venerdì 24 novembre 2023

MA LA “TURMA” O “VALLE” DELLE SALINE CORRISPONDEVA ALL’ATTUALE PIANA DI GIOIA TAURO? (di Bruno Demasi)

 
    Se non proprio la prima in assoluto, certamente una delle  prime testimonianza del toponimo “Saline” si trova nella leggendaria Vita Tauri, inserita nella Vita di S. Pancrazio  cui rimanderebbe  anche il Bios di S. Fantino di Tauriana, scritto  tra la metà del secolo VIII ed i primi decenni  del IX  (Rossi Taibbi” Vita di S.Elia il Giovane” 1962, p. 206). Il toponimo fu quindi usato per indicare  il luogo in cui S. Elia il Giovane edificò il suo monastero e, alla fine dell’età bizantina,viene citato nel Brebion di Reggio e nella Vita di S. Luca,vescovo di Isola di Capo Rizzuto.
    Le “Saline” figurano poi come sede di una turma  (circoscrizione territoriale dell’amministrazione bizantina) nel corpus dei 47 atti di donazione, datati tra il 1050 e il 1064/65 d.C, alla cattedrale di Hagia Agathè ( S. Agata, ovvero Oppido), una città episcopale fondata almeno  intorno alla metà del  secolo  XI presso un precedente kastron di nome Oppido, che è con ogni ragionevole approssimazione identificabile a ridosso del sito in cui sorgeva  l’ antica Mamerto di straboniana memoria. 
 
   Anche se , di fatto, la ricerca archeologica nel territorio delle Saline non è stata esauriente e nemmeno estesa, è stato comunque possibile documentare da tempo l’ importanza storica delle saline medievali in un territorio in cui , già in epoca italiaca, Tauriana col suo territorio e il suo porto naturale aveva acquisito un’organizzazione di tipo urbano del tutto originale e di tutto rispetto, con la presenza imponente dei Tauriani documentata  anche a Mella-Oppido ( Cfr relazioni di scavo di L. Costamagna e P. Visonà 1999 R.; Agostino 2001).

   I centri urbani romani e medievali delle Saline mostrano, infatti, un forte legame con l’insediamento italico: le due città che si succedono nell’ambito della storia della regione (Tauriana e S. Agata-Oppido) costituiscono sostanzialmente  i due  veri poli di quell’asse che sembra essere stato l’elemento portante dell’organizzazione italica del territorio.
   Non è questa la sede per osservare quale sia stata la parabola di ascesa e/o di decadenza di Tauriana e di S.Agata/Oppido. Preme invece  restringere lo sguardo sulla reale collocazione geografica  della Turma delle Saline e alla portata che occorre realmente  attribuire  alla sua denominazione.
 
   In effetti il toponimo “Saline” continua  ad apparire anche dopo l’età bizantina nell’espressione Vallis Salinarum”  (all ‘ inizio della dominazione  normanna di questo esteso comprensorio), addirittura  a volte  come toponimo specifico di un insediamento abitativo strettamente delimitato, come nel caso del villaggio, collocabile probabilmente ai margini  dell’omonima zona di cui scrive E. Pontieri (”Tra i Normanni dell’Italia Meridionale” 1964,pp. 157, 181). Ciò tuttavia non ne spiega fino in fondo i limiti e i caratteri almeno essenziali.

 
    Le prime notizie attingibili dalla Cronaca del Malaterra sembrano avvalorare l’idea della  “turma” delle Saline come comprensorio assai esteso, almeno dall’altuura su cui sorge l’odierna Nicotera, a nord, fino al promontorio che sovrasta Palmi, a sud; mentre ad est e ad ovest i confini naturali sarebbero stati  rispettivamente  i contrafforti dell’Aspromonte e il Tirreno. Un territorio, dunque, molto ampio, attraversato da nord a sud dalla via Popilia, strada maestra per il collegamento romano di Hipponion con Rhegion e da ovest a est da una serie di strade “istmiche”, che, oltrepassando l’Aspromonte, collegavano le “Saline” con  Gerace o Locri, ormai ampiamente documentate anche dalla ricerca archeologica ( “Via Magna de Fella”; “Limina”; “Serro di Tavola”).
 
    La stessa Cronaca del Malaterra, tuttavia, dopo aver fatto immaginare  nelle sue prime battute dei confini molto estesi per la Valle delle Saline,  nel prosieguo della sua narrazione, restringe il bacino al cuore geoorografico dell’attuale Piana di Gioia Tauro, addirittura  al bacino dell’attuale Petrace, che con i suoi numerosi affluenti di tipo torrentizio, descrive un territorio difficilmente configurabile come una “Piana” o una “Valle”  propriamente dette.

    Qui ci soccorrono le acutissime osservazioni di Domenico Minuto (in “Polis”, Studi interdisciplinari sul mondo antico, a cura di F. Costabile;vol II, pp.324-328). Più che una valle in senso stretto – osserva il Minuto,riprendendo le note di Andrè Guillou  – il Malaterra usa l’espressione “Vallis Salinarum”  per tradurre l’espressione bizantina di “eparchia”: infatti – continua lo studioso -:” quando si affacciarono i Normanni su questo comprensorio essa era… un’eparchia, cioè un’importante sezione di amministrazione territoriale corrispondente alla provincia o al distretto. E la chiamo ‘Vallis’ perché la vide giustamente come una proiezione della storia siciliana, necessariamente imbevuta anche di cultura araba…peraltro l’arabico ‘Waliah’ significa appunto  territorio, giurisdizione”.

   L’osservazione  del prof.Minuto, grande studioso di acutissime intuizioni , è stata spesso trascurata o, peggio, ignorata, ma varrebbe la pena riprenderla con attenzione se veramente si vuole ricostruire la fisionomia storica vera dell’attuale  Piana di Gioia Tauro, senza trascurarne peraltro l’eredità araba sia a livello glottologico sia a livello toponomastico ( il “caso” “Mella” è emblematico in tal senso…).

mercoledì 15 novembre 2023

CARMELO FILOCAMO, GIANNI CARTERI, WALTER PEDULLA' E SAVERIO STRATI ( di Gianni Carteri e Bruno Demasi )

