mercoledì 12 aprile 2023

La penna del Greco: A N’ATR’ANNU MEGGHIU ! (di Nino Greco)

    Neanche una goccia di mosto doveva andare perduta, neanche una goccia di sudore doveva scivolare a vuoto dalle fronti inzuppate di fatica e di preoccupazioni dei contadini nelle vigne sterminate, suddivise dai pigri e pretenziosi padroni fra tanti coloni, i partitari. Era il tempo del redde rationem dopo un’annata di fatica durissima che, dopo la lunga cura della terra, culminava nell’arte antica della vinificazione.
   Nino Greco di questa sapienza costruita pazientemente per secoli e spazzata via dall’ignavia dei tempi nuovi, del momento denso di apprensione in cui, dividendo il mosto schiumoso, si attendeva il premio di un’altra scommessa annuale, ci offre uno spaccato splendido.
    E ritorna per un attimo, insieme con il rituale augurio conclusivo "A n'atr'annu megghiu", che serviva ad ersorcizzare le difficoltà dell'inverno che doveva arrivare e gli interrogativi per l'annata successiva, il profumo di una civiltà intrisa di fatica e di oppressione scandalose, ma anche di silenzio e di religioso rispetto per i frutti della terra.
    Un’altra pagina da gustare con commozione e gratitudine anche per l’abituale dono di un lessico altrimenti perduto. (Bruno Demasi)

   Per i partitari di vigna la “cunsinna” restava il momento più atteso dell’annata; dopo tutti i lavori di un anno si raccoglievano i frutti. Era la giornata che chiudeva i tre giorni dedicati alla vendemmia. Raccolta e pigiatura il primo, poi ventiquattrore di fermentazione delle vinacce lasciate a ammollare nel mosto dentro la cascia, poi la “sgarrata”e infine la consegna.

   E il rituale si ripeteva ogni anno. Per tutti i coloni delle vigne era come sostenere una prova d’esame e i palmenti vivevano giornate frenetiche, fatte di fatica senza orario, e non si trovava il tempo per guardare nemmeno la levata del sole. La bontà dell’esito era tutto nel tino. Nella quantità di mosto che colava fino all’ultima goccia e che sboccava nel tino dopo che i colpi di ferla, la leva di ferro atta alla stringitura del torchio, che avevano aperto il canale della cascia tappato con un grosso sughero avvolto in pezzi di sacco di zombara e sigillato con la terra cretosa delle costereje.
   La notte che precedeva il giorno della consegna era la più pesante perché non si dormiva e la più gravosa. Si caricava il torchio con le vinacce pigiate e lasciate a macerare e si andava avanti fino a all’ultima torchiata.
   La “sgrappatura” era la parte meno divertente. Quando si “sferrava” il torchio bisognava tirare giù la vinaccia premuta e separare i grappi dagli acini per poi preparare il torchio per la prossima torchiata, e lasciare tutto in un angolo da parte pronto per procedere alla seconda premitura di tutto il vendemmiato. Dopo i vari passaggi tutto il lavoro di una annata si riduceva a poco più di mezza torchiata. 

   Erano notti di veglia e di primi freddi. Il silenzio dei vigneti veniva di tanto in tanto rotto dal rumore delle “chiavi del torchio”, provenienti dai palmenti della zona, che muovevano il cricco e che cadendo nella sede successiva scandivano il passaggio da un foro all’altro con un suono inconfondibile.
   Io mi muovevo con agilità all’interno delle sporte, affondavo a piedi nudi come se fossi risucchiato dalle sabbie mobili; e mentre giravo e pigiavo il mosto usciva a fiotti dalle fessure delle sporte e andava a ingrossare il canale del piatto.
   Mio padre mi raccomandava di distribuire bene la vinaccia e renderla uniforme in maniera che le mezze lune che dovevano coprire la torchiata scendessero, spinte dai “pezzotti” del castello e dall’avvitamento del cricco, parallele al piatto.
   Mi diceva pure che quel lavoro era importante per una buona riuscita della premitura e che il mio corpo esile agevolava quei movimenti. Lui sarebbe stato molto più bravo di me, ma era alto e grande di corporatura e avrebbe faticato molto. Poi contava le torchiate e dalle quantità riusciva a stimare la resa della partita di vigna: ogni torchio carico valeva dai cinque ai sei ettolitri di mosto.
   Quell’anno facemmo due torchiate e mezza. La sua stima fu precisa: quindici ettolitri di mosto. Sette e mezzo sarebbero stati i nostri. Aveva azzeccato la previsione e in ragione di ciò aveva fatto approntare al Bariaro la botte da cinque ettolitri e quella da tre.
   La scuola era cominciata da poco e come ogni anno mi assentavo dai due ai tre giorni. Quando la vendemmia capitava di sabato o di domenica riducevo le assenze a due giorni.
   Dopo la pigiatura a piedi scalzi sul tavolato parato sulla “cascia” e dopo la notte della premitura arrivava il giorno della consegna. Era il più atteso anche per me. 

