venerdì 19 gennaio 2024

IL CANONICO GIUSEPPE NUNZIATO MURATORE , UN MESSIGNADESE AI FASTI DELLA MUSICA ( di Rocco Liberti)

       Questa  ricerca condotta da Rocco Liberti sul canonico Giuseppe Nunziato Muratore vide la luce nel 2001 in occasione dell’intitolazione della Scuola Primaria di Messignadi. Nel tempo essa ha subito alcuni rimaneggiamenti, prevalentemente sul piano formale e nel corredo delle immagini, assumendo una fisionomia sostanzialmente nuova. E’ sicuramente il caso di proporla in questa nuova veste all’attenzione di quanti, Messignadesi e non, specialmente tra le generazioni giovani e giovanissime, chiedono spesso di conoscere meglio l’eccezionale figura di questo musicista che ebbe i natali nel cuore forse più primigenio dell’Aspromonte e la capacità inusuale di spiccare presto il volo verso traguardi molto importanti sia sul piano religioso sia sul piano artistico.
      Al Liberti anche il grande merito di aver suggerito e trovato la migliore  custodia possibile , di concerto con il rimpianto avvocato Filippo Grillo, per la parte più cospicua della produzione musicale muratoriana raccolta in due volumi manoscritti oggi gelosamente conservati nell’archivio storico diocesano, a sua volta memoria palpitante di un passato glorioso e tutt’altro che sepolto.
( Bruno Demasi)

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    Fino a pochi decenni or sono Giuseppe Nunziato Muratore, sacerdote musicista di Messignadi, era quasi uno sconosciuto, anche se il buon Frascà nel 1930 ne aveva proposto un discreto profilo attingendo a vari autori e ai ricordi degli anziani. Un approccio serio alle sue figura e opere si data appunto dalla fine degli anni '70 del passato secolo e primo a scriverne è stato il Pignataro nel 1979. Hanno seguito a ruota gli interventi del sottoscritto e di don Tropeano. Questi ha avuto addirittura il grande merito di farne gustare alcune tra le più belle e accattivanti composizioni sacre, le stesse comprese nei due volumi manoscritti che per mia esclusiva indicazione si trovano custoditi nell'archivio diocesano. L'avv. Filippo Grillo, di buona memoria, che n'è stato a lungo in possesso, aveva chiesto proprio a me di consigliargli la sede più appropriata cui affidare, assieme ad altre, quelle preziose carte e non mi è stato certo difficile proporgliela. Temeva egli che un giorno, non essendoci più, avrebbero potuto fare una ben triste fine. A Oppido, purtroppo, troppe memorie sono sparite nel vortice delle ricorrenti spoliazioni anche a opera di chi ne avrebbe dovuto aver cura. 

   In verità, non è che sia proprio mancato l'interesse intorno alla persona del Muratore, ma al tempo in cui il Frascà era attento alla sua monografia la ricerca sto­rica si qualificava fatica improba e proibitiva per chi stava rinserrato nel suo paesello, dove biblioteche pubbliche e archivi si qualificavano solo un mito. Eppure, già nel 1869 l'avv. Tommaso Polistina, grosso personaggio del movimento cattolico, ne offriva un affettuoso ricordo sulle pagine della rivista reggina "La Zagara", Lenzi e Taverriti nel 1913 inserivano la voce nel loro dizionario "Gli Scrittori Calabresi", mentre Alfonso Frangipane nel 1954 ne discorreva utilizzando notizie fatte avere dal maestro Achille Longo nel 1915 con una lettera a mons. Puija, arcivescovo di Reggio. Fino a poco tempo fa al cimitero di Oppido si conservavano le spoglie di tal personaggio. Vi erano state traslate nel 1906 a causa del sisma dell'anno precedente che aveva danneggiato la chiesa parrocchiale di Messignadi. Si debbono dare oggi purtroppo per scomparse, sacrificate all'ingordigia dei cacciatori di loculi[1]. Il sindaco Coco, su suggerimento del Pignataro si diceva disposto a far mettere una lapide, ma - che è che non è - al suo posto oggi c’è altra.

    Muratore o Muratori? Tale contrapposizione potrebbe apparire pura questione di lana caprina, ma così non è. Al nostro concittadino probabilmente non faceva difetto un certo snobismo, che doveva spingerlo a firmare Muratori, forse memore di quel grande storico del '700 a nome Ludovico Antonio, ma potrà anche essersi trattato di una semplice deformazione. Infatti, firmava allo stesso modo già quindicenne nel 1801 in una richiesta rivolta al vescovo a fine di ottenere gli ordini minori. Non intendo far torto a una precisa volontà né dare addosso a chi lo ha soste­nuto per tal motivo a spada tratta, ma quello che conta è il documento e sia nell'atto di nascita che in quello di morte, in parrocchia come al comune, il cognome è chia­ramente Muratore, d'altronde quello stesso che da secoli si reitera di generazione in generazione per diversi nuclei familiari messignadesi. 

  Muratore nacque dunque a Messignadi il 28 agosto 1786 da Stefano e Francesca Lia, che, il contemporaneo Polistina dice poverissimi parenti. A questo punto sorge spontanea una domanda. Chi si è impegnato a procurare il sacro patrimonio necessario a farlo entrare in Seminario? Non si scappa! O il parroco pro-tempore d. Domenico Cutrì oppure qualche nobilotto che ben poteva disporre del suo. All'epoca, ma anche dopo, per poter accedere al sacerdozio era indispensabile che un neofito potesse godere di un cespite apposito. A meno che non avesse espresso doti tali da mettersi in grande evidenza e fare breccia nel cuore di chi era al sommo della scala. D'altronde, si viveva in un momento particolare. Oppido era appena rinata dal terribile sfascio del 5 febbraio 1783 e nella comunità l'aiuto vicendevole poteva risultare una pratica ricorrente. Comunque, nel 1801 quegli risultava operare nella chiesa di Messignadi quale cappellano. Evidentemente, quanto ricavava gli era sufficiente a mantenersi in seminario. Tutto questo per quanto riguarda il seminario, ma a S. Pietro a Majella come ci è arrivato? È chiaro che nell'operazione sarà intervenuto qualcuno che godeva di buone sostanze! Dieci anni dopo quella sua richiesta, soddisfatta senzaltro dal vescovo Tommasini, deciso a ricostruire non solo le infrastrutture murarie della sua diocesi, ma anche la comunità dei sacerdoti, il 12 agosto 1811 il seminarista Muratore, ch'era stato già insignito dell'accolitato, si rivolgeva nuovamente al presule petendo di essere promosso all'ippodiaconato, cioè al suddiaconato. Per ottenere il secondo grado degli ordini minori è stato esaminato in filosofia e diritto di natura da Domenico Avenoso e Giosofatto Tedesco, quest'ultimo della vicina Tresilico e valente latinista. Probabilmente, l'ordine completo è stato raggiunto nel 1813.

    Poco o nulla conosciamo sull'attività di Muratore sacerdote, parecchio invece su Muratore compositore e suonatore d'organo. Ce ne danno facoltà soprattutto due contemporanei di gran valore, il Polistina ancora e Achille Longo. Questi a Oppido ha diretto per vario tempo la banda cittadina ed è stato anche lui compositore. Era peraltro padre di quell'Alessandro, che ha toccato alti vertici e a Oppido ha avuto nel Comune un suo grande pa­trocinatore. Secondo il primo, il giovane messignadese ha seguito gli studi classici alla scuola di Nicolò Zingarelli nel Collegio di S. Pietro a Majella. Non sappiamo quando ciò è avvenuto, ma un suo manoscritto, ch'è poi una "Raccolta di Solfeggi di Soprano, Alto e Basso composti dal Signor D. Nicolò Zingarelli Direttore del Real Collegio di Musica in San Sebastiano" appare formato a Napoli nel 1819. Peraltro, qualche passo delle "Parti della Turba, e Parti principali del Cronista nel Passio di S. Matteo" figura in altro manoscritto ideato il 18 marzo 1817 e principiato a com­porre nel 1818, quando l'autore viveva a Napoli e da lui stesso doveva cantarsi "nel Monistero" con accompagnamento all'organo da parte di una monaca sua discepola.

   A S. Pietro a Majella il Muratore ha conosciuto Saverio Mercadante, che l'avrebbe spinto a recarsi con lui a Milano «a scrivere spartiti per que' teatri», ma è ri­tornato presto sui propri passi onde soddisfare la sua prima vocazione. Il Polistina scrive a proposito che il Miserere di quel grande compositore «posto a paraggio con quello del Muratori ne perde di pregio e di bellezza. Altro forse si scandalizzerà di così ardite parole, ma io vorrei che si sentisse quel capolavoro senza i veli della pas­sione ed i pregiudizii, che spesso induce negli intelletti la fama e la celebrità dei grandi». Informano Lenzi e Taverriti che il Miserere è stato parecchio in voga nelle chiese del Napoletano e della Sicilia e, addirittura, che il vescovo Coppola ha condonato al Muratore una punizione quando un venerdì santo ha avuto occasione di sentirgli in­tonare con grande fervore un versetto del Peccavi et malum coram durante le tradi­zionali ore dell'agonìa. Secondo ancora gli stessi e il Frascà, il Muratore avrebbe avuto a compagno a S. Pietro a Majella anche il Bellini. Nel 1848 Muratore si qualificava canonico Maestro di musica, di Canto Gregoriano, ed Organista giubbilato della cattedrale. Restituitosi perciò a Oppido, non ha potuto fare passi da gigante nella composizione, per cui le sue espressioni sono causate in grandissima parte da motivi occasionali o da richieste di confratelli e amici. Riferisce lui stesso, addirittura, che certi canti è venuto a comporli in momenti nei quali veniva interessato da forte febbre. Così scrive il Polistina:
«Un giorno il povero prete non avea che fosse un soldo nella sua scarsella, la noia ed il rincrescimento, che viene dalla miseria, avea ingombro lo squallido tetto ... Affranto, sospiroso, stava sdrajato sopra il suo povero giaciglio e pensava e pregava ... si leva di botto, piega i ginocchi avanti alla Madonna e prega e piange, e la prece ed il pianto del Muratori fu una litania, che egli intitolò la Preghiera. Cento volte la sentii ed altrettante ne lacrimai ... Preghiera, divina che io ti senta un'altra volta ancora. E come il vescovo Franchini volle sentir modulate sul letto di morte nei momenti estremi il Memento mei dell'Agonìa del Muratori, così io vorrei, che i miei supremi istanti fossero accompagnati dalla Preghiera».

