domenica 23 ottobre 2022

I RAPPORTI POLITICI E CULTURALI TRA RHEGION E ATENE (di Felice Francesco Delfino)

    Felice Francesco Delfino , nato a Oppido Mamertina nel 1979, è storico profondissimo e puntiglioso, autore, tra l'altro, di numerosissimi studi sul passato antico della nostra terra reggina e, in particolare, sugli insediamenti ebraici in Calabria ( Si ricordi a tale proposito la sua corposa e pregevole monografia dal titolo "La presenza ebraica nella storia reggina"- Disoblio Editore). E' anche narratore di qualità e in tale chiave recentemente ha dato alle stampe il romanzo noir "Inganno d'autore".  In questo studio sui rapporti tra Rhegion e Atene, ci offre un'attenta e suggestiva  analisi divulgativa che mancava  sicuramente alla nostra storiografia locale . (Bruno Demasi).

     E’ un tema , questo, caro a molti studiosi specialmente locali, ma il limite di tanti studi e di tante pubblicazioni finora fatte è stato ed è quello di focalizzare l’attenzione su questioni particolari, piccoli episodi o medaglioni della storia più grande e complessa, spesso anche solo dettagli. Chi legge, in questi casi (che sono poi la grandissima maggioranza) non riesce a comprendere il quadro di insieme della storia di un’epoca. Per questo motivo cercheremo in questo breve appunto di ridefinire con linguaggio semplice e divulgativo contorni e contenuti di una vicenda che vede protagoniste due grandi città del Mediterraneo: Rhegion (oggi Reggio Calabria) e Atene. Rhegion è stata di certo una delle poleis magnogreche più importanti della Calabria insieme a Locri Epizeferi, anche per i suoi stretti rapporti con la Madrepatria. Tuttavia, prima di addentrarci a considerare tali rapporti, sarebbe opportuno osservare ciò che succedeva ancor prima della fondazione di Rhegion, nella penisola ellenica.

    In Grecia le poleis fioriscono dopo il periodo buio del Medioevo greco e le due poleis per antonomasia sono Sparta e Atene. La definizione di poleis ci viene data in primis da Aristotele nella sua Politica intese come pluralità e insieme di cittadini. Sparta e Atene erano le due maggiori città Stato in Grecia ed ebbero un rapporto ambivalente tra loro: prima alleate poi rivali. Sparta e Atene combatterono insieme la battaglia di Maratona del 490 a.C. o ,meglio sarebbe dovuto accadere , se non fosse successo che gli Spartani al primo scontro degli Ateniesi, appoggiati dai Platesi, contro il più forte e numeroso esercito persiano, non si fossero presentati in ritardo all’appuntamento a vittoria ateniese già conseguita.
 
    La scusa che diede prima sconcerto, ma poi fu accettata fu attribuita al fatto che una lunga festa avesse impedito agli Spartani di partire prima e in Grecia, era ben nota la religiosità di Sparta che sfiorava la superstizione. Tuttavia, il nemico persiano era tutt'altro che abbattuto e aleggiava ancora il pericolo incombente da parte degli Ateniesi di perdere lo status di uomini liberi e diventare sudditi della Persia. Difatti il re persiano Serse con la sua flotta nel 480 a.C. aveva attraversato il Bosforo ed era giunto a terra, mentre altre flotte persiane costeggiavano per dare rifornimenti alle truppe. Temistocle, organizzava la difesa greca e doveva scegliere il sito ove combattere contro il nemico. L'opzione Termopili, etimologicamente “Porte Calde" si prefigurava come quella più favorevole. L'esercito spartano guidato da Leonida al sito delle Termopili, una stretta gola di una montagna a nord di Atene e a sud della Tessaglia, entrerà nella leggenda per il valore dei suoi trecento soldati che ispirarono il film “300”. Nei primi due giorni, l'esercito persiano fu allontanato, ma il terzo giorno successe l'imprevedibile: Efialte, un pastore della zona, un traditore, prese accordi col re persiano Serse di indirizzare l'esercito attraverso un sentiero che conduceva in un preciso punto delle Termopili al fine di attaccare i Greci alle spalle. La situazione pertanto si ribalto' e l'esercito greco subì diverse perdite. La sconfitta sembrava vicina, ma Leonida, non volendo neanche considerare l'onta della resa, con i suoi trecento valorosi decise che avrebbe proseguito con coraggio la resistenza fino alla morte. E così fu sino l'ingresso nel mito. 

