giovedì 9 aprile 2026

MARIO LA CAVA E LEONARDO SCIASCIA: UN DIALOGO EPISTOLARE CHE RACCONTA DUE SUD (di Bruno Demasi)


   Passando da Bovalino in un tardo pomeriggio di qualche tempo fa, mi è venuto spontaneo pensare che il mare sembrava una pagina di Mario La Cava: una superficie calma che nasconde correnti profonde, un luogo che sa parlare più di quanto non dica.  È in questo silenzio ionico che La Cava ha imparato  a guardare la gente, a misurare la distanza tra ciò che mostrano e ciò che tacciono. Con la stessa spontaneità ho ricordato che, a dispetto di qualche autrice di feuilleton siculi che stigmatizza una presunta mancanza di letteratura calabrese, dobbiamo proprio a  un siciliano il miglior riconoscimento dell'arte narrativa di questa terra: nel 1951, una lettera proveniente da Racalmuto  attraversa lo Stretto per raggiungere la Locride: due Sud si riconoscevano senza essersi mai incontrati. Da quel giorno, per quasi quarant’anni, Mario La Cava e Leonardo Sciascia avrebbero intrecciato una delle conversazioni più intense e rivelatrici del Novecento italiano.

    Nato a Bovalino nel 1908, La Cava appartiene a quella generazione di scrittori che hanno trasformato la provincia in un laboratorio civile ed etico. La sua narrativa — asciutta, essenziale, priva di compiacimenti — osserva la comunità come un organismo complesso, fatto di solidarietà e sospetti, dignità e ipocrisie, immobilismi e improvvise aperture.Nei suoi romanzi e racconti (La ragazza di Calabria, La melagrana, I misteri della Calabria, Le memorie del vecchio maresciallo), la Calabria non è mai sfondo: è una coscienza. Il paesaggio ionico, le case basse, le piazze, le famiglie, i silenzi: tutto diventa materia morale, interrogazione, misura.

   In La ragazza di Calabria, La Cava annota:«La gente del paese guardava e taceva, come se il silenzio fosse un modo per giudicare»¹.E in I misteri della Calabria: «In questa terra ogni gesto ha un’ombra, e ogni ombra una storia»².

    Il 3 maggio 1951, un giovane Sciascia — trent’anni, maestro elementare, già lettore vorace — scrive a La Cava per ammirazione. È un gesto semplice, quasi timido, ma decisivo: riconosce in lui un modello di scrittura limpida, rapida, essenziale. La Cava risponde con gratitudine e misura. Da quel momento, tra Racalmuto e Bovalino si apre un corridoio epistolare che durerà fino al 1988, pochi mesi prima della morte dello scrittore calabrese.  La raccolta Lettere dal centro del mondo descrive questo scambio come «una fitta conversazione che introduce il lettore nel pieno della vita culturale della seconda metà del Novecento»³. Nelle 362 lettere che compongono il carteggio, emergono temi che attraversano l’intero Novecento meridionale: la solitudine dello scrittore del Sud; il difficile rapporto con gli editori; la responsabilità morale della scrittura; la lettura critica della società italiana: poteri locali, ingiustizie, trasformazioni sociali; il confronto sui rispettivi testi.
    Il carteggio è un laboratorio di etica e di stile: due scrittori che si interrogano sul senso del loro mestiere, sulla funzione civile della parola, sulla possibilità di raccontare la verità senza tradirla perché condividono una stessa idea di letteratura: un atto di responsabilità. Eppure le loro poetiche divergono in modo fecondo: La Cava osserva la comunità dall’interno, con uno sguardo che potremmo definire etnografico: la provincia come teatro morale, il paesaggio come coscienza, la vita quotidiana come luogo di verità. Sciascia procede per illuminazioni razionali: la scrittura come indagine, la Sicilia come metafora dello Stato, la verità come esercizio di libertà.

    Nel dialogo epistolare, queste due prospettive non si annullano: si completano. Sciascia vede in La Cava un modello di misura; La Cava vede in Sciascia un compagno di rigore.Sciascia scrive: «Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità a cui aspiravo»⁴ La Cava, dal canto suo, definisce Sciascia «della stessa tempra morale di Tolstoj» e uno scrittore che «mira alla verità, alla rettitudine, alla fermezza»⁵.
 
  Oltre la letteratura, c’è l’amicizia. Le lettere raccontano problemi, entusiasmi, preoccupazioni quotidiane, malattie, lutti, speranze. È un Sud che pensa, ma anche un Sud che soffre, che cerca, che si sostiene. La Cava e Sciascia non sono solo due scrittori: sono due uomini che attraversano insieme il secolo breve, condividendo dubbi e certezze, successi e sconfitte.

    Il carteggio permette di rileggere l’opera di La Cava con occhi nuovi: La ragazza di Calabria come romanzo della dignità femminile e della comunità che giudica; I misteri della Calabria come indagine morale sul territorio; La melagrana come metafora della fragilità e della resistenza; Le memorie del vecchio maresciallo come ritratto di un potere minore, ma non meno incisivo. Una frase de La melagrana sintetizza bene la poetica caviana: «Ogni vita è un frutto che si apre: a volte dolce, a volte amaro»⁶. E Sciascia, leggendo La Cava, annota: «In lui la verità non è mai gridata: è detta piano, come si dice una cosa necessaria»⁷. 

    La Calabria del 2026 — con le sue trasformazioni, le sue contraddizioni, le sue domande — è ancora attraversata dai temi che La Cava e Sciascia discutevano: la responsabilità individuale; la comunità come luogo di conflitto e solidarietà; la verità come esercizio quotidiano; la dignità dei personaggi minimi;il rapporto tra periferia e centro e soprattutto la dignità calpestata della terra e della gente. 