   Indubbiamente, il musicista con le sue accorate note sapeva toccare le corde giuste riuscendo a penetrare a fondo nell'animo umano.
   Se il Muratore ha formato il volume manoscritto comprendente tutte le sue opere per ordine del vescovo Coppola, come da lui scritto, per tanti altri personaggi è venuto egli a comporre singolarmente per l'arciprete d. Rocco Garigliano, mons. Caputo, can. d. Domenico Mujà e altri. E tanti sono stati anche i suoi parolieri, quasi tutti allora viventi, come l'abate Giovanni Conìa, Tommaso Vitrioli, Candido Zerbi e Giuseppe Joculano, i quali gli hanno fornito bastante materiale poetico su cui ricamare avvincenti note. E tante e brillanti dovevano risultare le voci impiegate, dal 1° tenore d. Gaetano Vorluni al 2°, can. d. Pasquale Zerbi e dal 1° basso, d. Francesco Zito al 2° diacono d. Raffaele Virdia, che nel 1850 avevano cantato il Sepulto Domino, che il galatrese Garigliano aveva richiesto per contrapporlo ad altro stampato a Roma e solito a essere officiato nella chiesa di Mileto. Quella prima parte del secolo si qualificava davvero di buon momento per la diocesi oppidana, nel cui seminario perveniva il fior fiore della gioventù studiosa del reggino. Tanti e validi sono stati davvero i professionisti e i sacerdoti che da esso sono venuti fuori. Così scriveva su "Fede e Civiltà" nel 1902 lo scillese Polistina, citato varie volte in precedenza, ricordando il tempo in cui si era trovato a vivere da allievo nell'istituto oppidese:
«Io ricordo sempre con amore quei giorni, che passai nel seminario oppidese, ove compii gran parte della mia educazione letteraria e scientifica; avendo avuto a professori nella prima Carmine Barbone, anima celeste, fantasia ardente, eloquio alato; e nella seconda, Domenico Virdia, ingegno versatile e potente nel tempo istesso».
   Il Muratore ha rivestito di struggenti note soprattutto opere di carattere sacro, dalle Sante Messe ai canti relativi alla benedizione serotina conseguenziale alla recita del S. Rosario e dalle lamentazioni del giovedì santo a inni in onore di vari santi e pastorali, ma anche, come riferisce il Frascà ariette cavatine e barcarole con canto accompagnato da chitarra o da cembalo, che gli Oppidesi sembra gustassero tanto. Una barcarola, su parole di Domenico Zerbi musicata nel 1840 era rimasta nella memoria dei cittadini, come anche quelle scritte da Valletta o da autore ignoto, di cui era nota - dice sempre il Frascà - una molto scollacciata, che si rivolgeva a una certa Nice. Invero, il sacerdote musicista incline alla musica di tipo drammatico-sentimentale sapeva anche essere «faceto, sarcastico, sempre pronto alla barzelletta».

   Il Muratore è morto il 26 novembre 1860 e con lui si è disperso quanto faticosamente aveva artisticamente creato. Avrebbe dovuto provvedere all'edizione di tutto il valente discepolo e interprete canonico d. Pasquale Zerbi, ma questi lo ha seguito nella tomba solo sei anni dopo, per cui ogni cosa è rimasta sepolta nella biblioteca privata della famiglia Grillo, presso cui ne è pervenuta, non sappiamo in quali frangenti, una buona parte. Quale il valore da dare alla musica del compositore di Messignadi? Non possiamo che affidarci a chi l'ha conosciuta. Così Domenico Grillo, che di musica se ne intendeva:
«In massima può dirsi appartenga al periodo della decadenza, risenta molto della maniera del suo maestro Zingarelli, poco del condiscepolo Mercadante, nulla del Bellini. Forse i difetti dovranno attribuirsi alla facilità del comporre, senza limare, spesso poco prima della esecuzione, come si rileva da molte annotazioni da lui scritte in fine di certi pezzi e dal non esservi, se non rarissimamente, e soltanto accennato, in quelli di canto, l'accompagnamento. Alcuni, che ascoltarono con entusiasmo le composizioni del Muratori, eseguite nella Cattedrale di Oppido, e che si procurarono con entusiasmo le copie di quella musica, rimasero delusi ed impressionati dalla differenza sensibile nell'effetto dell'esecuzione. Ciò è spiegabile perchè in Oppido la musica del Muratori veniva eseguita dal celebre suonatore d'organo Canonico Pasquale Zerbi, il quale, amico intimo dell'autore, sotto il dettato di lui ne vestiva in modo mirabile le nude note del canto. Questo azzardato giudizio - dice sempre il Grillo - (del quale mi perdoneranno i miei compaesani) vale in genere per le composizioni del Muratori, ma è innegabile che molti pezzi si elevino dal volgare e fra questi ritengo superino tutti et egressus foras del Passio di S. Matteo e l'Amplius del Miserere».

   Achille Longo, che avvisa come il Muratore sia stato invitato ad eseguire musica in Reggio, Catanzaro e Tropea e in altri centri, festeggiato ovunque come un gran Maestro, così si è espresso a sua volta: il Muratore si è dedicato
«più alla composizione che all'esecuzione pianistica. Infatti appena toccava il pianoforte o l'organo, ma componeva mediocremente, e pei suoi tempi e pe' suoi luoghi maestrevolmente... Le due composizioni che han fatto parlare di lui e ancora si parla, sono il Passio di S. Matteo e un Miserere. Peccato però che né l'una né l'altra opera hanno il corrispondente accompagnamento per Organo, e adesso, a misura che la tradizione uditiva si va allontanando con gli anni, può dirsi una musica perduta. Fè chiasso e l'entusiasmo per l'una e l'altra opera è durato finchè visse il suo unico e riuscitissimo discepolo canonico Zerbi».
   Il Longo, ch’è pervenuto in Oppido pochi giorni dopo il decesso dello Zerbi e aveva così bene sentito parlare di lui e del Muratore dai maggiorenti di Oppido, in testa d. Saverio Grillo, si rammaricava che quegli non avesse scritto «egli stesso le armonie che si convenivano alla bella musica del Muratori, giacché egli la accompagnava così bene e con tanto effetto». Difatti, a suo dire «nessun Maestro è stato buono a riprodurre gli effetti entusiastici che si ottenevano dal Zerbi».

   Non sono io competente a poter discutere di valori musicali e a confutare o meno i giudizi dei due. Ad altri è demandato farlo. Quello che posso dire, però, è che quando il compianto d. Tropeano l'ha fatta sentire in cattedrale col suo coro polifonico e senza che vi fosse accompagnamento di sorta, la musica muratoriana ha affascinato tutti per quella sua espressione che sapeva di pianto accorato e di maliosi e nostalgici richiami[2].
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[1] Di seguito la delibera del 27 novembre:
«.Intesa la relazione dell'assessore Sig. Grillo Saverio sul rinvenimento delle ossa del Professore Musicista Canonico D. Giuseppe Muratore, morto in Messignadi a 26 Novembre 1906 (sic!) e sui provvedimenti dati dal Sindaco per trasporto delle ossa rinvenute in questo cimitero, non consentendo la dignità del Municipio che fossero confuse con gli avanzi rinvenuti nei sepolcri della demolita chiesa parrocchiale di Messignadi, quasi distrutta dal terremoto degli otto settembre 1905, e gettate nell'ossario comune.
 .Considerato essere dovere del Municipio onorare la memoria dei suoi concittadini, che con le loro virtù e le loro opere si sono resi superiori alla massa, onorando nel contempo sé stessi e la loro città natale.
 . Che senza dubbio fra costoro eccelle il nome del fu Canonico Giuseppe Muratore; i cui parenti lontani, a causa della loro povertà, sarebbero costretti di lasciare disperdere nella confusione, e nell'oblio tali avanzi preziosi; apprezzando altamente il patriottico pensiero del Sindaco, e della Giunta, sulla proposta dello stesso assessore Sig. Grillo Francesco Saverio
all’unanimità delibera 
di concedere una nicchia di Ia classe nel cimitero di Oppido, gratuitamente, per la conservazione delle ossa del defunto maestro Canonico Giuseppe Muratore, a spese del Municipio, a quanto altro occorre per la sistemazione e decorazione della nicchia predetta».

[2] T. POLISTINA, Calabresi illustri Il Can. Giuseppe Muratori, "La Zagara", a.I-1869; L. ALIQUÒ LENZI-F. ALIQUÒ TAVERRITI, Gli Scrittori Calabresi, Dizionario bio-bibliografico, 2a ed., Reggio Cal. 1955, vol. II, alla voce; V. FRASCÀ, Oppido Mamertina Riassunto Cronistorico, Cittanova 1930, pp. 135-138; R. LIBERTI, Messignadi, "Quaderni Mamertini", n. 9, Oppido Mamertina 1999, pp. 23-27, n. 5, pp. 67-68.