    La strada verso Atene per i Persiani era però ancora aperta. Gli abitanti di Atene furono condotti a Salamina dove assistettero in lontananza all'incendio dell'Acropoli di Atene. Gli Ateniesi poi non seguirono il consiglio degli alleati di recarsi nel Peloponneso e Temistocle era convinto dello scoraggiamento persiano per via della mancanza della flotta che non avrebbe permesso la vittoria e preparò l'indomani una battaglia via mare. Gemiti, urla ricoprivano le distese del mare finché non li assopì il volto oscuro della notte – scrisse il grande Tragediografo Eschilo che partecipò alla battaglia di Salamina.
    A questo proposito è importante sottolineare, come e quanto tutti e tre i grandi tragediografi greci: Eschilo, Sofocle e Euripide sono legati a Salamina: Eschilo vi combatté, Sofocle scrisse i Peana in nome di Apollo per celebrare la vittoria dei Greci, Euripide vi nacque proprio nel 480 a.C.

    Serse dunque fu sconfitto e con una piccola parte del suo esercito tornò in Persia, ma una moltitudine dei suoi uomini rimase in Grecia sotto il comando del generale Madornio che fu sconfitto a Platea in Beozia nel 479 dalle truppe alleate guidate dal reggente Pausania. Infine a Micale la flotta persiana fu definitivamente sconfitta e la guerra si concluse a favore dei Greci. Sconfitto Serse, l'alleanza tra Sparta e Atene non ebbe più ragione d'essere e le due città da alleate, dopo quello che i studiosi hanno chiamato la Pentacontia, un governo di 50 anni, diventano rivali e contendenti. Ad Atene ci sono trent’anni di sommossa, scoppia nel 431 aC la guerra del Peloponneso, che interesserà, come tra poco vedremo, anche l'antica Reggio Calabria.
   Nell'VIII secolo, cioè circa tre secoli prima di questa lunghissima guerra, si era progressivamente consolidata nel Meridione della nostra Penisola la Magna Grecia in virtù dell'espansione ellenica in Occidente e precisamente nell'ampia area geografica comprendente le attuali Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e l Sicilia. Reghion (Reggio Calabria) era stata fondata nel 713 a.C. dai Greci Calcidesi in prossimità del fiume Apsias, (Calopinace) seguendo i suggerimenti dell'oracolo di Apollo in Delfi.
    Nel V secolo Rhegion ebbe un periodo fiorente sotto il tiranno Anassila e un ruolo culturale di primissimo spessore grazie ad eccellenti figure del calibro del bronzista Pitagora, (colui che a quanto pare realizzo' uno dei Bronzi di Riace), Ibico e Learco. Dopo il periodo dei tiranni, lo scenario in riva allo Stretto tra Reghion e Messana appariva un po’ diverso. 

  A Rhegion, quando il conio viene ripreso viene riutilizzata per le monete l'effigie della testa del leone e nel verso la divinità sul trono con figure animali, quali il gatto, l'airone, il cigno, la papera, il cane e il serpente, quest'ultimo con collegamento a Giocasto, al quale a Rhegion era stato dedicato un mausoleo sul promontorio di Punta Calamizzi Pallantion. E probabilmente anche il serpente era collegato al dio greco della medicina Asclepio.

   Nel 431 a.C. in Grecia scoppia la guerra mondiale dell’antichità ellenica, vale a dire la guerra del Peloponneso e, a detta dello storiografo Tucidide, a Reghion ci fu un periodo di sommosse. Rhegion doveva difendersi dai Siracusani e dagli alleati Locresi e stipulò un ‘alleanza con l'Atene di Pericle, al fine di mantenersi libera ed autonoma dalle loro influenze. Pericle con l’alleanza con Reghion voleva impossessarsi del grano siciliano e avere saldo il controllo dello Stretto. I Reggini cercavano di contro una riscossa contro i Locresi, che dopo la morte di Anassila avevano preso il controllo di Capo Eracleo e dei suoi porti fino al Kaikinos. Per difendersi dai Siracusani, Rhegion aveva stretto alleanza con Messana, Katana e Leontinoi. Atene si alleò con tutte le città calcidesi della Magna Grecia. Tra tutti i nuovi alleati il più forte era certamente Rhegion per via della flotta navale che garantiva sicurezza nelle acque dello Stretto. E’ documentato che alla fine del IV secolo la sua flotta contava di 80 triremi tirate da 16.000 rematori. 

   Con lo scoppio della guerra del Peloponneso, Rhegion diveniva una base importante per Atene per effettuare operazioni militari lungo lo Stretto e la Sicilia orientale. Due operazioni importanti furono l’attacco verso il vecchio confine di Capo Spartivento e il tentativo di conquistare Lipari con attacchi congiunti reggini – ateniesi per mare e per terra, tutti con esito non favorevole. La guerra del Peloponneso si concluderà con la Vittoria della Lega Peloponnesiaca guidata da Sparta e la dissoluzione della Lega Delio- Atrica.
    La stretta e persistente allenza Rhegion - Atene è attestata da un reperto archeologico: una tavoletta che, posta un tempo in città , all’esterno della Banca d'Italia sul Corso Garibaldi, oggi è esposta nelle sale del Britsh Museum a Londra.

