giovedì 7 settembre 2023

Mémoires 9: OPPIDO MAMERTINA TRA SAGRE E FESTE (Parte I: da Natale a Pasqua) (di Rocco Liberti)


     Un tuffo nell’atmosfera perduta delle feste e delle sagre oppidesi degli anni Trenta del secolo scorso, quando per divertirsi e per esultare bastava molto poco. Appena quel poco che i più  riuscivano a risparmiare e a mettere da parte con grandi stenti proprio per la festa, perché la festa, come osserva Lombardi- Satriani, rendeva uguali, la festa era, e non è più da un pezzo, il giubileo dei poveri e dei ragazzi, il momento sabbatico e liberatorio che con le sue precise cadenze annuali regalava a tutti qualcosa, forse anche  qualche misteriosa ragione di vita. Rocco Liberti con questa sua  preziosa e stupenda pagina, scritta quasi in presa diretta, ci fa tornare con commozione ancora una volta a un passato che altrimenti sarebbe definitivamente  perduto, intriso di mille povertà, ma ricco di entusiasmi e di speranze nel quale persino le processioni sacre, piuttosto che aride , ridondanti e ripetitive, erano ricche di quei  forti slanci sociali e religiosi che forse in molti abbiamo ormai smarrito (Bruno Demasi). 
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    Nei paesi, piccoli o grandi che siano, ogni annata è stata sempre scandita dall’alternarsi di ricorrenze festose, che hanno segnato il cammino delle popolazioni residenti e l’arrivo di altre dai territori contermini accomunate nella devozione a questo o quel santo. Ma non soltanto avvicendarsi di anniversari di carattere prettamente ecclesiale. Tante occasioni e tante scuse si sono rivelate propizie anche per organizzare eventi di vario genere. Se perdurando il fascismo si è abbondato in raduni davanti ai monumenti ai caduti o alla Casa del Fascio, nel dopoguerra le feste dell’Unità e consimili hanno svolto del pari il loro compito. Comunque, l’animo del popolo è stato sempre catturato dal senso religioso e, se al presente non si interviene a parecchie manifestazioni in voga che per l’addietro riunivano le comunità al gran completo e con tutta una serie di particolari funzioni, in molti non mancano di seguire pure se in modo assai ridotto l’indirizzo dei padri.

    Nei due mesi che segnano la fine di un anno e il succedersi del nuovo l’interesse era rivolto alle festività natalizie. Non che ora non si avvertono, ma in antecedenza era un’altra cosa. Si notava una maggiore frequenza e le ideazioni risultavano molteplici. Sin dal principio e trascorrendo la novena avevi l’opportunità di seguire la banda musicale che ti offriva melodiose pastorali. Iniziava il suo tour nel pomeriggio e, soffermandosi di porta in porta, t’inseriva in un’aura particolarmente festosa. E i ragazzi che facevamo? Ci accodavamo. E la mattina? Non era ancora spuntata l’alba che nelle abitazioni si accendevano le luci. Era il momento di recarsi in chiesa per ottemperare alla liturgia del Natale con immancabili orchestrine che esprimevano a loro volta soavi note. In Oppido non difettavano davvero autori di ninnarelle sacerdoti e laici, Muratore, Sposato, Tedeschi, Grillo, Muscari ecc. Prima del rito i suonatori si offrivano sulle strade e li potevi sentire standotene a letto. Quelle accattivanti melodie ti inducevano a ben pensare e ad augurarti una splendida giornata. Ci alzavamo insonnoliti e in quattro e quattr’otto ci spingevamo in cattedrale. Immancabile, Turi Gioffrè era più lesto di me e mi ticchettava sulla finestra della camera in cui dormivo. Fuori era buio pesto o quasi e per le vie non c’era l’illuminazione di oggi. L’unico chiarore insolito filtrava dal forno Versace, i cui componenti erano già al lavoro. Gli stessi inoltre davano fuoco sul ciglio della strada a uno ccippu che in contemporanea rischiarava e scaldava. Uguale premura la esplicitava nella via parallela il negoziante Cicciu ‘a Ruffa. A fine cerimonia, quando si sciamava tutti beati dalla Chiesa t’investiva piacevolmente l’odore di caffè misto a un po’ di anice che si diffondeva dai bar e dalle case con gli abitanti ormai tutti in attesa di riprendere l’usuale attività. Per tanti amici era ormai l’occasione propizia per compiere una visitina ai mandarini del giardino dell’Ing. Ferraris. Ce n’erano a dovizia e il proprietario non aveva cura davvero di raccoglierli, per cui era un vero peccato non approfittarne. L’apogeo si raggiungeva la notte della vigilia, allorquando ci si recava in massa per assistere alla simbolica nascita del Messia. Era un’imponente manifestazione alla quale aderivano i tanti sacerdoti e seminaristi.

    In Cattedrale già ai primi di dicembre si pensava per tempo a costruire un maestoso presepe. Lo allestivano con maestrìa, tra vari, mastro Turi Sgrò con i figli, validi artigiani, che impegnavano per intero la cappella dell’Immacolata. Similmente nelle chiese filiali si badava ad allestirne altro anche se in forme più ridotte. Naturalmente, a preferenza era ricercato quello del duomo perché i personaggi avevano una prestante statura. E lì a metterti a indovinarli! Le figure più osservate, a parte divinità e santi, erano quelle relative a quanti destavano una qualche attenzione od ilarità. Ci si fissava soprattutto a cercare di scoprire u ‘mmagàtu da’ stija. Era un pastore, che, a furia di fissare lo sguardo sulla stella che annunziava l’avvento del Redentore, era rimasto mmagàtu, cioè incantato. Ma il presepe non lo si costruiva unicamente nelle chiese, si apparava alla grande parimenti in alcune famiglie. I Gioffrè spostavano quanto c’era in una stanza e officiavano alla vista pure loro un discreto presepe. Offerendosi al centro del paese, erano in tanti ad accostarvisi. Ne ricordo altro sulla piazza principale in un basso del palazzo dell’avv. Filippo Grillo. In buona parte la popolazione ruotava nella visita ai presepi, specie quelli realizzati nelle chiese.
  
