domenica 3 luglio 2022

LA STRAORDINARIA FIORITURA DI OPPIDO IN EPOCA BIZANTINA E IL RUOLO ECONOMICO E SOCIALE DI EBREI ED ARABI

La fruttuosa  convivenza di Ebrei, Arabi e Cristiani
            di Bruno Demasi       
 
  Come si è visto in  altre due ricerche , entrambe pubblicate  l'anno scorso su questo blog e su alcuni studi dedicati, uno dei periodi di massimo splendore per Oppidum  e per l'intero comprensorio del Metauro-Marro (Tourma delle Saline), se non il più opulento in assoluto, è stato quello bizantino, attestato, tra l'altro, dalle cospicue donazioni di privati al vescovo-capo della città e dell'intero comprensorio amministrativo, riportate sul verso di un  rotolo pergamenaceo custodito nell'Archivio Vaticano e  pubblicate da Andè Guillou nel 1972. 
   Nonostante ciò, se restringiamo l'attenzione alla città che era il capoluogo amministrativo oltre che strategico e morale dell'intera circoscrizione bizantina coincidente con il bacino dell'odierno Petrace, ci si accorge che Oppidum (Hagia Agathè),  non avrebbe potuto ricoprire quel ruolo se non fosse stata ampiamente supportata, a partire almeno dalla seconda metà del X secolo, da un fiorentissimo mellah che sorgeva a brevissima distanza dalle sue mura, verosimilmente sullo stesso sito che originariamente era stato culla di un importante insediamento bruzio-ellenistico e poi romano, nella località che ancora oggi viene appunto denominata "Mella"
 
   A tale proposito  già dieci anni fa ( IL GIALLO DI “MELLA” e “MAMERTO” : da uno pseudotoponimo alle ragioni storiche ) per la mia parte ho cercato di dirimere un equivoco gigantesco, che nonostante tutto permane. Ancora oggi in effetti quello che era il luogo di vita e di commercio  degli Ebrei ai margini o, più spesso, al di fuori dei centri abitati della Calabria e, in particolare, della Valle delle Saline, almeno per quanto concerne il vecchio abitato di età ellenistica viciniore a Oppidum, divenuto nel tempo il ghetto della città, viene ancora chiamato “Mella”, che non è un toponimo, come a prima vista potrebbe pensarsi, ma l’esatta denominazione data dagli Arabi al quartiere ebraico, qualcosa di simile alla “judeca” e documentabile in un numero elevato di paesi e villaggi nello stesso Territorio. 

    C’è però una questione cronologica da affrontare: la denominazione araba del Mellah di Oppidum, che tanto superficialmente viene ancora usata dagli storici, e di tanti altri Mellah relativi a vari paesi della Vallis Salinarum e della Calabria in genere, può risalire a non prima del X secolo, quando la lingua e l’elemento arabo erano ormai largamente fusi con la cultura dominante, in particolare bizantina. Ciò però non significa che ogni sito che il termine arabo battezzava come Mellah, vale a dire ogni Judeca locale, fosse nato nello stesso periodo. Con altra o più vaga denominazione esso preesisteva sicuramente da tempo ed era già socialmente (e geograficamente) stabilizzato fin da quando l’elemento ebraico aveva fatto il suo ingresso nella composizione sociale della Turma o Valle delle Saline.

     Che la presenza ebraica sul territorio risalga infatti ai primi secoli dell’era volgare è un dato che dovrebbe essere ampiamente acquisito: a Region fin dai primi decenni si hanno varie indicazioni, peraltro confermate anche dalla toponomastica della città moderna ( Aschenez , Giudecca), e, secondo la vulgata ripresa da molti storici locali , il numero più elevato di Ebrei nella città si ebbe già intorno al 70 d.C. quando Tito sedò la rivolta di Gerusalemme, radendo quasi al suolo la città e il suo tempio. A tale evento convenzionalmente si fa risalire l’ abbandono della città santa da parte dei superstiti e l’inizio della diaspora, come afferma con una certa precisione anche Strabone. La nuova migrazione comportò un afflusso di Ebrei che si sommò alla comunità già preesistente nella città calcidese. Molti di loro trovarono occupazione nei cantieri navali del porto nella costruzione delle galee utilizzate dai Romani per traghettare le loro truppe nelle terre d’Oriente. ( G Cordiano: “ Nuovi studi su Region in età ellenistica” in “Quaderni urbinati di cultura classica”, 64, pagg. 159/170) Peraltro nei secoli III/IV d.C. la presenza ebraica a Region e nel suo territorio è ampiamente confermata dai resti della sinagoga, ricca di mosaici, rinvenuta alcuni anni fa presso Bova Marina, che , se si esclude quella di Roma, è la più antica dell’Occidente..

     Per comprendere come quella che in seguito sarebbe stata denominata “ Turma delle Saline” in epoca bizantina e “Vallis Salinarum” in epoca immediatamente successiva e nell’accezione araba del termine ( circoscrizione amministrativa, come la “Val di Noto” in Sicilia e similari) divenne molto presto luogo privilegiato per gli insediamenti ebraici che in Oppidum trovarono sicuramente un ambiente molto favorevole, occorre anzitutto tenere fede alle fonti documentarie efficacemente interrogate che attestano quanto l’elemento bizantino sia stato nei secoli per quello ebraico foriero di cooperazione assoluta, addirittura di simbiosi sociale, commerciale e anche culturale. Già in età tardo imperiale in effetti, oltre che nel primo Medioevo, la presenza ebraica nell’Italia Meridionale è attestata innanzi tutto da iscrizioni greche, latine ed ebraiche – spesso bilingui – pubblicate per la maggior parte da Jean-Baptiste Frey, David Noy e Cesare Colafemmina, da oggetti decorati con lettere o simboli ebraici o anche da ruderi vari. Significativo è inoltre l’aspetto geografico delle località ove sono state trovate le epigrafi e i reperti archeologici: la maggior parte proviene da città portuali. E tra queste non occorre trascurare il fiorente porto di Tauriana, la porta ufficiale oltre che economica e logistica della Turma delle Saline …” ( Sul contesto generale vds.Vera von Falkenhausen, “ Gli Ebrei nell’Italia Meridionale Bizantina – VI –XI secolo” in ‘ Gli Ebrei nella Calabria Medievale – Studi in Memoria di Cesare Colafemmina ’, a cura di Giovanna De Sensi Sestito, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2013, pp.21-22 ).
 
