domenica 30 luglio 2023

“ASPROMONTE, LA TERRA DEGLI ULTIMI”

di Bruno Demasi
      E’ il titolo del film di Mimmo Calopresti ambientato nell’Aspro- monte degli anni ’50 già a lungo proiettato nelle sale cinematografiche prima del Covid e ora fatto conoscere al grande pubblico televisivo. Già capolavoro, anche se per nostra fortuna non possiede le stimmate dal meridionalismo di cassetta che da qualche tempo impazza non solo sui social, ma nel giornalismo, nella saggistica e nella narrativa di alcuni autori ancora indecisi se condannare la ndrangheta o giustificarla o, addirittura osannarla come baluardo di non meglio qualificati nemici colonialisti.

    Mimmo Calopresti riparte da Zanotti Bianco e dal paesaggio lunare che, al posto dell’Eden Borbonico vantato da tanti meridionalisti di ritorno e mai esistito, egli trova “scendendo” in Calabria dopo la terribile alluvione del ’51 : condizioni di vita subumane, mancanza di case, strade, medici, scuole, pane; sovrabbondanza di fame e pidocchi. 
   Ispirato dalla “Via dell’Aspromonte” di Pietro Criaco, la montagna lucente che il Poeta ( il personaggio che dà cuore e anima all’intero racconto, interpretato magistralmente da Marcello Fonte) definisce come “la terra di quelli che ancora rispettano i padri, la terra dei poeti e della civiltà…”, è un reportage da un inferno di silenzi e di paure. Essenzialmente  un film che Calopresti definisce racconto insieme neorealistico ed epico “il realismo di un mondo povero, anzi poverissimo e l’epicità della battaglia per riscattare la propria condizione di canaglia puzzolente”.
    Senza tanti giri di parole e ricostruzioni storiche strampalate, vi appare nella sua nudità una terra  marginale appartenente a uno Stato lontanissimo e inconsistente, a una chiesa troppo arroccata nelle sue torri eburnee e nei suoi problemi intestini per curarsi degli ultimi, la stessa terra in cui le donne muoiono di parto (allora come forse anche oggi)  per mancanza di strade e di ospedali.
    Una terra da cui fuggire, ma che ti incita a restare a combattere insieme alla maestra che ad Africo arriva dal Nord, rimboccandoti insieme agli altri le maniche per costruire la strada pur sapendo che si sarà aspramente combattuti in maniera diamentralmente opposta, ma equivalente, dal prefetto che non tollera l’autodeterminazione degli Africoti e dal capo ndrina che non ama le strade aperte perché vi possono transitare sopra i carabinieri e rompere le scatole a tutti.

    La terra in cui non mancano il piombo, i morti, gli arresti e la poesia che Mimmo Calopresti mette in bocca all’aedo senza tempo, la cui voce affiora spesso nel film: “I sogni sono quelle cose che ti fanno pensare che sei libero, e che ti fanno essere quello che sei”.
   Un film sicuramente  da capire, ricco di metafore e realismo che qualcuno potrebbe definire antico, ma non vecchio; bello, ma non edificante; senza dubbio impegnato, ma purificato da stucchevoli ideologismi di ritorno. 
   Un film da vedere e da far vedere e comprendere soprattutto ai piccoli dei nostri paesi di un Aspromonte non più lucente, ma ormai irrimediabilmente opaco e sporcato dalla politica di due dopoguerra  corrotti, avidi e  micidiali.

martedì 18 luglio 2023

“ IL FANTASTICO REGNO DELLE DUE SICILIE” SMONTATO PEZZO A PEZZO DA PINO IPPOLITO ARMINO ( di Bruno Demasi)


    Una constatazione molto semplice , ma altrettanto documentata, di Antonio Gramsci, secondo cui nel mezzogliorno d’Italia “..le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borbone nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale, non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione, per la sua speciale conformazione geologica, possedeva…” avrebbe dovuto dissuadere dal sostenere il contrario chiunque, anche coloro che ideologicamente si sentono distanti anni luce dal grande Sardo. Eppure, capitanate da un certo Pino Aprile, abile rimestatore di becere propagande duosiciliane nuove e antiche, malamente confezionate da sedicenti storici come Del Boca o da Alianello, negli ultimi dieci anni schiere disordinate e disordinanti di neomeridionalisti hanno invaso media, librerie ed edicole ammannendo le loro sempre più fantasiose ricostruzioni di quello che, secondo loro, era stato il più florido eden socioeconomico e culturale del mondo, quel Sud, a dir loro, strangolato, disperso e depauperato dai Piemontesi con l’Unificazione della Penisola.
 
  A confutare tutti, ma proprio tutti, gli stucchevoli cavalli di battaglia dei filoborbonici ha pensato Pino Ippolito Armino in un sintetico , ma esauriente, catalogo “ delle imposture neoborboniche” che per i tipi dell’editore Laterza ha visto la luce col titolo ironico ed eloquente “Quel fantastico regno delle Due Sicilie” che andrebbe tenuto sul comodino e sfogliato costantemente specialmente da quel nugolo di studiosi improvvisati che ormai da tempo imperversa e detta eresie storiografiche non solo nel mondo pseudoaccademico, ma soprattutto sul web, gonfiando a dismisura la convinzione pericolosissima della gente meridionale che tutte le responsabilità dei nostri mali atavici siano da rinvenire soltanto nell”invasione” piemontese e nei suoi presunti effetti, anziché in ferite preesistenti che si tenta malamente di dissimulare: “vere e proprie fake news che hanno un’eccezionale capacità di presa perché forniscono una spiegazione semplice e problemi complessi. Mentre una crescente e inafferrabile distanza separa sempre più il Mezzogliorno dal resto d’Italia, si preferisce ‘ inventare’ un nemico esterno, cattivo quanto basta, per addebitargli ciò che siamo e che non vorremmo essere.”.
 
     Emblema principale di questo ‘nemico’ esterno è quel Giuseppe Garibaldi a cui il medesimo Mezzogliorno, che lo avrebbe visto invasore, aveva tributato con smmaccato servilismo medaglie, onori e intitolazioni di piazze e strade fin nei più sperduti villaggi dell’appennino meridionale e siculo. Quel generale, che la propaganda neoborbonica oggi vorrebbe invece ridurre a uno scapestrato quanto venale mercenario al soldo dei Piemontesi, che con un migliaio di avanzi di galera della sua stessa risma avrebbe sbaragliato la nobilissima causa borbonica ( forte di un esercito regolare mille volte più grande e più armato). Pino Ippolito Armino dimostra con dovizia di partricolari e carte alla mano, che questo pilastro sbrecciato della propaganda neoborbonica è frutto di fantasie malate: Giuseppe Garibaldi non fu al soldo di nessuno, tantomeno di Cavour, e la sua impresa, peraltro riuscitissima, non fu partorita da un Settentrione desideroso di usurpare le fiabesche ricchezze del Sud. 
 