   Caciagna arrivò col motocarro con sopra una botte di otto ettolitri legata con delle corde alle sponde e parcheggiò davanti al palmento e di fianco alla resta di “pittare” che faceva da cornice allo spiazzo, ma non ostruiva la vista e l’occhio poteva arrivare a intravedere il tracciato dell’autostrada che collega Gioia a Palmi: un tratto di Calabria e una fetta di cielo che al calar del sole si riempiva di tinte accese e sfumate che solo a quell’ora e da quel punto si potevano ammirare.
   Arrivò anche il camion del padrone: Don Carlo.
   A me faceva sorridere quando anziché pronunciare camion diceva “camolo”. Mi chiedevo se fosse per la sua parlata radicinisa oppure per altro. Non ebbi mai modo di scoprire il motivo. Lui, Don Carlo, entrava nel palmento, si sedeva su una di quelle sedie, la meno ridotta male, accanto alle braci rimaste ancora ad ardere nel focolare di fortuna; tirava fuori un blocchetto e una penna e si preparava ad annotare i barili che sarebbero stati caricati nel motocarro e nel camion. Celestino lo seguiva come un’ombra, era il fattore dei suoi poderi e il suo compito era di controllare che tutto avvenisse secondo i criteri stabiliti negli anni.
   Nato, il guardiano, usci fuori prese due legnetti li nascose tra le dita lasciando in vista solo le cime, si portò davanti al fattore e gli chiese di prendere uno, tirò fuori quello più lungo.
- Comincia il padrone! – urlò Nato.
   Il protocollo, mai scritto, tramandato negli anni prevedeva che i primi cinque barili di 32 litri fossero caricati nella botte del camion del padrone, poi si sarebbe passati a caricare altri cinque per il colono, per noi.
   Mio padre scese i primi gradini della scala calata nel tino e con un secchio cominciò a tirare su il mosto che Nato versava nello “scifo” per riempire il barile.
   Il barile, utilizzato come strumento di misura comune, era stato posizionato in una conca di cemento appositamente sagomata a bordo del tino pronta ad accogliere e a far ricadere nel tino il mosto in eccesso. 

   Io e Nato prendevamo dai bordi il barile pieno e lo alzavamo a favore di spalla di mio cugino Cenzo il quale si avviava verso la scaletta del camion e urlava i numeri di carico che faceva, scaricava il mosto nello scifo preparato sulla botte del camion o del motocarro.
   Don Carlo annotava, mio padre faceva la stessa cosa e segnava un’asta con un pezzo di carbone sulla parete del tino; anche mio cugino lasciava un segno con un straco di ceramida sulla parete esterna del palmento.
   Si andò avanti fino a quando mio padre non stimò che per il mosto rimasto nel tino occorreva passare al decalitro. La sequenza di chi doveva caricare rimaneva invariata, ma cambiavano i contenitori per la misurazione: dal barile al decalitro fino ad arrivare al litro.
   L’ultimo litro raccolto, rompendo la sequenza, venne per tradizione donato al padrone, e mentre mio padre porgeva a Nato il contenitore disse:
- A n’atr’annu megghju!
   Tutto finì così.
   Finirono quelle giornate di fatica che chiudevano un’altra annata costellata da preoccupazione e timori legati al maltempo e non rimaneva altro che attendere l’inverno per ricominciare con la pota proprio da lì, dall’ultimo litro di mosto.

Nino Greco

domenica 9 aprile 2023

CHRISTOS ANESTI ANCHE SULL'ASPROMONTE E NELLA CALABRIA INTERA ( di Bruno Demasi)

                                          di Bruno Demasi
     

  
Χριστός ανέστη - Christos anesti! Questo l'augurio che in epoca bizantina, quando prosperava come baluardo di civiltà l'antica diocesi di Oppidum ampiamernte decumentata, risuonava anche  su queste terre d'Aspromonte, sui villaggi della valle disegnata dal grande bacino del Metauro - Marro, detta anche   Valle delle Saline, all'alba di Pasqua: "Christòs anèsti" - "Cristo è risorto", un annuncio cui si rispondeva immancabilmente affermando ad alta voce:  "Alithòs anésti" - "E' veramente risorto!" E che quest'annuncio dalle nostre parti fosse molto  usuale e fondamentale lo testimonia tutt'ora una consuetudine non da poco che si sta perdendo: il giuramento più serio, solenne ed importante, fino a pochi anni fa e ancora oggi  nel dialetto  dei più anziani si fa  chiamando a testimone sacra l' Anesti ( la resurrezione) del Dio fatto uomo.
 
   Era l'annuncio senza orpelli di una fede spontanea tramandata dai padri e dalle madri, che non aveva bisogno di grandi immaginifiche liturgie per crescere o forse per spegnersi lentamente, ma che si faceva carne nella dura vita quotidiana. Era il corrispettivo del  pianto della Madre davanti alla sorte del Figlio, qui ripreso  in modo esemplare  dalla grande e compianta  Irene Papas e da  Vangelis che riecheggia nel motivo e nel ritmo incalzante e monodico le lamentazioni delle nostre donne antiche durante i canti dialettali della settimana santa (O gliki mou ear), ma anche il loro canto di giubilo per la Resurrezione
 

         Con quest'annuncio antico e sempre nuovo voglio augurare a tutti  gli amici che mi leggono su questo blog Buona Pasqua! Buona resurrezione da ogni infelicità, da ogni forma di odio o di indifferenza o di paura!
 

