domenica 4 ottobre 2020

GRUPPI MINORITARI NELLA TERRA DELLA MULTICULTURALITA' EBREI, VALDESI, GRECI DI CALABRIA (Di Felice Delfino)


    E’ in corso anche qui in Calabria la grande Festa ebraica di Sukkot, detta anche Festa delle Capanne o dei Tabernacoli, iniziata quest’anno la sera di venerdi, 2 ottobre scorso e che si protrarrà fino alla sera di venerdi, 9 ottobre prossimo.
    Si festeggia il raccolto, il ringraziamento a Dio per tutto ciò che l’uomo è riuscito a produrre di buono in quest’anno, i frutti della terra e del lavoro, ma soprattutto la pace tra i popoli. Quest’anno le minoranze ebraiche presenti nella nostra regione, per iniziativa di Miriam Jaskierowitz Arman, ebrea ortodossa residente ufficialmente nei pressi di Gerusalemme, ma neocalabrese per scelta, si riuniscono a Bova Marina, accanto ai resti della grande sinagoga scoperti alcuni anni fa per festeggiare Sukkot a ridosso della capanna che vi è stata costruita e dove si radunano figli d’Israele provenienti da ogni parte del mondo. L’Ebraismo non è solo un ricordo dunque in Calabria, ma una entità viva insieme a quella di tante altre minoranze che ne hanno fatto nei secoli una terra di confine e di sbarco, un crocevia di razze convissute nei secoli quasi sempre pacificamente e solo oggi, nella barbarie di ritorno, precipitate nell’odio seminato da politicanti di bassissima lega , compresi coloro i quali apparentemente ne osteggiano, ma solo a parole, l’ideologia. In questa pagina Felice Delfino, attentissimo studioso dell’Ebraismo, ma anche delle minoranze etniche e culturali vissute o viventi nella nostra terra si sofferma , per l’occasione, su Ebrei, Valdesi e Greci di Calabria, altrimenti detti con brutta denominazione “Grecanici” (Bruno Demasi). 
 
    Calabria, terra controversa e da sempre sinonimo di cultura, una cultura che andrebbe scavata a fondo per scoprire dei lati nuovi, caratteristici di un passato che si pensa gia' di conoscere ma che si conosce forse non nella sua interezza a causa di incendi, terremoti, guerre, carestie e cataclismi. Maggiore spazio dunque meriterebbe la ricerca scientifica e la sua divulgazione con libri e riviste ad hoc contenenti informazioni che però abbiano una efficacia funzionale ed una buona validità documentaria certa e comprovata dagli studi degli esperti nei settori mirati.


     Questa societa' e' stata certamente attraversata da vari colonialismi delle classi dominanti, tuttavia i gruppi sovranisti che legittimano il cattolicesimo, come religione si dominante ma non chiusa all'ecumenismo, hanno avuto a che fare sin dall’antichità e soprattutto nel Medioevo anche con minoranze etniche e religiose che ci hanno influenzato largamente e hanno lasciato una ricchezza culturale dando una traccia identitaria tanto unica quanto mai rara, ancora oggi visibile nella tradizione. Secondo la legge italiana e mi riferisco ovviamente a quella 482/1999 esistono dodici etnie minori nella penisola del paese tricolore (l'ultima legge che tutela il patrimonio linguistico e le forme dialettali (ed anche il dialetto calabrese che e' un mix linguistico) e’ la legge n.12 2012): dagli albanesi, per passare agli occitani, ai francesi, ai franco-provenzali, agli spagnoli coi catalani sugli scudi, ai greci, allo sloveno, il friulano, alle lingue germaniche e di tutti questi si potrebbe fare un ampio excursus di tipo storico-linguistico. Il discorso vale anche per i rom che non sono stati inseriti in elenco, in quanto forse la loro cultura e' troppo borderline rispetto ad altre culture e per tale ragione non facilmente integrabile ai valori e all'educazione che quotidianamente legittimiamo.
 

     Eppure Fabrizio De Andre' avrebbe spezzato una lancia a loro favore, normale per chi si e' battuto sempre per gli ultimi degli ultimi e per le vittime di un contesto che in alcuni casi puo' essere anche violento ed insensato. Comunque sia nell’estremità dello stivale ci sono tre gruppi minoritari che sono i greci, i valdesi e gli albanesi. Ci tenni anche a ricordalo in occasione di un convegno al Planetarium Pytagoras fatto nel 2016 insieme al responsabile dell'area grecanica, Franco Tuscano e il pastore della Chiesa Valdese di Messina Rosario Confessore. In questa occasione si era parlato proprio di questo, di quanto importante sia questo patrimonio che deve essere saggiamente tutelato e difeso. L'area che volgarmente e' detta grecanica si rivolge ai paesi tra cui Galliciano', Rogudi, Bivongi, Bova. Nel VII secolo a Reggio Calabria abbiamo avuto i greci calcidesi sbarcati dall'isola di Eubea che hanno fondato Reghion laddove sfocia l’Apsias il più sacro dei fiumi…e l'associazione culturale Paleocosmos di Bova dando spazio all’attività letteraria e poetica diffonde una vera e propria lingua e ci tengo a precisarlo non un dialetto, quale il greco di Calabria che detiene i tratti caratteristici del Greco antico parlato e scritto che ha subito una mescolanza con influenze linguistiche indigene e che si spera un giorno magari venga insegnato nelle scuole nostrane. 
 
   L'Ebraismo calabrese rappresenta un’ altro caso interessante. Penso per ipotesi che il primo contatto Terra Santa-Calabria sia avvenuto al tempo delle rivolte maccabaiche quando c'era stata un'alleanza tra gli ebrei coi Romani e contro i Siriaci, e dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C. tuttavia l'archeologia dice che ebrei qui giunsero nel IV secolo, e parlo di epigrafi, lucerne e una sinagoga come quella di Bova con mosaico pavimentate con nodo di Salomone, rosetta, shofar e cedro disegnati. Esistono forme linguistiche come l’italkian e probabilmente forme giudeo calabresi anche non pervenute. Insediamenti vari sono ricordati da documenti quali regesti e il registro del tesoriere della Calabria Ultra nelle localita' di Anomeri, Bagnara, Bruzzano, Brancaleone, Catona, Calanna, Cittanova, Casignana, Fiumara di Muro, Grotteria, Gerace, Gioia Tauro, Gìoiosa Jonica, Laureana di Borrello, Oppido Mamertina, Palmi Pazzano, Pellaro, Rosarno, Saline, Sant'Eufemia e si discute su altri luoghi in attesa di conferme. 
 

