giovedì 25 novembre 2021

LEA GAROFALO E LE ALTRE...

Lea Garofalo
di Bruno Demasi

     Nella giornata in cui si commemorano i sacrifici di parecchie centinaia di donne sopraffatte dalla violenza maschile, ma soprattutto dal silenzio in cui in Calabria siamo maestri, vale la pena ricordare alcune donne vittime non di violenza comune, ma di mafia, che hanno insanguinato i nostri paesi. E' uno steep piccolo, ma significativo per la presa di coscienza della situazione in cui si vive nella nostra provincia, dove le cronache giornalistiche non sempre riescono a configurare esattamente il caleidoscopio di grovigli nei quali viviamo... Ma lasciamo a Francesca Chirico qualche breve nota tratta dalla sua stessa introduzione al  libro prefato da Michele Prestipino intitolato  "Io parlo".
    
"I codici della ’ndrangheta ignorano differenziazioni di genere, e non certo perché rispettosi delle pari opportunità: la presenza delle donne, semplicemente, non è contemplata e il loro silenzio mansueto – nonostante l’imprevedibilità della natura femminina «cantata» da tanta tradizione popolare – è presupposto dentro e fuori la famiglia-cosca. È un dato culturale, consegnato da un mondo contadino di poche parole che alle donne affidava la casa e precludeva la polis. Tuttavia qualche codice non rinuncia a richiamare il concetto, fornendo veri e propri consigli di bon ton: «La donna di un affiliato non manifesta mai curiosità sulle discussioni o attività del suo uomo ma tacitamente si adegua al proprio ruolo» La ’ndrangheta, però, prevede anche il riconoscimento di benefit, come l’assegnazione del titolo di «sorella d’omertà», l’unico che il mondo maschile e maschilista della criminalità organizzata calabrese conceda in via ufficiale alle esponenti dell’altro sesso. Il messaggio è chiaro: la
Francesca Chirico
caratteristica più 
importante di una donna di ’ndrangheta, non importa quanto sia scaltra, spietata o a quali importanti compiti dirigenziali sia stata cooptata, resta il silenzio. Nel dettaglio: non proferire parola quando le scelgono il marito, stare zitta durante gli interrogatori di Carabinieri e Polizia, restare muta di fronte alle decisioni di morte degli«omini».

     Infrangendo il silenzio assegnato dalla tradizione e preteso dalle cosche, combattendo paura e pudore, raccogliendo, non in misura uguale, disprezzo e solidarietà, in Calabria ci sono donne che hanno parlato. Madri, figlie, sorelle che negli ultimi trent’anni hanno socializzato il dolore, per socializzare l’ingiustizia, rimanendo spesso sole o isolate e pagando, in troppe, un prezzo altissimo. Vittime di ’ndrangheta che, senza vittimistica rassegnazione, hanno trasformato la ricerca privata di giustizia in una battaglia collettiva di civiltà, «il pathos della traged  ia in ethos della democrazia»
     Le prime infrazioni arrivano negli anni Ottanta. Marianna Rombolà, a cui hanno ammazzato il marito a pochi metri dal portone di casa, nel 1988 decide di confidare nella giustizia dei tribunali: alcuni concittadini di Gioia Tauro le spediranno lettere di solidarietà, ma senza firma; hanno un nome e un cognome, invece, i tantissimi che le levano il saluto. E poi ci sono due «forestiere» – una ragazza innamorata e una madre disperata– che la Calabria la incrociano per loro sventura, donne cresciute stando zitte solo quando non avevano niente da dire. Il 22
Rossella Casini
febbraio 1981 Rossella Casini comunica al padre che sta per partire da Palmi e tornare a casa, a Firenze. Non ci arriverà mai.

     La giovane fiorentina è stata uccisa e fatta a pezzi per avere spinto alla collaborazione il fidanzato calabrese, coinvolto in una sanguinosa faida. Per la ’ndrangheta Rossella era un’infame. Quando nel 1989 la «nordica» Angela Casella si rivolge alle donne di Ciminà, chiedendo aiuto e solidarietà per il figlio Cesare,sequestrato da Pavia, trova chi le ribatte un po’ stizzita: «Che ti dobbiamo fare, noi?». Di tragedie, nel paese aspromontano con oltre quaranta
Angela Casella
morti di faida, le donne ne avevano sopportate per vent’anni, tenendo la bocca chiusa e stando al loro posto: sotto il velo del lutto, pensando alla vendetta, se facevano parte delle famiglie coinvolte, o dietro le imposte, in attesa della prossima vittima, se ne erano estranee. In entrambi i casi, in silenzio. Qualcosa comincia a scricchiolare.    
    La cappa si incrina, impercettibilmente, e dalla fessura rifluiscono parole. Nasce nel 1989 il comitato Donne contro la mafia e, quattro anni dopo la «missione» di Angela Casella, sarà la figlia di un sequestrato calabrese, Deborah Cartisano, ad animare il comitato Pro Bovalino
Deborah Cartisano
Libera, promuovendo una catena del digiuno e trascinando in Calabria il capo della Polizia e la Commissione parlamentare antimafia. In quegli stessi giorni davanti al Tribunale di Reggio Calabria staziona un’altra donna che ha deciso di portare in piazza la sua battaglia contro il clan Mammoliti: si chiama Teresa Cordopatri, ha visto il fratello ammazzato sotto i suoi occhi, ed è calabrese.

     Storie che diventano segnali. Come quella, dirompente, degli undici commercianti di Cittanova che nel 1991 hanno denunciato, presentandosi insieme in commissariato, le richieste di mazzetta dei Facchineri. Saranno due ragazze poco più che ventenni – Maria Concetta Chiaro e Maria Teresa Morano – a dare voce e volto alla loro ribellione. La strada è aperta, insomma. Ma resterà non abbastanza battuta. Le voci faticano a diventare coro. Quando non sono le minacce, le querele o, peggio, la morte, arrivano l’alone di scandalo, le accuse di esibizionismo e il fastidio mal dissimulato ad accogliere chi ha deciso di parlare chiaro, magari come la maestra Liliana Esposito Carbone, con la foto del figlio ammazzato perennemente al collo. Perché, in Calabria, la donna che parla lancia una doppia sfida: punta l’indice contro i «nemici» ma
Maria Concetta Cacciola
anche verso un mondo che tace.  
     Diventa, insomma, un atto d’accusa ambulante che disturba sul piano criminale e imbarazza su quello sociale. E allora ecco scattare i vecchi e consolidati meccanismi di difesa e delegittimazione: Teresa Cordopatri è «buttana» per gli uomini dei Mammoliti, e «pazza» per i loro avvocati. Rossella Casini «era brava ma tornava tardi la sera». Liliana Carbone l’ha resa pazza il dolore. La tendenza vale, naturalmente, anche per le donne di ’ndrangheta che hanno scantonato: Concetta Managò era «imbottita di psicofarmaci», Lea Garofalo era «fuori controllo», Concetta Cacciola era «depressa psichica», Rosa Ferraro è «pazza perché parla troppo» e a Giuseppina Pesce «serve lo psichiatra». Proprio quello della fragilità emotiva femminile, sbandierata come «prova contro», come inconveniente di genere che priverebbe di valore scelte e parole, è un tema che vedremo ritornare costantemente: depresse, instabili, pazze – come la Cassandra dolente e furiosa di Christa Wolf – lo saranno considerate un po’ tutte, le ribelli che parlano.