     Le celebrazioni natalizie avevano termine con l’Epifania, un culto inerente alla venuta dei Magi, i quali, partiti dal lontano Oriente, si erano spinti fino a Betlemme al fine di riverire il Messia. Ecco perché si crede o si credeva che la notte trascorsa recasse un che di eccezionale, di magico. In quel frangente addirittura gli animali acquistavano la facoltà della parola. Nella frammistione tra religione e laicità ecco quindi spuntare la Befana, dispensatrice di doni ai bambini buoni e di carbone ai discoli. Fino a parecchio tempo fa nel dopo pranzo del 6 gennaio si costumava recare in processione per il paese il Bambinello. Era un impegno della comunità che faceva capo alla chiesa del Calvario. Nelle altre chiese mi pare che ci si limitasse a un breve trattenimento avanti al singolo tempio o addirittura all’interno.

       Un intervallo tipicamente laico era rappresentato dal carnevale. Dico era perché una tale ricorrenza da noi è oggi quasi pressochè scomparsa. Ho buona memoria delle mascherate di tanti anni fa. Il paese era percorso in lungo e in largo da cortei di giovani e meno giovani travestiti che ballavano, lanciavano lazzi e frizzi e facevano rota, cioè raccoglievano attorno a loro nugoli di curiosi che si divertivano alle loro smargiassate. La cosa riguardava beninteso i soli uomini. Le donne stavano a casa e tutt’al più si affacciavano sull’uscio o dalle finestre a sbirciare, ritraendosene subito ad ogni sguaiataggine un tantino spinta. Era un appuntamento fisso l’assalto notturno al dolciere Pappalardo da parte dell‘Asso di coppe e della consorte in unione ai coniugi Satanassi. Dal Pappalardo c’era modo di sgraffignare una sostanziosa mangiata e d’intrattenersi in allegria. Appena i miei si accorgevano della cosa ormai rituale spegnevano immediatamente la luce e si rimaneva in totale silenzio per timore di una invasione di campo. Ma in verità agli allegri mascherati bastava quanto già incamerato. Non mancavano camions e auto scoperte con persone camuffate. Ogni anno era di prammatica la spaparanzata di Galèra, un tizio che ne ammanniva di tutti i colori contro il governo. Come si dice: piove governo ladro. L’ultimo e più importante spettacolo carnevalesco si è rivelato nei primi anni ’80 del decorso secolo. Avendo pensato come Pro-Loco di bandire un apposito concorso a premi in danaro abbiamo colto nel segno. Dai borghi della Piana si è sviluppata tantissima affluenza e sul corso di Oppido sono sfilati carri di una certa importanza. Ha vinto quello ideato da Negrini con una satira d’impronta medievale avverso il Comune e i suoi rappresentanti. Il sindaco Mittica, re Peppino, veniva simboleggiato come il Magnifico mentre agli altri politicanti si appioppavano singolari epiteti tipo Michino il Breve, Paolone cuor di caprone, Totò le Barò. Chiusa la parentesi carnevale, era d’uso appendere ai balconi le corajsime, dei pupazzetti di stoffa raffiguranti la Quaresima, bizzarri esemplari che stavano a indicare che dopo i bagordi si era obbligati a rimarsene a stecchetto. Dal balconcino della Beniamina una corajsima si protendeva per dei mesi. 
    A marzo toccava a San Giuseppe essere onorato, ma la festa consisteva nella processione per le vie del paese e nella comparsa di scarsi rivenditori quasi esclusivamente di dolciumi e produzioni povere come ‘nzuj ‘i cascia, noccioline americane, ceci e fave abbrustolite. La relativa artistica statua, opera del tresilicese Rocco Bruno Morizzi (1840-1918), si estrae dalla chiesa omonima, frequentata un tempo in gran parte dai falegnami e operai in genere che nelle domeniche si allogavano nei capienti stalli in legno. Mi ci sono piazzato anch’io più di una volta, ma quello a cui miravo di più era il gruppo Lentini che avevo sempre di fronte. Il maestro Saverio dai solenni baffoni strimpellava all’organo e modulava la voce con un curioso suono nasale da cui non si percepiva un ette, ma era accompagnato dalle due figlie Ines e Pina che sostenevano a perfezione il loro ruolo. Era un edificio sacro piuttosto frequentato da chi non voleva presenziare pomposamente in cattedrale, ma a un certo punto lo è stato di più in quanto l’usuale celebrante, il canonico Pignataro, diceva Messa sveltamente e per quanto concerneva la predica si limitava a poche scarne battute. Così in venti minuti eri bell’e pronto. Ognuno accoppiava l’utile al dilettevole.


   Il 25 marzo è il giorno della Madonna Annunziata. Fino a parecchi anni fa era collegato a una accorsata fiera che durava ben tre giorni, ma oggi, nell’era dei supermercati, si è tutto capovolto. Si offeriva non solo il movimento creato dai paesani, ma anche quello di imponenti schiere che arrivavano dai centri vicini e specialmente a piedi. Allora le auto e altri mezzi a motore erano patrimonio di pochi. Tutti aspettavano la fiera per dotarsi di quanto occorreva per la casa e non solo. C’era da fare il corredo alle figlie femmine e dove rifornirsi a buon prezzo e oculata scelta se non alla fiera dell’Annunziata? Falegnami del posto, su incarico dell’apposita commissione, nei giorni antecedenti all’evento in quattro e quattr’otto approntavano una serie di banchi di legno che dovevano servire ai mercanti per esporre le loro merci. Il luogo fissato era la piazza Umberto I ed era così numeroso il numero dei partecipanti che difficilmente si rinveniva un angolino libero. Alla prenotazione si provvedeva molti giorni avanti e conseguentemente si segnavano i limiti. In quei giorni era dato mirare il viavai delle donne adulte accompagnate dalle figliuole in ronda per le postazioni e ascoltare i dialoghi inerenti alla compravendita. Non latitavano i monelli che si aggiravano tra i banchi per giocare e creare confusione infilandosi tra coperte, lenzuola ed altro materiale consimile. Era normale. Lungo il corso sin quasi a raggiungere il cosiddetto ponte di Tresilico si schieravano poi i venditori di giocattoli, dolciumi (torroni, susumelle, pittopìe, stomàticu, biscottu, nzuj i cascia, pitti ‘i San Martinu, nocciolina americana, cìciri), confezioni casearie (tipici i cavajucci corda corda di caciocavallo, legnosi e salati, ch’erano assai ricercati). Era dato avvertire anche gli imbonitori che si sbracciavano per riunire e intrattenere con giochi e concorsi più o meno ingannatori e ricavare quanto più possibile mettendo in palio una vistosa bambola o altro che alla fine veniva assegnato a un ultimo concorrente.
 
