In Cattedrale già ai primi di dicembre si pensava per tempo a costruire un maestoso presepe. Lo allestivano con maestrìa, tra vari, mastro Turi Sgrò con i figli, validi artigiani, che impegnavano per intero la cappella dell’Immacolata. Similmente nelle chiese filiali si badava ad allestirne altro anche se in forme più ridotte. Naturalmente, a preferenza era ricercato quello del duomo perché i personaggi avevano una prestante statura. E lì a metterti a indovinarli! Le figure più osservate, a parte divinità e santi, erano quelle relative a quanti destavano una qualche attenzione od ilarità. Ci si fissava soprattutto a cercare di scoprire u ‘mmagàtu da’ stija. Era un pastore, che, a furia di fissare lo sguardo sulla stella che annunziava l’avvento del Redentore, era rimasto mmagàtu, cioè incantato. Ma il presepe non lo si costruiva unicamente nelle chiese, si apparava alla grande parimenti in alcune famiglie. I Gioffrè spostavano quanto c’era in una stanza e officiavano alla vista pure loro un discreto presepe. Offerendosi al centro del paese, erano in tanti ad accostarvisi. Ne ricordo altro sulla piazza principale in un basso del palazzo dell’avv. Filippo Grillo. In buona parte la popolazione ruotava nella visita ai presepi, specie quelli realizzati nelle chiese.
Le celebrazioni natalizie avevano termine con l’Epifania, un culto inerente alla venuta dei Magi, i quali, partiti dal lontano Oriente, si erano spinti fino a Betlemme al fine di riverire il Messia. Ecco perché si crede o si credeva che la notte trascorsa recasse un che di eccezionale, di magico. In quel frangente addirittura gli animali acquistavano la facoltà della parola. Nella frammistione tra religione e laicità ecco quindi spuntare la Befana, dispensatrice di doni ai bambini buoni e di carbone ai discoli. Fino a parecchio tempo fa nel dopo pranzo del 6 gennaio si costumava recare in processione per il paese il Bambinello. Era un impegno della comunità che faceva capo alla chiesa del Calvario. Nelle altre chiese mi pare che ci si limitasse a un breve trattenimento avanti al singolo tempio o addirittura all’interno.
Un intervallo tipicamente laico era rappresentato dal carnevale. Dico era perché una tale ricorrenza da noi è oggi quasi pressochè scomparsa. Ho buona memoria delle mascherate di tanti anni fa. Il paese era percorso in lungo e in largo da cortei di giovani e meno giovani travestiti che ballavano, lanciavano lazzi e frizzi e facevano rota, cioè raccoglievano attorno a loro nugoli di curiosi che si divertivano alle loro smargiassate. La cosa riguardava beninteso i soli uomini. Le donne stavano a casa e tutt’al più si affacciavano sull’uscio o dalle finestre a sbirciare, ritraendosene subito ad ogni sguaiataggine un tantino spinta. Era un appuntamento fisso l’assalto notturno al dolciere Pappalardo da parte dell‘Asso di coppe e della consorte in unione ai coniugi Satanassi. Dal Pappalardo c’era modo di sgraffignare una sostanziosa mangiata e d’intrattenersi in allegria. Appena i miei si accorgevano della cosa ormai rituale spegnevano immediatamente la luce e si rimaneva in totale silenzio per timore di una invasione di campo. Ma in verità agli allegri mascherati bastava quanto già incamerato. Non mancavano camions e auto scoperte con persone camuffate. Ogni anno era di prammatica la spaparanzata di Galèra, un tizio che ne ammanniva di tutti i colori contro il governo. Come si dice: piove governo ladro. L’ultimo e più importante spettacolo carnevalesco si è rivelato nei primi anni ’80 del decorso secolo. Avendo pensato come Pro-Loco di bandire un apposito concorso a premi in danaro abbiamo colto nel segno. Dai borghi della Piana si è sviluppata tantissima affluenza e sul corso di Oppido sono sfilati carri di una certa importanza. Ha vinto quello ideato da Negrini con una satira d’impronta medievale avverso il Comune e i suoi rappresentanti. Il sindaco Mittica, re Peppino, veniva simboleggiato come il Magnifico mentre agli altri politicanti si appioppavano singolari epiteti tipo Michino il Breve, Paolone cuor di caprone, Totò le Barò. Chiusa la parentesi carnevale, era d’uso appendere ai balconi le corajsime, dei pupazzetti di stoffa raffiguranti la Quaresima, bizzarri esemplari che stavano a indicare che dopo i bagordi si era obbligati a rimarsene a stecchetto. Dal balconcino della Beniamina una corajsima si protendeva per dei mesi.
