Tra le molte pagine dimenticate della Calabria, poche sono suggestive quanto quella che ancora parla di Eranova, un piccolo insediamento agricolo sorto nel 1896 come frazione di Gioia Tauro. Non era un paese come gli altri: era il frutto di una ribellione contadina, un esperimento sociale fondato su solidarietà, lavoro condiviso e rifiuto del latifondo. Un nome programmatico — "Nuova Era" — che conteneva una promessa di emancipazione, a cui un manipolo di contadini con le loro famiglie si aggrapparono con tutte le loro forze
Sostenitori e ideatori furono Ferdinando Rombolà e Giuseppe Pellicano' che il 6 agosto delle stesso anno capitanarono una vera e propria ribellione non violenta verso la famiglia Nunziante che aveva creato nell’attuale paese di San Ferdinando delle piccole case, prevalentemente in legno, per i contadini e negava a chi desiderava uscire da quelle vecchie “ casette “ il permesso di costruire edifici di proprietà, in muratura più resistenti e comodi.
Il Rombolà fu il primo a prendere l’iniziativa e, dopo aver individuato un vicino terreno che ricadeva nel comune di Gioia Tauro , vi costruì la propria abitazione. Il suo coraggioso esempio fu seguito da molti, tanto che già nel 1902 l’abitato che era sorto era diventato considerevole ed in grado da richiedere l’istituzione, come parrocchia, della chiesa già costruita a totale carico di spesa degli abitanti del nuovo villaggio che fecero a gara per edificare con la solidale fatica di uomini, donne e bambini l'edificio sacro e la scuola, quasi emuli dei Padri Pellegrini della Mayflower che tre secoli prima avevano agisto allo stesso modo in America. Il comune di Gioia Tauro approvò l’iniziativa.
Lo spirito di fondazione che animava quella gente era la volontà di sottrarsi al sistema feudale che dominava la Piana. La fine dell’Ottocento era un’epoca di tensioni agrarie: salari bassissimi, terre concentrate nelle mani di pochi, condizioni di vita durissime. In questo contesto, fondare un insediamento autonomo significava compiere un gesto politico.
Il nome scelto — Eranova — non era solo simbolico: esprimeva la volontà di costruire un modello alternativo, basato su lavoro cooperativo, equilibrio con la natura, solidarietà tra famiglie, rifiuto della dipendenza dai Nunziante e dagli altri grandi proprietari terrieri. Secondo le testimonianze raccolte dall’artista e ricercatore Martin Errichiello, la comunità viveva di agricoltura, allevamento, vigneti e pascoli, in un rapporto armonico con la pianura che oggi appare irriconoscibile. Un anziano abitante, intervistato nel 2019, ricordava: «Qui non c’era ricchezza, ma c’era libertà. E la libertà valeva più dei soldi»².
Per decenni Eranova prosperò come un microcosmo autosufficiente. Le famiglie costruirono case, tracciarono nuove strade, coltivarono campi. La comunità era piccola, ma coesa: un laboratorio sociale che anticipava forme di cooperazione rurale che solo molto più tardi sarebbero state riconosciute come modelli virtuosi.La vita quotidiana era scandita da lavoro condiviso, mutuo aiuto, gestione comunitaria delle risorse e delle difficoltà, forte identità collettiva. Eranova era, in fondo, una “repubblica contadina”, come quelle descritte da Ernesto De Martino quando osservava le comunità meridionali capaci di reinventare la propria sopravvivenza attraverso una promessa condivisa di solidarietà totale³.
Quella promessa fu spezzata nel 1972, quando l’area venne destinata dalla “Democrazia Cristiana”, allora al governo, al progetto del V Centro Siderurgico, un piano industriale mai realizzato ma sufficiente a decretare la fine del borgo. Le case furono drasticamente abbattute insieme alla chiesa e alla scuola, i vigneti cancellati, gli abitanti trasferiti, quasi in modo coatto, a Gioia Tauro e a San Ferdinando, il territorio completamente riconfigurato. Oggi, sotto il cemento del porto di Gioia Tauro, giace la memoria di una comunità che aveva tentato di reinventare il Sud.