    Nel corso dei secoli le comunità ebraiche diedero uno specifico e notevole contributo alla vita economica e culturale del Territorio in esame, infatti, “Dall’insieme delle testimonianze esaminate, appare anche che gli Ebrei di Calabria lungi dal costituire un gruppo di emarginati si inserivano efficacemente nel tessuto sociale con l’apporto di competenze scientifiche (medici, speziali) e tecniche (artigiani, muratori, allevatori di bestiame)… Soprattutto si deve sottolineare l’importanza dei mercanti e dei prestatori di denaro. Le concessioni creditizie – controllate sempre dalle autorità politiche e religiose- davano infatti impulso , tra l’altro, alla circolazione di merci tipiche della zona come seta, panni, zafferano, olio. ..Se c’è qualcosa di peculiare nelle arti esercitate dai giudei, essa dovrebbe ritrovarsi nell’arte scrittoria, coltivata per finalità religiose, spirituali e scientifiche con una intensità e fecondità che non ha riscontri nel circostante mondo cristiano. Ma questo non deve stupire nei seguaci di una fede che fonda la sua identità nell’amore per il Libro e per la cultura ” (Cesare Colafemmina, Per la Storia degli Ebrei in Calabria – Saggi e Documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996, p.28). 
    Ma , più specificamente, cosa attirò fin da subito gli ebrei reggini nella Valle delle Saline, quindi soprattutto nel suo capoluogo riconosciuto (Oppidum - Hagia Agathè) e ne orientò tutta la complessa e intelligente attività a un’intensa cooperazione con l’elemento bizantino fin dai primi secoli e poi con quello arabo? Indubbiamente una consonanza di idee e di interessi, la vocazione ai commerci, la capacità di cogliere tutte le opportunità offerte dal Territorio, la presenza a Tauriana di un porto organizzato e ben difeso che consentiva di attivare vie di spostamento da e per Reggio estremamente celeri ed efficaci rispetto a quelle terrestri rese difficili e temibili da una serie di pericoli ( L’esistenza del Fortino creato dai Greci di Reggio a Serro di Tavola, nel culmine montano della stessa Valle ne è una lampante dimostrazione).

   Varie e ricche – direi - furono le attività artigianali e commerciali che allettarono tanto gli Ebrei in questa “Valle”, e specialmente nel suo cuore amministrativo e militare, vale a dire  Oppidum, oltre al commercio dell’abbondantissima quantità di sale disponibile: la concia delle pelli, la tintura dei tessuti, la conservazione delle derrate alimentari: tre attività che garantivano proventi ricchissimi e che non potevano prescindere da un’ampia disponibilità di sale. E si trattava di sale di qualità di cui era molto ricco il bacino del Metauro-Marro- Petrace, che non aveva competitors negli sparuti e casuali estrattori del poco sale marino, spesso sporco, prodotto all’inizio del versante orientale della penisola reggina.
     E’ appena il caso di ricordare dunque che questo territorio, che non a torto è stato definito l’Eden naturalistico e agricolo della Calabria Ultra, era anche un Eden commerciale intorno al quale ruotava un indotto produttivo già modernamente concepito: l’industria fittile per la conservazione e il trasporto delle derrate alimentari; quella tessile (allevamento del baco da seta e coltivazioni su ampia scala di canapa) che forniva la materia prima alla tintoria; l’allevamento del bestiame che dava vita alla lavorazione del pellame reperito e conciato in grande quantità nella zona, senza contare collateralmente quella boschiva essenziale per la costruzione di navi fin dall’epoca ellenistica,

    Sull’evoluzione nei secoli successivi degli insediamenti ebraici nel bacino del Metauro-Marro-Petrace e sul centro interno più importante di esso (Oppidum) spesso è stato scritto su questo blog., resta da analizzare però una curiosità storica sulla quasi nessun autore si è mai soffermato: la presenza armena nella Tourma delle Saline. Andrè Guillou, in sede di pubblicazione delle più volte richiamate pergamene greche o atti di donazione al vescovo (A:Guillou “La Thetokos de Hagia Hagathe – Oppido” L.E.V., Roma 1972) cita tra i vari choria presenti nell’aministrazione bizantina della stessa Turma quello di Skidon (attuale Scido) e quello di “Avaria”, (oggi Santa Georgia, frazione di Scido, popolarmente chiamata ancora “Vorijia”), paesi quasi sicuramente di origine etnica armena. Ciò induce a una riflessione di carattere più complessivo: in Calabria, più significativamente nella Turma delle Saline, specialmente nel periodo più fiorente della dominazione bizantina, si registra la presenza anche di slavi e soprattutto di Armeni, gruppi etnici che stranamente ebbero un certo rilievo nella costituzione dell’Impero bizantino, ma di essi rimangono poche tracce.

     Per quanto riguarda i primi “ quando nell’885 tutte le Calabrie furono riacquistate per opera di Niceforo Foca, l’imperatore Basilio il Macedone ( 867-886) per assicurarsene meglio il possesso, ripopolò le abbandonate contrade con gran numero di Schiavoni, ch’egli aveva affrancati. Altre infiltrazioni slavoniche penetrarono in seguito nella popolazione calabrese per opera degli stessi Musulmani. Gli schiavoni rappresentavano una merce schiavistica di prim’ordine, e d’essi si servivano pure i Musulmani come elemento di guerra ” (Oreste Dito, “La Storia Calabrese e la Dimora degli Ebrei in Calabria dal Secolo V alla Seconda Metà del Secolo XVI. Nuovo Contributo per la Storia della Quistione Meridionale”, Edizioni Brenner, Cosenza,1979, p.26- ristampa).

    Per quanto concerne invece gli Armeni si hanno diversi riferimenti inerenti al personale dell’amministrazione imperiale e soprattutto ai militari; basti ricordare alcune annotazioni concernenti alcuni culti comuni diffusi in Oriente e in Calabria dei santi Quaranta martiri di Sebaste, città armena… Orbene, il culto dei martiri di Sebaste era di origine armena e si diffuse presto in tutto il mondo greco ortodosso. Esso aveva trovato espressione anche in Calabria, nel territorio lametino, dove tuttora esiste la chiesa dei Santi Quaranta… Si pensi ancora al culto ( poi ripreso in qualche centro della diocesi normanna di Mileto, come Plaesano) di San Biagio in Skidon (Scido), vescovo armeno di Sebaste, martire della fede agli inizi del IV. “I luoghi … di memoria armena in Calabria, pur non numerosi, sono comunque attestati in vari culti locali. E’ assai probabile che tali culti avessero trovato in Calabria terreno fertile e ulteriore sviluppo con la riconquista bizantina da parte di Niceforo Foca il Vecchio e dei suoi commilitoni armeni” (Gioacchino Strano, “Alcune Notazioni sulla Presenza Armena, in “ La Calabria nel Mediterraneo, Flussi di Persone, Idee e Risorse”, a cura di Giovanna De Sensi Sestito, Rubbettino, 2013, pp.198-200).

     Tutte le presenze attestate nella Turma delle Saline, dunque a Oppidum, in periodo bizantino convergono a qualificare inequivocabilmente un territorio di notevole importanza sia come baricentro produttivo, viario e commerciale sia come luogo di convivenza pacifica a livello civile e religioso, ma anche di sintesi di etnie diverse provenienti dall’area mediterranea:Arabi, Greci, Ebrei,Armeni, Latini.
 Altri tempi!

domenica 20 febbraio 2022

Tra carceri e scomuniche, Oppido alla fine del Seicento ( di Andrea Pesavento)


    Dobbiamo all"Archivio Storico Crotone" questa pagina inedita e approfondita su un'epoca non molto studiata della storia di Oppido e del suo vescovado. Ad Andrea Pesavento il merito di averne esplorato con attenzione e passione i vari risvolti che costituiscono per i cultori di storie patrie elementi di grande curiosità e interesse al di là degli episodi in essa illustrati e con un occhio al contesto sociale e religioso di un'epoca per molti versi più oscura dei secoli del grande medioevo aspromontano e bizantino.
     Andrea Pesavento (Bassano del Grappa, 1942) vive ed opera a Crotone dal 1969, dove ha costituito e diretto la biblioteca del Centro Servizi Culturali (al tempo Enaip-Crotone) creata dalla Cassa per il Mezzogiorno. Biblioteca poi passata al Comune di Crotone. Laureato in Sociologia presso l’Università degli Studi di Trento (1969), cura interessi, studi e ricerche nell’ambito del territorio crotonese, riguardanti diversi aspetti storici e sociali. (Bruno Demasi)

Oppido (da Pacichelli G.B., Il Regno di Napoli in Prospettiva diviso in Dodeci Provincie, Napoli 1703).

