sabato 7 settembre 2024

UN ANTIFASCISTA (DI QUELLI VERI) INNAMORATO DELLA CALABRIA: UMBERTO ZANOTTI BIANCO ( di Bruno Demasi )

    Non so quanti si ricordano ancora di Umberto Zanotti Bianco e se in Calabria , a parte l’intitolazione di qualche strada o di qualche scuola, ci siano degli  alunni che abbiano  mai sentito parlare dai loro docenti di questo grande meridionalista, che fu anche  un vero antifascista , archeologo innamorato della nostra terra per la quale spese e si spese fino alla fine. E non so nemmeno se sulle piazze calabre di ogni torrida estate qualche municipalità abbia sentito il bisogno di ricordare accanto a tanti personaggi effimeri un uomo che tanto bene ha dato a questa terra.

    Umberto Zanotti Bianco nasce nel 1889 nell’isola di Creta da padre italiano con funzioni di console e da madre di origine scozzese, compie i suoi studi nel collegio Carlo Alberto di Moncalieri retto dai padri Barnabiti. Si forma nel culto di Mazzini e degli ideali del Risorgimento, innamorandosi presto anche dei libri di Tolstoj e di Romolo Murri. Allo scoppio della prima guerra mondiale, seguendo l’esempio di Gaetano Salvemini, si arruola volontario. Nel 1939 Achille Storace protesta violentemente perché la sua associazione ANIMI è ancora in vita e quindi dimostra che il fascismo non ha affato risolto tutti i problemi del Sud. Zanotti chiede l’aiuto della principessa Maria Josè che non esita ad assumere l’alto patronato dell’Associazione ponendo fine a ogni possibile forma di ritorsione. Nel 1941 viene tuttavia arrestato e mandato al confino nei pressi di Sorrento. Erede del Cattolicesimo Liberale, partecipa in seguito alla lotta di liberazione. Nel 44 assume la presidenza della Croce Rossa. Nel 1952 è nominato senatore a vita da Luigi Einaudi. Fonda assieme ad Elena Croce “ Italia Nostra”. Nel 1963 si spegne a Roma all'età di 74 anni spesi interamente per i suoi ideali e per le plebi del Sud.

   Oltre sessanta anni fa lo stesso Zanotti Bianco raccontava del proprio approccio iniziale con la Calabria e la Magna Grecia, un incontro dettato da una precisa scelta di vita, una vera e propria missione: “Sarà tra poco mezzo secolo che percorro in tutti i sensi le terre dell’antica Magna Grecia. Per quanto istintivamente attratto da ogni testimonianza artistica e dal fascino delle ricerche archeologiche, tuttavia la miseria ed i dolori di questa regione, ingigantiti dalla spaventosa tragedia del terremoto che prese nome da Reggio e Messina, occuparono nei primi anni di lavoro quaggiù tutta intera la mia vita… Fu Paolo Orsi, il grande, perseverante archeologo roveretano, che con la descrizione dello stato miserando dei monumenti superstiti della Calabria, mi fece sentire il dovere della pietà per le creazioni d’arte del passato, silenziose educatrici degli spiriti nel futuro, e mi spinse a creare nel 1920, in quel desolato dopoguerra, la Società Magna Grecia”. Fu infatti  Paolo Orsi che gli presentò Carlo Felice Crispo, storico eminente della civiltà magno-greca della Calabria ed in particolare di Vibo Valentia, già chiamata Hipponion. Subito dopo giunse anche la conoscenza con il marchese Enrico Gagliardi che si trasformò subito in amicizia vera perché entrambi coltivavano il gusto per il bello ed i valori irrinunciabili della libertà e della onestà. Nacque il primo nucleo di quella società cui aderirono , oltre a questi illustri vibonesi , altre importantissime figure di primo piano sulla scena dell’impegno per l’ elevazione sociale e culturale della Calabria : il conte Vito Capialbi, il prof. Eugenio Scalari, Pietro Tarallo, Vincenzo Cremona, Mario Micalella, Mario Cordopatri, Leonardo Donato ed altri. 
 