Il 25 marzo è il giorno della Madonna Annunziata. Fino a parecchi anni fa era collegato a una accorsata fiera che durava ben tre giorni, ma oggi, nell’era dei supermercati, si è tutto capovolto. Si offeriva non solo il movimento creato dai paesani, ma anche quello di imponenti schiere che arrivavano dai centri vicini e specialmente a piedi. Allora le auto e altri mezzi a motore erano patrimonio di pochi. Tutti aspettavano la fiera per dotarsi di quanto occorreva per la casa e non solo. C’era da fare il corredo alle figlie femmine e dove rifornirsi a buon prezzo e oculata scelta se non alla fiera dell’Annunziata? Falegnami del posto, su incarico dell’apposita commissione, nei giorni antecedenti all’evento in quattro e quattr’otto approntavano una serie di banchi di legno che dovevano servire ai mercanti per esporre le loro merci. Il luogo fissato era la piazza Umberto I ed era così numeroso il numero dei partecipanti che difficilmente si rinveniva un angolino libero. Alla prenotazione si provvedeva molti giorni avanti e conseguentemente si segnavano i limiti. In quei giorni era dato mirare il viavai delle donne adulte accompagnate dalle figliuole in ronda per le postazioni e ascoltare i dialoghi inerenti alla compravendita. Non latitavano i monelli che si aggiravano tra i banchi per giocare e creare confusione infilandosi tra coperte, lenzuola ed altro materiale consimile. Era normale. Lungo il corso sin quasi a raggiungere il cosiddetto ponte di Tresilico si schieravano poi i venditori di giocattoli, dolciumi (torroni, susumelle, pittopìe, stomàticu, biscottu, nzuj i cascia, pitti ‘i San Martinu, nocciolina americana, cìciri), confezioni casearie (tipici i cavajucci corda corda di caciocavallo, legnosi e salati, ch’erano assai ricercati). Era dato avvertire anche gli imbonitori che si sbracciavano per riunire e intrattenere con giochi e concorsi più o meno ingannatori e ricavare quanto più possibile mettendo in palio una vistosa bambola o altro che alla fine veniva assegnato a un ultimo concorrente.
L’indomani, intorno alle ore 7 (da tempo è stata spostata alle ore pomeridiane) si procedeva alla processione del Cristo morto in una bara bianca coperta da un velo e con la Madonna Addolorata al seguito. Vi partecipavano i confratelli delle tre congreghe cittadine, di S. Giuseppe, dell’Abazia e dell’Oratorio, quindi una folla di salmodianti che offerivano commoventi canti in dialetto. Erano musiche e parole espresse veramente in tono alquanto lugubre che proprio immalinconivano: A lu chiantu di Maria Gesù s’affanna/Giuda ca lu tradìu non si lu storna/Gianni ca voli beni a la Madonna/subitamenti la nova nci porta etc. V’interveniva altresì la banda cittadina che eseguiva marce funebri, quasi sempre quella di Chopin. In testa a tutto il corteo facevano ala i numerosi ragazzotti che agitavano i carici (raganelle), le tocca tocca e le pitte producendo un fracasso indescrivibile. Inimitabile Grabeli Zindato, un ragazzone con pantaloni a mezza gamba e atteggiamento apparentemente arcigno, ma in fondo era un buono, che con una rumorosa “cascia ‘nfernali” costruitagli dal padre falegname avanzava in modo irruento su tutti nel viso e nei gesti. Lo strano frastuono dei carici era prodotto da una linguetta inserita in ogni aggeggio, che avanzando sulla strada la faceva saltellare su una ruota dentata.