    Ma spesso l’oggetto ambito era come l’araba fenice: se ne tornava indietro con gli stessi parolai del momento. Gli offerenti oggetti cosiddetti di terraglia (piatti e altro) si disponevano nelle due piazze dove troneggia il monumento ai caduti e l’afflusso si rivelava alquanto accorsato. Era tutto un gridìo con strilloni che incantavano gli astanti vantando la propria mercanzìa e relativi prezzi. E c’era un sito stabilito per smerciare il bestiame, muli, asini, maiali ecc. Si offriva vicino la chiesetta del Calvario e in parallelo alla fila di baracche che se ne distaccava procedendo verso il Piliere. Praticamente occupava il luogo dove oggi insistono i complessi popolari a partire dalla casa dei Lombardo. Per quanto concerne l’offerta musicale più popolaresca, alla banda cittadina si alternava la colorita banda pilusa di Piminoro. Era ed è così detta per via del vestito da pastore fatto di abraso e quindi peloso e per i suoni ricavati perlopiù da strumenti popolari come la pipìta, la zampogna, il tamburello e ‘u frischiottu. Il complesso negli anni Trenta ha meritato di essere ricevuto dal Re.
 
   
     E si è fatta l’ora della Pasqua. La domenica precedente detta delle Palme la benedizione dei rametti un tempo solo di ulivo dato che da noi le palme erano più che rare dava il via a una serie di rievocazioni. Era un simbolo di pace che, uscendo, si regalava a parenti ed amici. Ricorda l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme. Fino a mercoledì ogni sera dopo la recita del Rosario e la Benedizione si succedevano le cosiddette tenebre. Invece delle campane, bloccate a motivo che la Chiesa era in lutto per la morte del Cristo, in sostituzione si produceva una serie di rumori. Dato che si valutava lecito battere su ogni tavola che si trovavano da presso, i giovincelli erano invitati a nozze per cui si assisteva a un frastuono da non si dire. Riusciva invero un piacevole spasso. La costumanza rimembrava il terremoto verificatosi appena morto Gesù sulla croce. Il giovedì in cattedrale si svolgeva una pomposa cerimonia che culminava col bacio della croce. Il vescovo era assiso sul suo soglio e tre sacerdoti si ponevano sul pulpito e posteriormente ai due amboni e cantavano a turno le loro giaculatorie.

   L’indomani, intorno alle ore 7 (da tempo è stata spostata alle ore pomeridiane) si procedeva alla processione del Cristo morto in una bara bianca coperta da un velo e con la Madonna Addolorata al seguito. Vi partecipavano i confratelli delle tre congreghe cittadine, di S. Giuseppe, dell’Abazia e dell’Oratorio, quindi una folla di salmodianti che offerivano commoventi canti in dialetto. Erano musiche e parole espresse veramente in tono alquanto lugubre che proprio immalinconivano: A lu chiantu di Maria Gesù s’affanna/Giuda ca lu tradìu non si lu storna/Gianni ca voli beni a la Madonna/subitamenti la nova nci porta etc. V’interveniva altresì la banda cittadina che eseguiva marce funebri, quasi sempre quella di Chopin. In testa a tutto il corteo facevano ala i numerosi ragazzotti che agitavano i carici (raganelle), le tocca tocca e le pitte producendo un fracasso indescrivibile. Inimitabile Grabeli Zindato, un ragazzone con pantaloni a mezza gamba e atteggiamento apparentemente arcigno, ma in fondo era un buono, che con una rumorosa “cascia ‘nfernali” costruitagli dal padre falegname avanzava in modo irruento su tutti nel viso e nei gesti. Lo strano frastuono dei carici era prodotto da una linguetta inserita in ogni aggeggio, che avanzando sulla strada la faceva saltellare su una ruota dentata.

    Una tale processione era assai seguita dalla popolazione e la si realizzava a quell’ora per dar modo ai lavoratori che andavano in campagna di parteciparvi anch’essi in massa. Curioso particolare. Se nella mattinata si dipanava la processione del Cristo morto, nelle ore vesperali invece si dava corso in cattedrale alle tre ore di agonia. Quindi, Cristo moriva e solo dopo penava in sofferenza. Nell’occasione si ascoltavano in primo piano i sermoni di un predicatore forestiero che dal pergamo si esibiva in tre turni. Restavamo stupiti di non vederlo durante gli intervalli. Che succedeva? Pensavamo che se ne andasse a bere qualche sorso di acqua o altro per rinforzare la voce e che poi regolarmente ritornasse al suo posto. Ma no! Si piegava in avanti in atto di pregare e scompariva del tutto alla vista. Il parapetto lo nascondeva e lo ridava quando necessario. Miracolo! Quando era l’ora eccolo riapparire di colpo. Il culmine, la chiamata, che si attendeva ansiosamente, si verificava quando alla fine il predicatore si rivolgeva con voce stentorea alla Madonna Addolorata con le espressioni Ecce Homo e Vieni o Maria, ecco Tuo figlio. Si finiva tutti in delirio.  
  

   Ulteriori peculiari azioni del periodo pasquale consistevano nella visita ai vari sepolcri che venivano apparati nelle singole chiese e nella preparazione di piantine che dovevano adornarli. Fare il giro dei sepolcri è diventato sinonimo di reiterati spostamenti di individui che vogliono andare ovunque magari senza alcun intento preciso. Per quanto attiene al secondo caso si trattava di germogli nati in vaso, scodella o piatto da semi di grano e cereali vari messi a svilupparsi in oscurità. Il tutto sicuramente era in relazione all’orto del Getsemani, luogo dove Gesù ha trascorso la notte prima dell’entrata trionfale a Gerusalemme. Detti germogli dappertutto denominati granicelli e altri nomi similari, in Campania e Calabria sono detti sepolcri, come d’altronde tutto l’apparato, ma anche ranu.
  
