martedì 3 marzo 2020

LA QUESTIONE MERIDIONALE E GRAMSCI

di Lelio La Porta
  Sul problema del Mezzogiorno della Penisola, passato e abusato in tanta saggistica, spesso frutto di scopiazzature, col termine di "Questione Meridionale"  ancora oggi si annaspa tra verità e bugie  ripetitive, senza aggiungere una virgola a ciò che già si conosceva. Lelio La Porta, che mi onora della sua presenza in questo blog, grande studioso di  Antonio Gramsci e di Hannah Arendt, analizza qui il rapporto tra questo problema  e il pensiero del grande uomo politico e pensatore sardo, rivelando aspetti e pieghe del tutto inediti, nel momento storico attuale in cui il problema del Sud sta registrando gravissime recrudescenze ad opera di intellettuali sempre più ostili al Mezzogiorno e imbelli  e opposizioni "di sinistra" inesistenti e quasi  ridicole.(Bruno Demasi)
_________________________________

 

Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici. 

 

     Mentre i partiti antifascisti combattevano il fascismo, Antonio Gramsci, dalla sua cella, meditava e scriveva le analisi storico-filosofiche e politiche dalle quali il marxismo italiano avrebbe tratto nuova linfa dopo la sconfitta del fascismo: i Quaderni del carcere. La cui originaria ispirazione va rinvenuta proprio nel saggio “Alcuni temi della quistione meridionale”, iniziato nell’ottobre 1926 , ma rimasto incompiuto, che sarebbe stato poi pubblicato per la prima volta a Parigi nel gennaio del 1930 su «Lo Stato operaio». Questo scritto ha un duplice significato nell’ambito della produzione gramsciana: da un lato è il punto di arrivo di uno studio avviato negli anni precedenti, dall’altro è il primo scritto che si presenta in forma di saggio e non di articolo da destinare a un quotidiano o a un periodico.
    Che Gramsci avesse maturato un interesse specifico per la questione meridionale è un fatto non solo di natura politica, ma anche personale ed esistenziale: era un uomo del Meridione, cresciuto fra le contraddizioni di una terra, la Sardegna, fra le più esposte alle politiche protezionistiche delle classi proprietarie continentali. E, se questo poteva sembrare un punto di vista provinciale e quasi scissionista, Gramsci proprio nel saggio del 1926 maturò e manifestò esplicitamente la consapevolezza, mai più abbandonata, che la questione meridionale non potesse essere risolta con rimedi specifici, quasi fosse un caso a sé; essa rappresentava invece un aspetto della questione nazionale e doveva essere affrontata attraverso l’assunzione di una politica generale del Paese.
    Già negli articoli de «Il Grido del popolo» Gramsci aveva messo in evidenza questo suo punto di vista sulla questione meridionale. Ancora ne «L'Ordine Nuovo» quello del Mezzogiorno era diventato uno dei problemi nazionali prioritari che il futuro stato socialista avrebbe dovuto affrontare: “la borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole, e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione”.
    Perciò il deputato che alla Camera, durante l’unico intervento di Gramsci il 16 maggio del 1925, lo accusò di non conoscere il Meridione, evidentemente poco sapeva del leader comunista: di sicuro ignorava le sue ricerche teoriche e politiche, e ancor più le sue origini . Il discorso in Parlamento è un momento decisivo della biografia politica di Gramsci e molti spunti teorici saranno sviluppati, come è stato notato , nelle sue riflessioni successive: nel saggio sui problemi del Mezzogiorno (di cui qui ci stiamo interessando), nell’analisi del fascismo ripresa nelle Tesi di Lione, nella critica del capitalismo post-risorgimentale e nei suoi rapporti con il sistema imperialistico mondiale nei Quaderni del carcere. Il discorso parlamentare di Gramsci fu definito da Togliatti stesso come “un primo abbozzo, qua e là non ancora finito nei particolari, della sintesi storica che in modo magistrale sarà espressa nel capolavoro politico di Antonio Gramsci, lo scritto sulla Quistione meridionale”. “Risulta del resto (…) - continua ancora Togliatti - che mesi prima dell’arresto già Gramsci lavorava a quello scritto, il cui punto di partenza fu forse precisamente questo intervento parlamentare”.