    Gli Ebrei furono espulsi nel 1511 da re Ferdinando il Cattolico come ricorda a Reggio una targhetta commemorativa in via Giudecca, riammessi poi allontanati nel 1541, da Carlo V. Mi piace soffermarmi sull'importanza proprio dell'ebraismo in relazione ai miei studi e gli ebrei dell'UCEI hanno avuto ed hanno un legame ed un'importanza per tutta l'Italia, oggi che per loro e' l'anno 5781. Poi nel territorio ci sono gli Albanesi soprattutto nella provincia cosentina e catanzarese e crotonese ma non reggina. Tipico il museo etnico di Civita e il ballo delle vanje rimane nel folklore. Tutto in nome dell'eroe d'Albania l'epirota Giorji Kastriota detto Scandenberg. Infine i Valdesi parlanti l’occitano e aventi una Chiesa a Reggio in via Aschenez. Ecco, il quadro e' stato tracciato ma in attesa di eventuali future legislazioni di tutela che si possano aggiungere alle preesistenti guardiamo a questa bellezza, un vero tesoro da custodire per l'avvenire, per il bene delle nuove generazioni future

sabato 5 settembre 2020

IL PASTORE DELLE PECORE D’ASPROMONTE - Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, protagonista del libro di Andrea Camilleri ”Le pecore e il pastore”, vescovo indimenticato di Oppido Mamertina

di Bruno Demasi
 
 Ritratto di Mons. Peruzzo (Sala capitolare Oppido)

"Non passa manco un minuto che una fucilata 'mprovisa, sparata da pochi metri di distanza, esplode con un gran botto fatto cchiù forte dalla quiete assoluta che c'è torno torno. Il vescovo sente il proiettile fischiare a pochi centimetri dalla sò testa e istintivamente si susi addritta di scatto, strammato, si talia torno torno, non capisce nenti di quello che sta capitando.- Si butti giù!- gli grida don Graceffa. Peruzzo accenna a farlo, ma gli appostati non gliene danno tempo. Sparano di nuovo e stavolta lo pigliano: il vescovo ha la 'mpressione di essere stato colpito quattro volte. In realtà i colpi che lo ferirono furono dù: uno gli perforò un polmone e l'altro gli fracassò l'avambraccio mancino.
    Torna il silenzio assoluto.Il vescovo ha settantasette anni ed è ferito a morte. Ma, figlio di viddrani, è omo fisicamente molto forte e robusto.Arrinesci a sollevarsi da terra e, appuiannosi al debole braccio di don Graceffa, accomenza a camminare …Fatti pochi passi, perde le forze, pensa che è vinuto il momento della morti…. vuole confessarsi nuovamente. I dù, per mantinirisi addritta, si appoiano a un àrbolo e don Graceffa lo confessa… continua a perdiri sangue come 'na funtana. Ripigliano la loro via crucis… Proprio davanti alla porta dell'eremo, cade affacciabocconi e non rinesce ad alzarsi. Don Graceffa, mischino, gli s'inginocchia allato. Gli manca la voce macari per chiamare aiuto da quelli che sono dintra all'eremo e non hanno 'ntiso nenti.
   " Mi  vada a prendere il Santissimo" dice Peruzzo col picca sciato che gli resta.
    Ma forse querlle parole non è arrinisciuto a pronunziarle, gli è parso di averle dette, ma le ha solamente pinsate.
     Don Graceffa infatti trase stremato nellì'eremo non per pigliare il Santissimo, ma per mandare in paìsi il cuoco-cammareri per circare soccorsi.
    Il vescovo , mezzo sbinuto, si mette a prigare per sè e per i suoi amati "figli di Agrigento"... (Andrea Camilleri - "Le pecore e il Pastore" , pagg.66-67 ).


Il monastero di Palma di Montechiaro

   Mons. Giovanni Battista Peruzzo, "figlio di viddrani" piemontesi, dopo essere stato vescovo di Oppido Mamertina dal 1928 al 1932 esercitò il suo mandato vescovile ad Agrigento, dal 1932 al 1963.
   Non fu un vescovo qualunque se già il non certo clericale Leonardo Sciascia ne aveva messo in luce la spiccata personalità e il grande amore per la giustizia sociale nel suo libro " Dalle parti degli infedeli" pubblicato, sempre per l'editore Sellerio, nel 1979. Aveva precorso i tempi e della distribuzione della terra a chi la lavorava, indipendentemente da ogni ideologia, aveva presto fatto  uno dei motivi della sua azione pastorale sia nella Piana di Gioia Tauro oppressa non da una feudalità nobiliare, di cui esistevano solo brandelli, ma  da una classe agraria ottusa e ignorante, e poi in una  Sicilia affamatissima di terra  che presto sarebbe approdata all'eccidio di Portella delle Ginestre.
   Proprio della sua esperienza in Sicilia e dell'attentato messo in opera contro di lui prende le mossela storia magistralmente raccontata da Camilleri  che ci mostra Peruzzo ai ferri corti con i latifondisti siciliani in nome del diritto dei contadini ad una sopravvivenza dignitosa: certo, mons Peruzzo - duro anticomunista e reduce di una solida fiducia politica nella "rivoluzione fascista" - non credeva e non poteva credere alla redenzione marxista delle masse nè ad un umanesimo sociale a prescindere dalla novità del regno promesso da Gesù Cristo ma, da uomo pratico, spese le proprie robuste energie perchè, ad esempio, risorse idriche e luce elettrica potessero divenire patrimonio certo per tutti i lavoratori della terra.
    Impiantò, nella Sicilia dei privilegi incontestati, "cucine economiche" allo scopo di permettere ai poveri di mangiare un piatto di minestra al giorno gratis. La media dei pasti distribuiti, nel 1932, fu di seicento al giorno.
    Quando la Sicilia si trovò sotto i bombardamenti angloamericani Peruzzo non "sfollò" altrove ma rimase al suo posto e ordinò di mettere i locali del Seminario a disposizione della croce rossa svuotandoli dei seminaristi. Aveva applaudito i fascisti quando si erano detti contro il latifondo e, allo stesso modo, fu - unico vescovo in Sicilia e,diremmo in generale nel Sud - a fianco delle forze riformiste nella battaglia per la terra ai contadini, per "spezzettamento " dei possedimenti feudali: il latifondo era per lui una ” grave struttura di peccato e di ingiustizia ”.
    Era il luglio del 1945,quando al Santuario di Santa Rosalia,detto “La Quisquina” venne ferito a morte da una palla di fucile che gli trapassò il polmone. Secondo Camilleri,la mafia e i grandi proprietari non avevano gradito il "ficcanasare" di questo piemontese che, però, sopravvisse quasi "miracolosamente".A tale miracolosa guarigione si assocerebbe il “sacrificio” di dieci giovani suore benedettine del monastero di Palma di Montechiaro,che spontaneamente offrirono la loro vita in cambio di quella del loro vescovo.