    Per far sì che le nostre nonne, mamme e zie godessero appieno della solenne funzione del venerdì santo il peso ricadeva su noi piccoli che eravamo costretti a recapitare per loro le sedie da casa. A parte che non ce ne fossero abbastanza, il sacrestano mastro Santo Vadalà e moglie conosciuta come ‘a cuttunàra, che ne tenevano alcune incatenate in un cantuccio, per il loro noleggio pretendevano dei soldini, che allora si prefiguravano scarsi. Detta signora non le mollava senza che si fosse pagato anticipatamente il pedaggio. A un certo momento potevi osservare per l’ampia piazza un viavai di seggiole nobili e meno nobili che si muovevano nelle pose più varie inverso la cattedrale. Il sabato si scioglievano le campane, legate durante la settimana santa e si dava vita alla fine del mattino, in sul mezzogiorno, a uno scampanio festoso e continuato. Suonavano a distesa tutte le campane del paese. Dicevamo che calàva ‘a grolia (gloria). Nell’occasione la cotraranza che faceva? Festeggiava a modo suo causando un rumore indiavolato, che otteneva lanciando pietre su materiali di latta o sulle pareti delle numerose baracche. Immaginarsi l’ira e i lanci d’improperi dei poveri abitatori. La Domenica di Pasqua il lutto era già esaurito e il vescovo con i sacerdoti poteva dar via alla celebrazione di un imponente Pontificale. Il giorno dopo poi, ricorreva la Pascarella e le famiglie o gruppi di amici potevano divertirsi a modo loro con una bella e sostanziosa scampagnata. I dolci consueti, le taralle, erano preparate in famiglia, con in primo piano il classico pappagallo per i maschietti e il panareju per le femminucce. Al centro di entrambi troneggiava un uovo bollito col guscio.

  Conseguenziale alle festività pasquali era la benedizione delle case. Il parroco accompagnato da alcuni ragazzetti che recavano gli appositi attrezzi, faceva il giro delle case e, dopo aver letto un rituale, impartiva la benedizione alle famiglie ed alle case da loro abitate. Si rivelava certamente un’occasione per rinverdire le già acquisite conoscenze e per allacciarne di eventuali nuove. Non mi risulta che tale rito, che si collega al ricordo della liberazione degli Ebrei dal giogo egiziano, sia ancora presente nelle nostre zone. Almeno io non ne noto tracce da molto tempo .


Rocco Liberti

venerdì 25 agosto 2023

CHI CONOSCE LO SCOMODO EREMITA E PROFETA DI CAULONIA? (di Bruno Demasi)

   Non è sicuramente un caso che nella Locride in questi ultimi anni siano nate tante vocazioni monastiche singolari che riprendono analoghe fioriture del passato su questa terra benedetta da Dio. Una terra  nella quale, accanto alle ferite più profonde e turpi inflitte dalla criminalità organizzata al tessuto civile, nascono sublimi esperienze di preghiera e di impegno spirituale e sociale che riscattano in silenzio persino le derive di certa cultura attuale che vorrebbe quasi minimizzare la ndrangheta, addirittura giustificarla per le sue nefandezze passate e presenti in nome di chissà quali cervellotici teoremi.
   E’ la vita ecclesiale della Locride, malgrado le amare eccezioni che purtroppo non mancano mai, che dà testimonianza di impegno attraverso questi mistici del nostro tempo.
   Penso a Suor Mirella Mujà, l’eremita di Gerace a cui ho dedicato in passato un’ampia pagina su questo blog, che dopo i suoi fasti e nefasti sessantottini ha lasciato le battaglie del mondo per vivere una singolare esperienza di preghiera e di mediazione volta all’unificazione delle chiese.
   Penso a Suor Carolina Iavazzo che visse l’esperienza subline e drammatica della Chiesa martire accanto a don Pino Puglisi a Palermo, raccogliendone l’ultimo respiro, approdata al Bosco di Bovalino da Mons Bregantini per ricostituire quasi nel deserto un nuovo Centro Padrenostro intorno alla reliquia di Don Pino.
   Penso anche all’esperienza singolare dell’Eremo delle Querce di Caulonia, dove un gruppo di suore sta provando a ripristinare sulla nostra terra i valori del servizio al Buono e al Bello con forme di accoglienza e di preghiera immerse nella vita e nei problemi atavici della nostra terra.
  Penso anche – e perché no? - alla singolare esperienza mistica e carismatica di Fratel Cosimo Fragomeni allo Scoglio di Placanica, che richiama innumerevoli persone alla Fede e alla preghiera corale e carismatica, che è la preghiera più connaturale ai carismi della Chiesa, ma che molti - chissà perchè - osteggiano.

  Oggi però parlo di un povero eremita che tuttavia non è mai solo nel santuario rurale di Sant’Ilarione nelle vicinanze di Caulonia perché sente sempre accanto a sé la presenza di Cristo. Si tratta di Frédéric Vermorel che su questa terra ha trovato un altro amico fedele che gli fa compagnia da almeno sedici anni , il fiume Àllaro, l’antica Sagra, famosa per la battaglia tra Crotone e Locri, che nel VI secolo a.C.  si contendevano il dominio della Magna Grecia.
   Frédéric Varmorel cercava un posto solitario, ma non tanto isolato ed angusto da non accogliere chi ne avesse bisogno , un posto che richiedesse tanto lavoro e mettesse a frutto le tante energie che egli si sentiva di spendere. In questo luogo – egli dice - «Trovai tutto questo più altre due cose: un’antica storia di preghiera, interrotta solo nel 1952, quando una terribile alluvione costrinse l’ultimo monaco a lasciare il romitaggio; e il fiume, che mi ricorda le vacanze della mia giovinezza. Il fiume Allaro è una benedizione, prega e canta anche quando io non lo faccio».
   Nato a Le Mans e laureatosi a Parigi in scienze politiche, da ragazzo frequentava Taizé, dove conobbe frère Roger Schutz e uno dei suoi primi seguaci, Gianni Novello. Fu proprio quest’ultimo che agli inizi degli anni Ottanta, lo invitò a Rossano Calabro, dove aveva da poco fondato una piccola comunità religiosa. Inizia così per Frederic un percorso che lo porta alla scelta monacale, restando per quasi dodici anni a Rossano affascinato da una terra dove si percepisce l’incontro tra Oriente e Occidente cristiani. 

   Ma la comunità di Rossano per varie ragioni si dissolve e Frederic torna in Francia affascinato dall’esperienza dell’ Arche, la comunità di volontariato verso i disabili fondata da Jean Vanier che gli consiglia come un padre di continuare e perfezionare i suoi studi teologici.
    Si ritrova così a Bruxelles, presso i Gesuiti ed al termine di cinque intensi anni di studio inizia a domandarsi quale debba essere la sua strada spirituale e di impegno nella Chiesa. Prova varie esperienze, recandosi anche in Brasile nella comunità benedettina di Goiás diretta da Marcelo Barros de Sousa, teologo terzomondista già collaboratore di dom Hélder Câmara, ma più si allargano le sue esperienze, più si fa largo la scelta della vita eremitica.
    Il consiglio più importante gli giunge da don Giorgio Scatto, della Piccola Famiglia della Resurrezione di Marango, in provincia di Venezia che nella Pasqua del 2002, conoscendo il suo legame con la Calabria e il suo desiderio di deserto , lo spinge a presentarsi da Monsignor Bregantini. Un suggerimento che per Frederic Vermorel è come una rivelazione, tanto più quando Padre Giancarlo Bregantini, allora vescovo di Locri, gli propone di sistemarsi a Sant’Ilarione, nei pressi della frazione San Nicola del comune di Caulonia, dove da oltre 50 anni non viveva più nessun monaco. 

