sabato 23 maggio 2026

DON GIUSEPPE BLASI: IL SACERDOTE CHE SFAMAVA I POVERI CON CRISTO E CON DANTE (di Bruno Demasi)

IL QUASI SCONOSCIUTO PRECURSORE CALABRESE DI DON LORENZO MILANI 
 
  La vita di questo straordinario sacerdote, Don Giuseppe Blasi, apparentemente semplice, custodisce stigmi evidenti di eroica grandezza: un’idea alta della cultura, un amore profondo per la lingua, una dedizione totale alla formazione degli umili, un desiderio forte di partecipare a tutta la sua gente la grandezza di Dante Alighieri. Prima di lui, la Calabria aveva già conosciuto traduttori dialettali di Dante — Gallo, Gallucci, Limarzi, Toscani, De Pasquale, Scervini — ciascuno con la propria voce e il proprio territorio. Ma nessuno aveva tentato ciò che Blasi portò a compimento: una traduzione integrale della Divina Commedia nel dialetto laureanese, un’impresa che oggi appare quasi visionaria, se non impossibile.

    Nacque a Bellantone di Laureana di Borrello il 6 aprile 1881, figlio di una Calabria contadina che conosceva la fatica, la povertà e la dignità silenziosa delle case basse e del lavoro durissimo. Studiò tra Messina, Mileto e Napoli, dove completò la maturità classica: un percorso che gli diede una solida formazione umanistica, nutrita di latino, poesia e disciplina dello spirito.Fu ordinato sacerdote il 19 marzo 1904 dal vescovo Giuseppe Morabito, e per oltre dieci anni insegnò lettere nel Seminario di Mileto, lasciando un ricordo di rigore e dolcezza. Richiamato alle armi nel 1916, venne presto congedato per problemi alla vista. Tornò allora a Bellantone, dove rimase fino alla morte, il 20 gennaio 1954.

    La sua pastorale fu quotidiana, minuta, fatta di visite alle famiglie, catechesi, conforto ai poveri, ricostituzione della Confraternita del SS. Sacramento, gruppi di Azione Cattolica, preparazione gratuita di generazioni di ragazzi agli esami scolastici.Una pastorale modernissima giocata quasi interamente sulla promozione umana e sociale della povera gente abbandonata da tutti. Nel 1944, anticipando addirittura Don Milani in un’Italia ferita dalla guerra, Blasi compì un gesto che oggi appare quasi eroico: fondò la Scuola Media Parificata “Giovan Battista Marzano”. Non fu un atto amministrativo, ma un’opera civile nel senso più alto. In un territorio dove i figli dei contadini non avevano alcuna possibilità di proseguire gli studi, la scuola di Blasi fu una porta aperta sul futuro. Era un’istituzione nata dal basso, senza mezzi, senza appoggi, ma con una visione: la cultura come diritto, non come privilegio. In un’epoca in cui la scuola era lontana, costosa, irraggiungibile, Blasi la portò dentro il paese, dentro le case e le vite della sua gente.

     Accanto alla pastorale e alla scuola, Blasi coltivò la propria creatrività con una produzione letteraria sorprendentemente ampia: inni sacri, testi teatrali, articoli su giornali locali, una traduzione italiana del rito della Messa molto prima della riforma liturgica. Ma il suo capolavoro, l’opera che lo consegna alla storia culturale della Calabria, è la traduzione della Divina Commedia in dialetto laureanese, composta negli anni Trenta e pubblicata postuma solo nel 2001 per grandissimo merito di Umberto Di Stilo. L’intuizione di Blasi era semplice e radicale: portare Dante agli umili, a coloro che non avrebbero mai potuto leggere il poema nella lingua originale. Lo dice egli stesso con una limpidezza che commuove: una traduzione vernacola può essere utile “agli umili popolani che conoscono bene solo il proprio dialetto”, e può servire anche agli studenti, come strumento di chiarificazione del pensiero dantesco.

    Il dialetto laureanese che Blasi utilizza è un vero e proprio tesoro linguistico: una vera e propria lingua  dell’Aspromonte occidentale ricca di arcaismi, grecismi residuali, forme verbali oggi scomparse. È una lingua concreta, terrosa, ma capace di sorprendente solennità quando si piega alla terzina dantesca. Blasi non traduce soltanto: ricrea. Mantiene la struttura metrica, la concatenazione delle rime, la tensione narrativa. E lo fa con una naturalezza che stupisce: sembra che il dialetto fosse in attesa di incontrare Dante per rivelare una sua inattesa nobiltà.

    L’incipit dell’Inferno:
                                                          Fatta di l'anni la mità ccaminu, 
 mi vitti nta nu voscu ntrizzicatu,
ca di la strata non ngagghjai mu minu 
 
E chi bi cuntu d'undi era ficcatu?
nta spini e stroffi no' ppigghiava pista
chi mu li pensu m'attrassa lu hjatu.  
                                                                                    
conserva la forza evocativa del verso dantesco pur trasportandolo in una lingua popolare. E quando, nel Paradiso, traduce gli ultimi versi, restituisce al dialetto la sua capacità assoluta  di dire l’Assoluto:
 
                                                   Ma no ppotia chijicari e nno chijicau
                                                       la forza mia:nu raggiu mi corpìu 
                                                       la menti, nchi sta cosa disijau.
 