  Sulla vicenda delle dieci suore però Enzo Di Natali, autore di un rigoroso  studio sul Vescovo Peruzzo, corregge il tiro, affermando:”…
Offrire la propria vita non equivale a ricorrere al suicidio, come parrebbe far pensare Andrea Camilleri. Le suore non cercarono un suicidio. Sarebbe stato un grave atto morale, contro la legge naturale e contro la legge di Dio. Le suore offrirono la propria vita, ma non significa che vi fu un suicidio collettivo. Le suore nel tempo morirono per cause naturali.”

    Il che forse chiuse una polemica che, all'epoca della pubblicazione del libro di Camilleri, durò addirittura qualche mese, persino sulle colonne dei maggiori quotidiani nazionali,  e nella quale era intervenuto persino qualche autorevole teologo di grande rilievo.

PERUZZO A OPPIDO MAMERTINA


     Gia vescovo ausiliare di Mantova dal 1924,dopo i gravi incidenti verificatisi nell'agosto 1926, al termine del pellegrinaggio nazionale della Gioventù Cattolica a Castiglione Stiviere alla celebrazione del II centenario della canonizzazione di san Luigi Gonzaga, quando moltissimi giovani vennero bastonati dai fascisti, molti vessilli cattolici strappati e parecchi sacerdoti malmenati, Peruzzo si schierò apertamente contro il Fascio e fu mandato vescovo a Oppido il 17 febbraio 1929 ,in una diocesi in cui il suo predecessore , Giuseppe Antonio Caruso,si era dimesso prima ancora di mettervi piede, ma lontana da clamori e intrighi politici. Almeno apparentemente! Solo dopo meno di quattro anni infatti fu “invitato” ad assumere la diocesi di Agrigento,ed egli obbedì, lasciando a malincuore Oppido nell’aprile 1932. Furono, a Oppido Mamertina, tre anni e mezzo di splendida e dirompente azione pastorale e di  intenso lavoro sociale, in un territorio povero e disagiato. Un lavoro che suscito gli entusiasmi di tutta la gioventù dell’epoca che stravedeva per lui senza distinzioni di casacca e di ceto, tant’è vero che quando, pochissimi anni prima di morire, nel 1958, venne da queste parti per una brevissima visita, tutta la diocesi versò vere lacrime di commozione e di rimpianto. Ed erano passati oltre trent’anni! Ricordo che mio padre mi portò bambino di sette anni in una cattedrale gremitissima e festante e, dopo essersi si avvicinato a lui per baciargli l'anello, mi sussurrò "Ricordati che oggi hai visto un vescovo eccezionale!"
     Nessuno aveva dimenticato il fervore della sua azione pastorale, la bontà e la grandezza del suo animo,le sue doti di predicatore, il suo continuo schierarsi dalla parte degli ultimi a costo di suscitare contrasti anche verso la sua persona. Il suo seminario era diventato un centro di aggregazione e di cultura aperto a tutti e la gente ancora oggi ne ricorda il tratto pacato e semplice,ma insieme la forza d’animo e la determinazione a scagliarsi contro ogni sopruso. Perchè fu “invitato” a lasciare Oppido? Non certo per un’effimera promozione a una diocesi più prestigiosa! Forse perchè anche a Oppido e nella provincia di RC era già subito diventato un vescovo scomodo:il vescovo dei contadini e della giustizia sociale!

(Dedico questa pagina alla memoria di mio padre,Giuseppe Demasi, uno dei giovani entusiasti di Mons.Peruzzo,del quale spesso egli mi ha tessuto le lodi.)

venerdì 14 agosto 2020

L'AMORE DELLA CALABRIA PER L’ASSUNZIONE DI MARIA IN CIELO

di Bruno Demasi

      Sembra  quasi sentir risuonare ancora nelle nostre antiche chiese distrutte l'Inno Akathistos ( echeggiante nel video sotto riportato)   che salutava l'Assunzione di Maria Vergine al cielo. Frammenti di culto bizantino calabro sulla dormizione e l’Assunzione in cielo della Madonna è possibile trovare qui in Calabria  in tanti segni  silenziosi, ma eloquenti . Intanto nelle chiese, e in particolare nelle chiese cattedrali, dedicate all’Assunzione, come quella della vecchia e della nuova Oppido e poi in culti oggi quasi abbandonati, retaggi di una grande tradizione, nella quale era consapevolezza comune e ferma che nel giorno dell'Assunzione della Vergine anche l'Inferno si fermi attonito e molte anime vengano liberate dalla pena del Purgatorio.
           E’ possibile ammirare, ad esempio,la statua della Madonna morta nella Cattedrale di Squillace. E, da qualche tempo, un’altra statua è stata pure ritrovata nella Chiesa matrice di Tiriolo, dedicata alla Madonna della Neve. Da Squillace a Tiriolo, insomma, nell’istmo della provincia di Catanzaro che divide le acque dei mari Jonio e Tirreno, la presenza di alcune icone che riproducono la “dormitio” di Maria sono la testimonianza del trascorso bizantino di parte del Sud della nostra penisola

   A Squillace la Madonna morta si è solennemente venerata fino al 1950: anno della proclamazione del dogma dell’Assunta da parte di Pio XII e a cui ha preso parte anche l’allora vescovo di Squillace e ausiliare di Catanzaro Armando Fares. Ad onor del vero il dogma dell’Assunzione gloriosa in Cielo di Maria in corpo e anima non si pronuncia sull’eventuale morte terrena della madre di Gesù. Ma Giovanni Paolo II, nel 1997, ha sottolineato che “il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale… L’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita”.
Aggiungi didascaliaLa statua venerata a Squillace
   Le parole di Papa Wojtyla sono un conforto per il culto che la pietà popolare calabrese riserva alla “dormitio” di Maria. L’antico culto che si effettuava nella cattedrale di Oppidum, le icone di Squillace e di Tiriolo ricordano un passato glorioso, una fede intensa, una spiritualità vissuta sotto il Patriarcato di Costantinopoli, di cui restano tracce tutte da riscoprire.
   Al di là della secolare disputa incentrata sulle sottili differenze tra la dormizione o la morte fisica della Vergine Maria prima dell’Assunzione, vale la conclusione di uno dei più grandi mariologi, Renè Laurentin che afferma: « La morte di Maria è verosimile, senza dubbio, verosimiglianza resa rispettabile dall'ondata di autori che l'hanno accettata. Ma si è in diritto di pensare, con Epifanio, che la fine di Maria resti un mistero, nascosto in Dio, e che bisogna che noi ci rassegniamo a ignorare quaggiù».
    E' magnifico rileggere le struggenti pagine relative alle visioni del 14 .08.1821 della monaca tedesca Anna Caterina Emmerick, la quale localizza (con il successivo conforto di molti archeologi e la visita di alcuni papi) l’ultima casa di Maria ad Efeso, in Turchia, dove la Madonna sarebbe stata fatta rifugiare dall’apostolo Giovanni dopo la Crocifissione e Resurrezione di Cristo. In questa casa, oggi meta di un enorme pellegrinaggio mariano, la Madonna avrebbe concluso, secondo la Emmerick, la propria missione terrena:
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Aggiungi didascaliaLa casa della Madonna a Efeso