     Christòs anesti!! Quel Cristo che all'alba del giorno dopo il sabato di 1990 anni fa non era più nel sepolcro, ma nella gloria e del quale l'umanità tutta si sforza ancora oggi di conoscere le sembianze. Quelle vere non le avremo mai, ma due si avvicinano più delle mille e mille altre che esistono create da mano d'uomo: sono la ricostruzione (in basso) che la NASA ha fatto del volto dell'uomo della Sindone e l'icona del Pantocrator (foto più grande e più in alto della prima) che si trova nel Monastero di Santa Caterina sul Sinai.
 

      Quest'ultima  mi ha sempre affascinato per l'eloquente e serena dolcezza del volto deturpato dalle percosse subite e per l'incisività dello sguardo profondo.  Secondo la tradizione, è la più vicina alle sembianze vere del Cristo. Sicuramente è la più antica giunta intatta fino  ai giorni nostri . Risale infatti alla prima metà del IV secolo, dipinta su tavola con tecnica a encausto (il colore si unisce alla cera a caldo). La sua conservazione è dovuta al luogo dove è stata tenuta e cioè nel monastero di Santa Caterina del Sinai (una fortezza costruita nel deserto per proteggere i monaci tra il 548 e il 565 dall’imperatore Giustiniano).La tavola misura 84x45,5 cm e risulta tagliata. Il Cristo dovrebbe essere seduto su un trono che si scorge dietro le sue spalle. Ha il nimbo (aureola) crociato, su fondo oro-verdastro cosparso di stelle dorate. È raffigurato frontalmente anche se si intuisce una leggerissima   
torsione e il suo sguardo va sempre oltre. La sua veste (maphorion) forse inizialmente era rosso porpora perché era il colore imperiale.
    La mano destra è benedicente mentre con la sinistra regge un libro tempestato di pietre preziose.Degli studiosi statunitensi hanno sovrapposto questa immagine al volto dell’uomo della Sindone e, con sorpresa, hanno trovato degli elementi in comune e più di 250 punti di sovrapponibilità ( si consideri  che negli Stati Uniti bastano 60 punti per stabilire l’identità o la similarità di due immagini).
      Gli elementi in comune sono quelli che si ritroveranno poi in tutte le icone successive del Cristo, che probabilmente da questa hanno avuto tutte origine. Eccone alcuni:
- Il volto è asimmetrico: le guance sono diverse perché una è tumefatta e per tale motivo le sopracciglia non solo allo stesso livello. Se l’icona fosse stata inventata senza avere un modello, l’artista non avrebbe fatto tali errori! 
- Nelle icone di solito ci sono due o tre ciocche di capelli sulla fronte: nella Sindone compare un rivolo di sangue a forma di 3 rovesciato. Gli artisti, vedendo il telo in positivo, potevano pensare che erano dei capelli. 
- Nelle icone alla radice del naso spesso si trova un segno di un quadrato e una specie di “V”; anche nella Sindone compare, probabilmente dovuto alla trama del tessuto. 
- La barba è bipartita e anche i baffi non sono simmetrici. - Tra le guance e i capelli vi è un po’ di stacco e così essi appaiono lontani dal viso. 
- Gli occhi sono, nell’icona, spalancati e grandi: nella Sindone in positivo gli occhi sembrano aperti. 
- Naso lungo e diritto, orecchie piccolissime, non anatomicamente disegnate, la bocca piccola. 
- In coincidenza con la mano destra che benedice vi è la ferita del costato destro. 
     Dicono che  davanti a questa icona Romano il Melode (+ ca. 560) pregava
in questo modo:
 
 Possa io vedere la tua immagine divina, con coscienza pura, e proclamare: A te conviene onore e adorazione, al Padre, al Figlio con lo Spirito, da tutta la creazione e sempre, nei secoli dei secoli, o Amico degli uomini”.

     A  questa invocazione mi unisco insieme a quanti leggono questo piccolo post pasquale.

domenica 2 aprile 2023

Memoires : IL SALONE DELLA CATTEDRALE DI OPPIDO MAMERTINA ( di Rocco Liberti)

     Quando l'habitus di Storico rigoroso, pur senza rinunciare mai ai canoni della documentazione attenta e  non approssimativa, si rimodula con la vena della narrazione e del ricordo , nascono pagine pregiate e avvincenti come questa, che ti viene voglia di leggere d'un fiato. E non tanto perchè sei Oppidese , quanto perchè Rocco Liberti riesce attraverso un racconto lieve e commosso a ridelineare i caratteri di un'epoca assolutamente fertile non solo per la Città, sede di antichissima diocesi, bensì per un intero contesto territoriale aspromontano povero, ma proiettato con decisione e ottimismo verso il progresso.

    Gli stessi uomini di Chiesa, protagonisti eccellenti di questo originale racconto storico, primo fra tutti il troppo presto e troppo a lungo dimenticato vescovo Canino, appaiono davvero artefici di una pedagogia sociale , oltre che spirituale, davvero grandiosa pur nei limiti imposti dalle ristrettezze dei tempi.