     Il saggio “Alcuni temi della quistione meridionale” rappresenta una delle riflessioni più acute dal punto di vista marxista sulla vita politica italiana dall’età giolittiana all’avvento al potere del fascismo, con incursioni di carattere polemico nei confronti di quel ceto intellettuale-borghese che aveva diffuso presso gli operai, soprattutto del Nord, l’idea che il Mezzogiorno fosse la palla di piombo “che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia” (p. 140); sconfiggere questi pregiudizi anti-meridionalisti sarebbe stato già un passo in avanti notevole per far nascere le condizioni dell’alleanza della classe operaia con le masse popolari del Mezzogiorno.
    Le scelte di Giolitti all’inizio del XX secolo, nota Gramsci, sono per un blocco sociale capitalistico-operaio, per l’accentramento statale, per un riformismo dei salari e delle libertà sindacali. In questo contesto i socialisti diventano uno strumento della politica giolittiana. Quando il proletariato mostra insofferenza per tale politica, Giolitti si rivolge ai cattolici che rappresentano le masse contadine dell’Italia settentrionale e centrale. In quest’ottica il compito prioritario del proletariato è individuare le alleanze di classe che gli consentano la mobilitazione contro il capitalismo e la borghesia.
    Serve il consenso delle masse contadine, ma la questione contadina in Italia ha due connessioni particolari: con la questione meridionale e con quella vaticana; soltanto facendo proprie entrambe, comprendendo che cosa significhino dal punto di vista di classe, il proletariato potrà conquistare la maggioranza dei contadini. Quindi, come esercitare l’egemonia politica, cioè la direzione sugli alleati? La società meridionale è un blocco agrario costituito da tre strati sociali: la grande massa contadina, gli intellettuali della piccola e media borghesia, i proprietari terrieri e i grandi intellettuali.
    La grande massa contadina è totalmente sottoposta, nel campo politico, ai grandi proprietari e, in quello ideologico, ai grandi intellettuali. Dal punto di vista del prestigio ideologico, sottolinea Gramsci, spiccano Giustino Fortunato e Benedetto Croce, “le due più grandi figure della reazione italiana”(p. 150), il cui ruolo è fondamentale nella costruzione del sistema egemonico borghese. L’intellettuale meridionale, continua Gramsci, “è democratico nella faccia contadina, reazionario nella faccia rivolta verso il grande proprietario e il governo” (p. 151); quell’intellettuale lega il contadino al latifondista in un “mostruoso blocco agrario” (p. 153) che funziona “da intermediario e da sorvegliante del capitalismo settentrionale e delle grandi banche” (ibidem). Pertanto vi è un nesso stretto fra questione meridionale e questione degli intellettuali; sono proprio i Fortunato e i Croce a sottrarre al Meridione la gioventù colta, allontanandola dalle masse contadine meridionali, per collegarla agli interessi della borghesia nazionale ed europea.
     Autocriticamente Gramsci nota come anche i comunisti ordinovisti subirono il fascino del crocianesimo, ma precisa che, al tempo stesso, furono i primi a determinare un’inversione di tendenza, operando una prima mediazione fra strati di intellettuali progressisti e proletariato. In questo senso il leader comunista ricorda come Piero Gobetti volesse l’intesa con gli intellettuali meridionali che “ponevano la quistione meridionale su un terreno diverso da quello tradizionale introducendovi il proletariato del Nord: di questi intellettuali Guido Dorso è la figura più completa ed interessante” (p. 157).
    Comprendendo l’azione politica e sociale svolta dal grande intellettuale torinese, sarebbe stato possibile comprendere anche “la quistione degli intellettuali e la funzione che essi svolgono nella lotta delle classi” (ibidem). D’altronde, la natura stessa degli intellettuali prevede un loro sviluppo verso posizioni progressiste più lento rispetto a quello di qualsiasi altro gruppo sociale; infatti, non si può chieder loro una rapida rottura con le tradizioni con le quali hanno convissuto, per aderire ad una nuova ideologia. Perciò è necessario operare affinché fra gli intellettuali si determini “una frattura di carattere organico” (p. 158), nasca cioè “una tendenza di sinistra, nel significato moderno della parola, cioè orientata verso il proletariato rivoluzionario.
     L’alleanza fra proletariato e masse contadine esige questa formazione; tanto più la esige l’alleanza tra il proletariato e le masse contadine del Mezzogiorno” (ibidem). L’egemonia del proletariato avrà la possibilità di realizzarsi compiutamente soltanto dopo aver disgregato “il blocco intellettuale che è l’armatura flessibile ma resistentissima del blocco agrario” (ibidem), avviando così la formazione di un nuovo blocco storico. La questione meridionale è, dunque, uno dei tanti aspetti della questione nazionale; fra questi ce ne sono due cui Gramsci darà speciale risalto e sui quali porrà un’uguale attenzione nella stesura delle note carcerarie: il Risorgimento e, appunto, gli intellettuali.