   “Vidi l'ancella della Vergine affranta dal dolore; si aggirava per la casa in cui regnava la più profonda tristezza. La morte si accostava visibilmente alla Madonna; Ella riposava sul suo giaciglio nell'attesa trepidante di ricongiungersi col Figlio. Il velo che copriva la sua testa era rialzato sulla fronte, Ella l'abbassava sul viso quando parlava agli uomini; anche le sue mani erano scoperte quando era sola. Per tutto questo tempo continuò a nutrirsi solo con qualche cucchiaio di quel succo giallo. Giunta la sera, la Santa Vergine, conformemente alla volontà di Gesù, si dispose a congedarsi e a benedire gli Apostoli, i discepoli e le pie donne. La vidi seduta sul letto, bianchissima in volto. La sua stanza era aperta da tutti i lati. Maria Santissima pregò; poi benedì separatamente ogni Apostolo toccandogli la mano. Infine parlò a tutti insieme. Poi Ella diede a Giovanni le disposizioni da prendere per il suo corpo, incaricandolo di dividere le sue vesti tra l'ancella e una giovinetta che spesso le era vicina. Vidi Pietro che le si avvicinò con un rotolo di carta per scrivere. Poi la Santa Vergine indicò col dito un grosso armadio contenente le sue vesti; allora potei vederle ed esaminarle tutte. Compresi profondamente i significati spirituali racchiusi in esse. Essendosi gli uomini ritirati nella parte anteriore della casa, le donne vennero ad inginocchiarsi dinanzi al letto di Maria per essere benedette a loro volta.
     Vidi la Santa Vergine abbracciare una delle pie donne che si chinava su di lei. Pietro, con un magnifico paramento sacerdotale, celebrò la Santa Messa. Fu simile a quella che egli celebrò subito dopo l'Ascensione di Cristo nella chiesa della piscina di Betsaida. Pietro aveva appena iniziato la cerimonia che vidi giungere Filippo, arrivava dall'Egitto con un discepolo e si precipitò subito al capezzale della Madre di Dio per riceverne la benedizione. Intanto Pietro terminò la cerimonia, consacrando e ricevendo egli stesso il Corpo del Signore. L'aveva distribuito agli Apostoli, ai discepoli e a tutti i fedeli li presenti. Maria non poteva vedere l'altare, ma finché durò la cerimonia rimase assisa sul suo letto assorta in meditazione. Vidi che Pietro, dopo aver dato il Santissimo Sacramento a tutti gli Apostoli, si avviò dalla Vergine per darle per l'ultima volta il Pane Eucaristico e l'Estrema Unzione. Si svolse allora la cerimonia finale di commiato dalla Madonna: tutti gli Apostoli accompagnarono Pietro in processione solenne. Precedeva il corteo Taddeo con l'incensorio; seguiva Pietro con l'Eucaristia nel vaso a forma di croce; veniva poi Giovanni che aveva in mano un piatto sul quale c'era il Calice col prezioso Sangue e alcune scatole. il Calice era simile a quello della santa Cena. L'ancella di Maria Santissima aveva portato presso il letto della Madonna il tavolo, adibito ad altare, coperto dalle tovaglie cultuali sul quale erano lumi e candelabri accesi. La Vergine, senza proferire parola, continuava a guardare in alto rapita in estasi profonda. Era pallidissima ed immobile. Pietro La unse con gli oli santi, sul viso, sulle mani, sui piedi e sul costato, dove la sua veste aveva un'apertura, così non ebbe bisogno di venir scoperta; infine le diede la Santa Comunione. Frattanto gli Apostoli recitavano sottovoce le preghiere. In quel momento vidi un bagliore di luce celeste invadere Maria, avvolgerla tutta ed entrare nel suo corpo. Poi la Vergine cadde in un'estasi profonda. Solo alcune donne erano rimaste presso di Lei perché gli Apostoli erano tornati sull'altare.
    Più tardi questi ultimi, insieme ai discepoli, tornarono intorno al letto di Maria per pregare. Ebbi frattanto un'altra visione stupenda: il tetto della stanza della Madonna non esisteva più e dal Cielo aperto scesero numerose figure di Angeli. Tra questi si stagliò una Via luminosa che guidava fino alla Gerusalemme celeste. Allora vidi la Madonna stendere le braccia verso quella Via, subito due Cori di Angeli su nubi splendenti avvolsero la sua anima separandola dal Santo Corpo, il quale ricadde inanimato sul letto con le braccia incrociate sul petto. Seguii la sua Santissima Anima che, accompagnata da numerosi Cori angelici, salì nella Gerusalemme celeste e assurse al trono dell'adorabile Trinità. Qui le andarono incontro con grande venerazione tutte le anime dei Patriarchi dell'antichità. Vidi tra queste Gioacchino, Anna, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria e Giovanni Battista. Poi vidi pure Gesù che, accogliendoLa con il suo amore divino, le porse tra le mani uno scettro e le mostrò la terra sotto di Lei, come per conferirle un potere speciale. Così vidi entrare la Madonna nella Gloria celeste, mentre tutto ciò che era sulla terra intorno a Lei scomparve ai miei occhi. Forse Pietro, Giovanni e alcuni discepoli ebbero la stessa visione perché non potevano distogliere lo sguardo dal Cielo. La maggior parte di loro erano inginocchiati. Vidi una luce intensa inondare di splendore il Cielo e la terra come nel giorno dell'Ascensione di Cristo. Quello fu il momento in cui Maria Santissima, più bella che mai, assurse al Cielo seguita da molte anime liberate dal Purgatorio. Anche oggi, nell'anniversario della sua morte, ho visto numerose anime assurgere al Paradiso. Molte anime entrano in Cielo ogni anniversario della morte della Madonna. A questa grazia sarebbero ammesse anche quelle dei suoi devoti. Quando rivolsi lo sguardo sulla terra vidi il Corpo della Santa Vergine riposare al suo posto, illuminato di splendore, col volto fiorente soffuso di un tenue sorriso, le pupille chiuse e le braccia incrociate sul petto.   
                           
  Le esequie - Il sepolcro della Santa Vergine  
  Quando la Santa Vergine lasciò il Santo Corpo era l'ora stessa in cui era spirato il Salvatore. L'ora nona. La Madonna era rimasta coperta soltanto con una lunga camicia di lana...