    Occorre anche ricordare che nel 446 era accaduto un altro evento importante: Eucratos, importante politico di Siracusa, aveva compreso bene i piani di Pericle che non erano quelli di favorire le città magno-greche ma solo di accaparrarsi il grano siciliano e avere un punto strategico sullo Stretto. Pertanto, il politico aveva fatto realizzare una Conferenza di Pace a Gela convincendo anche con lo slogan “La Sicilia ai Sicilioti” a tenere Atene lontana dagli affari della Sicilia e convincendo anche i Reggini a farlo. In virtù di questa conferenza, quando nel 415 arrivò a Rhegion la flotta di 200 triremi guidata da Nicia, i Reggini non li fanno transitare in Sicilia, ma li fanno sbarcare nella rada vicino al tempio di Artemide e il porto.
    Vicende tutte che dall’epos sembrano trascendere quasi nel mito, ma che hanno una loro chiarissima concretezza storica e che attestano ancora una voilta, qualora ve ne fosse bisogno, quanto grande sia stata la linea di continuità tra Atene e la città in riva allo Stretto che , persìino nel nome, indica ancora una nobiltà assoluta ormai dimenticata.

lunedì 10 ottobre 2022

La penna del Greco: PASCALI SORRIDEVA SEMPRE (di Nino Greco)


    La penna del Greco aggiunge stavolta una luce nuova, e da un’angolazione del tutto particolare, a quella tristissima vicenda che negli anni Sessanta vide protagonista Oppido Mamertina e l’Aspromonte di una tragedia strana i cui contorni non furono mai del tutto definiti. Si trattò di un avvelenamento collettivo che fece molte vittime, in particolare bambini, frutto sicuramente dell’arretratezza pasticciona e dell’arte di arrangiarsi tutt’oggi imperversanti. Dopo aver destato molto scalpore e portato a lungo ai disonori della cronaca il Centro Aspromontano, lo scandalo fu subito sommerso dalla retorica diseducativa dei media e da quella , non meno ipocrita, dei politici dell’epoca.
    Nino Greco ancora una volta in questo inedito dà una lezione di rara maestria narrativa, centellinando le parole una a una in una sintesi semplicissima ed eloquente che restituisce vita ad alcuni personaggi di questa tristissima storia: Pascali, la madre, il mondo rurale oppresso non solo dal male imperversante, ma anche dal sospetto, dalla paura, dai “si dice” mai verificati e amplificati di bocca in bocca fino al parossismo.
    Sullo sfondo il lavoro pesantissimo delle donne, la povertà incontrastata, l’azione educativa e protettiva delle suore di Sainte Jeanne Antide Thouret che tanti bambini hanno accolto , difeso e aiutato nell’ Asilo di Oppido come in tantissimi altri delle Calabrie e dell’Italia intera.
    Anche per questi ricordi, per il non scritto, ma suggerito, per il non detto, ma solo accennato, occorre accogliere con gratitudine questa pagina che fa ripensare commossi al nostro passato e fa rivivere la nostra lingua vera, nella quale l’ordito dell’Italiano colto riceve la trama di tanti nobili termini dialettali altrimenti dimenticati.   (Bruno Demasi)


PASCALI SORRIDEVA SEMPRE


    Pascali era il mio compagno di asilo con cui mi trovavo spesso a giocare. Sorrideva sempre nonostante non avesse la mia stessa agilità: quella gamba era più sottile dell’altra e portava una scarpa diversa e più grossa.
   Non gli avevo mai chiesto il perché di quella differenza: per me era Pascali il compagno preferito e, quando salivo sulla giostrina che c’era al centro del vagghju dell’asilo, lui si sedeva su una sedia accanto, si divertiva a farla girare spingendola con le mani, e rideva. Era una giostra piccola circolare con i colori in alcuni punti sopraffatti dalla ruggine ed era l’unico svago, a parte delle palline di plastica, che ci offriva l’asilo.
    Tutte le mattine le nostre mamme ci lasciavano nel piccolo ingresso in presenza di una suora e poi andavano via: molte di loro lavoravano a “giornata” per la raccolta delle olive e l’asilo era “ ’na sarbazione”, dicevano.
    La scala sbucava nel piccolo androne da cui scendeva sorridente suor Immacolata.
   Appena arrivati lì, non facevamo altro che attendere lei, giunonica e accomodante, pronta alle tenerezze che si possono riservare a bambini e bambine di cinque anni. Lei ci accoglieva con il suo abituale abbraccio e con un sorriso raggiante; tra le suore era la più dolce e la più simpatica. Poi ci prendeva per mano e ci accompagnava nella sala per la colazione e quando il tempo era clemente ci portava direttamente fuori, nel patio. 

