lunedì 26 ottobre 2026

“ LA RITORNANZA” : geografia della memoria e ritorno alle radici nel romanzo di Vincenzo Ursini ( di Mara Vittoria Colosimi)

     Arriva un momento nella vita di chi è partito in cui la distanza smette di essere soltanto una misura geografica e diventa una presenza silenziosa,  fatta di voci ascoltate per telefono, di strade che tornano nei sogni, di nomi pronunciati per caso e capaci di riaprire mondi che si credevano chiusi. È allora che si comprende che lasciare un paese non significa necessariamente abbandonarlo: a volte, senza accorgersene, lo si porta con sé per sempre.

     "La Ritornanza", il romanzo d’esordio di Vincenzo Ursini, nasce proprio da questa consapevolezza. Ambientato a Petrizzi, nel cuore del Catanzarese, racconta il ritorno di un professore universitario al luogo delle sue origini, dopo anni trascorsi altrove. Ma il viaggio che il romanzo propone non è soltanto fisico: è soprattutto un percorso nella memoria, negli affetti, nelle rinunce e nelle scelte che hanno reso ciascuno di noi ciò che è.

     In questa pagina Mara Vittoria Colosimi accompagna sapientemente il lettore dentro la questione più profonda del libro: il rapporto tra identità e radici, tra il desiderio di costruirsi un destino autonomo e la persistenza, talvolta inattesa, del paese natale. Non una nostalgia facile, né un richiamo al passato come rifugio, ma una riflessione misurata su ciò che l’emigrazione ha dato e su ciò che nonostante tutto non è mai stato davvero perduto.(Bruno Demasi)

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     Si può andare via da giovani, costruirsi una professione, mettere radici altrove, imparare altre abitudini e perfino convincersi di aver chiuso con il luogo in cui si è nati. Poi, un giorno, basta un nome, una voce, una strada ricordata all'improvviso per capire che quel paese è rimasto dentro di noi. Non come una fotografia ingiallita, ma come una parte della nostra storia. È da questa esperienza, familiare a tanti calabresi, che prende le mosse La Ritornanza ( Nuova Accademia dei Bronzi, 2026 ) , il romanzo di Vincenzo Ursini, legato a Petrizzi, nel Catanzarese, che racconta il ritorno al paese di un professore universitario da anni trapiantato altrove.

     La parola scelta per il titolo contiene già il senso di questa ricerca. Ritornare non è semplicemente ripercorrere al contrario una strada. Il tempo non torna indietro, le persone cambiano e molti luoghi non sono più quelli che ricordavamo. Eppure, proprio nel confronto con ciò che è mutato, può accadere qualcosa di importante: riconoscere una parte di sé che la distanza non ha cancellato.

     È qui che la storia narrata da Ursini incontra l'antropologia calabrese. Per generazioni, nei paesi dell'entroterra, la vita quotidiana si è costruita attorno alla famiglia, alla parentela, al vicinato, al lavoro e alle consuetudini condivise. Non era un mondo senza contraddizioni: la povertà, le disuguaglianze e il peso delle convenzioni sociali potevano rendere difficile la vita, soprattutto per chi desiderava cambiare il proprio destino. Ma esisteva anche una rete di relazioni nella quale le persone imparavano a riconoscersi e, spesso, a sostenersi.

     L'emigrazione ha trasformato profondamente questo equilibrio. In tanti sono partiti dalla Calabria per cercare lavoro, sicurezza e un futuro diverso. Hanno fatto sacrifici, raggiunto traguardi importanti, dato ai figli opportunità che loro stessi non avevano avuto. Sarebbe ingiusto guardare a quelle partenze soltanto come a una perdita: per molte famiglie sono state una conquista di dignità e libertà.

     Eppure, partire ha significato anche lasciare qualcosa in sospeso. Il paese è rimasto nella memoria, talvolta idealizzato, talvolta associato alle difficoltà da cui si voleva fuggire. Il ritorno mette a confronto questi ricordi con la realtà e obbliga a fare i conti con una domanda: quanto di ciò che siamo diventati appartiene alle nostre scelte e quanto continua a venire dal luogo da cui siamo partiti? 
 
   La domanda non è nuova nella letteratura calabrese. Da Corrado Alvaro, che in Gente in Aspromonte raccontò una terra segnata dalla povertà e dalle disuguaglianze, a Saverio Strati, che diede voce alle aspirazioni, alle sofferenze e alle partenze della gente comune, la narrativa ha spesso mostrato il volto umano dei grandi cambiamenti sociali.[1] In queste opere la Calabria non è mai soltanto un paesaggio. È un mondo di relazioni, una condizione umana, talvolta una ferita, talvolta una forza dalla quale è difficile separarsi. La partenza può aprire la strada a una vita nuova, ma non sempre scioglie il legame con ciò che si è lasciato.

     La Ritornanza si inserisce in questo orizzonte con lo sguardo di chi torna dopo aver vissuto a lungo altrove. Non si tratta di rinnegare la strada percorsa, né di sostenere che la vita di un tempo fosse migliore. Si tratta, piuttosto, di guardare alle proprie origini con una consapevolezza diversa, maturata attraverso l'esperienza, le conquiste e le inevitabili assenze.


     Nella presentazione editoriale del romanzo compare una domanda che sembra condensare questa ricerca: «Perché dovrei essere qualcuno, quando posso essere me stesso?».[2] È una frase breve, ma tocca un punto essenziale. Nella vita si corre spesso per diventare qualcuno agli occhi degli altri: per affermarsi, ottenere riconoscimento, dimostrare di essere riusciti. Poi può arrivare il momento in cui ci si domanda se tutto questo sia sufficiente. Se, dietro i ruoli e le soddisfazioni conquistate, non sia rimasta inascoltata una parte più semplice e autentica di noi. Il ritorno a Petrizzi acquista allora un significato che va oltre la nostalgia. Diventa l'occasione per interrogarsi sulla propria identità e per ritrovare il filo che unisce il bambino di un tempo all'uomo di oggi.

     Forse è questo il senso più umano della ritornanza: non tornare indietro, ma ritrovare ciò che ancora ci unisce alla nostra storia. Perché le radici non devono impedirci di partire, e la memoria non deve costringerci a vivere nel passato. Possono, invece, aiutarci a capire chi siamo e a guardare con occhi diversi il luogo da cui veniamo. E qualche volta, proprio quando crediamo di averlo lasciato definitivamente, è quel luogo a ricordarci una parte di noi che non avevamo mai smesso di portare con noi.