    Alla morte del vescovo di Oppido Paolo Diano Parisio (1663-1672), nel Concistoro del 19 febbraio 1674, referente il cardinale Geronimo Castaldo, provvide della chiesa vacante di Oppido il benedettino e dottore di sacra teologia Vincenzo Ragni, napoletano, dell’ordine Cassinese, con decreto che dovesse istituire le prebende Teologale e Penitenziaria e curasse di erigere il Monte di Pietà.
    Il 4 marzo successivo il cardinale Francisco Nerli consacrerà Vincenzo Ragni vescovo di Oppido e Mutio Suriano arcivescovo di Santa Severina. Nel novembre dello stesso anno il Ragni effettuerà la sua prima visita alla diocesi. È dell’anno successivo la sua prima “Relazione”, dove già annuncia di avere pubblicato editti e scomuniche contro l’università, per il fatto che i diaconi selvaggi, cioè i servitori della chiesa, erano soggetti al pagamento del focatico. Il Ragni occuperà la chiesa di Oppido dal 1674 alla sua morte avvenuta 1693. Seguirà nel gennaio 1694 Bernardino Plastina di Fuscaldo.[i] “Accerrimo difensore della immunità ecclesiastica”, l’operato del vescovo sarà più volte al centro di forti contrasti, tanto da richiedere l’intervento della congregazione del Santo Offizio, come nel caso del prete Giuseppe Barone accusato di pratiche magiche.
 
 

La cattedrale di Oppido Mamertina (da 3bmeteo.com).

Il Santo Offizio

     Da un fascicolo del fondo arcivescovile di Santa Severina[ii] sappiamo che, il primo giugno 1680 da Roma, la Sacra Congregazione del Santo Uffizio inviava una lettera all’arcivescovo di Santa Severina Carlo Berlingieri (1679-1719), con acclusa “una nota degli eccessi commessi da Monsignor Vescovo di Oppido nella causa di D. Giuseppe Barone in mat(eri)a di sotilegii, e di altri pretesi complici di haver essimito d(ett)o Barone da quelle carceri vescovili”.
    L’arcivescovo dovrà indagare e poi riferire alla Sacra Congregazione “essendosi di già i sod(ett)i Barone, et altri presentati in q(uest)to Supremo Tribunale”. Con una successiva lettera in data Roma 13 luglio dello stesso anno, si informava l’arcivescovo di Santa Severina che i cardinali generali inquisitori avevano affidato al da poco insediato vescovo di Nicastro Francesco Tanci, la causa contro il vescovo di Oppido. Pertanto si ordinava all’arcivescovo di Santa Severina di mandare al predetto prelato commissario tutte le scritture inviate da Roma. L’undici agosto seguente il vescovo di Nicastro informava l’arcivescovo di aver ricevuto tutte le carte.