    E mentre i partiti antifascisti, nella clandestinità o nel fuoriuscitismo, combattevano il fascismo, Antonio Gramsci, dalla sua cella, meditava e scriveva le analisi storico-filosofiche e politiche dalle quali il marxismo italiano avrebbe tratto nuova linfa dopo la sconfitta dello stesso fascismo al termine della seconda guerra mondiale: i Quaderni dal carcere la cui originaria ispirazione va rinvenuta proprio nel saggio sulla questione meridionale stando a quanto Gramsci stesso scrive alla cognata Tatiana il 19 marzo del 1927 dal carcere milanese di San Vittore: “sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa für ewig secondo una complessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro Pascoli … Ricordi il rapidissimo e superficialissimo mio scritto sull’Italia meridionale e sulla importanza di B. Croce? Ebbene, vorrei svolgere ampiamente la tesi che avevo allora abbozzato, da un punto di vista disinteressato, für ewig”.
    Insomma, indicando in una ricerca sugli intellettuali italiani il primo soggetto di un piano di lavoro da svolgere in carcere, Gramsci ne poneva le basi nel suo saggio incompiuto sulla questione meridionale.

lunedì 27 gennaio 2020

COSA RESTA DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA NELLA CALABRIA DEL 27 GENNAIO 2020?

di Bruno Demasi


    27 gennaio 2020, a 75 anni di distanza dalla fine della Shoah , una giornata controversa in Calabria. Da un lato gli animi incattiviti dalla gente dopo i risultati delle elezioni regionali con l’ubriacatura dei perdenti occupati a dissimulare, minimizzare e colpevolizzare gli altri e l’ubriacatura, ben più malsana, dei vincitori troppo occupati ad appropriarsi di meriti mai avuti e a fregiarsi di allori inesistenti se non nell’alternanza quinquennale  puntualissima di fautori del nulla diversificati soltanto dalle etichette.

   Una bailamme di tripudi,sorrisi, livori nella quale la Giornata della Memoria quasi scompare in questa terra dove – diciamocelo francamente .- neanche in conduizioni più normali il raccapriccio per la Shoah si è mai fatto sentire alto al di là delle becere manifestazioni ripetitive fini a se stesse.


    Oggi però in Calabria , qualora la si celebrasse sul serio -  la Giornata della Memoria avrebbe un contenuto e una portata maggiori col suo carico enorme di ricordi e di pianto, ma anche di sangue e di rabbia per un passato che riaffiora sempre in modo virulento senza che ci se ne renda conto.
    I recenti attacchi a Liliana Segre e non solo a lei, i fatti di Berlino, i nuovi ghetti senza nome nei quali sopravvivono a centinaia di migliaia gli immigrati tra il disprezzo comune ne sono le testimonianze più chiare, ma in Calabria accade ancora di peggio nel momento in cui l’odio razzale , seminato ad arte da certi venditori di fumo, si coniuga perfettamente con il ritorno voluto e preteso a un passato deleterio per tutti: la delega della pace, della convivenza  sociale e civile e di ogni modello di sviluppo possibile a chi continua a spargere paure e noncuranza per gli ultimi, per la legalità vera, per il lavoro libero, per ogni contrasto agli atteggiamenti mafiosi, anche quelli più banali e insiti purtroppo  nel cuore della gente comune.

