domenica 3 marzo 2024

TERESA TALOTTA DA CITTANOVA, ICONA DELLA DONNA CALABRESE E DELLA VERA RESISTENZA ( di Bruno Demasi)

 
      In tempi in cui si minimizza e spesso si irride al sacrificio compiuto da tanti Italiani e da tante Italiane per fare grande e libera questa nazione e dotarla di quella costituzione democratica (oggi lacerata e lordata dai calcoli elettorali più meschini )  la figura di Teresa Talotta in Gullace, donna di Calabria, della Piana di Gioia Tauro, diventa emblema della voglia di riscatto di un popolo, del respiro di libertà che neanche i più beceri governi e nazionali, regionali, provinciali e comunali, avvitati nei loro calcoli di potere,  di cui oggi  abbonda la Penisola, potranno mai soffocare.
    Teresa è anche l’eco perpetua del sacrificio di migliaia di donne della Piana di Gioia Tauro e della Calabria tutta, morte per difendere la loro famiglia e il loro sangue da soprusi e ingiustizie, donne che non hanno più un nome, un ricordo, neanche un pensiero fugace.
   A lei, quando venne tributata nel 1977 la Medaglia al Valore Civile dal Presidente della Repubblica furono riservate queste asettiche espressioni che, malgrado la loro rigidità , esprimono tutto il pathos della morte di questa figura che le scuole della Piana colpevolmente non fanno più conoscere ai propri alunni.

«Madre di cinque figli ed alle soglie di una nuova maternità, non esitava ad accorrere presso il marito imprigionato dai nazisti, nel nobile intento di portargli conforto e speranza. Mentre invocava con coraggiosa fermezza la liberazione del coniuge, veniva barbaramente uccisa da un soldato tedesco.»

   Certi esempi di valore, certi film andrebbero appunto  insegnati nelle scuole al posto di tante inutili nefandezze culturali di cui oggi sovrabbondano certi libri di testo “in chiave europea” o al posto di tanti progetti inutili , magari finanziati con i fondi  del PNNR.


       Come non ricordare infatti  la strepitosa Anna Magnani che  impersonava proprio la " nostra" Teresa con il nome di “Pina” nel film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini ? Come non rivivere  quella corsa disperata e fatale dietro il carro dei soldati tedeschi che portavano via il suo uomo, quel Girolamo Gullace, col quale trascorreva in quel periodo una vita di duro lavoro a Roma ?
    Aveva 37 anni, cinque figli ed era incinta del sesto quando il marito venne arrestato dai tedeschi il 26 febbraio 1944 nel corso di un rastrellamento e subito  condotto nella caserma dell’81º di fanteria in Viale Giulio Cesare, dove Teresa accorse con grande fatica ed apprensione a chiedere notizie  insieme alle mogli di altri prigionieri. Intravisto Girolamo alla finestra della caserma, con lo slancio irrefrenabile delle donne calabresi, tentò di avvicinarglisi per parlargli e per lasciargli del pane nonostante l’alt intimatole da un soldato tedesco che non esitò a spararle un colpo, uccidendola all’istante: era il 3 marzo.
 
    Lo sdegno di un popolo oppresso dai nazisti davanti a quest’ennesimo sopruso fu solo pari alla reazione di quella società civile che allora esisteva e oggi sembra essersi liquefatta nel mare di parole del magma politico. Non mancarono reazioni d’impulso come quella di Carla Capponi, del Gruppo di Azione Patriottica, che estrasse una pistola puntandola contro l’assassino, ma fu subito arrestata dai tedeschi. Alcune altre donne improvvisarono invece una protesta pacifica, ricoprendo di fiori il corpo della povera Teresa, lì sulla strada, in una sorta di camera ardente improvvisata. Qualcuno riporta testimonianza anche di una sparatoria, seguita all’uccisione di Teresa. Certo la protesta montò in modo esponenziale al punto che i nazisti decisero di liberare l’ormai vedovo Girolamo Gullace.
    Teresa diventò così una delle icone della Resistenza, e numerosi gruppi partigiani cittadini, presero la povera donna a simbolo della loro lotta: oltre alla Medaglia al Valore Civile assegnatale dalla Presidenza della Repubblica, a lei è dedicata una lapide in Viale Giulio Cesare, a Roma, nel luogo in cui fu uccisa. Nel 1981 le è stato intitolato anche il liceo scientifico di Piazza dei Cavalieri del Lavoro, che custodisce anche un suo busto realizzato dallo scultore Ugo Attardi, mentre nel quartiere Alessandrino le è stato intitolato un Centro di Formazione Professionale.
  Cittanova le ha dedicatoun busto in bronzo e  la via in cui  nacque e visse la maggior parte della sua esistenza.

martedì 27 febbraio 2024

ANTAGONISMO CHIESA-FASCIO A OPPIDO ( di Rocco Liberti)