“Instruttione à Mons.r V.S. Arcivescovo di S. Severina

   Mon.s Il. Vesc(ov)o d’Oppido ha preteso formare un rigoroso processo con(tro) D. Gius(epp)e Barone Sacerd(ot)e di Terranova di materie spettanti al S(an)to Officio sop(r)a alcuni scartafacci ritrovati nella sua Cancelleria, postivi sin dal tempo del suo Anteces(so)re, il quale non ne havea fatto caso per esser stati presi in forma giuridica e perciò insufficienti à procedere contro il d(ett)o Barone.
   Cio non ostante il d(ett)o Vescovo fe carcerare il medesimo sotto li 11 luglio 1677 nella Chiesa di S(an)ta Maria del Soccorso de PP. Agostiniani di Terranova, e di ciò si danno per informati il Priore di quel tempo M.ro Fran.co di Terranova, fr. Girolamo da Reggio, Domenico Morabito, Nicolò Lauria, e l’estrattione fu fatta da Dom(eni)co Capoferro Barricello si come V.S. vedrà dalla copia dell’esame di d(ett)o Barone, che congionta se le manda.
   Doppo la d(ett)a carcera(tio)ne con scandalo pub(li)co lo fece condurre per le publiche contrade di S.ta Cristina d’Oppido, e Terranova per maggiormente scurgognarlo, e ciò si deduce dalle depositioni dello stesso Barone dall’attesta(tio)ne di più persone, e da med(esim)i ministri, et altri testi, che nomina nell’ult(im)o suo esame.
   Di haverlo fatto trasportare nelle carceri laicali di Arena, luogo fuori della sua Diocesi, ove non giunge la sua autorità, per provedere da giudice e quivi l’ha trattenuto più di un anno, con ferri ai piedi, conf(orm)e depote d(ett)o Barone e ne da per informati d(ett)i testimonii, che nomina nell’ultimo suo esame.
   Di haverlo posto la 2A volta nella fossa di S(an)ta Cristina che si dice carcere sotterranea con farvelo stare 5 mesi, et affissa una scomunica alla porta del castello con chi gli havesse parlato, e dato da mangiare fuori che il custode, il quale hebbe ordine di dargli pane et acqua il mercoldì venerdì e sabbato, lo debone il d(ett)o Barone, e ne da per informati più testimonii che nomina nell’ultimo suo essame. Di haverlo tenuto in carcere 25 mesi per li pretesi delitti, senza haverlo mai costituito, e tutto ciò si ricava dalla depositione del Barone, e dalla serie del processo, dove non si legge alcun suo costituto, non ostante che la S(acra) Congregatione ordinasse al medesimoVescovo che l’havesse costituito.
   Di haver confiscato il di lui patrimonio sin dal principio che fu carcerato, e ne dà per informati Pietro Paolo Barone, col quale fece anco tratta di compor questa sua causa con denari.
   Per haver proceduto alla scomunica contro Agatio Ant(oni)o Grillo, e Leonardo Grillo suo figlio, e dichiaratili incorsi nelle pene della Bolla = si de protegendo non havendo prima provato cio, che pretendeva dalli medesimi, ch’era di havere operato alla fuga di d(ett)o Barone dalle carceri si come tutto cio appare dal Processo anzi essendo detto Agatio ricorso à questa S. Congregatione è stato dichiarato dalla medesima innocente dalle imputationi fattegli dal Vescovo, e percio è scritto à Mons.r Arcivescovo di Reggio Metropolitano del Vescovo d’Oppido, che facesse staccare li cedoloni affissi con tanta solennità, che per 33 giorni furono sonate le campane à ricorso per la d(ett)a scomunica per tutta la sua diocesi.
   Per havere il detto Vescovo ingiustamente querelato il detto Agatio nella Regia Udienza di Catanzaro dell’estrattione dalle sue carceri il detto Barone, acciò fosse rigorosamente punito dalla medesima, la quale Udienza mandò un Regio Auditore à fabricarne processo in Terra nova, e di vantaggio per esser ricorso detto Vescovo più volte al Collaterale di Napoli acciò procedesse rigorosamente contro il d.o Agatio, et altri pretesi complici per l’esimitioni dalle sue carceri del medesimo Barone, come depongono rispettivamente Michel Agosta, D. Dom.co Blosi, et il med.o Agatio, il quale ad istigatione del detto Vescovo dalla Regia Udienza di Catanzaro fu fatto carcerare per la sudetta pretesa causa con ordine del fiscale regio, che si trovava in Monteleone, e condotto a Catanzaro dove subbito fu rilasciato dalla Regia Udienza stante che l’esposto del Vescovo al Collaterale era falso.
   Riferitasi questa causa nella Sagra Congregatione del S.to Offitio successivamente alla San.ta di Mons.re S. Beat.ne col parere di questi miei Em.ti S.ri Colleghi Gen.li Inquisitori ha risoluto che sopra li gravami et ingiustitie manifeste fatte dal detto Vescovo al detto D. Giuseppe Barone si prendino da V.S. diligenti et esatte informationi, et acciò ch’ella non sia turbata in rintracciare la verità sincera li medesimi E.mi miei Colleghi Generali Inquisitori hanno ordinato al detto Vescovo di Oppido che non parta da Napoli, ove al presente si trova senza ordine di questa S.ta Congregatione. Le parti dunque di V.S. dovranno essere di mettere in chiaro tutte le cose che sono enunciate di sopra, con quelle di più che raccontano ne loro essami di d.o Barone, et Agatio Grillo, con fare apparire manifestamente tutti li strapazzi fatti al Barone con haverlo ritenuto tanti mesi ingiustamente carcerato in diversi luoghi, e tramandandolo da un luogo ad un altro per maggiormente aggravarlo e vituperarlo. E sopra gli aggravii fatti ad Agatio Grillo enunciati di sopra, e quelli di più egli esprime in d.i suoi essami, che a V.S. tutti si mandano in copia. E per quello che riguarda alle scomuniche fulminate contro l’uno e l’altro per far costare di esse in processo procurerà di haver gli atti dal cancelliere del vescovo di Oppido et un esemplare di un cedolone affisso contro il detto Agatio fondato sopra la Bolla dalla s. m. del B. Pio V che incomincia = si de protegendis con quel di più che V.S. stimerà necessario per ben fondare gli eccessi, che si sono commessi in si fatti procedimenti.
   Procurerà ancora di certificare se sia vero che il Vescovo habbia confiscato il patrimonio al d(ett)o Barone, e che si sia fatto manifestare per comporre cotesta causa con denari con Pietro Paolo Barone, sopra di ciò esaminarà detto Pietro Paolo Barone, sopra di ciò, et ogni altro che sarà dato per informato.
   Si suppone dal detto D. Giuseppe Barone che quando era condotto carcerato di qua e di là una volta se ne fuggisse, e si ritirasse in una chiesa della Dioc(es)i di Mileto, e quindi fosse estratto. V.S. farà dilegenza d’investigare la verità della d(ett)a 2.a estrattione e se sopra di questa il Vesc.o di Mileto fosse richiesto dal Vesc.o di Oppido sotto pretesto che fosse camerale per pretesa causa del S.to Off.o ò in qualche altro modo fosse violata l’Imm(uni)tà Ecc(lesiasti)ca e cio potrà verificare con essaminare il Vicario e Cancelliere del d(ett)o Vesc(ov)o di Mileto ( già morto) ò in altra maniera che a V.S. parerà più adeguata per fondare la violatione dell’Immunità della d(ett)a Chiesa.
   Il med(esim)o Agatio pretende di essere stato ingiustam.te incolpato della d(ett)a estratt(io)ne dal Vesc.o di Oppido à causa che esso fu eletto Proc(urato)re d’Oppido e suo territ(ori)o ad ogni causa che d.o Vesc.o potesse havere nelle Cong.ni di Roma, e sebene cio esso depone ove ha prodotto il mandato di procura, ad ogni modo sarà necessario d’indagare se di ciò il Vesc.o ne habbia havuta notitia e che rinovasse all’animo che il d.o Agatio si fosse fatto capo di parte contro di esso, e che di ciò ne abbia dimostrato dispiacere, o’ in qualsivoglia altro modo, se ne sia dato per malsodisfatto di d.o Agatio, il quale per questa persecutione fattagli dal Vesc.o dice di esser stato dannificato di 700 ducati oltre l’incommodo di esser venuto a Roma; e perciò V.S. farà chiamare d.o Agatio, et avanti di lei gli farà giustificare identificamente il danno da lui patito, e lo riponi in processo, e di vantaggio farà chiamare d.o D. Gius.e Barone (quando ritorni in Patria) et al medesimo farà giustificare nello stesso modo li danni che ha patito, e sebene dalle loro depositioni V.S. che haverà lume sufficiente per provare gli aggravi et ingiustitie fattegli le quali V.S. dovrà provare tutte minutissimamente con tutte le loro qualità et circostanze individue ad ogni modo quando in alcuna cosa havesse bisogno di maggior chiarezza, potrà de medesimi valersi per haver maggior lume per delucidar meglio tutto ciò che V.S. dovrà operare.
   Antonio Iannello ha fatto una fede contraria a quello ch’egli dubita, che sia stato posto in processo con la sua volontà, e senza sua saputa. V.S. esaminerà d(ett)o Jannello sopra la d(ett)a fede, e tutti quelli ch’esso da per informati sulla d.a fede.
   In ordine poi ai ricorsi fatti dal Vesc.o al Reg. Collaterale di Napoli, affine che il d.o Agatio fosse punito per la d.a pretesa estratt.ne. Non accade che V.S. faccia alcuna diligenza si perché non può farla per la distanza, si anche perché qui se ne hanno sufficienti giustificationi.
   E sommamente a’ cuore alla S(anti)tà di N. S.re et a questi miei Em.i Colleghi G(enera)li Inquisitori che si giustifichino tutti li sud(ett)i eccessi commessi dal Vesc(ov)o d’Oppido, et è stata scelta la persona di V.S. per la più atta à manegiar cotesto affare, e perciò V.S. procuri, che il tutto minutamente si pongia in chiaro, e colla dovuta diligenza et essattezza acciò S. Santità e questi Em.i miei Colleghi generali Inquisitori à suo tempo possono pigliare quelle risolutioni, che stimeranno necessarie al debito della Giustitia, e ridotto che haverà in processo tutte le diligenze impostele, ne trasmetterà copia à questa S. Cong(regatio)ne.”
 

Il castello di Oppido Mamertina (da turismo.reggiocal.it).

