Il precursore di Sciascia, Strati e Camilleri
Saverio Montalto – nato anagraficamente come " Francesco Saverio Barillaro " a San Nicola d’Ardore (RC) nel 1898 – è una figura che sembra uscita da un romanzo da nessuno ancora scritto: un uomo colto, fragile, drammaticamente solo. Un uomo però capace di vedere la mafia prima che l’Italia si accorgesse di essa, capace di raccontarla quando ancora non aveva un nome e di trasformare la propria vita, ferita in modo sanguinoso e terribile, in una storia narrativa di una lucidità impressionante. La sua biografia, segnata da un destino crudele, è già letteratura colma di pathos quasi biblico: un giovane veterinario cresciuto in una famiglia religiosa e istruita, un lettore onnivoro, un uomo che porta dentro di sé interamente la Calabria più profonda e oscura, quella che non ha bisogno di essere spiegata perché la si respira quotidianamente in un tempo ancora statico.
La sua esistenza cambia per sempre quando, in un gesto disperato e maldestro, uccide accidentalmente la sorella Anna tentando di colpire il cognato Giacomo Armoni, figura descritta come prepotente, violento, immerso nelle dinamiche di potere della ’ndrangheta arcaica. È un evento che segna la sua vita e la sua opera, un trauma che diventa materia narrativa. Dichiarato infermo di mente, viene internato nel manicomio criminale di Aversa (1940‑1945): un luogo che avrebbe potuto annientarlo e che invece lo rivela a se stesso come scrittore.
È lì che compone con inenarrabile sofferenza il Memoriale per il processo, perché Montalto non vuole parlare: vuole scrivere. Vuole che la verità passi attraverso la pagina, non attraverso la voce. Quel memoriale, sorprendente per potenza narrativa, arriva nelle mani di Mario La Cava, che lo fa leggere ad Alberto Moravia. È così che nel 1953, su Nuovi Argomenti, appare il primo nucleo del Memoriale dal carcere, rivelando un autore che nessuno conosceva e che nessuno avrebbe più potuto ignorare, se non fosse stato per la sorte avversa che lo accompagnò per tutta la vita.
Ma il capolavoro di Montalto è La famiglia Montalbano, scritto tra il 1939 e il 1945 e pubblicato solo nel 1973 da Pasquino Crupi. È il primo romanzo che descrive il potere della mafia in Italia, molto prima di Sciascia, molto prima che la parola “’ndrangheta” entrasse nel lessico nazionale, molto prima che la critica si accorgesse che la Calabria non era solo una terra di miseria e di emigrazione, ma anche un laboratorio di potere criminale. Montalto descrive la mafia come struttura unitaria, con gerarchie, rituali, strategie economiche, controllo sociale: non c’è folclore, non animosità romantica, non c’è la retorica del “buon brigante”. C’è un’organizzazione moderna, capace di sostituirsi allo Stato, di infiltrare la vita quotidiana, di plasmare destini individuali e collettivi.
In una pagina centrale del romanzo, Montalto scrive: «Il potere non si mostra: si esercita»¹ Una frase che sembra anticipare di vent’anni la classificazione fatta da Sciascia degli “omini, mezzi omini, ominicchi…”, quando afferma che il potere “si riconosce da come si nasconde”². Secondo Gianni Carteri, Montalto l’aveva già scritta, in forma narrativa, molto prima.E qualcuno – non senza ragioni – si chiede se Camilleri non abbia assorbito, anche solo per suggestione culturale, qualcosa dal suo Montalbano originario. Camilleri ha sempre dichiarato di aver scelto il nome in omaggio a Manuel Vázquez Montalbán, ma la coincidenza resta. In una lettera del 1998, Camilleri addirittura scrive: «I nomi non si scelgono: accadono»³ E forse il nome “Montalbano” era già nell’aria, già nella storia letteraria calabrese, già in quel romanzo dimenticato che raccontava la mafia quando nessuno voleva ascoltarla.
Il destino, però, non fu generoso con Montalto. La tragedia familiare lo rese figura scomoda, l’internamento ad Aversa lo isolò dal mondo culturale, la Calabria degli anni ’40‑’60 non aveva strutture editoriali né reti critiche capaci di valorizzarlo. Così, mentre Sciascia diventava il simbolo della narrativa antimafiosa, Montalto restava un autore laterale, quasi clandestino, conosciuto solo da pochi studiosi e da una cerchia ristretta di intellettuali calabresi.