Una tale processione era assai seguita dalla popolazione e la si realizzava a quell’ora per dar modo ai lavoratori che andavano in campagna di parteciparvi anch’essi in massa. Curioso particolare. Se nella mattinata si dipanava la processione del Cristo morto, nelle ore vesperali invece si dava corso in cattedrale alle tre ore di agonia. Quindi, Cristo moriva e solo dopo penava in sofferenza. Nell’occasione si ascoltavano in primo piano i sermoni di un predicatore forestiero che dal pergamo si esibiva in tre turni. Restavamo stupiti di non vederlo durante gli intervalli. Che succedeva? Pensavamo che se ne andasse a bere qualche sorso di acqua o altro per rinforzare la voce e che poi regolarmente ritornasse al suo posto. Ma no! Si piegava in avanti in atto di pregare e scompariva del tutto alla vista. Il parapetto lo nascondeva e lo ridava quando necessario. Miracolo! Quando era l’ora eccolo riapparire di colpo. Il culmine, la chiamata, che si attendeva ansiosamente, si verificava quando alla fine il predicatore si rivolgeva con voce stentorea alla Madonna Addolorata con le espressioni Ecce Homo e Vieni o Maria, ecco Tuo figlio. Si finiva tutti in delirio.
Per far sì che le nostre nonne, mamme e zie godessero appieno della solenne funzione del venerdì santo il peso ricadeva su noi piccoli che eravamo costretti a recapitare per loro le sedie da casa. A parte che non ce ne fossero abbastanza, il sacrestano mastro Santo Vadalà e moglie conosciuta come ‘a cuttunàra, che ne tenevano alcune incatenate in un cantuccio, per il loro noleggio pretendevano dei soldini, che allora si prefiguravano scarsi. Detta signora non le mollava senza che si fosse pagato anticipatamente il pedaggio. A un certo momento potevi osservare per l’ampia piazza un viavai di seggiole nobili e meno nobili che si muovevano nelle pose più varie inverso la cattedrale. Il sabato si scioglievano le campane, legate durante la settimana santa e si dava vita alla fine del mattino, in sul mezzogiorno, a uno scampanio festoso e continuato. Suonavano a distesa tutte le campane del paese. Dicevamo che calàva ‘a grolia (gloria). Nell’occasione la cotraranza che faceva? Festeggiava a modo suo causando un rumore indiavolato, che otteneva lanciando pietre su materiali di latta o sulle pareti delle numerose baracche. Immaginarsi l’ira e i lanci d’improperi dei poveri abitatori. La Domenica di Pasqua il lutto era già esaurito e il vescovo con i sacerdoti poteva dar via alla celebrazione di un imponente Pontificale. Il giorno dopo poi, ricorreva la Pascarella e le famiglie o gruppi di amici potevano divertirsi a modo loro con una bella e sostanziosa scampagnata. I dolci consueti, le taralle, erano preparate in famiglia, con in primo piano il classico pappagallo per i maschietti e il panareju per le femminucce. Al centro di entrambi troneggiava un uovo bollito col guscio.
Conseguenziale alle festività pasquali era la benedizione delle case. Il parroco accompagnato da alcuni ragazzetti che recavano gli appositi attrezzi, faceva il giro delle case e, dopo aver letto un rituale, impartiva la benedizione alle famiglie ed alle case da loro abitate. Si rivelava certamente un’occasione per rinverdire le già acquisite conoscenze e per allacciarne di eventuali nuove. Non mi risulta che tale rito, che si collega al ricordo della liberazione degli Ebrei dal giogo egiziano, sia ancora presente nelle nostre zone. Almeno io non ne noto tracce da molto tempo .