    Occorre a tale proposito comprendere che Zanotti Bianco, fine storico e convinto meridionalista, concepiva il problema politico come problema etico lontano da ogni moralistico pour parler, una ricerca del vero impegno civile per il Meridione ed in particolare per la Calabria. Ne rimane esempio inconfondibile il saggio “Martirio della scuola in Calabria” dove etica ed impegno civile sono un tutt’uno: una dimensione nella quale Zanotti Bianco metteva a frutto l’esempio del suo maestro di meridionalismo Gaetano Salvemini che gli aveva insegnato l’ottimismo nella storia “fatta di piccoli sforzi, che accumulandosi fanno le grandi soluzioni”.    Salvemini e Zanotti Bianco si incontravano in maniera fortissima nella fondazione etica della politica ed era comune la consapevolezza che “nessun popolo che non valga moralmente riesce a farsi valere”. Un ferreo convincimento che durò per entrambi tutta la vita, permeandola fino all’osso. 

   Gaetano Salvemini e Zanotti Bianco si erano conosciuti nel gennaio del 1909, dopo il rovinoso terremoto di poco più di un mese prima che aveva distrutto insieme a Messina mezza Calabria. Fra i volontari accorsi da ogni parte d’Italia e del mondo c’era proprio Zanotti Bianco poco più che ventenne, mentre Salvemini in quel disastro aveva perduto la moglie e i cinque figli e vagava tra le macerie alla disperata ricerca di Ugo, il figlio più piccolo di cui non si era trovato il corpo. Era accompagnato in quella drammatica odissea dell’amico Giovanni Malvezzi e da Giovanni Gallarati Scotti in una esperienza terribile che avrebbe segnato indelebilmente tutta la sua vita consacrandolo ad una vera e propria missione di riscatto del Sud Italia mai più abbandonata per il resto dei suoi giorni. I due si incontrarono di nuovo  nel 1910 a Roma per fondare l’Associazione Nazionale per gli Interessi Morali ed economici del Mezzogiorno d’Italia (ANIMI) della quale gia facevano parte uomini come Giustino Fortunato,Giuseppe Lombardo Radice, Pasquale Villari, Antonio Fogazzaro e Tommaso Vallari Scotti. In una lettera scritta a Fogazzaro, Zanotti Bianco a proposito di Salvemini, così scriveva: “Si è mostrato fautore entusiasta”. Qualche tempo dopo comunicava a Giustino Fortunato che “un gruppo di giovani e di vecchi decideva di mettere su un’associazione pel mezzogiorno col fine immediato di concentrare gli sforzi intorno al problema della scuola e della istruzione e della emigrazione in provincia di Reggio Calabria. Gli uomini autorevoli danno l’ indirizzo e i giovani sgobbano. Saremmo lieti e orgogliosi di averti tra di noi.”

     Cosa resta oggi in Calabria di Umberto Zanotti Bianco ? Sicuramente  rimangono i grandi segni e sogni di riscatto da lui lasciati in tanti paesi riscoperti nella loro miseria e nella loro terribile arretratezza, dalla quale a stento cercano ancora di uscire,  in tanti cantieri archeologici promossi insieme a Paolo Orsi, ma soprattutto nel modo di intendere e di praticare concretamente il Meridionalismo e quell’antifascismo che oggi purtroppo  è stato ridotto in molti casi a parodia di se stesso. Non ne resta invece l’ammirazione e il ricordo nelle nuove generazioni alle quali colpevolemnte la scuola calabrese non sa e non vuole insegnare nemmeno i nomi di queste grandissime figure che hanno fatto, pur con tutti i suoi enormi limiti odierni , la nuova Calabria.