    Ho ritrovato  con emozione  una lettera scrittami  a suo tempo da Gianni Carteri alla quale egli allegava il  dono di  una sua bella  pagina inedita  sulla figura e la poesia di Carmelo Filocamo, da pubblicare sul mio blog.  Una lettera che però volutamente riposi in un cassetto delle mie memorie essendo nel frattempo intervenuta   la prematura scomparsa di Gianni e che oggi  riprendo perchè  doverosamente voglio in un colpo solo ricordare  due grandissimi amici che hanno  ormai lasciato il palcoscenico  di questo mondo e la scena letteraria di quella Locride gentile che tanto ha dato alla cultura italiana del Novecento: Carmelo Filocamo, figlio del grande  poeta dialettale sidernese Salvatore Filocamo, che io conobbi quando era preside all' I.T.T. di Gioiosa Ionica , e Gianni Carteri di Bovalino,  studioso, giornalista e saggista,  da me conosciuto  nella trincea della scuola media di  Platì durante una sessione d'esami.
 Insieme a loro appaiono qui altri due grandi:Walter Pedullà e Saverio Strati che in questa pagina di Carteri,  e  con la mia complicità, parlano in modo indiretto e quasi sommesso, loro che hanno inciso nella vita culturale della Calabria e della nostra nazione  in maniera determinante.
  Il saggio di Gianni che di seguito mi onoro di pubblicare ( inframettendo  in corsivo alcune mie annotazioni) è dedicato a Carmelo Filocamo, ma è  anche dedicato   a tutti i Calabresi che non sanno ancora cosa significa essere veramente Calabresi  "capaci di non vergognarsi  di esserlo..."   (Bruno Demasi)
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  Apprezzato da Calvino per i suoi “prodigiosi anagrammi”. Allievo di Giacomo Debenedetti, amico di Saverio Strati e Walter Pedullà. Un intellettuale gentile. Ho incontrato Carmelo Filocamo due giorni prima che morisse, in un piovoso e ventoso novembre, all’Ospedale di Locri. Nella stanza di Paolo Ientile , primario della medicina generale che alle sette del mattino aveva già iniziato , come sempre, il ” giro” tra i suoi malati , il fidato caposala Enzo Fazzolari riempiva del mio sangue le provette per un’indagine più accurata del mio stato di salute.
   Paolo, entrando , era più teso del solito e mi accompagnò nella stanza dov’era ricoverato da alcuni giorni quell’intellettuale finissimo ed educatore di altissimo profilo che è stato “Il Preside” Carmelo Filocamo.
   Era assopito e respirava con difficoltà e sofferenza. Sua moglie, la professoressa di matematica Maria Gelsomino nel mio vecchio Liceo Classico di Locri, si avvicinò e mi salutò con il garbo e la dolcezza di sempre. Le chiesi scusa per non averla subito riconosciuta, alquanto sconvolto nel vedere un mio grande maestro al termine dei suoi giorni. “Carmelo l’ha sempre voluta bene e la stimava tanto“.
   Più tardi , mentre mi preparavo a tornare casa, ho rivisto il Preside su una sedia a rotelle pronto per un ulteriore controllo. Mi avvicinai e lo trovai più disteso. Mi guardò con i suoi occhi straordinariamente pieni di bontà e abbozzò un sorriso , mentre un raggio di sole gli illuminò per qualche istante il viso stanco e di un lucore inusuale. Gli strinsi a lungo le mani e lui continuava a fissarmi intensamente. Lo accarezzai per l’ultima volta e mi accorsi che a suo modo si congedava da me con una straordinaria serenità e forza d’animo.

   Qualche anno fa mi aveva inviato alcuni suoi scritti che custodisco come un tesoro ,accompagnati da una breve lettera scritta nel margine alto della rivista “Il Ponte” e che mi piace riportare:  “ Caro Gianni, ti aspetto a Locri, uno di questi giorni. Telefona. Complimenti per tutte le tue cose, compreso il saggio narrativo ( alla Gogol?…) Ti saluto cordialmente . Carmelo Filocamo.” 

   La rivista di politica economica e cultura fondata  oltre settanta anni fa da Piero Calamandrei, nel numero di ottobre 2000 , conteneva un suo saggio dedicato a Saverio Strati , l’aspirante scrittore.
   E’ certamente tra le cose più belle scritte dal  preside Filocamo, una “testimonianza “, come lui amava definirla con la modestia di sempre, che riporta indietro di quasi sessanta anni  e che racchiude il senso di un’amicizia solida e feconda tra Carmelo Filocamo , Saverio Strati e Walter Pedullà, nata nell’Università di Messina, dove in quegli anni era libero docente di Letteratura italiana Giacomo Debenedetti, “ figura centrale insieme anomala, inafferrabile, inquieta “del Novecento italiano, per usare le parole di Alfonso Berardinelli, curatore dei suoi Saggi. 
    “ Ricordo ancora quel pomeriggio di primavera di quasi cinquant’anni fa - scrive Filocamo -, era il 1951 0 ’52, quando , seduti su una panchina di Villa Mazzini , a Messina, Saverio mi fece leggere i suoi primi racconti. Ne fui immediatamente colpito: erano straordinari, sia per il linguaggio, un italiano incerto e approssimativo, misto di espressioni dialettali, che tuttavia riusciva a rendere in modo efficace - fuori da ogni schema scolastico o schermo letterario – la parlata popolare; sia per la costruzione dei personaggi, veri , autentici , e non inventati; sia per la struttura dell’impianto narrativo, solo apparentemente distaccato e casuale, ma saldamente dominato dalla vigile, anche se sapientemente dissimulata, presenza dell’autore.
    E sento ancora nelle orecchie la parolaccia , appena sussurrata ma chiaramente intelligibile, con cui Saverio mi apostrofò, tra i banchi dell’aula universitaria, qualche giorno dopo, quando il professore Debenedetti, del quale eravamo allievi , diede inizio alla sua lezione con queste parole : “Avevamo tra noi uno scrittore e non lo sapevamo”. Si, perché a sua insaputa, anzi contravvenendo a un suo preciso divieto, avevo dato quei racconti, dopo averli battuti a macchina, al professore. Il quale confermava , col suo autorevole avallo, le mie prime impressioni . (…)
   Cominciò così l’avventura letteraria di Saverio Strati, il cui iter iniziale è fedelmente registrato- nel suo quasi frenetico fervore creativo, nei momenti di esaltazione e nelle sue rare pause di scoramento, in un gruzzolo di lettere , dal novembre 1951 alla primavera del 1962 , che io conservo come un tesoro .”
(B.D.)


  ... Me le lesse tutte queste lettere Carmelo Filocamo, in un pomeriggio di venti anni fa quando andai a trovarlo per intervistarlo sulla situazione drammatica della Locride. Scivolammo subito nella letteratura ed ancora mi risuona la sua voce rauca , potente ed emozionata che mi faceva ascoltare il suo tesoro nascosto .
    Ecco uno stralcio tratto da lettera datata 13 ottobre 1953 :
  “ Ti parlo della mia vita fiorentina. Studio . Vado alla biblioteca alle nove, studio fino alle 12,30; poi mangio ; e ritorno alle tre e lavoro fino alle 19,30. Questa è quasi la vita d’ogni giorno. Però alle volte sono preso dalle mie cose, e mando all’altro mondo pure Dio, oltre che la scuola. Ho finito la Deda. Ora sono contento. Sto riscrivendo i racconti dell’anno passato e come mi viene uno nuovo non tralascio a esternarlo. ( …) Leggi i miei ultimi racconti e dimmi che ne pensi. Bada che li voglio al più presto, perché li ho scritti e non li ho riletti, in gran parte. Ne sento , specialmente in questi giorni , il bisogno di leggerli .”
   Ricordo ancora l’intensa emozione del Preside quando mi lesse quella che a suo giudizio era la più bella lettera del mazzo, sintesi della poetica dell’amico Strati, che gli rivela tutto il suo mondo , i suoi personaggi , gli scenari dei suoi futuri romanzi. E’ datata 25 marzo 1954:

“ Mio caro Carmelo- non è passato un mese, né un giorno stavolta , per rispondere alla tua lettera. Poche ore fa l’ho ricevuta ed ora ti scrivo. So che mi conoscete abbastanza bene, ma non del tutto. Ti assicuro, non del tutto. Né sono soltanto quel Saverio della “ Marchesina” e della “Rigalia” e della “Quercia”. Ma c’è dell’altro, assai più bello ed interessante che nessuno di voi ha letto e chissà quando leggerete. E dell’altro che scrivo di giorno in giorno, con la stessa serenità di prima, ma con altra praticità. Carmelo , vent’anni passati con la zappa nelle mani e la cazzuola e la falce , e le sofferenze , non si cancellano così.(…) 
 