    Dalla finestra della piccola cucina, attigua al cortile, compariva il volto severo di Pascalina; capelli neri corvini legati con le trizze che le contornavano il capo come una corona. Il suo sguardo era sempre serio e deciso. La temevamo un po’ tutti, di più chi si rifiutava di bere il bicchiere di latte tiepido e senza zucchero che lei riempiva con un mestolo, dosandone la quantità dopo averlo pescato in uno stagnato di alluminio.
   Io qualche volta mi ero rifiutato di berlo, non mi piaceva, ma il grugno di Pascalina e le parole tenere di suor Immacolata mi avevano convinto a fare quel sacrificio. Pascali invece lo beveva volentieri, non se lo faceva dire due volte: era buono e ubbidiente.
   Era l’ultimo anno di asilo, l’anno dopo ci saremmo ritrovati in grembiule nero e fiocco pronti a iniziare l’avventura scolastica tra i banchi delle Elementari.
   Non fu un’estate facile; quell’anno il paese visse uno dei momenti più drammatici della sua storia. I giorni a cavallo di Ferragosto divennero tragici e convulsi. Le auto iniziarono durante la notte, prima della festa, ad allertare, con i clacson a suono continuo, tutto il paese; il giorno dopo il via vai continuò e l’ospedale venne preso d’assalto dai continui soccorsi.
   Io, che nei vicoli dell’Ospedale ci vivevo, appena sentivo un clacson, anche in lontananza, spinto dalla curiosità correvo in direzione della porta d’ingresso dell’ospedale per andare a vedere chi e per che cosa vi fosse stato portato. Era l’abitudine di tutti i ragazzi della ‘rruga: quando sentivamo arrivare un’auto che si apriva la strada a suon di clacson non potevamo mancare e spesso arrivavamo prima dei portantini. 


   Le corse, in quei tristi giorni, furono tante. Il paese era in subbuglio; la sera prima a mio padre, tornando con l’asino dalla “Foresta” sequestrarono una cofana di pomodori e una di fagiolini. I motivi erano sconosciuti; il paese sembrava fosse vittima di un morbo oscuro che continuava a mietere vittime e la confusione regnava sovrana.
   Fu quel giorno stesso che sul sedile posteriore di una Fiat 1100 nera, dopo essere stato tra i primi curiosi a giungere davanti all’Ospedale, vidi Pascali sdraiato a pancia in giù, lo riconobbi dalla scarpa più grossa che portava al piede.
   Mentre un infermiere lo prendeva in braccio lo chiamai, non mi rispose; alzai gli occhi e in lontananza vidi arrivare sua madre a passo svelto con un pianto straziante come quello di colei che piange un figlio morto. Mi divincolai tra la folla e corsi a casa in preda a un magone, non volevo crederci, Pascali non mi aveva risposto e non era lì per colpa di quella gamba. 

   Era rimasto vittima anche lui, e non fu il solo della sua famiglia, di quel male, quell’avvelenamento collettivo, che stava ammantando di lutto le genti di tutto il paese e aveva spento il sorriso di quel bambino dal sorriso dolce che all’asilo, non potendoci salire, si divertiva a spingere la giostra mentre io ero seduto sopra.
   Pascali si divertiva anche così e sorrideva. 

   Sorrideva sempre.

domenica 28 agosto 2022

La penna del Greco e "Il mare a sinistra": DU' CARMINU (di Nino Greco)


