La Regione Calabria ha emanato una disposizione formale sull’ingresso della letteratura calabrese nei percorsi scolastici, il Protocollo d’intesa ufficiale, approvato con Delibera di Giunta n. 160 del 10 aprile 2024, che impegna scuole e Ufficio Scolastico Regionale a introdurre e valorizzare almeno i narratori e i poeti calabresi del Novecerto. A distanza di due anni però nelle scuole della Regione la letteratura calabrese vive ancora in gran parte in una sorta di terra di mezzo: abbastanza riconosciuta da non essere del tutto ignorata, ma mai così strutturata da diventare un vero capitolo del curricolo. È un sapere che sopravvive grazie alla buona volontà dei docenti, alla sensibilità di qualche dirigente, alla curiosità degli studenti che scoprono, quasi sempre per caso, che la loro terra ha prodotto scrittori, poeti, giornalisti, storici capaci di parlare al mondo. La scena tipica vede un professore di lettere, che tra un modulo su Verga e uno su Pirandello, decide di “ritagliare un’ora” per leggere una pagina di Corrado Alvaro, una poesia di Lorenzo Calogero o un racconto di Saverio Strati. È un gesto di resistenza culturale, più che un atto dovuto. E spesso basta quell’ora per accendere una domanda: perché non lo studiamo di più?
Il primo limite è evidente: malgrado il protocollo Regione-Ufficio Scolastico Regionale, per sua natura generico, incerto, e tutt’altro che vincolante, non esiste un curricolo che riconosca alla letteratura calabrese un posto organico. Tutto dipende dall’iniziativa dei singoli. Alcuni docenti costruiscono percorsi annuali, altri inseriscono testi sparsi nelle loro lezioni, altri ancora rinunciano per mancanza di tempo o materiali. Il paradosso è che la Calabria possiede una tradizione letteraria stratificata, che va da Cassiodoro a Campanella, da Alvaro a Strati, da Repaci a La Cava, fino ai contemporanei, ma, come scriveva Alvaro, «la Calabria è una regione che non ha ancora finito di raccontarsi»¹. Forse perché non ha ancora imparato a insegnarsi.
Eppure le risorse esistono. Sono spesso silenziose, ma reali: i docenti, innanzitutto: molti insegnanti calabresi hanno una formazione solida, conoscono gli autori locali, partecipano a convegni, leggono le poche riviste qualificate rimaste; le biblioteche scolastiche, quando funzionano, custodiscono buone edizioni, antologie fuori commercio, numeri storici di riviste culturali; le associazioni culturali – dai circoli ai numerosissimi premi letterari – offrono materiali, incontri, testimonianze; le università calabresi, soprattutto Cosenza e Catanzaro, producono studi critici che potrebbero diventare strumenti didattici, se solo fossero più accessibili. Il problema non è la mancanza di contenuti, ma la loro dispersione.
In alcune scuole superiori, pur non essendo attivati percorsi curricolari organici sfruttando la cosiddetta “quota d’Istituto” degli insegnamenti curricolari (possibilità amplissima e vecchia almeno quanto l’autonomia didattica) la letteratura calabrese trova sporadicamente spazio in tre forme: moduli di approfondimento: percorsi di 10–15 ore, spesso collegati ai PCTO o ai progetti di educazione alla cittadinanza; laboratori di scrittura e memoria, letture ad alta voce, incontri con autori, percorsi sulla storia locale; didattica interdisciplinare. È in questi spazi che la letteratura calabrese diventa viva. Quando uno studente legge Gente in Aspromonte e riconosce un paesaggio, una voce, un gesto familiare, la letteratura smette di essere un oggetto da studiare e diventa materia di confronto.
Il vero ostacolo, dunque, non è didattico. È culturale. Molti studenti – e talvolta anche alcuni docenti – percepiscono la letteratura calabrese come “minore”, “locale”, “non universale”. È un pregiudizio antico, che nasce da una lunga storia di auto‑svalutazione. Eppure, come ricordava Pasolini, «non esistono culture minori, esistono culture non ancora ascoltate»².La scuola potrebbe essere il luogo in cui questa percezione cambia. Ma per farlo servono strumenti, formazione, materiali, e soprattutto una nuova visione didattica e pedagogica oltre che culturale: immaginare un insegnamento strutturato della letteratura calabrese non significa chiudersi nel localismo. Significa, al contrario, aprire la Calabria al mondo, mostrando come le sue storie parlino di migrazioni, povertà, dignità, conflitti sociali, modernizzazione: temi universali. Un curricolo progettato all’interno dei notevoli spazi di autonomia delle singole scuole o un curricolo regionale – flessibile, non prescrittivo – potrebbero offrire linee guida, antologie digitali, percorsi tematici. Le scuole potrebbero creare reti, condividere materiali, costruire archivi didattici, spendere almeno una piccola quota delle proprie risorse per l'acquisto di libri da veicolaqre tra gli alunni e, dal canto loro, le università potrebbero formare docenti specializzati. Ma fino a qual punto ne esiste la volontà?
Resta forte il bisogno forte per tutti di colmare questa vistosa lacuna, e non per autocelebrarci, ma per conoscerci, perché, come scriveva Strati, «la Calabria non è un luogo da lasciare, ma un luogo da capire»³.
Bruno Demasi
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1. Corrado Alvaro, Quasi una vita, Bompiani, 1950, p. 112.
2. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, 1975, p. 41.
3. Saverio Strati, Il selvaggio di Santa Venere, Mondadori, 1977, p. 9.
2. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, 1975, p. 41.
3. Saverio Strati, Il selvaggio di Santa Venere, Mondadori, 1977, p. 9.