lunedì 30 marzo 2026

Seminara, Bivongi, Gallicianò : la mappa bizantina moderna della provincia di Reggio C. (di Bruno Demasi)


    Con l’approssimarsi dei riti pasquali e delle loro risonanze, nella provincia di Reggio Calabria è possibile scoprire ancora oggi una trama sottile, quasi invisibile, che unisce monasteri, paesi, grotte, memorie. È la trama bizantina, quella che per secoli ha dato forma alla spiritualità, alla lingua, alla liturgia, al paesaggio stesso. Non è un’eredità uniforme: è un mosaico irregolare, fatto di continuità e di ritorni, di rovine e di rinascite.

  A Seminara, questa eredità non viene dal passato remoto, ma da un presente che ha scelto di riallacciarsi a una radice antica. Il Monastero dei Santi Elia e Filarete, costruito in tempi recenti, non pretende di essere ciò che non è: non è la ricostruzione di un cenobio medievale, ma la creazione di uno spazio spirituale che si ispira alla tradizione italo‑greca. Qui la liturgia bizantina — con il suo ritmo lento, la sua teologia cantata, la sua luce dorata — diventa il vero ponte con il passato. Il monaco che intona l’“Eis polla eti, Despota” non ripete un gesto antico: lo rinnova. L’incenso che sale, le icone che brillano, il canto monodico che si distende come un’onda: tutto parla la lingua dell’Oriente cristiano, anche se il greco non è più parlato fuori dalla chiesa. Il culto dei due santi — Elia di Enna, asceta siciliano, e Filarete l’Ortolano e il Misericordioso, figura di carità e umiltà — non appartiene alla storia locale, ma alla grande geografia della santità orientale. Eppure, in questo lembo di Calabria, trova una risonanza naturale: come se la terra riconoscesse un linguaggio antico, pur non parlandolo più. La Regola di San Basilio, che invita a un equilibrio tra preghiera e lavoro, tra contemplazione e ospitalità, trova qui una forma concreta: l’orto, il laboratorio di icone, la cura degli ospiti, la preghiera delle Ore che scandisce il giorno come un respiro.

  A Bivongi, invece, la radice è autenticamente medievale. Il monastero di San Giovanni Theristis, fondato tra X e XI secolo, fu uno dei centri più importanti del monachesimo italo‑greco. Qui la storia non è un’evocazione: è pietra, acqua, luce. Il nome del santo — “Theristis”, il Mietitore — richiama un miracolo che parla di lavoro e di solidarietà, di un cristianesimo che non separava mai la fede dalla terra. La liturgia bizantina, celebrata oggi dai monaci ortodossi, restituisce al luogo la sua voce originaria: il canto dell’“Axion estin”, la lettura salmodica, la processione lenta attorno all’altare, la luce che si posa sulle icone come un velo. Per secoli, il monastero fu un faro spirituale, poi vennero l’abbandono, i terremoti, la latinizzazione, il silenzio. Quando, alla fine del Novecento, una comunità monastica ortodossa decise di riportarlo alla vita, non si trattò di un restauro archeologico, ma di un atto di continuità spirituale. Oggi il canto bizantino risuona di nuovo tra le navate, e il paesaggio — il fiume Stilaro, i boschi, la pietra chiara — sembra partecipare alla liturgia. Qui la Calabria bizantina non è un ricordo: è una presenza che si rinnova. La teologia della luce, così centrale nell’Oriente cristiano, trova nel monastero un’eco naturale: la luce che filtra dalle finestre absidali sembra dire ciò che le parole non possono.

    E poi c’è Gallicianò, che non è un monastero, ma forse è qualcosa di più raro: una comunità che custodisce ancora la lingua greca, l’ultimo frammento vivo del greco di Calabria. Qui il bizantinismo non è un’eredità monastica, ma un fatto antropologico. La piccola chiesa ortodossa di San Giovanni, costruita negli anni Novanta, non è un ritorno archeologico, ma un ritorno naturale: la comunità ha riconosciuto nel rito bizantino la forma più coerente con la propria identità profonda. Qui il greco non è lingua liturgica soltanto: è lingua della vita. Le parole che gli anziani pronunciano — kardhía, neró, psomí — sono le stesse che un tempo risuonavano nei monasteri dell’Aspromonte. La liturgia, a Gallicianò, è un atto comunitario: non c’è distanza tra chi celebra e chi ascolta. Il canto è semplice, essenziale, quasi domestico. Le icone non sono opere d’arte: sono presenze. Il paese stesso, arroccato sulla roccia, ha la forma di un eremo diffuso: ogni casa, ogni voce, ogni gesto sembra custodire un frammento di quella spiritualità che un tempo animava i cenobi dell’Aspromonte. Qui la fede non è proclamata: è vissuta, non è un sistema, ma un respiro.

  Attorno a queste tre realtà — diverse per storia, per forma, per destino — si estende una costellazione di luoghi che completano la mappa segreta della Calabria bizantina. La grotta di Sant’Elia lo Speleota a Melicuccà, dove il santo visse in solitudine e preghiera; il complesso di San Filippo d’Iriti, che conserva un’aura di sacralità antica; le grotte basiliane di Bruzzano Vecchio, con i loro affreschi sopravvissuti all’incuria; i paesi grecanici di Condofuri, Amendolea, Roghudi, dove la lingua e la memoria resistono come brace sotto la cenere, la moderna chiesetta ortodossa di Reggio Calabria. In tutti questi luoghi, la liturgia bizantina — anche quando non è celebrata — sembra ancora possibile: come se il paesaggio stesso ne custodisse la forma. La Calabria bizantina non è un’epoca finita: è una corrente sotterranea che continua a scorrere. Non si manifesta sempre nello stesso modo: a volte è un monastero che rinasce, a volte una comunità che conserva una lingua, a volte una grotta che custodisce un affresco, a volte un canto che risuona in una chiesa.
Seminara, Bivongi e Gallicianò non sono tre tappe di un itinerario, ma tre forme diverse di una stessa eredità: la capacità di tenere insieme Oriente e Occidente, memoria e presente, liturgia e paesaggio, fede e quotidianità. E forse è proprio questo il segreto della Calabria bizantina: non si mostra a chi la cerca come un oggetto, ma a chi la riconosce come un respiro. Non è un passato da ricostruire, ma una presenza da ascoltare. Una presenza che continua, silenziosa e tenace, nelle pietre, nelle voci, nei canti, nei gesti. Una presenza che non chiede di essere celebrata, ma solo condivisa.

                                                                       Bruno Demasi