   E’ la meta che Frederic da tanti anni stava cercando, il luogo definitivo in cui realizzare i suoi tre desideri vitali : preghiera, lavoro, accoglienza, pur in mezzo a tanti problemi: mancano persino l’acqua e la corrente elettrica, ma la gente del posto lo accoglie in maniera incondizionata.
    Frederic ormai da tempo è «eremita diocesano», in base al canone 603 del Codice di diritto canonico. Le sue giornate sono scandite dalla liturgia delle ore, mutuata da quella di Bose, ma con cinque appuntamenti anziché tre, dal mattutino alla compieta. Ogni preghiera è accompagnata dal suono della cetra, nell’antica chiesetta umida e rattoppata alla meglio.

   Spesso ad ascoltare le sue salmodie, a parte Dio, ci sono solo i suoi  cani meticci, ma la preghiera ha sicuramente la capacità di espandersi e di coinvolgere tutti quelli che si portano nel cuore.
    A 64 anni Frédéric somiglia sempre più a un profeta scomodo: chi si aspettava un fraticello solo silente ed orante ha trovato un uomo di Dio che non le manda a dire quando denuncia l’inquinamento del fiume e il suo smodato sfruttamento, quando addita il malaffare che distrugge questi paesi, quado alza la voce contro la presenza mafiosa che condiziona queste terre.
    E se il paese si spopola, l’eremo non vuole affatto morire: “Sento il desiderio- dice Frederic - di lasciare un’eredità. Mi dispiacerebbe che dopo di me questo luogo fosse riconsegnato ai pipistrelli».

lunedì 14 agosto 2023

RICORDANDO MASSIMILIANO MARIA KOLBE, VIAGGIO NELLA CITTADELLA DELL'IMMACOLATA A CERAMIDA (di Bruno Demasi)

   Anche quest'anno la memoria di San Massimiliano Maria Kolbe cade in un tempo denso di orrori, certamente non meno drammatici dello sterminio nazista del secolo scorso, in cui fu tolta la vita a questo martire, se si pensa alle molte centinaia di bambini ucraini vittime di questa guerra voluta da chissà chi, alle decine di migliaia di profughi e di perseguitati siriani, curdi, iraniani, africani, alle masse enormi di gente in fuga dai gioghi di dittature e di azioni belliche che tutti conoscono e che nessuno sta fermando. 
   Non è forse il caso dunque di congelare anche anche questa occasione con tavole rotonde, passerelle, concorsi a premi, ma è sempre il caso di ribellarsi, pregare, ricordare la vera eredità del secolo scorso insegnandola e testimoniandola sul serio ai nostri figli.

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   La storia di Massimiliano Maria Kolbe che ha offerto la propria vita nel campo di Auschwitz al posto di un padre di famiglia destinato all’eliminazione è assimilabile a quella di altri milioni di martiri della deportazione nazista, ma in particolare a quella di Edith Stein, l’altra grandissima santa, come lui canonizzata dalla Chiesa, anch’ella poco studiata e mai celebrata come meriterebbe per comprendere la storia e la non storia della nostra civiltà.
    San Massimiliano Maria Kolbe è tuttavia un unicum per noi Calabresi, specialmente, per noi abitanti di quella provincia reggina, che da qualche anno è riuscita a cogliere prodigiosamente la sua eredità umana, spirituale e missionaria, la sua appartenenza totale all’Immacolata, per far fiorire un luogo della Memoria e della Speranza che almeno una volta nella vita tutti dovrebbero vedere e respirare immersi nella testimonianza e nella bellezza. Ma, andiamo con ordine: chi è stato per noi Massimiliano Kolbe e perché questo ponte stranissimo e sublime tra la Polonia, il campo di Auschwitz proprio con la provincia di Reggio Calabria?
   Massimiliano Maria Kolbe nasce l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola (Polonia) e ancora fanciullo sente un trasporto fortissimo verso l’Immacolata Vergine Maria che, secondo quanto più volte egli poi raccontò, gli aveva offerto fin da bambino in una visione e in alternativa tra loro due corone: una rossa, simbolo del martirio, ed una bianca, simbolo della consacrazione religiosa. Il piccolo le prenderà entrambe. A 13 anni entra nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali in Leopoli e dopo i primi studi viene trasferito a Roma per perfezionarsi in quelli filosofici e teologici. 

    Per reagire agli attacchi di sette politicizzate e ostili alla Chiesa, ispirandosi ai più puri ideali mariani del francescanesimo, nel 1917 fonda a Roma la “Milizia dell’Immacolata”. Ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 in Roma e tornato in patria nel 1919, comincia l’apostolato mariano della Milizia, con la fondazione di circoli e, in seguito, di una rivista mensile: “Il Cavaliere dell’Immacolata” (1922). Nel 1927 fonda una singolare “città”. La chiama “Niepokalanòw”, ossia “Città dell’Immacolata”, che raccoglie circa ottocento frati e la costituisce centro di vita religiosa consacrata a Maria e ad ogni forma di apostolato: dalla stampa alla radio, al cinema.
   Nel 1930 parte missionario per l’Estremo Oriente dove nei pressi di Nagasaki fonda una seconda “città” con le stesse finalità della prima, ma presto , per ragioni di salute, è costretto a rientrare in Polonia, dove, dopo tre anni di intenso lavoro , la seconda guerra mondiale lo sorprende a capo del più imponente complesso editoriale cattolico della Polonia. Arrestato dalla Gestapo nel settembre 1939, comincia la sua via crucis dei campi di concentramento. Rimesso in libertà l’8 dicembre 1939 torna a Niepokalanòw bombardata e distrutta. Si mette nuovamente all’opera e, mai trascurando l’apostolato della stampa, trasforma il complesso degli edifici in ospedale ed asilo per migliaia di profughi, specialmente ebrei.Il 17 febbraio 1941 viene nuovamente arrestato e in maggio è definitivamente trasferito nel campo di Auschwitz. 