    In un'altra pagina che sembra il corollario di questa lettera, e  che tutti dovremmo conoscere e tenere a mente,  Saverio Strati aveva scritto :" La nostra Calabria, i nostri contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni grado, di ogni condizione, sono dentro di me.  E parlo con essi , per delle ore , per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono , con un parto doloroso. Gli ambienti” intellettuali” puzzano al mio naso. Puzzano! E ne sono inorridito, se ci entro . E ogni giorno che passa mi accorgo che quelli che parlano di contadini ed operai , per aver letto libri, per aver sentito parlare, dicono delle fesserie. Per conoscere i contadini bisogna essere stati contadini, e non costruirli ,come si vuole. Bisogna avere l’animo dei contadini. Bisogna avere quella loro religione, quella loro logica, quel loro senso pratico. Ed io ce l’ho. E non perché l’abbia letto su Gramsci, tanto per dire, o su Lenin o su Tolstoi, ma perché io sono quello stesso che fa la gara nella “ Rigalia” . E di quante cose dovrei parlare ... E quanti massari e massaie e pastori e pastore , e muratori e calzolai e ragazzi e ragazze scalzi e nudi sono dentro di me. E non li vado scavando con la zappetta, ma vengono essi e si offrono e mi dicono : “ Ed ora tocca a me. A me : “ A momenti temo che finisca prima che possa dire tutto. Ma se vivrò ancora vent’anni, vedrai che saprà fare lo zappatore della “ Rigalia” E non mi fa paura il lavoro, chè i miei muscoli sono ben forti . Ho scritto di getto: non so cosa abbia detto. Tu mi scuserai.” (B.D.)

   Il commento di Carmelo Filocamo a questa lettera rivela lo “spessore intellettuale d’oceanico profilo, l’alta cattedra di moralità”, per usare le parole di Pasquino Crupi nel giorno dei suoi funerali. : “In questa confessione c’è tutto Strati. E forse in nessun altro scrittore calabrese , come in te , è riuscito a rispecchiarsi un popolo con il suo millenario fardello di dolori , di sofferenze, di umiliazioni , di speranze; nessun altro ha saputo, come te , dar voce agli anonimi protagonisti di una storia scritta col sangue e con le lacrime di infinite generazioni di schiavi, di “ anime morte” , che- nelle tue pagine – vengono faticosamente alla luce, con la stessa fatica con cui affiorano alla coscienza le oscure forze dell’essere che sono all’origine della vita. “ 
 
     In quell’interminabile pomeriggio, Filocamo mi parlò a lungo del suo maestro Giacomo Debenedetti “un professore che raccontava la letteratura come un narratore racconta la vita”. Erano anni magici per l’Università di Messina. Oltre a Debenedetti insegnavano Santo Mazzarino, il filosofo Galvano Della Volpe, lo storico Giorgio Spini, il geografo Lucio Gambi e Salvatore Pugliatti , il Rettore dell’Università , giurista di fama internazionale ed eccellente musicologo che aveva la cattedra di Storia della musica.
   I ricordi di Carmelo Filocamo si intrecciano con quelli di Walter Pedullà, fissati nel bel saggio “Il Novecento segreto di Giacomo Debenedetti “ ( Rizzoli) : “ Ho visto per la prima volta Debenedetti nel gennaio del 1951. Ventenne, ero con un coetaneo, Carmelo Filocamo- più tardi noto come enigmista con lo pseudonimo di Fra Diavolo, con cui lo segnalò Italo Calvino – e con Saverio Strati, che aveva “ scoperto “ il professore torinese. Da allora fummo inseparabili come amici e come allievi di Debenedetti, che , cosciente delle nostre non floride condizioni , ci invitò più di una volta a pranzo o a cena. Le sue porzioni erano così piccole che , per adeguarci , mangiavamo così poco da doverci poi sfamare con un panino .(…) Durante ilo pranzo faceva quasi da spettatore, assaggiando un filetto di carne che veniva affumicato dalla sua interminabile serie di sigarette. (…) A noi dialettali di Calabria e Sicilia faceva impressione per esempio che il suo italiano avesse tanti vocaboli in disuso che funzionavano tanto bene sull’attualità: come se dovesse recuperare tesori perduti .“ Carmelo Filocamo, che veniva dal popolo, con le sue lezioni private si manteneva agli studi ed aiutava gli altri fratelli a studiare. Ha ragione Pasquino Crupi nel rilevare che “il dovere etico lo costrinse a restare in Calabria”, nonostante Debenedetti lo volesse accanto come suo assistente a Roma. Non c’è posto a Messina. Evidenti i motivi politici del siluramento . I suoi allievi prediletti hanno le idee chiare e cosi scrivono al loro professore : “ Sulle cause del provvedimento avremo occasione di discutere al nostro prossimo incontro. Hanno collaborato in egual misura l’anticomunismo di tutti i membri del Consiglio di facoltà; l’invidia di queste mezze figure della cultura, che non possono perdonarle di aver fatto capire agli studenti quanto poco degnamente essi occupano una cattedra universitaria.”

   Il professore, che attirava i suoi studenti come il magico pifferaio, sente la necessità di tranquillizzarli ed in una lettera a Carmelo Filocamo, datata 10 giugno 1958, scrive tra l’altro : “ Si tratta di un’acqua in cui non si immergono due volte le mani . La facoltà di Roma mi ha affidato l’insegnamento della Letteratura Italiana moderna e contemporanea. E’ il posto che Ungaretti lascia quest’anno per limiti d’età. Da parte dei miei amici la lotta non è stata facile; ma , insomma , ce l’hanno fatta.”
   In molti hanno imparato dal professore di origini ebree che cos’è la letteratura contemporanea, ma ciò – evidenzia Pedullà- non è bastato perché lo si giudicasse degno della cattedra. E’ andata invece a professori che , rispetto a lui, erano pigri diffusori di banalità accademiche
( B.D.)

   La grande passione di Carmelo Filocamo fu l’enigmistica e gli anagrammi. In una lettera di Italo Calvino a Giampaolo Dossena, esperto di enigmistica su “ Tuttolibri “, si legge ” Caro Dossena , gli anagrammi di Fra Diavolo sono prodigiosi ! Una cosa veramente straordinaria. Mai visto niente così spiritoso in così gran copia. Questo Fra Diavolo è un genio . “
   Il Preside mi diede la sua spiegazione con l’umiltà che lo contraddistingueva leggendomi sprazzi di un suo articolo sul “ Il labirinto”:” Tra gli anagrammi di cui parla Dossena c’era anche quello del nome dello scrittore ( il vanto laico), che indubbiamente sarà piaciuto all’autore del Castello dei destini incrociati.”
   Tra le lettere di Calvino a Elsa de Giorgi , con la quale lo scrittore ebbe una giovanile storia d’amour fou, compare più volte l’espressione “caro raggio di sole”; “ l’aver visto rifatto, a distanza di tanti anni, per gioco, da uno sconosciuto enigmista , lo stesso anagramma , può avergli fatto ricordare, magari con un sorriso a dissimulare il trasalimento del cuore, anni lontani e ormai dimenticati. Nulla più che un incontro fortuito in quel “ castello dei destini incrociati” che è la vita, una vista segnata, soprattutto, dalle parole e dai messaggi, tutti da decifrare, che esse ci consegnano. E’ solo un’ipotesi. Ma un’ipotesi affascinante e forse non lontana dal vero .“
   Si illuminò in viso quando ricordò un suo epi-anagramma, dedicato in anni lontani a Geno Pampaloni , accomunandolo ad un altro grande scrittore , Paolo Volponi, anch’egli tra gli olivettiani del Movimento di Comunità . 