                                                                                                             Bruno Demasi
___________________

1.  Mario La Cava, La ragazza di Calabria, Milano, Mondadori, 1955, p. 47.
2.  Mario La Cava, I misteri della Calabria, Milano, Jaca Book, 2003 (ed. orig. 1952), p. 12.
3. Mario La Cava – Leonardo Sciascia, Lettere dal centro del mondo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, p. 9.
4. Leonardo Sciascia, lettera a Mario La Cava, in Lettere dal centro del mondo, cit., p. 56.
5. Mario La Cava, articolo sulla Gazzetta del Popolo, 1965, cit. in Stefania Brivido, Universo Letterario, 2020.
6. Mario La Cava, La melagrana, Milano, Mondadori, 1963, p. 21.
7. Leonardo Sciascia, lettera a Mario La Cava, in Lettere dal centro del mondo, cit., p. 112.

martedì 7 aprile 2026

L’ultimo eretico calabrese: NUCCIO ORDINE E LA RESISTENZA CULTURALE (di Bruno Demasi)

Il profeta della " Rivoluzione tra i banchi"
 
     C’è un’immagine che riassume meglio di mille saggi la vita di Nuccio Ordine (1958–2023): un uomo che, dalle sponde tirreniche di Diamante parlava al mondo intero senza mai alzare la voce, ma con la forza d’urto di un pensiero che non conosceva confini. Scomparso improvvisamente nel giugno del 2023, a soli 64 anni, Ordine non è stato solo un accademico di fama internazionale, ma l'architetto di una resistenza culturale che ha fatto della Calabria il centro pulsante di un nuovo umanesimo.

    Per capire Nuccio Ordine, bisogna guardare alle sue spalle, verso quella "linea eretica della Calabria" che ha fecondato l'Europa per secoli. Ordine è il vero erede moderno di questa tradizione: come Bernardino Telesio, ha rifiutato le astrazioni metafisiche per tornare alla verità delle cose. Se Telesio studiava la natura attraverso il caldo e il freddo, Ordine ha studiato la società attraverso la contrapposizione tra il "fervore" della cultura e il "gelo" dell'utilitarismo; come Tommaso Campanella, ha vissuto la tensione tra il borgo natìo e l'aspirazione universale. Laddove l'autore de La Città del Sole sognava una repubblica dei filosofi dal fondo di una cella, Ordine ha costruito la sua "città ideale" tra le aule dell'Università della Calabria (Unical), dove scelse di restare per tutta la vita nonostante le chiamate dai più prestigiosi atenei mondiali (da Yale all'EHESS di Parigi). 
 

    Questo filosofo delll'inquietudine , fortemente convinto che il pensiero debba essere un'avventura infinita, un "incendio" capace di sfidare ogni dogma e oscurantismo,era nato a Diamante il 18 luglio 1958 e dopo la laurea in Lettere all’Unical nel 1982, ha scalato le vette dell’accademia globale: insignito della Legion d’Onore in Francia e di numerose lauree honoris causa in Sud America, dove i suoi libri sono veri e propri manifesti per la riforma della scuola, nel maggio 2023, poche settimane prima di morire, gli è stato conferito il Premio Principessa delle Asturie, considerato il "Nobel" del mondo ispanico ed è stato anche "Fellow" dell'Harvard University e della Alexander von Humboldt Stiftung, portando il nome della Calabria nei templi del sapere mondiale.

    Il rapporto di Ordine con la politica calabrese è stato segnato da una forma superiore di igiene civile. Più volte corteggiato per ruoli di potere, assessorati o candidature, ha sempre opposto un rifiuto netto. La sua non era superbia, ma disprezzo per quella politica dell'annuncio e quel sistema clientelare che ha spesso soffocato la regione. Per Ordine, la politica autentica non si faceva nei palazzi, ma tra i banchi: 

"In una terra ferita come la nostra, l'unico atto politico rivoluzionario
 è tornare a leggere un libro seriamente. 
Perché il potere teme chi sa pensare, non chi chiede un favore." [1]

     L’eredità di questa grande pensatore si articola in tre pilastri fondamentali, tre libri, che hanno ridefinito il valore della conoscenza nel XXI secolo: il manifesto della Resistenza Culturale ( L’utilità dell’inutile); l’amore per i Classici ( I classici per la vita); la ricerca della verità come eroico furore (La soglia dell’ombra). In queste opere egli denuncia la deriva di una società che considera "utile" solo ciò che produce profitto e difende quei saperi che non servono a nulla di pratico, ma che sono indispensabili per la dignità umana:

"Se lasciamo morire il gratuito, se rinunciamo 
alla forza generatrice dell'inutile,
 se ascoltiamo solo il canto delle sirene del guadagno, 
non faremo altro che produrre 
una collettività priva di memoria." [2] 
 
Ordine non vedeva nei classici dei monumenti polverosi, ma delle voci vive ed invita a rileggere autori come Shakespeare, Cervantes o Dante non per erudizione, ma per imparare l'arte del vivere:

"Leggere i classici significa soprattutto imparare a leggere se stessi.
 È un esercizio di introspezione che ci permette
 di scoprire chi siamo veramente." [3]

    E c’è poi la celebrazione di Giordano Bruno e del valore della cultura e della verità come unica possibilità di affrancamento sociale e civile:

"Per ogni autentico ricercatore, la verità non è un possesso statico,
 ma una caccia infinita, una soglia 
che si sposta man mano che ci avviciniamo." [4]


  Nuccio Ordine è rimasto fino all'ultimo quel ragazzo di Diamante che guardava il mare sognando l'infinito. La sua lezione più grande per la Calabria non è contenuta solo nei suoi libri, ma nella sua coerenza: si può essere cittadini del mondo senza tradire il proprio borgo, e si può essere grandi studiosi senza mai piegare la testa davanti al potente di turno. In un tempo in cui l’ignoranza domina a tutti i lievelli, egli ci lascia una sfida: abitare questa terra di Calabria non con la rassegnazione di chi aspetta un miracolo, ma con la fierezza di chi sa che la cultura è l'unico vero "bene comune" capace di renderci liberi.