  

   Qui, con la semplicità con la quale aveva sempre operato, offre spontaneamente la vita per un compagno di prigionia condannato a morte, fino a quel giorno a lui sconosciuto. Rinchiuso con altri nove nel bunker per morirvi di fame, dopo circa due settimane, durante le quali conforta la lenta agonia dei compagni, sereno e fidente in Dio, affronta la morte provocatagli con un’iniezione di acidi e spira col nome di Maria sulle labbra il 14 agosto1941. Il corpo viene cremato; la memoria della sua santità e della morte eroica si diffonde nel mondo circondata di ammirazione e venerazione.Dopo trent’anni dalla morte, il 17 ottobre 1971, è beatificato dal Papa Paolo VI. Giovanni Paolo II lo proclama Santo il 10 ottobre 1982. 
 
    Cosa ha lasciato San Massimiliano Maria Kolbe al mondo e alla storia appare dunque chiaro, ma pochi hanno il coraggio di proclamarlo e di continuarlo. Noi siamo fortunati in provincia di Reggio Calabria perché il suo spirito, la sua eredità rivivono sul serio in una istituzione molto giovane e molto viva: LA CITTADELLA dei “Piccoli fratelli e sorelle dell’Immacolata” di Ceramida di Bagnara, una fraternità ricchissima di vocazioni giovanili e di carismi, nata dall’istpirazione di un sacerdote di Villa San Giovanni, don Santo Donato, incardinato nell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova e a lungo Penitenziere della cattedrale di Reggio Calabria. Ordinato sacerdote il 6 giugno del 1982 e quasi subito nominato parroco a Bagnara Calabra, egli ha coltivato da sempre una forte ispirazione: creare una comunità di fratelli e sorelle desiderosi di “ consacrare la vita a Dio per mezzo dell’Immacolata, vivendo in un clima di preghiera e di amicizia fraterna, disponibili a coniugare la vita contemplativa e la vita attiva. Uno stile di vita permeato da una grande devozione alla Vergine Maria che, sin da bambino, don Santo ha sempre sentito come connaturale alla propria vocazione”.

   I primi passi di tale progetto sono segnati dall'incontro fa don Santo Donato e Antonio Carfì (oggi padre Antonio), un giovane originario della Sicilia, all’epoca in Calabria per lavoro, che già da qualche tempo avvertiva il desiderio di donare la propria vita al Signore. Presto anche lui decide di lasciare il lavoro e iniziare lo studio della teologia. Sono anni intensi di preghiera e di ricerca dei segni della volonmtà di Dio, durante i quali il progetto condiviso si consolida sempre più. Risale a quest’epoca la ricerca di un luogo modesto e silenzioso che aiutasse la contemplazione e la vita fraterna, indivioduato a Pellegrina (Bagnara Calabra), in una casa non abitata da tempo posta sul fianco della collina a picco sul mare delllo Stretto, immersa in un un castagneto. È il luogo ideale. Con aiuti insperati Donato e Antonio e alcuni seguaci che già sentono una nebulosa condivisione del progetto il 6 luglio del 1991 questa casa diventa “proprietà dell’Immacolata”, culla della nascente Fraternità. E subito si propone come casa di spiritualità per parrocchie e per i gruppi spontanei organizzati dalla Penitenzieria del duomo di RC.
    Occorrerà attendere la soglia del Terzo millennio, dopo non poche traversìe, per riprendere il progetto della crazione di una Fraternità che vede la luce proprio durante l’Anno Giubilare del 2000. Sembra incredibile, ma in pochi mesi si realizza il sogno di questi due poveri sacerdoti innamorati dell’Immacolata e del sogno di Massimiliano Kolbe. Nel giro di poche settimane ai due sacerdoti si aggregano cinque fratelli e cinque sorelle, dieci giovani che frequentavano saltuariamente la casa di spiritualità e che restano folgorati dal progetto di vita evangelica in comune. Ad appena un anno di distanza (agosto 2001) il primo nucleo della Fraternità riceve dall’Arcivescovo di Reggio (all’epoca mons. Mondello) l’approvazione di uno Statuto essenziale con la formula usuale dell’ experimentum per un triennio ed esattamente un anno dopo, nel giorno consacrato a San Massimiliano Kolbe (14 agoswto 2002), lo stesso arcivescovo riceve nelle proprie mani la professione dei primi voti privati semplici. I fratelli e le sorelle vestono l’abito religioso azzurro con il rosario e la Medaglia Miracolosa, raffigurante l’Immacolata apparsa a Santa Caterina Labouré nel 1830.Nel 2008 l’Arcivescovo riconosce la Fraternità come “Associazione pubblica di fedeli”.

La Cittadella dell’Immacolata

   Intanto la Fraternità cresce a vista d’occhio: sono numerosissime le vocazioni di tanti giovani che arricchiscono la piccola casa di Pellegrina, che ormai non riesce più a contenerli tutti. Si fa strada il progetto di una nuova sede più ampia e capace di accogliere non solo la Fraternità, ma anche le opere di evangelizzazione che essa sdta già dispensando a piene mani. Mancano però i mezzi, manca tutto eccetto lo zelo e l’entusiasmo. E appena due anni dopo il riconoscimento vescovile, nel 2010,giunge inattesa la possibilità di fruire di un un grande terreno, in località Ceramida di Bagnara Calabra, degradante verso l’affaccio sul mare con un piccolo rustico seminascosto dagli ulivi nel quale spesso d’estate pare venissero a trascorrere segretamente il loro periodo di riposo anche Sandra Mondaini e Raimondo Vianello ospiti dei proprietari residenti fuori dalla Calabria. Un segno enorme della Provvidenza, un terreno su cui costruire una Cittadella dell’Immacolata, secondo lo spirito di San Massimiliano Maria Kolbe. Dopo alacri lavori di bonifica e di ristrutturazione, portati avanti in poco meno di un mese, la Cittadella viene inaugurata il 5 luglio 2010, con una Messa solenne alla quale partecipano migliaia di persone e con l’intronizzazione di un’imponente statua dell’Immacolata.

   Il 13 giugno 2015 Mons. Giuseppe Fiorini Morosini dichiara la Fraternità “Associazione pubblica di fedeli in itinere”, con due rami: uno maschile e uno femminile e nel gennaio 2016, dopo quasi 20 anni di cammino silenzioso, di gioie e di prove durissime, la Chiesa dà il suo sigillo definitivo su quest’opera di Dio. Con una solenne concelebrazione nella Cattedrale di Reggio Calabria, alla presenza di tutto il clero e di tantissimi amici e benefattori, il vescovo erige la Fraternità ad “Istituto religioso di diritto diocesano”: 11 fratelli e 9 sorelle professano i voti solenni.