«Oggi le donne calabresi piangono ancora chiuse in casa», dice Marianna Rombolà. Negli ultimi anni, invece, da certe case le donne hanno scelto di uscire,
Giuseppina Pesce
facendosi nemiche di «famiglia». Collaboratrici di giustizia come Giuseppina Pesce, cresciuta all’interno della cosca più potente di Rosarno, e Rosa Ferraro. Testimoni come Lea Garofalo, il cui esempio di coraggio risplende oggi nella figlia Denise, o come Maria Concetta Cacciola e Tita Buccafusca che, ritornate sui propri passi, hanno preferito l’acido a una vita tra quattro mura «onorate». Una scelta di rottura, la loro, che ha infranto muri considerati impenetrabili e potrebbe addirittura abbatterli, se diventasse contagiosa. La condizione è che la loro voce non risuoni solo nelle aule dei tribunali e che ad ascoltarla non ci siano solo i magistrati."

    E intanto a Roma si fanno vere e proprie acrobazie politiche per discutere  di commissari e di commissioni sanitarie e  distogliere l'opinione pubblica anche da questi problemi....!

domenica 10 ottobre 2021

I "NUJU DU MUNDU" DI OPPIDO E DELLA CALABRIA E DON FRANCESCO MOTTOLA (di Bruno Antonio Demasi)

  Così chiamava i più poveri tra i poveri Don Francesco Mottola, oggi beato, "I nuju du mundu", coloro i quali avevano bisogno di tutto, ma soprattutto di uno sguardo che ridesse loro la dignità perduta. Ieri i reietti della società ridotti a vivere di stenti; oggi insieme a loro la moltitudine di immigrati, ma anche di emigrati ridotti a comparse  di una tragedia sempre uguale sul teatro della nostra terra di Calabria che Don Mottola tanto amò nel silenzio impostogli dalla sua malattia e nella sua sovrumana volontà di aiutare tutti insieme agli Oblati  e alle Oblate da lui fondati.
    Queste ultime , "Le carmelitane della strada", come egli le chiamava, operarono ed operano ancora in silenzio ed umiltà in questa terra di stenti e di miserie sempre nuove. Ricordo quanto beme hanno fatto a Oppido - Tresilico negli anni passati, aprendo  asili e ospizi  senza chiedere nulla, portando cibo e coperte e indumenti là dove non c'era nulla, ricordo il sorriso di quesate suore che non vestivano abiti diversi dalle persone comuni, ma consacravano la loro esistenza a Dio e al prossimo con la dedizione che solo lo spirito di don Mottola poteva loro infondere: le signorine Sinicropi, Buda, Guzzardi, Cicciari, Spezzano e decine di altre che hanno votato se stesse a Cristo negli ultimi, nei "Nuju du mundu" seguendo in vita e dopo la sua morte la regola aurea di questo grandissimo, immenso sacerdote: la carità e il silenzio:    

   Nato 
  a
Tropea il 3 gennaio 1901, primo figlio di Antonio e di Concetta Braghò, per  la sua prima  istruzione venne affidato al Seminario vescovile di Tropea, di cui egli fu il primo seminarista, quando aveva dieci anni (1911). Nel 1913  Francesco perse  la madre, la figura che con maggiore incisività  aveva contribuito alla sua formazione spirituale ed umana, la sua compagna di preghiere, un  evento che  lo segnò profondamente. Dal 1917 proseguì i suoi studi nel Seminario regionale di Catanzaro. La sua sensibilità verso la sofferenza fu messa di nuovo a dura prova da un altro triste evento, la morte del fratello minore Gaetano, avvenuta nel 1922. I suoi studi a Catanzaro proseguirono fino al 1924, anno in cui venne ordinato sacerdote.
    Insegnò Teologia e, dal 1929, gli fu conferita la carica di rettore del Seminario di Tropea, che mantenne fino al 1942. A Tropea fu insegnante di materie letterarie, oltre che di Teologia. La sua attività di insegnante non gli precluse la possibilità di rivestire alcune cariche all’interno dell’Azione Cattolica.
      Nel 1930 aveva fondò la Famiglia degli Oblati e delle Oblate del Sacro Cuore. Mentre al 1931 è datata la sua nomina a penitenziere della cattedrale tropeana. In quegli anni si possono collocare anche la fondazione del circolo culturale “Francesco Acri” e la direzione della rivista “Parva Favilla”.
     Oltre a queste iniziative spirituali e culturali intraprese alcune importanti iniziative sociali: nel 1935 organizzò per la prima volta dei gruppi di aggregazione tra laici e sacerdoti in cui la preghiera e la contemplazione venivano affiancati all’impegno pratico di azioni caritatevoli.
   Per dare maggior concretezza a quel progetto di aggregazione affiancò alla Famiglia degli oblati del Sacro Cuore un gruppo di oblati laici, che per la loro azione concreta furono definiti “certosini della strada”.
     Il giovane don Mottola era un sacerdote amato e molto seguito dai fedeli, capace di essere non solo una guida spirituale eccellente, ma anche di utilizzare questo suo carisma per la realizzazione di opere concrete a favore dei meno fortunati: è grazie a lui, infatti, se a Tropea, Vibo Valentia, Parghelia, Limbadi (ma anche a Roma) vennero fondate delle Case della Carità. Questi luoghi furono destinati ad accogliere i disabili, che venivano assistiti dagli oblati.
   Per opera della sue Oblate intanto sorgevano dovunque in Calabria strutture di carità di ogni genere che alleviavano la miseria imperante, aggravata dall'azione malefica della criminalità organizzata nelle campagne e nei paesi.
     Le sue attività di conferenziere, predicatore e di direttore del Seminario di Tropea vennero stroncate a seguito di un incidente avvenuto nel 1942, quando don Francesco Mottola rimase colpito da una paralisi che gli tolse quasi del tutto l’uso della parola.
     La sua grande forza d’animo, però, gli permise di reagire e di accettare quel pesante sacrificio, senza rinunciare a ricevere quotidianamente centinaia di persone che si recavano da lui a chiedere aiuto.
 
     Un grande innamorato di questa terra. della quale vedeva - e sicuramente vede ancora oggi - ogni stortura, ogni forma di corruzione, ogni struttura sociale di peccato che ne deturpa la bellezza:
 
Nella mia terra di Calabria
ho rifatto in ginocchio
la Via Crucis,
son passatop per tutti i villaggi,
sono sceso in tutti i tuguri,
ho transitato per tutte le quattordici stazioni!
Ho sentito il singhiozzo della mia gente
nel mio povero cuore.
La gente di Calabria
non ha conforto come Gesù.
Ma è Gesù
e bisogna confortarlo
nella salita necessaria al Calvario. 


Gli rimaneva ancora la capacità di compiere azioni, di intensificare i suoi rapporti epistolari, di occuparsi con tutto se stesso alla cura dei suoi figli oblati, di mettere per iscritto il suo pensiero (del quale il suo Diario dello Spirito rappresenta il miglior esempio). Questo fece per quasi trent’anni, cioè dedicare tutto se stesso alle opere caritatevoli.
Riuscì a far riconoscere a livello diocesano l’Istituto della Famiglia degli Oblati e delle Oblate del Sacro Cuore dal vescovo, monsignor Vincenzo De Chiara, il 25 dicembre del 1968. Sei mesi dopo, il 29 giugno del 1969, colui che venne definito la «perla del clero calabrese», si spense all’età di 68 anni nella sua città natale.
   Possa il Dio della Misericordia e della Carità attraverso Don Mottola, oggi elevato agli onori degli altari, ridare a questa terra l'intelligenza della libertà smarrita attraverso ingordigie e aberrazioni di ogni genere.Possa presto ognu8no di noi, con l'intercessione di Don Mottola, poter esclamare come lui nel servizio gratuito  agli altri : «eccomi tutto!».
    

Io sono

una povera lampada ch’arde.

L’olio d’oro fu raccolto quasi a goccia a goccia,

con lunga pazienza e con amore grande:

l’olio d’oro che ricorda

la pressura dolorosa del frantoio

e l’umiltà

della raccolta su la terra nera.

Fu posto u vaso di coccio

E fu accesa

Una lampada ch’arde

Alimentandosi della sua morte.