                                                                                                                            Bruno Demasi

mercoledì 4 settembre 2024

IL “CANTO DEI NUOVI EMIGRANTI ” DI FRANCO COSTABILE, ICONA STRUGGENTE DELLA CALABRIA ( di Bruno Demasi)

 
Quando, qualche giorno fa, in occasione del centenario della nascita di Franco Costabile, ho voluto ricordarlo, nel silenzio quasi generale, su questa pagina ( RITROVARE LA CALABRIA E LA POESIA CON FRANCO COSTABILE ( di Bruno Demasi) ) attraverso una selezione (certamente insufficiente e ristretta) delle sue poesie, volutamente ho tralasciato per ragioni di spazio la sua lirica più lunga, quasi un poemetto a sé stante, il “Canto dei nuovi emigranti calabresi”. Oggi alcune amiche e alcuni amici me lo fanno rilevare con insistenza chiedendomi di pubblicare questo “ Canto”, che è sicuramente la bandiera per tante, troppe braccia e menti calabresi che , abbandonando questa terra, sono andate a rendere più belle e più ricche altre regioni della Penisola e altre nazioni .

    E’ un canto che, pur sintetizzandoli tutti,  sfugge a ogni schema possibile del meridionalismo, se non altro per il fatto che in esso l’Autore riecheggia anzitutto le sensazioni dolorose da lui avvertite per la prima volta quando da bambino lascia la Calabria e si reca a Tunisi con la madre per riabbracciare e cercare di ritrovare il padre che li aveva abbandonati e che opporrà loro l’estremo drammatico rifiuto. Lo stesso dolore che egli proverà , più grande di età, quando dovrà trasferirsi a Messina e poi a Roma, dove metterà fine ai suoi giorni appena a quarantuno anni.

   Più che mai questo poema lirico, col ritmo dei suoi versi, col repertorio sempre nuovo e struggente delle sue immagini dà ragione della poetica inusuale di Franco Costabile e del giudizio entusiasta espresso su di essa da Franco Caproni, secondo cui alla poesia di Rocco Scotellaro è stata data l’importanza e l’attenzione che meritava, ma la lirica di Franco Costabile ha sicuramente una valenza ancora maggiore. Il valore aggiunto di essa, oltre che nella forza dei suoi contenuti e del suo impeto lirico trascinante, sta proprio nella sua personalissima metrica , che andava e va ancora contro le mode poetiche e i linguaggi poetici estenuanti  e spesso dolciastri  della seconda metà del secolo scorso e anche  di oggi.

     In questa composizione la sintesi struggente della grandezza di questa terra e della nostra gente, la parabola di una civiltà fatta sicuramente da intelligenze e sapienze ormai dimenticate nella Calabria dei vinti e degli ignavi ( Siamo l’odore / di cipolla/ che rinnova/ le viscere d’Europa) e dal deserto rimasto nelle nostre contrade e nelle vecchie case abbandonate ( Restano gli zapponi/ dietro la porta, /i cieli, /i vigneti. /La pietra /di sale sulla tavola.) 
 
    Non  scrivo altro per non contaminare la bellezza di questo capolavoro, ma chi tarderà ancora a conoscere questi versi si priverà di un unicum davvero prezioso!

                                                                                                                                 Bruno Demasi



CANTO DEI NUOVI EMIGRANTI CALABRESI

( di Franco Costabile)


Ce ne andiamo.
Ce ne andiamo via.

Dal torrente Aron
Dalla pianura di Simeri.

Ce ne andiamo
con dieci centimetri
di terra secca sotto le scarpe
con mani dure con rabbia con niente.

Vigna vigna
fiumare fiumare
Doppiando capo Schiavonea.

Ce ne andiamo
dai campi d’erba
tra il grido
delle quaglie e i bastioni.

Dai fichi
più maledetti
a limite
con l’autunno e con l’Italia.

Dai paesi
più vecchi più stanchi
in cima
al levante delle disgrazie.

Cropani
Longobucco
Cerchiara Polistena
Diamante
Nao
Ionadi Cessaniti
Mammola
Filandari…

Tufi.
Calcarei
immobili
massi eterni
sotto pena di scomunica.

Ce ne andiamo
rompendo Petrace
con l’ultima dinamite.
Senza
sentire più
il nome Calabria
il nome disperazione.

Troppo tempo
siamo stati nei monti
con un trombone fra le gambe.
Adesso
ce ne scendiamo
muti per le scorciatoie.