   Sarebbe sufficiente solo questa disamina per scompaginare le teorie infondate e volutamente superficiali di tanti neomeridionalisti ormai di professione, ma l’Autore va ben oltre e stila un vero e proprio elenco ragionato e chiarissimo delle varie costruzioni fantasione su cui si fonda oggi la nuova propaganda secessionista del Sud che, non a caso, pur sembrandone antitetica, si coniuga benissimo con l”autonomia territoriale differenziata” di cui da sempre si fa portavoce la Lega, che ha cancellato dal suo blasone la parola” Nord” non solo per carpire la buonafede degli elettori meridionali, ma soprattutto per strumentalizzare la malafede dei neomeridionalisti e dei capipopolo che non mancano mai.
   Il repertorio ragionato delle “imposture” filoborboniche, a cui rimando il lettore che voglia attentamente fornirsi un quadro reale e veritiero dei fatti, parte da una disamina sobria del reale intento della lotta risorgimentale e dalla confutazione ferrea del cosiddetto “genocidio” dei Meridionali e di quello che , secondo certa propaganda, sarebbe stato un “ complotto inglese” ad armare, con la complicità dei Savoia e del Cavour, la spedizione garibaldina. Prosegue con logica serrata e puntualità rigorosa di riscontri storiografici, con un’analisi approfondita e lucida del ruolo svolto in tutta la vicenda risorgimentale da Carlo Pisacane , da Giuseppe Mazzini e dallo stesso Garibaldi e dal ruolo vero svolto sulle loro rispettive azioni dalla Massoneria nazionale ed internazionale del tempo. 
 
   Passa poi a descrivere e a smontare una ad una le altre favole neoborboniche che dobbiamo sorbirci , nostro malgrado, quotidianamente sui social: il brigantaggio meridionale assimilato ignobilmente alla lotta partigiana, il presunto saccheggio del Sud durante e dopo l’Unificazione, la fantomatica ricchezza del Mezzogiorno preunitario e dell’industria napoletana usurpate e disperse dagli invasori, l’emigrazione coatta dei Meridionali dopo l’Unità, la fiabesca istruzione del Sud borbonico che, in realtà, presentava il quadro desolante di un analfabetismo maschile e femminile almeno doppio rispetto a quello che negli stessi anni si registrava nel Settentrione della Penisola.

  Ed è forse proprio da quell’analfabetismo, all’epoca sicuramente voluto e imposto dalle politiche borboniche, e da quello di ritorno voluto e determinato in questi anni dalle politiche che hanno affossato l’istruzione pubblica, che oggi rinascono i mostri e i mulini a vento contro i quali continuiamo a scagliarci noi Meridionali addebitando, con fare donchisciottesco, le nostre ataviche colpe e ferite a un nemico lontano e  inesistente e non a quel “sonno della ragione” di cui parlava Gramsci e di cui in questo bellissimo saggio, scritto con cura ed eleganza, Pino Ippolito Armino ci offre una visione lucida e razionale che tutti dovremmo conoscere sul serio.

lunedì 10 luglio 2023

Mémoires 8: LA FATICOSA RIPRESA DOPO IL 1943 (di Rocco Liberti)

      Sembrano passati molti più anni di quanti in realtà ci separano da quel fatidico anno conclusivo, almeno per  i nostri paesi, di una guerra infelice e suicida per tutti, ma specialmente per i paesi interni dell’entroterra di Gioia Tauro distanti tra loro anni luce per chi era costretto a spostarsi a piedi da un luogo all’altro su strade che tuttavia non erano molto dissimili, quanto a cura e manutenzione, rispetto a quelle che siamo costretti a percorrere oggi. 

      Rocco Liberti ci offre in queste struggenti pagine, ancora una volta rese preziose e originalissime dai ricordi diretti e incancellabili di un ragazzo, la storia di una realtà paesana oppressa ancora dalle mille ferite lasciate della guerra, ma fortemente motivata a ritornare alla normalità, anzi a crescere ed uscire dal proprio isolamento: ne sono testimoni i tentativi caparbi di mettersi al passo coi tempi con la rinascita del cinematografo e i primi tentativi di ripristinare forme di comunicazione e di commercio. Finiva lentamente un’epoca per lasciare spazio tra incomprensioni, paure verso il nuovo e slanci sociali ancora confusi, a una ripresa difficile e tarda a venire.

    Ancora una volta un quadro emblematico per capire non solo le radici recenti di Oppido Mamertina, ma di tutte quelle realtà dell’Aspromonte e della Calabria che Rocco Liberti in altre sedi ha studiato e narrato con dovizioso rigore di storico.(Bruno Demasi)

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               Conclusa la prima fase della guerra e restituiti molti al focolare domestico, rimanevano ancora due lunghe annate perché si potesse affermare che fosse finalmente arrivata la pace. Non si presentava agevole a chi era tornato dopo tanta assenza riprendere un tenore di vita normale tanto più che uno stato vero e proprio era da ricostruire. Bisognava innanzitutto far rientrare in un ordine accettabile condotte non propriamente adamantine e ripristinare i molti servizi andati alla malora. Il problema più impellente era costituito dalla scomparsa dell’acqua potabile. I tedeschi, distruggendo i ponti e ulteriori essenziali strutture, avevano reso inutilizzabile l’acquedotto. Bene, poiché un acquedotto non si costruisce dalla sera alla mattina e si rivela indispensabile avere l’acqua a disposizione sia per bere che per cucinare e altri indispensabili usi, si è stati costretti a cercarla dove era reperibile. Il prezioso elemento, ottenuto in precedenza attingendo alle fontane rionali (erano pochi nuclei familiari e i conduttori di esercizi pubblici a usufruirne all’interno degli edifici), è stato trovato e a dovizia, ma faceva d’uopo inoltrarsi nei fondi agricoli di privati cittadini finanche a buona distanza. Si è verificata una vera mobilitazione e cortei di donne e bambini si recavano dove lo si rinveniva, nelle contrade nomate Caddàri, Russu, Santa Vènnera, Pedajsa ecc. Si avviavano armati di catìni (secchi), bùmbuli (brocche piccole), cortàri (brocche grandi), ma anche barili e bottiglioni. Prelevato quanto necessario sotto l’occhio vigile del proprietario timoroso di eventuali asportazioni di diversa natura, ma costantemente e benevolmente accolti, se ne ritornavano trionfanti al domicilio.