   Sicuramente le migliori prove narrative di tanti scrittori calabresi si realizzano nei racconti brevi, che nel respiro di poche pagine o di poche righe riescano a cogliere e a fissare non solo delle sensazioni momentanee, ma delle immagini, delle espressioni e dei valori emblematici che vivono poi per sempre. Penso a Nicola Misasi, a Mario La Cava, a Saverio Strati, ma penso in particolare alla letteratura popolare orale ( raramente recuperata e tradotta per iscritto da qualche volenteroso, come Letterio Di Francia) giocata sui “fatti”, su aneddoti ampliati e arricchiti di bocca in bocca, su vicende narrative di respiro piccolo e contenuto, ma di grande portata esemplificativa e pedagogica.
    Non sfugge a questa regola aurea Nino Greco, che dopo alcune fortunate esperienze narrative di più ampio respiro e altre di architettura romanzesca (“La tana del fajetto”) è tornato in questo volume ai suoi amati racconti brevi, a quei flash intrisi di ricordi e di rimpianti che già in precedenza aveva sperimentato con l’abituale fluidità di linguaggio mutuato dal parlato della sua infanzia e dal lessico popolare condito spesso da detti, proverbi e motti intramontabili.
    E la magia della sua penna fertile e lieve, che scorre sinuosamente sui solchi della memoria, si riaccende ancora una volta e cattura la tua attenzione e ancora una volta dalle esperienze di un bambino, educato austeramente alla vita e al lavoro in un contesto contadino fortemente intriso di regole e di valori apparentemente immobili, è possibile trarre insegnamenti e ricordi che testimoniano una civiltà irrimediabilmente offuscata dalle maglie del tempo, ma mai soffocata del tutto, che Nino Greco sembra voler afferrare “dalle cime dei capelli” per riconsegnarla intatta al menefreghismo ciondolante di tanti giovani.
    Ne è esempio molto eloquente questo racconto brevissimo, “Du’ Carminu”, che ritratteggia in poche pennellate la festa popolare della Madonna del Carmine in un paesino dell’Aspromonte e ne trae tutti i paradigmi possibili per riconsiderare le feste paesane come fenomeni non più popolari, ma che già 40 anni fa si avviavano a diventare borghesi : lo stupore e l’orgoglio di un bambino per la presenza e l’attenzione del cantante di turno; l’entusiasmo della folla paesana disposta a spendere più di quanto può permettersi in giochi effimeri e inutili, il paganesimo ridondante e mascherato di una religiosità priva ormai di ogni pathos e sempre più volta a favorire i consumi roboanti del nulla.
    E subito dopo il ritorno di padre e flglio, ubriachi di luminarie e di boati, a quella madre terra avara e arida che per pochissime ore avevano lasciato in attesa del turno ambito dell'acqua per poterla amorosamente dissetare.

   Un racconto, un libro, davvero simbolici e struggenti, da gustare con attenzione.  (Bruno Demasi)

NINO GRECO:  “IL MARE A SINISTRA”

LA ROSA  NEL  POZZO EDITORE,  2022

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 DU’ CARMINU

    Quella sera mio padre pensò di portarmi alla festa della Madonna del Carmine: ero attratto dfalle feste e dalle fere, e lui lo sapeva.
    Avrebbe fatto a meno di quella camminata dopo una dura giornata di zappa, ma pensò di propormelo come se fosse una ricompensa.
   Partimmo dalla Foresta col sole che se ne stava calando, lui conosceva le ‘ccurciature, tanto che in un’ora fummo a Varapodi.
   La processione stava per finire, la vara con la Madonna era sul punto di fare rientro in chiesa; facemmo un giro tra i ferari, tra mustazzoli, nucilla e ciciri.
   Il caldo torrido di quel giorno di luglio si era aggrappato ai muri e dava l’impressione che volesse essere anch’esso della festa.
   Là ,in piazza, su una panchina dietro al palco, proprio vicino alla scaletta che portava su, vedemmo nostro zio Nino, fratello di mio nonno; ci avvicinammo e mi sedetti accanto a lui. Rimasi lì in attesa dei cantanti. 

   Un’aria surreale avvolgeva Varapodi: tanti devoti della Madonna del Carmine, tanta gente e un vocio costante che faceva da sottofondo alle prove dei musicisti.
    Poi una calca di persone verso di noi: ragazzi che accorrevano e le guardie comunali che schiudevano un corridoio per i protagonisti della serata. Loro, i cantanti, erano a un passo da me vestiti di bianco e, man mano che salivano, andavano a prendere posto: batteria, tastiera e chitarre.
   Gli applausi di attesa si alzarono, le grida di tripudio fecero intendere che l’attesa era stata tanta; l’ultimo di loro, il cantante, prima di salire, sostò un attimo accanto a me: capelli corvini alla moda e una barba giovane e nera che gli contornava la mandibola, mi guardò dall’alto verso il basso attraverso gli occhiali spessi come culacchi di bottiglia, mi sorrise e mi chiese:

- Non ti diverti? 

   Annuii e risposi al sorriso, vergognoso, con la timidezza di un decenne.
   Forse il caldo e l’aria stanca avevano reso serio il mio volto e gli avevano dato l’impressione di una mia indifferenza.
   La serata scorse via festante: io la vissi con l’animo di chi aveva avuto il privilegio di parlare col cantante. Lui cantò e, quando intonò “Come potete giudicar”, la piazza sembrò non contenere ler grida di gioia e i battimani.
    Poi la festa finì, le note si fermarono;la botta scura che anticipava i fuochi aveva scosso anche i paesi vicini e le successive rosate degli spari ci colsero che eravamo già sulla strada che costeggiava il campo sportivo, di ritorno verso la Foresta. Una notte di lavoro ci attendeva, il nostro turno iniziava alle due. Tre ore ancora per bivarare e poi a dormire sul pagliericcio. 