    Ci si augura che a questa felice narrazione in prima persona e in presa diretta possano aggiungersene altre, che sicuramente torneranno più che gradite a tanti. (Bruno Demasi)

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   Il 25 marzo 2023 il salone della cattedrale, al giorno d’oggi ribattezzato salone della Comunità, nato dall’intraprendenza del vescovo Nicola Canino in pieno secondo conflitto mondiale, ha vissuto un’ulteriore occasione di esaltazione a motivo dell’inaugurazione degli stemmi dei presuli, certi e meno certi, che hanno guidato la diocesi dalla presumibile origine nel sec. XI insino ai nostri giorni. I singoli emblemi sono stati artisticamente eseguiti sulle pareti dal pittore Francesco Settineri di Scido, che si è affidato opportunamente alle documentazioni e agli scritti esistenti. Sicuramente, il lavoro viene egregiamente a completare una struttura degna del nome, ma è lecito sperare che si ripristinino all’intutto le opere volute dal vescovo originario di Albi e finite in malora per svariate cause.

Mons. Nicola Canino

   Mi trovavo nell’età infantile quando partivano i lavori per il completamento dell’imponente fabbricato. Si trattava allora di un vecchio edificio dalle mura tutte screpolate e senza intonaco e con all’interno ponteggi e materiale di vario uso. A rasentarlo inizialmente per arrivare lassù verso il grande cortile è stato proprio un caso. Ci stavamo divertendo con dei compagni a rotolarci, e non dico come, da un ammasso di terriccio che si trovava accosto al palazzo Grillo, un residuo di mattoni e calcina originatosi dalla recente ricostruzione del maggior tempio, allorquando da un malconcio cancello si è presentato un seminarista tutto rosso e premuroso (d. Antonino Pignataro) che ci ha indotti con insistenza a varcarlo. Non so come, io, Ciccio Palumbo mio vicino di casa e molto più avanti in età di me e altri, vi abbiamo pur con un certo timore aderito. Non l’avessimo mai fatto! Attirati da un continuo vociare, siamo pervenuti alfine in un esteso spazio aperto. E che ci appare! Nugoli di monelli si contendevano una giostra in ferro e due altalene in legno mentre altri risultavano impegnati in giochi di gruppo disperdendosi per il vasto slargo. Che potevamo opporre? Ci siamo subito tuffati in quel paese dei balocchi e abbiamo dimenticato chi eravamo e da dove venivamo. D’altronde, avevamo un’età che oscillava tra i 7 e gli 8 anni! I nostri familiari, non vedendoci rientrare all’ora solita e non trovandoci di qua e di là, si sono spinti nelle campagne circostanti, macchè! Ci eravamo come volatilizzati. Meno male che qualcuno che aveva notato la cosa ha suggerito: Ma siete andati a cercare al Seminario? L’intervento è stato provvidenziale e quando siamo stati beccati e condotti a casa non dico qual è stato il risultato finale! 

    Le busse sono state dimenticate presto. Da quel momento però nelle domeniche il Seminario è diventato la mèta preferita. A parte il divertimento fisico, ci si offriva dell’altro. C’era il cinema! E chi se lo sarebbe sognato? Pure se per ottenere quello cui ambivamo faceva d’uopo sottoporsi a degli impegni alquanto noiosi, ne valeva la pena! Nel primo pomeriggio si accedeva al cortile e i trastulli s’intrecciavano in svariate maniere. Non rientrava in essi il pallone. Arriverà più tardi. Il vescovo era nettamente contrario alle partite di calcio giocate da atleti in mutande. Tra i sacerdoti uno solo ardiva disobbedire agli ordini: il can. Armino, che sugli spalti del campo sportivo della Mamerto diventava uno scatenato tifoso e ad ogni gol scodellato nella porta avversaria agitava il largo cappello col caratteristico fiocco rosso. Più volte avvisato, non se n’è mai dato per inteso. Dopo esserci divertiti, ci si dirigeva a gruppi in salette distinte nei locali dell’Azione Cattolica e Curia, nei quali seminaristi più grandi d’età ci erudivano sui dettami della religione, ma particolarmente sulla storia sacra. Tra tanti Gianni Foti, lo stesso Pignataro, Carmelo Ragno appresso trasformatosi in don Luca Asprea, Cristofaro di Varapodio, Aricò di Molochio, Zappia in seguito abate. Ma a capo c’era il mitico “professori Violi”, viceparroco e delegato dell’Azione Cattolica, c’altri non era che d. Serafino, alla fine parroco di Castellace, per cui tutti i ragazzi stravedevano. Aveva egli una condotta particolare per accattivarsi la benevolenza dei piccoli. Figurarsi che per meglio farci comprendere le lezioni di catechismo, aveva una scatola di legno con dentro una lampada con la quale rifletteva su una parete le immagini fatte scorrere a necessità, sulle quali si soffermava contemporaneamente a spiegare. In tale guisa tutto si affissava ben impresso nella mente. Terminata la funzione catechistica, tuttavia ci attendeva altra abbastanza dolorosa. Dovevamo presenziare in cattedrale ai solenni Vespri seduti su banchi lignei, su cui si stava più che scomodi! Concluso il rito ci si conduceva nella sacrestia o sala capitolare e lì però ci aspettava altra sana distrazione.