  Durante il percorso avevi agio di sentire le giovincelle cantare a voce piena le allegre canzoni in voga: Reginella campagnola, Rosabella del Molise (Don Giacinto si trasformava in Sor Giacinta dal nome di una monaca dell’Orfanotrofio), Piemontesina ecc. Quelle di tipo guerresco, Faccetta nera, Lilì Marleen, Giarabub e la stessa Mamma avevano ormai lasciato il passo. Adesso sì che ci si comportava spensieratamente! Gli stadi trascorsi erano stati realmente duri! In verità, c’era la fontana con numerose bocche del lavatoio dell’ex Comune di Tresilico, nota come ‘a Funtana randi, ma l’afflusso era veramente proibitivo per la numerosa popolazione che vi si riversava. Era rimasta intatta perché servita da altro antico acquedotto.

    Bene per quanto fondamentale in cucina e per ciò che si configurava usuale, ma per il lavaggio di lenzuola, coperte, materassi e altra roba come fare? Nessun timore! C’erano le fiumare: Mazza, Petra, Russu. Quando occorreva si andava in gruppi e si rimaneva l’intera giornata. Sciacquato e risciacquato ogni capo, lo si stendeva sui grossi massi presenti e si provvedeva a far colazione. I maschietti si mettevano in caccia di granchi e anguille. Sul vespro era tutto a gonfie vele e si rincasava soddisfatti. Non basta. Con i blocchi di pietra che si ritrovavano a Mazza si costruiva il “gurnale”, una pozza d’acqua dove nei pomeriggi assolati e lontano da occhi indiscreti ragazzi piccoli e grandi all’ignuda vi s’immergevano. Dobbiamo confessare che ci è andata ottimamente perché talvolta poco discosto si conducevano i maiali ad abbeverarsi. Quanta incoscienza! In antecedenza nella stessa fiumara mentre ci si recava a Farone mi è capitato di avvistare dei militari intenti a lavarsi camicie od altro. Erano a corto di acqua anche loro già prima. 
 
     C’erano però ancora due anni da trascorrere con il conflitto che continuava a distanza. Noi avevamo solo l’incognita di come sbarcare il lunario. Per sopravvivere vigeva sempre il matafaro ossia mercato nero che s’indirizzava particolarmente inverso Napoli, il primo grosso centro allora faticosamente raggiungibile. Le persone partivano da Oppido recando bidoni di olio, da noi in abbondanza e sugli scalcinati treni di allora si trasferivano in quella città che ne aveva passato di cotte e di crude, ma che peraltro si offriva alquanto rischiosa per i furti che a volte dovevano subire. I soldi che ricavavano dalla vendita del ricercato prodotto servivano a comprare specialmente sigarette americane, ch’erano molto appetite, Chesterfield, Philip Morris, Lucky Strike, Pall Mall ecc., ma anche dell’altro ch’era poi rivenduto ottenendo col guadagno quanto necessitava a sostentare le famiglie. Tempi veramente difficili! Mio padre inizialmente ha rimediato nella città partenopea un impiego nell’allora Ufficio Regionale del Lavoro e, con l’appoggio di alcuni parenti ivi domiciliati, vi si è sistemato, ma è rimasto poco. Gli allarmi notturni e diurni per attacchi da parte dei tedeschi e la precipitosa ricorrente fuga nei rifugi antiaerei erano di norma e la paura si registrava a novanta. Venuto in licenza si è trovato ridotto talmente male che mia madre lo ha costretto a rinunciare. Da ciò, anche su assillante insistenza di donna Fortunata Gioffrè Polistena, che a mia nonna faceva un’insistente corte, è nato il progetto di ridare vita al cinema muto Mamerto con altro sonoro. Mio nonno, Michele Cannatà, negli anni venti aveva avviato un accorsato cinemateatro, che aveva riscosso gran successo, ma che si era visto costretto a chiudere a breve anche per difficoltà di carattere politico. Il podestà dell’epoca, avv. Simone, gli stava sempre addosso con le scuse più risibili. Il locale era stato quindi suddiviso in modesti appartamentini nei quali si erano allogate ben cinque famigliole, Garreffa, Rulli, Mammoliti-Palumbo, mastro Gustino calderaio di Cittanova e un canestraio di San Giorgio Morgeto. Mi ha fatto allora molta impressione il fatto che il capo-famiglia dei Mammoliti, un contadino che aveva trascorso per condanna vario tempo in un’isola, come allora usava il Fascismo, se ne ritornasse a Oppido con una cassetta colma di libri anche se d’avventura o di carattere storico.

    Perdurando lo stato bellico, si è dato inizio al riavvìo dell’impresa, che al periodo era proprio tale impostare qualcosa di serio e di stabile, facendo sloggiare chi vi abitava e riportando il locale più o meno alla sistemazione originaria con nuova intestazione di Cinema Italia. Ma, dove acquistare un proiettore di non eccessivo costo? Il luogo non poteva essere che Napoli e qui si sono recati gli interessati o solo qualcuno di essi. Rintracciato quanto si confaceva al caso, sono ritornati con baracca e burattini, cioè hanno portato in patria l’apparecchio unitamente al fornitore dello stesso, un certo Liberato, l’unico a poter rimontare i pezzi anche perché si trattava di un oggetto piuttosto obsoleto. Era quanto allora si trovava e ad un prezzo accessibile. Liberato si è installato a casa mia e vi è stato ospite per un mese o forse più. Alla fine un regalo per la popolazione che attendeva fiduciosa. Da una finestra che dava sulla piazza, una sera tra l’euforia generale è partito il fascio di luce che proiettava un film su un telone ivi installato. E ora cominciano i dolori! Il vescovo Canino si è proposto subito di traverso e, bandendo una crociata, il giorno 29 luglio 1944 ha gridato e fatto gridare dai pulpiti avverso alla nuova espressione artistica e d’intrattenimento. Ha ordinato sconsideratamente di predicare che presto su Oppido sarebbe scoppiata una “bomba di gas asfissianti” senza aggiungere commento alcuno. Figurarsi lo spavento della gente a queste improvvide, e mi limito, esternazioni, ma il sentimento popolare pian piano ha dato il giusto valore a siffatte incoscienti, a dire poco, comunicazioni. Il cinema è stato avviato, ma la paura dell’anatema ha colpito l’animo di tanti, paucciàni e non, per cui l’afflusso è stato limitato. Spesso ai gestori non restava che mettere mano nelle tasche proprie per pagare l’affitto della pellicola. Edotto della non facile situazione, il monsignore ha giocato perfino la carta dell’acquisto pur di bandire il diavolo, ma nel colloquio svoltosi non si è addivenuto ad alcuna soluzione, e meno male. Con le sue ridicole offerte il vescovo avrebbe conseguito solo di affamare i suoi chiamiamoli così antagonisti. 

