C’è una qualità rara nei racconti di Nino Greco: la capacità di far emergere con una lingua limpida e affilata l’intero teatro morale dei piccoli paesi calabresi, dove ogni gesto quotidiano è un rito . Nei suoi testi, la vita minuta — il vino alla frasca, la botte nel “basso”, le galline che covano in spazi marginali — diventa la lente attraverso cui osservare le dinamiche profonde di un mondo che si regge su equilibri fragili, su antiche consuetudini e su quella forma di autorità informale che, spesso, trasforma l’“uomo di rispetto” in un piccolo tiranno. È un universo in cui la reputazione vale più del denaro e dove il confine tra onore e prepotenza è sottile come il bastone di rangara amara che Severina impugna per difendere la propria dignità. Greco conosce bene questi meccanismi: la sua prosa restituisce la verità antropologica dei paesi dove la parola data è legge, dove il debito non è mai solo economico e dove la comunità osserva, giudica, mormora. In questo microcosmo la figura femminile — troppo spesso relegata ai margini — emerge invece come forza morale, come argine alla sopraffazione, come memoria vivente di un’etica domestica che non ammette soprusi.( Bruno Demasi)
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Compare Ciccio era tornato da pochi giorni da Milano e prima di ripartire aveva convinto Vestiano a seguirlo. Milano cercava braccia forti pronte ad affrontare la fatica, quella vera; le gru spuntavano come funghi e le betoniere giravano ininterrottamente come se fosse una corsa contro il tempo. La guerra era finita da pochi anni e la voglia di ricostruzione non risparmiava nessuna energia. Compare Ciccio era stato uno dei primi a partire, aveva capito che nessuna vigna e nessuna partita di olive in affitto gli avrebbe dato quei danari che ogni fine mese il capocantiere gli contava sull'unghia. Lui teneva il necessario e il resto lo mandava alla famiglia.
Furono questi i motivi che spinsero Vestiano a legare la valigia e a partire per andare a prestare le sue braccia, per guadagnare il necessario e assicurare un tozzo di pane alla moglie e ai due figli piccoli. L'annata successiva sarebbe stata "vacante" e, a parte qualche lavoro a giornata "spurio", non gli rimaneva altro che il guadagno della vendita del vino alla "frasca". Molto poco per una famiglia con quattro bocche da sfamare.
Anche quell'anno la partita di vigna della Roggia non era stata particolarmente generosa e aveva donato, per la parte spettante a Vestiano, i soliti sei ettolitri di mosto; la condizione di mezzadria gli assicurava solo la metà del prodotto, il resto andava a riempire le botti enormi della cantina dei padroni.
L'inverno si presentava all'orizzonte con forti connotati d'incertezza; poche olive, quasi nulla, e il lavoro nelle "ante" non prometteva nulla di sicuro. Tanti uomini, come Vestiano, pendevano dalla volontà e dalle necessità dei padroni: erano loro a comporre le squadre per i lavori nei loro fondi. E uomini per le "ante" ve n'erano a iosa. Tanta concorrenza e tanta incertezza.
- Severina, io parto con compare Ciccio, andrò a fare sei mesi da manovale a Milano e tornerò quando ci sarà da zappare la vigna e per attivare le terre; tu ai primi di dicembre potrai esporre la "frasca" all'angolo e vendere il vino; nel frattempo io comincerò a guadagnare e ti manderò i soldi ogni fine mese, dopo la paga -.
Severina non proferì verbo, sapeva bene che i mesi a seguire sarebbero stati difficili e che la scelta del marito era dettata dalla necessità, ma lei non si perse d'animo, era abituata ai sacrifici, e quando venne l'ora di "aprire la botte" spillò un quarto di vino e lo portò a suo padre per farsi dire se era giunto il momento di esporre la "frasca" per cominciare a vendere e incassare qualche lira, almeno per pagare la putigha.
La vendita iniziò a spizzichi e bocconi; solo la domenica vi era maggiore richiesta di vino, non solo perché qualcuno lo comprava per il pranzo domenicale, ma nel pomeriggio alcuni gruppi di uomini si riunivano per la "passatella a padrone e sotto". Lei conosceva le abitudini del paese e attendeva i compratori nel "basso" con la mezza porta superiore aperta proprio a indicare che il vino era disponibile.
Il "basso" era la casa dove viveva coi figli e dove in un angolo teneva la botte di sei ettolitri; sotto la stessa, in un letto di paglia, si accovacciavano e deponevano le uova tre galline ovaiole; nella parete di fronte una piccola "buffetta" con accanto una cucina a muro con un fornello e, poco oltre, la scala che portava al piano superiore, nella camera da letto. Spazi angusti e miseri dove trovavano spazio, oltre alle preoccupazioni, solo pochissime speranze.