                      Bruno Demasi



Note e accenni bibliografici:

[1] N. Ordine, Tre corone per un re, Bompiani, Milano 2015, p. 142 (Dalla prefazione: riflessione sul valore civile dell'istruzione in territori marginali). 
[2] N. Ordine, L'utilità dell'inutile. Manifesto, Bompiani, Milano 2013, p. 25. (Passaggio chiave sulla morte del gratuito nelle società mercantili). 
[3] N. Ordine, Classici per la vita. Una piccola biblioteca ideale, Bompiani, Milano 2016, p. 12. (Analisi della funzione esistenziale della lettura). 
[4] N. Ordine, La soglia dell'ombra. Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno, Marsilio, Venezia 2003, p. 89. (Saggio critico sul concetto di infinito e ricerca della verità in Bruno). 
[5] N. Ordine, Gli uomini non sono isole. I classici ci aiutano a vivere, La nave di Teseo, Milano 2021, p. 34. (Riflessione sulla solidarietà intellettuale e il superamento dell'individualismo).

lunedì 6 aprile 2026

TRA CROCE E GRAMSCI: la Calabria come paradigma storico del Sud ( di Bruno Demasi )


     Quando la stampa , i social, la politica e gli storici settentrionali, costantemente accampati negli studi televisivi, vogliono dare lezioni di Calabria ai Calabresi, si rischia di cadere in stereotipi contrastanti: da un lato la nostalgia identitaria, dall’altro l’immagine di una terra permanentemente in ritardo. Rileggere allora i testi di Benedetto Croce e di Antonio Gramsci diventa necessario per tentare di sottrarre la nostra terra — e più in generale il Mezzogiorno — a certe banalizzazioni e restituirla alla complessità della storia e della contemporaneità. 
 
 Nella sua Storia del Regno di Napoli, Croce evita spiegazioni deterministiche sull’arretratezza meridionale e sostiene che i problemi della regione non nascono da una “inferiorità naturale”, ma da condizioni storico-istituzionali poco favorevoli. Per Croce: «La storia è sempre storia contemporanea»¹  E questa affermazione non è una massima astratta, ma un invito a leggere il passato con domanda rivolta al presente: come le scelte politiche, le istituzioni, le strutture sociali hanno modellato la realtà calabrese.In particolare, Croce osserva: «Il Regno di Napoli fu Stato senza vera vita politica interna»²  Con ciò rimanda all’idea che nella Calabria non si sia consolidata quella cultura civica e istituzionale necessaria per lo sviluppo autonomo, ma si sia spesso assistito a dominazioni esterne, fragilità amministrative e ristrette élites intellettuali incapaci di trasformarsi in classe dirigente più ampia. Rifiutando teorie razziali o deterministiche, Croce afferma: «Ogni storia è storia della libert໳ E cioè: anche nelle situazioni di crisi o difficoltà, la responsabilità e la possibilità di cambiamento sono sempre aperte alle azioni umane.

    Se Croce individua il nodo nella politica e nella cultura, Gramsci si accosta alla questione meridionale dal punto di vista strutturale e socio-economico. Nei Quaderni del carcere Gramsci elabora una lettura critica del processo unitario italiano, sottolineando che l’unificazione avvenne in condizioni di profonda disuguaglianza. Per Gramsci c’è la sicurezza che lo sviluppo del capitalismo in Italia «non sia avvenuto da un punto di vista nazionale, ma da angusti punti di vista regionali… determinando un’emigrazione morbosa… e rovinando economicamente intere regioni»⁴ In altri termini, la disparità tra Nord e Calabria non è un effetto accidentale: deriva da come si sono sviluppati economia e istituzioni dopo l’Unità d’Italia. Il Mezzogiorno è diventato una sorta di periferia economica e sociale, con una classe dirigente debole e incapace di costruire egemonia culturale e sociale (cioè consenso e visione collettiva). Questo significa che la Calabria nel contesto generale del Sud ha subito una particolare compressione dei processi di modernizzazione, con scarse opportunità di creare economie competitive e dinamiche autonome.Una testimonianza indiretta di questa valutazione si trova anche nelle parole in cui Gramsci valorizza figure come Croce e Giustino Fortunato come chiavi di volta della riflessione sul Mezzogiorno ( «Giustino Fortunato e Benedetto Croce rappresentano […] le chiavi di volta del sistema meridionale»⁵ ) non come risposte definitive, ma come punti di partenza per comprendere il nodo storico-politico.

    La riflessione crociana e gramsciana non sono astrazioni: trovano una sorprendente risonanza nella Calabria contemporanea, dove persistono sfide economiche e sociali che sembrano prolungare nel presente alcune delle difficoltà storiche analizzate dai due pensatori. Secondo i dati più recenti, la Calabria registra tassi di occupazione molto bassi — inferiori al 50 % per la popolazione in età lavorativa — e una disoccupazione superiore alla media nazionale⁶. Il reddito pro capite della regione resta significativamente sotto la media europea⁶, mentre l’esodo di giovani laureati verso il Centro-Nord continua a rappresentare un grave problema per il capitale umano del territorio⁷.