Mara Vittoria Colosimi
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[1] Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte (1930); Saverio Strati, Tibi e Tascia (1959). 
[2] Vincenzo Ursini, La Ritornanza, Nuova Accademia dei Bronzi, 2026.

domenica 25 ottobre 2026

Laboratorio di scrittura: “FERMARSI È DETERMINANTE” ( di Annalisa Insardà)

     Sarebbe mportante capire il momento in cui la corsa si interrompe. Non perché lo abbiamo deciso, magari perché una malattia ci costringe a letto, una delusione ci lascia senza parole o semplicemente perché una sera, per caso, il telefono resta spento e il silenzio entra in casa. 
     Allora arrivano le domande che durante il giorno non abbiamo il tempo o il coraggio di ascoltare: chi sono, davvero? Questa vita che sto vivendo è mia? Perché mi somiglio così poco a ciò che sentivo di essere? 
     Annalisa Insardà scrive proprio di questo: della difficoltà, quasi proibitiva, di fermarsi. Di guardarsi dentro senza scappare. Di accettare che, sotto le abitudini, i ruoli e le maschere che indossiamo per andare avanti, ci sia ancora qualcuno che aspetta di essere riconosciuto. 
    Le sue parole non predicano, non danno lezioni. Parlano come parla chi ha provato sulla propria pelle il peso del silenzio e la fatica di restare soli con se stessi. Con il loro retroterra di evidenti studi classici ci riportano anche per un attimo al senso dell”otium” latino. E alla fine ci ricordano una verità semplice, che continuiamo a rimandare: non conosciamo chi siamo perché non ci fermiamo mai. Perché non ci cerchiamo mai. (Bruno Demasi) 
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     Fermarsi è determinante. Di qualunque cosa si parli. Di lavoro, di vacanze, di litigi, di camminate, di condivisione costante di cose, case, strade e vite.

     La nostra solitudine innata precede la socialità nella quale veniamo abbeverati sin dal primo vagito. È quindi necessario fermarsi e restare soli. Per capire, per capirsi, per metabolizzare un lutto, per metabolizzare una grazia ricevuta. Fermarsi prepara ad un profondo incontro, quello con noi stessi. Un incontro, per quanto apparentemente scontato, raro. Stare con sé è di una fatica immane, ché non conoscendoci, viviamo lo stesso imbarazzo del breve lunghissimo viaggio con un estraneo dentro un ascensore. E’ esattamente questo il rapporto che abbiamo col nostro sé.

     E questo probabilmente perché fermarsi, e stare, presuppone un confronto tra il nostro vero sé, e l’”io” che siamo diventati.

     Quanto terrore c’è nel silenzio, nello spegnere il cellulare, prendere un libro o semplicemente fermarsi a guardare il mare?! Perché non ci vogliamo affrontare?! Quanto siamo veramente consapevoli di quello che facciamo alla nostra anima se quando è il momento di andarci a rapporto, ci ammutiniamo per non essere scoperti?! E quanto salvifico sarebbe essere scoperti, ché questo equivarrebbe a scrostare ogni sovrastruttura rappresa per ripulirci dal futile, facendoci concentrare sulla nostra missione in questo mondo. E quale fascinazione subiamo per cedere alla finta necessità di un rendimento sociale standard, piuttosto che perdersi ognuno, liberamente, in una vocazione propria e non indotta?! Perché assumiamo la missione altrui come nostra, cosa ci spinge a simulare, voler somigliare a qualcuno, voler essere qualcosa di diverso da ciò che siamo?!

     Perché non ci stiamo bene, non ci vogliamo bene, non ci discipliniamo abbastanza, non ci perdoniamo abbastanza?! In queste domande c’è un cruccio: è necessario condurre una vita che non ci riguarda, assecondando le richieste sociali, piuttosto che ribellarsi a paradigmi imposti? E quando ci si può svegliare e capire che siamo in una vita che non ci appartiene?

     Le bugie agli altri non costano molto, ma le bugie a se stessi fanno implodere il naturale fluire della vita, creando macerie su macerie ed esseri umani sempre più bisognosi di aiuto, ma talmente pieni di sé (di “io”) da non riconoscerlo, fino a soffocare dentro la propria autocelebrazione.

     L’ego reso ipertrofico da modelli comportamentali e performanti cresce a dismisura e ci impone tutto, dai gusti al pensiero di massa, dalla volontà ad un generale livellamento qualitativo. Che noi non si sia questo qualcuno lo sa. Qualcuno lo dice rimanendo inascoltato. Qualcuno lo suggerisce sempre: fermatevi, fermiamoci. Ma noi si ha paura di noi. Del confronto con noi. E rimaniamo i più crudeli assassini del nostro potenziale umano, che se assecondato fino in fondo ci renderebbe felici. Ci renderebbe unici e non lo stampo plastificato gli uni degli altri. Ma noi non vogliamo essere felici. Vogliamo solo pretenderlo. E vogliamo poterci lamentare per le ipotetiche colpe altrui. E non sappiamo chi siamo, perché non ci fermiamo mai, perché non ci cerchiamo mai".
Annalisa Insardà

venerdì 23 ottobre 2026

IL FILOSOFO DI RADICENA ANTONIO RAFFAELE RENDA E LA SUA PARABOLA DAL SINDACALISMO RIVOLUZIONARIO AL FASCISMO ( di Bruno Demasi)


    Una domanda accompagna, come un’ombra, la biografia di Antonio Raffaele Renda: come può un intellettuale nato nel profondo della Calabria, cresciuto nel socialismo e convinto che la giustizia si conquistasse organizzando i lavoratori, finire per offrire il proprio nome a un regime che aveva schiacciato proprio quelle libertà? La risposta non è semplice, e forse non lo sarà mai del tutto. Ma proprio per questo la figura di Renda merita di essere raccontata senza indulgenze e senza condanne facili.

     Nato a Radicena, l’odierna Taurianova, il 28 settembre 1875, Renda morì a Roma il 17 aprile 1959. Fu filosofo, giornalista, docente, meridionalista e sindacalista rivoluzionario; fu anche, negli anni Trenta, un collaboratore della cultura fascista.¹ La sua vicenda è quella di un uomo che seppe vedere con lucidità le ferite del Mezzogiorno, ma che alla fine scelse la via dello Stato forte e dell’illusione che la forza potesse diventare riforma.