Gianni Carteri

venerdì 10 novembre 2023

Mémoires 12: A CACCIA DI CENTENARI A OPPIDO E DINTORNI (di Rocco Liberti)

   Si conclude con questa XII tranche di Mémoires un ciclo di ricordi, in gran parte diretti, di Rocco Liberti che ci hanno restituito, viva e palpitante, la realtà sociale e civile di Oppido e dell’Aspromonte per un largo periodo di tempo, almeno dalla vigilia dell’ultimo conflitto mondiale fino ai nostri giorni. In quest’ultima pagina riaffiora però ,almeno inizialmente, il mestiere raffinato dello storico che ci offre uno spaccato demografico di questa città estremamente attento, partendo dall’antica Oppido per arrivare alla situazione attuale. C’è un’accurata analisi della popolazione in termini numerici e onomastici che ci offre dei dati davvero soprendenti, ma soprattutto, e sia pure in modo indiretto, una disamina dei flussi demografici che via via si sono registrati nel tempo e delle condizioni di vita della gente esposta in grandissima parte a miserie e mali di ogni genere dei quali l’elevatissima mortalità infantile unita alla breve durata media della vita era uno dei più eloquenti sintomi.
   Nella seconda parte di questo lavoro conclusivo ritorna però l’onda dei ricordi personali dell’Autore che ci offre altre preziose suggestioni sul passato recente e meno recente di questo Territorio mediante l’enumerazione delle persone centenarie che qui hanno vissuto tra il Novecento e questo secolo. L’Autore anche in questo caso ci offre una vera lezione di storia e di antropologia indiretta che esula dai trionfalismi beceri con cui i TG di tanto in tanto “scovano” improbabili “ paesi di centenari”, ma realisticamente indaga l’humus sociale e culturale di certi epifenomeni.
    Un grazie  generalizzato  a Rocco Liberti per questa e per le altre testimonianze dirette di cui ci ha fatto dono aprendo a noi tutti il suo armadio più ricco e personale, quello dei suoi ricordi.
(Bruno Demasi).
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     L’interesse generatosi di recente sulla persistenza in una fascia aspromontana di persone longeve, che hanno raggiunto se non varcato addirittura il secolo, mi ha invogliato a intraprendere una ricerca sulla popolazione vissuta sia nella distrutta che nella ricostruita Oppido, quindi nell’arco di circa due secoli e mezzo, ma i frutti sono stati scarsi. Se al giorno d’oggi, considerati svariati fattori, l’esistenza si è protratta di parecchio, non si è verificato così per il passato e a sfogliare i registri delle due parrocchie, si ha netta la sensazione che per la massima parte si giungeva al termine in giovane età. Le lunghe teorie di “parvulus” e “parvula” cioè prematuri o di quelli estinti in ragione di giorni oppure di mesi che vi si perpetua purtroppo pressoché giornalmente fa venire i brividi a pensare come la gente dovesse arrabattarsi per combattere i malanni che regolarmente l’attanagliavano. Gli antidoti allora erano pochini e totalmente empirici. Lo studio della moderna farmacopea era veramente di là da affacciarsi e i casi di lunga durata, quali quello di Leonardo Barbaro, zorgunadese domiciliato a Messignadi morto nel 1825 a 113 anni, rappresentano proprio casi limite[1]. In verità, in sommo grado si avvisava primariamente la necessità di come sbarcare il lunario. Il reddito di cittadinanza è un’astuta invenzione di noi posteri. 

    Per il mio impegno sono partito con l’anno 1763, il primo apparentemente completo anche se distinto per le due circoscrizioni della Cattedrale e dell’Abazia. Naturalmente, non faccio differenziazioni di sorta e tratto i dati nella loro globalità. Nella sede atterrata dal terremoto del 1783, appaiono presenti i ceppi Allocco, Arcaro, Ascrizzi, Bandera, Barbaro, Bellocco, Berlingò, Blando, Cammareri, Cananzi, Candiloro, Capitò, Capone, Caridi, Carlino, Carserà, Chiliverto, Chirchiglia, Chirilli, Colagiuri, Corica, Cosmo, De Giustra, De Marte, Diliperto, Farinella, Fasano, Fossare, Furfari, Gaglianò, Galluzzo, Gargiuli, Genoese. Gentile, Germanò, Giofrè, Girardis, Greco, Inga, Lacava, Lauria, Lembo, Lentini, Lopiano, Lucà, Mangano, Matalone, Mazza, Migliorini, Molluso, Murabito, Musicò, Olivieri, Palermo, Pantatello, Papasergi, Paschalino, Petrantonio, Pignataro, Pistelli (era solo Francesco a. 23, di Lucca, che “fungebatur officium Familiaris” del vescovo Vita), Potitò, Priolo, Ramondo, Ripepe, Rijtano, Romeo, Russo, Sorace, Tornatola, Tripodi, Tropeano, Vita (Si tratta soltanto del vescovo Leoluca Vita forestiero, a. 59), Veneziano, Zillino. Un caso di morte violenta (Vincenzo Carserà era stato “vulneratus ictu cultri”).

    Nel 1763 la maggiore età, 74 si segnala per una donna (Nunziata Genoese). Altrettanto in riguardo ai maschi. Si evidenzia appena una persona di 64 anni (Pietro Romano). In totale figurano 57 maschi (=m.) e 51 femmine (=f.). Si rimarcano partitamente come segue: da 70 a 74 (f. 4), da 60 a 64 (m. 3, f. 3), da 50 a 55 (m. 1, f. 2), 47 (m. 1), da 30 a 39 (m. 3, f. 3), da 26 a 29 (m.1, f. 2), da 1 a 12 mesi (22. f. 23),12 (m. 3, f. 1), 11 (m. 2), a. da 6 a 10 (m. 2, f. 3), a. da 1 a 5 (m. 13, f. 12), di pochi giorni (m. 1, f. 7), parvuli (7), parvulae (5). In attinenza alle annate anteriori e a quelle susseguenti è dato rilevare un trapassato di a. 80 c. (è detto octuagenarius) nel 1749 (Francesco Carlino), altro di 88 nel 1766 (Francesco Furfari) e una di 90 nel 1771 (Caterina Macrì).

    Avrei voluto scandagliare a ridosso del 1783, quel funesto anno in cui si è registrata la fine dell’antica Oppido per il Grande Flagello, ma, com’è naturale, i libri parrocchiali mostrano grosse lacune. In aggiunta ai decessi a causa dello sconquasso tellurico, in successione si sono sviluppate diverse epidemie che hanno fatto il resto. Posso offrire un saggio per il 1785 limitatamente ai registri della parrocchia dell’Abazia. È un anno in cui gli Oppidesi forse in buona parte persistevano nel vecchio insediamento. Starebbero a dimostrarlo le sepolture nelle dirute chiese di qualche antico convento. Vi si rilevano le seguenti indicazioni (f.=femmine, m=maschi): a. 60 (f. 1), 50 (m .1, f. 1), a. 40 (m. 1), a. 38 (f.1), a. 35 (m. 1), a. 30 (m.1), a. 24 (f. 19, a. 20 (2), a. 11 (f. 1), a. 8 (f. 19), a. m. 8 (1), di vari mesi (m.2, f. 1), di giorni (m. 3, f. 2).