Eppure, il rapporto tra Montalto e Sciascia è profondo, anche se non diretto. Montalto vede la mafia come sistema di potere già negli anni ’30‑’40; Sciascia la teorizza negli anni ’50‑’60. Montalto scrive dall’interno, come uomo che ha vissuto la Calabria profonda, che ha visto la violenza quotidiana, che ha conosciuto la logica del clan; Sciascia scrive dall’alto, come intellettuale illuminista che analizza la Sicilia come metafora dell’Italia. Eppure, la loro visione converge: la mafia non è folklore, non è romanticismo, è potere. Sciascia, in Il giorno della civetta, scrive: «La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un principio e avrà una fine»⁴ Montalto, trent’anni prima, aveva già intuito che la mafia non è un fatto umano qualsiasi, ma un fatto sociale totale e pervasivo, per usare la definizione di Mauss.
Diverso, ma altrettanto significativo, è il rapporto con Saverio Strati che conosce la Calabria dal basso: i contadini, i muratori, i braccianti, i paesi arroccati, la miseria, la dignità, la fatica. Montalto conosce la Calabria del potere: i clan, le prepotenze, le gerarchie, le ombre. Strati racconta la vita, Montalto racconta la minaccia che la sovrasta. Strati è il narratore della fatica, Montalto è il narratore della prepotenza. Entrambi sono narratori della verità. In Tibi e Tàscia, Strati scrive: «La Calabria è una terra che non perdona»⁵ Montalto avrebbe potuto rispondere: «La Calabria è una terra che non dimentica»⁶ E forse è proprio questa la loro convergenza: due scrittori che raccontano la stessa ferita da due lati diversi.
Alla fine, Saverio Montalto appare come un autore che vide troppo presto Ciò che l’Italia non voleva vedere. Vide la mafia e il potere quando la mafia e il potere non volevano essere raccontati. Vide la Calabria come luogo di conflitto, non di folklore. Oggi rileggerlo significa riscrivere la storia della narrativa antimafiosa, riconoscere che il primo romanzo della mafia non è siciliano ma calabrese, e che il suo autore non è Sciascia ma un uomo fragile, tragico, lucidissimo e colpevolmente dimenticato quasi da tutti: Saverio Montalto.
È lì che compone con inenarrabile sofferenza il Memoriale per il processo, perché Montalto non vuole parlare: vuole scrivere. Vuole che la verità passi attraverso la pagina, non attraverso la voce. Quel memoriale, sorprendente per potenza narrativa, arriva nelle mani di Mario La Cava, che lo fa leggere ad Alberto Moravia. È così che nel 1953, su Nuovi Argomenti, appare il primo nucleo del Memoriale dal carcere, rivelando un autore che nessuno conosceva e che nessuno avrebbe più potuto ignorare, se non fosse stato per la sorte avversa che lo accompagnò per tutta la vita.
Ma il capolavoro di Montalto è La famiglia Montalbano, scritto tra il 1939 e il 1945 e pubblicato solo nel 1973 da Pasquino Crupi. È il primo romanzo che descrive il potere della mafia in Italia, molto prima di Sciascia, molto prima che la parola “’ndrangheta” entrasse nel lessico nazionale, molto prima che la critica si accorgesse che la Calabria non era solo una terra di miseria e di emigrazione, ma anche un laboratorio di potere criminale. Montalto descrive la mafia come struttura unitaria, con gerarchie, rituali, strategie economiche, controllo sociale: non c’è folclore, non animosità romantica, non c’è la retorica del “buon brigante”. C’è un’organizzazione moderna, capace di sostituirsi allo Stato, di infiltrare la vita quotidiana, di plasmare destini individuali e collettivi.