E’ il segreto di tutta la vita:

una fiamma

che cerca spasimando i cieli

e si alimenta di morte.

Arde ancora la fiamma e,

finché il povero vaso di coccio

non andrà in frantumi,

arderà – cercando i cieli.


   

 

venerdì 20 agosto 2021

U PARRARI E’ ARTI LEGGIA


di Mariastella Crupi
 
      E' venuta recentemente a trovarmi in questa estate torrida Mariastella Crupi, la piccola allieva di scuola media conosciuta tanto tempo fa in una singolare scuola della Ionica dopo qualche anno da quando mi aveva fatto pervenire dal Belgio questa preziosa lettera che ripubblico, nuovamente commosso, esattamente come me la scrisse all'epoca. Mi riempì il cuore allora, mi riempie il cuore e la mente anche adesso, e non solo per i ricordi che suscita , ma per l'amore profondo per la nostra lingua che vi traspare e per il rispetto sacrale con cui questa ex alunna , ora docente emigrata, sa trattarla senza schernirla e senza piegarla a improbabili espressioni di colore.
        Grazie del ricordo, Mariastella! Grazie per i tuoi ricordi! (Bruno Demasi)
 

      Carissimo professore, l’ho ritrovata su un social network quando meno me l’aspettavo. Si ricorda di me? Metà anni ’80, mi pare , nel Sidernese: Lei giovane preside, io alunna di scuola media che detestavo libri e banco, ancora desiderosa com’ero di giocare e di correre per le rughe di quel piccolo paese dove ho lasciato l’anima e del quale la sera, prima di addormentarmi, avverto ancora nelle orecchie i suoni e i sibili del vento tra le rocce bianche che qualcuno chiama “Le Dolomiti del Sud”. Come se le nostre montagne con la loro orgogliosa bellezza avessero bisogno di scimmiottare i nomi di montagne più fortunate per avere un minimo di visibilità tra i pochi turisti che si degnano di visitare la Locride e i resti dell’antica Epizephiri.
    Da almeno venti anni la vita mi ha portata in Belgio, dove insegno Italiano in una scuola in cui si ama l’Italiano forse più di quanto non lo si ami nella nostra Calabria e dove , per un terzo della giornata faccio la mamma di tre figli ormai quasi grandi e indipendenti (Ahimè). 
 

    Torno spesso al mio paesello costruito su una frana che scende inesorabilmente verso Siderno e mi incanto ancora  quando rivedo quella scuola in cui Lei, annoiato di fare il Preside, non vedeva l’ora se mancava qualche professore, di entrare nella mia classe e di parlarci dei poeti e degli scrittori della nostra terra. Quelle lezioni mi sono rimaste stampate nel cuore. Quante volte ho ripercorso i sentieri dei personaggi di Saverio Strati, l’uliveto di Fortunato Seminara, le rughe spazzate dal vento raccontate da Mario La Cava, le risate delle commedie di Salvatore Filocamo, le montagne paurose e stupende di Corrado Alvaro.
    Quante volte mi riecheggia nelle orecchie la voce di mia madre (ancora vivente tra quelle pietre polverose) che quando le manifestavo i miei sogni, la mia voglia di andare via dalla Calabria, mi rimproverava dicendomi “U parrari è arti leggia”, come per dirmi che i progetti sono una cosa, ma la realtà è un’altra e che è difficile realizzare nella pratica ciò che il cuore e la bocca suggeriscono e dicono ai quattro venti.
    Eppure ce l’ho fatta. 
 

    E adesso che sono lontana, inesorabilmente lontana, perché ormai la mia vita è qui e perché qui è la vita dei miei figli, mi manca tantissimo la polvere di quelle case e di quelle strade, il sibilo frequente e insolente del vento, la sacralità di Prestarona, la magnificenza di Gerace, persino la paura dei lupi che , si raccontava, girassero ancora sulle montagne fino a trenta anni fa, ma soprattutto “U parrari”, il dialetto, la lingua cosi dolce e musicale della nostra gente, la cadenza strascicata che ci rimanda ai ritmi arabi e greci, la sonorità delle imprecazioni, persino la tristezza del pianto.
    E rivedo e risento il vecchio prete-massaro e contadino che con un muccaturi lercio e sciampariato si tergeva il sudore urlando parole irripetibili alle capre testarde più di lui che non volevano rientrare a sera nello jazzo ricavato dietro la sacrestia. Risento la sua voce nasale che invita i giovani archeologi della missione francese venuti a scavare pertusa in qualche anfratto tra le rocce a stare attenti alla sua suriaca che cresceva stentata e senza acqua e poi a mangiare la cardarata di pasta llevitata che lui stesso aveva preparato e condito con olio , polvere e casu friscu.
    E risento le nenie, i canti delle donne intente all’antica tessitura tra un colpo di navetta e l’altro in mezzo all’ordito o che con le tafarìe sulla testa trasportano l’uva ai palmenti e e le olive appena abbacchiate ai frantoi di Agnana e mi domando se la lingua che insegno io ai miei alunni belgi sia la vera lingua della nostra terra o almeno la MIA vera lingua, quella che i miei avi mi hanno donato e che io ho dimenticato. 
 

    Poi quando vedo che sul Suo blog qualche bravo scrittore, come Greco, non ha vergogna di ritornare alle parole antiche, allora il mio cuore sussulta e si colma di gioia e capisco che le parole che mi diceva mia madre erano proprio vere: “U parrari è arti “! Leggia o pisanti, non ha importanza, ma è arti.
    E ringrazio mia madre e ringrazio ancora anche Lei perché mi ha insegnato il cuore della Calabria e perché prima non lo avevo mai fatto. 
   
 E La saluto di cuore.

domenica 15 agosto 2021

LA FESTA DELL'ASSUNZIONE E I FASTI DELL'ANNUNCIAZIONE IN OPPIDUM (di Bruno Demasi)

      La pandemia a modo suo ha purificato molte delle intenzioni religiose, interrompendo, o almeno attenuando, una serie di devozioni che di sacro porobabilmente avevano poco, a vantaggio di una spiritualità meno appariscente e, forse, più partecipata.
Il desiderio di essenziale, di scarno, di semplice, inconfessato da molti, forse affiora sempre più spesso e ci spinge senz'altro a migliorarci, indipendentemente dai livelli di pratica religiosa o meno che pensiamo di avere.
    Ancora una volta oggi nel centro sede della Diocesi, a Oppido Mamertina, la festa per eccellenza, l’Assunzione della Vergine, quella in cui, secondo la tradizione, persino l'Inferno si ferma, cade nel cuore della preparazione della festa dell’Annunciazione ( la festa cosiddetta "del Ringraziamento") e ricalca pienamente, anche se molti sembrano essersene dimenticati nella foga di imbastire e calcare palcoscenici sacri e profani di ogni genere, la tradizione bizantina di Oppido rinnovandone i fasti e gli splendori.
Celebrare la Madonna nei due momenti più significativi della sua parabola umana, l'Annunciazione e l'Assunzione, non è cosa da poco per un paese, per una diocesi, funestati da tanti problemi scottanti, e non solo dal fuoco che in questi giorni sembra rinascere in continuazione dalle ceneri  dei boschi perduti e da quelle di una civiltà in forte declino, ma tenacemente ancorata al proprio passato. La voglia di rinascere infatti è forte. Aleno quanto quella di ritornare alle tradizioni vere e più genuine del nostro passato antichissimo e anche a quello più recente.
    Almeno dal X secolo in poi infatti nella chiesa bizantina, quindi anche in Oppidum, si coltivava la profonda convinzione della glorificazione corporea della Vergine dopo la morte, che sfociava negli splendori della liturgia del 15 agosto, tanto che la cattedrale di Hagia Agathè era ed è dedicata alla Vergine Assunta, come testimonia sul soffitto centrale della chiesa attuale l’enorme riproduzione del capolavoro del Tiziano.