    E veniamo al nuovo secolo, quando ormai il trasferimento in contrada Tuba potrebbe essere stato ultimato. È il 1805 e la vita non deve scorrere davvero in maniera idilliaca. Dei 25 defunti registrati 16 sono maschi, 9 femmine e la più longeva è una Gangemi, che raggiunge gli 80 anni. Seguono un maschio di 69 anni e una femmina da 60. Si avvertono appresso 3 m. dai 41 ai 50, dai 31 ai 40 (4 m., f. 1), dai 21 ai 30 (2 m., 1 f.), dagli 11 ai 20 (2 m.), da 1 a 10 (3 m., 3 f.). Un bambino è “espositus … in tugurio”, la donna di 60 a. “in tugurio pauperum”. Si viveva chiaramente in grande stato di bisogno e all’autoctona comunanza era venuta ad aggiungersene altra in cerca di fortuna o di lavoro oriunda da altri lidi. Un Tripodi arrivava da Pellegrina e per un Fafasuli, anche se non indicato, è lampante la provenienza dalla zona di Africo. È noto che in occasione della ricostruzione di Oppido varie maestranze sono giunte dalla Sicilia, sommamente dal litorale ionico calabrese e dalle serre catanzaresi. Piminoro è stata inizialmente abitata da una gens spostatasi essenzialmente dalle cosiddette Prunare. Un particolare beccato nel registro in questione. Un fra Fortunato Gemma dava la benedizione ad un defunto, indizio inequivocabile della continuità di nuclei di monaci nella nuova realtà.

   Saltiamo ancora di quasi metà secolo e arriviamo al 1851 con la popolazione sicuramente dilatata di molto. Le famiglie forestiere si notano, e come: Palermo, Caristina, Sgrò, Colarco, Vadalà, Blefari, Sidari, Princi, Carbone, Fragomeni, Catarfamo, Todarello, Spatolisano, Militano, Ioculano, Luvarà ecc. In quella tornata sono stati annotati 33 defunti maschi e 36 femmine. In vetta d. Giuseppe Grillo, di nobile stirpe, a quota 96, seguito da due di 86 e 82. Le femmine hanno toccato gli 80 e i 70. I deceduti in minore età riescono un numero inferiore alle precedenti annate, segno certo di un avanzamento sociale e sanitario, come potremo constatare più avanti. Si potrebbe proseguire oltre, ma i risultati sono sempre gli stessi, per cui ci fermiamo ad annotare quanti hanno valicato i cento anni o vi si sono approssimati.

   A Oppido è stata da alquanto tempo sinonimo di longevità la famiglia Coco, non solo perché in molti esponenti si sono avvicinati al secolo, ma soprattutto perché uno di essi lo ha sormontato. Angelo, nato il 25 settembre 1884 è deceduto il 7 gennaio 1987, perciò ben 102 suonati e cantati. Io lo ricordo costantemente in buona forma, come d’altronde tanti altri dello stesso ceppo. Saveria nel 1991 (n. 1894) si è fatta i suoi 97 ugualmente come M. Rosa (1878-1985), Francesca (1882-1985) si è guadagnata i suoi 95 come Domenico Antonio (1891-1986). Una sostanziosa incidenza di ultracentenari la registriamo per l’epoca attuale, anche se per lo più concerne individui residenti nelle Frazioni Messignadi, Piminoro e Castellace. La palma spetta comunque a Maria Antonia Vaccari, proveniente da Delianuova, che a Oppido nel 2019 è pervenuta quasi ai 106 anni (15-6-1913/17-5-2019). A ruota c’è Mariangiola Pignataro con 103 (4-12-1908/15-1-2012). Eccone ora una sfilza di 101: Mammone Giuseppe (1908-2019), Managò Maria Rosa(1919-2020), Pardo Vincenzo (1920- 2022), Longo Rocco (1920-2022). A 100 si trovano Molluso Annunziata (1870-1971), Iaria Natalina (1918-2019), Punteri Caterina (1922-1922), Barca Vincenza (1920-2020), Campisi Maria (+2023) e Barillaro Caterina (1920-2021). Ha superato i 102 la vivente Grillo Clementina (n. 22-4-1921), mentre ha toccato i 101 Francesca Pisani. Auguriamo loro un lungo proseguimento. Negli ultimi tempi i nonagenari non sono mancati e tra 1921 e 1978, nella sola Oppido (escludendo anche Tresilico), ne abbiamo rilevati almeno 35. Si avvertono 15 uomini con la palma a Strangio Andrea nel 1955 (a. 95) e 20 donne con maggiore età, 96, a Orlando Annunziata.
Rocco Liberti

[1] Rocco Liberti, Un record di lunga vita a Messignadi nell’800, Corriere della Piana, a. 3020. N. 85, p. 32.

sabato 28 ottobre 2023

Mèmoires 11: Commercio e arte: “ ‘MARFITANI” E “SERRISI” A OPPIDO NUOVA (di Rocco Liberti)

      Stavolta lo sguardo attentissimo di Rocco Liberti torna sull’intenso lavorìo che si registrava nella nuova Oppido appena sorta dopo il sisma del 1783 e l’abbandono dell’antico abitato medievale. Una città nascente  funestata da mille problemi e da mille malattie, una popolazione decimata non solo dalla violenza del terremoto, ma  anche da nuovi stenti e costituita in grandissima parte da un mondo contadino tenace e intraprendente “cui si ponevano in contraltare - come afferma giustamente l'Autore - i nobili o i cosiddetti civili, i quali scarsamente potevano incidere sul progresso sociale e lavorativo”. Proprio da questo strano binomio sociale che escludeva una vera classe intermedia borghese, sia pure in embrione, ma soprattutto l’elemento mercantile e quello artigianale, che da sempre costituiscono i motori della ripresa economica e sociale, si determina per Oppido l’arrivo di una immigrazione intelligente e attiva che presto, in simbiosi con l’elemento autoctono più capace e aperto, va a costituire il nuovo polmone economico, culturale e artistico della città. Un'immigrazione incoraggiata e aiutata in ogni modo dai responsabili civili e religiosi del tempo che si rivelavano molto illuminati nonostante il degrado in cui si trovavano ad operare.
     Rocco Liberti ancora una volta, innestando i suoi ricordi personali sulle notizie da lui accuratamente reperite e studiate, riesce a comporre  altre  pagine inedite di rara suggestione restituendoci con la freschezza della loro vita operosa volti , personaggi e nomi che rischiavano di cadere per sempre nell’ oblìo della pigra memoria dei nostri paesi. Gliene siamo tutti  davvero grati
(Bruno Demasi).