   Seguivo attento dall’altra parte della rasula le votate di mastra di mio padre e quando qualche nuvolata copriva la poca luna, mi abbassavo per controllare con le mani se l’acqua avesse inzuppato a modo la terra e tutte le rangare.
   Il sonno addentava le palpebre, la stanchezza mi faceva desiderare oltre misura la lettiera, ma mi sentivo appagato: in fondo, se quella sera non fossi stato alla festa, mi sarei perso il garbo, il sorriso e la voce di Augusto Daolio.(Nino Greco)

domenica 3 luglio 2022

LA STRAORDINARIA FIORITURA DI OPPIDO IN EPOCA BIZANTINA E IL RUOLO ECONOMICO E SOCIALE DI EBREI ED ARABI

La fruttuosa  convivenza di Ebrei, Arabi e Cristiani
            di Bruno Demasi       
 
  Come si è visto in  altre due ricerche , entrambe pubblicate  l'anno scorso su questo blog e su alcuni studi dedicati, uno dei periodi di massimo splendore per Oppidum  e per l'intero comprensorio del Metauro-Marro (Tourma delle Saline), se non il più opulento in assoluto, è stato quello bizantino, attestato, tra l'altro, dalle cospicue donazioni di privati al vescovo-capo della città e dell'intero comprensorio amministrativo, riportate sul verso di un  rotolo pergamenaceo custodito nell'Archivio Vaticano e  pubblicate da Andè Guillou nel 1972. 
   Nonostante ciò, se restringiamo l'attenzione alla città che era il capoluogo amministrativo oltre che strategico e morale dell'intera circoscrizione bizantina coincidente con il bacino dell'odierno Petrace, ci si accorge che Oppidum (Hagia Agathè),  non avrebbe potuto ricoprire quel ruolo se non fosse stata ampiamente supportata, a partire almeno dalla seconda metà del X secolo, da un fiorentissimo mellah che sorgeva a brevissima distanza dalle sue mura, verosimilmente sullo stesso sito che originariamente era stato culla di un importante insediamento bruzio-ellenistico e poi romano, nella località che ancora oggi viene appunto denominata "Mella"
 
   A tale proposito  già dieci anni fa ( IL GIALLO DI “MELLA” e “MAMERTO” : da uno pseudotoponimo alle ragioni storiche ) per la mia parte ho cercato di dirimere un equivoco gigantesco, che nonostante tutto permane. Ancora oggi in effetti quello che era il luogo di vita e di commercio  degli Ebrei ai margini o, più spesso, al di fuori dei centri abitati della Calabria e, in particolare, della Valle delle Saline, almeno per quanto concerne il vecchio abitato di età ellenistica viciniore a Oppidum, divenuto nel tempo il ghetto della città, viene ancora chiamato “Mella”, che non è un toponimo, come a prima vista potrebbe pensarsi, ma l’esatta denominazione data dagli Arabi al quartiere ebraico, qualcosa di simile alla “judeca” e documentabile in un numero elevato di paesi e villaggi nello stesso Territorio. 

    C’è però una questione cronologica da affrontare: la denominazione araba del Mellah di Oppidum, che tanto superficialmente viene ancora usata dagli storici, e di tanti altri Mellah relativi a vari paesi della Vallis Salinarum e della Calabria in genere, può risalire a non prima del X secolo, quando la lingua e l’elemento arabo erano ormai largamente fusi con la cultura dominante, in particolare bizantina. Ciò però non significa che ogni sito che il termine arabo battezzava come Mellah, vale a dire ogni Judeca locale, fosse nato nello stesso periodo. Con altra o più vaga denominazione esso preesisteva sicuramente da tempo ed era già socialmente (e geograficamente) stabilizzato fin da quando l’elemento ebraico aveva fatto il suo ingresso nella composizione sociale della Turma o Valle delle Saline.

     Che la presenza ebraica sul territorio risalga infatti ai primi secoli dell’era volgare è un dato che dovrebbe essere ampiamente acquisito: a Region fin dai primi decenni si hanno varie indicazioni, peraltro confermate anche dalla toponomastica della città moderna ( Aschenez , Giudecca), e, secondo la vulgata ripresa da molti storici locali , il numero più elevato di Ebrei nella città si ebbe già intorno al 70 d.C. quando Tito sedò la rivolta di Gerusalemme, radendo quasi al suolo la città e il suo tempio. A tale evento convenzionalmente si fa risalire l’ abbandono della città santa da parte dei superstiti e l’inizio della diaspora, come afferma con una certa precisione anche Strabone. La nuova migrazione comportò un afflusso di Ebrei che si sommò alla comunità già preesistente nella città calcidese. Molti di loro trovarono occupazione nei cantieri navali del porto nella costruzione delle galee utilizzate dai Romani per traghettare le loro truppe nelle terre d’Oriente. ( G Cordiano: “ Nuovi studi su Region in età ellenistica” in “Quaderni urbinati di cultura classica”, 64, pagg. 159/170) Peraltro nei secoli III/IV d.C. la presenza ebraica a Region e nel suo territorio è ampiamente confermata dai resti della sinagoga, ricca di mosaici, rinvenuta alcuni anni fa presso Bova Marina, che , se si esclude quella di Roma, è la più antica dell’Occidente..