  Mons. Canino, con aria professionale, ci proiettava delle filmine, come era consuetudine appellarle, che offrivano i capolavori del cinema muto, soprattutto quelli che avevano a protagonista Charlot o Ridolini. Che risate, che spasso! Il cinema era muto ma sopperiva lo stesso Canino, che commentava amabilmente il tutto. Ma non sempre comprendevamo le sue parole, anche perché vi si opponeva il vocìo espresso dalla massa. A lungo abbiamo creduto che il prepotente omaccio che minacciava sempre Charlot si chiamasse Bollimone e. come tale lo pronunziavamo. Probabilmente, nel commento egli diceva l’omone, ma come discernere in mezzo alle grida di una moltitudine che rideva a crepapelle! A proposito di Vespri ricordo un grave episodio sfociato alla fine in modo provvidenziale. Nel presbiterio si alternavano i canti di seminaristi e sacerdoti, dominante la voce possente dell’arciprete Tramontana, quando dalla gente che premeva agli amboni si è distaccato un noto ammalato di mente pericoloso per sé e per gli altri, T. S. e vi si è portato sopra cantando a squarciagola, naturalmente a modo suo e unendosi al coro. Tutti sono rimasti ammutoliti e nessuno reagiva né in bene né in male, immaginarsi noi bambini che lo avevamo di fronte. Provvidenziale è stato l’intervento del caritatevole arciprete di Tresilico, che, col suo saper fare, ha preso a braccetto il poveretto, l’ha calmato e lo ha condotto fino alla porta, dove è stato preso in custodia credo dai carabinieri e portato al più vicino manicomio, luogo dal quale non è più uscito.

   Oltre le domeniche, ci recavamo in seminario spesso e volentieri anche se la paura dei cani dell’ortolano del seminario, Pietro detto tabana (De Giorgio), ci faceva spesso arretrare. In una contingenza, eravamo nel 1942, ci trovavamo uno sparutissimo numero. A un tratto si è avvertito il rumore degli aerei nemici che sorvolavano il territorio e lo stridulo suono della sirena che dalla segheria Morizzi si diffondeva ad avvisare tutti a rientrare nelle case o ad andarsene in campagna. A un subito il vescovo e uno spaventatissimo canonico Armino con altri ci hanno condotto vicino all’altare del Santissimo quasi per un’estrema protezione. Il canonico quasi invasato si batteva il petto e impetrava benedizioni. Infine la guerra è finita e bisognava ricominciare. Anche al seminario! Il vescovo, sempre solerte, se n’è inventata più di una. Ultimato il salone, questo è stato al massimo dell’attenzione e la domenica ci siamo letteralmente giocati il paese. Dalle otto in poi ci si convogliava all’esterno, ma alle dieci inesorabilmente bisognava che ci si recasse in detto luogo onde ascoltare la S. Messa, detta la Messa dei fanciulli. Si assisteva a un vero e proprio pienone. Finita la Messa, di nuovo fuori. Intorno alle 12,30 ci si indirizzava verso un ampio refettorio onde consumare il pasto. L’Unrra e altri enti foraggiavano all’epoca gli ambienti ecclesiastici. Era davvero una manna del cielo! In tanti non so se si riuscisse a sbarcare discretamente il lunario! Erano tempi in cui la scarsezza di ogni derrata dominava sovrana. Finito il pranzo, via ad assistere ai Vespri, quindi di bel nuovo un premio, il cinema. Ma non basta! All’uscita i bambini dovevano procedere incolonnati. Il vescovo si piazzava sulla porta e ad ognuno che passava porgeva una consistente e morbida fetta di pane bianco con un pezzo di marmellata e una giumella di castagne infornate. Che goduria! Una volta Mico Caratozzolo ne ha fatta una delle sue. Al posto delle mani, gli ha messo davanti il basco che portava in testa. Il vescovo subito se n’è accorto e, apostrofandolo furbo, gli ha aumentato la dose.

 

  E veniamo al salone, che, completato, è divenuto centro d’interesse e per preti e per laici. Rammento benissimo le alte impalcature e ivi disteso sul dorso il pittore Domenico Mazzullo, cui era stato assegnato, credo, il compito di dipingere il soffitto o quanto meno di collaborare. Appena se ne discendeva per stendere un po’ le membra che, per la posizione, quasi quasi si anchilosavano, sembrava un sangialormu. Ho memoria anche del pittore di Pizzo, Diego Grillo, l’autore degli affreschi sulle pareti e in alto, stupenda l’immagine della cattedrale col campanile posticcio, ma riflettente quello distrutto in seguito ad alcune scosse sismiche! Nei momenti di riposo egli si aggirava in tuta grigia tra il salone e il prospiciente cortile. Se non mi tradiscono i ricordi era piuttosto piccoletto e ben piazzato. Completata la nuova opera, non è che i ragazzi siamo stati del tutto contenti. Quei diavoli e serpenti che dall’alto ci si proponevano non è che ci recassero piacere! Anzi! Avviati sin dalla più tenera età con fatterelli i cui protagonisti erano fate, maghe, ma anche diavoli, arcidiavoli et similia, nonché i cosiddetti “malispiriti”, che ci mettevano un sacro terrore, evitavamo per quanto possibile di osservarli. La massima trepidazione ce l’incuteva quello scheletro di donna vestita che abbiamo scherzosamente definito “l’ultima moda”. Al riguardo le critiche paesane non si sono contate. Il povero pittore ha dovuto esprimere di tutto anche in Seminario e in Curia, sia immagini che scritte d’ogni genere, ma col tempo ogni cosa è stata cancellata. Bene con tanti personaggi dell’entourage familiare e con qualche affresco, tipo quello con i diavoli che scappavano dai tetti delle case di Oppido, ma qualcuno, come l’epigrafe che tramandava la visita dell’allora principe Umberto sul finire del conflitto, poteva essere risparmiata. 