     Sul periodo fascista e postfascista oppidese, e calabrese in genere, Rocco Liberti ha scritto molto e con grande  onestà intellettuale, e molto hanno scritto anche vari altri studiosi, ma un saggio sia pur breve, come questo, che scava a ritroso con convinzione per rinvenire proprio in questo estremo lembo della Penisola una salda e coraggiosa reazione della Chiesa locale contro lo strapotere politico fascista, forse ancora mancava. Ed è uno scritto tanto più pregevole quanto più si osservi che l’ azione della chiesa diocesana oppidese, almeno in questa fattispecie , marciava quasi in controtendenza con una parte della  Chiesa romana spesso preoccupata di evitare ogni sorta di disguido diplomatico con il governo dell’epoca e con le sue emanazioni territoriali, che spesso agivano in forme riottose e spavalde. La figura del vescovo Galati ne emerge, proprio per questo, gigantesca. I fatti oppidesi del 1924, che videro nel presule un inflessibile modello di coerenza cattolica, probabilmente non ebbero toni uguali, almeno nel meridione della Penisola, e furono il detonatore per il quale poco più di due anni dopo lo stesso vescovo, nel 1927, veniva promosso alla sede arcivescovile di Santa Severina e rimosso dalla sede oppidese per lui divenuta scomoda. Una pagina dolorosa per la chiesa locale, anzi per la Chiesa tutta , che contemporaneramente, approfittando della vacanza venutasi a crerare in questa antichissima diocesi aspromontana, pensava di relegarvi come nuovo vescovo quel mons. Giovanni Battista Peruzzo (Vedasi in questo blog, cliccando qui,  IL PASTORE DELLE PECORE D’ASPROMONTE - Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, protagonista del libro di Andrea Camilleri ”Le pecore e il pastore”, vescovo indimenticato di Oppido Mamertina), che, per analoghi motivi del suo predecessore, a Mantova era stato fiero oppositore degli eccessi fascisti verso i cattolici in più di una occasione e che evidentemente anche a Oppido continuò la sua missione pastorale senza sconti per nessuno, se è vero che anche lui, dopo pochissimi anni venne repentinamente promosso all’arcidiocesi di Agrigento e a sua volta rimosso da Oppido. Ma lo studio di Rocco Liberti ci riserva un’altra graditissima sorpresa: oltre a riscrivere con assoluta esattezza una pagina oscura di questo Territorio, nella parte conclusiva, traccia una bella rievocazione dell’ incisiva, seppure sommessa, azione politica e culturale svolta già negli anni in cui lo zio era vescovo a Oppido, dal futuro onorevole e sottosegretario Vito Giuseppe Galati, vissuto a Oppido per un certo periodo. Liberti ricostruisce parte della  corrispondenza epistolare  del Galati  addirittura con Piero Gobetti e il suo contributo a quella “Rivoluzione liberale” che in qualche modo costituiva quasi una significativa premessa per la rinascita della democrazia. Come Oppidesi, e non solo, siamo davvero orgogliosi di questa corrispondenza di intenti concepita proprio a Oppido e non cesseremo mai di ringraziare Rocco Liberti anche per questo  pregevolissimo dono di informazione che pochi immaginavano. (Bruno Demasi)

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    Essendo nato sul finire del 1933, necessariamente la mia prima età si è incrociata con un passaggio epocale. Mossi i passi iniziali nella scuola del regime e all’ombra delle istituzioni di partito, in particolare l’Opera Balilla che con le proiezioni cinematografiche attirava i più piccoli, a un bel momento tutto è cambiato. Dalla tranquillità quotidiana si è subito passati ad affrontare un avvenire incerto e periglioso. Scoppiato il secondo conflitto mondiale, si sono volatilizzate di colpo sia le periodiche e accorsate manifestazioni al monumento ai caduti che le esercitazioni ginniche nella piazza maggiore. Ad allarmare la gente è stato l’oscuramento delle case. Sia il lampadario che la misera lampadina dovevano essere coperti da un velo nero di modo che non filtrasse all’esterno neppure una fioca luce. Era facile farci avvistare dagli aerei nemici! Nelle strade ogni lampione era stato messo già in condizioni d’inagibilità. Un lume allora si qualificava davvero un privilegio. Ricordo come ci si muoveva stentatamente al chiarore emanato da un lumicino, in genere un pezzo di stoffa impregnata di olio. Guai a farti sorprendere da un raggio che poteva fuoriuscire dalla fessura di una porta o finestra. La ronda che andava in giro a sorvegliare se la prescrizione veniva rispettata non stava a pensarci per intervenire.

   Ed è arrivato il peggio. A ogni allarme che lanciava la sirena della falegnameria Morizzi le mamme con i figli appresso davano il via al rifugio nelle campagne. Gli uomini erano a servire lo stato. Non bastando più tale accorgimento in quanto l’allerta si reiterava più spesso, ognuno ha pensato di trovare un ricovero più o meno stabile portandosi in qualche casamento nei campi di sua proprietà o di amici. L’unico bombardamento che ha interessato Oppido è stato pochi giorni avanti la proclamazione dell’armistizio. Delle bombe sono cadute nei pressi del cimitero, ma non hanno causato vittime o danni.