     Per comprendere come quella che in seguito sarebbe stata denominata “ Turma delle Saline” in epoca bizantina e “Vallis Salinarum” in epoca immediatamente successiva e nell’accezione araba del termine ( circoscrizione amministrativa, come la “Val di Noto” in Sicilia e similari) divenne molto presto luogo privilegiato per gli insediamenti ebraici che in Oppidum trovarono sicuramente un ambiente molto favorevole, occorre anzitutto tenere fede alle fonti documentarie efficacemente interrogate che attestano quanto l’elemento bizantino sia stato nei secoli per quello ebraico foriero di cooperazione assoluta, addirittura di simbiosi sociale, commerciale e anche culturale. Già in età tardo imperiale in effetti, oltre che nel primo Medioevo, la presenza ebraica nell’Italia Meridionale è attestata innanzi tutto da iscrizioni greche, latine ed ebraiche – spesso bilingui – pubblicate per la maggior parte da Jean-Baptiste Frey, David Noy e Cesare Colafemmina, da oggetti decorati con lettere o simboli ebraici o anche da ruderi vari. Significativo è inoltre l’aspetto geografico delle località ove sono state trovate le epigrafi e i reperti archeologici: la maggior parte proviene da città portuali. E tra queste non occorre trascurare il fiorente porto di Tauriana, la porta ufficiale oltre che economica e logistica della Turma delle Saline …” ( Sul contesto generale vds.Vera von Falkenhausen, “ Gli Ebrei nell’Italia Meridionale Bizantina – VI –XI secolo” in ‘ Gli Ebrei nella Calabria Medievale – Studi in Memoria di Cesare Colafemmina ’, a cura di Giovanna De Sensi Sestito, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2013, pp.21-22 ).
 
    Nel corso dei secoli le comunità ebraiche diedero uno specifico e notevole contributo alla vita economica e culturale del Territorio in esame, infatti, “Dall’insieme delle testimonianze esaminate, appare anche che gli Ebrei di Calabria lungi dal costituire un gruppo di emarginati si inserivano efficacemente nel tessuto sociale con l’apporto di competenze scientifiche (medici, speziali) e tecniche (artigiani, muratori, allevatori di bestiame)… Soprattutto si deve sottolineare l’importanza dei mercanti e dei prestatori di denaro. Le concessioni creditizie – controllate sempre dalle autorità politiche e religiose- davano infatti impulso , tra l’altro, alla circolazione di merci tipiche della zona come seta, panni, zafferano, olio. ..Se c’è qualcosa di peculiare nelle arti esercitate dai giudei, essa dovrebbe ritrovarsi nell’arte scrittoria, coltivata per finalità religiose, spirituali e scientifiche con una intensità e fecondità che non ha riscontri nel circostante mondo cristiano. Ma questo non deve stupire nei seguaci di una fede che fonda la sua identità nell’amore per il Libro e per la cultura ” (Cesare Colafemmina, Per la Storia degli Ebrei in Calabria – Saggi e Documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996, p.28). 
    Ma , più specificamente, cosa attirò fin da subito gli ebrei reggini nella Valle delle Saline, quindi soprattutto nel suo capoluogo riconosciuto (Oppidum - Hagia Agathè) e ne orientò tutta la complessa e intelligente attività a un’intensa cooperazione con l’elemento bizantino fin dai primi secoli e poi con quello arabo? Indubbiamente una consonanza di idee e di interessi, la vocazione ai commerci, la capacità di cogliere tutte le opportunità offerte dal Territorio, la presenza a Tauriana di un porto organizzato e ben difeso che consentiva di attivare vie di spostamento da e per Reggio estremamente celeri ed efficaci rispetto a quelle terrestri rese difficili e temibili da una serie di pericoli ( L’esistenza del Fortino creato dai Greci di Reggio a Serro di Tavola, nel culmine montano della stessa Valle ne è una lampante dimostrazione).