     Era venuto al mondo in una famiglia di lavoratori: il padre, Alfonso Maria, era pasticcere; la madre, Filomena Carolina Rechichi, sarta.² Non nacque, dunque, tra le comodità della borghesia terriera che tanto avrebbe criticato. Frequentò le elementari a Radicena e il liceo a Catanzaro, per poi iscriversi al Partito Socialista nel 1895 e laurearsi in Lettere e Filosofia a Messina tre anni dopo.³

     Era un giovane della periferia italiana che aveva fatto propri i libri, le riviste e le battaglie del suo tempo. A soli ventiquattro anni fondò e diresse «Il Pensiero contemporaneo», una rivista dedicata ad arte e scienze sociali che promosse un’inchiesta sulla questione meridionale. Vi parteciparono, tra gli altri, Gaetano Salvemini e Cesare Lombroso.⁴ Questo dato, da solo, dice molto. Renda non fu un provincialе che guardava Roma e Torino dall’esterno: entrò fin da giovane nel cuore del dibattito culturale nazionale. E lo fece partendo da un luogo,la piana di Gioia Tauro, dove la povertà, il latifondo e l’emigrazione non erano temi da convegno, ma la materia stessa della vita quotidiana.

Il sindacalismo come speranza di riscatto

   La sua conversione al sindacalismo rivoluzionario non fu un atteggiamento intellettuale. Per Renda, il socialismo parlamentare sembrava troppo lento, troppo legato alle logiche elettorali e troppo incapace di scalfire le strutture del potere nel Sud. Il sindacato, invece, poteva diventare lo strumento concreto con cui i lavoratori imparavano a contare, a organizzarsi, a resistere.⁵

     Come docente di filosofia, prima ad Aosta e poi a Campobasso, Renda trasformò la cattedra in tribuna. Le autorità molisane chiesero più volte il suo trasferimento, senza riuscirci. Nel 1900, durante un comizio a Gioiosa Jonica, fu arrestato con l’accusa di associazione a delinquere e istigazione alla disobbedienza delle leggi; fu però assolto.⁶

     In quegli anni pubblicò La Questione meridionale (1900), il libro che resta il testo più significativo della sua stagione giovanile. Renda non si limitava a descrivere il ritardo del Sud: indicava nella lotta di classe e nell’organizzazione sindacale una possibile via d’uscita. Era una lettura radicale, ma anche profondamente meridionale, perché partiva dall’esperienza di chi viveva la questione meridionale sulla propria pelle.⁷ 
 
   Poi venne il 1914. E con la guerra venne anche la frattura. Renda abbracciò l’interventismo, in linea con molti ex sindacalisti rivoluzionari e con amici e conterranei come Francesco Arcà, Paolo Mantica, Agostino Lanzillo e Michele Bianchi.⁸ Non partì per il fronte, ma la scelta politica gli costò caro: lo isolò dal movimento sindacalista e lo allontanò definitivamente dalla lotta politica attiva. Si rifugiò allora negli studi, nella psicologia sociale, nella filosofia. Nel 1914 ottenne la cattedra di filosofia presso l’Istituto Superiore del Magistero di Napoli, dove insegnò fino al 1927.⁹

  Fu un ripiegamento, ma anche un sintomo. Quell’intellettuale che aveva creduto nella rivoluzione dal basso cominciava a cercare altrove la risposta ai problemi dell’Italia. E quando il fascismo prese il potere, trovò la porta aperta.

La virata politica e ideologica

     Qui la biografia di Renda si fa difficile, e va raccontata per ciò che è: una scelta sbagliata, con conseguenze morali gravi.

     Dopo la guerra, ormai critico verso il Partito Socialista e lontano dalle idee rivoluzionarie, Renda si avvicinò al fascismo anche grazie alla mediazione di Lanzillo e Bianchi. La sua adesione fu motivata come una scelta «idealistica»: vedeva nel nuovo movimento una forza di rinnovamento capace di superare l’immobilismo dello Stato liberale.¹⁰

    Collaborò a riviste del regime come «Polemica», «L’Ordine fascista», «La Stirpe di Roma» e «Critica fascista». Nel 1932 dovette prendere la tessera del Partito fascista.¹¹

     Non si tratta di un dettaglio biografico: è il punto di rottura. Un uomo che aveva dedicato la giovinezza alla causa dei lavoratori finì per prestare il proprio prestigio intellettuale a un regime che aveva distrutto le libertà sindacali, represso il movimento operaio e ridotto il sindacato a strumento dello Stato. La parola «idealistica», usata per giustificare la scelta, suona oggi come una palese autoinganno. Non si può chiamare idealismo la collaborazione con un regime totalitario, per quanto si cerchi di vestirla di filosofia.

Un’eredità da leggere senza sconti

     E tuttavia, accanto a questa ombra, c’è anche l’altro Renda: il filosofo serio, l’uomo di cultura che seppe costruire un percorso intellettuale autonomo. Influenzato dall’incontro con Franz Brentano, avvenuto a Firenze nel 1911, Renda sviluppò una riflessione centrata su Kant, psicologia e religione. Propose una lettura del criticismo kantiano in senso etico-religioso, opponendosi all’idealismo di Croce e Gentile.¹² Tra le sue opere principali figurano La dissociazione psicologica (1905), Le passioni (1906), L’oblio (1911), Stato e classi (1925) e Conoscenza e moralità in Kant (1944).¹³

     Insegnò a Messina fino al 1930, poi a Palermo, dove mantenne la cattedra fino al 1950 e proseguì l’attività accademica come professore emerito fino al 1953.¹⁴ Morì a Roma nel 1959. Nel testamento lasciò al comune di Taurianova il proprio archivio, i libri e un busto bronzeo di Socrate, arricchendo la Biblioteca comunale che oggi porta il suo nome.¹⁵

      La storia di Antonio Raffaele Renda non è la storia di un eroe, ma nemmeno quella di un semplice opportunista. È la storia di un intellettuale che seppe vedere il proprio tempo con lucidità, ma che quando arrivò il momento di scegliere non fu all’altezza delle proprie idee.