Fu una domenica pomeriggio che Mico bussò alla porta e si sporse nella parte superiore aperta:
- Commare Severina, mi riempite la damigianetta di cinque litri?
- Certo, datemi la damigiana.
Severina riempì il contenitore e lo porse a Mico, che era rimasto fermo sull'uscio.
- Cinque litri fanno… trecento lire - disse Severina.
- Commare, è un problema se vi passo i soldi dopo che finiamo di giocare? - chiese Mico.
- No, compare Mico, ma vi ricordo che ci sono ancora in sospeso le trecento lire di domenica scorsa, per cui il totale è ora di seicento lire…
- Ah no! Commare, io domenica vi ho pagato quanto avete chiesto, forse non ricordate!
- Mi ricordo bene, domenica scorsa avete pagato il debito della volta precedente e poi avete voluto altri cinque litri, cercate di ricordare - chiosò Severina col garbo di donna discreta, ma con nessuna intenzione di concedere cinque litri di vino a chi lo utilizzava per giocare a "padrone e sotto".
Mico era colui che si recava sempre a comprare il vino, faceva parte di un gruppo di amici che la domenica pomeriggio si davano al sollazzo con la passatella e nel pensare comune erano tutti uomini che si 'nnacavano e facevano intendere di appartenere alla "rasula"; di Mico stesso si diceva che fosse figlio degno di suo padre e che di lui aveva ereditato la "sostanza di malandrino"; insomma passava per uno che gli "puzzava il fiato".
- Commare! Ho fatto male a venire a comprare il vino da voi! E poi chi si mette ad avere a che fare con le donne perde tempo, come lavare la testa allo "scecco"! Voi femmine avete capelli lunghi e mente corta! - esclamò Mico senza rispetto e senza mezze parole.
Severina in un attimo ritirò il braccio con cui stava porgendo la damigianetta, la poggiò di lato e in un baleno afferrò l'asse di legno di "rangara amara" con cui la sera serrava la porta, che quando è stagionato è più tosto dell'acciaio, e glielo calò tra capo e collo. Un fiotto di sangue schizzò sulla porta, lui balzò fuori dalla sua portata per evitare un secondo colpo, e mentre se la filava a gambe levate, lei si affacciò sull'uscio, lo seguì con lo sguardo incattivito pronta a dispensare la seconda dose e gli urlò:
- Ti faccio vedere io chi ha la testa di scecco! Per adesso vai a riparare le corna che hai! E non comparire più davanti ai miei occhi altrimenti ti do il resto!
L'episodio scatenò il mormorio non solo nella "rruga"; in paese se ne parlò a mezza bocca: il figlio di compare Ntoni le aveva prese, e di santa ragione, per mano di una donna.
Furono questi i motivi che spinsero Vestiano a legare la valigia e a partire per andare a prestare le sue braccia, per guadagnare il necessario e assicurare un tozzo di pane alla moglie e ai due figli piccoli. L'annata successiva sarebbe stata "vacante" e, a parte qualche lavoro a giornata "spurio", non gli rimaneva altro che il guadagno della vendita del vino alla "frasca". Molto poco per una famiglia con quattro bocche da sfamare.
Anche quell'anno la partita di vigna della Roggia non era stata particolarmente generosa e aveva donato, per la parte spettante a Vestiano, i soliti sei ettolitri di mosto; la condizione di mezzadria gli assicurava solo la metà del prodotto, il resto andava a riempire le botti enormi della cantina dei padroni.
L'inverno si presentava all'orizzonte con forti connotati d'incertezza; poche olive, quasi nulla, e il lavoro nelle "ante" non prometteva nulla di sicuro. Tanti uomini, come Vestiano, pendevano dalla volontà e dalle necessità dei padroni: erano loro a comporre le squadre per i lavori nei loro fondi. E uomini per le "ante" ve n'erano a iosa. Tanta concorrenza e tanta incertezza.
- Severina, io parto con compare Ciccio, andrò a fare sei mesi da manovale a Milano e tornerò quando ci sarà da zappare la vigna e per attivare le terre; tu ai primi di dicembre potrai esporre la "frasca" all'angolo e vendere il vino; nel frattempo io comincerò a guadagnare e ti manderò i soldi ogni fine mese, dopo la paga -.
Severina non proferì verbo, sapeva bene che i mesi a seguire sarebbero stati difficili e che la scelta del marito era dettata dalla necessità, ma lei non si perse d'animo, era abituata ai sacrifici, e quando venne l'ora di "aprire la botte" spillò un quarto di vino e lo portò a suo padre per farsi dire se era giunto il momento di esporre la "frasca" per cominciare a vendere e incassare qualche lira, almeno per pagare la putigha.
