La svolta arriva nel 1921, quando viene nominato parroco di Santa Maria della Candelora, uno dei quartieri più poveri di Reggio Calabria. Case umili, strade polverose, bambini che non hanno mai visto una scuola, anziani soli. La città borghese guarda altrove; Catanoso, invece, decide che quel margine sarà il suo centro.⁵
Qui costruisce una pastorale che è, di fatto, una piccola infrastruttura sociale: scuole popolari, catechesi capillare, assistenza ai malati, reti di famiglie affidatarie per gli orfani. Non fa beneficenza episodica, organizza la carità. E organizzare la carità significa toccare gli equilibri di potere: sottrarre i poveri alla dipendenza dai notabili, dare loro strumenti, dignità, parola.⁶
Negli stessi anni, la piaga dell’usura segna profondamente la Calabria rurale. I contadini, privi di accesso al credito, finiscono nelle mani di prestatori privati che impongono interessi insostenibili. L’usura non è solo un peccato individuale, è un sistema di dominio. Catanoso lo vede e lo nomina. Non si limita a condannare dal pulpito, promuove forme di solidarietà economica, incoraggia casse rurali, sostiene chi prova a creare circuiti di prestito più giusti. È una pastorale che diventa, inevitabilmente, sfida ai poteri locali.⁷ In questo contesto nasce, nel 1934, la congregazione delle Suore Veroniche del Volto Santo. Non una comunità chiusa, ma un corpo di donne chiamate a stare nelle fratture della società: scuole, orfanotrofi, case di accoglienza, catechesi nelle periferie. La misericordia, per Catanoso, non è un sentimento, è una struttura: va organizzata, resa stabile, capace di durare oltre il singolo gesto. Le Veroniche sono la risposta concreta a una Chiesa che, troppo spesso, si limita a benedire senza trasformare.⁸
Ed è qui che emerge il tratto più controcorrente della sua figura: la denuncia del clericalismo e della Chiesa dei notabili. In una Calabria dove molti parroci sono integrati nel sistema dei poteri locali, dove la religione legittima gerarchie sociali e predica rassegnazione ai poveri, Catanoso sceglie un’altra strada. Non è un polemista, non è un ideologo, ma è un uomo che non sopporta la distanza tra Vangelo e prassi.⁹ Le testimonianze sulla sua vita parlano di un prete che rifiuta privilegi, che non cerca onori, che non frequenta i salotti dei ricchi se non per chiedere aiuto per i poveri. Quando percepisce che la Chiesa rischia di essere “forte con i deboli e debole con i forti”, lo dice. Non con slogan, ma con scelte: stare sempre dalla parte degli ultimi, anche quando questo significa essere guardato con sospetto da colleghi e notabili.¹⁰
Il clericalismo, per lui, è una malattia, quella di un clero che si percepisce come casta, che difende i propri privilegi, che si allea con i ricchi per mantenere l’ordine sociale. Catanoso lo contrasta con una teologia semplice e radicale: il sacerdote è padre, non padrone; la Chiesa è casa; la liturgia è servizio, non spettacolo. In questo senso, la sua figura anticipa sensibilità che diventeranno più esplicite solo con il Concilio Vaticano II.¹¹ La sua opposizione alla “Chiesa dei notabili” non passa per manifesti o articoli, ma per una coerenza ostinata: scegliere sempre i poveri, non cercare carriere, non usare il ministero per salire di grado. È una forma di resistenza silenziosa, ma potentissima, perché mina alla radice l’idea di un clero come élite sociale. In una regione dove la Chiesa è spesso percepita come parte del sistema, Catanoso mostra che è possibile un’altra dimensione ecclesiale: una Chiesa povera, libera, non cortigiana.¹²
Quando muore, nel 1963, lascia una scia di opere e di coscienze formate: parrocchie più attente agli ultimi, la congregazione delle Veroniche radicata nel tessuto urbano, una memoria di prete “padre” più che “funzionario”. La sua canonizzazione, nel 2005, riconosce una santità che non ha nulla di spettacolare, ma che ha inciso profondamente nella storia civile e religiosa della Calabria.¹³ La sua eredità oggi parla a una Chiesa che rischia, di nuovo, di ripiegarsi su sé stessa: Catanoso ricorda che la fede, se non si traduce in giustizia, resta incompiuta; che la carità, se non diventa struttura, si dissolve. È una figura che invita a guardare la Calabria non come terra di rassegnazione, ma come luogo dove la santità può essere lavoro quotidiano e scelta sociale.⁴
1. Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, voce “Catanoso, Gaetano”, ICSAIC, Cosenza, s.d.
2. P. Bevilacqua, La Calabria nell’Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 1994, pp. 15–42.
3. Suore Veroniche del Volto Santo, Profilo biografico di don Gaetano Catanoso, Casa Madre, Reggio Calabria, 1997, pp. 7–9.
4. Positio super virtutibus, Dicastero delle Cause dei Santi, Roma, 1995 (testimonianze sulla pastorale nei paesi aspromontani).
5. M. Surace, La Candelora. Una parrocchia nella storia di Reggio, Laruffa, Reggio Calabria, 1989, pp. 102–118.
6. Bollettini dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria, anni 1990–2000 (numeri vari).
7. G. De Rosa, Il movimento cattolico in Italia, Laterza, Roma-Bari, 1979, pp. 221–245.
8. Suore Veroniche del Volto Santo, Cronache della Congregazione (1934–1950), Archivio della Casa Madre, Reggio Calabria.
9. Positio super virtutibus, cit.
10. Testimonianze raccolte negli atti della causa di canonizzazione, Archivio della Congregazione delle Veroniche.
11. Arcidiocesi di Reggio Calabria, Omelie e interventi per la canonizzazione di Gaetano Catanoso, Reggio Calabria, 2005.
12. Ivi.
13. Dicastero delle Cause dei Santi, Decreto sulla canonizzazione di Gaetano Catanoso, Città del Vaticano, 2005.
14. P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1971, pp. 89–112.