Rocco Liberti

mercoledì 10 gennaio 2024

O' TEMPU DI’ CANONICI 'I LIGNU (Vita smarrita di paese) (II PARTE) di Rocco Liberti

   Una seconda parte di ricordi davvero impetuosa. Una carrellata inedita di personaggi oppidesi rimasti proverbiali, tutti accomunati in vario modo dalla disabilità  o dall'ingenuita, inevitabilmente associate spesso  alla povertà. Intorno a loro una società  in buona parte malata che non li aiutava ieri e che non li aiuta nemmeno oggi, se è vero che, cambiati i tempi e le piazze-teatri delle esibizioni e della persecuzione di questa gente, si continua ancora ad additare in qualche modo sui social i veri disperati di ogni situazione paesana posta fuori dai canoni del perbenismo o di una presunta " normalità". Rocco Liberti in questo pezzo supera se stesso, non solo riportando in vita persone sconosciute ai più, sebbene scolpite nella memoria antropologica locale, ma dipingendo in maniera effervescente e affettuosa una serie di categorie sociali e di situazioni. Tra esse, appunto, la Piazza, quale vetrina privilegiata di tutto il Male e di tutto il Bene imperanti nel paese, e “i piazzaioli”, gli irriducibili curiosi di tutto e di tutti, gli arbitri spasmodici della vita di ognuno. Un affresco davvero imponente della nostra civiltà perduta che solo attraverso questi freschissimi ricordi di prima mano potevamo recuperare. (Bruno Demasi) 

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   Sul marciapiede della casa di mio nonno a fronte della piazzetta gli ospiti in sul far della sera non si facevano desiderare. Erano della partita i vicini, ma anche un paio di amici che salivano da Tresilico, don Ninu ‘u mericanu e il muratore Prochilo. Indugiava di frequente altresì ‘u vandiatùri, ‘u zzi Leu, il banditore che avvisava di volta in volta di quanto interessava la cittadinanza. Era un simpatico vecchietto pervenuto da Africo. Aveva nome Leo Sagoleo, ma chi n’era al corrente? Per tutti era ‘u zzi Leu e basta. Tale locuzione veniva estesa anche a coloro che vestivano dimessamente. La voce scherzosa in voga era: pari propriu o’ zzi Leu. Il personaggio è immortalato con la sua chitarra in una cartolina illustrata della collezione Brunetti.

    Il più ricercato della comitiva era senza meno don Affronzu, ex-carabiniere con la moglie titolare del negozio più accorsato, cui noi ragazzi facevamo capo tra l’altro per l’acquisto dei testi della scuola elementare, persona gioviale. Negli anni Trenta, come tantissimi altri, aveva dovuto sopportare un fermo di polizia in seguito al noto delitto di ndràngheta del Bariàro, di cui per tantissimi anni non si è venuto a capo. Allora, non avendo alcun abitante della popolosa strada, la Rocco de Zerbi, offerto la minima testimonianza, il maresciallo Laganà, un babàu per tutti delinquenti e non, ha proceduto al fermo dei residenti adulti nella stessa, uomini e donne, in grado di poter offrire qualche positivo riscontro e li ha messi in camera di sicurezza lasciandoveli fino a che non si fossero decisi a cantare. Che diamine! Il fattaccio era avvenuto in pieno giorno e sulla pubblica via! Non avendo alcuno di essi avuto sentore di nulla, alla fine sono stati giocoforza tutti dimessi, ma il pacifico don Alfonso nelle sedute in piazzetta aveva sempre l’onere del racconto. Non si faceva pregare tanto e alla fine snocciolava quanto capitatogli tra capo e collo. In caserma uomini e donne fermati, accalcati come non mai, erano stati mollati soli a meditare su una possibile soffiata. Imperava un silenzio assoluto. Nel camerone non vi entrava e non vi usciva nessuno. Sentivano soltanto un persistente trillo del campanello alla porta d’ingresso. Il malcapitato narrava a noia con la sua voce quasi in falsetto e con la erre moscia quanto avvenuto e alla fine il suo dire culminava nell’espressione: e ndirri e ndirri e ndirri, padiva a casemma du mistedu (e drin e drin e drin, sembrava la caserma del mistero). A questa tanto attesa uscita gli astanti, che si ponevano sempre fidenti, alla fine prorompevano in sonore risate e anche quegli, tutto soddisfatto, se la rideva sotto i baffi. Dopo questa scena, che si svolgeva sul finale, si infagottava nell’immenso manto nero con un ampio risvolto legato al collo da una catenina e tranquillamente volgeva il passo verso la propria dimora.

   Il viavai in piazzetta si avvertiva continuo, gli incontri erano frequenti e così pure gli spassi anche a danno dei residenti che denunciavano deficienze d’ogni tipo. Nella piazzetta sostava consuetudinariamente altro Alfonso, precisamente Don Alfonsino, di buona famiglia, ma fuori dal normale, alquanto permaloso. Alle imbeccate e spinte continue dei monelli non frapponeva tempo in mezzo a una subita reazione roteando il suo bastoncino e colpendo chi gli veniva più a tiro. Se non si stava accorti avrebbe di sicuro combinato qualche grosso guaio. L’ho presente seduto al sedile in ferro posto all’angolo opposto del Municipio, sito dove peraltro non veniva mai lasciato in pace. Ce n’erano di ragazzacci a quell’epoca! Il soggetto in questione, se non importunato, non era pericoloso. Però! Quando minimamente pensava di non essere considerato come si doveva, allora diventava una gran furia. Guai a supporre di non ritenerlo normale. Di sicuro il cervello non funzionava proprio a dovere. È noto l’episodio con al centro il tabaccaio don Michele, peraltro suo stesso parente. In un’occasione è entrato al tabacchino e ha chiesto in regalo un soldino. Quel poveretto, convinto di toglierselo di torno più speditamente, ha preso mezza lira e gliel’ha offerta. Non l’avesse mai fatto! D. Alfonsino è montato ìn bestia e si è dato a danneggiare quanto gli capitava a tiro esclamando: Io ti ho chiesto un soldino e basta e tu mi dovevi dare solo un soldino. A bloccarlo era costretta a intervenire della gente, talvolta pure le guardie comunali o i carabinieri. Evidentemente, pensava di essere malconsiderato. Di simili comportamenti se ne sono registrati parecchi. Comunque, se i monelli si accanivano a insultarlo, gli adulti per quanto possibile lo evitavano.

  Altro era Rroccu ba. Stazionava sempre tra strade e piazze e i discolacci non stavano a pensarci su. Lo insultavano cantilenando e dicendogliene di tutti i colori fino a che non scattava la classica molla e reagiva malamente. Alcune delle frasi che gli si lanciavano: rrocchiceju capuguardia, rrocchiceiu pallina ‘i gazzosa, rrocchiceju figghiu du’ canonicu Guida e tantissime altre di vario conio. E lui di rimando: ‘a p… di’ vostri mammi e tutto un florilegio da non si dire. Ma che avveniva? Che quando non gli dava fastidio alcuno era lui stesso a sollecitarlo! Si sedeva sui sedili in ferro delle due piazze accanto alle persone e, se nessuno parlava, lo faceva lui ripetendo e aumentando progressivamente i toni: non m’incazzu! Ti dissi ca no’ mi ncazzu. Per evitare noie le persone buone lo avevano sempre consigliato di non prendersela tanto e a non esacerbare il comportamento, macchè! Alla fine, anche se non stuzzicato, finiva per incavolarsi davvero e ne uscivano delle belle così che il tutto finiva, come di routine, in malo modo.

  Sulla banchina accosto alle case Cannatà di fronte alla piazzetta bivaccava un povero storpio, Peppi, un tale che veniva irriso in ogni modo. Purtroppo, si dava a compiere atti non propriamente consoni e col bastone disturbava a noia i ragazzi che giocavano. Gente con simili problemi era del tutto abbandonata e affidata alle sole cure dalla famiglia, i cui componenti validi già per sbarcare il lunario dovevano darsi da fare in tutti i modi, altro ch’essere condannati ad accudire elementi con disabilità d’ogni tipo. All’epoca si lasciava che la strada provvedesse a tutto. Peppe rappresentava un caso, ma questo si raddoppiava all’arrivo da Tresilico di altro poveraccio, Petru. Allora sì che se ne vedevano e sentivano delle belle. I mali fatiganti piazziaioli, che non attendevano altro, aizzavano i due, i quali non frapponevano tempo in mezzo per accapigliarsi e darsele, per come potevano, di santa ragione. I duelli tra Peppe e Pietro erano ormai di prammatica. Tutto è finito con la morte di Peppe.

