Nata e cresciuta in un contesto di profonda infiltrazione mafiosa a Petilia Policastro, feudo del clan guidato anche dal fratello Floriano, Lea Garofalo ha vissuto dall'interno l'oppressione della ’ndrangheta, legandosi giovanissima a Carlo Cosco, attivo a Milano nel traffico di stupefacenti. Quando la violenza, l'illegalità e il peso asfissiante di quel mondo sono diventati intollerabili, soprattutto per il desiderio innato di garantire un futuro libero, alternativo e dignitoso alla figlia Denise, Lea ha compiuto la scelta più radicale e pericolosa: fuggire nel 2002 e collaborare con la giustizia, svelando ai magistrati della DDA le faide interne e le dinamiche criminali del clan. Pagò questa coraggiosa ribellione con anni di precarietà e un isolamento istituzionale e umano devastante, uscendo e rientrando più volte dal programma di protezione per testimoni di giustizia a causa di falle burocratiche. Questo calvario è culminato nel novembre del 2010 a Milano — città dove si era recata fiduciosa per discutere del futuro della figlia — dove fu attirata in un vile agguato dall'ex compagno, sequestrata, brutalmente uccisa in un appartamento di via Prealpi e il suo corpo successivamente trasportato a San Fruttuoso (Monza), dove fu bruciato per giorni all'interno di un fusto d'acciaio per cancellarne ogni traccia. Un delitto efferato che, nelle intenzioni dei carnefici, mirava alla distruzione materiale e all'oblio eterno, ma che si è trasformato, grazie alla straordinaria testimonianza e alla denuncia della figlia Denise (all'epoca appena maggiorenne e costituitasi parte civile contro il padre nel processo) in un simbolo universale di riscatto, culminato nei funerali civili di Piazza Duomo a Milano nel 2013, davanti a migliaia di cittadini.
Se oggi Lea Garofalo è un nome che appartiene alla coscienza civile del Paese, lo si deve anche ad alcuni scrittori che hanno trasformato la sua drammatica vicenda in memoria condivisa: Cristina Muscarà, Piero Colaprico con Alessandra G. Balsamo, Federico Gatti con Denise Cosco. Sono gli autori di tre libri diversi, di tre modi di guardare la stessa donna. Senza di loro, la storia di Lea sarebbe rimasta confinata nelle carte giudiziarie, nelle cronache di nera, nei faldoni di un processo e nelle discussioni interminabili dentro gli studi televisivi. Con loro, invece, è diventata racconto e coscienza condivisa.
A queste tre narrazioni, negli anni, se n’è aggiunta una quarta, diversa per tono e profondità: quella di Arcangelo De Chiara, autore de LA SCELTA DI LEA, UNA MADRE CONTRO LA NDFRANGHETA, un libro che non si limita a ricostruire la vicenda, ma la riesplora dall’interno, cercando non solo ciò che è accaduto, ma ciò che ha significato. De Chiara scrive: «Lea non ha scelto la morte. Ha scelto la libertà, e la libertà, per alcuni, è un prezzo troppo alto da sopportare». È una frase che potrebbe stare incisa su una lapide civile. Nel suo racconto, Lea appare come una donna che non fugge soltanto da un clan, ma da un’idea di mondo. Una donna che, pur senza strumenti culturali, compie un gesto che ha la forza di un atto filosofico: «La sua ribellione non nasce dall’odio, ma dalla cura». De Chiara illumina la dimensione più intima della sua scelta: la maternità come responsabilità, la fuga come gesto d’amore, la solitudine come condizione morale. È un libro che non aggiunge solo informazioni: aggiunge profondità.
A queste tre narrazioni, negli anni, se n’è aggiunta una quarta, diversa per tono e profondità: quella di Arcangelo De Chiara, autore de LA SCELTA DI LEA, UNA MADRE CONTRO LA NDFRANGHETA, un libro che non si limita a ricostruire la vicenda, ma la riesplora dall’interno, cercando non solo ciò che è accaduto, ma ciò che ha significato. De Chiara scrive: «Lea non ha scelto la morte. Ha scelto la libertà, e la libertà, per alcuni, è un prezzo troppo alto da sopportare». È una frase che potrebbe stare incisa su una lapide civile. Nel suo racconto, Lea appare come una donna che non fugge soltanto da un clan, ma da un’idea di mondo. Una donna che, pur senza strumenti culturali, compie un gesto che ha la forza di un atto filosofico: «La sua ribellione non nasce dall’odio, ma dalla cura». De Chiara illumina la dimensione più intima della sua scelta: la maternità come responsabilità, la fuga come gesto d’amore, la solitudine come condizione morale. È un libro che non aggiunge solo informazioni: aggiunge profondità.