     Per chi scrive oggi dalla e della Calabria, la sua figura ha un valore particolare. Ci ricorda che l’intelligenza, da sola, non basta. Che si può analizzare bene il mondo e poi sbagliare completamente la strada. E che la vera misura di un intellettuale non sta nei libri che scrive, ma nelle scelte che fa quando la storia chiede di prendere posizione. Renda sbagliò. E l’errore va sempre espresso con chiarezza, senza attenuanti. Ma va anche detto che prima di sbagliare, aveva visto cose che molti altri non vedevano. E forse è proprio questa contraddizione - tra la lucidità dell’analisi e la cecità della scelta - a renderlo ancora oggi una figura che merita senz’altro di essere raccontata.

Bruno Demasi

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1.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce «Renda, Antonio Raffaele», in Dizionario biografico, disponibile su icsaicstoria.it.
2.Ivi.
3.Ivi.
4.Ivi.
5.Ivi.
6.Ivi.
7.A. R. Renda, La Questione meridionale, Roma, Sandron, 1900.
8.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.
9.Ivi.
10.Ivi.
11.Ivi.
12.Treccani, voce «Renda, Antonio», in Enciclopedia on line e Dizionario di filosofia.
13.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.
14.Università di Palermo, Digital Library, scheda biografica su Antonio Renda (1875-1959).
15.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.

mercoledì 21 ottobre 2026

LO STRAORDINARIO IMPEGNO CULTURALE, ECCLESIALE E CIVILE IN CALABRIA DI MARIA MARIOTTI (di Bruno Demasi)


  Maria Mariotti ha percorso quasi un secolo di storia calabrese, lasciando un'impronta tutt'altro che effimera. Insegnante, consigliera comunale, storica, animatrice del movimento cattolico. Ma chi cerchi in queste etichette la spiegazione della sua vita si ferma a metà strada: lei non ha separato mai la fede dalla responsabilità civile, né la cultura dal bisogno concreto delle persone. Ha studiato la Chiesa per capire la propria terra e creduto fino alla fine che la cultura potesse cambiare la vita delle persone.

     Nacque a Reggio Calabria il 18 maggio 1915, pochi giorni prima che l’Italia entrasse in guerra. La famiglia era agiata e legata ai Tripepi-Mariotti. La città, allora, era ancora una provincia lontana dai grandi centri culturali del Paese: povera forse di occasioni ma ricca di memorie e di contraddizioni.¹ Studiò a Reggio. In parallelo coltivò la musica e conseguì il diploma di pianoforte al Conservatorio di Napoli. Una giovane donna colta dunque, sensibile, abituata a muoversi tra libri, note e responsabilità familiari. Poi arrivò il lutto: prima il padre; poco dopo, la sorella Blandina. Per un periodo dovette interrompere gli studi.²

     Non si arrese. Riprese il cammino e si laureò in filosofia teoretica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con una tesi su Kant. Una scelta tutt’altro che scontata. Non cercava la comodità di una carriera facile: cercava la severità di una formazione filosofica, in un’università che all’epoca era anche un laboratorio di cultura cattolica.³

     Tornò in Calabria su richiesta dell’arcivescovo Enrico Montalbetti. Iniziò a insegnare filosofia negli istituti statali, poi nella Scuola di Servizio Sociale e nell’Istituto di Scienze Religiose. Per decenni formò generazioni di studenti e di laici cattolici. Trasmetteva nozioni, certo. Ma soprattutto un metodo: guardare la realtà senza reticenze, interrogarla, cercare di comprenderla fino in fondo.⁴

Chi la ricorda parla di una donna rigorosa, esigente. Capace, però, di un’attenzione concreta per le persone. Non era l’intellettuale chiusa nello studio. Frequentava le aule, le parrocchie, le associazioni, le famiglie, i comuni più piccoli della provincia. Per lei la cultura non era un privilegio da custodire: era uno strumento da mettere a servizio degli altri.⁵

     Negli ultimi anni della sua vita entrò nell’Ordo Virginum diocesano. Lei stessa considerò quella scelta la piena realizzazione della propria vocazione: una forma matura e libera di appartenenza alla Chiesa e alla città.⁶

La prima donna in Consiglio comunale

       Nel 1945, insieme a Maria Cappelleri, fondò a Reggio Calabria il Centro Italiano Femminile. Fu tra le socie fondatrici della sezione provinciale. Le fu affidata la commissione civico-sociale e fu lei a elaborare le linee programmatiche dell’associazione, orientandola verso l’educazione civica e politica delle donne, con particolare attenzione a quelle popolari, spesso escluse dalle associazioni.⁷

      Fu eletta alle comunali del 7 aprile 1946 e divenne la prima donna consigliera comunale di Reggio Calabria, nelle file della Democrazia Cristiana. Alle politiche del 2 giugno 1946 ottenne circa 18.000 preferenze. Non bastò: si fermò a pochi voti dalla soglia delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente.⁸ Nel CIF promosse le cosiddette “inchieste d’ambiente”: indagini sulle condizioni di vita delle famiglie e dei comuni della provincia, utili a orientare interventi concreti — asili, scuole serali, centri di formazione, assistenza ai minori costretti al lavoro nei campi. La sua idea era chiara: l’emancipazione femminile doveva passare da una presenza diffusa e formata delle donne nella vita pubblica, non da presenze isolate nelle istituzioni.⁹

La storica della Chiesa calabrese

    La sua opera storiografica si concentrò sulla storia religiosa della Calabria e del Mezzogiorno, dal Concilio di Trento all’età contemporanea. Studiò i rapporti tra vescovi, laici, istituzioni ecclesiastiche e una società segnata da povertà, perifericità, emigrazione e arretratezza.¹⁰

     Tra i suoi contributi principali:
  • Apostolicità e missione nella Chiesa particolare (Roma, 1965), studio teologico sulla Chiesa locale.¹¹
  • Forme di collaborazione tra vescovi e laici in Calabria negli ultimi cento anni (1868-1968) (Padova, 1969), la sua ricerca più importante sulle relazioni tra gerarchia ecclesiastica e laicato.¹²
  • Problemi di lingua e di cultura nell’azione pastorale dei vescovi calabresi in età moderna (Messina, 1980).¹³
  • Istituzioni e vita della Chiesa nella Calabria moderna e contemporanea (Caltanissetta-Roma, 1994).¹⁴
     Scrisse inoltre il saggio “Movimento cattolico e mondo religioso calabrese”, pubblicato sulla rivista Civitas nel 1956, e circa venti voci per il Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, dedicate a ecclesiastici e laici calabresi. Una miscellanea in suo onore, Chiesa e società nel Mezzogiorno (Rubbettino, 1997-1998), elenca oltre 110 suoi scritti.¹⁵