     Ma la civiltà eraimpossibile fermarla e, dopo che due dei tre soci hanno alienato la loro quota al terzo, Polistena, il prosieguo del cinema è andato a gonfie vele. Non poteva essere altrimenti. I tanti secoli superati ci hanno insegnato che il cammino del progresso non può essere arrestato e che a un bel momento tutto arriva alla logica conclusione. Il mondo di Charlot e Ridolini era ormai finito da un pezzo! In successione, nell’agosto del 1945 c’è stata una intimazione di mons. Canino all’abate Palaia perché si ritirasse dalla processione di San Rocco. Il povero parroco era ritenuto reo di aver permesso alla commissione che per la festa la macchina del cinema fosse collocata in un basso della piazza maggiore e vi proiettasse un innocuo lungometraggio di vita militare, “Lotta nell’ombra”. N’è derivato un vero assedio al portone del seminario da parte di tanti cittadini inferociti. È stata indotta ad intervenire la forza publica a fin di calmare gli animi e riportare tutto alla normalità. Il film è stato regolarmente offerto dal negozio di Francesco Liberti a una gran folla e tutto si è concluso in discreta concordia. Oltre a vari generi di pellicole il cinema ha ospitato di tanto in tanto compagnie teatrali, in particolare siciliane. Era un tradizione! Si ricordava spesso quella di Giovanni Grasso, che aveva recitato col celebre comico Angelo Musco.

   
     I residenti di Oppido per recarsi in altri paesi a fine di commercio od altre esigenze non avevano allora le comodità odierne e spesso era sufficiente il caval di San Francesco. Terranova, Varapodio, Messignadi, Castellace, Taurianova e perfino Gioia Tauro si raggiungevano a piedi e qualcuno si spingeva anche a Reggio, vedi Gustinaccio. Questi faceva come attività lavorativa lo spallone, cioè facilitava l’attraversamento della frontiera con la Francia e secondo valichi accessibili a gente cui era impedito di usufruire del passaporto. I veicoli disponibili erano perlopiù carrozze, carrozzini, calessi, ma non tutti potevano permetterselo, per cui sovente si affidavano a traìni (birocci, carretti), muli, asini, che impiegavano molto per pervenire a destinazione. Sostenevano comunque il loro ruolo anche se i viaggiatori alla fine erano stanchi e pesti. Tanti si portavano sino ad Amato e alla stazione ferroviaria prendevano il cosiddetto trenino, la Calabro-Lucana, per Taurianova da una parte o per Gioia dall’altra. C’era però un intoppo soprattutto per i traìni. Al Marro era obbligatorio scendere dal mezzo e farsela a piedi fino alla zona pianeggiante. I muli proprio non ce la tiravano. In un frangente buon per me sono stato graziato. Essendo piccolo mi è stato concesso di procedere senza smontare dal carro. Era mattina presto e faceva freddo. Ogni tanto la fortuna c’è! Oggi, quando si vuol dire che uno è malconcio, si pronunzia la frase “pari ‘o cavaju du’ Mastruzzu”. Il Mastruzzu (“mastro di non eccellenti qualità”) Tripodi manteneva attaccato al suo calesse un cavallo ch’era tutto acciaccato e si muoveva come un brocco. Nel tratto fuori porta procedeva sempre a rilento, ma all’ingresso del paese si lanciava tutto pimpante. Invero, a far da regista era la frusta del suo conduttore, che lo sollecitava baldanzosamente. Non potendo martoriare la povera bestia lungo il tragitto alla fine si prendeva la rivincita per far notare che anche lui possedeva un buon destriero. 

    I mezzi che trasportavano le merci richieste dai negozianti di Oppido si ritiravano nelle tarde ore pomeridiane uno dopo l’altro. Si era soliti assistere a un vario alternarsi. Tra i carrettieri si offrivano i Mammoliti e i Lucisano, tra i carrozzieri Versace (questi avevano anche il monopolio dei carri mortali (i cocchi con cui si accompagnavano i morti al cimitero) e Marvello (Marbèju). Si evidenziavano pure alcune auto, ma la spesa non era alla portata di chicchessìa. Godevano del diritto di noleggio Creazzo, Barletta, Sereno, Liberti, Barbaro (‘u Milordu) e qualche altro. E c’era anche l’autobus! Ma si qualificava un mezzo molto arcaico, che per il suo lento avanzare era stato soprannominato ‘a lumaca. La ditta Buda, interessata all’unica tratta Oppido-Gioia, aveva acquistato un torpedone modernissimo per i tempi nelle ultime fasi delle ostilità, ma lo Stato, necessitando, glielo aveva requisito, per cui è stata costretta a riadottare quello accantonato. 


     In quella fase il paese era molto popolato e i cittadini per necessità varie si spostavano di frequente. Ricordo con nostalgìa l’apparire a sera dell’autobus, che aspettavamo ognora con ansia. Rientrava con gente sistemata pure sull’imperiale e ai lati sui parafanghi. Non c’era alcun rischio tanto non accennava di sicuro a furiose corse. D’inverno sopraggiungeva col buio e noi come interagivamo? Stavamo in attesa di scorgerne i fari accesi quando si fermava all’ufficio postale di Tresilico per consegnare la corrispondenza. Quindi, in un baleno percorrevamo di corsa la strada che ci separava e, non appena ripartito, ci sistemavamo sui predellini o dietro su una scaletta. Non eravamo visti poiché a lato dell’autista, invece del vetro, era stato inserito un foglio di compensato. Che sfarzo! Ma, o fosse il peso o fosse altro, il mezzo talvolta veniva fermato di botto, vi scendeva tosto e con tanto di verga il fattorino Peppino ci induceva a correre le cento leghe. Prendere l’autobus di primo mattino era pure una preoccupazione. Non sempre si riusciva a recuperare un posto, per cui era inevitabile alzarsi presto ed essere pronti agli spintoni. Quando ne avevamo di bisogno, c’era mio cugino Alfredo, che, gestendo un bar vicino al luogo della partenza, si alzava assai per tempo e ce lo procurava sedendosi lui fino al nostro arrivo. Oggi siamo proprio agli antipodi! Quante auto in un ormai spopolato abitato come Oppido! E le braccia per guidarle? Forse qualcuno ne conduce due per volta, una con la mano destra e l’altra con la sinistra!

    Il largo antistante la sede della GIL nell’epoca fascista era stato chiuso, anche se vi si affacciavano le case dei Gioffrè e dei Polistena e in esso si svolgevano a iosa le manifestazioni del regime. Però, man mano che le cose peggioravano, le balde riunioni si diradavano. Potevi avvertire soltanto la presenza di qualche colonia ancora ivi bloccata e l’odore di quanto bolliva in pentola per i ragazzi del Reggino che provvisoriamente vi albergavano. Avvenuto il peggio, in una notte tutto è scomparso e si è inventata ogni cosa in merito al comportamento di chi fino all’ultimo aveva diretto l’istituzione. È stata la stessa cosa per la Casa del Fascio, scassinata la quale tutte le documentazioni sono state sparse sulla Piazza Umberto I. È naturale! Succede perpetuamente così a ogni cambio di regime. Addirittura nottetempo i locali della GIL sono stati presi di mira e alcuni, possessori o meno di appartamento, se ne sono accaparrate delle stanze. Lo stabile al completo se lo sono divisi in tre famiglie (una viveva in casa d’affitto, le altre bene o male un’abitazione ce l’avevano) e da quello ch’era stato trasformato in cortile sono sollecitamente sparite le recinzioni in legno rendendo transitabile l’intero braccio di strada. Ma lo spazio, definito “arretu a’ GIL” cioè addietro alla GIL, è divenuto luogo di convegno dei ragazzi della zona, monelli e non. Vi si accedeva innanzitutto da uno stretto vicolo che si collegava alla piazza Mamerto, una stradina che è finita con l’essere spartita tra le famiglie confinanti. 
 