   Le tagliarono le belle ciocche per tenerle come reliquie. Vidi due donne lavare le sante spoglie, credo che avessero nelle mani una spugna. Con rispettoso timore e venerazione il Corpo fu tutto lavato, ogni parte dopo essere stata lavata veniva subito ricoperta; il Santo Corpo rimase sempre coperto e le donne ebbero cura assoluta di non far mai apparire la più piccola nudità. Vidi il bacino dell'acqua vuotato in una fossa presso la casa e venir di nuovo riempito con acqua fresca. Alla fine le sacre Spoglie furono rivestite di una nuova veste e collocate su un tavolo. La Madonna fu interamente fasciata, tranne la testa, il petto, i piedi e le mani. Dopo la Messa solenne pronunciata da Pietro, e dopo che il Santissimo Sacramento fu distribuito a tutti, vidi Pietro e Giovanni, ancor vestiti con i paramenti solenni, entrare nella camera mortuaria. Giovanni portava un vaso d'unguento; Pietro, mentre recitava le preghiere d'uso, vi immerse il pollice della mano destra e unse la fronte, il centro del petto, le mani e i piedi di Maria Santissima. Sulla fronte e sul petto le fece il segno della croce. Questa però non era l'Estrema Unzione, che Maria aveva già ricevuto ancora in vita, ma credo che fosse una dimostrazione d'onore resa al Santo Corpo, simile a quella praticata anche in occasione della sepoltura del Redentore. Quando le donne ebbero finito l'imbalsamazione, Le incrociarono le braccia, avvolsero il cadavere stretto nelle fasce e poi Le stesero sul volto un gran sudano trasparente, il quale appariva bianco splendente tra le erbe aromatiche.
    Deposero allora il Santo Corpo nella bara, simile ad un letto di riposo. Era una tavola con un bordo poco elevato, e un coperchio rigonfio e molto leggero. Le misero sul petto una corona di fiori bianchi, rossi e celesti, simbolo della verginità. Tutti quindi si inginocchiarono, versando copiose ma silenziose lacrime. Poi toccandoLe le mani, come per rivolgerle l'ultimo saluto, coprirono con un velo il viso santo e chiusero il coperchio della bara. Sei Apostoli ne portarono il peso sulle spalle mentre gli altri Apostoli, i discepoli, le pie donne e tutti gli altri aprivano e chiudevano il corteo funebre. Vidi Giacomo il Minore, Bartolomeo e Andrea, Taddeo, Mattia e un altro che non ricordo, portare la bara. La sera era già calata e il corteo si illuminava alla luce di quattro torce. Il cammino era diretto verso la Via Dolorosa. La bara fu posta nella tomba da quattro uomini. Poi, tutti, ad uno ad uno vollero entrare, piangere, accomiatarsi ancora una volta e lasciare fiori ed aromi alla Madre di Dio. Molti rimasero inginocchiati nella più profonda tristezza. Quando il tributo di lacrime e di preghiere fu lasciato in misura abbondante, era già notte inoltrata e gli Apostoli chiusero l'entrata del Sepolcro. Tutto era finito. L'ingresso fu occultato con una grande siepe intrecciata da diversi verdeggianti arbusti, parte fioriti e parte carichi di bacche. Fecero infine passare ai piedi della siepe l'acqua di una vicina sorgente. Così in breve non si poté più scorgere traccia dell'ingresso. Separatamente presero tutti la via del ritorno, tranne alcuni che rimasero vicino al Sepolcro per la preghiera notturna. Scendendo dalla Via Dolorosa molti si fermavano a pregare lungo il cammino.

 Assunzione della Madonna al Cielo    
Mentre alcuni Apostoli e numerose sante donne erano assorti in preghiera e intonavano cantici sacri nel giardino dinanzi alla grotta celata, vidi ad un tratto una gloria formata da tre Cori d'Angeli e di anime buone che circondavano un'apparizione: Gesù Cristo, con le sue Piaghe risplendenti di luce intensa era vicino all'Anima di Maria Santissima. I Cori angelici erano formati da fanciulli, tutto era indistinto poiché appariva solo in una grande forma di luce. Vidi però l'Anima della Santa Vergine seguire l'Immagine di Gesù, scendere con il Figlio per la rupe del Sepolcro, e subito dopo uscirne con il proprio Corpo risplendente fra torrenti di viva luce, quindi La vidi risalire col Signore e con tutta la gloria angelica verso la Gerusalemme celeste. Dopo di che disparve ogni splendore ed il Cielo silenzioso e stellato tornò a chiudersi sopra la terra. Vidi che le pie donne e gli Apostoli si gettarono col volto a terra, poi guardarono in alto, con stupore e profonda venerazione. Vidi pure che alcuni, mentre facevano ritorno alle proprie case pregando, nel passare dinanzi alle stazioni della Via Crucis, si erano fermati improvvisamente per contemplare stupiti la scia di luce sulla rupe del Sepolcro. Con questo prodigio il Santo Corpo della Madre di Dio fu Assunto al Cielo.
   Allora gli Apostoli si ritirarono. Essi meditarono e riposarono in rudimentali capanne da loro stessi costruite fuori della casa della Santa Vergine. Alcune donne invece, rimaste ad aiutare l'ancella in casa, si erano coricate nello spazio dietro al focolare, dove l'ancella di Maria Santissima aveva sgombrato ogni cosa. L'oratorio appariva sgombro ed era come una piccola cappella, nella quale gli Apostoli pregarono e celebrarono la Santa Messa il giorno dopo. Al mattino, mentre gli Apostoli pregavano in casa, vidi giungere Tommaso con due discepoli: Gionata e un altro molto semplice, che veniva dal paese dove aveva regnato il più lontano dei Re Magi. Tommaso, appena appresa la notizia della morte di Maria Santissima, pianse come un fanciullo e s'inginocchiò con Gionata davanti al giaciglio della Vergine. Le donne frattanto si erano ritirate e l'altro discepolo, seguendo le istruzioni di Tommaso, attendeva fuori della casa. Vidi i nuovi arrivati pregare per molto tempo nella stessa posizione.
    Gli Apostoli, appena terminate le loro preghiere, li rialzarono, li abbracciarono e diedero loro il benvenuto offrendo pane, miele e qualche altro rinfresco nel vestibolo della casa. Poi, tutti insieme, si raccolsero ancora in preghiera. Tommaso e Gionata espressero quindi il desiderio di visitare il Sepolcro della Santa Vergine; allora gli Apostoli, e tutti gli altri, accesi i lumi che erano preparati sulle aste, si recarono al Sepolcro percorrendo la Via Crucis. Non parlarono molto ma meditarono profondamente alle singole stazioni i patimenti del Signore e il dolore della sua Santa Madre. Arrivati alla caverna del Sepolcro s'inginocchiarono tutti, poi Tommaso e Gionata si diressero frettolosamente all'entrata della grotta, Giovanni li seguì. Due discepoli scostarono i rami degli arbusti che la nascondevano; i due Apostoli entrarono con Giovanni e s'inginocchiarono con rispettoso timore dinanzi al letto sepolcrale della Vergine. Allora Giovanni si avvicinò alla bara e, dopo aver slegato le strisce, aprì il coperchio.
    Si avvicinarono con le fiaccole e, con profonda commozione, osservarono che le lenzuola funerarie erano vuote, sebbene conservassero la figura del prezioso Santo Corpo. Giovanni gridò forte agli altri: "Venite e guardate il miracolo! Il Santo Corpo non c'è più"..