Deposizione di Agatio Antonio Grillo

   Il 29 aprile 1680 si presentò spontaneamente nel palazzo del S. Officio Agatio Antonio Grillo di circa 50 anni, figlio di Leonardo Grillo della città di Oppido, ed in presenza del domenicano Padre Alberto Mugiasca, affermò che fin dal 4 maggio 1678, era stato incaricato dall’università di Oppido e del suo territorio per “certi gravami” esposti dall’università contro il vescovo Vincenzo Ragni. Egli si era rivolto alla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari esponendo i fatti e questa aveva incaricato il vescovo di Gerace di prendere informazioni sopra 79 capi, che furono esposti e unificati.
   Il vescovo Ragni venuto a sapere, che ciò era avvenuto per opera del Grillo, come agente a nome dell’università, lo querelò affermando, che suo figlio Leonardo Grillo con altre persone di notte avevano fatto evadere dalle sue carceri di Oppido il prete D. Giuseppe Barone, che vi era stato rinchiuso per una causa spettante al Santo Offizio. A causa di questa querela intervenne la Regia Udienza, che mandò a prendere informazioni e formò un processo.
   Per tale motivo l’uditore regio D. Antonio da Ponte mise in prigione Michele Agosta da Varapodio e Antonio Jannello da Tresello, come complici della fuga d D. Giuseppe Barone. Anche altri furono carcerati e furono interrogati in Terranova in presenza del vescovo e dell’uditore, tra i quali il prete fuggito Diego Laganà e il carceriere delle carceri vescovili di Oppido Ottavio Positò. Quidi l’uditore portò il processo alla Regia Udienza di Catanzaro.
   Nell’occasione Michele Agosta “nell’esame li davano delle mazziate” ed il prete D. Diego Laganà “stette tre giorni con pane e acqua e manettato di mano e piedi”. Tuttavia nonostante le violenze essi non testimoniarono contro il Grillo. Allora il vescovo ricorse al Vicerè di Napoli e al suo Collaterale, il quale mandò l’ordine alla Regia Udienza di Catanzaro di procedere contro il Grillo ed altri per la fuga dalle carceri.
   Il fiscale regio, che si trovava in Monteleone, inviò il capitano di campagna, il quale carcerò il Grillo in Seminara, dove si trovava presso un suo zio ammalato, e lo condusse alle carceri di Catanzaro. Per questa “condotta” il Grillo dovette pagare ben 100 scudi. Poiché risultò che l’esposto del vescovo era falso, il Grillo fu rilasciato con l’obbligo però di non allontanarsi dalla città. Dopo cinque giorni, il 9 dicembre 1678, fu finalmente licenziato, con precetto però di presentarsi ad ogni ordine sotto pena di 300 scudi.
   Il vescovo saputo della scarcerazione ricorse nuovamente al Vicerè, rinnovando le accuse e supplicando, che la causa fosse rimessa alla Gran Corte della Vicaria, la quale ordinò alla Regia Udienza di Catanzaro di rimettere in carcere il Grillo, il quale tuttavia, scomunicato fin da novembre dal vescovo, trovandosi in Napoli, decise di andare a Roma a dichiarare la sua innocenza davanti al tribunale del Santo Offizio.
 

Il castello di Oppido Mamertina (da archaeology.org).

L’Università di Oppido

   Il 3 maggio 1678 in Oppido in presenza del Governatore Jacobo Grimaldi al suono della campana nelle case del Sacro Regio Monte di Pietà sopra il pubblico sedile della città, i sindaci e gli eletti della città e dei suoi casali con l’intervento di particolari. Mag.co Francesco Grillo di Gio. Lonardo e Giacomo Zebi sindaci d’Oppido, Gio. Rivano eletto di detto luogo, Leonardo Sculino sindaco di Nescignade, Domenico Laganà eletto di detto luogo, S.r Michele Gullo, Mattia Luca, Jacomo Maitano, Giuseppe Santopolo, Girolamo Fossarci, Domenico Vergara, Bruno di Jacomo, Carlo Jannello, Carlo Albanese, Alfonso Antonio Maiolo, Domenico Pasqualino, Andrea Naso, Giacomo Spadaro, Lorenzo Minati, Giuseppe Gerace, Domenico Gallano, Jacomo Collagiure, Vincenzo Campanella, Lorenzo Jerace, Diego Jannello, Francesco Oliva, Domenico Girardis, Giuseppe Rytano, Antonio Martello, Domenico Pasqualino.

“Per essi mag.ci sindici si propone alle Sig.rie V.re come dal giorno dell’ingresso in questa sede vesc.le ed insino adesso mon.s Ill.mo D. Vincenzo Ragni n.ro odierno Vesc.o si sono seminati e fatti tanti e tanti aggravii manifesti e pure si continonano da detta sua Corte Vesc.le in più e diverse maniere non solo contro questa città ma anche di questo stato. Laonde è parso a detti mag.ci sindici di proporre alle Sig.rie V.re affinchè si possa riparare a detti aggravii etiam con publico dispendio. Pertanto pare espediente e convenevole a d.i mag.ci sindici per il publico utile di eleggere due persone cittadine quali vogliono riconoscere d.i aggravii e quelli proporli à nome di questo stato in presenza di qualsisia tribunale ecclesiastico così ordinario, come Delegato quanto temporale, alli quali si dasse potestà non solo di quelli proporre, ma anche di scundere qualsisia somma di denaro in qualsivoglia di d.i tribunali, et assistere appelli med(esim)i e presentare qualsisia scrittura, e di promovere le ragioni di questo stato, affinche mediante le loro buone operationi possa questo publico sgravarsi da d.i aggravii, e tornare le loro materie ad pristinum, alle quali persone si dovesse anche dar credito di tutto quello spenderanno, et havendo fatto matura consideratione per l’elettione di dette persone si sono parse idonee et habili li mag.ci Francesco Grillo di Ag.o et Agatio Antonio Grillo quali anche habbino facoltà di poter fare e costituire uno o più Proc(urato)ri qua. Opus sit a loro elettione. Pertanto ognuno potrà dire il suo parere. E così viva voce da tutti fu risposto bellissimo, e confirmata l’elettione fatta da d.i mag.ci sindici.”
 

Il castello di Oppido Mamertina (da serviziocivileoppidomamertina.home.blog).

Memoriale del vescovo Vincenzo Ragni

“Carolus
Sp.li et Mag.ci viri/ A noi e stato presentato mem.le videlicet Ecc.mo Mons Ragni Vesc.o d’Oppido rappresenta a V.ra Ecc.za come li mesi passati tenendo nelle sue carceri vescovali carcerato D. Giuseppe Barone di Terranova sacerdote suo suddito inquisito di delitti di S. Off.o fu quello fatto estrarre dalle sue carceri insieme con altri carcerati mediante machina di Agatio Antonio Grillo d’Oppido, che mandò di notte tempo Gio. Lonardo suo figlio in comitiva di Antonio Jannello e Michele d’Agosta, li quali ben armati scalirno il Palazzo Vescovale, dove entrati presero il carceriero D. Ottavio Potito sacerdote e postoli una fune al collo per affogarlo, lo costrinsero a farsi dare le chiavi, e lo tennero in quella forma finatanto che estrassero li carcerati, e dopo li portorno con essi loro tanto il d.o carceriero per lo spatio di due miglia distante dalla città d’Oppido, nel qual luogo lo lasciarono e si portarono il sudetto D. Giuseppe Barone insieme con gli altri carcerati e perche il sud.o carceriero fu si istigato dal sud.to Gullo disse che era stato pigliato da una squadra di banditi e furzato ad aprire le carceri ne fu data parte alla Regia Audienza di Catanzaro che destinò un regio Aud(ito)re a prendere informatione al quale costò com’era la verità perlo che carcerò il nominato Antonio Jannello uno delli delinquenti come anco si trova carcerato nelle carceri della regia Aud.a e per li altri si assentorono Supp.ca pertanto V. Ecc.a ordinare alla sud.a Regia Udienza che nella causa sud.a proceda con tutto rigore … ad effetto che d.o D. Giuseppe Barone si fosse dato in campagna et havesse saccheggiato et assassinato l’or(ato)re, mentre e persona di pessima espettatione et il sudetto Agatio Antonio Grillo e publico odioso del’esponente à causa che pretendevano tutti quelli della sua famiglia far tenere dalle loro Donne nella Chiesa Cattedrale le sedie con le braccia, che introdottone lite mediante decreto della Sacra Congregazione fu ordinato non ficere, che oltre l’esser cosa giusta così tenera à gratia.”

Bandito calabrese.


