giovedì 19 marzo 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: GIOVANNI BATTISTA BROCCHI (1819) ( di Rocco Liberti )


    Nel ricostruire il passaggio di Giovanni Battista Brocchi in Calabria, Rocco Liberti dimostra ancora una volta la sua acutezza di sguardo: non si limita a seguire le tracce di un naturalista ottocentesco, ma restituisce la densità di un incontro fra un viaggiatore d’ingegno raro e una terra che, già allora, appariva come un mondo a sé, compatto e stratificato.Le descrizioni del naturalista — la «lussureggiante vegetazione delle piante Affricane ed Americane» che sorprende nei dintorni di Reggio, la distinzione minuziosa delle «tre diverse formazioni di rocce» che compongono il paesaggio, gli scogli di Scilla «di cui sono stati tanto esagerati i pericoli» — diventano, nella magistrale lettura di Liberti, frammenti di un grande affresco mediterraneo in cui natura, mito e storia si sovrappongono senza soluzione di continuità. La Calabria che Brocchi attraversa nel 1819 è un territorio che conserva ancora la sua antica suggestione magno‑greca, ma anche un laboratorio di osservazione sociale: gli altipiani della Sila, le paludi del Crocifisso, i pastori che dormono «sul margine della palude» senza temere ciò che altrove sarebbe considerato mortifero, gli espedienti aromatici per purificare l’aria, tutto concorre a delineare un universo umano e ambientale che sfida le categorie del viaggiatore e lo costringe a un continuo ripensamento. (Bruno Demasi)


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   Di estrazione nobiliare, Giovanni Battista Brocchi è nato a Bassano il 18 febbraio 1772. Si è impegnato subito negli studi, ma ha precipuamente privilegiato le discipline scientifiche naturali, che lo hanno spinto in giro per l’Italia alla ricerca di rare vegetazioni e peculiari conglomerati rocciosi. È stato Professore di Storia Naturale e Botanica nel Ginnasio del Dipartimento del Mella, Ispettore delle miniere del Regno d’Italia, membro dell’I. R. Istituto di scienze, lettere e arti in Milano nonché di accademie. Alla fine si è portato in Egitto, dove il viceré Mehemet Alì lo ha nominato orittognosta (l’orittognosìa è una branca della mineralogìa che si occupa delle proprietà fisiche dei fossili) o anche  orittologo (l’orittologìa riguarda sali, solfi, marmi, pietre comuni e preziose, metalli ecc.)[1]. È morto il 25 settembre 1826 a Khartoum in Sudan. I lavori naturalistici di Brocchi sia riguardo all’Italia che all’Egitto e alla Siria restano una pietra miliare nel campo. 
    Dal 1811 in poi lo studioso bassanese ha cominciato i suoi viaggi esplorativi nella zona centrale dell’Italia arrivando fino in Puglia per lo più in compagnia di Alberto Parolini, del pari entusiasta ricercatore. A Napoli ha fatto addirittura amicizia con un altro grande indagatore, Michele Tenore. In Calabria è pervenuto nell’aprile del 1819. Vi si era avviato il giorno 3. Ad attestarlo è lo stesso Parolini in una lettera da Palermo del 5 giugno dell’anno dopo. Così scrive in proposito un suo immediato biografo, il concittadino Giovanni Larber:[2]

    «Scorreva la Calabria Ulteriore e citeriore, ossa la magna Grecia, per tutti i versi, e singolarmente i contorni di Reggio. Ivi ammirava prima di tutto la spontanea e comune lussureggiante vegetazione delle piante Affricane ed Americane, straniera alle altre regioni della Penisola”. 
[…] Ammirava l’abbondanza sterminata dei Cedri, e la smisurata mole di alcune fra queste piante, delle quali traggono quegli abitanti rilevantissimo lucro”. 
[…] Distingueva nelle vicinanze di Reggio tre diverse formazioni di rocce originate in tre differenti periodi. Le rocce primitive dei maggiori poggi costituiti dal Granito in qualche luogo intersecato da filoni di calcaria conchiglifera, dallo schisto micaceo, onde formati sono i favolosi scogli di Scilla, dalla Serpentina nerastra attraversata da filoni di quarzo»
[3].