Il 22 agosto dello stesso anno Anna Caterina Emmerick così concludeva le visioni sulla vita della Madre di Dio:
   "Solo Giovanni si trova nella casa della Madonna, tutti gli altri se ne sono già andati. Egli, secondo la volontà della Santa Vergine, divise le sue vesti fra l'ancella e l'altra donna. Fra quelle preziose vesti ve n'erano ancora alcune donate dai Santi Magi. Ne vidi due bianchissime come la neve, mantelli assai lunghi, alcuni veli, come pure delle coperte e dei tappeti; anche quella veste a strisce che Maria indossò a Cana e durante la Via Crucis di Gerusalemme. Posseggo una breve lista di tutti i vestiti della Madonna. 
   Alcune di queste magnifiche reliquie si conservano ancora nella Chiesa, come per esempio quella bella veste nuziale color celeste, trapuntata in oro e coperta di rose, con la quale si fece un paramento per la chiesa di Bethesda in Gerusalemme. Maria Santissima ha indossato quella veste soltanto il giorno delle nozze. A Roma vengono custoditi alcuni indumenti della Madonna come sacratissime reliquie". Tutta questa storia, le vicende ed i viaggi si compirono nel segreto di una vita silenziosa, forgiata nell'amore e nel dolore, che non conosceva l'inquietudine e l'agitazione dei nostri giorni."

sabato 18 luglio 2020

RITORNANDO DENTRO IL MISTERO DELLA “ VALLE DELLE SALINE” (II parte) .

di Bruno Demasi
   Dopo aver dato un’occhiata  a questo eden dimenticato con un salto a ritroso di secoli (L’INCREDIBILE VALLE DELL’EDEN (O DELLE SALINE) E LA διοίκησις DI OPPIDO) , occorre adesso cercare  di scoprirne l’esatta collocazione e la delimitazione geografica che le varie fonti documentarie , per la verità un po’ contrastanti, ristrette e sbiadite, continuano a riportarci. Il primo quesito in assoluto che ci si pone riaccostandoci dopo almeno un migliaio di anni a questo lembo di terra di Calabria tanto importante per il ruolo che esso ha ricoperto nella civilizzazione e nell’evangelizzazione delle intere Calabrie è quello riguardante la dislocazione geotopografica delle saline propriamente dette, che , trattandosi di territorio prevalentemente montano, si immaginano a tutta prima come depositi di salgemma veri e propri, siti estrattivi di cui s’è persa ogni traccia . In merito abbiamo solo la notizia, peraltro scarna e sibillina, riportata da André Guillou in “ La Theotokos de Hagia Agathé (Oppido) “– (L.E.V. 1972, pag.139) , che a proposito della donazione n.33 al vescovo di Oppido così presenta il documento “ Anna,vedova del prete Kataspitès, e suo figlio Basilio donano alla chiesa di Oppido un mulino e la metà delle saline di Myrosmas” ed aggiunge che le saline oggetti della donazione sono presumibilmente “in corso di sfruttamento” agli albori del secondo Millennio.    
 
    Che il sale costituisse a metà dell’XI secolo, come in precedenza, e fin dalla preistoria, una merce preziosa non ci sono assolutamente dubbi. Che lo stesso fungesse all’epoca, ma anche in tempi remoti, addirittura come moneta di scambio è anche acclarato. Che la Valle delle Saline per la sua conformazione orografica e viaria , sulla quale ci sarà qualche novità da considerare, fosse luogo privilegiato per la creazione di uno o più grandi empori di sale sulla costa taurianense o metaurianense è un’osservazione oltremodo facile, dalla quale nasce un corollario: l’estrazione e il commercio del prezioso elemento richiamava in quella che in epoca bizantina era definita “Tourma delle Saline” vere e proprie compagini di addetti ai lavori e alla commercializzazione, primo fra tutti l’elemento ebraico, come osserva Vera von Falkrnhausen (Gli Ebrei nella Calabbria medioevale- Studi in memoria di Cesare Colafemmina, Rubbettino 2013), di cui si dirà in una riflessione a parte.
  Resta da capire se si trattasse di vere e proprie miniere di cui s’è persa con i secoli irrimediabilmente ogni traccia, oppure di generici, quanto provvisori e superficiali, depositi di sale marino derivanti dalla conformazione lagunare che aveva all’epoca il bacino del Petrace, specialmente nella parte più prossima al suo ampio delta, o comunque meno lontana da esso. 

    La donazione della vedova del prete Kataspités, se ben analizzata, ci dice che che il lascito si riferisce “alla metà” di una salina. Dunque non ad un generico e provvisorio deposito superficiale di sale marino più o meno sporco e grezzo, quanto a una vera e propria industria estrattiva propriamente strutturata e presumibilmente di buona resa, se è vero che anche la metà della stessa poteva costituire un bene importante che insieme a un mulino andava a costituire un dono di grande valore donato al vescovo da una persona importante, addirittura un dignitario della chiesa locale, per avere la salvazione della propria anima. Una donazione, in altri termini, di inusuale spessore e di non banale importanza. A maggior ragione se si osserva, come immagina anche il Guillou, che tale industria estrattiva era ancora pienamente funzionante e costituisse già di per sé una fonte di ricchezza di non scarso o transitorio rilievo. 

    Dove si trovasse ubicata tale salina è molto aleatorio stabilirlo: “ Myrosmas” non è un toponimo che sia rimasto in uso , neanche in parte. Potrebbe essersi trattato di località ricoperta o interessata da una vegetazione erbacea particolare richiamante nel suo profumo quello della Mirra, nome dal quale sembra mutuato quello del toponimo stesso. L’erba “Mirosma” era stata descritta da Linneo probabilmente come succedanea della Mirra che è ben più preziosa, secrezione gommosa di un arbusto rarissimo che prosperava e cresce attualmente soltanto in Oriente. Di certo era (ed è) una monocotiledone esteticamente ricca con andamento quasi arbustivo, di cui evidentemente abbondava la località in cui aveva sede la Salina (o per meglio dire, il gruppo delle saline) oggetto della donazione. Un tipo di vegetazione oggi probabilmente scomparso o comunque rarefatto nel bacino del Petrace.
    Circa poi la questione generale della presenza e della dislocazione delle saline nell’alveo del Petrace, due altri indizi non letterari e molto scarni potrebbero sovvenirci: il soprannume (sempre uguale, tramandato per secoli) attribuito ai tradizionali agricoltori aventi appezzamenti di terreno di una certa consistenza nell’attuale zona della Foresta Pulpà ( in agro di Oppido-Varapodio -San Martino ed al centro del fondovalle alluvionale che costituisce oggi l’alveo più orientale del Petrace) spesso fino a qualche anno fa designati a Oppido, come altrove, come “i Salinari”; il toponimo “Pietra Saligna” che indica a monte di Oppido e immediatamente a valle della frazione montana di Piminoro una balza abbastanza estesa e scoscesa di conglomerato lapideo e di marne miste a sedimenti cristallini di cloruro di sodio. 