   Il fenomeno della fuga dei giovani qualificati — stimato in centinaia di migliaia nei decenni recenti — ha un costo economico stimato in miliardi all’anno, oltre a impoverire il tessuto sociale locale⁸. Questo esodo, insieme alla denatalità, accentua lo spopolamento delle aree interne e montane, rendendo sempre più fragile la presenza demografica e culturale in molti borghi calabresi⁹. Gli indici di rischio di povertà sono tra i più elevati in Italia e nell’Unione europea per famiglie e individui residenti in Calabria¹⁰, con un tasso che si mantiene altissimo. Questi dati non sono soltanto numeri: denunciano disuguaglianze strutturali che richiamano, con sorprendente attualità, le questioni sollevate dai grandi interpreti del Nord-Sud.

    Rileggere Croce e Gramsci oggi ci invita a non concepire la Calabria come “problema” immutabile, ma come fare sociale e culturale dove passato e presente si intrecciano. Croce ci ricorda che la storia non è fatalità, ma storia della libertà — cioè di scelte e di responsabilità. Gramsci ci spinge a considerare le dinamiche economiche e sociali nella loro concretezza, riconoscendo le strutture di potere e disuguaglianza che oggi più che mai ci soffocano. Alla luce dei dati attuali, la Calabria appare come una regione in bilico con gravi fratture socio-economiche, con una capitale umano che si disperde, con un tessuto istituzionale fortemente sfibrato  da situazioni di illegalità diffusa e  che ancora fatica moltissimo a decollare.E tuttavia, segnali di crescita e progetti di sviluppo offrono uno spazio di speranza se letti non come semplici comparazioni statistiche, ma come espressione di un cambiamento possibile.

    Perché, in ultima analisi, la Calabria — come tutte le storie che contano — è storia della libertà di un popolo,  non immagine immutabile di immobilità. 

Bruno Demasi

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1. B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza, 1917, p. 5. 
2. B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1925, p. 23. 
3. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p. 12. 
4. (sintesi dell’interpretazione gramsciana della Questione Meridionale nei Quaderni del carcere). 
5. A. Gramsci su Fortunato e Croce, La questione meridionale , passim.
6. Dati occupazione e mercato del lavoro in Calabria (Eurostat 2024). 
7. Rapporto SVIMEZ sulla fuga dei laureati del Mezzogiorno (2025-26). 
8. Stima economica della perdita del capitale umano. 
9. Trend demografico e spopolamento nelle aree interne. 
10. Calabria tra regioni UE con maggiore rischio di povertà.



sabato 4 aprile 2026

La Pasqua aspromontana come millenaria resurrezione e speranza di rinascita (di Bruno Demasi)

    La Pasqua aspromontana è un tessuto di gesti, canti, processioni, silenzi e voci che in vario modo attraversa più di un millennio senza spezzarsi. Ogni generazione vi ha aggiunto un filo, ogni dominazione un colore. Eppure, nel profondo, la trama è rimasta la stessa: una dimensione di festa per la  Resurrezione, che è anche speranza di  rinascita e che si radica nella montagna e nella sua gente.
 
    Tra IX e XI secolo, l’Aspromonte è un arcipelago di eremi e monasteri basiliani. I monaci, custodi di una spiritualità severa e luminosa, scandiscono l’anno liturgico secondo il calendario greco. La Pasqua è la festa delle feste, il cuore pulsante della fede orientale. In quei secoli, la Settimana Santa non è ancora teatro popolare: è un’ascesi. Le comunità digiunano, le icone vengono velate e poi svelate come epifanie. La notte di Pasqua, il canto di Resurrezione  risuona nelle piccole chiese rupestri e non, mentre la luce passa di mano in mano come se la moltiplicazione di essa la rendesse più luminosa. Nel cuore della spiritualità bizantina che permeò l’Aspromonte, la Pasqua non è semplicemente la memoria della risurrezione di Cristo, ma la celebrazione dell’ ἀνάστασις (Anástasis): la “rialzata” la “ rinascita” la resurrezione, il movimento con cui la vita vince la morte. L’icona dell’Anástasis – una delle più alte espressioni dell’arte orientale – non raffigura Cristo che esce dal sepolcro, come nell’Occidente latino, ma Cristo che discende negli inferi, spezza le porte dell’Ade e afferra Adamo ed Eva per i polsi, trascinando con sé l’intera umanità verso la luce.
                                                                            

    È un gesto collettivo, non solitario: la risurrezione è un atto di liberazione universale. Questa visione, portata dai monaci basiliani e sedimentata nei secoli, ha lasciato un’impronta profonda nella sensibilità religiosa aspromontana. La centralità della luce nella notte di Pasqua, il valore del cammino processionale, l’idea della festa come passaggio – come soglia tra ciò che è stato e ciò che può rinascere – sono echi diretti di quell’antica teologia. Molti elementi sopravvivranno nei secoli: il valore della luce, il silenzio del Venerdì, la centralità del cammino processionale.

  Con l’arrivo dei Normanni, la Calabria entra nell’orbita latina. Ma l’Aspromonte non perde la sua anima greca: la stratifica. Le nuove liturgie si sovrappongono alle antiche, creando un paesaggio rituale unico nel Mediterraneo. Le processioni latine si affiancano ai canti orientali; le confraternite nascono come custodi della pietà popolare; la drammaturgia sacra inizia a prendere forma. È in questo periodo che la Settimana Santa diventa un evento comunitario, non più solo monastico. La montagna, come sempre, assorbe senza respingere: integra, armonizza, trasforma.

    Tra XVI e XVIII secolo, la Pasqua aspromontana raggiunge la sua forma più riconoscibile. Le confraternite modellano riti e processioni; i simulacri diventano opere d’arte itineranti; i canti polivocali, con echi greci e latini, accompagnano il cammino dei fedeli.È il tempo della ritualità plateale, della Vergine che corre incontro al Risorto, del popolo che si riconosce in un gesto di gioia condivisa. È il tempo dei pani rituali, delle icone domestiche lucidate per la festa. È il tempo in cui la Pasqua diventa teatro comunitario, un linguaggio che tutti comprendono.

