Una sorprendente fioritura del cinema contemporaneo d’autore
Il territorio della Piana di Gioia Tauro non ha mai posseduto un’industria cinematografica né poli produttivi capaci di generare una filiera. Eppure, proprio questa assenza, ha prodotto un fenomeno inatteso: una generazione inattesa e prolungata di registi che ha trasformato la mancanza di strutture in un laboratorio narrativo. La Piana non offre infrastrutture, ma forse offre qualcosa di più profondo e più difficile da definire: una memoria collettiva stratificata, comunità segnate dalle partenze, paesi che resistono nonostante lo spopolamento, un paesaggio che conserva ferite e domande. È un territorio che non si limita a essere vissuto: chiede di essere interpretato.
In questo contesto, il cinema non nasce come mestiere, ma come necessità. Non è un prodotto industriale, ma un gesto di restituzione. I registi che emergono dalla Piana non condividono un’estetica comune, non si riconoscono in un manifesto e non costituiscono un movimento. Tuttavia, osservati insieme, delineano una direzione precisa: raccontare la Calabria non come un luogo da rappresentare, ma come un luogo da interrogare. La loro opera non cerca di costruire un’immagine consolatoria, né di aderire a stereotipi. Al contrario, restituisce complessità, contraddizioni, memorie e tensioni. È un cinema che nasce da un’urgenza, da una necessità non da un sistema.
Questa genealogia si articola lungo cinque linee principali: la memoria politica, la comunità, la diaspora, la sopravvivenza collettiva e il mito. Ognuna di esse è incarnata da un autore, qui rappresentato essenzialmente e in ordine alfabetico, e insieme compongono una mappa emotiva e culturale della Piana, una geografia che non si limita a descrivere, ma tenta di comprendere.
MIMMO CALOPRESTI: la memoria politica
La genealogia contemporanea del cinema legato alla Piana parte da Mimmo Calopresti, nato a Polistena nel 1955 e cresciuto tra la Calabria operaia e la Torino delle lotte sociali. La sua formazione avviene all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, dove realizza i primi documentari negli anni Ottanta. La sua filmografia – La seconda volta, Preferisco il rumore del mare, Aspromonte. La terra degli ultimi, fino ai recenti Gianni Versace. L’imperatore dei sogni e Cutro, Calabria, Italia – è un continuo ritorno alla memoria come ferita e come domanda politica. Calopresti non usa la Calabria come sfondo, ma come soggetto morale. Nei suoi film, caratterizzati anche da una cura attentissima al dettaglio, alla situazione minimale, al sentimento, la marginalità diventa linguaggio, la nostalgia diventa forma, la dignità diventa tema centrale. La sua opera ha aperto una strada e forse anche una scuola prima inesistenti: ha mostrato che il Sud può essere raccontato senza folklore, senza vittimismo e senza compiacimento. Echi del migliore neorealismo nella sua cinematografia diventano storie solide di culture e la memoria non è un deposito, ma un dispositivo critico: un modo per interrogare ciò che il tempo ha lasciato ai margini.
JONAS CARPIGNANO: la comunità come racconto vivente
Pur non essendo nativo della Piana, Jonas Carpignano ne è diventato uno dei suoi interpreti più radicali e necessari. La sua presenza a Gioia Tauro e a Rosarno non è un fatto biografico, ma una scelta poetica: un’autoadozione che trasforma il territorio in un laboratorio permanente di osservazione e di immersione. Con Mediterranea (2015), A Ciambra (2017) e A Chiara (2021), Carpignano ha composto una trilogia che non racconta la Piana: la abita. Mediterranea segue la comunità burkinabé di Rosarno, restituendo la tensione tra lavoro, marginalità e desiderio di radicamento. A Ciambra entra nel cuore della comunità rom di Gioia Tauro, costruendo un film che è insieme documento, rito e alleanza. A Chiara sposta lo sguardo su una famiglia calabrese di Gioia Tauro, mostrando come la criminalità non sia un tema, ma un’ombra che attraversa i corpi e le relazioni. Il metodo di Carpignano – lavorare con non professionisti, intrecciare biografie reali e finzione, costruire i film insieme alle persone che li abitano – ha ridefinito il modo in cui la Calabria può essere filmata. Se Calopresti ha mostrato che la memoria è un dispositivo critico, Carpignano mostra che la comunità è un organismo narrativo. Nei suoi film la Piana non è sfondo, ma presenza: un corpo vivo, contraddittorio, in movimento. La sua linea nella genealogia è quella della comunità come racconto vivente: un cinema che non osserva la Calabria, ma la attraversa.
