Con la sua abituale capacità di far parlare la storia, Rocco Liberti ci accompagna questa volta sulle orme di Craufurd Tait Ramage, uno scozzese dallo sguardo curioso, ironico e a tratti severo che nell’aprile del 1828 decise di attraversare la Calabria. Pastore della Chiesa di Scozia, uomo di studi e scrittore instancabile, Ramage non si limitò a descrivere rovine, paesaggi e città. Della sua avventura calabrese lasciò un libro singolare, The Nooks and Byways of Italy, pubblicato a Liverpool nel 1868: una pagina rara in cui la nostra regione appare con le sue strade difficili, i suoi santuari, le sue paure, le sue devozioni, i suoi personaggi e le sue contraddizioni.Al centro del racconto, che si snoda in un lungo itinerario ( Praia a Mare, San Nicola Arcella, Scalea, Cosenza, Nicastro, Pizzo, Gerace, Squillace, Catanzaro, Crotone, Cariati e Rossano), c’è una vicenda che sembra uscita da un romanzo: la statua del Redentore conservata ad Aieta, che avrebbe cominciato a “sudare” una misteriosa manna. Attorno a quel presunto miracolo si muovono la folla, le autorità, il clero e lo stesso Ramage, che osserva, dubita, pone domande e non si lascia facilmente convincere. È qui che Liberti dà il meglio di sé: ricostruisce l’episodio con precisione e ritmo, senza trasformare la Calabria dell’Ottocento in una galleria di superstizioni, ma restituendole il volto concreto di una terra viva e credente, anche se talvolta succube della propria ingenuità.(Bruno Demasi)
Come quasi tutti i viaggiatori del passato, lo scozzese è partito da Napoli. Lasciata la città il 29 aprile, con prima tappa Paestum e dopo aver visitato l'incantevole riviera, è giunto attraverso Sapri e Maratea al villaggio della Madonna della Grotta, odierna Praia a Mare, dove ha subito chiesto notizie sull'ubicazione del rinomato santuario. Dopo un bel po' d'indagini, forse seccato per quelle scarne persone che lo miravano in modo sospettoso e gli fornivano indicazioni imprecise, è pervenuto alfine allo speco e si è dato a salire per quegli scalini, consumati in gran parte dal piede dei pellegrini, ma al tempo ricoperti di muschio verde. Ciò a motivo che quello era da parecchio disertato, facendovi capolino soltanto coloro che abitavano nei pressi.
Entrato nell'ampia cavità, frequentata sin da ere antichissime, ha fatto la conoscenza del sacrestano della chiesa ivi esistente, che gli è venuto a sciorinare la leggenda del rinvenimento della statua di Maria, del susseguente trasporto ad Aieta, della sua scomparsa e del definitivo rinvenimento del sito. Accolte le parole dello scaccino con palese scetticismo, si è avviato verso l'uscita, ma proprio mentre «stava meditando sulle follìe e le superstizioni da cui è afflitta l'umanità» e aveva dimenticato la natura sdrucciolevole dell'erta, si è trovato a ruzzolare giù rovinosamente. Sia che fosse un tantino fortunato sia che il sacco, di cui era provvisto, ne avesse attutito la caduta, ha però rimediato solo qualche scalfittura e ha avuto i vestiti imbrattati, per cui ha potuto riprendere agevolmente il cammino.
Era suo intento rimanersene ancora un po' nel villaggio, onde ristorarsi, ma non esistendo ricetto di sorta, è stato costretto a portarsi a Casaletto, oggi San Nicola Arcella. Nella tappa di trasferimento gli è stato compagno un tale incontrato per via, che aveva la stessa mèta. Qui giunto, ha sostato in una «misera» locanda, dove una una «persona molto distinta» non meno loquace del sacrestano lo ha intrattenuto sul portentoso evento allora avvenuto in Aieta per una statua del Redentore, che «aveva improvvisamente incominciato a trasudare dai pori, in modo miracoloso, un liquido dolciastro...». Lì per lì ha creduto di capire che si trattava «di una nuova versione della vecchia farsa dei monaci di S. Biagio» di Maratea, ma, datosi che lo sconosciuto gli aveva riferito che stava recandosi a Scalea per comunicare al giudice Pelerino che l'evento si prolungava ormai da giorni, non ci ha pensato più di tanto e ha deciso di accompagnarsi seco lui per appurarne dell’altro.