    L’Ottocento porta con sé trasformazioni politiche e sociali, ma la Pasqua resta il fulcro dell’anno. Le confraternite si consolidano come istituzioni civili oltre che religiose; le processioni si strutturano in forme quasi canoniche; le famiglie tramandano ricette, gesti, benedizioni.È la Pasqua che molti anziani ricordano: intensa, partecipata, totalizzante. Una Pasqua che, nel 1909, dopo il tremendo terremoto di pochi mesi prima, diventa perfino simbolo di rinascita civile. Le processioni tra le macerie, le campane lesionate che tornano a suonare, il pane pasquale preparato con poco ma condiviso con tutti: immagini che appartengono alla memoria collettiva.

   Il primo dopoguerra porta fame e migrazioni; il secondo ancora migrazioni, spopolamento, tentativi di modernizzazione. Alcuni riti si indeboliscono, altri si rafforzano. Le confraternite vivono una fase di transizione e solo in alcuni luoghi restano custodi della Settimana Santa. Le processioni invece continuano a essere il momento in cui tutti i paesi si ritrovano, anche quando le comunità si assottigliano  paurosamente.È un periodo di resistenza culturale: la Pasqua sopravvive perché è radicata nel cuore, non solo nel calendario.

  Oggi la Pasqua aspromontana è un mosaico: elementi bizantini sopravvissuti nei gesti e nei canti; forme latine consolidate nei secoli; teatralità popolare moderna; nuove sensibilità che cercano autenticità e radici. Molti riti sono stati abbandonati, altri recuperati, altri ancora valorizzati. Le comunità, anche piccole, continuano a vivere la Settimana Santa come un momento identitario. La Pasqua non è più solo tradizione: è patrimonio collettivo. E guardare alla Pasqua aspromontana dai Bizantini a oggi significa riconoscere una continuità sorprendente: mille anni di storia che non hanno spezzato il filo, ma lo hanno reso più ricco. La montagna ha forse custodito ciò che altrove si è perduto. Le comunità hanno trasformato la fede in cultura, la cultura in memoria, la memoria in identità.E così, ogni anno, quando la Vergine corre incontro al Risorto, non è solo un rito: è un gesto antico quanto la nostra storia, un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che continuiamo a essere.

                                        Bruno Demasi

giovedì 2 aprile 2026

SAN FRANCESCO DI PAOLA: il volto profondo della Calabria (di Bruno Demasi)

Arte, memoria e parola attorno al Santo che ha dato forma e dignità a un popolo 

     San Francesco di Paola non è il semplice patrono di una terra: è una presenza benevola che attraversa i secoli, un’immagine che ritorna nei paesi interni e sulle coste, nei canti popolari e nelle tele dei pittori, nelle processioni che ogni primavera ridisegnano il ritmo delle comunità. Il 2 aprile di ogni anno è un giorno in cui la Calabria si riconosce, si guarda allo specchio, ritrova la propria voce.

    Eppure, per comprendere la profondità di questa presenza, bisogna partire da un paradosso: un eremita nato sulle rive del Tirreno calabrese è diventato figura europea. Rubens, Preti, Giordano, Murillo, Tintoretto — nomi che evocano corti, capitali, grandi scuole pittoriche — hanno rappresentato Francesco di Paola con la stessa intensità riservata ai santi più celebri della cristianità¹. È un’eco che sorprende e che dice molto: la Calabria, spesso percepita come periferia, è invece origine di un culto che ha attraversato il Mediterraneo, portato dai Minimi, dai marinai, dai pellegrini, dai re stessi².    Ma questa risonanza internazionale è solo un prologo. La vera storia iconografica del Santo si scrive in Calabria, nei suoi paesi, nelle sue chiese, nelle sue confraternite. È qui che l’immagine si fa carne, gesto, devozione quotidiana; è qui che l’arte diventa antropologia, memoria, identità.

   Il Santuario di Paola è il cuore pulsante di questa tradizione. La sua Pinacoteca, studiata con rigore da mons. Pietro Amato³, custodisce opere dal Quattrocento all’Ottocento: tele, tavole, ex voto, incisioni, libri antichi. In queste sale, l’immagine del Santo si stratifica come un racconto in più capitoli: il giovane eremita che costruisce il convento con le proprie mani; il pellegrino che attraversa lo Stretto sul mantello; il fondatore dell’Ordine dei Minimi; il consigliere dei re di Francia; il guaritore invocato dai poveri e dai marinai. Gli ex voto marittimi, in particolare, sono un tesoro di antropologia religiosa: piccole tavolette dipinte da mani anonime, dove il Santo appare tra onde, tempeste, naufragi, come un faro che guida i naviganti del Tirreno⁴. Sono pitture ingenue, ma di una sincerità che commuove.  Dal Santuario, l’immagine del Santo si irradia in tutta la regione. Nel Cosentino, a Paterno Calabro, Castrovillari, Spezzano della Sila, le chiese conservano tele settecentesche e ottocentesche, spesso commissionate da confraternite locali⁵. Le botteghe di scultori lignei tra XVIII e XIX secolo modellano un Francesco severo, asciutto, con la barba fluente e il bastone: un’immagine che diventa canonica in tutta la Calabria⁶ e che si moltiplica e si distribuisce in quasi tutte le chiese di questa terra.

  Spostandosi verso sud, la Calabria tirrenica e reggina offre una ricchezza straordinaria. A Oppido Mamertina, Palmi, Polistena, Gioia Tauro, San Giorgio Morgeto, Scilla, Catona, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Taurianova, il Santo appare in altari, statue, tele, stendardi processionali⁷. Ogni paese ha il suo volto di Francesco, e ogni volto racconta una storia diversa: quella dei marinai che lo invocano contro le tempeste; quella dei contadini che lo pregano per la salute; quella delle comunità che lo portano a spalla tra le case, come un parente antico che torna a visitare la famiglia.