EMILIANO CHILLICO : la diaspora Emiliano Chillico, regista e sceneggiatore di Oppido Mamertina, appartiene a una generazione cresciuta tra partenze e ritorni mancati. I suoi lavori – dai corti premiati Odio per odio e Un piccolo posto nell’universo – sono costruiti come archivi viventi: raccolgono storie di famiglie divise, di paesi inesorabilmente svuotati, memorie che rischiano di scomparire. La sua poetica nasce da un doppio sguardo: quello del narratore e quello dell’artigiano del set, maturato attraverso anni di lavoro tecnico in produzioni nazionali. Chillico ha sviluppato un cinema che non osserva la diaspora dall’esterno, ma dall’interno delle sue fratture. Nei suoi film la distanza non è solo geografica: è emotiva, generazionale, linguistica. Le case vuote, le strade silenziose, i volti che tornano senza più riconoscere i luoghi sono elementi che diventano struttura narrativa con un tessuto e un timbro avvincenti. La Calabria che viene raccontata non è un luogo immobile, ma una soglia: ciò che resta e ciò che si perde convivono nella stessa inquadratura. Il suo cinema non cerca di ricomporre quanto è stato spezzato dalla storia: cerca di conservarne attentamente la traccia, la vibrazione, la memoria condivisa. Chillico rappresenta la linea della diaspora, quella che restituisce voce a chi è partito e a chi è rimasto, senza retorica e senza sentimentalismo.
ANTONINO GIANNOTTA: la sopravvivenza collettiva Classe 1995, Antonino Giannotta è l’autore di Tre euro e quaranta, un film che ha attirato l’attenzione nazionale per la sua radicale indipendenza. Girato con mezzi minimi e con la comunità come troupe, il film racconta il precariato giovanile con una sincerità che ha colpito pubblico e critica. Giannotta non estetizza la povertà: la assume con estrema fedeltà come condizione esistenziale e come linguaggio. La sua regia nasce dalla necessità, non dalla mancanza. Il suo cinema non imita l’industria: la contraddice. La precarietà, di conseguenza, non è avvertita come un limite, ma assunta come un metodo; non è un ostacolo, ma un dispositivo creativo. Giannotta lavora con ciò che ha – luoghi, persone, energie – trasformando la comunità che gli gravita intorno in un soggetto produttivo e narrativo. Il risultato è un cinema che si costruisce insieme, che restituisce dignità a chi spesso non ne ha sullo schermo, che mostra come la sopravvivenza non sia solo un tema, ma una forma di resistenza collettiva. In questa genealogia, Giannotta rappresenta la linea della sopravvivenza: un cinema che dimostra come la Calabria possa raccontarsi da sola, senza filtri e senza mediazioni.
EMMANUELE SACCÀ: il mito Emmanuele Saccà, proveniente dal mondo della scuola e della musica, autore di Kalavrìa e Scilla la Ninfa, riporta il mito al centro dell’immaginario calabrese contemporaneo. Le sue opere non si limitano a raccontare il territorio: lo evocano e lo scavano fin nelle sue pieghe più remote. La Calabria diventa figura archetipica, creatura antica che attraversa il presente e lo inquieta. Saccà lavora sul confine tra reale e simbolico, tra documento e visione. Nei suoi film il paesaggio non è sfondo, ma personaggio: le cascate di Piminoro, le scogliere di Scilla, i boschi dell’Aspromonte diventano luoghi in cui il mito non è soltanto ricordato e narrato con linguaggio moderno, ma quasi riattivato. La sua regia non cerca la verosimiglianza, ma la risonanza. Il mito non è un ornamento culturale, ma un dispositivo identitario che permette di leggere la Calabria come una terra abitata da presenze, da memorie profonde, da ombre che precedono i corpi. La sua linea nella genealogia è quella del mito, che restituisce alla Calabria una profondità simbolica spesso rimossa e che mostra come il cinema possa essere, ancora oggi, un luogo di apparizioni e di suggestioni perdute.
Considerati insieme, questi registi non formano un gruppo, ma un insieme di vocazioni artistiche davvero sorprendente. Non condividono un’estetica, ma un metodo: ascoltare la Calabria e restituirla senza abbellimenti. Calopresti lavora sulla memoria politica; Carpignano sulla comunità; Chillico sulla diaspora; Giannotta sulla sopravvivenza collettiva; Saccà sul mito. Insieme compongono una geografia emotiva che mostra come questa terra, quando viene ascoltata davvero, non smetta mai di parlare. E il loro cinema non cerca di rappresentarla soltanto: cerca di comprenderla. Non costruisce immagini, ma restituisce voci. Non cerca di spiegare, ma di far emergere ciò che spesso resta invisibile.