Cristina Muscarà è stata la prima a restituire un volto a Lea. Il suo libro, LEA, UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA, non è un’inchiesta e non è un romanzo: è un ritratto. Muscarà entra nella vita di Lea con passo leggero, quasi rispettoso, racconta la ragazza cresciuta in una Calabria dove la famiglia è spesso un limite, non un rifugio; la giovane donna che intuisce che la libertà non è un diritto ma un rischio; la madre che decide che sua figlia non erediterà la stessa notte. Muscarà scrive: «Lea aveva capito che l’unico modo per salvare Denise era spezzare il cerchio». E ancora: «Non era nata per essere una ribelle, ma lo diventò per necessità». Una frase semplice, ma che contiene l’intera architettura morale della sua scelta.
Se Muscarà restituisce il volto, Colaprico e Balsamo restituiscono il contesto. Il loro LEA GAROFALO, LA DONNA CHE SFIDO' LA NDRANGHETA è un libro che scava nella struttura del potere, nella logica del clan, nella grammatica della violenza. Qui la ’ndrangheta appare per ciò che è: un sistema patriarcale assoluto, dove la donna è proprietà, funzione, strumento di alleanze. Scrivono: «Per la ’ndrangheta, una donna che fugge non è una perdita: è un precedente» . E ancora: «Il corpo di Lea non doveva più parlare. Per questo doveva sparire». La fuga di Lea non è un fatto privato: è una minaccia all’ordine interno. Colaprico e Balsamo mostrano la precisione con cui il clan Cosco organizza il controllo, la persecuzione, la punizione. Mostrano la logica del delitto come rito di cancellazione. Mostrano la verità giudiziaria che, nonostante tutto, riesce a emergere.
Ma la restituzione più intima e radicale di questa vicenda , arriva con il libro di Federico Gatti e Denise Cosco, IO, LA FIGLIA DI LEA . Qui la storia non è più solo quella di Lea: è quella di una figlia che decide di continuare la scelta della madre. Denise non parla come vittima: parla come erede morale. La sua voce è limpida, ferma, adulta. Scrive: «Mia madre non è morta per caso. È morta perché ha scelto». E ancora: «Per anni ho avuto paura perfino del mio cognome. Poi ho capito che potevo cambiarne il senso». È lei a restituire alla madre ciò che la ’ndrangheta aveva tentato di negarle: una storia. Ogni pagina è un atto di ricostruzione del corpo materno: non un corpo fisico, ma un corpo narrativo, un corpo morale. In un Paese che spesso dimentica, Denise compie il gesto più difficile: ricordare. E ricordare, quando la memoria brucia, diventa un atto politico.
Tre libriche si distinguono ( accompagnati da tanti altri titoli, qualcuno dei quali illustrato anche qui in copertina), tre funzioni fondamentali: Muscarà dà un volto, Colaprico e Balsamo danno un contesto, Gatti e Denise danno un’eredità, insieme, costruiscono la memoria completa di Lea Garofalo, dando vita a una memoria che non appartiene più solo alla cronaca nera, ma alla storia civile del Paese.Tre scritti che non nascono come operazioni letterarie, ma come un'operazione civile unica che ha trasformato una vicenda che rischiava di essere inghiottita dall’oscurità in una storia che illumina. Anche grazie a loro oggi Lea Garofalo non è più solo una vittima, non più solo un nome in un processo, è una figura etica del Sud, un seme di libertà e di affrancamento pregno di frutto.
E questo, in Calabria, vale più di qualsiasi monumento.
Bruno Demasi
Nota bibliografica:
- Cristina Muscarà, Lea. Un testimone di giustizia, Melampo, Milano .
- Piero Colaprico – Alessandra G. Balsamo, Lea Garofalo. La donna che sfidò la ’ndrangheta, Rizzoli, Milano.
- Federico Gatti – Denise Cosco, Io, la figlia di Lea, Rizzoli, Milano.
- Arcangelo De Chiara, La scelta di Lea. Una madre contro la ’ndrangheta, Edizioni San Paolo.