    La sua iconografia calabrese è un atlante diffuso, un mosaico di immagini che parlano la lingua dei luoghi. Nelle zone interne, Francesco è spesso rappresentato in cammino: un viandante che attraversa boschi, montagne, sentieri. È il Santo che conosce la fatica delle strade, la solitudine degli eremi, il vento dell’Aspromonte. Sulle coste, invece, domina il miracolo del mare: il mantello che sfida le onde, la figura che avanza tra i flutti. Molti pittori locali ambientano la scena non a Messina, ma davanti ai paesaggi del Tirreno reggino:Pizzo, Scilla, Bagnara, Palmi⁸. È un modo per dire che il miracolo è accaduto anche qui, che il Santo appartiene a queste acque, a queste comunità.

    Dopo i grandi terremoti del 1783 e del 1908, l’iconografia si arricchisce di nuove sfumature: Francesco appare tra macerie, case spezzate, mari in tempesta⁹. È il Santo che protegge, che consola, che ricostruisce. E poi c’è il Francesco guaritore, quello degli ex voto: mani che si alzano dal letto, bambini salvati, naufragi evitati. Piccole narrazioni pittoriche che raccontano la fragilità e la speranza di un popolo.

    Ma la figura del Santo non vive solo nell’arte: vive nella parola. La tradizione orale calabrese ha prodotto una quantità sorprendente di canti, preghiere, poemetti dedicati a Francesco. I Santu Patri, diffusi anche in Sicilia, narrano il viaggio in Francia, il miracolo del mare, la vita eremitica¹⁰. Rosario Manes documenta un canto in dialetto che descrive il mantello sul mare con una forza epica e popolare insieme¹¹. Questi testi non sono semplici preghiere: sono poemi orali, tramandati da generazioni, capaci di trasformare la storia in mito.La letteratura moderna ha continuato questo racconto. Tra le opere più significative spicca ’U Santu Nuostu di Attilio Romano (1991), un recital in lingua e in dialetto che restituisce un Francesco umano, vicino, profondamente calabrese¹². Ma la produzione è vastissima: drammi sacri, poemetti, raccolte di preghiere, testi agiografici pubblicati da autori locali tra XIX e XX secolo¹³. 
    La Calabria non ha mai smesso di raccontare il suo Santo: lo ha fatto con la lingua del popolo, con quella della devozione, con quella della poesia e i luoghi, le parrocchie e le chiese calabresi e nel mondo che lo hanno eletto patrono sono innumerevoli e lo testimoniamo. E quando il 2 aprile le processioni tornano a muoversi e le campane risuonano, la Calabria non celebra soltanto un uomo del Quattrocento. Celebra anche se stessa. Celebra la propria storia, la propria capacità di trasformare la fede in arte, la memoria in poesia, l’immagine in identità. San Francesco di Paola è il volto profondo della Calabria: un volto che cambia, che si moltiplica, che ritorna. Un volto che, da secoli, accompagna un popolo nel suo cammino.

Bruno Demasi

Note bibliografiche:

1. Sulla presenza del Santo nella grande pittura europea: cfr. G. De Luca, San Francesco di Paola nell’arte barocca, Napoli 1987.
2. Per la diffusione mediterranea del culto: A. Valsecchi, I Minimi e il Mediterraneo, Roma 2002.
3.P. Amato, La Pinacoteca del Santuario di San Francesco di Paola, Paola 1998.
4. Sui voti marittimi: M. G. Rizzo, Ex voto marinari in Calabria, Cosenza 2005.
5.Sulla committenza confraternale nel Cosentino: L. Falcone, Arte sacra nel territorio cosentino, Cosenza 1994.
6. Sulle botteghe lignee calabresi: F. Russo, Scultura devozionale in Calabria, Reggio Calabria 1989.
7. Per una mappatura delle opere nel Reggino: A. Nucera, Iconografia religiosa nella Calabria meridionale, Reggio Calabria 2010.
8. Sulle reinterpretazioni locali del miracolo del mare: R. Manes, Il Santo e il Mare, Palmi 1997.
9. Iconografia post‑terremoti: G. Caridi, La fede dopo la rovina: immagini religiose in Calabria tra XVIII e XX secolo, Messina 2012.
10. Tradizione orale: G. A. Perri, Canti religiosi calabresi, Catanzaro 1978.
11. R. Manes, Canti e leggende di San Francesco di Paola, Palmi 1985.
12. A. Romano, ’U Santu Nuostu, Reggio Calabria 1991.
13. Per una panoramica sulla produzione letteraria moderna: M. L. D’Agostino, Letteratura religiosa in Calabria tra Ottocento e Novecento, Cosenza 2003.

martedì 31 marzo 2026

«La Calabria che ascolta»: RICORDO DI DOMENICO MINUTO (1931–2026) ( di Bruno Demasi )


    Alcuni studiosi si impongono per la vastità dell’opera, altri per la forza delle teorie, altri ancora per la capacità di fondare scuole di pensiero. Domenico Minuto appartiene a una categoria più rara: quella di coloro che ricompongono un mondo perduto. La Calabria bizantina – disseminata di absidi monche, grotte liturgiche, toponimi greci che resistono come schegge di un’antica sapienza – non sarebbe oggi pensabile senza il suo passo lento e tenace, senza il suo taccuino, senza la sua capacità di ascoltare ciò che non parla più. Minuto non “scopriva” luoghi: li riconosceva. E nel riconoscerli, li restituiva alla storia. 