Dai Conflenti
dalle Pietre Nere da Ardore.

Dal sole di Cutro
pazzo sulla pianura
dalla sua notte, brace di uccelli.

Troppo tempo
a gridarci nella bettola
il sette di spade
a buttare il re e l’asso.
Troppo tempo
a raccontarci storie
chiamando onore una coltellata
e disgrazia non avere padrone.

Troppo
troppo tempo
a restarcene zitti
quando bisognava parlare, basta.

Noi
vivi
e battezzati
dannati.

Noi
violenti
sanguinari
con l’accetta
conficcata
nella scorza
dei mesi degli anni.
Noi
morti
ce ne andiamo
in piedi
sulla carretta.
Avanzano le ruote
cantano i sonagli verso i confini.

Via!
Via
dai feudi
dagli stivali dai cani
dai larghi mantelli.

Ussahè…
Via
Via!
Via
dai baroni.
I Lucifero
I conti Capialbi
I Sòlima gli Spada
I Ruffo
I Gallucci.

Usciamo
dai bassi terranei
dal sudario
dei loro trappeti
dai parmenti
della vendemmia
profondi
a lume di candela
e senza respirazione.

Via
dai Pretori
dalla Polizia
dagli uomini d’onore.
Non chiamateci
non richiamateci.

È scritto
nei comprensori
È scritto
nei fossi nei canali
È scritto
in centomila rettangoli
alto
su due pali
Cassa del Mezzogiorno
ma io non so
che cosa
si stia costruendo
se la notte
o il giorno.

Ci sono raffiche
su vecchie facciate
che nessuno leva: l’occhio
del Mitra
è più preciso
del filo a piombo della Rinascita.

Addio,
terra.
Terra mia
lunga
silenziosa.

Un nome
non lo ebbe
la gioventù
non stanchiamoci adesso
che ci chiamano col proprio cognome.

Noi

Noi
ce ne siamo
già andati.
Dai Catoi
dagli sterchi orizzonti.

Da Seminara
dalle civette di Cropalati.

Dai figli
appena nati
inchiodati nella madia
calati
dalle frane
dall’Aspromonte
dei nostri pensieri.

Spegnete
le lampadine della piazza.

Scordiamoci
delle scappellate
dei sorrisi
dei nomi segnati
e pronunciati per trentasei ore.

Cassiani
Cassiani
Cassiani

Cassiani
Foderaro Galati
Foderaro
Antoniozzi
Antoniozzi
Cassiani
Cassiani
La croce
sulla croce,
diceva l’arciprete.
E una croce
sulla croce,
segnavano le donne.
andavano
e venivano.
Foderaro
Antoniozzi
Antoniozzi

È stato
sempre silenzio.

Silenzio
duro
della Sila
delle sue nevicate a lutto.

È stato
il pane a credenza
portato
sotto lo scialle
all’altezza del cuore.
Sono stati
i nostri occhi stanchi
guardando
le finestre illuminate
della prefettura.

Carabinieri,
fermatevi.
Guardate,
giratevi
non c’è nemmeno un cane.
Siamo
tutti lontani
latitanti.

Fermatevi.
Restano
gli zapponi
dietro la porta,
i cieli,
i vigneti.
La pietra
di sale sulla tavola.

I vecchi
che non si muovono
dalla sedia,
soli
con la peronospera nei polmoni.

Le capre
la voce lunga
degli ultimi maiali scannati.
L’argento
a forma di cuore, nella chiesa.

Le ragnatele
dietro i vetri, le madonne.
La ragnatela del Carmine
la ragnatela di Portosalvo
la ragnatela della Quercia.
 
Restano le donne
consumate da nove a nove mesi
con le macchie
della denutrizione
della fame.
Le addolorate
Le pietà di tutti gli ulivi.

Lavando
rattoppando
cucinando su due mattoni
raccogliendo
spine e cicoria.

Cancellateci
dall’esattoria.
Dai municipi
dai registri
dai calamai
della nascita.

Levateci

Scioglieteci
dai limoni
dai salti
del pescespada.
Allontanateci
da Palmi e da Gioia.