   Ricordare, imprimersi nella memoria l’orrore per un  passato doloroso , significa soprattutto aver preso coscienza delle manchevolezze di oggi, rifiutare categoricamente e con i fatti ogni ritorno a certi modi di pensare e di agire, in primis a  ogni atteggiamento mafioso e tracotante, ogni azione volta solo ed esclusivamente al proprio tornaconto.
   Ricordare e rifiutare certo passato in Calabria non significa soltanto organizzare pellegrinaggi a Ferramonti di Tarsia o passerelle di esibizione, riservate a pochi , che svaniscono nell’arco di poche ore, significa investire nel lavoro delle scuole (che duri un anno e non un giorno ) e soprattutto in atti concreti di rifiuto e di disprezzo di quelle forme gravi di mafiosità che per la Calabria costituiscono i veri lager di oggi.
  Quei lager dai quali VOGLIAMO USCIRE, cantando col salmo 133  "Hinei ma tov".


sabato 4 gennaio 2020

CINQUE REGGINI SUL TRONO DI PIETRO?

di Felice Delfino
    Felice Delfino è studioso molto attento del grande e multiforme processo religioso che permeò la provincia di Reggio Calabria dall’età magnogreca fino all’età moderna, portando con sé elementi grandiosi e nobilissimi di civiltà e di sviluppo. Celebre ormai il suo corposo e attentissimo studio sugli Ebrei e la loro fattiva e operosa presenza in questo territorio (“La presenza ebraica nella storia reggina”, Disoblio, 2013)seguito da numerosi altri studi in parte già pubblicati, in parte pronti per ulteriori e sempre interessanti pubblicazioni.
    Questa è una pagina, non certo minore per intensità e rigore, ma sicuramente intrisa di molta curiosità di indagine che la storiografia ufficiale spesso trascura nel timore di azzardare ipotesi che comunque appaiono più che attendibili.
    Un fatto è certo: la provincia di Reggio Calabria, malgrado il baratro in cui sembra essersi assopita, non è stata seconda a nessun altro territorio per profondità e ampiezza di impegno culturale, civile e religioso. E Felice Delfino ne dà una puntuale e interessante chiave di lettura ( Bruno Demasi) 

    Calabria, terra controversa, terra di luci ed ombre: ricca dal punto di vista ambientale ed ingente nelle risorse, ma povera in ottica socio-economica. Ambivalente e multi sfaccettata è ricchissima culturalmente: tutto ciò è la Calabria, una miniera inesauribile in quanto è stata culla di cultura, qui convivono in un unico patrimonio elementi svariati ed eterogenei amalgamatisi sapientemente nei secoli in un unicum eccellente che ancora oggi non ha nulla da invidiare a nessun altro territorio sia nazionale sia nel panorama internazionale per il ventaglio dei prestigiosi beni che essa vanta e custodisce, ma purtroppo non sempre sono ben tutelati. È vero che la Calabria è macchiata dal fenomeno criminale della ndrangheta ma ci terrei a precisare che seppur dal peso grande e consistente per l’organizzazione e la gestione regionale non manca la folta schiera dei professionisti e di uomini di grande e irreprensibile senso morale e civile che si distinguono per il valore e l’operato.
    Calabria, terra di tutti i Calabresi sia di quelli che restano sia di quelli che decidono di andare via con profonda amarezza nel cuore, ma sei anche terra di Fede e di Santi (la Calabria è la regione col maggior numero di santi, in totale 33) come l’ha definita Papa Giovanni Paolo II nel 1984 e il 7 Ottobre di quell’anno a Reggio Calabria in una sua visita pastorale, a tal proposito disse: “Nel toccare il suolo di questa città, provo una viva emozione al considerare che qui approdò, quasi duemila anni fa, Paolo di Tarso, …e che qui accese la fiaccola della fede cristiana; da qui il Cristianesimo ha iniziato il suo cammino in terra calabra, espandendosi in ogni direzione, sia verso la costa ionica sia verso la fascia tirrenica” . Consideriamo inoltre che nel territorio calabrese ci sono ancora oggi luoghi di culto cristiano cattolici riconosciuti ufficialmente e meta di numerosi pellegrini. 


   Si riconrdi  anche che, nel corso della storia della Chiesa, dieci sono stati I Pontefici Calabresi saliti maestosamente sul trono di Pietro con storie ovviamente dagli esiti diversi e in età differenti della struttura Ecclesiae, in costante evoluzione e che muta costantemente pelle in virtù dei Concili che ne sanciscono I dogmi.
     Ecco l’elenco in processione cronologica di questi dieci Papi Calabresi e le località di provenienza: Telesforo (Terranova(RC) secondo altre fonti Terranova di Sibari (CS), Anterio (Petelia attuale Strongoli (KR), Dionisio(Terranova da Sibari(CS), Eusebio (Casegghiano vicino San Giorgio Morgeto (RC), Zosimo (Mesoraca (KR), Agatone (Reggio Calabria secondo altre fonti Palermo), Leone II (Piana di S. Martino (RC) secondo altre fonti (ME), Giovanni II, Zaccaria (Santa Severina (KR), Stefano III,(Santo Stefano D’Aspromonte (RC) secondo altre fonti Siracusa) Giovanni XVI (quest’ultimo Antipapa)(Rossano (CS). Otto di questi sono stati santificati. Ma nella narrazione per ragioni logistiche e d’opportunità mi soffermerò solo sui reggini (furono in cinque a nascere nella provincia reggina anche se le fonti storiche sono discordi e alcuni di questi li dà di provenienza siciliana) . Il punto di partenza come località che diede i natali al primo Papa Calabrese è Terranova Sappo Minulio nella provincia della città del miracolo della colonna ardente incipit proprio della predicazione paolina e del processo di conversione dei gentili al cristianesimo, Reggio Calabria.