     Nato a Reggio Calabria nel 1931, formatosi alla scuola severa delle lettere classiche, Minuto portò nella ricerca lo stesso rigore che portava nella didattica. La sua lunga carriera di docente e preside non fu un intermezzo rispetto alla ricerca, ma la sua matrice: la scuola come luogo di trasmissione, la ricerca come forma alta di pedagogia civile. In una delle sue riflessioni più note, egli scriveva che «la Calabria non si studia: si percorre»¹. È una dichiarazione di metodo e, insieme, la dichiarazione di una passione di studi che non l’abbandonò mai.
    Il cuore della sua opera è un metodo misto, che unisce: osservazione diretta del territorio; lettura filologica delle fonti; dialogo con la memoria orale; documentazione fotografica sistematica; restituzione cartografica e topografica. Il suo lavoro sui monasteri greci tra Reggio e Locri – culminato nel Catalogo dei monasteri e dei luoghi di culto... – è un esempio di microstoria territoriale ante litteram. Ogni sito è descritto con una cura quasi monastica: coordinate, stato di conservazione, fonti, ipotesi di funzione, rimandi agiografici. Minuto non cercava “monumenti”, ma tracce. E nelle tracce vedeva la continuità di una civiltà.

   Tra i contributi più preziosi vi è la sua opera di documentazione della cultura grecanica. Negli anni in cui il greco di Calabria sembrava destinato a spegnersi, Minuto registrava canti, interviste, formule rituali, racconti. Quelle audiocassette – oggi conservate nel Fondo Domenico Minuto – costituiscono un archivio insostituibile. 
    In un appunto del 1987 annotava: «La lingua dei Greci d’Aspromonte è come una lampada che arde per fedeltà, non per necessit໲. È una delle più belle definizioni della grecanicità come fenomeno spirituale prima che linguistico.

    Dedicò inoltre numerosi studi ai santi italogreci, ai monaci basiliani, ai culti locali. Per lui l’agiografia non era un repertorio di vite edificanti, ma una mappa teologica del territorio. I santi, scriveva, «sono le pietre miliari della nostra memoria orientale»³. Questa prospettiva gli permise di leggere la Calabria non come periferia, ma come cerniera tra Oriente e Occidente, come luogo di transito e di sedimentazione.
 
     E accanto allo studioso instancabile c’era il promotore culturale: la Deputazione di Storia Patria; gli Incontri di Studi Bizantini; le collaborazioni con l’Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici; il dialogo costante con associazioni, scuole, musei locali. Minuto non fu mai un intellettuale isolato. Fu un paziente tessitore di relazioni, convinto che la cultura non esista senza comunità.

    La sua eredità è molteplice: un corpus di studi che ha ridefinito la conoscenza della Calabria bizantina; una mappatura dei monasteri che è insieme strumento scientifico e gesto poetico;un archivio grecanico che ha salvato un patrimonio immateriale enorme; un esempio di rigore, umiltà e dedizione civile. Sicuramente la sua opera non è solo un contributo alla storia locale: è un modello di storia come cura intensa di un territorio.

    Si potrebbe dire che Domenico Minuto non ha semplicemente studiato la Calabria bizantina: l’ha ascoltata. E in questo ascolto ha insegnato anche a noi a udire ciò che resta sotto la superficie: un toponimo che sopravvive, un’abside che affiora, una parola greca che non si arrende, un canto che attraversa le generazioni.  La sua scomparsa non chiude un capitolo: lo apre, perché il suo lavoro non è solo un archivio da consultare, ma un invito a continuare il cammino, e  perché egli resta comunque nella Calabria che ha amato: nelle fiumare che ha attraversato, nei monasteri che ha restituito alla storia, nelle voci grecaniche che ha salvato, e in ogni studioso che, grazie a lui, sa che la ricerca non è solo indagine sterile, ma ricchezza da condividere.

                                                                                                Bruno Demasi 
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1.  D. Minuto, Conversazione su territorio e architettura nella Calabria bizantina, Reggio Calabria, 1994, p. 7.
2. Appunto manoscritto conservato nel Fondo Domenico Minuto, Archivio Storico Diocesano di Reggio Calabria (taccuino 12, c. 4r).
3. D. Minuto, Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria, 2002, p. 15.

Bibliografia essenziale: 
  • Minuto, D., Ricordi basiliani tra Reggio e Locri, Reggio Calabria, 1964.
  •  Minuto, D., Conversazione su territorio e architettura nella Calabria bizantina, Reggio Calabria, 1994.
  •  Minuto, D., I monasteri greci tra Reggio e Scilla, Reggio Calabria, 1998.
  •  Minuto, D., Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria, 2002.
  •  Minuto, D., Sussidiario calabrese, Reggio Calabria, 2010.
  •  Minuto, D., Catalogo dei monasteri e dei luoghi di culto tra Reggio e Locri, Reggio Calabria, 2014.
  •  Archivio Storico Diocesano di Reggio Calabria, Fondo Domenico Minuto (audiocassette, taccuini, fotografie).

lunedì 30 marzo 2026

Seminara, Bivongi, Gallicianò : la mappa bizantina moderna della provincia di Reggio C. (di Bruno Demasi)


    Con l’approssimarsi dei riti pasquali e delle loro risonanze, nella provincia di Reggio Calabria è possibile scoprire ancora oggi una trama sottile, quasi invisibile, che unisce monasteri, paesi, grotte, memorie. È la trama bizantina, quella che per secoli ha dato forma alla spiritualità, alla lingua, alla liturgia, al paesaggio stesso. Non è un’eredità uniforme: è un mosaico irregolare, fatto di continuità e di ritorni, di rovine e di rinascite.