   Rientrati in paese si è fatta festa e in una serata si è dato mano alla statua della Madonna Annunziata e la si è recata in processione. La numerosa popolazione gioiva e piangeva contemporaneamente. Intanto non si sapeva nulla di mariti, fratelli, figli obbligati a offendere o difendersi sui più disparati fronti. Soltanto il Vaticano riusciva a ottenere notizie, peraltro filtrate tramite i suoi canali diplomatici. Nel dipanarsi del tempo ecco arrivare alle famiglie quanto attendevano, ma purtroppo non sempre in positivo. La crudele contesa, ma soprattutto la contrapposizione tra fascisti e partigiani, aveva determinato una lacerazione dei rapporti e il fratello ha ucciso il fratello. Pure Oppido ha contato le sue vittime. Sono andati incontro alla morte fascisti come Nino Manna, partigiani uccisi da partigiani come Tullio Tripodi e cattolici come Francesco Mittica, che ha concluso la sua vita in un lager tedesco.

    Nel novembre del 1969 il rag. Giuseppe Muscari a lungo segretario del PNF dichiarava a Enzo Verzera della Gazzetta del Sud che Oppido durante il ventennio era stata “totalmente e serenamente” fascista. Per la massima parte corrisponde al vero, ma nemmeno nel nostro paese sono mancate le intemperanze, le mascalzonate e un probabile gratuito delitto. Sin da subito si staglia nettamente la presa di posizione del sindaco Saverio Guida del Partito Popolare che, costretto con la forza da una squadra al comando del capitano Nicola Zerbi, coraggiosamente il 29 dicembre del 1922 si dimetteva ufficialmente in un apposito consiglio comunale. Molto nobili le sue parole, ma non ha evitato d’inneggiare ai nuovi tempi apportatori di pacificazione e futuro avanzamento sociale. Non è stato così e alcuni, che erano fermamente ligi al loro credo politico, hanno perso il posto di lavoro e sono emigrati. Il ferroviere Francesco Morabito, primo segretario della federazione socialista reggina, che a Reggio c’era già almeno dal 1920, anno in cui vi ha sposato Giovanna Aricò, è morto in carcere nel 1926 a 36 anni di età. Un atto particolarmente odioso è stato di sicuro quello di costringere dei rivali politici, ma parimenti dei poveracci che non esprimevano alcuna opposizione, a sorbirsi la purga di olio di ricino. Quanti vi sono incappati: Gianni Panuccio, Lofaro (non mi è chiaro chi dei due fratelli, se Micuzzu o Giuseppe). Comunque, si conosce che quest’ultimo, deceduto nel 1944, sì è buttato dal balcone del Comune allora in Piazza Umberto per sfuggire alla non richiesta bevuta) e altri. Il primo era un acceso politicante anarchico (n. 1891), ma il secondo proprio! Non avrebbe procurato alcunchè di male a una mosca. Passo dopo passo tanti, tra essi l’avvocato Carmelo Zito (questi in America, dove ha subìto un processo, è stato un attivo giornalista e antifascista), il medico Annunziato Condò e gli artigiani Michele Pantatello, Alfonso Tiberio, Alfonso Musicò e Stefano Inga sono stati costretti a portarsi all’Estero, dove hanno continuato ad esprimere la loro fede politica[1]. Dopo la guerra Inga è rientrato al paese, Pantatello ha fatto una capatina nel 1960 per alienare la casa avita sul corso Vittorio Emanuele II, quella oggi di proprietà Sgambiatterra. Nel 1967 pubblicherà negli USA un interessante diario degli eventi che lo hanno riguardato[2]. Zito, che probabilmente non ha più rivisto il paese natale, nel dopoguerra inoltrato è stato un paio di volte a Reggio ospite della nipote Prof. Filomena Monoriti Restifo[3]. Il Panuccio è incocciato invece in una ben triste fine il 20 gennaio 1945 a Seminara pare in merito a lotta intestina tra comunisti. Era stato nominato, lui forestiero, segretario della Camera del Lavoro appena costituita[4].

   A Oppido si sono verificati sin dall’inizio screzi tra i fascisti locali e il vescovo Galati, ma il clou è stato nel 1924 quando l’Ordinario ha pubblicamente stigmatizzato l’operato di determinati adepti, che, trovatisi insieme a caccia in zona prossima all’antica Oppido, avevano preso di mira un quadro della Madonna che campeggiava in un’edicola a ridosso di una strada. Pronta botta e risposta tra fascisti e clero. Il presule ha tuonato dal pulpito avverso l’inqualificabile e gratuito gesto, ma i fascisti non hanno inteso tacere e hanno replicato per le rime con un libello debitamente firmato dagli esponenti più in vista in data 23 settembre. Si trattava del trio Ing. Pasquale Musicò, Ins. Vincenzo Scarcella e Rag. Giuseppe Muscari, che tra l’altro ha voluto stigmatizzare la di lui condotta in occasione della festa dell’Annunziata. Ormai Oppido e Tresilico, pur distinte in Comuni, si stavano conurbando. Mancavano tre anni per la definitiva unione. Era usuale far giungere la processione fino al cosiddetto ponte di Tresilico o prima, ma quell’anno, per determinazione dei più si è tentato di proseguire oltre. Il Galati si è opposto vivacemente. Non riuscendoci, ha riunito preti e seminaristi, lasciando che il corteo procedesse senza religiosi e si è portato immediatamente alla sua sede. Effettuato l’inusitato il percorso, una gran folla si è riversata poi davanti al portone del Palazzo Vescovile protestando scompostamente. È intervenuta la forza pubblica e alla fine si è messo termine alla vivace agitazione. Subito i caporioni fascisti hanno preso la palla al balzo e hanno stilato lo scritto di cui s’è detto dando la sfilza a tutti i cattivi comportamenti riscontrati, soprattutto avvisando che quegli aveva tradito ogni più rosea aspettativa.
  
