sabato 7 marzo 2026

NATUZZA: il pane, il sangue e le storie delle donne di Calabria (di Bruno Demasi)


    In questo difficile 8 marzo mi tornano alla memoria figure  calabresi che non hanno bisogno di essere spiegate: basta evocarle e già si sente il fruscio di un grembiule, l’odore del pane duro ammollato nell’acqua, il passo lieve di chi attraversa la vita senza far rumore. Natuzza è una di queste presenze: non un’icona, non un santino, ma il volto antico e sempre nuovo della donna calabrese che regge il mondo senza dirlo. In lei — senza proclami, senza dottrine — il Divino sembra aver scelto la via più umile: farsi umano come farina impastata che cresce, come il pane che, pur  continuamente condiviso, non finisce mai.

    La sua infanzia poverissima è un apprendistato alla cura. Prima sorella, poi madre dei fratelli più piccoli, li difende come si difende il fuoco in una notte di vento: con le mani nude, con la fame addosso, con la certezza che il poco, se condiviso, diventa miracolo. In quelle stanze spoglie di Paravati il pane non bastava mai, eppure bastava sempre. Lei lo spezzava in silenzio, come fanno le donne che non hanno tempo per la retorica, e quel gesto diventava legge domestica, promessa di sopravvivenza. Forse è lì, in quel gesto quotidiano, che il mistero ha trovato la sua dimora: nella povertà di chi non si lamenta mai, nella cura e nel sudore di chi non chiede nulla. 
 
  Quando la maturità le porta in casa folle di gente — poveri, malati, smarriti, curiosi — Natuzza continua a fare ciò che aveva imparato da bambina: sfamare. Non con le molliche, ma con lo sguardo; non con le ricette, ma con una parola che sapeva di terra e di verità. Le sue mani, mani di donna, di contadina, continuavano a spezzare un pane invisibile che diventava conforto, coraggio, tregua. E quel sangue che la tradizione racconta affiorare sulla pelle non è che il simbolo più estremo di un dono che tutte le donne di Calabria conoscono: dare tutto, anche ciò che non si ha. Un sangue che, in lei, sembrava farsi linguaggio — un linguaggio che non aveva bisogno di parole — come se il Divino avesse scelto la via più umile per farsi ascoltare: la carne di una donna semplice, la sua fatica, la sua obbedienza al dolore.

    Ma Natuzza non è sola. Dietro di lei c’è un esercito silenzioso di donne che hanno retto l’Aspromonte, le Serre, la Sila, come si regge un figlio febbricitante: con la schiena curva e il cuore diritto. Donne rimaste sole per emigrazione o per destino, guardiane dei focolari senza mariti, dei figli smarriti, dei campi da zappare e dei lutti da ingoiare. 
 
    Donne che hanno fatto del sacrificio una forma di bellezza, della fatica una forma di sapienza. E ci sono anche quelle che la storia vuole ricordare, ma che molti dimenticano. Giuditta Levato, che si getta avanti con le mani sul ventre per proteggere la creatura che porta in grembo, sfidando le fucilate dei campieri: un gesto che è già Vangelo senza bisogno di altari. Teresa Gullace, che corre dietro al marito trascinato via dai nazisti, avanzando contro i proiettili come una madre che non conosce paura. E Marianna Procopio, la scrittrice che dà voce alle donne quando la letteratura non è affare di donne, e che trasmette al figlio, Mario La Cava, quella capacità di ascoltare la terra attraverso le sue creature più umili. Sono lampi diversi della stessa vita: donne che hanno trasformato la fragilità in forza, la solitudine in testimonianza.

    La letteratura calabrese le conosce bene. Corrado Alvaro, parlando delle madri del suo Aspromonte, scrive che «hanno negli occhi una luce che non si spegne»: una luce che non è rassegnazione, ma resistenza. Saverio Strati, nelle sue contadine dalle mani spaccate, vede «la dignità che non chiede nulla e dà tutto». E Fortunato Seminara riconosce nelle donne di questa terra «la forza antica della terra che non tradisce». Ritratti diversi, che riconducono allo stesso nucleo: una femminilità che non si esibisce, ma crea; che non reclama, ma costruisce e sogna.

 Natuzza appartiene a questa genealogia. Non è un’eccezione, ma un culmine. È la sintesi di un modo di stare al mondo che non ha bisogno di clamore: il modo delle donne che hanno trasformato la povertà in ospitalità, la solitudine in servizio, la sofferenza in un linguaggio comprensibile solo a chi ha amato fino a consumarsi. E forse proprio per questo, in lei, il Divino ha trovato una strada possibile: non il miracolo che abbaglia, ma quello che consola; non il prodigio che stupisce, ma quello che sostiene.

    Ricordarla oggi — Natuzza, donna tra le donne — non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di fedeltà alla nostra storia più luminosa. È riconoscere che la Calabria continua a vivere grazie a quelle mani che hanno impastato pane e  sudore, a quelle schiene che hanno retto il peso del mondo senza mai cedere, a quegli occhi che hanno saputo vedere oltre la miseria senza rinnegarla. Il sangue che affiorava sulla pelle di Natuzza non chiede spiegazioni: è la traccia visibile di un dono che appartiene a tutte le nostre madri, sorelle, figlie. Un dono antico e ostinato, che ancora oggi scorre nelle vene della nostra terra e la tiene in piedi, silenziosa e fiera, come una donna che, malgrado tutto, continua a reggere il mondo senza pretendere che qualcuno se ne accorga.

Bruno Demasi