Il borgo scomparve senza che la comunità fosse realmente consultata. Un’intera esperienza sociale venne sacrificata a un’industrializzazione che non arrivò mai.Un ex abitante racconta: «Ci dissero che era per il progresso. Ma il progresso non è mai arrivato. Solo le ruspe»⁴. Vito Teti, parlando di luoghi scomparsi, scrive che «i paesi non muoiono mai del tutto: restano come ferite aperte nella memoria di chi li ha abitati»¹. Eranova è una di queste ferite ancora aperte.
Negli anni successivi, l’area fu destinata alla costruzione del porto di Gioia Tauro, oggi uno dei più importanti hub del Mediterraneo. Dove un tempo c’erano vigne, case e pascoli, oggi si estendono banchine, container, gru. La storia di Eranova diventa così una parabola emblematica:un’utopia contadina spazzata da una modernizzazione imposta dall’alto, un territorio trasformato, senza memoria, una comunità dispersa. Il contrasto tra ciò che era e ciò che è diventato il luogo rende questa vicenda una delle più significative della storia calabrese contemporanea.
A riportare alla luce questa storia è stato il lavoro di Martin Errichiello, che ha raccolto testimonianze, suoni, ricordi e li ha trasformati in un’opera audio in sei puntate, Campanamuta, trasmessa su Rai Radio 3 e oggi disponibile su RaiPlay Sound. Il progetto intreccia:interviste agli ex abitanti,ricostruzioni storiche, paesaggi sonori, narrazioni letterarie. È un tentativo di restituire voce a un luogo che non esiste più, ma che continua a vivere nella memoria di chi lo ha abitato. Errichiello scrive: «Eranova non è un luogo: è un’eco. Un suono che ritorna quando tutto sembra perduto»⁵.
La storia emblematica di Eranova non è solo un episodio locale: è una chiave per leggere l'intera storia del Mezzogiorno perché racconta la forza delle comunità rurali,la fragilità dei progetti politici calati dall’alto, la violenza simbolica della modernizzazione incompiuta, la necessità di preservare le memorie marginali. È una storia che interroga anche il presente: cosa resta delle utopie popolari? Quali territori abbiamo sacrificato? Quali memorie rischiano di scomparire?
Come scrive Franco Cassano: «Il Sud non è solo ciò che è stato, ma ciò che avrebbe potuto essere»⁶. Eranova è esattamente questo: un Sud possibile, cancellato prima di diventare reale.
Lo spirito di fondazione che animava quella gente era la volontà di sottrarsi al sistema feudale che dominava la Piana. La fine dell’Ottocento era un’epoca di tensioni agrarie: salari bassissimi, terre concentrate nelle mani di pochi, condizioni di vita durissime. In questo contesto, fondare un insediamento autonomo significava compiere un gesto politico.
Il nome scelto — Eranova — non era solo simbolico: esprimeva la volontà di costruire un modello alternativo, basato su lavoro cooperativo, equilibrio con la natura, solidarietà tra famiglie, rifiuto della dipendenza dai Nunziante e dagli altri grandi proprietari terrieri. Secondo le testimonianze raccolte dall’artista e ricercatore Martin Errichiello, la comunità viveva di agricoltura, allevamento, vigneti e pascoli, in un rapporto armonico con la pianura che oggi appare irriconoscibile. Un anziano abitante, intervistato nel 2019, ricordava: «Qui non c’era ricchezza, ma c’era libertà. E la libertà valeva più dei soldi»².
Per decenni Eranova prosperò come un microcosmo autosufficiente. Le famiglie costruirono case, tracciarono nuove strade, coltivarono campi. La comunità era piccola, ma coesa: un laboratorio sociale che anticipava forme di cooperazione rurale che solo molto più tardi sarebbero state riconosciute come modelli virtuosi.La vita quotidiana era scandita da lavoro condiviso, mutuo aiuto, gestione comunitaria delle risorse e delle difficoltà, forte identità collettiva. Eranova era, in fondo, una “repubblica contadina”, come quelle descritte da Ernesto De Martino quando osservava le comunità meridionali capaci di reinventare la propria sopravvivenza attraverso una promessa condivisa di solidarietà totale³.