    Non esistono altre notizie e quelle esistenti nella tradizione letteraria erano e sono a loro volta molto episodiche, indirette e scarne.. E’ forse questo il motivo per cui il termine “Saline” a livello letterario ha dato luogo a tanti fraintendimenti che per decenni hanno creato dibattiti fittizi e inconcludenti fra gli addetti ai lavori, come l’artificiosa distinzione fra “Saline” e “Aulinae” , toponimo inesistente, scaturito semplicemente da un gossolano errore di lettura dei codici, attribuito a lungo al monte Sant’Elia di Palmi, variamente ripreso e dibattutto da tanti studiosi adusi a scimmiottarsi l’un l’altro o, più sovente, l’uno contro l’altro. Per dirimere la falsa questione ci volle uno studio risolutivo di Giuseppe Rossi Taibbi, che in sede di pubblicazione di una poderosa biografia di Sant’Elia il Giovane, chiarì e dimostrò facilmente che i due toponimi riguardavano la stessa località: la Tourma , appunto, delle Saline, come nel 1972 iniziò apertamente a definirla Andrè Guillou in sede di pubblicazione di alcune decine di atti di donazione al vescovo di Hagia Agathe (Oppido) risalenti alla metà dell’XI secolo (A. Guillou, ibidem).
    Il vezzo è antico, quello di concentrarsi , e a volte anche scontrarsi, sul dito piuttosto che sulla luna: dopo la pubblicazione degli atti, Guillou ,seguito autorevolmente da Filippo Bulgarella, andò a parlare di Turma delle Saline, mentre molti studiosi, capitanati da Jean Marie Martin controbatterono apertamente, anche in lunghe prolusioni di vari convegni, che non era il caso di parlare di “tourma” bensì di “eparchia” delle Saline. In effetti tra le due denominazioni non esiste alcuna differenza e ne siamo convinti tutti. La tourma o eparchia era un’importante porzione di territorio, una sezione amministrativa costituente una frazione dei più grandi “temi” in cui erano strutturati i domini bizantini. 

    Una prima conclusione ci indurrebbe dunque a propendere per l’esistenza di saline geologicamente “giovani” dislocate nel tratto orientale o più basso dell’ampio alveo del Metauro-Marro-Petrace all’epoca circoscritto da un’amplissima zona lacunare, oggi ormai inesistente. Una zona dunque di grandi fermenti economici catalizzati intorno all’attività estrattiva del sale, alla sua purificazione con mezzi ed espedienti rudimentali e soprattutto alla sua commercializzazione, attraverso il fiorente porto di Tauriana, non solo nelle Calabrie, ma probabilmente anche in altri contesti geografici viciniori.
   Per l’esercizio di questo grande lavorìo commerciale che dal sale si estendeva a tutto un indotto di cui era ricco questo territorio: conservazione di derrate alimentari, lavorazione di cesti, di tessuti di canapa, ginestra, lana, seta ( vastissime le coltivazioni di gelsi), produzione di pregiato materiale ceramico e fittile (Vd i perfetti mattoni con la scritta Tayryanoin), di cui rimane ancora oggi una pallida reminiscenza in quel di Seminara la chiave di volta era un sistema viario di tutto rispetto che sembra essere stato dimenticato. In effetti invece sulla valle disegnata dal Metauro-Marro Petrace, quella più esattamente ascrivibile alla denominazione “Valle delle Saline” abbiamo invece notizie di prima mano che possiamo attingere in un recente lavoro di ricerca condotto da Vincenzo Spanò, passim) (V. Spanò: La via Annia Popilia in Calabria - Rilievo e ricostruzione – Reggio Calabria 2009, pp 85 -89)