 
  Ancora oggi dunque, nella nella nuova città, come tra i commoventi ruderi di quella antica e antica e abbandonata, sembra risuonare l'inno Akatistos ( cioè "cantato in piedi" ) che nel periodo di massimo splendore di questa terra benedetta da Dio, quello bizantino, salutava l'alba di questo splendido giorno di festa con lo sguardo del celebrante rivolto a oriente sull'altare dell'antica cattedrale irrimediabilmente distrutta poi dal terremoto.
   E anche quando, nel XVI secolo, molti protestanti, tra i quali Lutero, ripresero a negare questa pia credenza della chiesa cattolica, da queste parti la convinzione unanime e la sua espressione liturgica rimasero intatte, senza contare che , in generale, negli apologeti cristiani una pronta reazione fece si che questa pia credenza popolare divenisse quasi una dottrina certa, persino presso i teologi , tanto che nel ‘700 viene presentata la prima petizione alla Santa Sede per la definizione del dogma dell’Assunzione, ad opera dei “Servi di Maria”.
    Ci sarebbe voluto più di un secolo e mezzo perché la Chiesa confermasse, il I novembre 1950, con la Costituzione apostolica “Munificentissimus Deus”, questo dogma già fatto proprio da secoli dalla devozione popolare, dando ragione a quel canto di lode insuperabile alla Vergine scritto da Giovanni Damasceno:

« Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. Era conveniente che la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste. Era conveniente che colei che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto alla destra del Padre. Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio. »

Buona festa dell'Assunzione a tutti! Buona rinascita dalle ceneri del nostro Aspromonte!"

venerdì 13 agosto 2021

OPPRESSI DAL FUOCO, MA ANCHE DALL’IGNORANZA...

di Bruno Demasi
 

   Il triste e vergognoso primato degli incendi nei boschi e nelle campagne ( in grandissima parte già abbandonate) che pone la Calabria al primo posto nella graduatoria del fuoco che ci brucia, non può assolutamente nascondere un altro primato che l’emergenza di questi giorni tende a far passare in silenzio: il nostro disastro scolastico. Il primo sarà verosimilmente studiato e capito in tempi lunghissimi da chi di dovere, sebbene ci sia pochissimo da studiare e da capire. Il secondo invece è già certificato dagli ultimi esiti pubblicati dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione riguardanti la Calabria, e specificamente la provincia di Reggio Calabria. 
 
  Fatte salve le dovute e sparute eccezioni, la sentenza è la seguente:

· nelle quinte classi della Primaria siamo a 190 punti (2 in meno rispetto alla precedente valutazione nell’anno scorso), ultimo posto nella graduatoria nazionale. Per la Matematica, sempre alle Elementari, nelle seconda classe, la Calabria risulta con 192 ( 194 nel 2019) ha il risultato peggiore -8 dalla media nazionale e -23 dalla Basilicata col punteggio più alto.Stessa situazione nella classe quinta della Primaria, qui i punti sono 186 ( 192 nel 2019),con un distacco di 14 punti dalla media nazionale e di 30 dalla Basilicata;

· sempre nella quinta Primaria per l’Inglese (ascolto) il punteggio è di 189, -11 dalla media nazionale e -20 dalle Valle d’Aosta .Analoga situazione per i test relativi alla lettura dove i punti percentuali conseguiti sono 191– 9 dalla media. Per la Scuola Media, testata in Italiano nelle classi del terzo anno, le cose peggiorano, il gap continua ad essere imbarazzante. In Italiano siamo ultimi con 186 punti (185 nel 2019) , di quattordici punti inferiori alla media nazionale che è sempre di 200. La distanza con le prima regione le Marche è pari a 22 punti;

· ancora peggio in Matematica, con 181 punti (come nel 2019),il punteggio più basso con una distanza dalla prima,la provincia di Trento, di 32 punti e dalla media di 19.Riguardo la posizione del campione calabrese è deficitaria con un punteggio di 184 , -16 dalla media ed un distacco di 5 punti dalla prima.Non vanno meglio le cose negli ultimi due ambiti testati dall’Invalsi, e cioé la Scuola Superiore. Per le Seconde Classi in Italiano penultimo posto con 189 punti (181 nel 2019), undici in meno rispetto alle media nazionale e una distanza dalla provincia di Trento di 34 punti;

· ultimo posto per la Calabria nel test per gli allievi di quinta solo 182 punti percentuali e un distacco di 37 punti dalla provincia di Trento, prima.Per le Seconde Classi in Matematica il punteggio è di 184 (penultima posizione con la Sicilia) e un distacco abissale di 40 punti dalla provincia di Trento.Gli allievi delle Quinte Classi ottengono il punteggio più basso,179, lontani di 21 punti dalla media nazionale e di 45 dalla provincia di Trento.Non cambia la situazione nella prova di Inglese, la Calabria ottiene il punteggio più basso 177 nell’ascolto e 180 nella lettura , abissale il distacco con Bolzano e Trento. 
   Dunque è una Italia divisa in due quella che appare nell’ultima fotografia Invalsi della scuola italiana,con le scuole del nord che riescono a mantenere un buon livello degli studenti durante tutto il percorso e le scuole di regioni come la Calabria in cui la metà degli studenti arriva alla maturità con l’insufficienza sia in italiano che matematica ed inglese. Una Italia che procede a due velocità.E’ un dislivello che si intravede già nei primi livelli di scolarità e diventa via via più consistente man mano che si sale ai livelli superiori dalla scuola media vero e proprio buco nero fino al scuola secondaria di secondo grado.

   Eppure, emerge in maniera chiara e inequivocabile come, per esempio, la scuola media resta l’anello debole del sistema e che il “buco” diventa una voragine nel biennio delle superiori. Basta correlare questi risultati con il numero di studenti bocciati, la quantità di ragazzi promossi con debiti formativi, il tasso di dispersione scolastica, i risultati negativi dei ragazzi che ripetono per capire la gravità del problema. Per non dire che almeno il 40% degli studenti di terza media esce dall’esame di stato col giudizio di sufficiente che nasconde gravi lacune ed un percorso estremamente inadeguato. E non è un mistero che la maggior parte di questi ragazzi si iscrive agli istituti professionali dove si raggiungono punte notevoli di bocciatura. Insomma un quadro complessivo che richiede cambiamenti ed in prima battuta un piano di formazione diffuso e efficace legato alla valorizzazione professionale dei docenti. Perché senza di loro è impossibile cambiare il metodo con cui si lavora all’interno della scuola. 

   Il sistema scolastico in Calabria appare non solo meno efficace in termini di risultati conseguiti rispetto all’Italia e al nord, ma anche meno equo: la variabilità dei risultati tra scuole e tra classi nel primo ciclo d’istruzione è consistente così come sono più alte le percentuali di alunni con status socio-economico basso che non raggiungono livelli adeguati nelle prove. Il sistema scolastico è in Calabria non solo meno efficace ma anche meno capace di assicurare agli alunni le stesse opportunità educative, malgrado la proflucie di “sedute innovative”(banchi a rotelle) regalati recentemente alle scuole.

   Assumere allora il tema dell'eleva­mento del grado di istruzione dei nostri giovani e dei nostri ragazzi credo che sia una questione che ha molto a che fare con i programmi di sviluppo di una regione che continua a non voler superare il proprio ritardo, fare i conti con le proprie risorse e che non fa il possibile per mettersi alle spalle la dimensione assistita dello sviluppo. Credo, quindi, che questa non possa che diventare una priorità fondamentale per il sistema scolastico calabrese e degli altri enti territoriali a cascata. 