     Fu presidente della Deputazione di Storia Patria per la Calabria per circa vent’anni — altre fonti parlano di circa trent’anni — e direttore della Rivista storica calabrese, della quale divenne poi direttore onorario. Fu anche a capo del Comitato permanente per gli incontri di studi bizantini.¹⁶

     Il suo merito storiografico più duraturo fu aver costruito una rete di ricercatori, sacerdoti e laici dedicata alla storia religiosa calabrese. Estese l’indagine oltre Reggio. Assicurò la continuità dopo la sua opera. La sua metodologia valorizzava fonti episcopali, esperienze periferiche, figure minori e realtà associative apparentemente modeste, in linea con gli studi di Gabriel Le Bras, Giuseppe De Luca e Gabriele De Rosa.¹⁷

Movimento cattolico e rinnovamento ecclesiale

     Fu una protagonista dell’associazionismo cattolico: Gioventù Femminile di Azione Cattolica — di cui divenne presto presidente diocesana — FUCI, Movimento Laureati di Azione Cattolica e poi MEIC. A Milano presiedette il gruppo universitario della FUCI, favorendo l’integrazione con la Gioventù Femminile e con l’Università Cattolica.¹⁸

  Dopo il Concilio Vaticano II sostenne con convinzione la corresponsabilità dei laici, il dialogo ecumenico e interreligioso e la rinascita del diaconato permanente. Collaborò con don Alberto Altana e la Comunità del diaconato in Italia, scrivendo sulla rivista Il diaconato in Italia; nel 1973 pubblicò “Ministeri e carismi nella comunione ecclesiale”. Le sue riflessioni anticiparono le prime ordinazioni diaconali nella diocesi di Reggio Calabria, avvenute nel 1992.¹⁹

    Donò il terreno su cui fu costruito il Centro diurno polivalente per disabili “Tripepi-Mariotti”, intitolato ai suoi genitori. Si occupò inoltre del riordino e dell’ampliamento della Biblioteca Arcivescovile mons. Antonio Lanza, promuovendo una biblioteca ricca di Bibbie, concordanze, Padri della Chiesa, dizionari e commentari, in vista di un più largo accesso alla Scrittura dopo il Concilio.²⁰

       Preparò anche la documentazione per la causa di beatificazione di mons. Enrico Montalbetti, del quale era stata stretta collaboratrice.²¹

     Maria Mariotti va letta come una grande e lucida testimone del Novecento. Cattolica convinta, ma non integralista. Studiosa rigorosa, ma attenta alla vita concreta delle comunità. Donna di cultura che unì fede, ricerca storica, impegno politico e carità. La sua eredità sta nell’aver collegato la storia della Chiesa calabrese alla storia sociale del Mezzogiorno e nell’aver aperto alla storia pubblica uno spazio duraturo per le donne, i laici e le periferie.²² 
Bruno Demasi
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1.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, in Dizionario biografico dell’antifascismo e della Resistenza calabrese, ICSAIC.
2.Franca Minuto Peri in Avvenire di Calabria, “Maria Mariotti, la Chiesa nel cuore”, 24 gennaio 2023.
3.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC
4.F. Minuto Peri, “Una vera ricchezza per i suoi Vescovi”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023
5.G. Ferrara, “In casa e in politica: la donna sia ovunque lievito”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
6.L’ingresso nell’Ordo Virginum diocesano e il significato che la stessa Mariotti attribuì a questa scelta sono ricordati da F. Minuto Peri, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
7.G. Ferrara, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023; cfr. anche G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC.
8.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC; cfr. anche ICSAIC, “Mariotti e Gencarelli: due donne calabresi verso la Costituente”, 2019.
9.G. Ferrara, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
10.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC.
11.Apostolicità e missione nella Chiesa particolare, Roma, Editrice Studium, 1965.
12.Forme di collaborazione tra vescovi e laici in Calabria negli ultimi cento anni (1868-1968), Padova, Antenore, 1969, collana Italia Sacra.
13.Problemi di lingua e di cultura nell’azione pastorale dei vescovi calabresi in età moderna, Messina, La Goliardica, 1980.
14.Istituzioni e vita della Chiesa nella Calabria moderna e contemporanea, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 1994.
15.A. Denisi, “Maria Mariotti, la Chiesa nel cuore”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
16.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC,
17.A. Denisi, “Maria Mariotti, la Chiesa nel cuore”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
18.G. Federico, voce “Mariotti, Maria”, ICSAIC.
19.E. Petrolino, “Diaconia e Chiesa locale: un apostolato fecondo”, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
20.F. Minuto Peri, Avvenire di Calabria, 24 gennaio 2023.
21.Ibidem.
22.V. A. Tucci, “Il movimento cattolico calabrese nel Novecento: un bilancio”, Rivista calabrese di storia del ’900, 2, 2013, pp. 40-57; cfr. inoltre A. Denisi, “In memoriam. Maria Mariotti, da laica fedele e adulta nella Chiesa e nella Società”, Rivista storica calabrese, n.s. XXXIX, 2018, pp. 271-273.

 

lunedì 19 ottobre 2026

LA GRANDE VICENDA ECCLESIALE E CULTURALE DI MONS. GIUSEPPE PIGNATARO E LA BIOBIBLIOGRAFIA COMPLETA (di Rocco Liberti)

      Oggi, almeno cronologicamente, si apre per Oppido Mamertina un percorso di commemorazione dedicato al canonico Giuseppe Pignataro, una delle figure più alte e luminose che questo paese abbia mai dato alla cultura calabrese. Scomparso il 18 ottobre 1987, egli entra oggi nel quarantennale della morte: un anniversario che culminerà il 18 ottobre 2027 e che auspichiamo possa trovare, almeno in questo anno, nella sua Oppido l’attenzione e il riconoscimento che la sua vita e la sua opera meritano.

     Mons.Pignataro non fu soltanto un sacerdote, un docente e un canonico: fu un uomo che trasformò l’amore per la propria terra in ricerca, metodo e memoria. Visse e operò instancabilmente nel glorioso seminario vescovile locale , dove insegnò a lungo e formò generazioni di giovani, lasciando in ciascuno il segno di una cultura rigorosa, generosa e profondamente umana. Fu soprattutto uno studioso straordinario. Con pazienza di archivista e passione di figlio della sua terra, in anni difficili e con pochi mezzi, riportò alla luce le radici storiche, religiose e civili di Oppido e di tanta Calabria antica. Non si accontentò delle tradizioni ricevute: cercò fonti, indagò archivi, confrontò testimonianze e restituì alla comunità un’immagine più vera e più nobile del proprio passato. I suoi Appunti di storia calabrese, restano una tappa fondamentale di quel lavoro di ricostruzione storica condotto con serietà scientifica e fedeltà al territorio.