   Comunque sia, stante l’impegno costante del vescovo e dei sacerdoti si è dato inizio a un nuovo cammino. Escludendo le manifestazioni di carattere ecclesiale, nel teatrino realizzato a capo della sala, si à alternata tanta gioventù oppidese. In antecedenza si ovviava con la saletta del palazzo antico dove i seminaristi prendevano i pasti e che oggi è usato anche per raduni di altro genere. L’Azione Cattolica in Oppido era fiorente e i giovani accorrevano a larga maggioranza. Voglio dirla grossa: c’eravamo tutti. Accanto ad adunanze di catechismo e ad altri obblighi di tipo religioso, gli associati venivano coinvolti in molteplici attività. Primeggiava, è naturale il teatro e le recite allestite con entusiasmo dagli assistenti di turno richiamavano la cittadinanza quasi al completo. Sovente non c’era un posticino dove mettersi nemmeno all’impiedi. A confluire erano specialmente le donne. Queste non frequentavano il cinema locale per i continui moniti del vescovo Canino, ma anche perché la gente non era avvezza a certi comportamenti. Schiere di donne le potevi vedere solo nelle chiese durante le funzioni religiose o nelle processioni, ma in distanza ragguardevole dagli uomini. Un tipico frangente: a un certo momento il presule, a causa forse della confusione che si creava tra i banchi dei maschi e quelli delle femminucce, ha fatto piazzare un paravento tra i due gruppi. Ognuno di questi s’indirizzava al magico telone in atteggiamento indipendente e senza vedere cosa facesse l’altro. Il mondo andava così!

 

   A quante recite abbiamo assistito e quanta bella gioventù vi si è avvicendata! Nel primo dopoguerra, assistente don Violi, i big della scena, tra tanti, si qualificavano Mico Maruzza, Fausto Albano, Saro Donato, Ciccio Pignataro e Ciccio Morale, non rammento bene. Era quest’ultimo figlio di un maresciallo dei carabinieri in servizio a Oppido che, richiamato alle armi, era morto in guerra. I Morale sono rimasti a Oppido parecchio, ma, dopo la morte in giovanissima età di Ciccio, che manteneva la famiglia facendo scuola privata, sono andati subito via. Parecchio successo ha riscosso la recita de “I due sergenti”, che è stata replicata in più sequenze a furor di popolo. A don Violi, dopo alcuni passaggi, ha fatto seguito don Luigi Blefari, che ne ha ripercorso le orme. Tra tanti recite, nelle quali siamo stati cointeressati, ha avuto gran successo quella del “Pinocchio”, con protagonisti tra gli altri Turi Barbaro (Pinocchio) e Pino Palumbo (la fatina). Il povero canonico Armino stava sotto il pavimento col carico di reggere l’albero su cui sarebbe stato impiccato Pinocchio, ma che ti fanno dei birboni? Fingendo di sistemarlo a dovere mentre appendevano il burattino strattonavano di qua e di là. Fatto sta che a operazione compiuta, quando è uscito per così dire dalla tana, al povero sacerdote non restava che adagiarsi su una scala che stava per terra. Non era più capace di reggersi in piedi. Quanti episodi, quanti memorie!

   Perfino le suore dell’Orfanotrofio femminile sono venute a impegnarsi e organizzavano propri spettacolini, solo che nella preparazione eravamo dei discolacci e gliene combinavamo di tutti i colori. Alla fine anche loro hanno dato un buon apporto, ma non prima di officiare di volta in volta le prove in privato per il vescovo, che, parecchio esigente, non voleva fare brutte figure con la cittadinanza. Siamo stati affidati alle cure soprattutto di suor Eudosia, una buona madre, ma vi cooperava anche quella ch’era la monaca più nota, suor Giacinta, che a Oppido ha lasciato un ottimo ricordo.

   Il salone era anche a disposizione del Seminario e le recite offerte dagli alunni, grandi e piccoli, hanno sempre lasciato il segno. Alla guida c’era un sacerdote di vaglia, il can. D. Gaetano Cosentino, che guidava con polso fermo, ma che era attento alle novità. Erano sue le musiche fornite per il “Pinocchio”, canzoncine veramente deliziose che in tanti ricordavamo con nostalgìa, oggi forse solo io. Me ne gira qualcuna, come la serenata delle maschere. Qualche verso: 


Dormi e sogna Pinocchino
dormi e sogna burattino
ndrin ndrin ndrin
Zecchini splendidi
diamanti fulgidi son gli arboscelli
ma quando all’alba ti sveglierai
più lungo il naso ti troverai.

    Agli spettacoli regalatici dai seminaristi l’afflusso degli spettatori si rivelava maggiore perché ai residenti si sommavano i parenti degli stessi, che provenivano da vari paesi della diocesi. Ricordo una recita memorabile tra i cui protagonisti figuravano don Giannotta, don Tropeano e don Silvio Albanese. Sistemato con gli opportuni trucchi scenici quest’ultimo ha eseguito l’interpretazione magistrale di un diavolo. Da non dimenticare le magistrali operine allestite con personale femminile dalla signora Fanny Mancini, oriunda di Montepulciano, una virtuosa del pianoforte. 