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   Il vetusto centro di Oppido, per otto secoli baluardo civile ed ecclesiastico nelle terre della Piana di Terranova, esauritosi per effetto del disastroso fenomeno sismico del 5 febbraio 1783, ha trovato sollecito ripristino per intervento del governo borbonico in zona pianeggiante e meno soggetta a rivolgimenti tellurici di somma imponenza, la contrada Tuba. Ma, per le raccogliticce persone, che vi hanno avuto ricetto, non è che l’avvenire si sia offerto nell’immediato rose e fiori. La vita era in continuo divenire e nella città di legno gli stenti e le privazioni la facevano da padroni. Peraltro, non mancavano incendi, malattie e ulteriori calamità. Era più che naturale! Il vescovo Tommasini in una relazione del 1795, nella quale rendeva presenti appena 864 abitanti, così scriveva nel merito: «La sperienza di anni diece di abitazione in Baracche di tavole sopra un suolo naturalmente umido, e sotto un cielo di aria poco salubre fece vedere il discapito notabile della popolazione, e recò la mortalità di tanti ragazzi, che come corpi teneri, e men capaci di resistere alle impressioni della umidità, vi soccombono... L’aria da giugno sino alla caduta delle nevi si sperimenta poco salubre, e cagiona delle epidemiche febri terzanarie con continuate recidive per tutto l’autunno accompagnate da ostruzioni viscerali». In verità, non erano solo i ragazzi a soccombere, anche gli adulti, per cui in breve il nerbo della popolazione si trovava ormai a essere costituito in prevalenza da contadini, cui si ponevano in contraltare i nobili o i cosiddetti civili, i quali scarsamente potevano incidere sul progresso sociale e lavorativo. Sarà stata sicuramente la congiuntura a invogliare sin dall’inizio individui forestieri a trasferirsi nella nuova realtà. In un’entità ancora da costruire di certo c’era bisogno di molte cose. Così può spiegarsi infatti l’accorrere di tempo in tempo di nuclei familiari di diversa estrazione e residenza, in maggioranza artigiani, il ceto che proprio allora era venuto a difettare. A parte isolati episodi, i nuovi arrivi si sono incanalati in quattro qualificate direttrici: Amalfi, le Serre Catanzaresi, il litorale ionico, la Sicilia. 

    Da Amalfi, a quel che risulta dai documenti ufficiali, si sarebbero condotte a Oppido in modo sostanziale cinque famiglie, davvero poche ma sufficienti a risollevare il commercio in primo luogo per quanto riguardava il genere annonario. Non per niente, la pasta, i famosi macaroni o maccaroni, era importata dal territorio campano. A portarsi inizialmente in paese è stata quella dei Cafiero, cui hanno tenuto dietro i De Lieto, i Carrano, i Pastore e i Savo. Ai Pastore, quando sono intervenuti i Savo, si è affibbiato il nomignolo di marinari vecchi, mentre ai Savo, più che logico, è toccato quello di marinari novi. Quand’ero bambino, a seconda delle commissioni, s’indicava: vai ‘ndo marinaru vecchiu oppure vai ‘ndo marinaru novu. L’amico Totò Savo, buonanima, mi ricordava sempre che quand’era piccolo mia nonna lo apostrofava scherzosamente marinareju

    Il primo dei Cafiero a pervenire a Oppido è stato sin dal 1835 circa Ferdinando, nato ad Amalfi e di professione cafettiere. Marito a Maddalena Paolillo, è morto nel 1858 a 64 anni di età. Da lui si sono originati elementi che hanno allacciato rapporti con Marino, Lentini, Zappia, Violi, Demeo, Longo. L’ultima rappresentante rinvenuta negli atti d’archivio è Cristina +1941, che nel 1891 si era unita ad Alfonso Zappia. C’è stata una nutrita progressione di Ferdinando, ma sono tutti deceduti in tenera età. Il nome del progenitore non ha portato loro fortuna. Rammento delle sorelle Cafiero, notoriamente i Cafèri, che nel loro forno di via A. M. Curcio a fronte del palazzo vescovile producevano un tipo di pane alquanto richiesto, ‘u pani di’ Cafèri

   Da Amalfi è giunta altresì la coppia Fortunato De Lieto e Giacoma Gambardella. Fortunato, pastaiuolo, come i figli Gabriele (n. Atrani) e Giovanni (n. Amalfi), era domiciliato in via Fucine l’odierna via Coppola, dove è morto nel 1882 alla bella età di 94 anni. In seconde nozze era convolato con altra amalfitana, Raffaela Gargano. La figlia Maria Antonia qualificata possidente, sposata a Francesco Anastasio, è morta nel 1899 a 91 a. L’ultimo della famiglia a lasciare questo mondo è stato Gabriele nel 1906. Nelle ricordanze di noi posteri non n’è rimasta traccia. 

  Sempre da Amalfi ecco giungere i fratelli Carrano, Andrea e Teresa, entrambi consorti di elementi della famiglia Calardi abitanti del pari. La famiglia Carrano è tuttora presente a Oppido, anche se in parecchi sono emigrati in Australia e qualcuno anche nel nord-Italia (Torino, Faenza). Il marito di Teresa, Gennaro Calardi (+1882 a. 62) abitava in piazza Umberto e faceva anche lui il pastaiuolo. Andrea Carrano, ammogliato con Antonia Calardi, aveva avviato sulla via Mamerto oggi via Garibaldi casa Zappia un accorsato emporio di generi alimentari, che in successione sarà condotto dai figli Gennaro, Giuseppe, Luigi e Andrea. Quest’ultimo ha partecipato alla prima guerra mondiale ed è stato riconosciuto meritevole di medaglia di bronzo al valore. Nel 1925, per il 25° anniversario del Regno di Vittorio Emanuele III, il Comune lo inviava da assessore in rappresentanza a Roma. Durante le manifestazioni pubbliche a Oppido sfilava con la medaglia appesa al petto. 

   Il primo Andrea purtroppo ha fatto una triste fine essendo inopinatamente deceduto nel 1919 all’età di 64 anni. In quell’anno in Italia la fame la faceva da padrona e l’assalto a forni e negozi di generi alimentari era all’ordine del giorno. In Oppido, dopo le razzie operate nella piazza principale nel grande emporio dei Furci, detti i Parmisani in quanto oriundi da Palmi, la folla tumultuante si era avviata proprio lungo la via Mamerto, dove c’era il negozio dei Carrano. Il capo famiglia, temendo a ragione che quella massa inconsulta si approcciasse a ripetere l’azione, ha afferrato il fucile e si è messo a sparare non si sa bene se in aria o verso terra, la cosa più probabile. Dal fuggi fuggi generale è emerso che purtroppo una donna anziana era stata ferita a un piede. La poveretta è stata subito portata all’ospedale locale, ma dopo alcuni giorni purtroppo è inopinatamente deceduta. Il Carrano, ch’era stato arrestato, ha trascorso qualche mese in prigione, ma alla fine è stato liberato. Sarà stato il dispiacere per l’atto, la vergogna di essere stato relegato in carcere, fatto si è che a distanza di pochissimi giorni dal ritorno a casa veniva anche lui a morte. I Carrano hanno concluso relazioni matrimoniali con Barbaro, Polistena, Grillo, Calarco. 

