Nel vasto repertorio del brigantaggio meridionale, dove la memoria pubblica tende a collocare i fuorilegge entro un clichè di violenza e repressione, l’esistenza di Giosafatte Tallarico rappresenta un’ eccezione radicale che Mara Vittoria Colosimi ama esplorare, con l’abituale rigore documentario, tra i suoi molteplici impegni accademici. Le fonti lo descrivono come un uomo che, dopo aver “vendicato l’assassinio del fratello, perpetrato da una guardia locale”, trasformò la Sila in un territorio politico prima ancora che geografico; e che, paradossalmente, vide lo Stato borbonico riconoscere la propria impotenza al punto da preferire la trattativa alla cattura. Raccontare Tallarico significa dunque interrogare una zona d’ombra della storia meridionale: quella in cui il potere, anziché reprimere, negozia; in cui la violenza delle faide contadine si intreccia con la fragilità strutturale di un regno. È in questo spazio di contraddizioni che prende forma la vicenda di un uomo capace di passare dalla macchia alla pensione pubblica, dalla latitanza alla sorveglianza regia, fino a una vecchiaia che la viaggiatrice inglese Anna Barker Ward definì sorprendente nel suo incontro con “l’ex terrore della Sila”. (Bruno Demasi )
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Nelle fitte e impenetrabili faggete della Sila la storia del brigantaggio ottocentesco ha lasciato un’impronta indelebile, ma, se la memoria collettiva tende a dipingere i fuorilegge del Meridione come figure tragiche destinate al cappio o alla fucilazione, la vicenda di Giosafatte Tallarico smentisce ogni rigido schema storiografico. Quella di Tallarico non è solo la cronaca di una latitanza, ma il racconto di un paradosso politico senza precedenti: il giorno in cui il Regno delle Due Sicilie decise che arrendersi a un bandito era più conveniente che cacciarlo.
Nato a Panettieri nel 1805 col nome di battesimo di Josuè Fortunato Talarico [^1], il giovane Giosafatte non scelse la macchia per vocazione criminale, bensì per quel codice d'onore non scritto che regolava le faide contadine dell'epoca. Dopo aver vendicato l'assassinio del fratello, perpetrato da una guardia locale, la foresta silana divenne la sua fortezza.
Per anni, Tallarico fu un fantasma imprendibile per l'esercito borbonico. La Sila non era semplicemente un rifugio geografico, ma un ecosistema sociale: i contadini, vessati dai grandi latifondisti, vedevano in lui un protettore. Le cronache dell'epoca e la successiva letteratura romantica ne restituirono un'immagine quasi cavalleresca: un Robin Hood calabrò che si muoveva tra i paesi travestito da prelato o da ufficiale, e che trattava i suoi prigionieri di lusso con insolita cortesia [^2]. Disperato e militarmente in scacco, il governo di Napoli tentò la carta economica, emettendo bandi di cattura con taglie che definire astronomiche per l'epoca è riduttivo: fino a 1.800 ducati per la sua cattura in vita [^3]. Eppure, l'omertà del popolo si dimostrò più forte dell'oro dei Borbone.
Il punto di svolta arrivò nel 1845. Consapevole che una vittoria militare sui rilievi calabresi era impossibile, re Ferdinando II di Borbone autorizzò una trattativa privata. Non fu una resa del bandito allo Stato, ma un vero e proprio compromesso bilaterale tra due poteri che si riconoscevano reciprocamente. Tallarico impose condizioni durissime: non avrebbe accettato la grazia se questa non fosse stata estesa anche ai nove uomini della sua banda. Sorprendentemente, la Corona accettò. Il "re bomba" non solo cancellò i reati di sangue del brigante, ma ne decretò il trasferimento coatto lontano dalla Calabria per evitare che la sua presenza potesse riaccendere focolai di rivolta. La destinazione prescelta fu l'isola d'Ischia [^4]. Il 29 giugno 1846, l'ex terrore della Sila sbarcò a Ischia Porto. Lo Stato borbonico gli assegnò un alloggio e, beffa suprema per le casse pubbliche, un vitalizio mensile di sei ducati per ciascun membro della banda [^5]. Di fatto, l'uomo che lo Stato aveva cercato di impiccare per anni si ritrovò a vivere da pensionato di lusso, sorvegliato da guardie regie il cui compito principale, col tempo, divenne quello di proteggerlo da eventuali vendette trasversali.
A Ischia la presenza dell'enigmatico calabrese divenne un'attrazione persino per i rari viaggiatori stranieri che si spingevano nel golfo di Napoli. Nei diari di viaggio della scrittrice inglese Anna Barker Ward si trova una testimonianza diretta dell'incontro con il vecchio Tallarico, ormai integrato nella comunità isolana, sposato e padre [^6]. Giosafatte Tallarico si spense a Ischia il 24 ottobre 1886, all'età di 81 anni [^7]. Sopravvisse al re che lo aveva graziato, al Regno delle Due Sicilie e vide sorgere l'Italia Unita. Una fine serena e borghese, decisamente insolita per l'uomo che aveva tenuto in scacco un regno sanguinario, ma debolissimo, dall'alto delle montagne calabresi e che, dopo morto, ha dato materia al piccolo centro natale di Panettieri di dotarsi di un museo visitatissimo.