   Oggi la Cittadella dell’Immacolata, all’ingresso della quale troneggia la statuia di San Massimiliano Kolbe, raccolta intorno alla cappella nella quale si custodisce l’Eucarestia, cuore pulsante di tutto, accanto all’unica reliquia esistente di San Massimiliano Kolbe, è una realtà viva e palpitante, e non solo per la provincia di Reggio Calabria in cui ha la propria sede, ma per la cristianità smarrita in cerca di senso e di pace. E’ un centro vivo di studio e di ricerca delle testimoniance più genuine del Cristianesimo paolino delle origini e della sua proiezione costante verso il futuro.  Affacciata sul Mediterraneo, per il quale sta diventando un vero faro di spiritualità e di cultura, adagiata sui colli che degradano a picco sul mare, è un’oasi di bellezza fecondata da vocazioni sempre più numerose che sembra lanciare al mondo il suo messaggio di Pace e di operosità nel segno dell’Immacolata: il suo ramo femminile e quello maschile ormai ricchissimo di figure sacerdotali, ricevono ogni anno sempre nuove adesioni entusiaste di abbracciare i tre voti usuali povertà, castità e obbedienza, ai quali se ne aggiunge un quarto: il Totus tuus, ovvero il totale affidamento all’Immacolata secondo la spiritualità di padre Kolbe. 

«L’Immacolata: ecco il nostro ideale. Avvicinarci a Lei, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere, che Ella viva e operi in noi e per mezzo nostro, che Ella stessa ami Dio con il nostro cuore, che noi apparteniamo a Lei senza alcuna restrizione: ecco il nostro ideale. Irradiare nell’ambiente, conquistare le anime a Lei, in modo tale che di fronte a Lei si aprano anche i cuori dei nostri vicini, affinché Ella estenda il proprio dominio nei cuori di tutti coloro che vivono in qualunque angolo della terra […]. Inoltre, che la Sua vita si radichi sempre più in noi, di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, e ciò senza alcuna limitazione: ecco il nostro ideale» (SK 1210).

   Il seme del sangue di San Massimiliano Kolbe piantato ad Auschwitz è venuto a dare germogli e frutti abbondanti di spirito, di vita, di solidarietà e di cultura  in questo lembo santo di Calabria in un mondo sempre più smarrito e alla ricerca di significati veri.
Bruno Demasi

LA CITTADELLA E’ APERTA A TUTTI IN VARIE OCCASIONI:  OGNI DOMENICA,  IN QUESTO PERIODO, VI SI CELEBRA LA S. MESSA  ALL'APERTO SIA AL MATTINO CHE NEL TARDO POMERIGGIO

lunedì 7 agosto 2023

IL DIVULGATORE DELLA SANTITA' CALABRESE CONTEMPORANEA : ROCCO SPAGNOLO (di Bruno Demasi)


     Non un agiografo di mestiere, ma un liberissimo e fine divulgatore, Rocco Spagnolo, che con cuore, parola e mente strardInariamente aperti sta raccontando alla gente un’incredibile fioritura di santità nella Calabria di questo tempo difficilissimo, quello in cui , secondo uno dei più grandi mistici che egli accompagna ormai da decenni, Fratel Cosimo Fragomeni, si hanno soltanto “tre false sicurezze: si crede di sapere, si crede di credere, si crede di conoscere. Per Fratel Cosimo è importante accompagnare con il Vangelo le nostre giornate… mentre le chiese si svuotano…occorre capire come aiutare il mondo ad essere ispirato al Vangelo, non per diventare tutti cristiani,ma per diventare tutti umani”.   

   Nella penna coraggiosa di questo instancabile narratore confluiscono e si armonizzano mirabilmente il mestiere dello storico, quello dell’agiografo e quello del poeta della nostra civiltà contadina troppo a lungo offuscata da fatti e noitizie terribili, troppo a lungo mistificata da celebrazioni negative. E Rocco Spagolo non esita ad alzare chiara la propria voce per reagire alla palude, al ginepraio, alla giungla: “ Esorto appassionatamente tutti, ma prioritariamente i miei conterranei, ad avere un santo orgoglio per riappropriarsi del nostro patrimonio mistico-religioso, troppo spesso sottovalutato, snobbato ed offuscato da fatti di cronaca nera o da malaffare….Impariamo a dare il giusto risalto a questi semi di bene che esistono, crescono, producono una messe abbondante,senza far rumore. Insomma, siamo fieri della nostra significanza…”.

   Gli domandò una volta con crucciato stupore un uomo di Chiesa il perchè di tanta messe di santità concentrata in Calabria anche nei tempi moderni dopo l’abbondantissima fioritura che nei secoli ha reso illustre questa terra prima e dopo Francesco di Paola. La risposta di Rocco Spagnolo fu ed è semplice e convincente, anche se fondata in parte su un paradosso nel quale viviamo ogni giorno: la Calabria delle povertà estreme, antiche e nuove, delle ferite profondissime mai sanate, a volte anzi allargate, dai poteri legittimi e meno legittimi, è forse la terra in cui, più che altrove, ama manifestarsi la semplicità di Dio nella semplicità degli uomini che vi abbonda nonostante tanto deserto e tante contraddizioni.

    Una terra  che da sempre, e oggi più che mai, è afflitta dal cancro della paura e della rinuncia, dal virus distruttivo dell'individualismo e del familismo che fanno a pugni con ogni forma di evangelizzazione, ma anche una terra in cui, nel silenzio assoluto, fioriscono germi nuovi di santità indagati e raccontati attentamente da questo studioso insancabile: Vincenzo Idà, Pasqua Condò, Fratel Cosimo Fragomeni, Giuseppina Bonavita, Rosella Staltari ed altri ancora, già famosi o meno famosi, già in cammino verso la beatificazione o in attesa di iniziarlo, di cui sicuramente presto la penna-bisturi di questo scrittore sui generis non mancherà di tratteggiare sapientemente non solo la storia umana, ma soprattutto quella parabola spirituale che in genere tanti biografi trascurano o minimizzano o in parte nascondono. 