    Il primo dei Pastore a essere presente in Oppido intorno al 1878 è stato Salvatore, che ha condotto in prime nozze Gaetana Coppola, indi M. Angela Gambardella. Di mestiere anche lui pastaiuolo e negoziante, è morto nel 1911 all’età di 79 anni. Di tre figli maschi è rimasto a Oppido soltanto Pasquale, nato ad Amalfi, che nel 1890, all’età di 27, ha preso in moglie M. Concetta Palaja. Purtroppo, alcuni anni dopo è venuto a morte. Intanto, nella vicina Santa Cristina si erano sistemati altri due fratelli. La madre ha preteso allora che Andrea nel 1895 rientrasse a Oppido e sposasse la vedova del fratello, come infatti è avvenuto. Tale condurrà un negozio di generi vari fin quasi alla fine, che è arrivata nel 1953. Dal matrimonio sono sortite alcune femmine che hanno annodato legami coniugali con esponenti delle casate Musicò e Muscari. L’unico figlio maschio è stato Salvatore nato nel 1896, avvocato e alto dirigente fascista. Ha assunto anche responsabilità di vice pretore. Un Pastore di Santa Cristina, Pasquale nel 1926 allaccerà vincoli nuziali a Oppido con una Savo, Raffaella, quindi un incrocio tra amalfitani. Il figlio di Salvatore, Andrea, svolge funzioni di giudice altrove. A Oppido c’è la sorella Concetta. 

   Dei Savo a comparire sulle prime a Oppido è stato Antonio, che ha sposato Antonia Gargano, amalfitana del pari ed è mancato nel 1953 a 61 anni. Dal matrimonio sono nate delle figlie femmine e due maschi, Andrea, medico, (n. 1913) che presto si è trasferito a Crotone e Antonio (n. 1924). Andrea, che abita fuori Oppido, è figlio di Antonio. Un’altra figlia si è unita a un Pezzimenti e si trova pur dessa fuori. Le figlie del primo Antonio si sono sposate con Caligiuri, Menghi e Frisina. Qualcuna è rimasta nubile. 

   L’immigrazione degli Amalfitani indubitabilmente promanava da Gioia Tauro, il paese cui hanno mirato financo dal 700 gli intraprendenti commercianti campani. A tutt’oggi vivono nel grosso centro numerose famiglie che insistono a esprimersi nel loro dialetto e con la cadenza usuale. A Oppido infatti nel primo novecento si sono installati i Corvino, Salvatore con la moglie Regina Scaglioso, già a Gioia, che hanno dato genesi a un esercizio di alimentari, che vantava una clientela di conto. Erano conosciuti appunto come i gioitàni o gioisàni. Quando vi s’indirizzava qualcuno gli si diceva: vai nd’o gioisànu: in pochi conoscevano o pronunziavano l’esatto cognome. I figli in frangente non molto lontano si sono trasferiti in altra regione. Una addirittura all’estero (Sudafrica). Don Salvatore, accanito sostenitore del partito dell’Uomo Qualunque, si recava sistematicamente in edicola ad acquistare il giornale emanato dallo stesso e ostentava la testata con l’omino sotto la pressa. A Oppido è stato l’ultimo adepto mentre mastro Beniamino è passato al Partito Nazionale Monarchico, per il quale si è dato appassionatamente un gran da fare anche da consigliere comunale. Dopo la seconda guerra mondiale sempre da Gioia vi è pervenuto con la famiglia il gelatiere Antonio Giocolano, ma non so dire se si trattasse di amalfitano. Con tale cognome ce ne sono in Campania, ma è più diffuso in territorio di Gela. Conservo particolare memoria di Michele, col quale eravamo perennemente in concorrenza per l’acquisto dei così chiamati giornaletti, i fumetti.
    Tra i nuclei che si sono mossi dal Serrese ne spiccano alcuni che hanno espresso artisti di grande impegno come gli Albano, i Barca e i Barillari. 
 
   I primi a partire dal Serrese sembrerebbero i componenti della famiglia Albano. Vitaliano, travagliatore, figlio di Francesco e Rosa Sandò, muore a Oppido nel 1813. Vincenzo, nato a Serra, barillaro, all’incirca nel 1824 si trasferisce nel prescelto domicilio, dove nel 1835 sposa Teresa Condò (†1880). Il fratello Gennaro, medesima attività, reca all'altare nel 1824 Francesca Chirchiglia. Dalla prima coppia si originano Marianna (1867 sp. Giuseppe Stillitano), Serafina (1873 sp. Graziano Morizzi), Maria Angela (1877 sp. Sebastiano Barca) e Salvatore, rinomato scultore, nato nel 1839 e morto a Firenze nel 1893. Questo ramo si estingue. Dalla seconda si hanno Antonio Maria (n. 1833, sp. Giovanna Pisano, †1900, statuario; da lui deriva Eugenio, artista del marmo (1866-1907) e Stefano. Da Stefano promana la discendenza in corso. Appartiene a questa altro Stefano, scultore, trapassato in giovane età nel 2003, autore della Via Crucis in legno della chiesa del Calvario di Oppido. L’occupazione condotta in buona parte dagli Albano ha fatto sì ch’essi sono rammentati come i barijàri cioè i barillari. A tal motivo talvolta capita di far confusione tra Albano e Barillaro. Una volta eravamo in piazzetta con un Albano. Questi a un dato punto si è sentito chiamare signor Barillaro. Siamo sbottati in una risata e al malcapitato abbiamo dovuto dare la necessaria spiegazione.

   Anche i Barca imparentati con gli Albano provengo- no da Serra San Bruno. Si principia con Sebastiano, cuci- niere, marito di Mariangiola Albano, tessitrice. N’è figlio lo scultore Concesso, che, nato nel 1877, ha concluso la sua vita a Bagno a Ripoli nel 1968. Sono suoi alquanti monumenti ai caduti eretti nei paesi della Piana di Gioia, compreso Oppido, ma in tante altre località. Concesso ha avuto una figlia maritata Gambini, che ha vissuto a Firenze. Nel 1967 ha inviato foto di opere dell’Albano in occasione di un apposito convegno-mostra. Poco prima si era trovata in visita in seguito all’intitolazione su mia iniziativa di due piazze cittadine al padre e al parente. 

   L’antesignano esponente della famiglia Zaffino a provenire dal Serrese è stato Salvatore, “travagliatore” ossia “fallegname” e marito di Vincenza de Lapa, che il 20 dicembre 1832 è stato rinvenuto morto unitamente al figlio Vincenzo marito di Teresa Pesce in contrada Petrulli. I due erano andati in montagna a lavorare il legname e pare che siano morti assiderati dal gran freddo. Il Registro del Comune a proposito segnala per ognuno “soffogato dalla neve nelle montagne”. Ha avuto lunga generazione in Oppido il figlio Raffaele (1806-1885), parimenti falegname che si è unito a Carmela Brunetta. Gli Zaffino hanno intrecciato parentele con membri dei Pezzimenti, Buda, Evangelista di Caulonia, Marino, Morabito, Lando, Nicoletta e Barillari
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  Raffaele è nato a Oppido nel 1806 ed è morto l’8-3-1885. Aveva sposato contro la volontà dei suoi il 10-2-1883 una contadina con la quale prima erasi unito more uxorio, Carmela Brunetta. Non era tanto consueta all’epoca che un mastro convolasse a nozze con una campagnola. La Brunetta era la stessa che, levatrice empirica, nel 1853 ha avuto affidato dal Decurionato oppidese l’incarico di Pia Ricevitrice dei fanciulli esposti. Appresso, forse anche perché aiutava le partorienti illegittime, accusata di dichiarare il falso, è stata privata dell’incarico e denunziata all’Autorità Giudiziaria. La denunzia, invero, era stata voluta da Pappalardo Maria Antonia, napoletana, levatrice diplomata assunta dal Comune. A onor del vero in appresso la Brunetta, nonostante l’età, è riuscita a diplomarsi regolarmente a Messina. 