     C’era diuturnamente un viavai di ragazzi che ne combinava di tutti i colori avvisandosi anche liti furiose. Assai temibile la squadra di Satanassu, i cui componenti si protendevano avanti con pericolose sassaiole. Arrivavano diuturnamente minacciosi e in bande vere e proprie. Ma a prevalere si attestava certamente di più il gioco. C’erano i passatempi conosciuti come: a’ mmucciatèja (a nasconderella), a’ mmucciatèja a’ mazzola (a nasconderella con la mazza), a presu, a presu e lìbbaru (a prigioniero, a prigioniero e libero), a manna (a cavalcioni sul dorso), a picciotti e carbinèri (a picciotti e carabinieri), o’ gattuzzu (lippa), o’ vìzzari (astragalo), e’ carti (briscola, scopa, ‘o mazzettu, all’asu latru (asso ladro) ecc.), e’ brigghia (ai birilli), o’ traguardu (al traguardo). Per quest’ultimo si segnava per terra, racchiudendola con delle linee, un’area con determinati passaggi. Si sviluppava facendovi transitare sopra con un colpo delle dita aperte il coperchio di una cromatina (scatola di lucido per le scarpe). Vinceva chi superava tutti gli ostacoli (tra tanti: ‘u strittu ‘i Messina). Si qualificavano in genere giochi tradizionali, ma la fertile immaginazione infantile ne inventava periodicamente di nuovi. Uno svago assai seguito era anche ‘a guerra francesi (la guerra francese), che si dipanava sull’ampio sagrato della cattedrale. Due squadre schierate sulle estreme si sfidavano e pervenivano ad avvicinarsi l’una all’altra, non mi è chiaro se per catturarsi a vicenda od occupare le opposte posizioni. Probabilmente ogni squadra doveva difendere il proprio campo e impedire all’altra di approssimarsi al limite rappresentato dalle barre in ferro che delimitavano il sagrato a est e ovest.

Rocco Liberti

lunedì 19 giugno 2023

Mémoires 7: QUEL TERRIBILE 1943 A OPPIDO E SULL'ASPROMONTE (di Rocco Liberti)

   Non capita tutti i giorni poter ripercorrere ansie , emozioni e paure della fase conclusiva dell’ultimo conflitto mondiale con la testimonianza diretta e inappuntabile di chi, come Rocco Liberti, allora era un ragazzo e, come tale, registrava, senza perdere un fotogramma, attraverso i propri occhi immagini e suoni che dopo varie decine di anni ci vengono restituiti vividi e sconvolgenti. E non si tratta di “semplici” ricordi conditi di emozioni e di fatti che hanno segnato e segnano la storia di ogni famiglia, perché il ragazzo di allora è lo studioso di  ieri e di oggi che sa coniugare emozioni ed eventi realmente accaduti con il filtro critico del metodo storico. Un unicum!

   Si aggiunga poi, insieme allo stile narrativo lieve e condito di nostalgica e commossa  ironia, lo spaccato  della società del tempo sulle balze e per le strade di un Aspromonte costretto anch’esso a pagare, suo malgrado, un durissimo tributo di sangue e fame a quel dio della guerra che imperversava allora , ma che ancora oggi è tutt’altro che annientato, e si ottengono queste nuove pagine inedite e struggenti, preziose per tutti, ma in particolare per questo territorio dove molte ferite della guerra di ieri non sono ancora del tutto rimarginate (Bruno Demasi)

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      Com’è stato vissuto l’ultimo anno di guerra, tale almeno per noi, dalla popolazione oppidese? In verità, il 1943 si è rivelato un periodo particolarmente arduo soprattutto per la carenza dei generi di prima necessità quali pane e pasta. Questi indispensabili prodotti alimentari, quando c’erano, venivano consegnati alle famiglie solo dietro esibizione della carta annonaria, dalla quale si staccavano delle apposite cedole, ma queste risultavano sempre insufficienti. Interessante il pane con l’aggiunta o supplemento come si diceva! Accade di norma che la forma di pane pesata prima di essere introdotta in forno, a cottura avvenuta riporti un peso inferiore. Bene! In quella travagliata fase, in cui pochi grammi di cibo potevano fare la differenza, imperava l’ordine di pesare il pane da consegnare e, nel caso, di allegare un eventuale integrazione. Alle guardie comunali era demandato il compito di controllare e, ove si accorgevano del dolo, per il fornitore scattava senza indugio la denunzia. Era dato avvertire casi in cui le donne, esperiti pochi passi da una bottega, erano fermate e obbligate al controllo di rito. Noi bambini eravamo sempre pronti ad accaparrarci quanto veniva consegnato di conserva. Era come una gara! A sera la razione consisteva in una fetta di pane ciascuno, ma chi ci arrivava! Correndo di quà e di là al vespro sentivamo la necessità di assumere qualcosa, ma alla richiesta puntualmente la mamma non poteva che dire: se la consumate a vespro, regolatevi che stasera dovrete fare passo…! Ma, se mancava il pane figuriamoci quanto proveniva dal nord-Italia o addirittura dall’Estero. Dalle mense erano del tutto spariti, tra l’altro, perfino il riso, lo stocco e il baccalà. È il caffè? Nemmeno a parlarne! Lo sostituiva malamente l’orzo. Che brutto rimedio! Ancora risento il puzzore di quand’era messo sul fuoco ad abbrustolire! Ci faceva scappare a gambe levate.

       A un bel momento anche i generi alimentari con la tessera, soprattutto il pane, sono venuti a scarseggiare e il caroviveri opprimeva e come. Per cui alla popolazione non è rimasto che protestare vivacemente contro il grave stato di cose. E con chi se l’è presa? Naturalmente con chi al tempo reggeva la cosa pubblica! Si è vista una massa di gente, soprattutto donne perché i maschi erano a servire la patria in armi, che si è portata avanti al municipio ad elevare una vivace protesta di massa. Non so cosa di preciso è successo nel grave frangente, ma, non ottenendo alcun risultato, la fiumana di popolo si è indirizzata a casa del podestà dell’epoca, il notaio Sposato e alla nessuna o timida risposta si è data a una sassaiola che ha ridotto in frantumi i vetri delle finestre. Dopo il podestà Riccardo Gerardis, che aveva retto il Comune per un lungo periodo, si erano alternate per brevi periodi una serie di persone improvvisate per la carica e che d’altronde, dato il frangente che si viveva, non avevano alcuna possibilità di agire efficacemente, il poeta Tedeschi e l’avv. Pugliese.