Quella promessa fu spezzata nel 1972, quando l’area venne destinata dalla “Democrazia Cristiana”, allora al governo, al progetto del V Centro Siderurgico, un piano industriale mai realizzato ma sufficiente a decretare la fine del borgo. Le case furono drasticamente abbattute insieme alla chiesa e alla scuola, i vigneti cancellati, gli abitanti trasferiti, quasi in modo coatto, a Gioia Tauro e a San Ferdinando, il territorio completamente riconfigurato. Oggi, sotto il cemento del porto di Gioia Tauro, giace la memoria di una comunità che aveva tentato di reinventare il Sud.
Il borgo scomparve senza che la comunità fosse realmente consultata. Un’intera esperienza sociale venne sacrificata a un’industrializzazione che non arrivò mai.Un ex abitante racconta: «Ci dissero che era per il progresso. Ma il progresso non è mai arrivato. Solo le ruspe»⁴. Vito Teti, parlando di luoghi scomparsi, scrive che «i paesi non muoiono mai del tutto: restano come ferite aperte nella memoria di chi li ha abitati»¹. Eranova è una di queste ferite ancora aperte.
Negli anni successivi, l’area fu destinata alla costruzione del porto di Gioia Tauro, oggi uno dei più importanti hub del Mediterraneo. Dove un tempo c’erano vigne, case e pascoli, oggi si estendono banchine, container, gru. La storia di Eranova diventa così una parabola emblematica:un’utopia contadina spazzata da una modernizzazione imposta dall’alto, un territorio trasformato, senza memoria, una comunità dispersa. Il contrasto tra ciò che era e ciò che è diventato il luogo rende questa vicenda una delle più significative della storia calabrese contemporanea.
A riportare alla luce questa storia è stato il lavoro di Martin Errichiello, che ha raccolto testimonianze, suoni, ricordi e li ha trasformati in un’opera audio in sei puntate, Campanamuta, trasmessa su Rai Radio 3 e oggi disponibile su RaiPlay Sound. Il progetto intreccia:interviste agli ex abitanti,ricostruzioni storiche, paesaggi sonori, narrazioni letterarie. È un tentativo di restituire voce a un luogo che non esiste più, ma che continua a vivere nella memoria di chi lo ha abitato. Errichiello scrive: «Eranova non è un luogo: è un’eco. Un suono che ritorna quando tutto sembra perduto»⁵.
La storia emblematica di Eranova non è solo un episodio locale: è una chiave per leggere l'intera storia del Mezzogiorno perché racconta la forza delle comunità rurali,la fragilità dei progetti politici calati dall’alto, la violenza simbolica della modernizzazione incompiuta, la necessità di preservare le memorie marginali. È una storia che interroga anche il presente: cosa resta delle utopie popolari? Quali territori abbiamo sacrificato? Quali memorie rischiano di scomparire?
Come scrive Franco Cassano: «Il Sud non è solo ciò che è stato, ma ciò che avrebbe potuto essere»⁶. Eranova è esattamente questo: un Sud possibile, cancellato prima di diventare reale.
Bruno Demasi
______________
1. V. Teti, Pietre di pane. Un’antropologia del restare, Quodlibet, 2011, p. 47.
2. Testimonianza raccolta da M. Errichiello, Campanamuta, Rai Radio 3, 2019.
3. E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, 1959, pp. 112-115.
4. Intervista anonima in M. Errichiello, Campanamuta, cit.
5. M. Errichiello, appunti di produzione, 2019.
6.F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, 1996, p. 9.
2. Testimonianza raccolta da M. Errichiello, Campanamuta, Rai Radio 3, 2019.
3. E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, 1959, pp. 112-115.
4. Intervista anonima in M. Errichiello, Campanamuta, cit.
5. M. Errichiello, appunti di produzione, 2019.
6.F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, 1996, p. 9.