     La sua casa e il suo studio divennero un punto di riferimento per studiosi di fama nazionale e internazionale: da Gerhard Rohlfs a Luigi Lombardi Satriani, da Augusto Placanica ad Antonio Piromalli e a una schiera nutritissima di intellettuali, studiosi e ricercatori che trovarono in lui un maestro e un custode insostituibile della memoria calabrese.

     Il canonico Pignataro è una di quelle figure che non cercarono onori, ma lasciarono onore alla comunità che li vide nascere. Fu un maestro nel senso pieno della parola, un ricercatore di rara levatura, un fedele servitore della sua Chiesa e un custode appassionato della memoria di Oppido Mamertina, senza contare il contributo notevolissimo da lui dato alla nascita e alla diffusione di gloriose riviste storiche come “Albori” dei fratelli De Cristo di Cittanova e “Historica” del grande Domenico De Giorgio.

      A quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, la sua figura appare oggi più grande che mai. In un tempo in cui le radici rischiano di dissolversi e la memoria locale viene spesso ridotta a retorica o a esibizione, Pignataro ci ricorda che amare il proprio paese significa anche studiarlo, comprenderlo, documentarlo e tramandarlo. Sia questo il miglior omaggio che Oppido Mamertina possa rendergli: riprendere in mano la sua eredità e farne luce per il futuro.

Per aprire idealmente questo percorso di ricordo e di commemorazione, mi onoro oggi di proporre qui la sua biobibliografia completa, curata in modo meticoloso e affettuoso da Rocco Liberti (*), perché la memoria di un uomo come il canonico Pignataro non deve restare chiusa negli archivi: va riletta, diffusa e consegnata alle nuove generazioni. (Bruno Demasi)
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   Mons. Giuseppe Pignataro, una delle intelligenze più vive espresse da Oppido Mamertina in questo secolo, si è spento il 18 ottobre 1987 al suo paese natale lasciando tangibile memoria di un impegno profuso soprattutto nel settore della ricerca storiografica locale. Nato il 3 novembre 1901 da Filippo e da Zoiti Antonina, andò a scuola piuttosto tardi chè nei primi anni, come usava in certi ambiti, perse tempo prezioso ad imparare il mestiere di calzolaio nella bottega di mastro Luigi Bonarrigo. Nell'anno scolastico 1916-17 stava completando la sesta classe del corso elementare col maestro Giuseppe Scarcella quando, come venne scritto sul registro, Abbandonò la scuola perché chiuso nel locale Seminario (1). Espletati gli studi ginnasiali e liceali nel collegio oppidese, si portò al Seminario Pio X di Catanzaro, donde uscì preparato a ricevere il sacramento che ne avrebbe fatto un ministro di Dio. Simpatica e toccante e, nel contempo, parecchio indicativa dello stile letterario del futuro scrittore, saldamente ancorato al classico periodare latino e ricco di una verve poetica connaturale e invitante ad una piacevole lettura, la lettera, che, giovanissimo, faceva tenere al suo vescovo, mons.Galati, il 27 novembre 1923 da Catanzaro, probabilmente alla vigilia del conseguimento degli ordini minori. Di seguito l'interessante missiva, che rivela in pieno il felice stato di grazia raggiunto da chi aveva intrapreso con grande aspettativa un cammino prescelto, ma che in certo modo sembrava frenato da qualche esitanza del presule o da lentezza nella procedura, se non proprio da una malattia che lo aveva fatto penare intorno a quell'epoca:
 
Eccellenza, 
C'è qui una scheda che io ho riempito così; tra una lacrima e un sospiro. La notte scorsa non ho potuto chiudere un occhio, come se il mio capo non avesse un guanciale ove poggiarsi. Eppure lo spirito si preparava a porre le fondamenta del suo castello! 
Ella comprenderà: è il primo gradino all'ascesi trionfale. Il mio cuore sconfina in un senso soave, per accogliere un infinito. Io non so, io non so più. Tra fibra e fibra scorrere mi sento il brivido dei piani al ridestarsi primaverile. Ora le domanderei se ella avesse cosa in contrario al pio cominciamento! No! ... ed alloraMa veda lei, ma veda lei ... 
Non altro che la mia fidanza intera nel suo paterno volere. 
Le bacio il S. A. 
Dev.mo in X° 
Sem. Pignataro Giuseppe


     In effetti, ancora prima il seminarista Pignataro era incappato in una depressione piuttosto seria. Ecco come il rettore d. Francesco Mennini, ne scriveva premurosamente all’Ordinario di Oppido il 23 maggio:

Mi son dovuto decidere a mandare per qualche giorno in famiglia Pignataro, perché mi dava segni un po’ preoccupanti di prostrazione nervosa. Fare una cura qui sarebbe stato inutile, perché gli è necessario riposo assoluto, distrarsi, e non pensare assolutamente allo studio. Spero che riprenderà in breve le sue forze (2). 
 
     D. Giuseppe fu ordinato il 12 settembre del 1926, ma già da parecchio le sue peculiari doti risultavano abbastanza conosciute e apprezzate. Difatti, nel comunicare la fausta notizia ai lettori, il periodico Albòri, che lo annoverava tra i collaboratori, lo presentava provvisto di brillante coltura, massimenelle discipline letterarie e storiche, quale gentile poeta e rivolto a studi di storialocale con raccolto fervore (3).

    Dopo aver superato l'importante traguardo, il neo sacerdote venne presto incaricato dell’insegnamento in Seminario, dove in successione di tempi ricoprirà anche il ruolo di preside. Quindi, intraprese ad ascendere la scala gerarchica dei benefici capitolari fino a raggiungere la vetta quale canonico arcidiacono. Per le due attività gli rimasero appiccicati come etichette i due titoli antonomastici di professore e di canonico, con cui fu solitamente chiamato sia da coloro ch’erano poi divenuti suoi confratelli che dai professionisti laici, i quali, anche se avevano percorso altre vie, erano stati pur sempre istradati da lui privatamente. Tra gli altri incarichi assunti prevale quello direttore della chiesa filiale di S. Giuseppe, dove officiò per parecchi anni.