   Esisteva anche la pizzàta, un termine derivante sicuramente da pizza. Era un tipo di pane preparato con farina di granturco che si consumava perlopiù nella frazione Piminoro. Era di certo un’eredità serrese. Quando c’era di tutto e di più lo si disdegnava, ma in grave penuria era ricercato e le file di persone a fronte di una rivendita improvvisata si offrivano più che folte e pronte alla zuffa. Ne ricordo una davanti alla farmacia Musicò su via Garibaldi. Una fornata è finita in un battibaleno e dopo un accapigliamento corale in men che non si dica non è rimasta nemmeno una mollica. Tale farina la si usava anche per fare la polenta o frascàtula. Della stessa si preparavano parimenti dei bastoncini o altre forme che si ponevano a friggere in padella od anche al forno. Quanto similmente prodotto si mangiava per fame, ma non è che venisse proprio ricercato. Alla lunga sdingàva cioè dava la nausea.

    Ma ci si cibava di qualsivoglia frutto della terra, financo delle erbe più strane come i “croschi ‘i vecchia” snobbati per la loro coriaceità. Le mamme nell’incontrarsi commentavano l’un l’altra: a undi rrivàmmu! ‘U mangiàmu croschi ‘i vecchia”! Era invero una sorta di bietola dura e legnosa piuttosto disdegnata. I ragazzi facevamo man bassa di lupini portati a maturazione a forza, frestonache (pastinache), ferrubbi (carrube, erano così dolciastre che a malapena riuscivi a mangiarne qualcuna), ceci e favuzzu (fave secche tostate) e perfino pagnocchej ‘i sant’Antoni, noduli di un tipo di tarassaco che cresce ovunque. Sono riusciti davvero provvidenziali gli orti di guerra. Erano questi degli spazi liberi nel corpo del paese che si concedevano in comodato d’uso a chiunque ne faceva istanza. In genere consistevano in superfici accosto alle proprie case. A Oppido se ne sono visti parecchi. Ma se, a guerra finita, i più sono stati smantellati, alcuni sufficientemente ampi hanno continuato ancora per molto e tutti potevano recarvisi a comprare ortaggi. Deliziose le lattughe e la verdura che si ricavavano nell’orto della Rizza, sotto l’antico campo sportivo e al posto degli edifici dell’Ina Casa o nell’orto di Lipari, di fianco a una sua casa popolare all’inizio della via Piliere, esattamente dove ora si avvisa il complesso edilizio di Pignataro.

    Ma, fatta la legge trovato l’inganno. Fioriva alla grande il suttamatafaro, cioè la vendita di contrabbando. Merci di carattere alimentare ne arrivavano dalla zona ionica, innanzitutto da Plati. Da questo paese si dipartiva il così nomato Prussio, un Mico Feis figlio della mammana di cui abbiamo detto in altra puntata, che con il suo carretto trainato da un mulo trasportava a Oppido grano e altre derrate commestibili. Ma se ne introducevano altresì da molteplici contrade. Il mulo del Prussio! Questi fruiva di una baracca nel sito dove ora si offrono le case a fronte del vecchio cinema. Vi custodiva la bestia e nei caldi pomeriggi faceva la siesta lasciando all’esterno il carretto con le stanghe alzate. Poteva riposare tranquillo? Macchè! Aveva avuto forse il piacere di appisolarsi che ci precipitavamo a capovolgerglielo. Al trambusto che si produceva usciva difilato e gli improperi con parolacce sonanti al nostro indirizzo salivano alle stelle. Dai paesi marini dello Ionio arrivavano di norma anche i pesci, soprattutto alici e varia minutaglia e i famosi dormituri, una specie di chiocciole, ma non sono in grado di testimoniare se il flusso persistesse anche durante il periodo bellico. A pace arrivata i pisci ‘i retumarina hanno comunque rifatto la loro comparsa. Il maggior flusso di prodotti ittici ci proveniva però di solito dal litorale tirreno e le bagnarote tipo la zi’ Paola e la zi’ Rosa appena arrivavano già dal carrozzino si davano a vociare annunciando la loro mercanzia. Che succedeva! Che la popolazione d’un subito si portava al Mercato con piatti e piattini, che a un bel momento nell’urto per forza di cose se ne volavano via. Meno male che i più erano confezionati con la latta. È successo a un bel momento che per evitare ogni sorta di tumulti il Comune ha pensato bene di allestire un gabbione in ferro dove le venditrici potevano stare a loro agio senza sussulti di sorta. Agli acquirenti perciò non è rimasto che porgere il piatto dall’alto dell’inferriata. Richiesta, esibizione del piatto, pagamento del pesce e consegna dello stesso avveniva perciò tutto tramite le sbarre. Con tutto ciò non è che le risse mancassero, anzi!

     All’epoca prosperava anche la pasta nera, non quella di oggi molto appetibile, ma così nera che a ingurgitarla ci voleva uno stomaco di ferro. Mio padre, trovandosi per l’obbligo militare in quel di Vibo Valentia, territorio intensamente coltivato a cereali, ne comprava una cassa e questa arrivava, non so come, a Oppido. A destinazione il contenuto lo si suddivideva tra diverse famiglie. A saldare il costo totale, evidenziandosi le borse semivuote, allora non poteva farvi fronte nessuno da solo. C’era anche pasta di ceci, fave e lenticchie combinata variamente. E non ne comunico il sapore! Con le farine ottenute dagli stessi prodotti si confezionavano pure delle pitteje (piccole pitte) che si friggevano in padella. Allora il cattivo odore saliva veramente alle stelle. Mah! Era d’uopo pur sostentarsi! Le fornate di pane misto ai cosiddetti viscottej erano sufficienti a tirare una ventina di giorni. Certo, all’ultimo s’imponevano denti di gigante a meno che non si ammollasse il tutto in acqua.

    Ma non era unicamente la fame a tormentarci. I passaggi di stormi di aerei, le fortezze volanti, si andavano facendo più insistenti, per cui la precipitosa fuga di giorno o di notte nelle prospicienti campagne si reiterava più spesso. Al primo allarme le mamme (i padri in buona parte erano sotto le armi) c’infagottavano e ci trascinavano nei vicini poderi, dove in qualche contingenza trascorrevamo l’intera nottata all’addiaccio. Quasi sempre si mirava a Vajca, dove c’erano case abitate dalle famiglie Maruzza, Timpano e Fotia o al Piliere, dove ora sorge il così battezzato Villaggio Mancini, in appezzamenti custoditi dai Napoli. Al fragore di bombardamenti in lontananza dirigendo lo sguardo si tirava a indovinare se il sito colpito riguardasse Reggio o Messina o altri. Se ne avvisavano distintamente i bagliori. Quando succedeva la calma poi non erano rari gli episodi che inducevano al riso. E come comportarsi altrimenti tra una massa eterogenea di gente accomunata solo per necessità! Ho viva memoria del “Faru” (Micuzzu Lofaro), che sgridava chi si azzardava ad accendere una sigaretta. Secondo lui, ma anche a dire di altri, quella minuscola fiammella avrebbe potuto farci avvistare da qualche pilota di aereo in transito. Veniva però sempre zittito con scherzose rampogne.