   La qualità del sistema di istruzione in Calabria esige ben altro. Perchè i risultati Invalsi vedono di continuo, per esempio, migliorare le competenze dei giovani del Nord-Est, collocandosi ai vertici della classifica dei Paesi UE? Questo non ha a che fare di sicuro con le leggi elaborate dal Ministero della P.I. o dal Parlamento. Ha a che fare con il dinamismo, la vitalità e l’impegno di quelle Regioni e di quelle province. Ha a che fare con il capitale sociale e professionale di quelle scuole.

   E’ anche per questo che la Calabria si trova al fondo delle classifiche.

giovedì 5 agosto 2021

PASQUALE CREAZZO POETA E LA PRIMA SEZIONE SOCIALISTA NELLA “PIANA”

di Bruno Demasi 

 
Nu iornu u Patri Eternu si levau
si fici l’occhi chini di sputazza
e ch’i mani nta buggia s’avviau
mi vidi chi si dici supra a’ chiazza,
ma si fici nu mari di fururi
quando vitti carompula a culuri... 

 

    Così scriveva nel maggio del 1898 lo studente/poetaVincenzo de Angelis ristretto in carcere dopo lo scioglimento della prima sezione socialista nata appena un anno prima sulla costa ionica della provincia reggina e di cui egli era stato uno dei fondatori. Al fine di divulgare le idee socialiste a Brancaleone, da universitario, tra la fine del 1896 e l’inizio del 1897 aveva fondato infatti il circolo socialista detto “ Zappa e Martello”, che successivamente avrebbe preso il nome di “Emancipazione e Lavoro”. La prima sezione socialista di Brancaleone venne appunto costituita all’interno del predetto circolo, che l’anno successivo, in data 18 maggio 1898, venne però sciolto con decreto del Prefetto di Reggio Calabria, in quanto considerato sovversivo. I 90 aderenti al circolo vennero identificati e De Angelis ed altri 21 soci,vennero arrestati.

   Sul versante tirrenico reggino le idee socialiste invece attecchirono con relativo ritardo. Rispetto ai fatti di Brancaleone occorse infatti ancora un buon decennio perchè nascesse a cavallo tra il 1909 e il 1910 a Cinquefrondi ad opera di un altro giovane del luogo, Pasquale Creazzo, il primo circolo di lavoratori, ma è impressionante l’analogia tra i fatti di Cinquefrondi e quelli di Brancaleone, tra l’impegno politico e sociale di De Angelis e quello di Pasquale Creazzo, entrambi colti e impegnati, entrambi politici fino al midollo, entrambi amanti e praticanti della poesia contadina e vernacola.

     L’incredibile vita di Pasquale Creazzo merita sicuramente di essere ricordata con ammirazione come un unicum eroico in un contesto civile e sociale praticamente inesistente, con le terre quasi compeletamente in mano a pochissimi piccoli latifondisti gretti e meschini, una classe operaia sfilacciata e appena accennata da alcuni artigiani che facevano la fame senza alcun orario di lavoro.

    Era nato a Cinquefrondi l’8 marzo 1875 da un segretario comunale e da Giuseppina Grande, discendente da una ricca famiglia di Torre Ruggero. Il padre morì giovanissimo lasciandolo orfano in tenera età insieme ad altri tre fratelli, nessuno dei quali ebbe la possibilità di proseguire gli studi. Il modestissimo patrimonio familiare fu consumato infatti molto presto tanto che il Creazzo, ancora ragazzo, dovette andare in cerca di lavoro e fu assunto in una segheria per abbozzi di pipe di radica di erica, legname nascosto e prezioso di cui abbondavano e abbondano ancora le balze dell’Aspromonte.

   Era però un ingegno molto versatile, di intelligenza molto viva e nel pochissimo tempo libero si dedicava allo studio, alla poesia e alla pittura. Fu il periodo formativo in cui ebbe i primi contatti con gli operai che segavano il durissimo legno di erica che di tanto in tanto venivano dalla Toscana e insieme col mestiere iniziavano a propagare le teorie del nascente socialismo.

   La condizione servile e di totale sfruttamento di contadini e operai nella sua poverissima Cinquefrondi alimentarono in lui sin da giovane la rapida maturazione di un ardente credo politico che lo fece diventare presto un tenace sostenitore della causa dei poveri e dei ultimi. Divenne poi dal 1920 un irriducibile antifascista (resta famoso il rifiuto che oppose al saluto del gagliardetto durante una manifestazione fascista di piazza), tanto che fu aspramente perseguitato e più volte risatretto in carcere.

    Nel 1894, l’anno di un terribile terremoto che mette a dura prova la Piana di Gioia Tauro già prostrata dalla fame e dall’analfabetismo, partecipa ai moti insurrezionali bakuniani, a Reggio Calabria, contemporaneamente a quelli svoltisi a Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo e subisce il primo di una serie di arresti.L’anno successivo insieme con una decina di compagni conosciuti nel capoluogo dà vita al nucleo originario della prima Sezione Socialista di Reggio Calabria.

    All’alba del nuovo secolo, in seguito all'uccisione a Monza del Re Umberto I per mano dell'anarchico Bresci, a Cinquefrondi appare uno scritto murale così concepito: “Lutto Nazionale per causa di un fesso qualunque”. Vengono subito accusati e processati per apologia al regicidio i «sovversivi» fratelli Creazzo i quali, per sottrarsi all'arresto, fuggono attraverso i tetti delle case. Il principale accusato, il giovane fratello minore Francesco, ripara in America dove perisce in un tragico incidente ferroviario. Si saprà in seguito che lui stesso era stato l'autore dell'ambiguo scritto murale, con l'intenzione chiarissima di biasimo nei riguardi dello sparatore Bresci e non del Re ucciso.


    Tre anni dopo Pasquale si sposa con Alfonsina Avenosi che gli darà ben nove figli: Federico, Garibaldi, Libero, Alba, Bixio, Aurora, Adone Spartaco, Vera Era Rossa e Gloria.
  E’ un periodo in cui lavora intensamente per l'organizzazione e la formazione delle coscienze socialiste nella piana di Gioia Tauro e delle sezioni, ma nel 1906 per bisogno e per cambiare probabilmente aria è costretto a emigrare in America e capita nelle foreste ancora vergini della Carolina dove si lavorava per la costruzione di un tronco ferroviario. Qui denunzia, su un giornale del luogo, le malversazioni, le intimidazioni e i delitti della Società costruttrice: ciò provoca un allarme e un'inchiesta delle autorità governative, quindi per sfuggire al grave pericolo che lo minacciava e per le insistenze della moglie decide di rientrare in Italia.

   E dopo appena qualche anno dal suo rientro in Italia,esattamente nell’inverno tra il 1909 e il 1910 organizza a Cinquefrondi un numeroso circolo operaio dal quale nascerà la prima sezione socialista della Piana. Consideriamo la difficoltà del tempo, la mancanza assoluta di veicolazione delle idee all’interno dei poverissimi paesi della Piana, l’azione repressiva delle forze dell’ordine e dei prefetti dell’epoca, la carenza assoluta di mezzi. Eppure la sezione crebbe e si impose quasi subito come modello per tutto il mondo contadino, artigiano e operaio dell’intero territorio, tanto che quando nel 1911 il Creazzo iniziò una dura propaganda contro la guerra in genere, ma soprattutto contro l’impresa coloniale in Tripolitania, molte delle sue idee furono prese in prestito in vari comizi tenuti nei centri più dinamici della Piana. E il suo duetto, “La zappa e la spada”, qui riproposto anche nella versione canora di Pasquale Quaranta, cominciò presto ad essere recitato a memoria in varie manifestazioni di piazza contro la guerra.


Nc'era 'na zappa mpenduta a 'nu muru
di 'nu catòju niru affumbicàtu,
china di ruggia, queta, ntra lu scuru,
cu na lucenti sciàbula di latu.