   Peppi ‘u mmèndulu o Peppi 'ammèndula girava ‘a totula nell’intero borgo, ma con puntate anche in quelli vicini per portare la lieta novella che ‘u vanzamentu era pervenuto non so a quanti bilioni e biliardi precedendo il tutto con i saluti dei maggiorenti oppidesi e dei dintorni. Lo scopo era uguale a quello di tanti similari personaggi: scroccare qualche quattrino. Era una vita veramente grama. La tiritera era ormai consacrata. Iniziava con: Vi salutanu Careri, Simuni, Pisani (erano famiglie di Varapodio) ecc., e magari in altri paesi officiava con ceppi stanziati altrove. Quindi al suo modo aggiornava sulla situazione finanziaria rilevata al momento. La gente, adusa solo alle scarse lirette, lo snobbava, ma nella distanza lo ha ritenuto un precursore offerendo: avete visto? Peppi ‘u mmèndulu ha anticipato i tempi. Passava di casa in casa a portare la lieta novella, ma i più lo evitavano. Era particolarmente impiccione, però nessuno gli dava fastidio. Minuto di statura, vestito alla meglio e con un berrettaccio in testa, svolgeva la sua missione. Un’artista oppidese, Anna Mazzullo, tantissimi anni dopo la sua scomparsa, nel 1974, lo ha immortalato in una tela. Sembra di vederlo in azione. Di sicuro la pittrice ha ricavato il tutto da una fotografia scattata dal padre o dallo zio. Si racconta ch’egli era diventato siffattamente in seguito alla morte di una sua figliola a causa di una pentola d’acqua bollente che le si era rovesciata addosso. Appena si avvedeva che qualcuno provava ad accennarne, scappava a gambe levate. Chi voleva toglierselo di torno, ne approfittava per farvi ricorso. Lo si ricorda altresì come Milioncino e Milioncini.

    E c’era anche Peppi ‘n Diu! Non so di preciso come si comportasse e sui suoi rapporti con la gente anche perché la sua frequenza era diuturnamente al cimitero. Spesso finiva per trascorrere la notte proprio dentro un loculo. Se questo era vuoto bene, diversamente accantonava quanto, secondo lui, era superfluo e vi si riparava alla bell’e meglio. E quando faceva freddo? Niente paura! C’erano le croci di legno dismesse o che dismetteva lui stesso e con esse vi accendeva un fuocherello. Il rapporto con le persone era univoco. Gli si domandava: Peppi, chi fai? E lui di rimando: Ciuci cacciu e ciuci mentu! Intendeva riferirsi a come si comportava con le croci, Croci tolgo e croci metto, ma ognuno ci ricamava sopra e nello storpiare delle parole ne vedeva altre di tono alquanto scurrile. E qui a reiterarle e ridere a crepapelle e a stargli addosso. Peppi, più che parlare, bofonchiava ed era difficoltoso interpretare le sue uscite, così come Penga. Quando quest’ultimo il Padreterno lo ha chiamato con sé, nel materasso sul quale dormiva hanno rinvenuto una grossa somma in banconote varie. Magari non mangiava per risparmiare! Eppure si è verificato a tempi in cui le organizzazioni umanitarie non mancavano.

   Altro protagonista di spicco, si fa per dire, nel primo dopoguerra si è qualificato ‘u massaru Vicenzu. Quando di latte industriale c’era solo il Nestlè la popolazione veniva servita da un mandriano che lo portava a domicilio di primo mattino tirandolo dalle bestie in sul momento. Ce n’erano parecchi di siffatti operatori. Alcuni si spingevano perfino da Messignadi e da Piminoro. Tra di essi c’era anche il nostro personaggio, che si dipartiva da Zurgonadi. Tozzo e rubicondo, di chiacchiera facile, non privo di uscite e atti poco accettabili, ma senza esagerare, provvedeva anche lui alle necessità della sua clientela. Davvero molto appetibile quel prodotto sieroso, che bevevamo pure appena espresso con la mungitura. Ebbene! Arrivati i ludi elettorali il massaro è andato fuori di testa e che ti fa? Spesso e volentieri, ma soprattutto alla domenica, nel pomeriggio, si vestiva come uno sposo ed effettuava la sua avanzata sul corso ostentando un bastone con a capo un mazzo di fiori. Procedendo si dava a una serie di allocuzioni a mo’ di comizio, nel mentre vi si andavano accodando tutti i ragazzi che si trovavano per via. Quando il pittoresco corteo arrivava di fronte al Municipio l’anziano pecoraio saliva per le scale e dalla balaustra arringava il suo popolo. Pronunziava un sacco di frasi senza senso, ma la più reiterata era: Noi vogliamo la pace del mondo. Completato il primo intervento si portava sul bordo della monumentale vasca della piazzetta e reiterava il suo dire. Il passo finale era di prammatica all’altra vasca a fronte della cattedrale. All’ultimo atto il suo seguito era cresciuto a dismisura. Forse nessuno osava celiarlo dato che aveva un bastone abbastanza nodoso e sapeva bene come adoperarlo, per cui la conclusione era sempre pacifica.

   Quanti poveretti con disabilità di vario genere non incappavano nelle mire delle numerose torme di monelli che si accalcavano per le strade! Alcuni più fortunati erano accolti dall’ospizio di Tresilico dovuto alla pia intraprendenza dell’arciprete Polistena, ma gli altri? Bighellonavano e diventavano preda dello spasolato di turno.

    Ma non erano solo i monelli a prenderci gusto. Quando la gente si accalcava per le strade e pochissimi uscivano dal paese per andare al mare o per avviarsi inverso altri lidi, per trascorrere il tempo faceva d’uopo escogitarle tutte anche da parte dei cosiddetti grandi. Ogni scusa era buona e ogni personaggio, se non si offriva di sua natura, veniva creato. A Oppido tra ’40 e ’50 uno spettacolo domenicale sulla piazza maggiore consisteva in una pseudo corsa ciclistica operata anche da uno pseudo corridore. Centro di passaggio per le rituali carovane di quanti seguivano il giro della Provincia di Reggio, il tifo per tal genere di sport si qualificava sempre piuttosto alto, per cui più d’uno scimmiottava i vari Bartali, Coppi, Magni ecc. che nelle ricorrenti competizioni erano spesso presenti. E all’epoca c’era Peppinu, un tizio che veniva spinto all’azione dai tanti birboni, che gli dicevano ch’era un grande ciclista. Sempre più caricato, gli si dava un’antidiluviana bicicletta a pignone fisso e poco manovrabile e lo si acclamava. Tanto lo si induceva che si trovava sempre pronto all’impresa. In piazza si presentava all’appuntamento e dopo le finte operazioni di punzonatura partiva difilato accompagnato dalle ovazioni di piccoli e grandi. Lui era pienamente convinto del ruolo che ricopriva e tra le urla e le risa si avviava verso l’edicola della Madonna dei Campi. Lo seguivano altri in bicicletta e qualcuno in auto forse con una finta giurìa. Compiva il suo giro incontrandovi Tresilico, l’edicola detta e Zurgonadi, quindi si presentava sulla piazza trafelato e quasi bloccato per lo sforzo sostenuto. Accolto da schiamazzi e risate, arrivava veramente assai male in arnese, tutto sudato e con le ossa rotte. Il pesante e sforzato pedalare lo riduceva ogni volta a mal partito, ma che importanza aveva. Sulla piazza lo aspettava il trionfo con tutti presenti ad osannarlo.
Rocco Liberti

martedì 2 gennaio 2024

LA SANTITA’ E LA STORIA DELL’ ULIVO NELLA PIANA DI GIOIA (di E. Perri, P. Inglese, G. Gullo, B. Demasi)

   Il rigoglioso paesaggio ulivicolo in quella che oggi viene comunemente chiamata “Piana” di Gioia Tauro, corrispondente lato modo all’attuale territorio dell'antichissima diocesi di Oppido, recentemente rimodulata e rinominata “ Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi”, nell’ultimo ventennio ha subito drastiche manipolazioni che lo hanno quasi snaturato dopo secoli di incontaminata floridezza. Urge dare insegnamenti ed esempi alle nuove generazioni, ma urge anche  fermarsi per capire il lungo travaglio attraverso  cui è nato e si è sviluppato questo bene ancora assai prezioso fino a costituire un unicum al mondo sia a livello botanico e produttivo sia a livello paesaggistico e socioculturale.
    Domenico Grimaldi, Accademico dei Georgofili, cui va il merito di aver rinnovato profondamente l’olivicoltura della Piana di Gioia Tauro alla fine del XVIII secolo, fa un’ipotesi assai verosimile sull’origine della coltivazione dell’olivo in Calabria: “Non andrebbe per avventura lungi dal vero chi credesse che le colonie greche, le quali in gran numero si stabilirono nella Calabria, avessero ivi per la prima volta piantato l’Ulivo e introdotta quell’eccellente maniera di coltivarlo, che nella Grecia si adoperava, ch’eglino riguardano come sacro, e che con somma diligenza coltivavano”.
    L’olivicoltura calabrese nasce, presumibilmente, sulla costa ionica, dove fiorirono, a partire dall’VIII secolo a.C., le grandi colonie di Sibari (708 a.C.), Crotone (708 a.C.) e Locri (673 a.C.). Che l’olivo fosse coltivato nella colonia di Locri Epizefiri è ampiamente provato da ritrovamenti archeologici, incisioni, studi sulla dieta ellenica, citazioni sull’uso dell’olio d’oliva da parte degli atleti per tonificare i muscoli e per abbellire esteticamente la figura; inoltre, il più importante tempio locrese fu dedicato a Minerva, alla quale, come è noto, l’albero era consacrato. L’espansione dei coloni locresi portò alla nascita di alcune sub colonie lungo le coste del mar Tirreno: Metauria, l’odierna Gioia Tauro, Medma, oggi Rosarno, e  la città ancora innominata (verosimilmente Mamertion) i cui resti sono leggibili in contrada Mella, nei pressi dell’attuale Oppido Mamertina, alle propaggini dell’Aspromonte.
 
