venerdì 13 marzo 2026

CERAMÌDA: il villaggio calabrese bistrattato dagli uomini e benedetto da Dio ( di Bruno Demasi )


   Alcuni luoghi di confine, sebbene minuscoli e anonimi sulla carta geografica, custodiscono un respiro certamente molto più grande del loro perimetro. Ceramìda è uno di questi. Oggi il piccolo villaggio arrampicato sulle pendici tirreniche dell’Aspromonte, profumato dall’ampio respiro del mare sottostante, malgrado la sua microstoria tempestosa e la sua attuale marginalità civile, ospita stabilmente una delle più vitali realtà religiose del Sud: la Cittadella dell’Immacolata. E’ la casa dei Piccoli Fratelli e Sorelle dell’Immacolata, una comunità di circa cinquanta consacrati che ha trasformato il luogo in una oasi di pace, silenzio e spiritualità, capace di richiamare ogni anno migliaia di pellegrini e visitatori. 

   Eppure, prima di diventare un approdo spirituale di tanto significato, Ceramìda è stata un approdo umano: un villaggio nato dalla necessità, dalla fuga, dalla ricostruzione. Un luogo che ha conosciuto terremoti, rivoluzioni, contese amministrative, e che ha visto passare pastori, massari, frati, briganti, francesi, borbonici e viaggiatori increduli.La sua storia è breve, ma intensa. E soprattutto è una storia che parla di radici, di identità, di resistenza.Il nome stesso del villaggio è un indizio prezioso. Deriva probabilmente dal greco κεραμίδα (“tegola”) o κεραμίδιον (“fornace per tegole”), richiamando un paesaggio fatto di argilla, fuoco e mani che modellano.


   Rocco Liberti, nel n. 63 dei Quaderni Mamertini, osserva che nessuna delle terre ecclesiastiche privatizzate tra 1784 e 1815 ricade in “Ceramìda”, mentre ben tre ricadono in “Ceramidìo”¹. Un dettaglio che suggerisce l’esistenza, in età moderna, di un’area produttiva distinta, forse più antica dell’abitato attuale. Ceramìda in ogni caso non compare nelle descrizioni settecentesche della Calabria. Il Galanti, che nel 1792 attraversò la Piana e il versante tirrenico, non la nomina affatto². E questo silenzio è eloquente: significa che l’abitato non esisteva ancora come nucleo riconoscibile. La prima menzione certa è del 18 febbraio 1799, nel Liber defunctorum di Seminara, che registra l’uccisione del trentenne Giovanni Romeo, episodio legato al passaggio delle bande del cardinale Ruffo³.«...avvenuta a Ceramìda il 18 febbraio 1799…»⁴

    I pochi studiosi che se ne sono occupati concordano nel collocare la nascita del villaggio dopo il grande terremoto del 5 febbraio 1783, quando gruppi di pastori seminaresi, sfollati dalle aree più colpite, avrebbero stabilito capanne e ricoveri nella zona. Il documento del 1848, riportato da Liberti, lo conferma con limpida precisione:«…da quei puochissimi pastori che fissarono le loro capanni coi puochi armenti nel punto ove è Ceramìda attuale…»⁵. Ceramìda nasce dunque come insediamento pastorale post-sismico, un villaggio di ricostruzione spontanea, figlio della necessità e della mobilità montanara.

    Durante il decennio napoleonico, nel 1807, Ceramìda viene elevata a università (cioè comune autonomo) e inclusa nel governo di Scilla⁶, ma è un riconoscimento effimero: nel 1811 venne retrocessa a frazione di Seminara, status confermato nel 1816.Il 12 febbraio 1834, infine, distaccata da Seminara e assegnata definitivamente a Bagnara Calabra⁷.Questo passaggio amministrativo, apparentemente tecnico, genera tensioni profonde che esploderanno quattordici anni dopo.

  Il 2 giugno 1848 infatti, in pieno clima rivoluzionario, un gruppo di abitanti di Ceramìda si presenta dal notaio Francesco Rizzi di Gioia Tauro per chiedere il ritorno sotto Seminara. Tra i firmatari: don Vincenzo La Rosa, economo curato; l’eletto Antonio Ottanà; membri delle famiglie Arfuso, Ottanà, Cammareri, Gramuglia, Zoccali, Palamara, Mazzocca, Zagari. Tutti massari, tutti legati da vincoli di parentela e di terra. Il documento è un atto di accusa severo: false promesse dei proprietari bagnaresi; aumento dei carichi fiscali; assenza di strade interne; limitazioni al pascolo; alienazione illegittima di quote di terreno; svantaggi nella leva militare (13 coscritti contro i 7 di Bagnara); assenza di istituzioni assistenziali, presenti invece a Seminara. Il tono è insieme politico e affettivo: «…farli ammettere novamente nel territorio ove essi aprirono gli occhi alla luce…»⁸.Il documento fu redatto nella casa comunale di Seminara, segno che l’élite seminarese appoggiava la richiesta. La petizione non ebbe successo. Ceramìda rimase a Bagnara, ma la ferita amministrativa continuò a pulsare per decenni. Nel 1853 furono restituite a Bagnara 36 quote demaniali della contrada Ceramìda, alienate illegittimamente nel primo decennio post-quotizzazione⁹. Nel 1857 il comune concesse in enfiteusi: 20 quote a Giacomo Denaro; 10 a Santo De Leo; 5 a Francesco Arfuso; 1 a Francesco Versace. Un epilogo amministrativo che conferma la fondatezza delle lamentele del 1848.

    Nonostante il passaggio amministrativo a Bagnara, Ceramìda rimase sotto la diocesi di Mileto fino al 1979, quando fu trasferita all’arcidiocesi di Reggio Calabria¹⁰. La sua è una parrocchia quindi di confine: estrema periferia della diocesi metropolita di Reggio Calabria – Bova e a ridosso del confine che la separa dalla diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. Quasi una conferma geografica della sua vocazione a un’appartenzenza non solo territoriale, ma soprattutto spirituale.

   Oggi Ceramìda è in effetti un luogo trasformato. La presenza della Cittadella dell’Immacolata, con i suoi Piccoli Fratelli e Sorelle dell’Immacolata, ha ridato vita a un territorio che sembrava destinato allo spopolamento. Il silenzio dei monti, un tempo abitato solo dal vento e dai pastori, è oggi attraversato da canti, preghiere, pellegrini, famiglie, giovani in ricerca di senso.Un luogo nato dalla precarietà è diventato un approdo di accoglienza come pochi. Un villaggio nato dalla fuga è diventato un villaggio di ritorno. E Ceramìda, piccola com’è, continua a sorprendere.

Bruno Demasi
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1) R. Liberti, “Un piccolo villaggio del Tirreno reggino: Ceramìda”, in Quaderni Mamertini, n. 63, Oppido Mamertina 2004, p. 29.
2) G.M. Galanti, Giornale di viaggio in Calabria (1792), a cura di A. Placanica, Napoli 1981.
3) R. Liberti, op. cit., p. 29.
4) Ibidem.
5) Atto notarile Rizzi, 2 giugno 1848, in Liberti, op. cit., p. 30.
6) G. Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, Chiaravalle Centrale 1973, s.v. “Ceramìda”.
7) G. Valente, La Calabria nella legislazione borbonica, Chiaravalle Centrale 1977, pp. 212–213.
8) Atto notarile Rizzi, cit., p. 30.
9) G.Valente, La Calabria nella legislazione borbonica, op. cit. ,p. 703.
10) Archivio Diocesano di Reggio Calabria, Atti 1979.