   Varie e ricche – direi - furono le attività artigianali e commerciali che allettarono tanto gli Ebrei in questa “Valle”, e specialmente nel suo cuore amministrativo e militare, vale a dire  Oppidum, oltre al commercio dell’abbondantissima quantità di sale disponibile: la concia delle pelli, la tintura dei tessuti, la conservazione delle derrate alimentari: tre attività che garantivano proventi ricchissimi e che non potevano prescindere da un’ampia disponibilità di sale. E si trattava di sale di qualità di cui era molto ricco il bacino del Metauro-Marro- Petrace, che non aveva competitors negli sparuti e casuali estrattori del poco sale marino, spesso sporco, prodotto all’inizio del versante orientale della penisola reggina.
     E’ appena il caso di ricordare dunque che questo territorio, che non a torto è stato definito l’Eden naturalistico e agricolo della Calabria Ultra, era anche un Eden commerciale intorno al quale ruotava un indotto produttivo già modernamente concepito: l’industria fittile per la conservazione e il trasporto delle derrate alimentari; quella tessile (allevamento del baco da seta e coltivazioni su ampia scala di canapa) che forniva la materia prima alla tintoria; l’allevamento del bestiame che dava vita alla lavorazione del pellame reperito e conciato in grande quantità nella zona, senza contare collateralmente quella boschiva essenziale per la costruzione di navi fin dall’epoca ellenistica,

    Sull’evoluzione nei secoli successivi degli insediamenti ebraici nel bacino del Metauro-Marro-Petrace e sul centro interno più importante di esso (Oppidum) spesso è stato scritto su questo blog., resta da analizzare però una curiosità storica sulla quasi nessun autore si è mai soffermato: la presenza armena nella Tourma delle Saline. Andrè Guillou, in sede di pubblicazione delle più volte richiamate pergamene greche o atti di donazione al vescovo (A:Guillou “La Thetokos de Hagia Hagathe – Oppido” L.E.V., Roma 1972) cita tra i vari choria presenti nell’aministrazione bizantina della stessa Turma quello di Skidon (attuale Scido) e quello di “Avaria”, (oggi Santa Georgia, frazione di Scido, popolarmente chiamata ancora “Vorijia”), paesi quasi sicuramente di origine etnica armena. Ciò induce a una riflessione di carattere più complessivo: in Calabria, più significativamente nella Turma delle Saline, specialmente nel periodo più fiorente della dominazione bizantina, si registra la presenza anche di slavi e soprattutto di Armeni, gruppi etnici che stranamente ebbero un certo rilievo nella costituzione dell’Impero bizantino, ma di essi rimangono poche tracce.

     Per quanto riguarda i primi “ quando nell’885 tutte le Calabrie furono riacquistate per opera di Niceforo Foca, l’imperatore Basilio il Macedone ( 867-886) per assicurarsene meglio il possesso, ripopolò le abbandonate contrade con gran numero di Schiavoni, ch’egli aveva affrancati. Altre infiltrazioni slavoniche penetrarono in seguito nella popolazione calabrese per opera degli stessi Musulmani. Gli schiavoni rappresentavano una merce schiavistica di prim’ordine, e d’essi si servivano pure i Musulmani come elemento di guerra ” (Oreste Dito, “La Storia Calabrese e la Dimora degli Ebrei in Calabria dal Secolo V alla Seconda Metà del Secolo XVI. Nuovo Contributo per la Storia della Quistione Meridionale”, Edizioni Brenner, Cosenza,1979, p.26- ristampa).

    Per quanto concerne invece gli Armeni si hanno diversi riferimenti inerenti al personale dell’amministrazione imperiale e soprattutto ai militari; basti ricordare alcune annotazioni concernenti alcuni culti comuni diffusi in Oriente e in Calabria dei santi Quaranta martiri di Sebaste, città armena… Orbene, il culto dei martiri di Sebaste era di origine armena e si diffuse presto in tutto il mondo greco ortodosso. Esso aveva trovato espressione anche in Calabria, nel territorio lametino, dove tuttora esiste la chiesa dei Santi Quaranta… Si pensi ancora al culto ( poi ripreso in qualche centro della diocesi normanna di Mileto, come Plaesano) di San Biagio in Skidon (Scido), vescovo armeno di Sebaste, martire della fede agli inizi del IV. “I luoghi … di memoria armena in Calabria, pur non numerosi, sono comunque attestati in vari culti locali. E’ assai probabile che tali culti avessero trovato in Calabria terreno fertile e ulteriore sviluppo con la riconquista bizantina da parte di Niceforo Foca il Vecchio e dei suoi commilitoni armeni” (Gioacchino Strano, “Alcune Notazioni sulla Presenza Armena, in “ La Calabria nel Mediterraneo, Flussi di Persone, Idee e Risorse”, a cura di Giovanna De Sensi Sestito, Rubbettino, 2013, pp.198-200).

     Tutte le presenze attestate nella Turma delle Saline, dunque a Oppidum, in periodo bizantino convergono a qualificare inequivocabilmente un territorio di notevole importanza sia come baricentro produttivo, viario e commerciale sia come luogo di convivenza pacifica a livello civile e religioso, ma anche di sintesi di etnie diverse provenienti dall’area mediterranea:Arabi, Greci, Ebrei,Armeni, Latini.
 Altri tempi!