Deposizione di D. Giuseppe Barone

Deposizione fatta da D. Giuseppe Barone, figlio di Pietro Paolo, il primo maggio 1680 nel palazzo del S. Off.o di Roma davanti al Rev. Fr. Alberto Mugiasca.

“Io fui carcerato nelle carceri del Vescovato di Oppido dette La Speranza il giorno di Domenica 11 di Luglio del 1677 e mi presero in congiontura che io servivo mon.s Vesc.o con cotta e barretta mentre mon.s vesc.o havea quella mattina assistito nella chiesa matrice alla messa cantata nella chiesa di Terranova mia Patria dove segui immediatamente la cattura, ma mio padre chiamato Pietro paolo Barone sentendo che io ero stato carcerato corse in mio aggiuto, e ferì un sbirro chiamato Francesco Chetti, conche io e mio padre fuggissimo nella d.a chiesa matrice di Terranova da dove io passai nella Chiesa di Santa Maria del Soccorso de P.ri Agost(inian)i dove fui di novo d’ordine di mons.re carcerato l’istessa mattina delli 11 di luglio 1677 e successivamente fui condotto da med(esi)mi sbirri ad Oppido nelle carceri dette La Speranza del Palazzo Vescovale ma quivi fui solo trattenuto per due hore, e poi dalli stessi sbirri ed altri d’Oppido che potevano essere 30 huomini in tutto fui posto nella fossa di una carcere sotterra dove si cala con una fune trenta braccia in circa sotto terra, e quivi sepellito con manette e ferri e ceppi a piedi dove fui ritenuto per 15 giorni e per la bocca di detta fossa mi calavano per mangiare con una corda. Venne poi un caporale chiamato R.mo Regane con la sua compagnia di 30 persone e più quasi tutti preti che facevano lo sbirro, e mi cacciò fuori di detta fossa con calarmi una corda e per via d’argano, e dopo uscito mi spogliò lasciandomi solo la camicia et un paro di calzoni, e così scalzo senza cappello e colle mani legate a dietro fui condotto per la terra di Santa Cristina come se havessi da essere frustato a piedi, e da Santa Cristina mi condussero alla Città d’Oppido dove facendomi girare per la strada publica mi condussero alla casa del Vicario Generale Don Marcello Zerbi, dove mi fermarono sotto il portico per un hora, e vi concorreva tutta la gente d’Oppido per vedermi e da là fui condotto nel medesimo modo legato, e mi diedero un paro di scarpe per carità a Terranova dove prima d’entrare nella Città mi fecero cavar di novo le scarpe et a piedi nudi cosi spogliato mi fecero passare avanti il monastero di Santa Caterina dove dimorava il vescovo quale mi vide e benche il popolo che vi era concorso esclamasse che era una indegnità un affronto che si faceva ad un sacerdote, ad ogni modo il vescovo si mostrò sordo, benche stando al balcone sentisse cio, ed io cio vedessi con i miei propri occhi, e da Terranova successivamente dopo mezora di riposo in piazza publica avanti detto vescovo fui per ordine suo condotto da medesimi sbirri e nel medesimo modo spogliato e ligato verso Monte Leone, e ben però vero che dopo due miglia lontano da Terranova mi posero il giuppone, scarpe, calzette e cappello venendo poi la notte dormissimo in campagna aperta nella piana di S. Antonio, e venendo la mattina vicino .. sei miglia incontrassimo un huomo a cavallo mandato da mio cognato a Luigi Drago, quale smontato hebbi gratia dal Caporale di poter cavalcare ancor io sopra quel cavallo di mio cognato, mentre tutti i sbirri, erano à cavallo et io solo à piedi, e mi fece habilità di legarmi le mani davanti, dove sempre prima l’havevo tenete legate dietro, conche m’insegnai al miglior modo che potei di scioglier le mani ch’erano ligate con una funicella e sapendo di haver sotto un buon cavallo mi misi in fuga e vantaggiai col cavallo i sbirri quali mi spararono appresso due archibugiate gridando ferma ferma ma io non mi fermai et entrai nella chiesa di Francica, e mi salvai nella chiesa dell’Annunziata di detta terra che ancora non era hora di pranzo e perche i sbirri facevano forza a detta gente di detta terra per pigliarmi di novo hebbero delle buone mazziate, e perché nella medesima congiontura si trovava in detta terra il vescovo di Mileto che faceva la visita per ovviare a qualche danno mandò il suo Barricello con sbirri a pigliarmi nella chiesa e mi fece condurre carcerato à Mileto salvo servigi iure immunitatis conforme io mi ero protestato, e tutto questo viaggio dalla fossa di Santa Cristina fino à Mileto che saranno più di 35 miglia di strada fu fatto in due giorni che compreso il tempo che stetti nella fossa sud.a viene a essere alli 28 di luglio del 1677. Stando io dunque in Mileto nelle carceri vescovali supplicai il vescovo con un memoriale accio mi dovesse restituire alla Chiesa dove ero stato preso e ne trattò Luigi Drago mio cognato e fù convenuto di pagarli oltre le spese e la condotta 25 ducati con patto di restituirmi alla Chiesa ma con tutto che mio cognato sborsasse undeci zecchini effettivi e cinque libre di seta al fratello del vescovo di Mileto garante però del vescovo medesimo io ad ogni modo non fui restituito alla chiesa dicendo detto vescovo haver havuto avviso dal vescovo di Oppido che io ero carcerato per cause di S.to Off.o, e perciò non godere dell’Immunità conche fui fermato nelle medesime carceri di Mileto per tutto l’agosto, settembre e parte dell’ottobre susseguente con ceppi e ferri et una notte col collare di ferro. Dopo di che fui condotto in potere del vescovo di Oppido che mandò a pigliarmi con 40 huomini armati e tutti erano Preti da messa, eccettuatine quattro ò cinque secolari et in due giorni fui trasportato nella fossa di Santa Cristina, dove fui posto la prima volta, che fui carcerato et ivi stetti più di 5 mesi e dio solo mi ha mantenuto per miracolo vivo, poiche non vi era ne letto ne paglia, anzi vi nasceva l’acqua e senza vedere luce e con i ferri a piedi in pane et acqua. Doppo di che il Principe di Cariati Spinelli (Carlo Filippo Antonio Spinelli) che era il Principe di d.a terra di Santa Cristina, sapendo che io ero sepolto in quella fossa havendo visto che il vescovo di Oppido haveva fatto affiggere alla porta del castello una scomunica riservata al Papa à chi havesse ardito di parlarmi ò somministrato qualsisia sorte di vitto, parendo à detto Principe che fusse una crudeltà fece intendere a mons.r vescovo che mi levasse da quella fossa conche essendo io stato levato verso il principio di Quaresima del 1678 fui condotto ad un altra terra della Giurisdizione di Mileto detta Arena 50 miglia lontano da Santa Cristina, e mi vi fece condurre à piedi da 30 huomini à cavallo e mi conducevano con una fune, come se fossi stato un cane, e gionto in Arena, dopo haver passato montagna e fiumi sempre à piedi fui portato nelle carceri laicali dette il Carbone sempre con ferri e ceppi d’ordine del vescovo e quivi ho continuato la mia carcerazione sino al principio d’agosto 1679, e da queste carceri fui levato e condotto alle carceri di Oppido dette la Speranza nel Palazzo Episcopale per haver io supplicato il S.r Duca d’Atri princ. D’Arena acciò non mi lasciasse morire nelle carceri d’Arena, perche m’erano venute le gambe talmente grosse che parvia che i ferri si fossero incastrati nella carne, et ero tutto gonfio come una botte per i gran patimenti fatti nella longa e crudel prigionia, e per questo fui portato sopra un cavallo ad Oppido, dove essendo stato 15 giorni prigione in questo tempo scrissi a mons.r vescovo d’Oppido che per amor di dio vedesse di mettermi in libertà, overo condannarmi in galera se mi havesse ritrovato reo, perche in tutto il tempo della mia carcerazione che è durata 25 in 26 mesi non sono mai stato interrogato ne costituito et ancora ho da sapere per qual delitto io habbia sofferta si lunga e crudel prigionia, e la mia lettera la presentò a Terranova a detto Vescovo D. Stefano Leale canonico d’Oppido e mi fece di poi dal medesimo canonico che io pagassi 100 scudi di spese fatte a pagare i sbirri per farmi trasportare da carcere in carcere et inoltre scudi 200 per compensazione poi mi haverebbe scarcerato e posto in libertà ma io non trovandomi possibilità e per havermi già detto vescovo confiscato … due vigne et una casa che sotto sopra fruttuavano più di 25 scudi diedi nelle smanie, e cominciai a pensare di fuggirmene come seguì alli 17 o 18 d’agosto 1679 e la mia fuga fu verso le 4, o 5 hore di notte con due altri preti.”