    Con la fondazione dei nuovi siti si rese necessario creare vie di comunicazione che agevolassero gli scambi commerciali tra le popolazioni e soprattutto con la grande Locri, la quale fu collegata all’Occidente per mezzo di due strade che attraversavano l’Aspromonte su due direttrici principali, una attraverso lo Zomaro, giù fino a Medma, e una seconda attraverso Zervò, giù verso la città oggi  denominata superficialmente  Mella, seguendo il corso del Petrace fino a Metauria. Per secoli lungo queste direttrici si effettuarono i traffici economici e all’epoca dell’insediamento sul versante tirrenico dei coloni provenienti da Locri è facile supporre che attraverso queste vie l’olivo sia giunto lungo le coste del mar Tirreno. Qui fu, per lungo tempo, una coltura secondaria, essendo il fabbisogno alimentare ampiamente soddisfatto dalla cacciagione e dalla pesca e, nell’ambito delle colture agrarie, dai cereali.
    Durante la successiva dominazione romana la coltura fu intensificata tanto che il prodotto veniva anche esportato fuori regione come testimoniato dai numerosi ritrovamenti archeologici nel territorio e dalle anfore di creta utilizzate come contenitori per l’olio, rinvenute nel tratto di mare antistante Taureana. All’inizio del nuovo millennio si ha notizia di fiorenti oliveti anche nel comprensorio di Mammola. Dall’analisi degli atti notarili di cessione delle proprietà alla Cattedrale di Oppido, negli anni 1000-1050, si ha notizia di gelseti, con nuovi impianti, vigneti e coltivazione dei cereali. C’è da dire inoltre che, fino ad allora, l’entroterra era scarsamente popolato e solo successivamente, per sfuggire alla scorrerie saracene concentrate sulle città costiere, le popolazioni si spinsero nei luoghi interni, più nascosti e protetti e presero origine i numerosi paesi pedemontani.
 
   Solo a partire dal Cinquecento è possibile, con supporti storici molto attendibili, studiare l’evoluzione della coltivazione dell’olivo nella Piana. Intorno al 1550 il frate Leandro Alberti scrive del suo viaggio in Calabria e dalla descrizione dei luoghi può essere fatta una prima ricostruzione che riguarda la Piana di Gioia Tauro, che egli percorse da nord verso sud. Così descrive Rosarno: “Ha questo castello buon e grosso paese ove sono giardini pieni d’aranci, limoni, e altri alberi fruttiferi colle pareti di rose che da ogni lato se ne veggono”. Prosegue, quindi, per raggiungere l’attuale Gioia Tauro, “passato Rosarno comincia una molto larga e lunga pianura, detta la pianura di S. Giovanni quasi tutta inculta, e piena di cespugli, e di boschi. Più avanti procedendo dal lito discosto, vedesi Gioia, il cui territorio è molto bello e pieno di vigne, d’aranci e d’altre fruttiferi alberi. Et non meno è producevole di grano e d’altro biade”
      L’Alberti percorre la Piana di Gioia sul basso litorale e non incontra olivi; la gran parte del territorio, in quest’epoca, è incolta oppure coltivata a frumento e pochi altri fruttiferi. Immediatamente successiva a quella dell’Alberti è l’opera del Barrio (1550), che offre una descrizione molto dettagliata del territorio dalla quale è possibile mappare le diverse colture e in particolare quella dell’olivo. Anch’egli attraversa la Piana da nord a sud e così la descrive: “Ci sono i villaggi Meliclochia e Dinami (…) Si produce un vino e un olio ottimo (…) Più lontano c’è il piccolo Castello di Caridà. Qui si prodoce un vino generoso e un olio lodatissimo (Hic generosum vinum nascitur, fit, & oleum, laudatissimum)”.    
     Per ritrovare l’olivo bisogna salire nuovamente in collina, alle falde dell’Aspromonte, fino a Oppido, sede episcopale. Qui, infatti, “si producono oli, vini, e stoffe di cotone ottime”. Dalle notizie riportate dal Barrio emergono elementi a supporto della via locrese d’introduzione dell’olivicoltura nella Piana di Gioia Tauro. Si distinguono, infatti, due centri di diffusione olivicola, posti agli antipodi della Piana. Il primo che si localizza a sud-est, nel territorio degli odierni comuni di Varapodio, Oppido, Santa Cristina, Cosoleto, Delianuova, Sinopoli, San Procopio, Melicuccà, Seminara, Palmi, l’altro, a nord-est, nel territorio dei comuni di Feroleto della Chiesa, Maropati, Galatro e Melicucco. I due centri, pur geograficamente separati da selve, pianure coltivate a grano, ortaggi, vigne e da numerosi altri fruttiferi, hanno in comune molti aspetti, in particolare la morfologia dei luoghi, che si presenta speculare, l’altimetria, il tipo di suolo e ancora le popolazioni di lingua greca. Soprattutto si trovano lungo le due antiche vie verosimilmente percorse dai coloni greci dall’uno all’altro versante della Calabria meridionale. 
    Ciò fa supporre che gli antichi Greci avessero impiantato, in questi precisi luoghi che presentavano, e ancora oggi presentano, le migliori condizioni pedoclimatiche, i primi olivi necessari ai modesti fabbisogni locali. Barrio ci riferisce della presenza, proprio a Sinopoli e in tanti altri comuni adiacenti, di “olive, grosse come le mandorle e carnose, preparate in botti, sono ottime a mangiarsi”. Dunque, appare verosimile affermare che solo dopo il Seicento le antiche varietà introdotte in età greca siano state del tutto soppiantate da varietà a frutto piccolo quali sono le odierne Sinopolese e Ottobratica. Le diverse varietà di olive saranno successivamente citate dal Pasquale (1863), che nella sua relazione scrive: “Oltre ciò, provato in molti punti dello stesso circondario ad allevare gli olivi domestici dello Ionio, non vi danno che scarsissimo prodotto in frutto; onde si levano via quei pochi che si trovano ab antico”. Successiva al Barrio è l’opera di Girolamo Marafioti da Polistena (1601), che attraversa la Piana da sud a nord e inizia dalla descrizione di Seminara e "Parma", l’odierna Palmi, confermando, sostanzialmente, la descrizione di Barrio che vede una Piana assolutamente libera da olivi, confinati in due areali ben distinti e geograficamente separati, caratterizzati dal fatto di essere posti nelle zone salubri della collina pedemontana.
       A novant’anni di distanza dalla stampa dell’opera del Marafioti è l’Abate Giovanni Fiore (1691) a descrivere i luoghi della Calabria. Gran parte delle descrizioni del territorio sono simili a quelle forniteci dal Barrio non essendovi novità di rilievo rispetto alle varie colture, in particolare per l’olivo, ancora localizzato quasi del tutto in collina. Un dato importante riguarda la produzione olivicola a Seminara nel 1624, “pari a misure napolitane 130.000 di rotola quindici l’uno”, che equivalgono a circa 1200 tonnellate. Se fino al XVI secolo gran parte del prodotto era consumato come “companaggio di tanti et tanti poveri che sono in Napoli et per lo regno”, questa situazione comincia a cambiare nel corso del XVIII secolo. È in questo periodo che avvengono fatti destinati a cambiare il paesaggio agrario della Piana. La lenta ma inesorabile scomparsa del gelso e dell’industria serica, l’aumento del consumo d’olio sia nell’illuminazione pubblica sia nell’industria tessile e nell’alimentazione dei ceti urbani in tutta l’Italia, la riduzione della vessatoria politica fiscale, e quindi del dazio sull’olio, imposto dagli Spagnoli prima e dai Borboni poi, le innovazioni tecnologiche nella fase estrattiva ed eventi naturali come il grande cataclisma del 1783, tutto questo contribuisce a un’espansione così straordinaria che all’inizio del XIX secolo vedrà la Piana di Gioia Tauro talmente trasformata da essere irriconoscibile.
    Di questo secolo abbiamo le testimonianze del Giornale di Viaggio di Galanti (1792), d’Arnolfini (1768) e soprattutto di Grimaldi (1777). È in questo secolo che l’olivo scende effettivamente nella Piana e che gli investimenti si fanno regolari e costanti, con pratiche agronomiche che, nella fase di propagazione e impianto, sono finalmente ispirate a criteri di razionalità. Non meno disastroso era fino a quel periodo il metodo di estrazione dell’olio. Anche in questo settore il Grimaldi, forte delle proprie esperienze in Provenza e Liguria, descrive in maniera analitica il processo estrattivo adottato in Calabria, che aspramente critica, e indica le necessarie innovazioni che devono essere introdotte al fine di ottenere una migliore resa e soprattutto una migliore qualità dell’olio. La coltura dell’olivo aveva cominciato, dopo la metà del Settecento, a espandersi per merito, soprattutto, delle innovazioni introdotte con i frantoi alla genovese; l’olivo poi continua a diffondersi, anche se lentamente, oltre i confini dei territori collinari, dove era stato relegato per secoli. Il dato viene confermato da Giuseppe Maria Galanti nel suo viaggio effettuato in Calabria nel 1792, che attraverso la descrizione dei luoghi ci presenta la Piana di Gioia Tauro ancora molto simile a quella descritta dal Barrio e dal Marafioti, ma ci segnala già a Drosi la presenza di alberi di olivo, così, infatti, scrive: “Vicino Drosi si veggono pochi ulivi, ma nel resto della Piana che attraversammo è tutto macchioso e inculto. Generalmente le coltivazioni d’ulivi estese sono sulle pendici delle colline e vicino ai luoghi coltivati. La maggior parte della Piana è deserta”. Galanti (1792), a proposito di Seminara, ci conferma che le innovazioni del frantoio alla genovese proposto dal Grimaldi erano state seguite, ma non i suggerimenti agronomici, perché così egli scrive: “gli olivi non si putano, ma si diradano solamente. Qualcheduno ha cominciato a putarli. L’olio è buono. (…) I trappeti alla genovese vi sono comuni. L’olio si conserva dentro vasi di creta”.  Evidentemente l’olivo comincia a essere coltivato a ridosso dei centri abitati anche della pianura, mentre ancora resistono le zone paludose e i boschi di Gioia Tauro, su verso il Petrace, e di Rosarno. 
  
