Chimico, tossicologo, docente universitario. Un protagonista indiscusso della chimica italiana post‑unitaria che ha dato tanto alla scienza senza mai dimenticare il suo luogo di origine, dove tornava appena poteva e dove oggi la sua memoria resta paradossalmente più negletta che altrove. Due i segnali grossolani di questa sciatta dimenticanza: la piazza a lui intitolata, a destra della cattedrale, per chi guarda quest’ultima, adornata da un’antica e possente fontana monumentale, viene quasi sempre appellata col nome “Regina Margherita”, che invece si rtiferisce soltanto alla piazza attigua ( quella antistante la chiesa); il locale e glorioso Liceo Scientifico, al quale egli aveva parimenti dato l’intitolazione, da qualche tempo ha dismesso il suo nome soffocato da quello di Giovanni Francesco Gemelli-Careri di Radicena, che non ha mai avuto nessun legame con Oppido e che comunque riguarda l’Istituto d’Istruzione superiore di Oppido/Taurianova nel suo complesso e non il Liceo Scientifico oppidese individualmente inteso.
La vicenda di Francesco Marino Zuco si propone come un episodio fondamentale della storia scientifica italiana post‑unitaria. La sua traiettoria, che lo condusse ai laboratori di Roma e Genova, racconta l’ascesa di un giovane calabrese capace di inserirsi nei circuiti più avanzati della chimica del suo tempo, contribuendo in modo originale alla nascente tossicologia moderna. Nacque a Oppido Mamertina il 9 aprile 1853, da Alfonso Marino, muratore, e da Teresa Zuco. La sua infanzia si svolse in un contesto sociale vivace, in una cittadina che, pur periferica, era attraversata da fermenti culturali e da una precoce attenzione per l’istruzione.Compiuti i primi studi nel paese natale, si trasferì a Napoli, dove conseguì la licenza liceale presso il prestigioso Liceo Umberto I. In un primo momento si iscrisse alla Facoltà di Filosofia e Lettere, ma il servizio militare interruppe il percorso. Rientrato alla vita civile, nel 1874 scelse una nuova direzione: Chimica e Farmacia presso l’Università di Napoli.
Nel 1877 si trasferì a Roma, attratto dalla fama dell’Istituto Chimico diretto da Stanislao Cannizzaro, uno dei padri della chimica moderna. Qui fu accolto con particolare favore dal conterraneo Francesco Mauro, già figura emergente nel panorama scientifico nazionale¹.La permanenza romana fu decisiva. Marino Zuco si laureò nel 1881 e fu subito nominato secondo preparatore presso l’Istituto Chimico.
In questi anni si formò quel nucleo di studiosi che la storiografia locale definisce, con espressione suggestiva, “gruppo di Panisperna” (da non confondere con il gruppo dei fisici del Novecento). Ne facevano parte, oltre a Mauro, Piccini, Nasini, Ciamician, tutti impegnati nella diffusione del metodo scientifico cannizzariano nelle università italiane². L’ambiente era fervido: Roma, da poco capitale, stava costruendo le sue istituzioni scientifiche; Cannizzaro era un maestro esigente e carismatico; i giovani ricercatori vivevano un clima di sperimentazione continua.
Nel 1889 Marino Zuco ottenne l’insegnamento di scienze fisiche, matematiche e naturali. Poco dopo gli fu affidato il corso di Chimica Farmaceutica e la direzione del gabinetto chimico dell’ateneo romano. Nel 1891 vinse la cattedra di Chimica Farmaceutica presso l’Università di Genova, dove divenne direttore della Scuola di Farmacia. Qui svolse la parte più significativa della sua carriera, contribuendo alla modernizzazione dei laboratori e alla formazione di generazioni di farmacisti e chimici.
Il nome di Marino Zuco è legato soprattutto alla chimica tossicologica. La sua opera più nota è il Metodo per la ricerca chimica legale dell’arsenico e dell’antimonio, basato sull’azione distruttiva degli acidi nitroso e nitrico sulle matrici organiche. Il procedimento divenne noto come: “ Processo Marino Zuco” ³. Fu un contributo innovativo, che semplificava e rendeva più affidabile l’individuazione dei veleni minerali in contesti giudiziari.