       Una grande paura ci ha assaliti un mattino. Appena alzatici e messo il naso fuori, siamo stati testimoni di un insolito evento. Dalle alture di Piminoro si dipanava un imponente fascio di luce luminosissimo. Di primo acchito il pensiero è corso a una probabile arma ivi piazzata dai nemici, per cui non ha tardato a instaurarsi una psicosi collettiva. Le autorità immediatamente avvertite hanno inviato persone in missione onde accertarsi dello strano fenomeno anche perché tutto era silenzio. Né crepitare di cannoni o di mitraglie né altro. Il segretario politico del PNF, rag. Muscari, si è presto attivato e con i carabinieri, le guardie comunali e altre persone vi si è immantinente recato. Non mi è noto se al tempo ci fossero ancora dei militari a Oppido, ma immagino di sì. Il timore restava alto e non si vedeva l’ora che il gruppo rientrasse. Verificata ogni cosa tutto si è risolto per il meglio. Si trattava di cosiddetti palloni frenati, una specie di aerostati fissati a terra con lo scopo di una mirata osservazione.

  

       Pervenuti al mese di luglio, gli avvenimenti stavano ormai per precipitare e la trasferta quotidiana nei campi non bastava più, per cui chi possedeva un bene agricolo poco lungi dalla sede di residenza ne approfittava per trasferirvisi. Chi non ne aveva si faceva ospitare da una famiglia amica. I miei in un primo tempo ci indirizzavano alla Petra, un appezzamento ricadente sulla strada per Oppido Vecchio dalla zona sud, ricco di frutta, in maggior misura fichi e fichidindia. Onde anticipare i tempi ed eludere quanto possibile i tragitti di utilizzo comune, sgattaiolavamo dal luogo in cui è posta la chiesa dell’Oratorio e attraversata la proprietà dei Coco c’immettevamo sul tragitto che conduceva alla mèta. Vi stavamo durante il giorno, ma la sera si rientrava regolarmente a casa. Una mattina abbiamo rilevato che la notte precedente aerei nemici avevano lanciato manifestini e opuscoli che, dettagliando le malefatte del regime, invitavano alla sollevazione. Si trovavano sparpagliati dappertutto.

    Non ritenendo adeguato un tale accorgimento, i miei hanno deciso di trasferirci in toto ad altra tenuta molto più estesa e ricca di ogni ben di Dio che possedevamo al di là di Messignadi, Faruni (Farone, Bosco Farone). Era porzione dell’antico feudo degli Spinelli. Lì abbiamo avuto finalmente di che mettere sotto i denti, ma in abbondanza cibo cosiddetto povero. Non scarseggiavano la verdura, i zughi (songo), i gurràjni (borragine), patate, fagioli e frutta, tanta frutta, pesche, nocepesche, melagrane, fichi e stava per giungere a maturazione perfino l’uva. A proposito di fichi con mio fratello Michele ogni giorno si svolgeva quasi una gara. Andavamo di primo mattino a tastarli sugli alberi più accessibili, ma erano abbastanza acerbi. Pazienza! Ci ritornavamo in sul far del mezzogiorno e replicavamo la medesima azione, ma, caspiterina, era ancora impossibile cibarsene. Alla terza palpata in serata erano semi mollicci e quindi li ingoiavamo tranquillamente. Di sicuro non avevano raggiunto il massimo! In verità, li avevamo fatti maturare a forza. Occorre dire che, contrariamente al paese, non difettava la carne. Si trovavano in tanti a macellare di nascosto animali di piccolo taglio, la cosiddetta minuta e di volta in volta l’informazione veicolava a tam tam, per cui si sapeva in anticipo dove il misfatto si sarebbe commesso. Soltanto che non sempre si palesava il danaro per comprarne qualche libbra.

   Alla sera padroni e coloni ci si radunava dinanzi al palmento, al chiaro di luna se c’era, diversamente al buio, e si passavano in rassegna fatti reali e ipotizzati. Una notte che l’astro notturno si attestava alto sul cielo, un tizio ha allarmato gli astanti affermando di avere avvistato un malospirito che si aggirava alle spalle della costruzione. Si è suscitata subito una baraonda. I bambini ci siamo spaventati, ma il colono cumpari Cicciu Punteri detto Pilato (a Messignadi è raro rinvenire qualcuno che non sia conosciuto per il soprannome; a volte se chiedi col nome e cognome non lo conoscono) perché in una circostanza gli era stata rovesciata addosso una pentola di acqua calda, afferrato un nodoso bastone e bestemmiando la melogna si è mosso trascinandosi appresso altre persone del pari animose. Che s’è visto? Una donna anziana designata ‘a Cìnnara in tutta sottana bianca annaspava con altro randello sul muro posteriore. Cos’era intervenuto? La poveretta, scarsamente vedente, si era mossa chissà per quale motivo dalla casetta dove stavano rifugiati i familiari del fattore degli Adorno distante all’incirca un centinaio di passi, ma aveva perso l’orientamento e quindi vagava senza sapere dove si trovasse. Aveva beccato il muro e questo le si opponeva ostinatamente. È finito ovviamente tra commenti e risate.