La vendita iniziò a spizzichi e bocconi; solo la domenica vi era maggiore richiesta di vino, non solo perché qualcuno lo comprava per il pranzo domenicale, ma nel pomeriggio alcuni gruppi di uomini si riunivano per la "passatella a padrone e sotto". Lei conosceva le abitudini del paese e attendeva i compratori nel "basso" con la mezza porta superiore aperta proprio a indicare che il vino era disponibile.
Il "basso" era la casa dove viveva coi figli e dove in un angolo teneva la botte di sei ettolitri; sotto la stessa, in un letto di paglia, si accovacciavano e deponevano le uova tre galline ovaiole; nella parete di fronte una piccola "buffetta" con accanto una cucina a muro con un fornello e, poco oltre, la scala che portava al piano superiore, nella camera da letto. Spazi angusti e miseri dove trovavano spazio, oltre alle preoccupazioni, solo pochissime speranze.
Fu una domenica pomeriggio che Mico bussò alla porta e si sporse nella parte superiore aperta:
- Commare Severina, mi riempite la damigianetta di cinque litri?
- Certo, datemi la damigiana.
Severina riempì il contenitore e lo porse a Mico, che era rimasto fermo sull'uscio.
- Cinque litri fanno… trecento lire - disse Severina.
- Commare, è un problema se vi passo i soldi dopo che finiamo di giocare? - chiese Mico.
- No, compare Mico, ma vi ricordo che ci sono ancora in sospeso le trecento lire di domenica scorsa, per cui il totale è ora di seicento lire…
- Ah no! Commare, io domenica vi ho pagato quanto avete chiesto, forse non ricordate!
- Mi ricordo bene, domenica scorsa avete pagato il debito della volta precedente e poi avete voluto altri cinque litri, cercate di ricordare - chiosò Severina col garbo di donna discreta, ma con nessuna intenzione di concedere cinque litri di vino a chi lo utilizzava per giocare a "padrone e sotto".
Mico era colui che si recava sempre a comprare il vino, faceva parte di un gruppo di amici che la domenica pomeriggio si davano al sollazzo con la passatella e nel pensare comune erano tutti uomini che si 'nnacavano e facevano intendere di appartenere alla "rasula"; di Mico stesso si diceva che fosse figlio degno di suo padre e che di lui aveva ereditato la "sostanza di malandrino"; insomma passava per uno che gli "puzzava il fiato".
- Commare! Ho fatto male a venire a comprare il vino da voi! E poi chi si mette ad avere a che fare con le donne perde tempo, come lavare la testa allo "scecco"! Voi femmine avete capelli lunghi e mente corta! - esclamò Mico senza rispetto e senza mezze parole.
Severina in un attimo ritirò il braccio con cui stava porgendo la damigianetta, la poggiò di lato e in un baleno afferrò l'asse di legno di "rangara amara" con cui la sera serrava la porta, che quando è stagionato è più tosto dell'acciaio, e glielo calò tra capo e collo. Un fiotto di sangue schizzò sulla porta, lui balzò fuori dalla sua portata per evitare un secondo colpo, e mentre se la filava a gambe levate, lei si affacciò sull'uscio, lo seguì con lo sguardo incattivito pronta a dispensare la seconda dose e gli urlò:
- Ti faccio vedere io chi ha la testa di scecco! Per adesso vai a riparare le corna che hai! E non comparire più davanti ai miei occhi altrimenti ti do il resto!
L'episodio scatenò il mormorio non solo nella "rruga"; in paese se ne parlò a mezza bocca: il figlio di compare Ntoni le aveva prese, e di santa ragione, per mano di una donna.
Passò qualche giorno quando a casa di Severina si presentò Rocco, suo fratello maggiore:
- Tu non hai idea di cosa hai combinato? Con compare Ntoni ci lega una bella amicizia, e non possiamo permetterci di rovinare i rapporti, hai mancato di rispetto al figlio e a lui stesso. Lui dice che i soldi te li aveva dati, e poi per trecento lire bisognava arrivare a tanto?
- Senti - rispose Severina - se sei venuto con "l'arrunchio" di prendergli le difese ti dico di girare i tacchi e andartene altrimenti il resto lo do a te! Anzi, vai a dire a "tuo" compare e a quei quattro "sciacqualattughe" che mi devono fare avere le trecento lire che avanzo, e subito! E che non si azzardino più a passare neppure davanti a casa mia -.
A Rocco non rimase che mettere le mani in tasca e pagare il debito del suo compare; conosceva bene la determinazione della sorella e sapeva pure che, se avesse tirato la corda oltre, avrebbe corso davvero il rischio di testare quanto fosse duro il legno della "rangara amara”.
Nino Greco