    Il Brocchi, che in Italia ha compiuto varie esplorazioni, ha esposto le fatiche relative alla Calabria in un lavoro dal titolo “Osservazioni geologiche sui contorni di Reggio in Calabria, e sulle sponde opposte della Sicilia” pubblicato ugualmente in “Biblioteca Italiana”[4]. Gran parte è diretta a stabilire la formazione dei territori che si affacciano sullo Stretto di Messina rifacendosi pure alle antiche credenze. Interessanti i materiali di schisto, di cui sono «formati i decantati scogli di Scilla di cui sono stati tanto esagerati i pericoli, e su cui tante favole furono spacciate dagli antichi poeti» e di grauwake[5], cui «appartiene la pietra che si adopera in Reggio per selciare le strade, e che si trae da macellari[6] a sei miglia dalla città». Non mancano particolari su Cannitello, Pezzo e sui gorghi di Cariddi.

    Lasciando le ricerche naturalistiche, è stimolante leggere qualche considerazione in merito alla vita che ai suoi tempi si conduceva dagli abitanti della Sila. La stralciamo da una di lui opera che concerneva però la città di Roma[7]:

  «Mi piace di riferire qui alcune osservazioni fatte in Calabria e pubblicate in altra circostanza (Bibliot. Ital. Marzo 1820) giacché giova di raccorre i fatti di paragonare insieme i fenomeni in una così intricata questione. Nella Calabria ulteriore dal lato di Cosenza havvi un gruppo di grandi ed estesi monti, che chiamasi la Sila, coperto un tempo di boschi ed ora nella massima parte ridotto a coltura. Negli altipiani di queste montagne e nelle spaziose vallate che stanno sulla sommità molti sono i luoghi impaludati, ed uno fra questi assai esteso è nella valle del Crocifisso fra Cecio e Camiliati nel sito detto l’Orizzonte. Le acque piovane ed i rivoli che scendono dalle circostanti alture colà si radunano, ed innondano quel tratto di terreno coperto di giunchi, di carici e di altre simili piante. Il suolo è formato di una sorta di torba che traballa appuntandovi i piedi, e sotto questa grossa cotenna scorre un fiumicello detto il Bufalo. Alla mattina innanzi che spunti il sole esala da quella palude una fitta nebbia che sollevasi all’altezza di molti piedi, e che non si dilegua se non che allora quando i raggi solari abbiano preso vigore. 
    Ora questo pantano, che è di quasi mila tumulate (la tumulata è di circa 31700 piedi quadrati), basterebbe nella pianura ad ammorbare un intiero territorio; tuttavia i pastori dormono alla notte sul margine della palude durante la state e l’autunno, ed i proprietarj di quelle terre sogliono trattenersi nel casino di Cecio come in una piacevole villeggiatura».


    Dopo aver riferito sull’insalubrità dell’aria particolarmente nella plaga ionica, Brocchi riporta alcuni tra i metodi naturali più diffusi tra i nativi per la disinfestazione dell’ambiente:

    «Uno de’ mezzi da lungo tempo insinuati come valevoli a disinfettar l’aria quello è de’ suffumigi aromatici i quali operano come antiseptici tale essendo in generale la virtù degli aromi, benché vengano ora men che una volta adottati dopo che si sono rinvenuti metodi più efficaci. Un altro espediente è quello degli acidi vegetabili, quale sarebbe l’aceto sollevato in vapori sulle brage ardenti»[8].

Rocco Liberti

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[1] Dizionario della Lingua Italiana arricchito di tutte le giunte che si trovano in altri dizionarj Pubblicati e di un copioso numero di voci nuove. Tomo II, Fratelli Vignozzi e Nipote, Livorno 1858, alla voce. 
[2] Biblioteca Italiana o sia Giornale di Letteratura, Scienze ed Arti compilato da vari letteratj, Tomo XIX, Anno quinto-Luglio, Agosto e Settembre 1820, Milano, Presso la Direzione del Giornale, p. 519. 
[3] Giovanni Larber, Elogio storico di Gio. Batt. Brocchi bassanese, Per Valentino Crescini, Padova 1828, pp. 52-53. 
[4] Ivi, pp. 69-82. 
[5] La grauwacke è il nome tedesco di un tipo di roccia tradotto in italiano con grovacca. 
[6] Macellari è frazione o località di Reggio Calabria. 
[7] Dello stato fisico del suolo di Roma Memoria per servire d’illustrazione alla carta geognostica di questa città, Nella Stamperia De Romanis, Roma 1820, p. 278. 
[8] Brocchi, Dello stato fisico del suolo di Roma…, p. 280.