   Quali gli atteggiamenti che si censuravano. Seminario e Orfanotrofio non andavano affatto. In riferimento a quest’ultimo “quelle povere bimbe dormivano su un pagliericcio la cui paglia non era stata mai cambiata dacché l’orfanotrofio era stato fondato, dormivano cioè su un pugno di terra; quelle povere bimbe avevano una sola camicia ed erano costrette a rimanere colla sola veste quando dovevano lavarla; quelle povere bimbe avevano una sola coperta piccola e leggera e d’inverno non riuscivano a chiudere occhio; e con milleduecento lire al mese dovevano sfamarsi ventiquattro orfani, quattro suore e le serve. E le rendite ci sono. Povere orfane!”. La sezione fascista aveva segnalato di volersi muovere per un’inchiesta, ma si era risposto con l’immediato allontanamento della Superiora, Sr. Filomena. Con tante segnalazioni, non si era dato il via ad alcunchè di positivo. Questa la rampogna al riguardo: “I vescovi sono potenti, quando non sono pure prepotenti. Dio sia lodato!”. Ma ancora. Il vescovo non aveva aderito a dire Messa al monumento ai caduti per un difetto di forma nell’invito nonostante chiarimenti e scuse officiate dal R Commissario che reggeva il Comune. Si stimava ciò “una vendettuzza degna di un seminarista”. All’atto della celebrazione della festa delle Palme aveva abolito la stessa sol perché aveva visto i rami di ulivo in chiesa e alquanta confusione a proposito e se n’era “scappato”. Ma torniamo all’abbandono della processione dell’Annunziata. Queste alcune tra le tante frasi espresse dai fascisti inferociti: ”Sera di domenica, poi, ieri, l’avete più grossa; già mancò poco non vi bruciassero vivo. Solo perché tutti i fedeli han voluto allungare di cinquanta passi appena la processione, voi avete piantato tutto e tutti, e ve ne siete andato…Come pure per poter rincasare un quarto d’ora prima avete proibito che la madonna fosse avvicinata ai balconi per raccogliere l’obolo dei fedeli...Eccellenza troppo avete abusato della pazienza di questo civilissimo popolo; troppo vi siete creduto lecito di offenderlo impunemente finanche nelle sue più ingenue manifestazioni religiose. Eccellenza! Troppo avete abusato di questo civilissimo popolo; troppo vi siete creduto lecito di offenderlo impunemente finanche nelle sue più ingenue manifestazioni religiose. Eccellenza! questo popolo che ha una sua dignità da difendere, vi odia cordialmente. Corda tirata troppo a lungo si spezza…”.

   Al principio del libello si fa cenno al crimine dell’edicola oggetto degli spari sulla quale per santificare il luogo era stata apposta l’epigrafe “Da mano sacrilega fulminata/Dalla pietà del popolo ricomposta” inaugurata “con messa solenne, pellegrinaggio con gran concorso di popolo scalzo ed incoronato di spine, pianti e lacrime da parte di tutti i fedeli”. Si minimizza sull’iniziativa e si afferma che nel caso si era trattato solo del gesto di “un ragazzaccio imbecille che volle così stabilire la forza di penetrazione dei suoi proiettili”. In finale, parafrasando che anche mons. Galati avrebbe potuto essere ricordato con l’erezione di altrettanta edicola, si dice che su essa avrebbe campeggiato un quadro della Madonna con su scritto “Da sacrilego Vescovo abbandonata/Da devozione di Popolo raccolta”.

   Quand’ero piccolo ho sentito accennare spesso dai miei genitori a tali fattacci, ma se per quello originario si addossava la colpa a degli sconsiderati che magari avevano alzato bastantemente il gomito, per l’altro si diceva ch’era tutto dovuto al comportamento di un vescovo intollerante e pronto all’ira.

   Oppido all’epoca non era ancora “totalmente e serenamente fascista” e non poteva esserlo. I resistenti non rifuggivano dall’esprimere il loro dissenso. Infatti, il 6 ottobre susseguente sul giornale “Il Mondo” appariva una serrata replica anonima al pamphlet. Non ne conosciamo l’autore, ma è il caso di riprodurlo per intero. Non penso che alcun altro oggi ne sia al corrente. Con titolo “I Fascisti contro il Vescovo”, eccolo di seguito:

   “Per la celebrazione della tradizionale festa della Nostra Protettrice, il vescovo Galati, amato pastore, per evitare incidenti, aveva in precedenza stabilito l’ora e le vie che la Sacra effige doveva percorrere. Crediamo che chiunque avrebbe dovuto ottemperare a quanto aveva ordinato il vescovo. Ma alcuni sconsigliati, aizzati forse da qualche «ducino locale», vollero di propria volontà prolungare di circa 500 metri l’itinerario stabilito e portare l’Imagine fino alla vicina Tresilico. Il vescovo si oppose, e quando vide che contro la sua volontà la processione proseguiva, essendo già notte avanzata, constatando che le autorità non intervenivano, abbandonò insieme a tutto il clero la processione e si ritirò nei suoi appartamenti.