Le cose stavano in questo modo. Don Francesco Lo Monaco, «ricco proprietario terriero, tenuto in concetto di santità», si recava ogni mattina a pregare nella sua cappellina privata. Un bel giorno si è accorto con sommo stupore che la statua del Redentore ivi sistemata emanava un liquido cosiddetto «manna». È rimasto subito sorpreso dal fatto, ma non ha reagito. Non ha resistito all'emozione qualche mattino appresso quando si è reso conto che la manna aveva inondato non solo il simulacro, ma finanche il pavimento. Si è precipitato allora a informare gli amici e con loro è stato ancora testimone di quanto succedeva di strano. Si sono avvertiti, quindi, il sindaco e le autorità civili ed ecclesiastiche e tutti hanno gridato al miracolo. Sono arrivati infine il giudice e il cancelliere, i quali si sono meravigliati nell'apprendere che il portento si verificava soltanto in alcuni periodi.
Stanchi del viaggio, lo scozzese e l’occasionale compagno sono andati a dormire, ma nella notte il giudice è stato svegliato da un domestico che recava la notizia che il miracolo si era di bel nuovo ripetuto. Fattosi giorno, il magistrato ha raggiunto Aieta, ove ha dovuto arrendersi all'evidenza. Preso da fervore religioso, si è buttato in ginocchio a pregare, rimanendo in quella posizione per almeno un'ora. Edotti a loro volta, si sono condotti sul posto anche il sottintendente di Paola e il giudice criminale, i quali non hanno potuto che constatare quanto avveniva.
A tal punto i preti si sono fatti vivi pretendendo che il simulacro fosse portato in chiesa per esservi custodito. Il Lo Monaco dapprima si è opposto, ma poi ha ceduto e il desiderio di quelli è stato esaudito. Nel tempio, però, molto stranamente, ha smesso di sudare e la popolazione, dopo due giorni di vana attesa, ha reclamato la restituzione dello stesso al sito originario. Qui il miracolo si è riaffacciato, cosa per cui i preti hanno reiterato la manovra. Alla fine, dopo un batti e ribatti, la statua giocoforza è ritornata all'antico proprietario.
Il Ramage, al minuzioso racconto fattogli dal giudice, si è offerito del tutto scettico e, dopo aver assaggiato della manna contenuta in un flacone, ha invitato quegli a essere meno credulone e ad adottare le misure appropriate per venire a capo della vicenda. Convinto dalle suasive parole del colto forestiero, il magistrato lo ha invitato ad andare con lui ad Aieta, ma egli, molto saggiamente, ha declinato l'offerta, avendo particolare timore di poter offendere il «carattere superstizioso» e il «temperamento eccitabile» della popolazione.
Da Scalea lo scozzese ha proseguito verso sud e stava per porre termine alla visita della provincia cosentina dalla parte dello Jonio, quando a Cassano ha avuto sentore di come si era evoluto lo strano caso. Era successo che le autorità ecclesiastiche avevano voluto vederci chiaro. Stimando l'evento «una trovata di Satana», hanno dato incarico al vescovo diocesano e questi, assai solerte, è riuscito a smascherare l'artefice dell'inganno, che d'inganno infatti si trattava. Aveva tutto combinato il pio Lo Monaco, il quale, messo alle strette, alla fine si è deciso a confessare ogni cosa. L'espediente, cui si faceva ricorso, si dimostrava alquanto ingenuo, ma nessuno, preso dal raptus religioso, era in grado di accertare la verità. Egli cospargeva la statua di liquido, quindi ne riempiva due bacinelle, che sistemava ai piedi della stessa. Eseguita l'operazione, invitava la gente a entrare e quella, che vedeva solo la manna essudare dal simulacro e riversarsi nelle bacinelle, gridava tosto al miracolo.
Il primo a restare contento della scoperta del falso è stato ovviamente il Ramage, sia perchè ce l'aveva a morte con i preti e sia perchè, forse, si era mostrato il più attento a sospettare l'inganno.
Il Ramage nel suo viaggio dopo Scalea ha continuato per Guardia e Paola. È salito quindi a San Fili portandosi poi a Cosenza. Da qui, attraverso S. Mango e Nicastro è ridisceso sulla riviera tirrenica e ha proseguito per Pizzo e Monteleone. Ancora verso l’interno a Casalnuovo e salto nel territorio ionico, a Gerace, antica Locri e Castelvetere. Nuovamente all’interno e visite a Fabrizia, Serra, Squillace, Catanzaro, Tiriolo e ridiscesa alla volta di Crotone. Da qui, sempre avendo alla destra il mare, è transitato per Cariati e Rossano, fino a Soreto, indi in territorio lucano. Per ogni abitato il viaggiatore nella sua opera si sofferma bastantemente sia sulle sue antichità che sui personaggi che ne hanno decretata fama duratura.






