mercoledì 17 giugno 2026

La Piana di Gioia Tauro ancora una volta ferita da solitudini insopportabili (di Bruno Demasi)

 

   A volte anche un blog come questo — nato per custodire memorie, figure, storie calabresi— sente il bisogno di fermarsi, dii lasciare per un momento la sua vocazione storico‑socio-culturale e volgere lo sguardo verso un fatto che non si può eludere, che non si può confinare nella cronaca. Un fatto che lascia sgomenti, ancora una volta, e che chiede di essere ascoltato e raccontato, perché il silenzio a volte uccide più della stessa solitudine. Due tragedie, nello stesso giorno, due suicidi a pochi chilometri di distanza. Una ragazza di venticinque anni a Polistena. Un uomo di quarantacinque a Taurianova, nel rione Jatrinoli. Un immigrato. Uno di quelli che vivono ai margini, che lavorano in silenzio, che abitano le periferie della Piana senza radici, senza protezioni, senza voce.Due vite che si interrompono come se un filo invisibile avesse ceduto all’improvviso. E la Piana, davanti a tutto questo, tace. Ma è un silenzio che pesa, che vibra, che chiede di essere interpretato.

    Corrado Alvaro, che di questi luoghi conosceva la grammatica profonda, scriveva che «la solitudine è una patria troppo vasta»¹. Oggi quella frase sembra risuonare come un presagio: non solo la solitudine delle persone, ma quella dei luoghi stessi — i cavalcavia, i rioni, le periferie che diventano scenari muti di un dolore che non trova linguaggio.

    La Piana è un territorio che vive di contrasti: luce e ombra, partenze e ritorni. Ma negli ultimi anni qualcosa si è incrinato. Le reti comunitarie, un tempo fitte, si sono allentate. Le case si sono svuotate. Le piazze si sono fatte più silenziose. E la solitudine — quella vera, quella che non si dice — ha cominciato a scorrere come un fiume sotterraneo.Vito Teti, parlando dei paesi calabresi, osserva che «si vive in un continuo andarsene e tornare, in un’assenza che pesa più della presenza»². È una frase che sembra scritta per la Piana: un territorio dove il vuoto lasciato da chi parte diventa una ferita che non si rimargina, un’eco che non smette di risuonare. E così il dolore, quando arriva, non trova parole. 

    La morte dell’uomo di Jatrinoli non è solo una tragedia individuale. È uno specchio che la Piana spesso evita, perché riflette una verità scomoda: che qui, da  dove per decenni si è partiti con valigie di cartone, oggi si guarda allo straniero con sospetto, con distanza, talvolta con ostilità.Una xenofobia sottile, non sempre dichiarata, ma reale. Una paura dell’altro che dimentica il proprio passato di terra di migranti, di porti, di partenze verso Americhe sconosciute, di umiliazioni subite altrove. L’uomo di Jatrinoli viveva in quella zona grigia dove si vive senza essere visti. E quando si muore senza essere visti, la comunità è costretta a interrogarsi: non su di lui, ma su se stessa.Qui, più che altrove, il dolore non si racconta. Si sopporta. Si nasconde. Si lascia sedimentare come polvere sui mobili delle case chiuse.

    Alba Florio, poetessa appartata e lucidissima, scriveva: «ciò che non dici pesa più di ciò che dici»³. E nella Piana il non detto è una lingua antica: una forma di pudore, certo, ma anche una trappola. Perché ciò che non si dice non scompare: si accumula. E quando non trova un varco, esplode. La Piana vive da decenni una promessa mancata: un porto che non diventa futuro, un’agricoltura che non diventa ricchezza, una posizione geografica invidiabile, ma sciupata da secoli di incuria a tutti i livelli.È un territorio sospeso, come se vivesse in un tempo che non scorre. E l’attesa, quando non è accompagnata da speranza, diventa peso. 

    Lorenzo Calogero, che conosceva bene il peso dell’attesa e dell'isolamento, scriveva: «la vita è un varco che non si apre»⁴. Una frase che sembra descrivere la condizione di tanti: un futuro percepito come chiuso, immobile, irraggiungibile.

    Non si tratta di cercare colpevoli. Si tratta di riconoscere che il disagio mentale non è un fatto privato, ma un fenomeno sociale. Che la prevenzione non è un compito dei soli servizi sanitari, peraltro pochissimo presenti ormai, ma della comunità intera. Che il silenzio non protegge: isola. Che la Piana ha bisogno di luoghi di ascolto, di presidi psicologici, di spazi di incontro, di politiche giovanili reali. E ha bisogno, soprattutto, di riconoscere l’altro: l’immigrato, il diverso, lo straniero che porta sulle spalle la stessa solitudine che un tempo portavano i nostri nonni attraversando l’oceano.

   Due tragedie non bastano a spiegare il malessere della Piana. Ma possono ancora una volta rivelarlo. E rivelarlo è già un primo passo per affrontarlo e non chiuderlo nel dimenticatoio frettolosamente.

                                                               Bruno Demasi 

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1. Corrado Alvaro, Quasi una vita, Rizzoli, 1959, p. 214.
2.Vito Teti, Il senso dei luoghi, Donzelli, 2004, p. 37.
3.Alba Florio, Poesie, a cura di P. Crupi, Rubbettino, 1998, p. 52.
4.Lorenzo Calogero, Poesie, Mondadori, 1962, p. 89.