Un cinema che, forse per la prima volta, permette alla Calabria di raccontarsi con le proprie parole.
In questo contesto, il cinema non nasce come mestiere, ma come necessità. Non è un prodotto industriale, ma un gesto di restituzione. I registi che emergono dalla Piana non condividono un’estetica comune, non si riconoscono in un manifesto e non costituiscono un movimento. Tuttavia, osservati insieme, delineano una direzione precisa: raccontare la Calabria non come un luogo da rappresentare, ma come un luogo da interrogare. La loro opera non cerca di costruire un’immagine consolatoria, né di aderire a stereotipi. Al contrario, restituisce complessità, contraddizioni, memorie e tensioni. È un cinema che nasce da un’urgenza, da una necessità non da un sistema.
Questa genealogia si articola lungo cinque linee principali: la memoria politica, la comunità, la diaspora, la sopravvivenza collettiva e il mito. Ognuna di esse è incarnata da un autore, qui rappresentato essenzialmente e in ordine alfabetico, e insieme compongono una mappa emotiva e culturale della Piana, una geografia che non si limita a descrivere, ma tenta di comprendere.
MIMMO CALOPRESTI: la memoria politica
La genealogia contemporanea del cinema legato alla Piana parte da Mimmo Calopresti, nato a Polistena nel 1955 e cresciuto tra la Calabria operaia e la Torino delle lotte sociali. La sua formazione avviene all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, dove realizza i primi documentari negli anni Ottanta. La sua filmografia – La seconda volta, Preferisco il rumore del mare, Aspromonte. La terra degli ultimi, fino ai recenti Gianni Versace. L’imperatore dei sogni e Cutro, Calabria, Italia – è un continuo ritorno alla memoria come ferita e come domanda politica. Calopresti non usa la Calabria come sfondo, ma come soggetto morale. Nei suoi film, caratterizzati anche da una cura attentissima al dettaglio, alla situazione minimale, al sentimento, la marginalità diventa linguaggio, la nostalgia diventa forma, la dignità diventa tema centrale. La sua opera ha aperto una strada e forse anche una scuola prima inesistenti: ha mostrato che il Sud può essere raccontato senza folklore, senza vittimismo e senza compiacimento. Echi del migliore neorealismo nella sua cinematografia diventano storie solide di culture e la memoria non è un deposito, ma un dispositivo critico: un modo per interrogare ciò che il tempo ha lasciato ai margini.
JONAS CARPIGNANO: la comunità come racconto vivente
Pur non essendo nativo della Piana, Jonas Carpignano ne è diventato uno dei suoi interpreti più radicali e necessari. La sua presenza a Gioia Tauro e a Rosarno non è un fatto biografico, ma una scelta poetica: un’autoadozione che trasforma il territorio in un laboratorio permanente di osservazione e di immersione. Con Mediterranea (2015), A Ciambra (2017) e A Chiara (2021), Carpignano ha composto una trilogia che non racconta la Piana: la abita. Mediterranea segue la comunità burkinabé di Rosarno, restituendo la tensione tra lavoro, marginalità e desiderio di radicamento. A Ciambra entra nel cuore della comunità rom di Gioia Tauro, costruendo un film che è insieme documento, rito e alleanza. A Chiara sposta lo sguardo su una famiglia calabrese di Gioia Tauro, mostrando come la criminalità non sia un tema, ma un’ombra che attraversa i corpi e le relazioni. Il metodo di Carpignano – lavorare con non professionisti, intrecciare biografie reali e finzione, costruire i film insieme alle persone che li abitano – ha ridefinito il modo in cui la Calabria può essere filmata. Se Calopresti ha mostrato che la memoria è un dispositivo critico, Carpignano mostra che la comunità è un organismo narrativo. Nei suoi film la Piana non è sfondo, ma presenza: un corpo vivo, contraddittorio, in movimento. La sua linea nella genealogia è quella della comunità come racconto vivente: un cinema che non osserva la Calabria, ma la attraversa.