   Il gesto del vescovo irritò quei pochi sconsigliati, i quali, finita la … processione, si diedero a fare grandi schiamazzi (erano tutti avvinazzati) sotto il palazzo vescovile, guardato dai RR. CC, Tutto sembrava finito, quando all’indomani apparve in Oppido uno strano indecente libello, che a prescindere dallo stile «cremonese» (l’antigrammatico fa progressi anche tra noi!) è un monumento di malafede e una teoria nauseante di menzogne inqualificabili.

   Il libello porta la firma dell’ingegnere Maricò (sic! Musicò), comandante la milizia fascista, quella del rag. Muscari, membro del direttorio del fascio, già commissario del comune di Platì, dimissionato d’autorità (il perché lo sa l’avv. Fera, segretario del fascio di Plati) e quella del prof. Scarcella, già seniore della milizia fascista ai tempi del «consolissimo», anche lui dimissionato d’autorità.

   Vuolsi che detto libello è dovuto alla penna acidula di quest’ultimo, il quale si ricorda non è alle sue prime armi in lettere contro vescovi e preti. Non siamo gli ufficiosi della Curia, anzi siamo dei «settarii» a dire dei «ricostruttori», ma contestiamo, per obbiettiva giustizia, al «ras» locale il diritto di erigersi a vindice e difensore della religione cattolica delle pratiche religiose, perché, se la memoria non ci falla, lui, oltre ad essere, come si dice, ateo, pare che alcuni anni or sono avrebbe ferito un prete. Non sappiamo se il «ras» si sia convertito al cattolicesimo dopo la sua inscrizione al fascio, ma se tutto ciò fosse vero – e stentiamo a crederlo – si vuole che sia sempre uno scomunicato, perché un paragrafo del diritto canonico dice testualmente così: «Si quis contra clericum aut fratrem ecc. ecc. anatema sit!» E uno scomunicato che difende la religione è il colmo.

    È inutile dire che lo scemo, per quanto farinaccesco, antigrammatico, libello ha prodotto un senso di compassione verso chi lo [ha] scritto ed ha fatto l’effetto contrario a quello che si proponeva. Ha prodotto un plebiscito di affetto e di devozione verso il Pastore così ingiustamente ingiuriato ed oltraggiato nell’esercizio del suo ministero che non guarda a partiti, ma ama tutti come teneri figli e che soffre e perdona.

    All’illustre Prelato, che ha fatto tanto bene nella diocesi, giungano i sensi della generale e più rispettosa ammirazione e il consenso di tutti alla sua mirabile opera evangelica e cristiana”.


   “Il Mondo” era un battagliero periodico di un certo successo fondato da Giovanni Amendola in seno al Partito Radicale Italiano nel 1922. Soppresso con tanti altri dalla dittatura mussoliniana nel 1926, è ritornato a farsi leggere nel 1945.

   Alla fine, nel 1927, comunque a pagare per tutti è stato il presule, che ha dovuto fare le valigie per Santa Severina. Ma sono trascorsi soltanto nove mesi ed altro evento di gran rumore è venuto a scuotere la cittadinanza oppidese, l’uccisione nel 1928 del seniore della milizia Vincenzo Scarcella, ma è stato attinente a un episodio di carattere puramente familiare. Il tutto si è verificato, guarda un po’, esattamente il 25 marzo a lato della piazza maggiore, sull’allora via Oratorio, oggi Marconi. Era il giorno clou della festa in onore della Madonna Annunziata. Conseguenti al delitto le scenate dei componenti della famiglia Scarcella avanti alla casa dell’uccisore con riferimenti di episodi presunti e la pubblicazione di tutto in un opuscolo distribuito a man larga in paese[5]. Ulteriore misfatto con di bel nuovo protagonisti dei cacciatori che, forse anche loro dovevano aver bevuto abbondantemente (?), è accaduto nel 1931, ma stavolta c’è scappato il morto, un povero bambino che vi si trovava per pura combinazione e che da uomini pravi sarà stato ritenuto un bersaglio. Almeno così si è tramandato. La voce popolare ci ha consegnato, come per il primo caso, nomi di possibili autori, ma…Che dire! Quel che resta chiaro è che il 5 aprile decedeva presso il locale ospedale Giuseppe Sprovara di a. 6 e 4 m., appartenente a famiglia di contadini. Il fatto stesso che nel registro dello stato civile l’annotazione sia stata inserita nella parte seconda e non nella prima riguardante tutti i residenti deceduti naturalmente, la dice lunga. Invero, non si fa soverchio uso di parole e l’avvenimento è offerto come normale: a ore pomeridiane otto e minuti quaranta del giorno cinque del sudetto mese in detto Ospedale sito in via Francesco Maria Coppola è morto Sprovara Giuseppe di anni sei e mesi quattro, nato in Oppido, residente in Oppido, da fu Rocco e di Lentini Teresa, contadini, residente in Oppido. L’ufficiale dello Stato Civile P(asquale) Feis”.

