nei territori dove i beni ecclesiastici soppressi erano stati acquisiti da famiglie laiche. A Castellace  la festa con i suoi eccessi fu l'occasione proprizia per imbastire una vera e propria rivolta dei contadini contro le angherie dei nuovi poroprietari di quelle che erano state le terre del convento o della grangia di San Bruno.

    Il documento non specifica la natura degli scontri, né i protagonisti. Tuttavia, la storiografia sul Mezzogiorno borbonico e preunitario offre un quadro coerente: in molte aree rurali, la soppressione degli ordini religiosi aveva privato i contadini di un interlocutore tradizionalmente percepito come più “giusto” o almeno più prevedibile nella gestione delle terre. Con il passaggio dei beni ai nuovi proprietari — spesso famiglie emergenti, desiderose di consolidare il proprio status — le condizioni cambiarono rapidamente. Aumenti dei canoni, restrizioni sull’uso dei boschi e delle acque, e una gestione più rigida dei diritti d’uso collettivi generarono tensioni diffuse⁶.

    È in questo contesto che vanno letti i “fatti terribili di sangue” ricordati dalla cronaca. La fiera di San Bruno, che attirava contadini, braccianti e piccoli proprietari da tutta la zona, divenne probabilmente un luogo di sfogo delle tensioni accumulate. Le feste patronali, nel Mezzogiorno rurale, erano spesso l’unico spazio pubblico in cui gruppi sociali contrapposti — famiglie notabili, comitive di giovani, contadini senza terra — si trovavano a contatto diretto, in un clima di sospensione temporanea dell’ordine quotidiano. La cronaca sottolinea che gli episodi violenti “quasi sempre avvenivano”, suggerendo una conflittualità ricorrente, non un incidente isolato⁷.

    Il governo borbonico, già provato dai moti del 1847 e del 1848, era particolarmente sensibile a ogni forma di disordine pubblico nelle campagne. La decisione di trasferire la festa a Sinopoli nel 1859 va dunque interpretata come un atto di controllo sociale: spostare il culto significava sottrarre alla popolazione di Castellace un momento di aggregazione che rischiava di trasformarsi in protesta. La statua del Santo, portata nella chiesa dell’Addolorata, divenne così simbolo di una memoria “esiliata”, mentre la comunità locale perdeva l’ultimo legame rituale con le terre un tempo amministrate dai certosini.

   È significativo che, negli anni successivi, la Piana di Gioia Tauro sia stata teatro di ulteriori tensioni agrarie, culminate nelle rivolte contadine di fine Ottocento e nelle lotte per la terra del Novecento. I “fatti di sangue” del 1859 non furono dunque un episodio isolato, ma parte di una lunga storia di conflitti legati alla trasformazione della proprietà fondiaria dopo la soppressione degli ordini religiosi. La memoria locale, pur frammentaria, conserva l’eco di quella stagione: un tempo in cui la festa di San Bruno, da rito religioso, si era trasformata in un campo di battaglia simbolico tra antichi diritti e nuovi poteri.

    Il documento si chiude con un’immagine di desolazione e continuità insieme: “nel territorio di S. Bruno […] esistono ruderi, soltanto eretto una cappella alla Madonna delle Grazie”⁸. I resti della chiesa e del convento, pur frammentari, potrebbero essere ancora visibili tra gli oliveti. La cappella rurale, costruita probabilmente nel XIX secolo, ha mantenuto un presidio di fede in un luogo che per secoli aveva ospitato una comunità monastica. La memoria del complesso sopravvive nella toponomastica, nei racconti locali e nella persistenza del culto di San Bruno, oggi celebrato a Sinopoli ma radicato nella storia di Castellace. 

Bruno Demasi

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1. Archivi XXIII, p. 1. 
2. Ibidem. 
3. Ibidem. 
4. Archivi XXIII, p. 2. 
5. Ibidem
6. A. Placanica, Storia della Calabria, Laterza, 1999; G. Caridi, La Calabria napoleonica, Rubbettino,  2007. 
7. Archivi XXIII, p. 2. 
8. Archivi XXIII, p. 3.

Bibliografia

Fonte primaria: 
Archivi XXIII – La festa di S. Bruno, Archivio della Certosa di Serra San Bruno.

Studi e contestualizzazioni: 
– A. Placanica, Storia della Calabria, Laterza, 1999.
– G. Caridi, La Calabria napoleonica, Rubbettino, 2007. 
– P. Bevilacqua, Uomini, terre, economie nell’Italia meridionale, Einaudi, 1989. 
– F. Della Peruta, Ribellioni contadine nell’Ottocento meridionale, Il Mulino, 1988. 
– G. Isnardi, Aspromonte. Storia e cultura di un territorio, Edizioni di Storia Locale, 2024. 
– P. F. Casula, Le Certose d’Italia, Einaudi,1960.