Quando Lazare mette piede in Calabria, non porta con sé solo un nome. Porta un continente intero, una storia che non è ancora stata ascoltata, un corpo che ha attraversato deserti, prigioni, mare. Don Ennio Stamile lo incontra così: «con gli occhi che non chiedevano pietà, ma riconoscimento». È da questo sguardo che nasce Lazare. Sogni di un concasseur (Castelvecchi, 2025–2026), un libro che non si limita a raccontare una vicenda individuale, ma tenta un’operazione più radicale: spostare il baricentro della narrazione calabrese: non più la Calabria che parte, ma la Calabria che accoglie, non più il Sud come periferia, ma il Sud come frontiera viva del Mediterraneo.
Stamile, sacerdote calabrese, che non insegue ritualità stucchevoli e schemi autocelebrativi, impegnato in una missione quotidiana non certo accademica, non è un narratore neutrale. È un testimone, un mediatore, un uomo che vive ogni giorno il confine tra legalità e vulnerabilità. Il suo libro è un reportage civile che attraversa intensamente le rotte migratorie; le fragilità istituzionali; le reti di solidarietà; la violenza invisibile del viaggio; la forza delle micro-comunità che resistono. Lazare diventa così un personaggio-simbolo, ma mai un’astrazione. Stamile lo restituisce nella sua concretezza: «aveva mani che sembravano conoscere il peso del mondo». Eppure, il libro non indulge nel pietismo. Non cede alla retorica della vittima e non costruisce eroi, ma persone comuni.
Il titolo è già un manifesto. Il “concasseur” è il frantumatore, la macchina che spezza le pietre. Lazare, nel suo paese, lavorava così: «frantumava rocce per costruire strade che non avrebbe mai percorso». Stamile trasforma questa immagine in una metafora potente, come se affermasse che Lazare frantuma pietre, il viaggio frantuma la sua vita, la Calabria frantuma i pregiudizi, la narrazione dominante frantuma la sua voce. Eppure, da queste fratture nasce una possibilità: ricomporre. Il libro è un atto di ricomposizione.
Una delle intuizioni più forti del saggio è la capacità di leggere la Calabria non come sfondo, ma come protagonista. Stamile lo dice con chiarezza: «qui, dove finisce l’Italia, comincia l’umanità». La regione diventa nel medesimo tempo un punto di approdo, un luogo di sospensione, un crocevia di lingue e di ferite, un laboratorio di convivenza mostrandosi come uno dei territori oggi più esposti alle dinamiche globali: migrazioni, crisi economiche, criminalità organizzata, ma anche reti civili, parrocchie, associazioni, famiglie che aprono le porte.È un Sud che non chiede indulgenza. Chiede di essere guardato.
La forza del libro sta nella sua struttura ibrida giocata su quattro elementi tra loro in simbiosi: narrazione: la storia di Lazare, raccontata con ritmo e immagini; analisi: dati, riferimenti normativi, contesto geopolitico; testimonianza: la voce di chi accoglie, di chi lotta, di chi resiste; riflessione etica: cosa significa essere umani in un tempo di confini. Il tutto con una lingua sobria, ma capace di fenditure improvvise. Quando viene descritto il mare, ad esempio, è chiamato «la grande bocca che inghiotte e restituisce senza spiegazioni»; quando si parla della burocrazia, la si definisce «la seconda frontiera, più dura della prima».
Il titolo è già un manifesto. Il “concasseur” è il frantumatore, la macchina che spezza le pietre. Lazare, nel suo paese, lavorava così: «frantumava rocce per costruire strade che non avrebbe mai percorso». Stamile trasforma questa immagine in una metafora potente, come se affermasse che Lazare frantuma pietre, il viaggio frantuma la sua vita, la Calabria frantuma i pregiudizi, la narrazione dominante frantuma la sua voce. Eppure, da queste fratture nasce una possibilità: ricomporre. Il libro è un atto di ricomposizione.
Una delle intuizioni più forti del saggio è la capacità di leggere la Calabria non come sfondo, ma come protagonista. Stamile lo dice con chiarezza: «qui, dove finisce l’Italia, comincia l’umanità». La regione diventa nel medesimo tempo un punto di approdo, un luogo di sospensione, un crocevia di lingue e di ferite, un laboratorio di convivenza mostrandosi come uno dei territori oggi più esposti alle dinamiche globali: migrazioni, crisi economiche, criminalità organizzata, ma anche reti civili, parrocchie, associazioni, famiglie che aprono le porte.È un Sud che non chiede indulgenza. Chiede di essere guardato.
La forza del libro sta nella sua struttura ibrida giocata su quattro elementi tra loro in simbiosi: narrazione: la storia di Lazare, raccontata con ritmo e immagini; analisi: dati, riferimenti normativi, contesto geopolitico; testimonianza: la voce di chi accoglie, di chi lotta, di chi resiste; riflessione etica: cosa significa essere umani in un tempo di confini. Il tutto con una lingua sobria, ma capace di fenditure improvvise. Quando viene descritto il mare, ad esempio, è chiamato «la grande bocca che inghiotte e restituisce senza spiegazioni»; quando si parla della burocrazia, la si definisce «la seconda frontiera, più dura della prima».
È un libro che non consola, non assolve e non accusa. Spiega. E nel farlo, costringe a guardare. Lazare è un saggio che parla della Calabria, ma anche dell’Italia. Parla di migrazioni, ma anche di noi. Parla di un ragazzo africano, ma soprattutto del modo in cui lo guardiamo. È un libro che mette in crisi le narrazioni facili: quelle della paura, quelle del buonismo, quelle dell’indifferenza. E propone un’altra via: la responsabilità. Per questo è un testo che convince. Perché non chiede di scegliere da che parte stare. Chiede di capire cosa significa stare dalla parte giusta. E’ insomma uno dei saggi civili più importanti della nuova stagione calabrese. È un libro che attraversa la frontiera e la restituisce come luogo di possibilità, che ricorda una verità semplice e radicale: che ogni storia, se ascoltata davvero, può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Soprattutto quello più vicino a noi.
Bruno Demasi