In una pagina centrale del romanzo, Montalto scrive: «Il potere non si mostra: si esercita»¹ Una frase che sembra anticipare di vent’anni la classificazione fatta da Sciascia degli “omini, mezzi omini, ominicchi…”, quando afferma che il potere “si riconosce da come si nasconde”². Secondo Gianni Carteri, Montalto l’aveva già scritta, in forma narrativa, molto prima.E qualcuno – non senza ragioni – si chiede se Camilleri non abbia assorbito, anche solo per suggestione culturale, qualcosa dal suo Montalbano originario. Camilleri ha sempre dichiarato di aver scelto il nome in omaggio a Manuel Vázquez Montalbán, ma la coincidenza resta. In una lettera del 1998, Camilleri addirittura scrive: «I nomi non si scelgono: accadono»³ E forse il nome “Montalbano” era già nell’aria, già nella storia letteraria calabrese, già in quel romanzo dimenticato che raccontava la mafia quando nessuno voleva ascoltarla.
Il destino, però, non fu generoso con Montalto. La tragedia familiare lo rese figura scomoda, l’internamento ad Aversa lo isolò dal mondo culturale, la Calabria degli anni ’40‑’60 non aveva strutture editoriali né reti critiche capaci di valorizzarlo. Così, mentre Sciascia diventava il simbolo della narrativa antimafiosa, Montalto restava un autore laterale, quasi clandestino, conosciuto solo da pochi studiosi e da una cerchia ristretta di intellettuali calabresi.
Eppure, il rapporto tra Montalto e Sciascia è profondo, anche se non diretto. Montalto vede la mafia come sistema di potere già negli anni ’30‑’40; Sciascia la teorizza negli anni ’50‑’60. Montalto scrive dall’interno, come uomo che ha vissuto la Calabria profonda, che ha visto la violenza quotidiana, che ha conosciuto la logica del clan; Sciascia scrive dall’alto, come intellettuale illuminista che analizza la Sicilia come metafora dell’Italia. Eppure, la loro visione converge: la mafia non è folklore, non è romanticismo, è potere. Sciascia, in Il giorno della civetta, scrive: «La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un principio e avrà una fine»⁴ Montalto, trent’anni prima, aveva già intuito che la mafia non è un fatto umano qualsiasi, ma un fatto sociale totale e pervasivo, per usare la definizione di Mauss.
Diverso, ma altrettanto significativo, è il rapporto con Saverio Strati che conosce la Calabria dal basso: i contadini, i muratori, i braccianti, i paesi arroccati, la miseria, la dignità, la fatica. Montalto conosce la Calabria del potere: i clan, le prepotenze, le gerarchie, le ombre. Strati racconta la vita, Montalto racconta la minaccia che la sovrasta. Strati è il narratore della fatica, Montalto è il narratore della prepotenza. Entrambi sono narratori della verità. In Tibi e Tàscia, Strati scrive: «La Calabria è una terra che non perdona»⁵ Montalto avrebbe potuto rispondere: «La Calabria è una terra che non dimentica»⁶ E forse è proprio questa la loro convergenza: due scrittori che raccontano la stessa ferita da due lati diversi.
Alla fine, Saverio Montalto appare come un autore che vide troppo presto Ciò che l’Italia non voleva vedere. Vide la mafia e il potere quando la mafia e il potere non volevano essere raccontati. Vide la Calabria come luogo di conflitto, non di folklore. Oggi rileggerlo significa riscrivere la storia della narrativa antimafiosa, riconoscere che il primo romanzo della mafia non è siciliano ma calabrese, e che il suo autore non è Sciascia ma un uomo fragile, tragico, lucidissimo e colpevolmente dimenticato quasi da tutti: Saverio Montalto.
Bruno Demasi
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1. Saverio Montalto, La famiglia Montalbano, ed. Crupi 1973, p. 112.
2. Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi 1961, p. 45.
3. Andrea Camilleri, Lettere 1995‑2000, Sellerio, p. 78.
4. Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, cit., p. 9.
5. Saverio Strati, Tibi e Tàscia, Mondadori 1959, p. 31.
6.Citazione attribuita a Montalto nel Memoriale dal carcere, in Nuovi Argomenti
2. Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi 1961, p. 45.
3. Andrea Camilleri, Lettere 1995‑2000, Sellerio, p. 78.
4. Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, cit., p. 9.
5. Saverio Strati, Tibi e Tàscia, Mondadori 1959, p. 31.
6.Citazione attribuita a Montalto nel Memoriale dal carcere, in Nuovi Argomenti