       I malispiriti! I cattivi spiriti, in antica età costantemente in voga, ma oggi con il sopraggiungere della civiltà e della frequenza alle scuole di ogni grado scomparsi, erano i protagonisti dei racconti che si facevano accanto al camino o al braciere od anche all’aperto. Nelle calde serate era normale radunarsi nei pressi della porta di casa di una famiglia, che all’occorrenza offriva quanto occorrente perché potessero accomodarsi amici e conoscenti. Una sedia non si negava a nessuno. Si formava ad ogni occasione un gruppetto affiatato che discuteva di fatti privati, politica, eventi del giorno e di altro ancora, ma, alla fine, dai e dai, non mancava il fatterello con protagonista un malospirito offerto da chi giurava sulla sua attendibilità. Tutti raccontavano di incontri con defunti, avvisi espressi dagli stessi, otri caricati su muli che quando li si spostava per una scusa qualunque emettevano una voce che avvertiva di non arrecare loro del male ecc. C’era una varietà di argomenti che non aveva fine. Il perito I., uomo serio a detta corale, tra l’altro ha raccontato di quella occasione in cui, portatosi in sulla mezzanotte alla fontana di Piazza Regina Margherita al fine di bere, ha notato una bella signora che vi attingeva. Alla domanda se poteva accostarsi a soddisfare il suo bisogno di colpo ha udito come uno scoppio, è stramazzato per terra e non si è reso conto più di altro. Ripresosi dallo stato confusionale ha dovuto notare che la signora si era letteralmente volatilizzata. Cummari Maria ‘a ‘Nnisa, una mite contadina, invitata ad ogni piè sospinto a narrare di quel suo viaggio a Roma negli aa. 20-30, che faceva svagare gli astanti per il suo candore, sosteneva con disinvoltura che la notte, nel mentre era a letto sentiva come un borbottìo. Si affacciava e percepiva una schiera di trapassati che procedeva in fila recitando il Rosario. Era naturale che lei si accodasse e operasse nella stessa guisa e, a cammino esaurito, se ne tornasse serenamente a casa. I ragazzi eravamo avvinti da simili narrazioni, ma, ahimè, quando si appressava l’ora di andare a letto, se non veniva qualcuno ad accenderci la lampadina, si prospettavano guai seri!

   In quei tristi momenti forieri di preoccupazioni per l’avvenire la gente le escogitava tutte. Non avvedendosi vie di uscita, ricorreva addirittura a comportamenti di carattere magico o pseudo tali. Me ne sovviene uno. Delle vicine di casa alla sera si riunivano all’aperto e vi si trattenevano a lungo. I bambini eravamo a letto da un pezzo, ma esse di tanto in tanto facevano la mezzanotte e si mettevano in vigile attesa. Uno squittìo d’uccello, lo scatto di un gatto, il suo colore, un chiarore improvviso o un rumore qualsiasi avrebbero loro indicato quanto sarebbe poi accaduto in riferimento alle sorti della guerra o a un desiderio espresso in cuor loro. Quasi tutte avevano un congiunto militare e le lettere per forza di cose stentavano ad essere spedite e recapitate. Non solo, ma, risultando parecchio analfabetismo, dovevano far ricorso ad altri. Rammento un’amica di famiglia, Teresina, che se le faceva scrivere da mia zia Concetta. Me ne dovevo scappare per evitare di riderle in faccia, in quanto le parole “caro sposo” s’inseguivano ad ogni riga. E mia zia a reiterare: va bene caro sposo, ma poi?

    Faruni col palmento culminava in cima a una collinetta, da cui avevamo agio di scorgere molti particolari oltre il viavai sulla strada per Messignadi. In una congiuntura ci è capitato di assistere all’inseguimento di due aerei proprio sulle nostre teste. Immaginarsi l’apprensione! Alla fine, di volta in volta che si alternavano le distruzioni dei ponti stradali operate delle truppe tedesche in ritirata, i coloni declinavano il nome dei posti dove si erano verificate. Inizialmente è saltato il ponte degli Archi, poi quelli della Ferrandina, di Castellace, Varapodio e Marro e giù giù proseguendo.

   Un vero e proprio panico l’abbiamo vissuto invece un mattino che, come periodicamente facevamo, ci siamo avviati verso Oppido. Sorpassata Messignadi, all’imbocco delle viuzze che portavano da un lato al distrutto convento dei domenicani e dall’altro a Tresilico (nei cui pressi peraltro stavano scavando nel tufo un rifugio, che ho visitato, ma che poi per il precipitarsi degli eventi non è stato completato) siamo stati sorpresi dal bombardamento di Rizziconi e zone limitrofe. Lo abbiamo saputo dopo, ma in verità la preoccupazione è volata a Oppido. Le deflagrazioni sembravano troppo vicine. Dire che lo spavento e l’apprensione hanno toccato l’acme è limitarsi a poco. Ci siamo senza indugio ritirati in un settore ombroso, quasi che potessimo essere maggiormente protetti dal fogliame degli alberi. C’era chi piangeva chi imprecava e chi raccomandava l’anima a Dio. La gita a Oppido di tanto in tanto era necessaria sia per operare ricambi sia per prelevare pane e altri generi ed anche per vedere se a casa tutto era rimasto come l’avevamo lasciato. Ma che! Di ruberie allora neppure l’ombra. Non c’era di che sgraffignare e gli uomini se non in guerra erano anche loro rintanati nelle campagne. Abbiamo tentato di proseguire, ma giunti sulla parte alta del costone che guarda alla fiumara di Mazza coraggiosamente abbiamo fatto marcia indietro. Solo una giovane ardimentosa per necessità ha proseguito. Era Catuzza Barillaro (Catuzza du’ càrciru), che accudiva alle locali Carceri Mandamentali, delle quali suo padre era custode. Ho ancora nella mente quella agile figurina che a distanza percorreva il sentiero accosto alla campagna dei Coco (altra famiglia), noti per la loro longevità, per condursi allo sbocco del cimitero ed essere così più vicina alla sua residenza. La signorina Barillaro, persona alquanto simpatica e spiritosa, è morta a cento anni suonati nel 2021.

   Arrivati all’8 settembre e proclamato l’armistizio, l’esercito italiano si è squagliato come neve al sole. Ci trovavamo come di consueto in vicinanza del palmento quando si è presentato tutto trafelato Ciccio Punteri figlio, poco più grande di me, ad annunciare che c’era un soldato che chiedeva di essere ospitato almeno per quella notte. All’accoglimento della richiesta si è affacciato mio padre che ancora vestiva panni militari. Si era fatto a piedi tutto il percorso da Vibo a Farone attraverso viottoli di campagna e scavalcando fiumare, come un po’ tutti i militari lasciati allo sbando. Dire che c’è stata un’esplosione di gioia è dire poco. Dopo qualche giorno si è sparsa la notizia che gli Americani avrebbero fatto saltare in aria la santabarbara che si trovava allestita a Taurianova e che sarebbe stato un botto tremendo. D’altronde, in linea d’area eravamo alquanto prossimi. Logicamente si stava tutti col fiato sospeso e in attesa di guai peggiori quando a un tratto abbiamo visto in alto come un grande fungo di fumo e contemporaneamente sentito sì il fragore, ma in tono inferiore a quanto previsto. Più che altro si è notato un vistoso spostamento d’aria. 

   Rientrati a Oppido dopo qualche giorno dal forzato esilio in campagna siamo stati messi al corrente del grave fatto d’armi ch’era avvenuto in montagna, sullo Zillastro, dell’armistizio concluso tra italiani e americani e delle bombe cadute in prossimità del cimitero. Nell’immediatezza la popolazione, allora numerosissima, la sera sul tardi è affluita in cattedrale, ha preso la statua della Madonna Annunziata e l’ha recata in processione a ringraziamento della fine di ogni pena. Le strade erano affollate come non mai. Si cantava, si piangeva e si applaudiva. 

Rocco Liberti