   Allo stesso anno rimonta l’impennata tra clero e fascismo a riguardo della chiusura dei circoli cattolici. Alte le proteste in seno al clero con in primo piano il can. Vito Cina, cui si ascrive la frase “Sono passati i Greci e i Romani, passerete anche voi” pronunziata avanti al portone centrale della cattedrale all’indirizzo di una manifestazione fascista offerta al centro della piazza sottostante. Lo ha testimoniato l’arciprete di Varapodio d. Antonino Demasi anche in una monografia. Ho conosciuto mons. Cina negli a. 50 per una fortuita combinazione. Era settembre e mi trovavo a Taurianova per la tradizionale festività della Madonna della Montagna e lui era in compagnia di altri sacerdoti anche oppidesi. Moltissimi anni dopo, nel 2009, ho partecipato al suo paese natale, San Nicola da Crissa, a una manifestazione in suo onore. Il prof. Antonio Galloro presentava una monografia che lo riguardava.

    A Oppido accanto a Mons. Galati ha vissuto per qualche tempo il nipote Vito Giuseppe, futuro sottosegretario alle Poste e Telecomunicazioni nei governi De Gasperi del 1947, 1952 e 1953. Ne abbiamo notizie da cittadini che lo hanno conosciuto, ma soprattutto da alcune lettere ch’egli ha inviato a Piero Gobetti, con cui era in ottimi rapporti, nel 1925. Profondamente cattolico e liberale, è nato a Vallelonga nel 1893 ed è morto a Roma nel 1968. Per il suo comportamento nella prima guerra mondiale si è meritata una medaglia al valor militare. Conclusosi l’aspro conflitto ha fatto residenza a Torino quale giornalista professionista e ha collaborato, tra l’altro, con la Gazzetta di Torino, l’Avvenire e il Messaggero. Nel 1921 ha fondato a Catanzaro con Antonino Anile, Francesco Caporale e altri il Partito Popolare. L’anno successivo ricoprirà il grado di direttore de “Il Popolo”, ma la durata del periodico non supererà il 1925. Ha collaborato indi con “Rivoluzione Liberale” di Gobetti e nello stesso anno parteciperà al V Congresso Nazionale del Partito. Nel 1928 ha pubblicato con Vallecchi il notissimo lavoro “Gli Scrittori della Calabrie”, che avrebbe dovuto risultare primo di una cospicua serie e che reca la prefazione di Benedetto Croce. Ha partecipato all’Assemblea Costituente del 1946 ed è stato nominato sottosegretario alle Poste e Telecomunicazioni nei governi De Gasperi (1947, 1952, 1953). Presentatosi sempre per la DC nel 1958, non è stato rieletto per una manciata di voti. Nell’ultima tornata l’ho visto a Oppido in compagnia dei fratelli Mittica ed altri esponenti della DC, ma anche con altre persone, che ne ricordavano la permanenza a Oppido tantissimi anni prima.

   La presenza del giovane Galati a Oppido è chiaramente documentata da alcune lettere inviate a Piero Gobetti tra l’11 aprile e il 7 maggio del 1925. Si trovano presso il Centro Studi Piero Gobetti di Torino, dal quale ho avuto cortese e sollecito invio. La prima reca la data dell’11 aprile e in essa il giovane pubblicista riferisce in merito a una biografia di Machiavelli, che non avrebbe potuto completare prima di un anno. Per intanto si premurava di far avere la somma di cento lire per prenotazioni già effettuate. Tre giorni dopo ritornava alla carica: “le restituisco le bozze corrette e il ms. Ho fatto le correzioni indispensabili, non ho aggiunto che una breve nota e tolto qualche rigo. Tutte le correzioni sono necessarie: ne raccomando l’esecuzione più scrupolosa”. Nella stessa lettera, dalla quale si apprende che la prefazione dell’opera sarebbe stata scritta da Antonino Anile, si evidenzia chiara la richiesta di rispondergli nella sede di Oppido. Il futuro deputato ritornava alla carica il successivo 3 maggio sul medesimo argomento reiterando la richiesta di avere “Rivoluzione Liberale” e il “Baretti”. Quest’ultimo era il quindicinale di critica letteraria e cultura fondato appena nel 1924 dal Gobetti. L’ultima missiva è del 7 maggio e l’argomento è sempre lo stesso. Vi si relazione sulla composizione del lavoro, che avrebbe dovuto essere offerto in tre parti: I nuovi cattolici, La crisi politica italiana (1919-1922) e Cattolicesimo e Fascismo (1922-1924)[6]. Il Gobetti non andrà lontano e appena due giorni dopo l’arrivo a Parigi, località scelta per trascorrere l’esilio da lui stesso cercato, verrà a morte nel febbraio del 1926.