   Se non basta proclamarsi evangelizzatori per evangelizzare davvero, non basta neanche autoproclamarsi studiosi per scrivere e parlare della santità e dei commoventi fenomeni di massa che fioriscono intorno ai nomi e ai luoghi evocativi di grandi carismi e di grandi esempi di fede.

   Occorre avere una solida formazione teologica, una inossidabile tempra morale, una concezione chiarissima e multiforme della chiesa di Dio per poter scrivere dei santi della porta accanto senza scadere nell’ovvio e nella banalità celebrativa. Rocco Spagnolo non corre nessuno di questi rischi sia per la sua formazione sia per la sua semplicità che è tipica delle menti libere e aperte ed alla quale i grandi del mondo ricorrono spesso per avere spiegazioni ai loro dubbi e per capire quale direzione sta seguendo non solo il nostro Sud, ma anche la stessa Chiesa meridionale oppressa da tanti problemi e da tante contraddizioni.

    Gli chiese un giorno un vescovo della Locride letteralmente stupito davanti al fenomeno dell’affluenza di molte migliaia di persone e di giovani al santuario dello Scoglio, mentre le aule ecclesiali rimanevano spesso quasi deserte, come mai la gente fosse attratta tanto dalla santità dei luoghi e dallo straordinario carisma di Fratel Cosimo e non dalle celebrazioni liturgiche “ normali”. E lui rispose con un esempio che ci rimanda in qualche modo direttamente alle parabole che amava usare un Galileo di 2000 anni fa. La gente - rispose - vive la fede come adopera un telefono cellulare: se non c’è campo in un luogo, si sposta fino a quando non riesce a sentire la voce che le arriva chiara e forte da quello strumento, fino a quando non riesce a percepire tutte le informazioni di cui ha bisogno. E quando finalmente riesce a “sentire” in un posto, questo diventa un luogo da frequentare e da amare. Giovani o anziani che si sia, non ha importanza, la fede non ha età. Sono i carismi che diventano carne, i “campi” attraverso i quali il cellullare avvicina davvero alla voce di Dio, dei santi, della Madonna. 
 

     Celebrare con la penna , con le immagini e con le parole questa nuova santità, che attira fiumi di gente assetata della parola di Dio e dei prodigi che essa opera, significa anche avere ben chiaro un concetto che Rocco Spagnolo non esita a esprimere appena può e di cui dobbiamo tutti tenere conto: “Il riscatto e il decollo della Calabria ( e del Sud) non possono non includere il fattore religioso e la sua fruibilità. Per questo con determinazione continuerò a fare la mia parte affinchè l’enorme patrimonio naturalistico, umano, naturale, artistico, religioso sia salvaguardato e valorizzato”. “Visto che la Calabria è a vocazione agricola e turistica, non sarebbe saggio promuovere anche il turismo religioso? La Provvidenza mi sta conducendo a occuparmi delle perle religiose. Con le mie pubblicazioni sui santi e sui mistici, sto cercando di mostrare al vasto pubblico che la mia terra ha il volto bello e non sfregiato. Questo andrebbe promosso da chi amministra la cosa pubblica…”.
  
   Le sue pagine sulla storia e sui carismi enormi di Fratel Cosimo Fragomeni, il pastorello dello “Scoglio” acclamato da decine di migliaia di persone ogni anno, di Don Vincenzo Idà, fondatore dei “Missionari dell’Evangelizzazione” oggi al centro di un processo di beatificazione, di Sr Pasqua Condò delle "Suore Missionarie dell'Evangelizzazione", di Giuseppina Bonavita, la mistica calabrese che visse i suoi straordinari carismi nel silenzio e nel nascondimento, di Rosella Staltari, la ragazza di Antonimina morta giovanissima in concetto di santità, hanno la fragranza della primizia, ma non danno nulla per scontato e non scadono mai nell’ovvio. Ogni riga , anche negli innumerevoli articoli da lui firmati per molte testate nazionali e locali, sono paradigmi di un modo di evangelizzare che non ha nulla di artefatto, di astruso o di scenografico, nulla di cui vantarsi agli occhi del mondo. 
 
    Rocco Spagnolo non ama infatti firmare i suoi libri e le sue numerosissime pagine di pubblicistica premettendo al suo nome e al suo cognome i propri titoli. E ne ha tanti! Innanzitutto sacerdote e fine teologo con una lunga esperienza di parroco in trincea nella Locride , da molti anni accompagnatore spirituale del mistico Cosimo Fragomeni e del santuario diocesano dello Scoglio ( Santa Domenica di Placanica) da lui ispirato dove accoglie un giorno si e l’altro pure miriadi di persone in cerca di Dio, di Pace e di aiuto. E’ superiore generale dei Padri Missionari dell’Evangelizzazione che hanno nell’antichissima cittadina di Terrranova Sappo Minulio la loro casa generalizia: un faro di luce e di civiltà in mezzo a enormi distese di olivi, che custodisce gelosamente, tra l’altro, la memoria e i segni della vicinanza di Giuseppina Buonavita, la mistica spentasi qualche anno fa in odore di santità.
    Da qualche anno Padre Rocco Spagnolo alla sua collezione ormai incommensurabile di iniziative intelligenti e decise per la diffusione seria ed efficace del Vangelo ha aggiunto un altro segmento operativo al passo coi tempi: una TV on line, GemmaTV, che coi suoi servizi ricchi e puntuali , profondi e garbati sta ormai diffondendo sempre di più la voce e i segni evangelici incarnati nella nostra strana terra, della quale sta fornendo un’immagine nuova, di zelo e di rinascita attraverso la fede.

    Quel rinascimento sacro che, solo, forse potrà davvero salvare la Calabria!

Bruno Demasi

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE  DEGLI SCRITTI DI PADRE ROCCO SPAGNOLO:

Padre Vincenzo Idà. Profeta dell'evangelizzazione - San Paolo Edizioni - 2006
Madre Pasqua Condò. Mistica dell'evangelizzazione - San Paolo Edizioni – 2009
Fratel Cosimo. Un bagno di luce - San Paolo Edizioni – 2013
Breviario di fratel Cosimo. 365 meditazioni - San Paolo Edizioni – 2015
I fioretti di fratel Cosimo - Effatà – 2016
Giuseppina amica di dio e degli uomini - Effatà – 2017
Rosella. La ragazza che volava con Gesù - Effatà – 2018
Un' altra vita all'improvviso. Alma si racconta - Effatà – 2020
Fratel Cosimo, Cosimino e la spiritualità dello scoglio. Un faro di luce e di speranza- Leggimi – 2023