  A Seminara, questa eredità non viene dal passato remoto, ma da un presente che ha scelto di riallacciarsi a una radice antica. Il Monastero dei Santi Elia e Filarete, costruito in tempi recenti, non pretende di essere ciò che non è: non è la ricostruzione di un cenobio medievale, ma la creazione di uno spazio spirituale che si ispira alla tradizione italo‑greca. Qui la liturgia bizantina — con il suo ritmo lento, la sua teologia cantata, la sua luce dorata — diventa il vero ponte con il passato. Il monaco che intona l’“Eis polla eti, Despota” non ripete un gesto antico: lo rinnova. L’incenso che sale, le icone che brillano, il canto monodico che si distende come un’onda: tutto parla la lingua dell’Oriente cristiano, anche se il greco non è più parlato fuori dalla chiesa. Il culto dei due santi — Elia di Enna, asceta siciliano, e Filarete l’Ortolano e il Misericordioso, figura di carità e umiltà — non appartiene alla storia locale, ma alla grande geografia della santità orientale. Eppure, in questo lembo di Calabria, trova una risonanza naturale: come se la terra riconoscesse un linguaggio antico, pur non parlandolo più. La Regola di San Basilio, che invita a un equilibrio tra preghiera e lavoro, tra contemplazione e ospitalità, trova qui una forma concreta: l’orto, il laboratorio di icone, la cura degli ospiti, la preghiera delle Ore che scandisce il giorno come un respiro.

  A Bivongi, invece, la radice è autenticamente medievale. Il monastero di San Giovanni Theristis, fondato tra X e XI secolo, fu uno dei centri più importanti del monachesimo italo‑greco. Qui la storia non è un’evocazione: è pietra, acqua, luce. Il nome del santo — “Theristis”, il Mietitore — richiama un miracolo che parla di lavoro e di solidarietà, di un cristianesimo che non separava mai la fede dalla terra. La liturgia bizantina, celebrata oggi dai monaci ortodossi, restituisce al luogo la sua voce originaria: il canto dell’“Axion estin”, la lettura salmodica, la processione lenta attorno all’altare, la luce che si posa sulle icone come un velo. Per secoli, il monastero fu un faro spirituale, poi vennero l’abbandono, i terremoti, la latinizzazione, il silenzio. Quando, alla fine del Novecento, una comunità monastica ortodossa decise di riportarlo alla vita, non si trattò di un restauro archeologico, ma di un atto di continuità spirituale. Oggi il canto bizantino risuona di nuovo tra le navate, e il paesaggio — il fiume Stilaro, i boschi, la pietra chiara — sembra partecipare alla liturgia. Qui la Calabria bizantina non è un ricordo: è una presenza che si rinnova. La teologia della luce, così centrale nell’Oriente cristiano, trova nel monastero un’eco naturale: la luce che filtra dalle finestre absidali sembra dire ciò che le parole non possono.

    E poi c’è Gallicianò, che non è un monastero, ma forse è qualcosa di più raro: una comunità che custodisce ancora la lingua greca, l’ultimo frammento vivo del greco di Calabria. Qui il bizantinismo non è un’eredità monastica, ma un fatto antropologico. La piccola chiesa ortodossa di San Giovanni, costruita negli anni Novanta, non è un ritorno archeologico, ma un ritorno naturale: la comunità ha riconosciuto nel rito bizantino la forma più coerente con la propria identità profonda. Qui il greco non è lingua liturgica soltanto: è lingua della vita. Le parole che gli anziani pronunciano — kardhía, neró, psomí — sono le stesse che un tempo risuonavano nei monasteri dell’Aspromonte. La liturgia, a Gallicianò, è un atto comunitario: non c’è distanza tra chi celebra e chi ascolta. Il canto è semplice, essenziale, quasi domestico. Le icone non sono opere d’arte: sono presenze. Il paese stesso, arroccato sulla roccia, ha la forma di un eremo diffuso: ogni casa, ogni voce, ogni gesto sembra custodire un frammento di quella spiritualità che un tempo animava i cenobi dell’Aspromonte. Qui la fede non è proclamata: è vissuta, non è un sistema, ma un respiro. 
 

 
  Attorno a queste tre realtà — diverse per storia, per forma, per destino — si estende una costellazione di luoghi che completano la mappa segreta della Calabria bizantina. La grotta di Sant’Elia lo Speleota a Melicuccà, dove il santo visse in solitudine e preghiera; il complesso di San Filippo d’Iriti, che conserva un’aura di sacralità antica; le grotte basiliane di Bruzzano Vecchio, con i loro affreschi sopravvissuti all’incuria; i paesi grecanici di Condofuri, Amendolea, Roghudi, dove la lingua e la memoria resistono come brace sotto la cenere, la moderna chiesetta ortodossa di Reggio Calabria. In tutti questi luoghi, la liturgia bizantina — anche quando non è celebrata — sembra ancora possibile: come se il paesaggio stesso ne custodisse la forma. La Calabria bizantina non è un’epoca finita: è una corrente sotterranea che continua a scorrere. Non si manifesta sempre nello stesso modo: a volte è un monastero che rinasce, a volte una comunità che conserva una lingua, a volte una grotta che custodisce un affresco, a volte un canto che risuona in una chiesa.
Seminara, Bivongi e Gallicianò non sono tre tappe di un itinerario, ma tre forme diverse di una stessa eredità: la capacità di tenere insieme Oriente e Occidente, memoria e presente, liturgia e paesaggio, fede e quotidianità. E forse è proprio questo il segreto della Calabria bizantina: non si mostra a chi la cerca come un oggetto, ma a chi la riconosce come un respiro. Non è un passato da ricostruire, ma una presenza da ascoltare. Una presenza che continua, silenziosa e tenace, nelle pietre, nelle voci, nei canti, nei gesti. Una presenza che non chiede di essere celebrata, ma solo condivisa.

                                                                       Bruno Demasi