Rocco Liberti

[1] Sulle traversìe dei due e di altri compaesani in America e su tutto il periodo fascista a Oppido ved. R. Liberti, Fascisti e antifascisti di Oppido Mamertina tra Calabria e America, Il mio libro, 2014.
[2] Diario-Biografico L’ultimo Immigrante della Quota 25 novembre 1922, USA 1967.
[3] Dalla Prof. Monoriti ho avuto la foto dello zio.
[4] Il Panuccio è stato arrestato nel 1933 e ha fatto la trafila tra vari posti di confino: Favignana, Lampedusa, Ustica. A Favignana gli sono stati sequestrati quattro quaderni di carattere utopico più che di vita vissuta. Qualche frase conseguenziale alla presa di Addis Abeba:
“Cosa ci riguarda di quello che fa la patria nostra! Per noi non fu madre, ma matrigna, perché nulla abbiamo di comune … che tutta l’Abissinia sia sottoposta all’Italia, a me non riguarda un fico secco …
È inutile il socialismo, il comunismo ed altri cataplasmi del genere …
… la bestia nera mi ha in potere da ben trenta anni, trenta anni di sofferenze e di lotte per un principio di santa umanità per essere ribelle a questa società di sudici ladri di sporcaccioni ritinti”.

Oscar Greco, Dizionario biografico online degli anarchici italiani, alla voce.
[5] Ho avuto copia in visione dalla buonanima di un amico, ma, una volta letto, mi sono talmente schifato che ho evitato di farne copia. Non sono cose da tramandare o tenere in casa dato che riguardano l’onorabilità delle famiglie. Il titolo dell’opuscolo stampato nel 1929 era “L’orrendo assassinio del prof. Vincenzo Scarcella, seniore della M. V. S. N., avvenuto in Oppido il 25 marzo 1928. La causa del delitto spiegata attraverso documenti inoppugnabili”.
Purtroppo, se, come a fil di logica, vai a riscontrare nelle documentazioni ufficiali, queste ti mettono subito fuori strada. Lo Scarcella nel registro dei morti del Comune è registrato nella parte riservata a quanti sono deceduti in modo naturale. Infatti, vi si afferma ch’egli, nato il 26-12-1891 è deceduto nella casa di via Oratorio. E stoppete! Vai a fidarti dell’ufficialità! Lo stesso è accaduto anche per il bambino Sprovara, ma nel caso qualcosa riesce a trapelare all’occhio di un attento ricercatore.
[6] Centro Studi Piero Gobetti, Lettere di Vito Giuseppe Galati, fasc. 411; Centro Studi Piero Gobetti Torino, a cura di Silvana Barbalato, Franco Angeli, Torino 2010, passim.

mercoledì 21 febbraio 2024

ARMEL FAKEYE E “UNA DONNA SCONOSCIUTA” DI NOME AFRICA O FORSE CALABRIA ( di Bruno Demasi)

    Ho conosciuto Armel Fakeye per un caso: era giunto dal suo convento francescano di Roma fino  a Siderno agli inizi di ottobre dell’anno scorso per accompagnare (soprattutto con la sua preghiera) un altro frate cappuccino come lui, e originario dal Benin come lui, che era stato invitato a tenere un brevissimo ciclo di conferenze carismatiche e di evangelizzazione insieme ad un altro relatore proveniente dalla Città del Vaticano. Quest’ultimo però si era ammalato e gli organizzatori pensarono di sostituirlo proprio con Armel, che in quei tre giorni, anche se colto alla sprovvista, diede vita nel grande salone del convegno a qualcosa di straordinario che stupì tutti. Era un predicatore eccezionale ed umilissimo, un artista della fede concreta, viva ed efficace , ma anche della parola minuscola e maiuscola: la parola cioè come strumento di comunicazione e di emozione, la Parola, come Scrittura, come espressione biblica, della quale si palesava davvero appassionato cultore e maestro. Un uomo dai carismi eccezionali ed eccezionalmente sincero, capace di trasportarti in un universo di suoni , di colori, di immagini che hanno segnato indelebilmente la sua vita di ragazzo cresciuto nella semplicità con una sola ricchezza rigogliosa  insieme alla vegetazione del Benin:  il sogno mai realizzato del riscatto della sua splendida terra. 


   Dopo alcuni mesi capitai di nuovo a Siderno, dove appresi che Armel avrebbe contribuito ad animare un nuovo momento di evangelizzazione insieme ad altre figure giunte da varie regioni d’Italia. Stavolta era seguito personalmente da un piccolo gruppo di suoi amici italiani provenienti dal Veneto, dall’Emilia e dal Friuli che lo conoscevano da qualche anno ed avevano pensato bene di organizzare a loro spese un piccolo pullman con il quale lo avevano prelevato a Roma e accompagnato in Calabria. Neanche stavolta le aspettative andarono deluse: i suoi insegnamenti e le sue preghiere scossero ancora una volta tutti per la loro semplicità, ma soprattutto per i frutti palpabili che ne manifestavano la profonda e concreta efficacia.