     Si potrebbe dire ancora tanto di quel felice periodo, ma in verità la mente umana non solo non è in grado di registrare tutto, ma piano piano quanto accumulato tende a dilapidarlo in sequenza.

Rocco Liberti

sabato 25 marzo 2023

DALLA TRADIZIONE BIZANTINA AL CULTO DELLA MADONNA ANNUNZIATA IN OPPIDO ( di Rocco Liberti)


     Non poteva essere assente in una diocesi di sicura origine e di profonda matrice bizantina, come quella di Oppido, il culto grandioso dell’Annunciazione, una delle feste più grandi e sontuose di quella tradizione greca trapiantata già a ridosso dell’anno Mille sulle balze  di quell’ Aspromonte che sembra guardare e governare dall’alto dei suoi contrafforti collinari quella “tourma” (circoscrizione) delle Saline , coincidente col bacino dell’attuale Petrace, che tanta storia ha alimentato ed alimenta ancora in queste contrade.
    In  questa, che è una   delle sue più belle pagine, scritte in proposito da Rocco Liberti,  è tracciato con l'abituale rigore documentario l'evolversi di questo culto  lungo i secoli.
    E, come in tutte le grandi feste della tradizione bizantina, oggi il tropario – la preghiera ritmica che riassume i temi  della liturgia del giorno – e l’icona rappresentano gli elementi che, attraverso i suoni e la visione, introducono il fedele al significato profondo della festa. Dice dunque il tropario dell’Annunciazione:
«Oggi inizia la nostra salvezza e la manifestazione dell’eterno mistero: Il Figlio di Dio diviene Figlio della Vergine e Gabriele annunzia la grazia. Perciò anche noi insieme a lui gridiamo alla Madre di Dio salve o piena di grazia, il Signore è con Te».
     Leggendo la rievocazione di Liberti e riascoltando i suoni e i rumori, sempre attesi, della festa odierna, sembra ancora riudire la melodia struggente dell’Inno Akatistos (qui riportato in video) che, a ridosso della festa dell’Annunziata, nell’antica cattedrale mamertina, come in tutto l’enclave bizantino, risuonava nel quinto sabato di quaresima e, cantato rigorosamente in piedi da tutti, tesseva le lodi alla Vergine autrice della venuta di Dio tra gli uomini. (Bruno Demasi).

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   Tutti sanno che ad Oppido Mamertina il culto sacro più importante si qualifica quello rivolto alla Madonna Annunziata, che da tantissimo tempo ormai è consacrata Patrona della Città e dell’intera diocesi. Ma non tutti sono a conoscenza del tempo in cui tale venerazione è nata e come si è venuta sviluppando fino ai nostri tempi. Per cui cercherò di riferire per sommi capi, e possibilmente con le parole più semplici, su quanto interessa. Le varie notizie naturalmente sono ricavate da documenti che si conservano negli archivi ecclesiastici nonché dalle pagine di opere di antichi scrittori.

   Il padre Giovanni Fiore, un monaco cappuccino del Catanzarese, ha scritto nel 1691in una sua nota opera sulla Calabria, intitolata appunto “Della Calabria illustrata”, che all’epoca nell’antica Oppido poi distrutta da un terremoto si venerava una “Immagine Miracolosa” della Madonna Annunziata, che si usava mostrare senza velo soltanto il 25 marzo di ogni anno ed “in tempo di qualche gravissima urgenza”, quindi in periodo di pubbliche calamità. Lo svelamento rappresentava un momento particolare per la gente. Riferisce l’arciprete Sposato con un suo libretto stampato nel 1901, ripren-dendo il tutto dalla viva voce del popolo, che nel frangente si vivevan attimi d’indicibilc ommozione e solennità e che nella cattedrale era pr-sente numerosa folla e, in abito da cerimonia, tutto il clero, sia sacerdoti che monaci. Annunciavano l’evento i rintocchi delle campane delle sette chiese e gli spari delle artiglierie del castello.

     Non sappiamo quando, come e perché il culto verso la Madonna Annunziata abbia preso il soprav-vento su quello dell’Assunta, la vera titolare della Cattedrale, quella teotokòs, ovverossìa Gran Madre di Dio, cui nell’anno Mille i cittadini della nuova diocesi devolvevano loro beni, ma certo, come rivelano i documenti, esso si andò affermando assai per tempo e gradualmente.
Nell’anno 1582 l’altare dell’Annunciazione, lo si afferma in un atto vaticano, non era il maggiore della cattedrale, ma il papa, con suo ordine, lo dichiarava “privilegiato” e nel 1606 concedeva agli associati di un’omonima confraternita indulgenze da usufruirsi in occasione delle festività dell’Annunciazione stessa, della Purificazione, della Natività e dell’Assunzione.
     Il vescovo Canuto scriveva una prima volta nel 1596 che la Chiesa di Oppido si trovava sotto l’invocazione della beatissima Vergine Maria Annunziata, mentre una seconda, nel 1603, dichiarava che la cattedrale, antica e consacrata a nuovo culto, era stata per suo interessamento restaurata egregiamente. In una tale affermazione, peraltro confortata dalla precedente, sembra di poter scorgere l’indicazione che il mutamento del culto fosse stato un’operazione piuttosto recente. Per cui, tenendo presente la prima data, cioè il 1582, è possibile congetturare chel’avvenimento si sia verificato proprio nel periodo 1582-1596.