    Secondo questo scrupoloso ricercatore , il sistema viario che interessava l’intera “Valle” era perfettamente integrato in un sistema viario ben collegato alla Via Popilia sulla quale si innestava un’efficacissima strada di collegamento tra l’entroterra e Tauriana. Essa “dopo aver attraversato l’uliveto di contrada Pace, superava la Provinciale che collega il centro di S.Anna a quello di Seminara lambendo la recinzione occidentale del cimitero del paese ed un terreno arato dal quale oggi affiorano pezzi di tegoloni e frammenti di ceramica romani. Procedendo lungo la naturale linea di displuvio, la Reggio Capua oltrepassava il fosso Carrà e i ruderi della “Macchina Scala” e, dopo aver attraversato la strada Seminara – Castellace, si ricongiungeva nelle immediate adiacenze di contrada Bizzola ( 191 m) alla S.P. 26 il cui tracciato percorreva lungo contrada Margherita e Tallaria sin poco oltre l’incrocio con la rotabile proveniente dal paese di S.Anna. Lasciata la Provinciale appena oltre detto incrocio seguiva la pista in terra battuta che, appoggiandosi al crinale e rasentando Casa San Giovanni, scende speditamente al Ponte Vecchio sul fiume Petrace.Il guado del Ponte Vecchio deve aver costituito fin dall’antichità un importante punto di sosta lungo la strada romana e un fondamentale snodo delle vie trasversali e longitudinali che solcavano il territorio della piana di Gioia Tauro; queste vie collegavano le aree interne della piana di Gioia Tauro a Palmi ed a Gioia Tauro, univano attraverso lo Zomaro direttamente Locri Epizefiri sullo Jonio e Tauriana sul Tirreno e raccoglievano nella bassa valle del Petrace sentieri e mulattiere discendenti dai displuvi del versante meridionale del bacino dello stesso Petrace, come dimostra ancora oggi la doppia forcella stradale formata da quelle strade che si è consolidata in corrispondenza delle opposte sponde del fiume. Oltre il fiume la via Annia puntava verso case Angimieri e contrada San Leo, dove è ancora visibile un breve suo tratto all’interno di un agrumeto privato (F° I.G.M. 1:25000 di Palmi 589 I, quadrato reticolare 81-82/49-50). Superava alcune case rurali degli anni Trenta e la statale 111 tra il chilometro 6 e il chilometro 7 per raggiungere lungo la provinciale 38 l’abitato di Drosi. Da questo che fu anche punto di divergenzqa di un diverticolo rivolto al porto Emporion di Medma posto presso l’attuale abitato di Mariina di Nicotera, la via Annia, rasentando il latop sinistro della chiesa di San martino, passava davanti agli edifici scolastici del paese e scendeva lungo via “La Petrara”, dove è ancora visibile un suo breve tratto selciato ancorchè invaso da terra, rovi e canne…( si recava infine attraverso la “Drosiana” al Pian delle Vigne)…” 
    E’ appena il caso di aggiungere che i contesti viari sui territori disegnati dal Metauro-Marro a monte di Tauriana e dal Mesima a monte di Medma erano ovviamente a sé stanti, e non solo in senso orografico, ma anche economico, politico e nel prosieguo anche religioso. In ogni caso, eliminando subito ogni stratificazione di notizie affastellate da una tradizione letteraria non sempre corretta e acuta, è necessario tornare sull’unico lavoro riguardante nello specifico la “Valle”o “Turma” delle Saline, quello condotto dal compianto Domenico Minuto nei suoi “Studi interdisciplinari sul mondo antico”, 2006, che accenna all’unica fonte letteraria corretta esistente in materia, vale a dire alla cronaca di Goffredo Malaterra “De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius”. Certo Malaterra, come lo era già stato Tito Livio per i Romani, è storico di parte, preoccupato di incensare ed esaltare la dominazione normanna nell’Italia Meridionale più che narrare con rigore storico e precisione geografica, tuttavia dai suoi quattro accenni alla questione , sebbene a volte tra loro contraddittori, è possibile ricavare notizie non aleatorie e soprattutto non scritte per sentito dire.
    La prima volta in assoluto in cui si parla esplicitamente della “Vallis Salinarum” è quella in cui Malaterra racconta dell’arrivo di Ruggero il Guiscardo dalla Puglia in Calabria per la conquista di quest’ultima e si accampa intorno ad Hipponion suscitando il terrore in tutti i castelli e in tutte le fortezze, ma soprattutto nella “ Valle delle Saline”. Nella medesima cronaca dell’arrivo di Ruggero, il Malaterra racconta anche che i due fratelli, dopo aver preparato le truppe, “scendono” verso la Valle delle Saline diretti verso Reggio e proprio nella stessa valle vengono informati che Reggio è pronta a resistere all’assedio e si dividono: Ruggero con un poderoso manipolo di soldati, piega verso Est dirigendosi verso Gerace. La terza menzione della “ Vallis Salinarum” risale a qualche anno dopo le vicende legate alle prime due. Nel 1059 lo steso Ruggero è ancora alle prese con i bizantini di cui cerca di bloccare le continue avanzate verso nord. Mentre sta cingendo d’assedio Oppido viene informato che un grosso esercito bizantino alla guida del vescovo di Cassano e di un alto dignitario geracese si sta dirigendo verso San Martino nella Vallis Salinarum. Abbandona quindi l’assedio di Oppido e si volge verso il contingente bizantino sbaragliandolo. Infine la denominazione gografica riappare nel racconto del matrimonio di Ruggero con la sorella di Robert de Grandsmenil che il Guiscardo incontra proprio nella Vallis Salinarum, il fidanzamento viene celebrato a San Martino e subito dopo il matrimonio nella cattedrale di Mileto. 

    Occorre notare che nel primo accenno del Malaterra la Vallis Salinarum sembra indicare un contesto geografico assai ampio, comprendente varie città e castelli non meglio identificabili. Nel secondo accenno invece conferma che tale territorio era attraversato dalla via Popilia e soprattutto dalla strada che, valicando l’Aspromonte giungeva a Gerace, confermando così l’esistenza fin dall’antichità di un percorso viario ben definito che dalle sponde dell’attuale Petrace, quindi da Tauriana,, risaliva tutto il bacino del Metauro-Marro in direzione montana nel cuore dell’avamposto reggino bizantino che, per tale , nel VI secolo d.C. aveva edificato una grande fortezza i cui ruderi affiorano ancora sopra Oppido, precisamente a Serro di Tavola.
    Il terzo e il quarto accenno del Malaterra alla Vallis Salinarum indicano invece un contesto geografico e toponomastico assai più ristetto rispetto ai precedenti: in linea di massima si tratta del territorio prossimo a San Martino, anzi, per essere più precisi, della conca del Marro-Petrace sulla quale si affacciava l’antico abitato di San Martino.
    La discrepanza territoriale tra le quattro diverse indicazioni e contestualizzazione usate dal Malaterra a proposito del toponimo latino Vallis Salinarum può spiegarsi ,si, con la preoccupazione del cronachista di incensare i Guiscardi piuttosto che indicare perfettamente i luoghi delle loro gesta, ma si spiega anche con la rapidissima destrutturazione politica del territorio operata dai dominatori normanni in quella che attualmente viene chiamata “Piana” di Gioia Tauro. Non avendo un’organizzazione geografico-amministrativa propriamente detta, ma una quasi casuale distribuzione dei loro domini in “città e castelli”, i Normanni, come sembra osservare il Malaterra, fanno erronamente coincidere in qualche modo l’ attuale Piana di Gioia Tauro (che si estende fino al Poro) con la Valle delle Saline nel propriamente detta. Una destrutturazione comunque molto indicativa che vede, prima fra tutte, la cancellazione del vescovato di Taureana appena due decenni dopo l’arrivo di Ruggero in Calabria , il conseguente accorpamento delle sue pertinenze e di quelle dell’abbandonata diocesi di Vibo nella nuova, grandissima realtà territoriale della diocesi normanna di Mileto. 
Taureana infatti, come è stato accertato da numerosi studi, non aveva affatto subito le distruzioni e le incursioni che per lunghissimo tempo sono state ritenute le cause del suo crollo. Cristina Rognoni in un suo recente sudio (Les actes privèes grecs de l’Archive ducal de Tolede, Parigi 2002,pp.183-184) addirittura dimostra che la cattedrale di Taureana funzionava regolarmente nel 1112-1113, quando la bizantina diocesi de Hagia Agathe (Oppido) era già nel pieno del suo vigore amministrativo e religioso. Molto probabilmente Taureana, dopo la rimozione del vescovo ad opera del Guiscardo, continuò comunque ad esercitare un ruolo di primo piano nella strategia difensiva costiera e in quella commerciale, ma sempre nella sfera di dominazione normanna, tanto è vero che la fidanzata di Ruggero e Ruggero stesso, venendo entrambi da Nord, sbarcano entrambi nell’unico porto evidentemente fruibile che era quello di Taureana, si incontrano e fidanzano nella Valle delle Saline dominata a sud dai bizantini e sul pianoro di San Martino in Mano ai Normanni e soltanto dopo si recano via terra a Mileto per le nozze.
    E non è una favola, anche se molto suggestiva.