  Un’altra testimonianza dell’inizio dell’espansione della coltura ci è fornita dall’Arnolfini (1768) che, percorrendo i feudi della Principessa di Gerace, descrive il fenomeno nel suo pieno svolgimento: “Le piantagioni che ora si fanno nel territorio di Terranova sono regolari e belle. Si pongono gli olivi in distanza di 60 o 70 palmi, onde per ogni tomolata di terreno si contengono nove o dieci piante”. Arnolfini indicava ancora nelle basse pianure di Gioia la presenza considerevole, lungo il corso del fiume Budello, di boschi e macchie, così sui rilievi collinari di Terranova. Il Bevilacqua (1988) riferisce che nel 1687-89 furono esportate in media annuale 3232 salme di olive dalla Calabria. Un secolo più tardi la media corrispondente degli anni 1785-94 era stata di 27.424 salme, la produzione era aumentata di ben nove volte.
    Nei paesi oleari della Piana, ci riferisce Grimaldi, la coltura dell’olivo “si era sempre più venuta estendendo a danno dei boschi e delle macchie che la popolazione vedeva scarseggiare sempre più diffusamente la legna per il fuoco domestico”. In quegli anni il consumo dell’olio d’oliva cresce enormemente, così come la popolazione e il lusso crescono in Europa. L’aumento della domanda e gli investimenti olivicoli furono per alcuni anni frenati dalle guerre napoleoniche, ma subito dopo il mercato europeo diede maggiore slancio all’olivicoltura, favorita dalla riduzione dei dazi sulla produzione dell’olio. Nella Piana di Gioia Tauro, la specializzazione dell’olivicoltura si era ormai affermata. Il processo riprese con ancora maggiore vigore e andò a occupare i boschi, i terreni sabbiosi e quelli umiferi, dove, come a Rosarno e nella bassa Piana, l’olivo rimpiazza, ci fa sapere il Moschitti: “Gli antichi boschi e le belle terre da semina. Ci ha ora sterminati oliveti dove non erano che foreste vergini”, e ancora Bevilacqua: “Le terre di pianura, anche laddove si erano insediate fiorenti masserie cerealicolo-pastorali, vennero progressivamente e sistematicamente invase dagli alberi: ulivi in primo luogo. Per rispondere alla crescente domanda del mercato internazionale le terre di piano venivano consacrate alle piantagioni specializzate”.
    Nell’Ottocento Norman Douglas riferiva della produzione di 200.000 quintali d’olio d’oliva nella Piana. Nel 1812, dalla statistica murattiana si può notare che, se pur cominciavano a essere utilizzati numerosi accorgimenti agronomici nelle colture, si soleva ancora raccogliere le olive molto tempo dopo la caduta spontanea e ancora si facevano fermentare in cumuli, tanto che l’olio estratto emanava un cattivo odore di rancido che lo rendeva praticamente immangiabile. Tra il 1822 e il 1825 fu fatto erigere a Cannavà, per volere della principessa Serra di Gerace, un gran frantoio polifunzionale, destinato a trappeto, deposito, abitazione per gli operai e casino padronale. La ricercatezza dei particolari utili alla migliore funzionalità degli spazi, alla comodità dei locali di lavoro, alla riduzione delle superfici degli edifici da adibire ad abitazione signorile, l’essenzialità dei locali lavorativi rappresentano una grande innovazione che differenzia in meglio Cannavà sia dai Siti Reali sia dalle Ville Vesuviane.
 
  Ci avviamo così all’epoca del Risorgimento italiano e dell’impresa dei Mille con una crescente espansione del territorio della Piana di Gioia Tauro investito dall’olivo e con la continua costruzione di frantoi. Fino a quest’epoca non è ancora possibile stabilire con precisione il totale degli ettari coltivati a questa coltura, supponiamo che sia presente, più o meno intensamente nella quasi totalità dei comuni che da qui a poco saranno annessi al Regno dei Savoia. Proprio a ridosso dell’unificazione del Regno, De Pasquale (1863) indica in 18.500 gli ettari coltivati a olivo nella Piana. Solo alla fine del XIX secolo l’espansione sembra frenarsi e su questo abbiamo la testimonianza di Bracci, Direttore del Real Oleificio Sperimentale di Palmi, che nel 1893 riporta 150.000 quintali di olio prodotto nella Piana su 24.375 ettari coltivati, e in generale sottolinea le condizioni di precarietà colturale delle piantagioni: “Questa imponente vallata è ricoperta (…) da estesissimi oliveti (…) ci sentiamo invadere da un senso di malinconia nel vedere l’abbandono in cui è lasciato l’albero prezioso di Minerva. Se poi si fa capolino nei locali destinati alla manipolazione delle olive, lo spettacolo è in generale davvero desolante”.
 
    Figlia, quindi, di “una delle più straordinarie e intense trasformazioni del paesaggio agrario che nel corso d’alcuni decenni a cavallo del XVII e XIX secolo interessò il mezzogiorno d’Italia”, l’olivicoltura della Piana di Gioia Tauro è certamente uno degli esempi più straordinari e complessi di monocoltura arborea di grande estensione che abbiamo in Italia. Gli oliveti della Piana, per il particolare vigore delle cultivar, Ottobratica e Sinopolese, pongono il dilemma del rinnovamento o del mantenimento, perché, seppur spettacolari dal punto di vista paesaggistico, non si prestano alla produzione di un olio di qualità con costi contenuti. Scrive Fardella nel 1995 che tra il “piglio quasi punitivo nei confronti della ragione economica” e la “speculazione più oltraggiosa”, rimane un vuoto di idee che la ricerca non riesce a colmare. Il dato economico indica con chiarezza la dipendenza dal contributo comunitario e un’economia assistenziale legata al collocamento di interi nuclei familiari durante il lunghissimo periodo della raccolta, con i conseguenti oneri pubblici legati all’indennità di disoccupazione. Ancora  non molto incisiva sul mercato dell’olio extravergine, la produzione della Piana è in larga misura destinata al mercato di olio lampante .  In termini di investimenti, si .passa dai 27.422 ha censiti nel 1925 ai 31.611 ha del 1970 e, più recentemente, ai 29.325 ha che riporta Nesci e ai 23.600 ha indicati da Fardella. Certamente qualcosa deve essere conservato di questo straordinario paesaggio rurale e ciò andrebbe fatto seguendo le linee storiche che si leggono sul territorio. L’olivicoltura in collina, per esempio, può e deve essere in qualche modo preservata e così pure i diversi manufatti che del sistema olivicolo hanno, per secoli, costituito parte integrante. Ma non si può e non si deve pensare di consegnare all’immobilismo tutti i 24.000 ettari di oliveti, perché il costo economico e sociale diverrebbe insostenibile

sabato 16 dicembre 2023

O' TEMPU DI’ CANONICI 'I LIGNU (Vita smarrita di paese) (I PARTE) di Rocco Liberti

    Alcuni pensano che la microstoria regionale o paesana costituisca solo  il supporto indispensabile alla Grande Storia e che gli storici propriamente detti nulla possono senza l’apporto degli studiosi locali. Si tratta di due falsi assiomi, peraltro ampiamente smentiti ormai da decenni dall’evoluzione del pensiero e del metodo storico. Non v’è infatti differenza alcuna tra storici per così dire “nazionali” e storici “locali” così come non v’è scala gerarchica tra la cosiddetta “grande storia” e i resoconti di eventi geograficamente circoscritti. Lo storico e lo storiografo di valore sono tali qualunque siano l’ambito e l’economia della loro ricerca. E la storiografia vera è sempre tale qualunque siano i limiti cronologici e spaziali all’interno dei quali essa indaga e si esprime.

    Un esempio eclatante, qualora ve ne fosse necessità, è questa nuova miniserie inedita di Rocco Liberti che questo blog si onora di ospitare e che contiene un affresco tutt’altro che marginale della vita e della società del suo paese (Oppido Mamertina) di almeno ottanta anni fa. In esso c’è tutto: la ricerca antropologica, l’analisi economica, politica e sociale, l’apprezzamento delle varie culture popolari relegate ai margini di una pseudocultura dominante che tutt'oggi vorrebbe primeggiare. C’è la storia insomma, quella vera! E c’è inoltre da parte dell’Autore il ricordo soprendentemente nitido, dettagliato e diretto che costituisce l’inestimabile valore aggiunto che rende queste pagine un altro  unicum! Grazie!
(Bruno Demasi)
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   Secondo un vecchio vocabolario siciliano parrebbe che la frase dialettale, di cui al titolo, derivi dal sistema con cui anticamente si mettevano in moto i carretti, poi sostituito con i cuscinetti. Alla nostra epoca, variamente ripetuta forse unicamente dagli anziani, è rimasta sinonimo di un evo remoto, quando l’evoluzione era ancora di là da venire e si credeva a tutte le bubbole, ma anche del periodo in cui l’esistenza scorreva più semplicemente e si era tutti a stretto contatto nelle piazze e nei vicoli. Col tempo forse è stata associata anche all’ambiente ecclesiastico per via dei canonici immobili nei loro stalli a recitare il cosiddetto “ufficio”. Nel dialetto isolano infatti c’è presumibilmente una massima in relazione: O’ tempu di’ canonici ‘i lignu e quandu i sacristani eranu ‘i stagnu. Durante la nostra fanciullezza al pomeriggio ci precipitavamo al cortile del Seminario, ma, essendo in quelle ore preclusa l’entrata, approfittavamo che la cattedrale era aperta e vi sgattaiolavamo attraverso la navata di sinistra e la sala capitolare. Procedevamo piano piano per non allertare i sacerdoti che, secondo noi, facevano il pisolino murmuriàndu. Particolarmente statico in posizione quasi sonnolenta il can. Armino, che al solito sembrava si offerisse con gli occhi chiusi.
 