Noi
vivi
Noi
morti
presi e impiccati
cento volte
ce ne siamo già andati
staccandosi dai rami
dai manifesti della repubblica.

Di notte
come lupi
come contrabbandieri
come ladri.

Senza un’idea dei giorni
delle ciminiere degli altiforni.

Siamo
in 700 mila
su appena due milioni.
Siamo
i marciapiedi
più affollati.
Siamo
i treni più lunghi.
Siamo
le braccia
le unghie d’Europa.
Il sudore Diesel.
Siamo
il disonore
la vergogna dei governi.

Il Tronco
di quercia bruciata
il monumento al Minatore Ignoto.

Siamo
l’odore
di cipolla
che rinnova
le viscere d’Europa.
Siamo
un’altra volta
la fantasia
il 1° giorno di scuola
senza matita
senza quaderno
senza la camicia nuova.

Toglieteci
dalle galere.
Non ubriacateci.

Liberateci
dai coltelli di Gizzeria
dal sangue dei portoni.
Non chiamateci
da Scilla
con la leggenda del sole
del cielo
e del mare.

Siamo
bene legati
a una vita
a una catena di montaggio
degli dei.

Milioni di macchine
escono targate Magna Grecia.
Noi siamo
le giacche appese
nelle baracche nei pollai d’Europa.

Addio
terra.
Salutiamoci,
è ora.
 

 

martedì 27 agosto 2024

RITROVARE LA CALABRIA E LA POESIA CON FRANCO COSTABILE ( di Bruno Demasi)

    Nel centenario silenzioso della nascita di Franco Costabile, un poeta di cui tutti dovremmo conservare nella memoria almeno qualche verso, tornano ad affiorare mille echi e suggestioni sullo stato dell’Arte in questa terra di Calabria magnifica e tossica, dolcissima e amara fino al pianto. Quando infatti  si parla, si legge o si scrive di poesia, si cade spesso nel tranello di cercare a tutti i costi il poeta più rappresentativo di uno stile, di una regione, di un contesto geografico o letterario: ne nascono classifiche imbarazzanti e mai veritiere, che non rendono giustizia a nessuno, soprattutto alla poesia, ma fanno almeno affiorare i mille limiti di quella che Croce con un pietoso eufemismo definiva la “Non poesia” dilagante. Per me c’è un solo modo per comprendere se, leggendo o ascoltando dei versi ( non parole in libertà) , ti trovi davvero dinanzi a quella sintesi di suoni e di immagini che ti trafiggono l’anima, ti riportano dalla tua fanciullezza gli aneliti che hanno impregnato la tua esistenza, riproponendoti continuamente quella vita e quella terra sempre cercate e mai trovate davvero.

     Ricordo che quando conobbi per la prima volta le liriche di Franco Costabile, anziché avvertire ( come spesso accade in questi casi ) la fretta di completarne la lettura alla meno peggio, provai l’urgenza di rileggerle, di riassaporarle, di cercarne altre ancora, a loro volta da gustare e poi rileggere, chiedendomi sorpreso se fosse proprio vero che la Calabria avesse partorito una mente e un cuore simili. Una mente e un cuore tanto grandi da stupire persino Ungaretti che mai si era sbilanciato a giudicare ed apprezzare altri poeti diversi da sè e che di Franco Costabile fu paterno ed intenso ammiratore, come scrisse in alcuni versi del  suo ricordo estremo che divenne  in seguito  l’epitaffio scolpito sulla tomba del Poeta  dopo sua prematura scomparsa:

“Con questo cuore troppo cantastorie”
dicevi ponendo una rosa nel bicchiere
e la rosa s’è spenta a poco a poco
come il tuo cuore, si è spenta per cantare
una storia tragica per sempre.