    Che all’epoca la venerazione verso l’Annunziata fosse piuttosto in auge viene a confermarlo un atto notarile del 1616. Con esso il nobile Marco Antonio Riganati donava alla chiesa o cappella dell’An-nunziata “robbe e beni stabili” per aver ricevuto da Quella tante e diverse grazie.Più alta è risuonata la fama dell’Annunziata di Oppido sicuramente dopo il 1743, anno in cui sisarebbe evidenziato il noto miracolo che è all’origine della duplicazione della festività in suo onore alla prima domenica di settembre dopo la Natività e da ormai molti alcuni anticipata ad agosto. 

    Narrano le cronache che, infierendo la peste nel regno di Napoli, il morbo abbia attecchito anche ad Oppido, dove avrebbe fatto tre vittime. Il monatto Demana, che recava sulla carretta la terza di esse, ad un certo punto si è rivolto alla Madonna implorando di far sì che quella fossel’ultima. D’un subito si stacca una ruota del veicolo senza apparente ragione e va rotolando sino a finire sui gradini della cattedrale, dove il quadro miracoloso si trovava già esposto per la pubblica calamità che si andava vivendo. Dopo quell’insolito evento non si sono più lamentati decessi per la crudele epidemìa e l’Università, come si chiamava allora il Comune, per gratitudine si è fatta carico d’indire una se-conda festa in onore dell’Annunziata. A ricordo è stata innalzata un’edicola votiva, di cui ancora sipossono vedere i resti (vd. Foto) nei pressi della porta di sopra dell’antica città.

     Nella vecchia Oppido la Madonna Annunziata era rappresentata in un quadro che per antica tradizione si riteneva opera di certo Luca, un pittore oriundo diCostantinopoli vissuto in Calabria nel secolo XII. Non sappiamo di più e i documenti a riguardo tacciono. Conosciamo peraltro che a mons. Perrimezzi, che fu vescovo nella prima metà del Settecento, si deve una similare statua in argento.

     Entrambe le opere sono però finite nello sfascio del terremoto del 1783.Il primo presule della nuova Oppido, Tommasini, ordinò invece un quadro al messinese Giuseppe Crestadoro, dove appariva un’immagine anch’essa sottoposta all’uso dello svelamento, un uso però che col 1745, anno dell’apertura della cattedrale è stato poi dismesso. Anche ilnuovo quadro ha fatto una triste fine. Incappato nei guasti del terremoto del 1908 e deturpato malamente, alla fine è scomparso del tutto.
    Ricostruito il paese in zona più tranquilla e sicura, il nobile Marcello Grillo, uno di coloro che più si sono impegnati nella fondazione, ha voluto dotare Oppido di un gruppo ligneo rappresentante la celeste Patrona e l’Angelo Annunziatore, che ha ordinato in tutto simile a quello offerto a suo tempo dal Perrimezzi. Il nuovo simulacro è stato portato per parecchio tempo nelle rituali processioni e fino al 1901 era custodito nella chiesetta del Cuore di Gesù, di pertinenza della famiglia Grillo. Probabil-mente, è lo stesso che oggi si conserva nella chiesa dell’Oratorio e che banalmente si considera da taluni proveniente dalla vecchia Oppido. 

    Il gruppo ligneo della Vergine Annunziata, che ha sostituito l’opera voluta dal Grillo, è stato commissionato nel 1840 dal vescovo Coppola al napoletano Arcangelo Testa, lo stesso autore cui si devono la statua della Madonna delle Grazie di Tresilico del 1737 e la Madonna Pastorella di Piminoro intorno allo stesso periodo.

    Si narra che l’insieme di Madonna ed Arcangelo Gabriele è stato recato con un bastimento sino alla marina di Gioia, località dove è convenuta una buona parte della popolazione oppidese con tutto il corteggio di vescovo, canonici, seminaristi ed autorità civili e militari, compresa la Guardia Urbana, che all’epoca eraforte di 200 uomini. Pervenuti nella contrada Pilèri, quindi poco prima di entrare in città, il presule ha benedetto il simulacro, nel mentre dalla folla assiepata si alzavano grida di giubi-lo, si agitavano rami di ulivo, palme e bandiere. Il suono della banda era coperto dal crepitìo dei mortaretti e per l’aria si diffondeva l’allegro scampanìo delle chiese cittadine e dei paesi vicini. 

     La sacra effigie, dopo varie sistemazioni e dopo la costruzione di un monumentale tresello, alla fine ha trovato posto in un imponente stipo in legno, opera dell’anno 1900 del falegname oppidese Salvatore Caridi.Lo stipo è stato uno dei pochissimi arredi ad uscire indenne dal terremoto del 1908.
     La Madonna Annunziata, come per il passato, è stata invocata dispensatrice di grazie anche nel nuovo paese e, secondo l’arciprete Sposato, coautore assieme a Francesco Saverio Grillo di un libricino pubblicato nel 1901, esse proprio non si sarebbero contate.

                                                                                                              Rocco Liberti