                                                     L'arta me' fantasia si ndebbilìu
                                                  ca abbrama e bolontà m'avìa sbotatu, 
                                                     comu na rota chi arredu cedìu, 
 
                                                     Cui lu suli ndi movi e lu Stijatu.                                               
 
    Come si accennava. l’edizione del 2001 deve la sua nascita alla tenacia e alla cura di Umberto Di Stilo, che ha svolto un’opera davvero preziosa  nel rendere accessibile il manoscritto di Blasi. La sua Introduzione è un documento ricchissimo ed esemplare , perché: ricostruisce la genesi del manoscritto, ne chiarisce le intenzioni, ne definisce il valore linguistico e culturale e soprattutto restituisce la figura di Blasi nella sua interezza: sacerdote, maestro, intellettuale, uomo di Dio e uomo di popolo. Di Stilo non è un semplice curatore: è il mediatore tra il laboratorio privato di un sacerdote-scrittore e la comunità dei lettori. Il suo lavoro è un atto di raffinatissima pietas filologica, ma anche di riconoscenza civile poco o pun to conosciuto dal grande pubblico: salvare un manoscritto significa salvare una voce, una memoria, una parte di Calabria.

    Altrettanto evocativa e necessaria a bellissima “Nota critica” di Ugo Vignuzzi che colloca la traduzione di Blasi dentro una storia più ampia, quella delle traduzioni dialettali di Dante, della dialettologia calabrese, della cultura popolare dell’Aspromonte occidentale. La Nota mostra come la Commedia dialettale di Blasi sia un documento linguistico di straordinario valore,un’opera pedagogica nata per educare, un testo che restituisce al dialetto la sua funzione originaria: non folklore, ma lingua del mondo. 

   Qui si apre un tema che merita un approfondimento autonomo con l'aiuto della Nota linguistica  conclusiva di Paolo Martino. Per Blasi, il dialetto non è solo uno strumento linguistico: è una teologia dell’incarnazione. Il dialetto è la lingua con cui si nasce, si soffre, si ama, si muore. È la lingua della carne, non dell’astrazione.Tradurre Dante in dialetto significa riportare il poema nella concretezza della vita e restituire alla teologia dantesca una voce quotidiana. Un gesto profondamente cristiano insomma, in virtù del quale Dante torna a essere predicabile. Blasi infatti non traduce soltanto, restituisce Dante al popolo, e restituisce il popolo a Dante. È un movimento doppio e questa reciprocità è il cuore della poetica di Blasi che realizza la traduzione negli anni Trenta del secolo scorso, in una Calabria rurale, povera, isolata. Un mondo in cui la scuola è lontana, i libri sono rari la cultura è un privilegio. Un contesto nel quale, tradurre Dante in dialetto è un gesto rivoluzionario: significa affermare che la cultura appartiene anche agli ultimi.

    Il lavoro d di recuopero e di pubblicazione di  Umberto Di Stilo è un capitolo a sé, un capolavoro nel capolavoro, perché, allestendo ed ordinando il manoscritto lasciato da Blasi per la pubblicazione, ha dovuto decifrare  con un lavoro enorme grafie incerte, ricostruire lacune, ordinare materiali dispersi, restituire coerenza metrica, contestualizzare linguisticamente ogni scelta. Un lavoro di filologia amorosa, che ha salvato un’opera altrimenti perduta. 
 
    E mi permetto di aggiungere che un altro capitolo a sé, un altro capolavoro nel capolavoro,  è l’opera di divulgazione che  sta facendo da qualche anno il “mastro cantaturi” calabrese Ciccio Epifanio, che non tralascia occasione per declamare a memoria interi canti della Commedia dialettale di don Blasi nelle scuole, sulle piazze, dovunque l’attenzione della gente si apre ad ascoltare la magia del verso dantesco  rimodulato e declamato nella lingua nostrana.
 
     Di Stilo ed Epifanio, due grandi, grazie ai quali la memoria di questo straordinario sacerdote è stata salvata dall’oblio e portata a conoscenza di larghi strati di persone insieme alla consapevolezza che il lascito più profondo di Blasi è l’idea che la cultura, quando nasce dall’amore e dalla dedizione, può trasformare un dialetto in una lingua capace di dire l’universale, e un sacerdote di paese in un custode  della dignità di un popolo. Don Giuseppe Blasi appartiene alla storia culturale dell’Aspromonte occidentale come uno dei suoi interpreti più alti: un uomo che ha creduto nella forza della parola, nella dignità del dialetto, nella possibilità che la bellezza possa abitare anche nei tuguri degli umili e nel freddo di una sagrestia illuminata da una candela nelle fredde notti invernali trascorse a tavolino per comporre inni e preghiere e per tradurre la Commedia, spezzando ai suoi  poveri il pane di Cristo e il pane di Dante.

Bruno Demasi