La sciàbula nci dissi: « O zappa strutta,
vattindi, esci di ddocu pe favùri:
non è lu postu tój, tamàrra brutta
vicin'a mmìa chi lustru di sbrenduri.

Non bi' ca feti a pesta di fumèri,
di terra e porcaria chi sai 'nchiappari?
Lordazza, esci di ddocu ca non meri
di latu a nu strumentu militari!...

Iu vegnu di la guerra e cu l'onùri
di prìncipi, surdati e cavaleri,
ca fici valentìzzi a tutti l'uri,
mpilandu musurmàni e turchi veri.

E mi portaru ccà pe 'nu ricordu
di groglia e di curaggiu militari,
e non vurrìa daveru mu m'allòrdu
mpenduta cu nu ferru di zappàri!

A tìa lu to patrùni ti lassàu
pe quantu si sdegnùsa, zappa brutta!
ma quando nd'appi a mmia si ricriàu,
se bòi pe mmu la sai la storia tutta.

E... ndi minàmmu botti di crepàri...
ndi ficimu jochétti ntra la guerra...
tagghjandu a MoriMamma e und'esci pari,
e non c'importa mu ca dormi 'n terra!

Ca mó, cu vid'a mmìa si l'arricorda
li valentizzi sój, la sój persùna...
m'a ttìa, cu vid'a ttìa, zappùna lorda,
vicin'a mmìa pi scornu si mpuzzuna! »

La zappa cchjù non potti risístiri,
e nc'issi: « Veramenti si mprisùsa...
m'a mmìa non mi cumbínci lu to diri,
ca si putenti, guappa e valurùsa.

Lu vì, pi ttìa 'sta casa è ruvinàta;
spirtu di nfernu, facci di guccèri,
nfama, spaccùna, brutta sbuccazzàta,
vattìndi tu di ccà, ca tu non meri.

Tu feti di peccati di 'sassìna,
tu lustri di dolùri, chianti e guaj,
di sangu tu si lorda china china,
e tu smerdiji a mmìa pecchì zappài?

Undi t'azzìppi tu lu beni peri;
peri la gioventù e nun c'è chi fari,
ma und'eu zappài la terra cu fumèri
nzumàu lu megghiu cjuri di mangiari.

Pe mmìa si fa lu 'ranu pe farina
e di la terra tutti li prodùtti;
senza di mìa non gugghij la cucina
e mancu vinu trasi ntra la gutti.

E nd'hai l'ardìri pe mmu mi mpuzzùni
ca lu patrùni meu m'abbandunàu;
ma quandu mi mpendìu cu lu spuntùni
sacciu io sula chianti chi jettàu!

Mu cangi'ammìa pe ttia, mu va a la guerra,
'na leggi pripotènti l'obbrigàu,
se nno non jia m'arròbba strana terra,
pe cui la morti barbara trovàu!

E mó, guarda 'sta vecchia nduluràta
chi lu figghiòlu ciangi notti e jornu;
guardala com'è affrìtta, scunsulàta,
ca ciangi puru tu se senti scornu.

Moríu, ntra 'stu catóju l'abbundanza,
'nu mantu di dulùri l'accuppàu!
finíu cu chianti e luttu la speranza,
chi mmu t'allàmpi tu e cu ti purtàu!

Scappa, fuji di ccà birbant'azzàru,
ca nun c'è mostru bruttu comu a ttìa,
va fa pe mmu ti 'mpasta lu furgiàru,
pe mmu ti faci zappa comu mia! »

     Il Partito Socialista si incrementò rapidamente, tanto che appena dopo due anni dalla fondazione della sezione di Cinquefrondi Creazzo riesce con l’aiuto di Nicola Mancuso, Carlo Mileto, Francesco Mercuri ( poi Sindaco socialista di Giffone) e di molti altri a costituire un comitato per la campagna elettorale che porterà all'elezione del socialista Francesco Arcà deputato al Parlamento avendo la meglio sul potentissimo giolittiano Giovanni Alessi che rimane trombato pir essendo abbondantemente appoggiato dagli agrari e dalla mafia dei campieri e delle guardianìe che imperversava in tutte le campagne della Piana. 

  La campagna elettorale fu veramente combattutissima. quasi sanguinosa, ma servì a diffondere in tutte le piazze idee ed entusiasmi nuovi che il popolo non aveva mai nutrito. Cominciarono a girare foglietti, poesie, canti e ogni domenica tutte le piazze del Collegio erano affollate da molti comizi fortemente partecipati dalla gente, persino da alcune donne coraggiose che per la prima volta riuscivano a organizzare squadre di raccoglitrici di olive che andavano ad ascoltare i comizi da lontano.

   Era sicuramente un trascinatore con la sua dialettica suadente e pacata, ma decisa e nella vita pratica gli erano facili e congeniali tutte le iniziative che intraprendeva.Fu apprezzato collaboratore e corrispondente di molti giornali e riviste; quali l'Avanti, il Corriere della Calabria, La Fiaccola, Calabria Rossa, La Luce, Nosside, Calabria Avanti, Calabria Letteraria. Scrisse moltissimo, raccogliendo egli stesso le sue cose in 5 volumi manoscritti e in parecchi fascicoli di appunti e ricerche storiche, archeologiche, numismatiche, etniche, discorsi e commemorazioni varie.
Molte sue poesie furono pubblicate da varie riviste e giornali del tempo. Altre, compreso il volume di poesie dialettali dell'Abate Conia di Galatro, le pubblicò a sue spese. E ciò, se ve ne fosse ancora bisogno, dimostra il suo grande coraggio, ma soprattutto il suo grande valore intellettuale oltre che ideologico e civile.

Tanto versato nella politica, nelle arti e nello studio, non era un uomo d’affari. . Aprì una delle prime sale cinematografiche una fabbrica di acque gassate e bibite, una oreficeria e orologeria, una segheria per abbozzi di pipe di erica ma, vuoi per la scarsissima circolazione di denaro legata ai tempi vuoi per la sua generosità senza limite ne usciva sempre in perdita, oppresso dai creditori e dagli opportunisti di ogni risma che non mancano mai:


Nci sù l'opportunisti pé natura,
Cuntenti tutti senza vucch'amàra;
Tutti li leggi accettan'a bon'ura...
Di cìnnari o farìna, sù crisàra.
Tra la gnuranza e la vigliaccaria
Si mbàrdanu e nun sannu mai pecchì;
Di capizza tiràti a la campìa,
Abbàscianu la testa e dinnu: sì...

Ma poi nci sù l'opportunisti veri
Chi cangianu culuri pé dinàri:
Di chisti (malanova mu li peri)
Cui noi li ncàppa...s'havi di guardàri.

Pé cchisti, non c'è credu e nnò partìtu,
Si jéttanu, undi nce di profittàri:
Tràdinu a Crìstu nChiesa e ad ogni sìtu
Jocandulu cù carti di pezzari!...

Di li difetti, ncé cù l'havi tutti,
E chisti sù li grandi farabutti!,

E se nsiamài su menzi ntilligenti,
Sù li cchiù perniciùsi dilinquenti!...

Dio mu ndi scanza, di sti mulinari!...
Se Cristu ncruci tornarìa appilàri,

Cù Juda accordarianu lu partìtu,
E cù la spònza nci darrianu acìtu..(Li veri opportunisti). 


  Proprio per la miseria subito dopo lo scoppio della Grande Guerra è costretto a recarsi al Nord. Parte, a capo di una squadra di operai per il Friuli e precisamente per Cormons e Corno di Rosazzo dove fervono i lavori necessari per la difesa delle linee italiane nelle immediate retrovie del frante. Furono anni di durissimo lavoro che tuttavia consentirono a Creazzo e a chi era con lui di conbtinuare a interiorizzare il credo socialista. E quando, nel 1921, dopo la scissione avvenuta al congresso socialista di Livorno, aderisce al Partito Comunista, egli si schiera apertamente contro i Riformisti, rei, a parer suo, di aver annacquato il Socialismo con mille compromessi.