EMILIANO CHILLICO : la diaspora Emiliano Chillico, regista e sceneggiatore di Oppido Mamertina, appartiene a una generazione cresciuta tra partenze e ritorni mancati. I suoi lavori – dai corti premiati Odio per odio e Un piccolo posto nell’universo – sono costruiti come archivi viventi: raccolgono storie di famiglie divise, di paesi inesorabilmente svuotati, memorie che rischiano di scomparire. La sua poetica nasce da un doppio sguardo: quello del narratore e quello dell’artigiano del set, maturato attraverso anni di lavoro tecnico in produzioni nazionali. Chillico ha sviluppato un cinema che non osserva la diaspora dall’esterno, ma dall’interno delle sue fratture. Nei suoi film la distanza non è solo geografica: è emotiva, generazionale, linguistica. Le case vuote, le strade silenziose, i volti che tornano senza più riconoscere i luoghi sono elementi che diventano struttura narrativa con un tessuto e un timbro avvincenti. La Calabria che viene raccontata non è un luogo immobile, ma una soglia: ciò che resta e ciò che si perde convivono nella stessa inquadratura. Il suo cinema non cerca di ricomporre quanto è stato spezzato dalla storia: cerca di conservarne attentamente la traccia, la vibrazione, la memoria condivisa. Chillico rappresenta la linea della diaspora, quella che restituisce voce a chi è partito e a chi è rimasto, senza retorica e senza sentimentalismo.
ANTONINO GIANNOTTA: la sopravvivenza collettiva Classe 1995, Antonino Giannotta è l’autore di Tre euro e quaranta, un film che ha attirato l’attenzione nazionale per la sua radicale indipendenza. Girato con mezzi minimi e con la comunità come troupe, il film racconta il precariato giovanile con una sincerità che ha colpito pubblico e critica. Giannotta non estetizza la povertà: la assume con estrema fedeltà come condizione esistenziale e come linguaggio. La sua regia nasce dalla necessità, non dalla mancanza. Il suo cinema non imita l’industria: la contraddice. La precarietà, di conseguenza, non è avvertita come un limite, ma assunta come un metodo; non è un ostacolo, ma un dispositivo creativo. Giannotta lavora con ciò che ha – luoghi, persone, energie – trasformando la comunità che gli gravita intorno in un soggetto produttivo e narrativo. Il risultato è un cinema che si costruisce insieme, che restituisce dignità a chi spesso non ne ha sullo schermo, che mostra come la sopravvivenza non sia solo un tema, ma una forma di resistenza collettiva. In questa genealogia, Giannotta rappresenta la linea della sopravvivenza: un cinema che dimostra come la Calabria possa raccontarsi da sola, senza filtri e senza mediazioni.
EMMANUELE SACCÀ: il mito Emmanuele Saccà, proveniente dal mondo della scuola e della musica, autore di Kalavrìa e Scilla la Ninfa, riporta il mito al centro dell’immaginario calabrese contemporaneo. Le sue opere non si limitano a raccontare il territorio: lo evocano e lo scavano fin nelle sue pieghe più remote. La Calabria diventa figura archetipica, creatura antica che attraversa il presente e lo inquieta. Saccà lavora sul confine tra reale e simbolico, tra documento e visione. Nei suoi film il paesaggio non è sfondo, ma personaggio: le cascate di Piminoro, le scogliere di Scilla, i boschi dell’Aspromonte diventano luoghi in cui il mito non è soltanto ricordato e narrato con linguaggio moderno, ma quasi riattivato. La sua regia non cerca la verosimiglianza, ma la risonanza. Il mito non è un ornamento culturale, ma un dispositivo identitario che permette di leggere la Calabria come una terra abitata da presenze, da memorie profonde, da ombre che precedono i corpi. La sua linea nella genealogia è quella del mito, che restituisce alla Calabria una profondità simbolica spesso rimossa e che mostra come il cinema possa essere, ancora oggi, un luogo di apparizioni e di suggestioni perdute.
Considerati insieme, questi registi non formano un gruppo, ma un insieme di vocazioni artistiche davvero sorprendente. Non condividono un’estetica, ma un metodo: ascoltare la Calabria e restituirla senza abbellimenti. Calopresti lavora sulla memoria politica; Carpignano sulla comunità; Chillico sulla diaspora; Giannotta sulla sopravvivenza collettiva; Saccà sul mito. Insieme compongono una geografia emotiva che mostra come questa terra, quando viene ascoltata davvero, non smetta mai di parlare. E il loro cinema non cerca di rappresentarla soltanto: cerca di comprenderla. Non costruisce immagini, ma restituisce voci. Non cerca di spiegare, ma di far emergere ciò che spesso resta invisibile.
Un cinema che, forse per la prima volta, permette alla Calabria di raccontarsi con le proprie parole.
Bruno Demasi