Bandito calabrese

Testimonianza

“Nel mese prossimo passato di febraro 1680 Mons.re Ill.mo Vescovo di Oppido per mezi si fece venire tre banditi siciliani compagni di Francesco Capoferro alias Giacchetella dentro il monasterio de P.P. Celestini dove habitava detto vescovo et tra di loro contrassero che li pigliassero le teste delli sudetti Capoferro e Michele Dromi e l’altro suo fratello che si chiama mi et detto vescovo li promise docati trecento et fatto detto accordio si partiro detti tre siciliani et al capo di dui giorni li portorno dette teste di Domenico Capoferro alias Giacchettella et di Michele Dromi secretamente la sera innante et in detta notte che li presentorno le sudette teste li diede molti regali et particolare danari separati dall’accordio per comprarli polvere per sparare quando portano le sudette teste nel seguente giorno e così si pantirno dal medesimo notte da dentro il sudetto monastero dove habitava l’Ill.mo Vescovo et restorno che nel prossimo giorno portassero in Terranova detti teste et nel medesimo giorno verso vespero con gran applauso et sparamento portorno publicamente dette teste et li posorno inante il sudetto Monasterio de P.P. Celestini di Terranova dove al hora habitava detto vescovo et con molte archibugiate et festini. Dopo detto Vescovo fece chiamare il Governatore del luogo et li fece dare la casa per stare detti siciliani con le sudette teste. Collocati che furono dentro la sudetta casa detti siciliani, verso le due hore di notte per detto comune furono congiurati detto Vescovo et Governatore che li facessero ammazzare dentro la sudetta casa dove stavano collocati et con ordine di detto Governatore furono intimati molti huomini atti all’armi di tutto lo stato che assediassero la casa dove stavano collocati detti siciliani con le teste et verso le quattro hore di notte incominciorno assediare la casa sudetta con huomini di Terranova et altri et al far del giorno furono raccolti molti huomini di tutto lo stato et aspettava sino che si levorno a spuntar del sole in primi che affiorno delle fiasche detti siciliani furono scappoliati et di subbito li tagliorno le teste à tre altri siciliani et dui altri siciliani furono feriti et altri furono catturati et tra l’huomini che assediarno et ammazzarono detti siciliani era presente il caporale di detto Vescovo Bernardo Carlo d’Oppido il quale taglio la testa di uno siciliano et tagliata che fu la testa li piglio ogni cosa et particolare li arricò una carta piena di danaro et se la portò et la mostrò al Vescovo essendo stato domandato dal sudetto Vescovo che procaccio esso Bernardo li mostrò la carta con il danaro et per lo più erano moniti correnti di regno et di sicilia et visti detto Vescovo detti danari li disse questi sono danari miei et la carta che stavano detti danari riposti era una sopra carta di lettera che venia da Napoli dal fratello di d.o Vescovo diretta a detto Vescovo.”
 


Il castello di Oppido Mamertina (da serviziocivileoppidomamertina.home.blog).

Capi dati dalla città di Santa Caterina


“1. Lo omicidio seguito in Bagnara in persona di Gio. Batt.a Dominici alias trippa cotta fatto da Paolo Strati in presenza del medesimo vescovo nel anno 1674 per ordine della moglie per causa del medesimo vescovo.
1(prova) In Bagnara fatto notorio essendo per la medesima causa in detto loco tirate due archibugiate al Vescovo che se non si avesse buttato in un fosso sarebbe stato occiso, venne poi assediato con tutti suoi della comitiva nel convento dei Padri Cappuccini di detto loco, da dove ne ani cavato dal Principe di S.to Antonio figlio del Duca di Bagnara che si trovava nella medesima terra, e procurò che si salvasse e perciò li diedero 25 scudi alla moglie per non farli parte dalli medesimi capiccini anco d’altri lochi residenti può haversi la notitia sud.a
2. Fece carcerare a D.Fran.co del Sindico in d.o anno con mal termini del clerico Gioseppe Greco, che fu causa che li parenti del sud.o havessero occiso detto clerico.
2(prova) Puo haversi notitia del fatto anco in Santa Severina dalli parenti di d.o D. fran.co del sindico figlio del detto Pietro Antonio di d.a città et in Mesuraca dalli parenti del sud.o. essendo qui fatto notissimo.
3.Ha fatto fare l’homicidio di fran.co capoferro et michele dromi con il sborso di Duc. 300 esatti da pene ecclesiali e parte di seguire la di loro morte et haver poi fatto assediare li delinquenti e presoli il danaro dato per mano del monaco una volta l’homicidii susseguenti come in d.o capo e parola data da nicola dromi fratello di michele occiso et haver fatto celebrare e fatto celebrare S. Messe.
3(prova) Tiene d.o delegato quattro fedi di Università contigue di questo fatto anche per chiarezza del tutto et in Catanzaro dalli medesimi carcerati che furno può havere maggiore notitia quando vi bisognasse che non si crede.
4. Li mali patimenti à D. Gioseppe Barone fatti d’ordine del Vescovo d’Antonio Ligasti suo allora caporale del baricello con il di piu su detto capo.
4(prova) Fatto notorio in Oppido, Terranova, Santa Chatarina et Francica …”.
L’11 luglio 1690 il nunzio di Napoli informa il Segretario di Stato che, come da ordini ricevuti, è intervenuto nei confronti del vescovo di Oppido Vincenzo Ragni, affinché soddisfi quanto spetta all’abate D. Girolamo Clementi, il quale deve essere anche “reintegrato dei mobili, e che intorno al resto de’ frutti pretesi è giusto farne il deposito in questa città”.[III]

Note

[I] Russo F., Regesto, 43012 e sgg. Liberti R., Le Relationes ad limina dei vescovi della diocesi di Oppido Mamertina, in www.accademia.edu Quaderni Mamertini

[II] AASS. Fondo Arcivescovile, 046A.
[III] Russo F., Regesto, 46224.

giovedì 10 febbraio 2022

L’ADDIO AGLI ULIVI...