    All'avvento del Fascismo, continua la sua lotta clandestina, mantenendo collegamenti epistolari segretissimi con i compagni in Italia e all'estero. Per tutto il Ventennio non riuscirono a piegarlo i fermi polizieschi, gli arresti, le intimidazioni e gli allettamenti a cambiare stato e posizione economica che si susseguivano in modo impressionante. Era un uomo che non si faceva intimidire da nulla e che non scendeva a patti con la propria coscienza civile neanche se costretto alla fame. Dopo la Liberazione riuscì a riprendere intensamente la riorganizzazione della lotta, formando numerose sezioni comuniste uscite dalla clandestinità, ma presto entrò in polemica con gli stessi comunisti e si ritirò dal Partito, continuando, da indipendente, la lotta antifascista e per il socialismo.

    Concluse la sua eroica e singolare esistenza a Cinquefrondi il 7 settembre 1963 con grandissimo rimpianto di quanti lo avevano conosciuto, ma soprattutto dei lavoratori e degli oppressi di tutta la Piana. La sua bara fu avvolta nella bandiera rossa con falce e martello e la banda musicale intonò l'Inno dei Lavoratori e l'Internazionale. Nel 1979, su mia insistenza, l’editore Barbaro di Oppido Mamertina pubblicò la prima e unica silloge delle poesie di questo grande cantore della civiltà contadina della Piana con il titolo “Poesie dialettali”.



E quantu, quantu guài ntra sta mè vita!
Diquand'escia la raku peniàta!
Fui condannàtu comu la munìta:
Posa no ndàppi mai, mija jornàta!

Jocata storta fu la mè partita,
Di chija ceca Sorti, disgraziata...
Orfanu, straniàtu, senza mìta,
Mbattìa sempri sdarrùpi a la mè strata!

Cumu chiji a lu limbi cundannàtu,
Non trovu jazzu mai ntra nnùiu sìtu...
Di paci o di riposu sù assitàtu.

L'urtimi jorna, armènu, ndisturbàtu,
Vorrìa nu passu mpàci di Rimitu  (Arzura)

sabato 10 luglio 2021

LA RICCHEZZA BIZANTINA DI OPPIDO (Parte II – Popolo e Società)

             di Bruno Demasi

     A osservare oggi con occhio disincantanto quel che resta (ed è ancora tanto malgrado la criminale incuria antica e attuale di chi avrebbe dovuto preservarla dai danni arrecati dal tempo e dalla mano dell’uomo) della fortezza tanto imponente di Oppido nella sua ultima edizione angioino-aragonese, viene da chiedersi non solo quale fosse la sua fisionomia a guardia del Castron in età bizantina, ma quale e quanta parte di popolazione essa governasse e/o proteggesse dall’alto dei suoi bastioni. Si presume un insediamento sempre consistente lungo i secoli sia pure in rapporto alla irregolarissima densità abitativa di queste contrade dall’età bruzia almeno fino all’abolizione della feudalità, ma, a ragion veduta, dobbiamo pensare che ad epoche di discreto popolamento della zona siano succeduti momenti di spopolamento quasi totale e di abbandono in gran parte inspiegabile e che con ogni probabilità il periodo di massima densità abitativa e di maggiore ricchezza sociale e amministrativa di Oppidum (ribattezzato Hagia Agathè) vada individuato nel periodo della seconda colonizzazione greca, che passa sotto la denominazione di ” periodo bizantino”. 

      Discorso a parte , anche sotto questo aspetto, meriterebbero il periodo bruzio-ellenistico e quello coevo alla Roma repubblicana nel corso della lunghissima vita di questa città, con ogni probabilità la Mamerto di cui parla Strabone, posta a mezza strada tra la colonia di Locri e Region, primo nucleo abitativo di quell’Oppidum, sorto in seguito più a monte, di cui ancora vediamo le fastigia nella loro tessitura tardo imperiale e poi medioevale. Non si hanno comunque notizie rilevanti sulla consistenza della popolazione di questa città neanche nei primi secoli dell’era volgare, sebbene gli scavi di Paolo Visonà abbiano documentato il passaggio accanto ad essa di un ‘importantissima via di comunicazione tra la costa tirrenica e il dromo, che percorreva la dorsale aspromontana con il suo punto di forza nella forezza di Tavola, e da esso alla costa ionica. Si trattava di una imponente strada risalente all’età tardoimperiale ( IV- V secolo d. C.) ancora oggi leggibilissima con i sepolcreti ai suoi margini secondo l’uso romano.


    Ed è proprio la presenza di tali e tante sepolture che fa pensare a Oppidum nella stessa epoca come a un centro non solo militare e amministrativo, ma anche commerciale di prima importanza nell’economia di quella che sarebbe diventata la Tourma delle Saline qualche secolo più tardi con l’arrivo dei Bizantini. La popolazione stanziale nel periodo in esame era sicuramente consistente, arricchita da quella transeunte dedita prevalentemente ai commerci dall’una all’altra costa di questo lembo estremo di Calabria. Poi un inspiegabile silenzio denso di misteri sia per la città fortificata più recente sia per la vicina città più antica che inizia a riciclarsi come mellah ( Cfr. IL GIALLO DI “MELLA” e “MAMERTO” : da uno pseudotoponimo alle ragioni storiche), assorbe i traffici, le attività produttive e la vitalità, mentre l’insediamento fortificato sembrerebbe chiudersi in se stesso, con una vocazione prevalentemente militaresca, e perdere il primato del popolamento che evidentemente aveva avuto in età ellenistica prima e romana poi. 

    Subentra a questo punto l’interesse di Bisanzio per il territorio di Oppidum già all’epoca della spedizione sfociata nella famosa guerra Greco-Gotica (535-553 d.C). E solo pochi anni dopo si avverte confusamente l’eco dell’arrivo dei Longobardi a minacciare il Ducato di Calabria che comprendeva anche parte della Puglia e aveva capitale prima ad Otranto poi a Reggio. Da ricordare infatti che l’espressione “ Calabria “ nella sua originaria valenza latina indicava inizialmente l’attuale Salento, ma i Bizantini in epoca giustinianea lo unificarono con la Calabria attuale deando vita al cosiddertto “Ducato di Calabria” nel VI secolo. Nel frattempo il Salento, conquistato dai Longobardi, prendeva il nome di Terra d’Otranto. Mentre i Longobardi avanzavano, la Calabria rimaneva territorio bizantino ancora nell’VIII secolo e in quello successivo si estendeva da Reggio a Rossano, mentre il resto della regione fisica, l’attuale area del cosentino, restava territorio longobardo.

   Nei primi decenni del IX secolo gli Arabi sbarcavano in Sicilia e solo in qualche decina di anni conquistavano l’isola che diventava territorio musulmano. Anche la Calabria era a tal punto minacciata. Una nuova spedizione bizantina sbarcava sull’attuale costa crotonese sul finire del IX secolo e riconquistava la parte nord della Calabria, compresa Cosenza. Ne è testimonianza la nascita nella zona di vari monasteri e chiese di rito ortodosso. E risale proprio agli albori del X secolo la conquista araba di Taormina e Reggio e soprattutto l’accordo tra Arabi e Bizantini per il versamento da parte di questi ultimi di un tributo annuo in cambio della pace. Un accordo che comunque non produceva frutti consistenti, se è vero che, proprio in questo scorcio di tempo, larga parte del territorio calabrese diveniva teatro di sanguinose scorrerie saracene ad opera di manipoli di esaltati che partivano frequentemente dalla Sicilia fino a dare vita molto presto alla marcia su Region, abbandonata dalla popolazione insieme a molti piccoli centri del suo entroterra, tra cui Sant’Agata, e si spingevano fino a Gerace sottomettendola nel sangue. 