Nato a Panettieri nel 1805 col nome di battesimo di Josuè Fortunato Talarico [^1], il giovane Giosafatte non scelse la macchia per vocazione criminale, bensì per quel codice d'onore non scritto che regolava le faide contadine dell'epoca. Dopo aver vendicato l'assassinio del fratello, perpetrato da una guardia locale, la foresta silana divenne la sua fortezza.
Per anni, Tallarico fu un fantasma imprendibile per l'esercito borbonico. La Sila non era semplicemente un rifugio geografico, ma un ecosistema sociale: i contadini, vessati dai grandi latifondisti, vedevano in lui un protettore. Le cronache dell'epoca e la successiva letteratura romantica ne restituirono un'immagine quasi cavalleresca: un Robin Hood calabrò che si muoveva tra i paesi travestito da prelato o da ufficiale, e che trattava i suoi prigionieri di lusso con insolita cortesia [^2]. Disperato e militarmente in scacco, il governo di Napoli tentò la carta economica, emettendo bandi di cattura con taglie che definire astronomiche per l'epoca è riduttivo: fino a 1.800 ducati per la sua cattura in vita [^3]. Eppure, l'omertà del popolo si dimostrò più forte dell'oro dei Borbone.
Il punto di svolta arrivò nel 1845. Consapevole che una vittoria militare sui rilievi calabresi era impossibile, re Ferdinando II di Borbone autorizzò una trattativa privata. Non fu una resa del bandito allo Stato, ma un vero e proprio compromesso bilaterale tra due poteri che si riconoscevano reciprocamente. Tallarico impose condizioni durissime: non avrebbe accettato la grazia se questa non fosse stata estesa anche ai nove uomini della sua banda. Sorprendentemente, la Corona accettò. Il "re bomba" non solo cancellò i reati di sangue del brigante, ma ne decretò il trasferimento coatto lontano dalla Calabria per evitare che la sua presenza potesse riaccendere focolai di rivolta. La destinazione prescelta fu l'isola d'Ischia [^4]. Il 29 giugno 1846, l'ex terrore della Sila sbarcò a Ischia Porto. Lo Stato borbonico gli assegnò un alloggio e, beffa suprema per le casse pubbliche, un vitalizio mensile di sei ducati per ciascun membro della banda [^5]. Di fatto, l'uomo che lo Stato aveva cercato di impiccare per anni si ritrovò a vivere da pensionato di lusso, sorvegliato da guardie regie il cui compito principale, col tempo, divenne quello di proteggerlo da eventuali vendette trasversali.
A Ischia la presenza dell'enigmatico calabrese divenne un'attrazione persino per i rari viaggiatori stranieri che si spingevano nel golfo di Napoli. Nei diari di viaggio della scrittrice inglese Anna Barker Ward si trova una testimonianza diretta dell'incontro con il vecchio Tallarico, ormai integrato nella comunità isolana, sposato e padre [^6]. Giosafatte Tallarico si spense a Ischia il 24 ottobre 1886, all'età di 81 anni [^7]. Sopravvisse al re che lo aveva graziato, al Regno delle Due Sicilie e vide sorgere l'Italia Unita. Una fine serena e borghese, decisamente insolita per l'uomo che aveva tenuto in scacco un regno sanguinario, ma debolissimo, dall'alto delle montagne calabresi e che, dopo morto, ha dato materia al piccolo centro natale di Panettieri di dotarsi di un museo visitatissimo.
Mara Vittoria Colosimi
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[^1]: Registri dello Stato Civile, Comune di Panettieri (CS). L'atto di nascita certifica l'identità anagrafica di Josuè Fortunato Talarico, nato il 20 luglio 1805.
[^2]: Nicola Misasi, In Magna Sila, 1893. Lo scrittore cosentino descrisse ampiamente l'aura romantica e le bizzarre abitudini di Tallarico nei suoi racconti dedicati al brigantaggio calabrese.
[^3]: Archivio di Stato di Cosenza, Fondo Alta Polizia. Bandi borbonici di epoca compresa tra il 1838 e il 1844, contenenti le specifiche delle taglie (fino a 1.800 ducati per il capo-banda vivo e 1.200 per l'uccisione).
[^4]: Archivio di Stato di Napoli, Ministero del Buon Governo. Corrispondenza riservata del 1845 tra gli intermediari della Corona e gli emissari del Tallarico per concordare i termini della sottomissione.
[^5]: Registri delle Spese e dei Mandati, Regno delle Due Sicilie (1846). Documentazione ufficiale riguardante l'assegnazione del sussidio e il trasferimento della banda a Ischia Porto.
[^6]: Anna Barker Ward, Letters from Italy, ed. postuma. Nel testo la viaggiatrice britannica documenta l'incontro e lo stupore nel vedere l'ex brigante calabrese vivere pacificamente sull'isola.
[^7]: Archivio Parrocchiale di Ischia, Registro dei Morti (1886). L'atto di morte ufficiale del 24 ottobre 1886 ne attesta il decesso per cause naturali in tarda età.