Tra le sue prime pubblicazioni, molte delle quali stampate dall’Accademia dei Lincei, si ricordano: Relazione delle esperienze sulle così dette ptomaine (1885); Relazione sulle analisi chimiche delle acque del sottosuolo di Roma (1885); Nuovo metodo per la distruzione delle materie organiche nelle analisi tossicologiche (1888). Questi lavori lo collocano tra i pionieri italiani della tossicologia moderna.
Collaborò con figure di primo piano: Angelo Celli, igienista e pioniere della lotta alla malaria; Tommaso Cannizzaro; Goffredo Vignolo; i propri fratelli Sante (chirurgo) e Luigi (chimico), anch’essi docenti universitari, e diede alle stampe opere davvero rilevanti, come: Ricerche sul morbo di Addison (1892); Sopra gli alcaloidi della cannabis indica e della cannabis sativa (1895); Sulla nitrificazione (1895). Si dedicò anche allo studio delle acque minerali allora in voga: Fiuggi, Uliveto, Salsomaggiore. Il saggio Cenni sull’analisi chimica dell’acqua di Fiuggi (1888) è una testimonianza della sua attenzione per la chimica applicata alla salute pubblica.
Un episodio di grande rilievo, riportato da Frascà nella cronistoria di Oppido (1930), narra che, quando Marino Zuco scoprì l’avvelenamento per urea, Louis Pasteur si congratulò personalmente con lui e, dopo ulteriori scoperte (bacillo della rabbia, siero antirabbico), lo visitò nel suo laboratorio⁴. Si tratta di un dettaglio prezioso, che testimonia la reputazione internazionale raggiunta dal chimico calabrese, che fu membro del Consiglio Sanitario della Provincia di Genova in due tornate, dal 1899 al 1901 e dal 1916 al 1918 e per meriti scientifici ricevette le onorificenze di Ufficiale della Corona d’Italia e dell Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Morì a Pisa il 26 novembre 1919, in età ancora relativamente giovane. Il mondo accademico si mobilitò per onorarlo: un comitato presieduto dal comm. Giuseppe Dufour raccolse fondi per istituire premi destinati agli studenti della Scuola di Farmacia. Un Regio Decreto del 1927 autorizzò l’Università di Genova ad accettare la somma di 10.000 lire, destinata a perpetuarne la memoria⁵.
La figura di Marino Zuco rappresenta un tassello fondamentale della chimica italiana post‑unitaria. La sua opera si colloca all’incrocio tra: la tradizione cannizzariana, la nascente chimica tossicologica, la modernizzazione delle scuole di farmacia, la costruzione delle istituzioni scientifiche nazionali. Il suo contributo più duraturo resta il Processo Marino Zuco, che per decenni fu un riferimento nella chimica forense e la testimonianza di Pasteur ne suggella il valore internazionale.
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2) Ibidem.
3) Ibidem; cfr. anche V. Frascà, Oppido Mamertina - Riassunto cronistorico, 1930.
4) V.Frascà, op.cit.
5) Liberti, op. cit.
Bibliografia di F. Marino Zuco:
F. Marino Zuco, Relazione delle esperienze sulle così dette ptomaine, Roma, Accademia dei Lincei, 1885.
Id., Relazione sulle analisi chimiche delle acque del sottosuolo di Roma, 1885.
Id., Nuovo metodo per la distruzione delle materie organiche nelle analisi tossicologiche, 1888.
Id., Cenni sull’analisi chimica dell’acqua di Fiuggi, 1888.
Id. con S. e L. Marino, Ricerche sul morbo di Addison, 1892.
Id. con G. Vignolo, Sopra gli alcaloidi della cannabis indica e della cannabis sativa, 1895.
Id. con A. Celli e T. Cannizzaro, Sulla nitrificazione, 1895.
Scritti su Marino Zuco
Rocco Liberti, Marino Zuco, Francesco, in Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, ICSAIC, 2019.
Vincenzo Frascà, , Oppido Mamertina - Riassunto cronistorico, 1930.
Atti dell’Università di Genova, anni 1891–1927.
Documenti dell’Accademia dei Lincei (serie chimica, 1880–1900).
Studi sulla chimica italiana post‑unitaria (Nasini, Ciamician, Cannizzaro).