di Maria Rosa Surace



     La civiltà dell’ulivo nel territorio di quella che fu la Magna Grecia supera sicuramente gli angusti confini geografici per diventare una categoria esistenziale e l’attaccamento a queste piante antiche dalle nostre parti ha un che di sacro che non tutti possono comprendere appieno.
   Nel racconto breve di Maria Rosa Surace, intitolato “L’uliveto”, trovi però un’efficace chiave di lettura per capire la grandezza e il mistero di questo sovrumano attaccamento alla terra e all’albero sacro agli dei e agli uomini lungo la traiettoria dei secoli in queste terre abbandonate a se stesse , ma ricchissime e lussureggianti proprio per la presenza umilissima, ma imponente e nobile degli ulivi 
 
     Ho scelto di proporre qui un assaggio di questa esperienza narrativa di Maria Rosa Surace, non nuova alle prove letterarie ( basti ricordare il suo saggio di qualche anno fa dal titolo “ Il mistero del tempo” e le sue riflessioni nel “Tempo di meditare” in cui ha riversato sapientemente un mondo ricchissimo di affetti e di esperienze ) per presentare con commozione una più ampia raccolta di dodici “quadretti”, come li definisce l’Autrice, arrivata in queste settimane in libreria per i tipi di Rubbettino / Calabria Letteraria Editrice  e con il titolo  significativo di “Quadrno a...quadretti” che non solo allude al  respiro di questi racconti, ma anche a un universo di esperienze scolastiche e di docenza vissute con passione e rigore inusuali nelle nostre scuole secondarie per tanti decenni.
    E non si tratta, come erroneamente si potrebbe pensare, di scene di vita paesana e basta, bensì di “occasioni” attraverso le quali l’Autrice , partendo da descrizioni minimali di momenti, fatti e persone realmente esistiti, trae dei corollari esistenziali universali , mai stucchevoli e scontati, che lasciano il segno in chi legge sia per i loro contenuti inediti sia per la prosa pura e scorrevole alla quale ormai non si è più abituati...
    Novelle? Racconti brevi? Bozzetti? Direi parecchio di più: sulla scia della grande tradizione narrativa calabrese che in passato ha raggiunto il suo apice nei “Caratteri” di Mario La Cava. Maria Rosa Surace sa infatti coniugare in modo spontaneo e lieve, con maestrìa e rigore narrativi e descrittivi tutt’altro che consueti, molte verità che probabilmente abbiamo dimenticato nella foga delle nostre giornate oppresse da tanta comunicazione vuota  e da tanta letteratura commerciale stucchevole e priva di vita.(Bruno Demasi)


L’ADDIO AGLI ULIVI...

"    ...occorreva lavorare davvero tanto per riportare il tutto a un buon livello di fertilità:bisognava potare, dissodare, concimare e tanto altro ancora. Maria però non si scoraggiò affatto e si mise subito all’opera, con le sue braccia e l’aiuto di qualche contadino provetto, faticando costantemente tutto il giorno per mesi, trasformò completamente il suo uliveto in una terra ordinata, pulita, fertile.
     Riprese un rudere di cascina fino a farlo diventare un’accogliente “casetta” con dei vani abitabili, altri adibiti a deposito attrezzi agricoli, altri ancora a riparo delle olive accumulate dopo la raccolta. Accanto alla “casetta” fece costruire un piccolo pollaio...non distante dal pollaio coltivava un piccolo orto che nella bella stagione dava ottimi frutti. 

     Maria ogni giorno, con qualsiasi clima, era lì; quella terra era diventata il suo secondo figlio a cui dediucava cure costanti e amorevoli.
     Era molto orgogliosa della “sua” terra, del lavoro profuso, dei risultati ottenuti. Ed era finalmente venuto il tempo in cui Antonio poteva ritornare a casa (dall’Australia)....ma si schiantò con la moto contro un albero riportando ferite gravissime...
     Sopravvisse, ma camminava a stento e nelle braccia non c’era più l’energia di un tempo e..quando fece ritorno a casa, Maria provò una gioia immensa nel riabbracciarlo e nello stesso tempo una gran pena nel vederlo in quello stato. Era svanito tutto: la sua forza, il suo entusiasmo, la sua giovinezza...
     Maria intanto continuava da sola il suo lavoro nell’uliveto; c’era sempre da fare in tutte le stagioni; venivano a ciclo il tempo dell’aratura, quello della concimazione, quello della potatura e cosi via. L’attività più impegnativa era quella della raccolta delle olive: in una terra tanto ben curata i frutti erano abbondanti e di qualità.
    Maria governava tutto con grande perizia e soprattutto con grande passione.
    Ma gli anni passavano e tante cose andavano cambiando: il, figlio, ormai grande, aveva conseguito un buon titolo di studio e aveva deciso dio trasferirsi in città; Antonio stava sempre più male e aveva bisogno di cure costanti e assistenza sempre più assidua; lei stessa sentiva ogni giorno venirle meno le energie.
    Lentamenrte in famiglia si cominciò a prendere in considerazione l’idea di vendere l’uliveto.
   Fu facile trovare gli acquirenti: era un pezzo di terra d’oro e, dopo le inevitabili contrattazioni, si giunse a un accordo fra le parti.
   Non fu altrettanto facile accettare l’idea di dover vendere:per Maria quella era la “sua” terra; l’aveva acquistata con tanti sacrifici; era quasi costata la vita a suo marito. L’idea che altri se ne imposessassero le era insopportabile; il solo pensiero che potessero toccare i “suoi” alberi la sconvoplgeva, che potessero capovolgere l’assetto che lei aveva dato all’orto, alla casetta, a tutto il fondo la turbava moltissimo.
    Ma quello che le risultava più intollerabile era che lei lì non avrebbe potuto più mettere piede.
    Non si dava pace; si era chiusa in un sordo mutismo e per giorni non fece altro che girare per casa rabbiosamenmtre conme un animale in gabbia.

    La sera precedente al giorno fissato per la consegna delle chiavi, all’imbrunire uscì e raggiunse l’uliveto. Doveva salutare i suoi alberi, li doveva rivedere per l’ultima volta. Spinta da una forza sovrumana e da un incoercibile impulso, cominciò ad abbracciarli uno per uno, a toccarli, a carezzarli; sentiva che la linfa che scorreva in essi era fatta della stessa sostanza del suo sangue e continuava ad avvinghiarsi forte a loro come se volesse spremere tutto il sudore e le lacrime che erano costati. 
 
    All’improvviso venne giù una fitta piogfgia che le sferzava il viso mescolandosi alle lacrime che le sgorgavano irrefrenabili.
    Si levava intanto un forte vento che agitava i rami; questi, nel piegarsi, sembrava che volessero abbracciarla, mentre la terra, ghermendo i lembi della sua lunga veste, pareva attirarla a sè in una stretta tragica e struggente.
    Maria urlava follemente il suo dolore, ma il vento urlava ancora più forte e sembrava raccogliere il suo lamento per disperderlo nei campi, per diffonderlo dal suolo fin sulle vette delle montagne, nelle immensità del cielo, nelle profondità delle acque dei fiumi e del maree, negli spazi più lontani dove solo chi viveva o aveva vissuto le stesse pene di lei, il suo stesso tormento, poteva raccoglierlo ed intenderlo.

( Maria Rosa Surace: “L’uliveto” in “Quaderno a quadretti”, Rubbettino-Calabria Letteraria Editrice, Novembre 2021).