   Ricordo con autentica nostalgìa i tempi in cui gli approcci di familiari e parenti con coloro che transitavano avanti casa e si soffermavano a chiacchierare sui fatti del giorno, locali e nazionali e in merito a quanto ineriva a ogni nucleo si qualificavano di prammatica. Sovente le persone venivano difilate anche a scopo di trascorrere qualche oretta. Chi non si comportava similmente e doveva affrettarsi per rientrare al proprio domicilio, comunque un cortese “bonasira, filicisira o bonanotti” non te lo negava davvero. Ci si ritrovava sempre in tutta semplicità e amicizia. Se avevi necessità casalinghe di tipo lavorativo a dismisura, si offriva sempre qualcuno in aiuto, in specie trattandosi di cibarie: se si faceva il pane, quando si ammazzava il maiale, ma pure in frangente di lavori eccezionali. Non appena mia nonna, in seguito all’uccisione dell’animale suino, poggiava sul focolare il pentolone per preparare le frittole, arrivavano da ogni latitudine parenti e amici, probabilmente richiamati dal penetrante odore o perché ne avevano avuto sentore.

    La storia si ripeteva di anno in anno, ma sarà stato un caso? In verità, Oppido era un paese ricco di abitanti con famigliole onuste di varia figliolanza e le porte delle abitazioni stavano del tutto aperte, con i vicini e anche lontani che vi si affacciavano sempre di buon grado. Il vicinato rappresentava proprio un paese in miniatura. Nel solo vico Mamerto negli anni ’40 era dato contare una popolazione di ben 41 unità e 16 eravamo bambini. A occasioni di gioco il numero aumentava considerevolmente. Che dire oggi che si vive in un centro ridotto ai minimi termini e nel quale per notare un’anima viva devi compiere i famosi cento passi! Non soltanto, ma se ti è dato d’incontrare qualcuno per caso, il suo transito è frettoloso. È molto più usuale incrociare individui in auto col cellulare in mano che blaterano senza soluzione di continuità. Ma dove andranno mai passando e ripassando per le stesse strade? Io macino chilometri a piedi per raggiungere punti estremi persino effettuando i tragitti più desolati e a noia m’imbatto in un tizio che sbuca dai siti più disparati. Mi dico: ma che bella ginnastica! Malauguratamente, non è l’unico.

   Ai tempi che furono all’atto di aprire le imposte t’investiva un allegro vociare e i tanti che si alternavano per i motivi più diversi ti salutavano calorosamente. Alla fontanina di vico Mattia Preti già Mamerto la ressa, a volte vivace, era di prammatica, ma di solito ci si approcciava amichevolmente e qualche ritornello si elevava festoso nell’aria. Piccoli e grandi muniti di catini, cortare e bumbule si dipartivano perfino dall’agglomerato di baracche accanto alla chiesa del Calvario in un andirivieni consueto. Oggigiorno pur nelle più strette viuzze domina un assoluto silenzio e in certi momenti non ti rispondono neanche se suoni il campanello. Sono tutti sicuramente impegnati a chattare con gli amici o amiche oppure a fissare le immagini stereotipate regalate dalle tante tv tenendo il volume piuttosto alto. Ma a che rimpiangere! Va così e chissà cosa regalerà di più e di peggio l’avvenire alle generazioni future!
   A Oppido, come luogo dove la vita quotidiana ferveva maggiormente si offriva la citata Piazzetta, detta così in quanto derivava da uno spiazzo a fronte della magione della famiglia Sposato. Nei documenti comunali era infatti segnalata come Piazzetta Sposato. Di poi è diventata piazza Mamerto, quindi Salvatore Albano, mentre la dirimpettaia, quasi simile nella forma e in grandezza, nella quale troneggia il monumento ai caduti nella guerra 1915-18, ha preso nome per mia iniziativa di piazza Concesso Barca, dalle generalità dell’autore del manufatto. Entrambe tramandano il nome di due geniali artisti autoctoni. In tantissimi vi convergevano per vari motivi. Innanzitutto vi erano accosto la sede del Comune e quella dei vigili urbani, ma si qualificava del pari il nodo centrale che smistava per il cinema, le scuole, la sede della GIL, il campo sportivo e la chiesa del Calvario. Non c’erano bar, ma non mancavano tre negozi di generi alimentari (Pentimalli, Corvino, Stefanelli), uno di stoffe (Polistena), una rivendita di frutta (Demeo), due macellerie (Polimeni), una sartoria (Pangallo), un telaio (i maistri Barca perennemente in lite con la Russeja; ancora ne risente l’intera piazza), il ciabattino (Gioffrè), il pentolaio (‘u Cundellu). Al giorno d’oggi di attivo a malapena si propone un bar. Il resto attiene per la gran parte ad abitazioni malinconicamente deserte. Poco fuori la piazza si notavano esercizi quali la dolceria Feis, altro negozio di alimentari (un secondo Stefanelli), l’oreficeria Frisina e la forgia di mastro Alfonso Violi. Al tempo di cui trattasi le panchine e i resti di un’antica fontana in marmo, che accoglievano del pari, attiravano parecchia gente.

   In un certo periodo, al giungere dell’autunno, si rivelava ricorrente il flusso da Cittanova dei caddaràri, che sistematicamente a loro volta vi armàvano fucina. Si verificava allora un andirivieni di donne che portavano a farsi risaldare padèj, tigàni, sculapasta e altri utensili utili in cucina. Da San Giorgio arrivavano invece i cannistràri, i cestai. In un’occasione i monelli d’occasione abbiamo dovuto registrare una fifa da non si dire. Veniva di frequente con una lunga naca in testa un tipo bislacco sia nell’aspetto che nel modo di propagandare il suo prodotto. Probabilmente era uno zingaro. Infatti un altro flusso in Oppido era caratterizzato dalla frequenza di appartenenti alla stessa etnia, che con tanti salamelecchi volevano leggerti la mano o venderti utensili di rame utili del pari in cucina. Il nostro Tizio sembrava in tutto simile al Fortunello del Corriere dei Piccoli. Incappato nell’attenzione dei perdigiorno d’ogni momento, era spesso preso di mira con grida d’ogni tonalità ed espressione. In un frangente del genere, nel mentre gli davamo la baia, davanti alla casa dei Gioffrè lo abbiamo visto crollare a terra come pèzzulu. Apriti cielo! Pensando di esserne stati noi la causa, tutti tremebondi, siamo coraggiosamente scappati e ci siamo nascosti. Trascorso un ragionevole lasso di tempo siamo usciti furtivamente all’aria e te lo abbiamo ritrovato in vita. Abbiamo saputo ch’egli era solito finire a terra in quanto periodicamente soffriva di mal caduco. Quando si dice il caso! Comunque, d’allora ci siamo guardati bene dal ripetere la birbonata. Un canestraio di uguale provenienza, tutto canuto, addirittura a Oppido vi aveva preso stanza. Abitava in un basso del dismesso cinema e apriva punto vendita in altro del palazzo Grillo, proprio di fronte alla monumentale fontana di piazza Zuco. Anche con lui i birbaccioni di turno non mancavano di darsi da fare e l’appellativo più ricorrente era strangugghiapreviti.

  
    La piazzetta, che aveva attorno rioni popolosi (Caciagna, Carbàriu, Pretura, San Giuseppi, ‘U spitàli, ‘A strata nova) da cui promanavano frotte di bambini, si qualificava davvero il centro di raccolta del popolo minuto. Per i nobili era tacitamente riservata invece la piazza maggiore. Lì si apriva il circolo dei cosiddetti signori. Questi, quando non si esprimevano con la loro boria passeggiando avanti e indietro, si abbandonavano alle discussioni di tipo politico e paesano occupando il tempo per delle ore. Piazza Umberto indiscutibilmente rifletteva l’antica agorà: era dei nobili e dei professionisti. La piazzetta invece era plebea e tutti ci ritrovavamo in essa. A parte i numerosi giochi ci erano offerte altre occasioni, per cui tanti ne ricavavano un loro luogo fisso. Quando i fichidindia erano pervenuti a maturazione, all’angolo del Gioisano c’era sempre un tizio con una cofana piena. Era uno spettacolo osservare come provvedeva all’eliminazione della scorza: un vero programma con tutti quei tagli in lungo e in largo. Chi possedeva qualche soldino vi accedeva e si faceva una bella panzata, chi no stava a guardare leccandosi le labbra. Quei frutti intensamente verdi, blu, rossi e gialli rappresentavano davvero una bella leccornia e ti facevano venire l’anguleja. Si mettevano perfino scommesse a chi ne trangugiava un certo numero. Era logico che chi aveva i soldi si offrisse di pagare e il nullatenente accettava con entusiasmo, soltanto che poi l’indomani sarebbe stato quest’ultimo a pagarne le dolorose conseguenze. I fichidindia sono eccezionali a mangiare, ma …! Nella stessa piazzetta, ma sul lato che guarda le case dei Gioffrè, sostava ‘a luppinàra, una donna anziana che con un cestone di vimini sulla testa smerciava lupini salati. Era una bagnaròta e agiva come tantissime del suo paese di origine. Distintivo il suo melenso vocìo: "Duci e salatu ‘u luppinu jè”. Nella piazzuola a lato cattedrale dove ancora troneggia una grande fontana monumentale prendevano posto appena fuori lo spazio del mercato coperto invece i venditori di meluni (melloni) e zzipànguli (angurie), i quali vi trascorrevano le notti coperti alla bell’e meglio. Anche per tal genere di frutti fiorivano le scommesse. Aveva diritto di portarsene uno a casa chi riusciva, sedendovi sopra, a squarciarlo. Avendo una buccia spessa e dura, non era tanto facile raggiungere lo scopo. Guarda un po’ quante originali e poco serie trovate!