   Risale plausibilmente a questo momento il ripopolamento bizantino di Oppidum che, secondo la consuetudine greca, viene ribattezzato col nome di un santo, nella fattispecie quello di Sant’ Agata (Hagia Agathè), con la presenza dei transfughi già stanziati nei dintorni di Region che si rifugiano nell’antico insediamento multietnico e multireligioso dell’Aspromonte pressochè abbandonato e vi creano, su una preesistente e rudimentale fortificazione, un castron capace di garantire per la sua posizione una relativa tranquillità alla sua popolazione ormai mista che nel ricco insediamento del mellah più a valle trova fonte di vita e di sostentamento.

   Lo scoppio di una guerra civile in Sicilia nel 1031-32 pone fine alle incursioni saracene in Calabria e un relativo periodo di pace e di convivenza tra Bizantini e Arabi, durante il quale il popolo del mellah a valle di Hagia Agathè può paradossalmente entrare e uscire liberamente nella rocca bizantina e vivificarla. E’ questo il momento fotografato dalle donazioni dei privati al vescovo riportate sulla pergamena scoperta e pubblicata da Andrè Guillou ( A. Guillou: La theotokos de Hagia Agathè – Oppido - , L.E.V., Roma, 1972) che ci consentono con sufficiente rigore di conoscere la composizione della popolazione nella Oppido degli anni 1050 – 1064/65 e che documentano come all’epoca il ripopolamento fosse ormai ampiamente avvenuto. L’ attenta e meticolosa analisi dello studioso francese (Ibidem) documenta in modo scientifico quale fosse la composizione della popolazione di Hagia Agathè (Oppidum) nel quindicennio considerato:
- per il 70% Greci;
- per il 17% Latini;
- per il 13% Arabi.

   All’interno di queste percentuali ovviamente andrebbero individuate delle subpercentuali di popolazione armena ed ebraica residente o transeunte, prevalentemente di nazionalità o naturalizzazione greca. 


    I nomi di sicura origine greca sono preponderanti e indicano quali dimensioni abbia potuto avere l’esodo bizantino dalla zona di Region verso l’entroterra oppidese ( li indico anche io esemplificativamente con grafia latina): Abakaletos; Agrappidès; Antonios; Arkometès; Arkoumanos; Arkophagas; Armatones; Armenitès; Atzamoros; Barbaros; Baropodeès; Christodoulos; Daniel; Dialektè; Dikouros; Georgios; Gerasimos Gregorios, Eupraxios; Eustathios; Euphemios; Elias; Theodòros; Thèodotè; Janou; Joannes; Kalabros; Kalokyros; Kappadokas; Kardoulos; Kariotès; Kasanitès; Klatzanès; Katzarès; Kiryakos; Komenos; Kometò; Konddena; Konddobasiles; Kondos; Koukkaphournès; Lachanas; Logaràs; Magidios; Manddaranès; Maurokotarès; Megalà; Metzekissès; Moukourès; Nicetas; Nicephore; Nicolas; Nikon; Nizon; Pathoi; Raptès; Scholarios;Phodelos; Photeinos; Photes; Soterikos; Spanos; Spatharès; Tosophrogaurès; Xenios; Xiraphès.
     I nomi di origine latina (molti dei quali ellenizzati nella terminazione) rispetto a quelli greci sono percentualmente pochi e indicano a quale livello di spopolamento fosse giunto il Terrritorio prima dell’arrivo dei Bizantini. Ecco i più ricorrenti dei quali, al contrario di quelli greci, si è persa quasi traccia: Aukarienos/ Aucarius (allevatore d’oche) ; Berbikarès/ Berbicarius/ Vervicarius (pastore); Egidaris/ Egidarius; Gemellarios/ Gemellus; Koloradès/ Coloretum (bosco di noccioli); Makellarès/ Macellarius; Masaritès/Masura (mugnaio); Oursos; Ploutinos; Tilirikos / Tilia (tiglio).

      Interessantissimi i nomi di origine araba che nella classifica stilata da Guillou occupano soltanto un 13% che di fatti è molto riduttiva rispetto alla realtà per almeno due ordini di motivi: i nomi arabi sono di per sè pochi e ripetitivi; gli Arabi insieme agli Ebrei erano relegati dai greci nel mellah che era ubicato più a valle rispetto a  Oppidum  ed era il luogo dove si svolgevano i traffici commerciali più intensi, spesso in forme semiclandestine.    In ogni caso Ebrei ed Arabi residenti nel mellah, nella stragrande maggioranza dei casi, oltre a non possedere ufficialmente appezzamenti di terreno, non avrebbero mai fatto donazioni liberali al vescovo cattolico di Oppidum, e ciò spiega il numero molto ridotto dei loro nomi nelle donazioni prese in esame a fronte di un numero reale che invece era sicuramente molto più abbondante. Questi i nomi più ricorrenti, anch’essi spesso ellenizzati nella terminazione: Albake..ei/ Al Baqi (residente); Asanòs / Hasan; Barchabas / Bar Haba; Charerès/ Ar – hariri (tessitore di seta); Channitès Mamour/ Ma’ mur; Moulè /Moulei ; Okhanos; Selimòs/ Selim.

 Complessivamente la ricchezza e la varietà dei nomi indicano dunque un ripopolamento del castron oppidese estremamente significativo e un volume di traffici commerciali e di rapporti sociali di tutto rispetto.,

   Quanto ai toponimi le percentuali individuate dal Gouillou mantengono sostanzialmente lo stesso andamento di quelle relative ai nomi, ma il misero 4% attribuibile ai toponimi di origine araba ( due soli: Avaria/ Abariah e Nardon) indica chiaramente la pervasività dell’elemento graco che addirittura assurge al 71%, facendo chiaramente intendere che l’elemento bizantino nel volgere di pochissimo tempo ribattezzò quasi completamente non solo la città in sè, ma quasi tutti i luoghi di nuova giurisdizione. Precisamente:


- Toponimi di origine greca: 71%;
- Toponimi di origine latina: 25%;
- Toponimi di origine araba: 4%.

    Questi i toponimi greci: Boutzanon ( barile); Dadin (torchio); Dapidalbòn ( stabile) Hagia- Agathè; Kannabareia ( canapa); Lakoutzana (palude); Lychnos ( lampada); Mystritzena ( cucchiaio di legno);Plagitana (terreno incolto); Kellibitzanos (cenobita?) Skidon (scheggia di legno); Spitizanon (luogo ospitale); Photakei; Katasykas (albero di fico); Myrosmas( deposito di salgemma?); Nomikisès; Sikelos e Sikron (unità di misure ebraiche): Sinopolis..

   I toponimi di origine latina scampati alla tempesta iconoclasta greca e presenti nelle donazioni sono invece pochissimi:; Radikèna; Roubiklon(quercia); Salinae; Friguriana; Oppidon.

    Paradossalmente qualla che doveva essere una vera e propria occupazione di una città in decadenza, si rivelò per Oppidum, nella sua nuova denominazione intitolata alla Santa siracusana per eccellenza, una rinascita vera e propria, forse il periodo di massimo splendore . La città sotto il dominio bizantino crebbe a dismisura sul piano sociale, economico, strategico e culturale con la sua rigida, ma efficace stratificazione piramidale della popolazione. Al vertice il vescovo, capo assoluto della città e dell’intera Tourma delle Saline, quindi preti, strateghi, monaci, arconti, funzionari governativi e amministrativi di ogni genere,militari, contadini e allevatori di bestiame. La mercatura, l’artigianato, la tintoria e la tessitura , la farmacopea, la medicina invece erano affidatate agli Arabi e agli Ebrei del mellah di Oppidum e di tutti i mellah che costituivano contemporaneamente la fogna e il grande tesoro di ogni centro abitato dell’intera Tourma.