 
    Franco Costabile nasce a Sambiase (oggi Lamezia Terme) il 27 agosto del 1924, conoscendo fin da piccolo l’amarezza dell’abbandono del padre che lasciò la famiglia per andare a insegnare in Tunisia, rifiutandosi di tornare anche davanti ai reiterati inviti della moglie. Compie gli studi a Nicastro e Vibo e quelli universitari a Messina e poi a Roma. Nel 1950 pubblica a proprie spese il suo primo libro di poesie, Via degli ulivi. Nel 1953 sposa Mariuccia Ormau, sua ex allieva. Da questo matrimonio nascono le figlie, Olivia e Giordana . Sono anni duri per il poeta, che ancora nel 1961 lavora come docente precario nella scuola. In questo stesso anno pubblica La Rosa nel bicchiere, una raccolta di poesie, che aveva visto la luce nel corso degli anni Ciquanta su varie riviste: alla RAI viene fatta una lettura dei suoi versi da parte di Valeria Moriconi. Mariuccia intanto si trasferisce a Milano portando con sé le due figliole: è un secondo distacco, un secondo abbandono familiare a ridosso del quale si rompono definitivamente i rapporti col padre lontano, mentre nel 1964 muore la madre, affetta da un male incurabile. Il 14 aprile 1965,  Franco si toglie la vita.

    Se il numero delle pubblicazioni fosse direttamente proporzionale alla grandezza di uno scrittore, penseresti che Franco Costabile abbia pochissimo da dire alla letteratura italiana e a quella calabrese. Mai invece, come nel suo caso, la povertà di pubblicazioni rivela una grandezza poetica tanto dirompente che non solo i manuali di letteratura dovrebbero aggiornarsi radicalmente a valorizzare , ma il mondo della scuola, quello calabrese più che mai, dovrebbe rinunciare a mille convenzioni inutili per farla conoscere a tutti gli alunni. A me rammarica soltanto di non avere qui e ora lo spazio, il tempo e la vista per riportare uno ad uno tutti i suoi versi, nessuno escluso perché nessuno é posticcio o riempitivo o superfluo!

     Franco Costabile, di cui meritoriamente oggi Rubbettino Editore  pubblica  l’opera poetica proprio col titolo “La rosa nel bicchiere”, parla  proprio dal cuore della vera Calabria, evoca  perdite che nessuno mai ha rimpianto,  usanze e umiliazioni inaccettabili e supinamente accettate, dà voce e parola ai silenzi inauditi della nostra gente, alle ferite sempre sanguinanti e nascoste , ai dolori e alle ironie che distruggono quotidianamente questa terra: 
 
SCALPITA LA MULA
Dorme il gallo
e continua la luna
oltre i canneti.
Una lanterna
già nel vicolo è accesa
scalpita la mula:
è l’alba calabrese
che ruba al contadino
anche il sonno.

LA ROSA NEL BICCHIERE
Un pastore
un organetto
il tuo cammino.
Calabria,
polvere e more.
Uova
di mattinata
il tuo canestro.
Calabria,
galline
sotto il letto.
Scialli neri
il tuo mattino
di emigranti.
Calabria,
pane e cipolla.
Lettera
dell ‘ America
il tuo postino.
Calabria,
dollari nel bustino.
Luce
d’accetta
l’alba
dei tuoi boschi.
Calabria,
abbazia di abeti.
Una rissa
la tua fiera
Calabria,
d’uva rossa
e di coltelli.
Vendetta
il tuo onore.
Calabria,
in penombra,
canne di fucili.
Vino
e quaglie,
la festa
ai tuoi padroni.
Calabria,
allegria
di borboni.
Carrette
alla marina
la tua estate.
Calabria,
capre sulla spiaggia.
Alluvioni
carabinieri,
i tuoi autunni,
Calabria,
bastione
di pazienza.
Un lamento
di lupi,
i tuoi inverni.
Calabria,
famigliola
al braciere.
Francesco di Paola
il tuo sole.
Calabria,
casa sempre
aperta.
Un arancio
il tuo cuore,
succo d’aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.

I TINI SONO VUOTI NEL PALMENTO
I tini sono vuoti nel palmento
e la lucerna illumina al padrone
la bocca della donna forestiera.
E si lamenta, piange la chitarra
del massaro.
Fra le raspe dell’uva nella strada
la bambina con il viso di mosto
guarda la luna negli occhi del bove.
E si lamenta, piange la chitarra
del massaro.