     Formatosi in buona sostanza a quel cenacolo letterario, che negli anni ’20 e ‘30 agiva tra Oppido e Cittanova ed aveva quali punti di forza i fratelli De Cristo, prese viva parte a molte iniziative offrendo una fattiva collaborazione. La sua attività di ricercatore lo fece entrare poi in rapporti con qualificati rappresentanti della cultura, come il tedesco Gerhard Rohlfs, Alfonso Frangipane, Raffaele Corso, Alessandro Monteleone, Raffaele Lombardi Satriani, i vari Sovrintendenti alle Antichità P. E. Arias, Alfonso De Franciscis e Giuseppe Foti, tanto per citarne alcuni, che gli concessero la loro amicizia e stima. Nel 1933 e 1936, dopo aver studiato con impegno presso I’ Archivio Segreto Vaticano i trascorsi plurisecolari della sua Oppido,diede alle stampe i primi rilevanti saggi delle sue ottime possibilità, dei lavori condotti con particolare serietà scientifica, i due opuscoli Appunti di storia calabrese, che avrebbero fatto dire all’Orsi di trovarsi di fronte ad uno scritto notevole. In
verità, entrambe le fatiche, condotte con rigoroso metodo in documentazioni del tutto inesplorate, apportarono nuova e più completa luce all’iter storico di una cittadina fino a quel tempo proposto in modo poco chiaro e sorretto soltanto da fonti di scarso credito o da opere inficiate da tutta una serie di plagi e nelle quali gli autori avevano fatto a gara a copiarsi l’un l’altro.

     Per i meriti acquisiti sul campo fu nominato Ispettore Onorario alle Antichità e Belle Arti e Deputato di Storia Patria per la Calabria. Negli anni ‘50, in seguito all'istituzione in Palmi di un Museo del Folklore, cui consegnò alcuni pezzi di un certo valore, costituì a Oppido l'Associazione Amici del Folklore, che indisse una riuscita serie di applaudite conferenze su temi di carattere etnografico tenute da giovani universitari che oggi sono tutti stimati professionisti.

     Il canonico Pignataro s‘interessò variamente di poesia, folkore e storia calabrese in generale con serietà d'intenti, ma gli argomenti preferiti furono le vicende riguardanti Oppido, Gerace e Polsi, luoghi altamente significanti nella cultura religiosa della provincia reggina, ai quali consacrò trattazioni di particolare rilievo, che furono ospitate in gran parte da Historica, la rivista dell'amico e conterraneo Prof. De Giorgio, cui diceva sempre di voler riservare i lavori ritenuti più interessanti e da Brutium. Ma, pur avendo prodotto tanta messe, egli non riuscì o non volle portare a termine un’opera organica che si occupasse per intero della storia di Oppido vecchia e nuova per come ci si attendeva e per come gli annunci frequenti di un’imminenteedizione di essa facevano presagire. Ora purtroppo, avvenuto l'inevitabile, non resta che confidare negli eredi e far voti che quanto non è stato possibile materializzare nel corso di una lunga esistenza, venga finalmente offerto all'attenzione di cittadini e studiosi almeno come opera postuma, al fine di dare un più giusto merito a chi dedicò tutta la vita allo studio.

     Questo il testo di un manifesto con cui l’Amministrazione Comunale oppidese volle commemorare la figura di mons. Pignataro:

Dell'Illustre Estinto ricorda dolente alla Cittadinanza che fu letterato dalla fervida mente e dalla vasta cultura. Appassionato cultore di storia patria fu studioso attento e felice scrittore. Amò la sua terra. Diede lustro alla sua gente e profuse sapere a generazioni di giovani che restano perennemente riconoscenti alla sua opera educatrice. Con diligenti ricerche e scritti originali validamente contribuì a dare testimonianza  ai fasti della sua Città e alle sue remotissime origini.