   Un aspetto inedito della sua predicazione mi colpì attraverso le confidenze che nelle pause di lavoro raccolsi dalle donne e dagli uomini che lo avevano accompagnato fin lì: Armel aveva tantissimi carismi da spendere, ma era anche un poeta! Un africano prima convertito alla fede in Cristo, poi consacrato frate cappuccino, quindi ordinato sacerdote, infine strappato alla sua terra per completare i suoi studi a Roma, sempre in giro nelle poche ore libere a predicare e incarnare la parola di Dio, sempre pronto nei pochi minuti liberi a scrivere su poveri fogli raccattati dove capita i suoi versi di accorato rimpianto per la donna conosciuta e amata prima di partire, l’immagine della sua terra violata dalla sete di dominio degli sfruttatori e costretta poi a veder fuggire quasi tutti i suoi figli… 

     Ho parlato con Armel, soprattutto per capire cosa avesse trascinato insieme a lui fino alle propaggini dell’Aspromonte quella gente che lo accompagnava. Ho discusso con Armel soprattutto di fede, ma la sua semplicità disarmante ha fatto subito venir meno in me ogni impeto dubbioso di discussione. Ho chiesto almeno una delle sue poesie ad Armel per capire quale sovrumana e tenera nostalgia lo legasse ancora alla propria terra lontana e gliene facesse sentire gli echi di sofferenza proprio nella nostra Calabria, ed egli me l’ha data:

DONNA SCONOSCIUTA

Una volta, avresti sorvolato
Colline e montagne di tutte le storie
Per incidere la storia delle tue avventure
Un tempo, avresti prestato la tua voce
Al cantante dei tuoi sogni
Per cantare l’inno delle tue imprese


Ma il mondo visto da te
Esprimeva mille pensieri
La natura scrutata
Dipingeva mille facce
E l’amore vissuto
Designava solo uno
Il volto della Donna Sconosciuta


La Donna dei miei desideri
La Donna dei miei sogni
La Donna delle mie speranze
La Donna delle mie emozioni
La Donna della mia giovinezza


Tutta bella, tutta radiosa
Tutta candida, tutta splendida
Tutta sublime, tutta adorabile
Tutta aggraziata, tutta nobile
Tutta pura, tutta luminosa


  
  Donna Africa che incarna nei versi di Armel tutti i sogni di una fanciullezza e di una giovinezza che non conoscono sete di dominio, ma vengono presto soffocate dai dominatori senza scrupoli. La breve stagione di una vita che non concepisce altro se non la purezza e la bellezza di un viso, la libertà di un continente, il progetto di un futuro sognato a lungo e mai realizzato.

Una volta, avresti scambiato
A scapito della tua verginità
La virtù dell’ospitalità
Un tempo, avresti sacrificato
Il velo dell’innocenza
Per cancellare la vergogna dell’ignoranza

All’alba del sole della tua libertà
Sull’antico letto dell’umanità
Tutto quello che avevi era il velo del ridicolo e del disprezzo
Per coprire l’ultima scintilla della tua dignità
Che il cielo si era degnato di concederti

Nelle profondità della foresta dell’Universo
In un angoletto c’era uno spiraglio
Quella di Lucerne accese
Si intravedeva una silhouette, quella di una donna
La donna sconosciuta
Senza i suoi gioielli
I cui piedi e le cui mani
Trascinavano le vestigie di dolore e di sfruttamento


  
     Una donna, una terra antica vergini entrambe di ogni furbizia, ricche di ogni possibile innocenza, che non concepiscono vergogna in quella che i paesi “civili” chiamano ignoranza e non povertà e nemmeno sfruttamento.
    Una donna, una terra che, dopo aver subito ben altre vergogne e sovrumane violenze, trascina ancora con dignità e coraggio ferite e ricordi dolorosi  di violenza senza fine, di fuga dai villaggi, di esodo  attraverso i deserti.

Seduto sulla riva del fiume della speranza
Meditando, al bordo del tempo
Errando con lacrime agli occhi
Cercavo disperatamente tale Donna
Una volta, vestita in tessuti d’oro
Il cui corpo era il riflesso
Di una terra ricchissima

Andavo in giro alla ricerca
Di questa perla sepolta
Sotto le macerie della colonizzazione
Cercavo
Quel giglio che sbocciava di nuovo
Nei campi con colori colorati


    Una terra ricchissima depredata da una colonizzazione impietosa che ancora divora, che ancora distrugge che  tenta persino di soffocare i fiori che , malgrado tutto, hanno il coraggio di sbocciare ancora  sotto le macerie.

Non vedo l’ora di riscoprirti
Tu sei l’illustre poesia
Della quale il mio cuore si ricorderà incessantemente
Tu sei l’ultima melodia
Che per tutta l’eternità
Vorrà canticchiare la mia anima

Donna Sconosciuta
Lontana da me
La tua casa m’è molto vicina
La tua storia, la tua vita, le tue lacrime
Sono storia mia, vita mia e la mia preghiera
Donna Sconosciuta, sarà sempre la mia Africa
E un giorno l’Infinito ti conoscerà.


 
    E' l’Africa abbandonata e violata, la donna sconosciuta amata e benedetta, la terra senza storia dalle mille storie, ma è anche la Calabria che ha  avuto per tanti secoli lo stesso destino dell’Africa: dal depauperamento delle sue risorse  all'esodo delle sue braccia migliori. E’ la terra dei padri e di nessuno che diventa in questi poveri e grandissimi versi preghiera che si fa carne. Quella preghiera fruttuosa e speciale in cui è maestro Padre Armel.
Grazie!
              Bruno Demasi