TARANTELLA D’ESTATE
Tarantella d’ estate
che fai vibrare
i seni alle ragazze
e ribattere il piede
alla vecchiaia
che sa di baffi
e sigaro toscano,
tu finirai stanotte
con le stelle
se qualcuna
condotta per mano
salirà verso i vigneti in fiore
mentre in giro per l’ aia
Si assaggia
il vino d’una botte antica.

GIORNI RIPOSATI
Monti,
orizzonti,
golfi
di sapienza.
Un passero
cinguetta in calabrese.
Boschi dorati, la nonna è all’arcolaio.
Giorni riposati,
il grano è nel solaio.

AUSTRALIA
Era come te
nella vigna
un giorno di marzo
di vento di sole.
Di tanto, o padre,
non t’è rimasto
che qualche cartolina
a un angolo,
sul vetro della cristalliera.

CALABRIA INFAME
Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.
Solo
ma leale
servizievole,
ti cercherai
un’amicizia,
vorrai sentirti
un po’ civile,
uguale a ogni altro uomo;
ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci.


  
     Costabile è anche il poeta dal verso mai casuale e arrangiato, ma sempre misurato, pulito, evocatore, che ti fa immergere profondamente nei luoghi, nei suoni, nei momenti di una storia antica e sempre attuale: i luoghi della poesia e della Calabria  in cui si rincorrono voci e urla secolari di madri accorate che ancora popolano una terra riarsa e avida di pioggia e di pianto. E’ un verso incisivo, breve, dirompente scarnificante come le semplici allegorie spesso evocate che ti ricordano Pavese e le sue colline e i suoi contadini , facendoti quasi capire , come afferma Luigi Tassoni, che “per consonanze storiche, Franco Costabile appartiene a una generazione complessa qual è quella di Pasolini, di Zanzotto, di Cattafi, di Scotellaro, di Sanguineti, di Erba, e a questa mappa di diversità aggiunge le sue differenze. L’elemento che più d’ogni altro lo collegherebbe ai suoi naturali compagni di strada consiste nella forza di un linguaggio che rivendica il proprio essere tagliente, la capacità di pensare alla vita che sta sotto alla vita.”

    Direi  che la vita, “ che sta sotto alla vita” e che rigenera sempre questa terra, in queste liriche è raffigurata in mille  metafore, ma soprattutto  dai numerosi  ritorni del poeta all’immagine degli ulivi, alla loro sacralità  immortale che impregna le balze della Calabria e si contorce nel legno secolare  attraverso valori  sempre smarriti  e sempre ritrovati:

PER ALTRI SENTIERI
Per altri sentieri
torneremo alla piana
celeste di ulivi.
Saremo
dove si leva
l’infanzia dei profumi;
dove l’acqua
non si fa nera
ma vacilla di luna;
dove i passi
avranno memorie di solchi
e le dita di melograni;
dove ti piace dormire
e ti piace amare….
Sono questi gli orti,
i confini per ricordarci.


DAI CAMPANILI
Dai campanili
dipinti di silenzi casalinghi
voce in paese non discende ormai.
Rimane nel cielo di lilla
che si vuota di rondini ogni sera.
Ma basta al cuore
il fumo dei comignoli,
il passo di chi torna
dalla via degli ulivi.


TERRA REALE
Ulivi,
ducati
d’argento.
Ulivi,
costati
di donne.
Sempre
c’è ulivi,
terra reale.

CE N’È DI PAESANI
Ce n’è
di reste d’agli
nelle case,
di cartuccere
e di madonne appese.
Ce n’è di donne
scalze senza pane
a raccogliere frasche
a vendemmiare.
Ce n’è di gente
che zappa e non parla
perché pensa
a un’annata migliore.
Qui tutto
è come prima,
tranne i morti.
Ce n’è
di caporioni
sotto il sole,
di fichidindia
e pistole lucenti,
Ce n’è di ulivi
bruciati nella notte
fucilate
a finestre e balconi…

                                                                                                                 
Bruno Demasi