Bibliografia completa

La lauda dell'olivo, poesia in “Albòri” a. 1926, nn.15-16;
Di alcuni laterizi rinvenuti nel contado di Oppido Mamertina, ivi, nn.17-18;
Francesco d’ Assisi e l ‘amore delle sue creature, ivi, nn. 22-23;
Frate Francesco, ivi n. 39, p. 3;
Edicola, poesia in “Fede ne Civiltà”, a. I-1926 (3a s.), n. 40, p. 3;
Mistici calabresi, “Albòri”, a. 1927, n. 7;
Refugium peccatorum ora pro nobis! poesia, ivi, n. 10; poesia, ivi, nn. 14-15;
Aurora, poesia, ivi, n. 16;
Raccoglimento, poesia, ivi, nn.18-19; 
Ninna nanna, poesia,ivi, nn.22-23;
Paesaggi della Piana, poesia, “La coltura regionale”, a. 1928, n.9;
Villa Abbandonata, poesia, a. 1930, nn. 2-3; 
Meditazione, ivi, n.4; 
Appunti di storia calabrese (Un documento del 1188-L’origine della sede vescovile- Uno sguardo alla cronotassi dei vescovi), Terranova S. M. 1933, Tip. SS. Crocifisso,pp. 14+note; 
Appunti di storia calabrese - II (La cronotassi dei vescovi – Il rito greco – La congrega del SS -Le relationes del Perrimezzi -I diaconi selvatici -Il monastero della Purificazione - Il palazzo vescovile-Il seminario diocesano-La cattedrale-Il banco del maestrato-La chiesa di Bagnara), Terranova S. M. 1936, pp. 25+note; 
Divinazione idrica in Calabria,” Folklore della Calabria”, a. 1956, nn. 2-3; 
Culto e storia di S. Fantino Confessore Patrono di Lubrichi, Reggio Cal. 1958, Tip. Leo, pp-32; 
Iscrizione ebraica di Oppido Mamertina, “Historica”, a. 1959, n. 6; 
Un Vescovo di Calabria nel secolo XV-Athanasio Chalkèopoulos, “L'Avvenire di Calabria”, a. 1959, nn. 29-30; 
Il “Liber Visitationis” di Athanasio Chalkèopoulos, ivi, n. 31 (i due articoli sul Calceopilo hanno visto la luce anche su “Parole di vita”, a. 1959, nn. 25-26-27); 
Il monastero di San Bartolomeo di Trigona, a. 1959 c.;
Carte vecchie e tempi nuovi in Oppido Mamertina (con pseudonimo Francesco S. DeMaistre), “La Voce della Piana”, a. 1960, n. 5; 
Nuove luci storiche su la Calabria e sul santuario di Polsi, “Brutium”, a. 1960, n. 5; 
Pietra e legno nei riti di Polsi, ivi, n. 6; 
Pietra e legno elementi della liturgìa che regola il primo pellegrinaggio a Polsi, “Il Giornale d'Italia”, 2-9-1960; . 
La Chiesa di S. Maria di Loreto in Filogaso e una bolla del 1523, “Historica”, a. 1961, nn.5-6; 
Il cardinale Bessarione Amministratore della Diocesi di Gerace, “La Voce di Calabria”, a.1963, n. 49 e in estratto presso Tip. Diaco, Oppido Mam.; 
Due lettere di Costantino Lascaris documenti per la storia culturale di Gerace, “Historica”, a. 1963, n.3; 
Bessarione e il monachesimo greco,( non si hanno notizie bibliografiche); 
Un vescovo di Gerace alla Corte di Cipro (1467-68) e un matrimonio mancato, “Historica”,a. 1964, n.1; 
Noterelle carbonare, ivi, a. 1965, nn. 2-3; 
Il dottor fisico Domenico Campanella di Stignano, “Brutium”, a. 1967, n. 3; 
Ex-voto di santuari di Calabria, “Historica”, a. 1967, nn. 4-5 ; 
Per una storia dell'Episcopato di Mons. Giuseppe Maria Perrimezzi in Oppido di Calabria (1714-1734), ivi, aa. 1968-69, nn. 4-1; 
Polsi verso la fine del secolo XVII, “Brutium”, a. 1970, nn. 1-3; “Historica”, a. 1971, n. 1; 
Monumenti bizantini-Lettera al prof. Domenico Minuto, “Brutium”, a. 1971, n. 2; 
I Greci di Papanicefore, “La Voce di Calabria”, a?, n.? ; 
Il Typicon di Bova, “La Voce di Calabria”, a.?, n.?; 
Per l'identificazione dei Santi Fantino…, “La Voce di Calabria”, a.?, n.?; 
Sant'Agata ovvero Oppido, “La Voce di Calabria”, a. 1972 e in estratto presso Tip. Diaco; 
Medma un'antica città greca dell'Italia Meridionale, “Brutium”, a. 1972, n. 2; 
Polsi resta ancora un mistero di combinazioni e d'interessi-altri documenti scoperti, ivi, a.1972, n.4; 
Il duca di Caivano, il vescovo di Oppido in Calabria e l'abolizione della Cassa Sacra,“Historica, a. 1973, n. 2; 
La vera storia del Santuario di Polsi,”Comunità”, a. 1974,n.2; 
Il cantiere di mons. Coppola, “Brutium”, a. 1974,n.4; 
Candido Zerbi e la “Cronistoria” di Oppido, “Mamertinon”, a. 1974, n. li i 
Settecento religioso in Calabria-Luci ed ombre-La pretesa autobiografia di P. Antonio dal’ Olivadi (1653-1720), “Historica”, a? 1974, nn. 1-2; 
La Certosa di Serra S. Bruno negli scritti di L. Palustre, “Calabria Turismo”, a. 1974, nn.19-20; 
Le campane di Radicena, “Comunità”, a. 1974, n. 15; 
La vecchiona, ivi, n. 17; 
L'occupazione militare francese, “Historica”, a. 1975, n.1; 
Per la croce di Polsi (in polemica con G. Gnolfo), “Brutium", a. 1975, nn. 2-3; 
Le campane e la fiera del 25 marzo, festa dell’Annunciazione a Oppido di Calabria,“Mamertinon”, a. 1975, n. 1; 
Il culto di Maria SS. Annunziata in Oppido di Calabria, Tip. Formica, Taurianova 1975,p. 60);
Giovanni Conia a Oppido di Calabria, “Historica”, a. 1975, n. 3;
Il barone Raffaele Lombardi Satriani, ivi, a. 1976, n. 1; 
Un popolano liberale, ivi, a. 1977,n. 2;
D. Candido Carbone di Pedavoli, a. 1977, n.3;
Un vecchio giornale calabrese, ivi,a. 1978, n.3;
Il museo del Folklore in Palmi, ivi, a.1978 , n.4; 
Il musicista Giuseppe Nunziato Muratori, i suoi parolieri e Giovanni Conia, ivi, a. 1979, n.3; 
Poesie calabre del canonico Conia, Tip. Marafioti, Polistena 1980, ed. reprint, con aggiunta dell'articolo apparso in “Historica” dell ‘anno 1975; 
Il culto delle Madonne nere e la Vergine nera di Semiinara, “Historica”, a. 1980, n. 1 e in ed. reprint, presso Tip. Diaco con pref. del vescovo Benigno L. Papa, a. 1986; 
Il monastero delle clarisse in Oppido,Tip. Villivà, Oppido M. 1981; pubblicato dalla Pro-Loco in occasione della manifestazione “Alla riscoperta di Oppido Vecchio” del 19 agosto 1981; 
1883: la crisi agraria, “Historica”, a. 1981,n.4; 
La chiesa di S.Maria di Popsis, “Brutium”, a.1981, n. 3; 
Per una storia del Santuario di Polsi-Lettera indirizzata al Re Ferdinando IV il 1° Aprile 1802 da mons. Vincenzo Barisani Vescovo di Gerace (1797-1806), ivi, n. 4; 
L'exequatur a Mons. Curcio, “Historica”, a. 1982, n. 4; 
Censure sopra il libro di Padre Mostro-inedito di Tommaso Campanella, ivi, a. 1983, n2; 
La chiesa della Madonna del Buon Consiglio e la Confraternita di S. Giuseppe in Oppido,Tip. Marafioti, Polistena 1985, pp. 23; 
La Divina Pastorella (precisazione) “Brutium”, a. 1985, n. 3; 
I Gesuiti a Oppido, “Historica” 1986, n. 1; 
Mons. Alessandro Tommasini, ivi, a. 1986, n. 2.
Rocco Liberti

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* Pubblicato in “Historica”, a. XL-1987, n. 4, pp.161-167 e in “Quaderni Mamertini” Momenti e figure della vecchia e della nuova Oppido,VI, n.45, novembre 2003, pp.35-39.
(1) Archivio Scuole Elementari Oppido Mamertina. 
(2) A.V.O. 
(3)”Albori”,a II – 1926, nn.17-18.