    L’oziare in strada era di sicuro un esperto suggeritore. Se il bambino non si recava in gelateria a comprare qualche sorbetto, era questo a portarsi da lui. Un incaricato di tale esercizio nei pomeriggi assolati si aggirava per i luoghi affollati del paese con il suo triciclo sistemato appositamente quale gelateria ambulante. Era festa quando circolava per le strade e lo si contattava festosamente. Il grido gelati, gelati era davvero un irresistibile richiamo.

   Tra i tanti passatempi vi era anche il carròcciolo o carretta, che consisteva in un piano di tavola con uno sterzo, che si muoveva all’inizio con ruote di legno quindi con dei cuscinetti a sfera. Ci si spostava a turno in quanto procedeva solo a forza di spinte. Era un trastullo per lo più riservato ai piccoli. I grandicelli godevano di altro mezzo meccanico più efficiente, la bicicletta. Ce n’erano di tutte le grandezze dai Pappalardo, dove ai pomeriggi si faceva sovente gran ressa. L’affitto era a tempo determinato, un quarto d’ora, mezz’ora e all’uopo si pagava una cifra prestabilita. Ma che succedeva? Che spesso i marioli, una volta saliti sul mezzo e presoci gusto, se ne dimenticavano e oltrepassavano l’orario fissato. Che fare? Di soldi in più non ce n’erano nelle tasche, quindi cosa rimaneva? Portare furtivamente le biciclette vicino alla porta, spesso buttandole a terra per la fretta e darsela subito a gambe. E i noleggiatori richiamati fuori dal rumore a inveire: figghiu di bona mamma, se ti pigghiu…!

   La notte in piazzetta comunque si concludeva in bellezza. Attorno alla monumentale vasca opera del prefato Barca distrutta nel periodo post-bellico da insipienza democristiana in quanto in alcuni tratti si rilevava il fascio littorio, si portavano gruppi di baldi giovani che con strumenti popolari (fisarmoniche, chitarre, clarino, sassofono) e stentoree voci allietavano allegramente (fratelli Cecè e Mario Simone, Ninì e Peppe Polistena, Peppe Violi, Vincenzo Epifanio …). Il cavallo di battaglia di quest’ultimo era la popolarissima Casetta tra gli abeti. Al ritornello Amore, amore, or che il roseto è in fiore ascolta la mia trepida preghiera… esprimeva la sua massima potenza vocale.

Rocco Liberti

mercoledì 13 dicembre 2023

QUANDO MARIO LA CAVA DAVA LEZIONI DI SCRITTURA ALLA CALABRIA E AL MONDO ( di Bruno Demasi)


    Il genere narrativo del racconto minimalista e breve, che oggi ha tanta fortuna fuori dalla Calabria e dall'Italia, ha avuto un precursore nobile in quel Mario La Cava (Bovalino 1908 – 1988) che, al pari di tanti altri scrittori della nostra terra, è pressochè sconosciuto alle nuove generazioni e più che mai trascurato, se non ignorato, dalle cattedre dei nostri licei...
    In fondo l’attitudine alla brevità, alla sintesi narrativa del poco scritto e del molto lasciato intuire attraverso il voluto silenzio della penna Mario La Cava la eredita di sicuro dalla madre, ma anche dalla sua terra non a caso qualche secolo fa colonizzata dagli Achei e ancora oggi impregnata delle loro sintesi espressive e culturali asciutte ed eloquenti.
    Marianna Procopio, la madre, era stata infatti per la cultura della Locride e della Calabria tutta sicuramente la prima scrittrice naif che , alfabetizzata appena fino alla terza elementare, era riuscita nel suo “Diario” a condensare in brevissime notazioni la complessità del vivere quotidiano dopo la prematura perdita della madre che per i Calabresi costituisce, forse più che per altri, l’epos più struggente all’interno dell’epos più ampio della vita in sè.
    E, in una ombelicale mutualità narrativa, Mario La Cava direi che riprenda proprio dalla madre, dall’austerità narrativa dei vecchi delle nostre campagne, dalle sintesi lineari e insuperate della cultura magnogreca, l’attitudine all’ellitticità sapiente del racconto che nell’arco di una manciata di righe condensa una storia e ne suggerisce l’ acuta comprensione di tutti i passaggi e di tutte le possibili sfumature.
     “Caratteri” e “ I racconti di Bovalino” sono in questa dimensione le raccolte emblematiche di Mario La Cava, che anticipa e precorre con esse una fioritura incredibile nella narrativa minimalista di cui è interessata la narrativa neorealista italiana, ma è soprattutto disseminata la produzione letteraria anglosassone, specialmente a partire dall’ultimo ventennio dello scorso secolo.
     In modo assai riduttivo la produzione di La Cava è stata catalogata solo come testimonianza più o meno stucchevole di un angusto mondo, - quello della provincia calabrese – del quale egli sicuramente ha voluto sondare tutti i dilemmi e le contraddizioni. L’angustia che egli descrive esiste , eccome! Ma non è solo quella della società calabrese in un contesto più o meno datato, è invece quella dell’essere umano in sé, con tutte le sue grandezze, con tutte le sue ipocrisie, i limiti e la storia privata e pubblica inevitabilmente segnata da ferite e da compromessi. 

    “Caratteri” è costruito come un muro complessivamente elegante e slanciato verso l’infinito, ma fatto appena appena di mattoni riciclati e di cocci sbrecciati, ognuno dei quali narra in silenzio la propria storia incredibile, un vissuto che nemmeno immaginavi…
    E’ dunque il racconto breve o brevissimo in La Cava un canto di frammenti, di appunti, di abbozzi, di intuizioni, di quadretti sociali, una sorta di diario personale davanti al fluire dei tempi e all'immobilità delle convenzioni. E’, come osserva L. Sciascia, un'opera costantemente in fieri; più che diario, anche se sulla scia del diario materno, una testimonianza dell'anima, un grido di denuncia sociale scandito da notazioni improvvise, da echi narrativi definiti, ma anche da silenzi eloquenti…
    “ La scienza moderna ha trovato delle analogie tra la lana delle pecore e le foglie degli ulivi, - diceva zio Ciccillo. Era il tempo delle guerre continue, era il tempo delle requisizioni. Nostro padre, piccolo proprietario di terre, chino sul tavolo da studio, faceva i conti delle nuove tasse da pagare. – Che? Che? – domandò. – Vogliamo pigliarci pure le foglie degli alberi? ”(Frammento 82)
    Un genere speciale di racconto dunque in cui l’Autore, come osserva Elio Vittorini, sembra però fondere “il gusto dell'imitazione dei classici e lo studio naturalistico del prossimo”.
    Lo “studio del prossimo” è una metodologia di lavoro già sperimentata ampiamente nel quadro letterario
italiano, ma in La Cava non è mai avulso dalla situazione sociale e storica in cui si vive e non è nemmeno un sostanziale ripiegamento su se stessi, come accade in tanta produzione anglosassone.
    Sicuramente classici sono invece l’impianto espressivo e narrativo, il rigore stilistico, la forza evocativa e rappresentativa delle parole che vanno a caratterizzare personaggi , luoghi, situazioni con un’impersonalità ricercata, ma non artefatta, come invece avviene in tanto
neorealismo di maniera che ha ancora oggi indubbiamente maggiore fortuna che non la produzione di La Cava.
    Il merito del recente recupero dei “Racconti di Bovalino”, parzialmente e casualmente già pubblicati su riviste e antologie, ma per fortuna conservati sostanzialmente inediti dal figlio nella stesura definitiva rimasta autografa, va attribuito alla lungimiranza dell’editore Rubettino. Si tratta di venticinque racconti scritti verosimilmente intorno agli anni Trenta e poi sottoposti, nei decenni successivi, a esercizi di riscrittura.
    Scopo dei racconti - dice lo stesso La Cava — «non è stato di documentare alcunché, ma di esprimere poeticamente, secondo le mie forze, un sentimento tragico della vita, desunto da quelle della gente tra cui ho sempre vissuto».
    Sono frammenti pure questi , ma rispetto a quelli che danno vita a “Caratteri” assumono la personalità definita del racconto breve molto più curato e levigato nella sua stesura finale. Rappresentano anch’essi però momenti di vita sempre statici e difficili che raramente hanno movimento o sviluppo, anzi quasi sempre
stigmatizzano e mettono a nudo la fissità di esistenze segnate da qualcosa.
     Narrazioni brevi o brevissime, dunque, sia quelle dei “Caratteri” sia quelle contenute nei “Racconti di Bovalino” e tutte d'impianto sostanzialmente naturalista, ma rese uniche e inconfondibili da un linguaggio di sapore classico, del tutto sconosciuto a tanti narratori di oggi. Su di esse valga per tutti il giudizio, a sua volta fulminante, di Leonardo Sciascia: «Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità a cui aspiravo».