   La famiglia Zaffino abitava a Oppido nella “strada li ferrari”, cioè la strada dei ferraiuoli, oggi via F. M. Coppola, esattamente nella casa tra il Monte dei Paschi di Siena e Giuseppe Zappia, dove un tempio Ciccio Ruffa lavorava lo stoccafisso. È stata venduta da mia nonna Giuseppa Zaffino nel 1944. Io la ricordo tutta sfondata e priva di tetto e della scala, proprio come era rimasta dopo il terremoto del 1908 e con i conseguenti danni apportati dai monelli di turno che spesso vi bivaccavano. Il prof. Antonio Musicò mi rammentava spesso di quando ragazzo assieme a tanti coetanei come Peppe ‘a Ruffa vi andava a giocare forzando la porta d’ingresso e come all’apparire di mio nonno Michele Cannatà scappassero tutti a perdifiato. 

   Anche i Barillari erano di Serra. Si può ricordare Salomone, a lungo portiere dell’Ospedale e ch’è stato per un gran periodo in America. Una sua sorella era moglie di Giuseppe Zaffino. Come si vede spesso incroci maritali intercorrevano tra ceppi di uguale provenienza. Rugiero, nato a Serra, artista del ferro, morrà a Oppido nel 1880 a 44 anni di età. Un Michele Barillaro, di uguale estrazione, ma abitante a Varapodio, anche lui artista, nel 1871 ha contrattato con il presule Curcio per 370 ducati a proposito dell’allestimento di un gruppo ligneo con S. Giovanni Battista che battezza Gesù e di una ringhiera in ferro per un fonte battesimale in cattedrale, di sicuro quello esistente. Probabilmente la famiglia era denominata sia Barillari che Barillaro. Comunque a Oppido proliferava la prima forma.
 
  Dal Serrese sono pervenuti anche i membri della famiglia Palaja, che, variamente, si sono condotti da ferrajo o da fallegname. Non per niente provenivano dalla culla calabrese dell’arte. Un primo Bruno nato a Serra è morto a Oppido nel 1841 a 42 a., altro vi era nato nel 1831 da Bruno e Cecilia Vorluni. L’ultimo membro, sacerdote, pure lui a nome Bruno, estinto nel 1957 a 87 a., è stato abate della chiesa di San Nicola Superiore. Ha amato fare poesia e occuparsi di storia patria. Ha lasciato interessanti opuscoli. Non andava proprio d’accordo con l’Ordinario diocesano Canino. Questi nel 1945 lo ha costretto ad abbandonare la processione di San Rocco, che aveva raggiunto a cammino iniziato dopo che i fedeli si erano impadroniti di forza della statua e si erano già messi in moto. Tutto era stato originato dal particolare che il vescovo aveva avversato sin dal principio la proiezione di un film in piazza. Mi sovvengo benissimo del trambusto allora creatosi. Il fratello del sacerdote, Gregorio, ha virato inverso Reggio e vi ha operato quale segretario generale alla Provincia. Ha pubblicato dei lavori di carattere storico e amministrativo. Nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 1933 è indicato quale “esperto in materie amministrative”[1]. Un figlio, Antonino, nato nel 1930 a Reggio, è stato giudice, ma ha agito fuori Oppido, a Torino. 

    Anche i Pisani sono giunti a Oppido da Serra. S’individua per primo un Luigi, sarto, che nel 1863, vedovo di a. 33, risultava consorte di Filippa Lentini. Derivava da Raffaele, cafettiere. Il figlio Luigi, anche lui sarto, è scomparso nel 1901 a 76 a. I Luigi e i Raffaele si susseguono. Un primo è nato nel 1906, il secondo nel 1908. È vivente una figlia di Luigi, Francesca nata nel 1922. Ha quindi la bellezza di 101 anni. Da Francesco si ha l’ultimo Pisani, che ha esercitato in qualità di medico fuori Oppido. Era nato nel 1928. Altra branca ha offerto Giuseppe Maria, marito di Epifanio Giovannina, morto nel 1941 a 51 anni. Conduceva l’attività di falegname. Un filone si è trasferito a Varapodio. 

   Dal Serrese scaturisce peraltro tutta una serie di schiatte ch’è venuta a popolare un nuovo paesino nella vicina montagna di Sant’Onofrio, cui si è dato nome di Piminoro, termine creato da p. Masdea oriundo di Pizzo che vorrebbe indicare un monte abitato da pastori. Al sito, forse già mèta di lavoranti nei settori dell’agricoltura e della pastorizia ha dato dignità di comunità mons. Tommasini, che, dal 1795 a Oppido, ha dovuto guidare la diocesi con un capoluogo in fieri. Ne sono state origine soprattutto le condizioni igieniche in cui erano costretti a stare coloro che vi si erano rifugiati dopo il terribile sisma di dodici anni prima, come riferito in anteprima. Così il Grillo delinea la condizione del novello agglomerato nel 1848: Piminoro … fondato dall’immortale monsignor Tommasini, era altra volta il luogo della villeggiatura del seminario e del vescovo, il quale vi avea un vasto e comodo episcopio e seminario ora quasi intieramente per disuso distrutto [2]. Tre anni dopo un pellegrino di eccezione che vi è transitato con tutta una comitiva per poi proseguire fino al santuario di Polsi raccontava: Noi mettevamo il piede in un antico villaggio che nomasi Piminoro ... ed è grata cosa vedere le nascenti sue case di legname, ed i tetti coverti anche con barre di legno[3]. Quali i motivi della costruzione del paesino nella località detta? Molto chiari. La montagna di Sant’Onofrio era di proprietà della diocesi. 

    Il primo serrese appare nei registri parrocchiali Domenico Antonio di Masi (a. 24) vulgo li Prunari spentosi a Oppido il 3 ottobre 1800. A nascervi nel 1805 è Francesco Campisi. Il primo nato in colle pimenoriano si avverte nel 1809. Come si accerta più chiaramente la provenienza è indicata in nato in Fabrizia o nato in Prunari, o sia Fabrizia. Tanti i ceppi rilevati: Mammone, Tassone, Campisi, Barillaro, Murdaca, Marino, Monteleone, Martino, Timpano, Daniele, Gallace, Costa, Demasi, Maiolo, Rullo, Maruzza[4]. Dei Mammone è noto Rocco, nel 1938 caduto in Spagna e a cui è stata intitolata la piazza principale del paesino. Il dottore Bruno Barillaro è da lungo tempo  sindaco del Comune..
Rocco Liberti
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[1] N. 103, p. 1816.
[2] G. M. Grillo, Memoria sulla chiesa vescovile di Oppido in Calabria Ultra Prima, Estr. dall’Enciclopedia dell’Ecclesiastico, Napoli 1848.
[3] G. Russo, Polistenesi a Polsi Storia e immagini di una devozione popolare, Edizione del Santuario di Polsi 2001, pp. 19-20.
[4] Prunari e Prunare era il territorio del Serrese dal quale i Piminoresi provenivano.