     Telesforo, che come novità del suo tempo introdusse il digiuno Quaresimale e l’inno angelico Gloria in exelcisis Deo alla liturgia natalizia, ricordato come santo fu il primo Pontefice martire secondo il Liber Pontificalis (un elenco dei Papi), nacque intorno al 95 d.C. proprio a Terranova nel reggino (per altri studiosi a Terranova di Sibari) e fu il primo calabrese a varcare la soglia del Vaticano con in sè le vesti pontificie che indossò con onore ai tempi dell’Impero di Adriano tra il 125 ed il 136. A quei tempi a Roma e nel resto dell’Impero oltre il culto pagano degli dei, all’epoca quello ufficiale (il Cristianesimo diverrà religio licita in Italia soltanto con Costantino dopo la battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio e la croce ne diverrà simbolo merito della celebre frase “in hoc signo vinces”) era diffusa anche l’eresia dello gnosticismo al quale si oppose fortemente. Padre Giovanni Fiore scrive che “preso dai Ministri dell’infedeltà, gli venne proposto che se avesse abbandonato la Santa Fede, sarebbe diventato Ministro degli Idoli” ma Telesforo rifiutò e pertanto come ricorda il Fiore fu decapitato il 5 gennaio del 136 e il suo corpo, recuperato dai cristiani, fu seppellito accanto alla tomba di San Pietro. 

    Di Casegghiano vicino San Giorgio Morgeto era Papa Eusebio fu trentunesimo Papa della Chiesa di Roma da aprile all’agosto del 309 fu una breve parentesi la sua e anche caratterizzata da momenti tormentati come la lotta contro I lapsi cristiani del III secolo che dopo la persecuzione di Decio erano stati apostati della fede cristiana per paura della stessa persecuzione. I lapsi volevano essere reintegrati nella Chiesa ma fecero tumulti e a seguito di questi tumulti l’Imperatore Massenzio esiliò il Papa in Sicilia e qui Eusebio morì poco dopo l’esilio.
    Il Terzo Papa a nascere nella provincia reggina fu Agatone. Il suo 
 Pontificato durò due anni e mezzo e convocò due Concili a Roma.
Nel Concilio lateranense del 679 restituì il vescovo Wilfred alla diocesi di York, e stabilì che non fosse più dovuto il pagamento dei tributi fino ad allora imposti al momento dell'elezione dell'imperatore bizantino. L’Imperatore Costantino IV inizia a relazionarsi fraternamente con la Chiesa di Roma che lo aveva aiutato a rimpossessarsi del trono e si cercava di risolvere il problema dell’eresia monotelita, dottrina che aveva diviso Roma e Costantinopoli e si cercava di riunificare le due Chiese. Il 7 novembre 680 venne inaugurato a Costantinopoli il sesto concilio ecumenico orientale ed il 16 settembre dell’anno successivo fu emanato un decreto con il quale si condannava il monotelismo, e il Papa lanciò l'anatema contro Papa Onorio I che nei confronti di quella dottrina era stato quasi accondiscendente. Gli atti del Concilio furono inviati al Papa perché ne confermasse le decisioni, ma Agatone morì prima di conoscerne le conclusioni, il 10 gennaio 681. Ad Agatone succedette Leone II due papi nativi della provincia reggina dunque, uno eletto dietro l’altro.
    Leone II, fu ottantesimo vescovo di Roma. Forse siciliano di origine messinese, come il predecessore papa Agatone, secondo alcune fonti era invece calabrese di nascita. figlio di Paolo Manejo, un medico di grande fama. La sua consacrazione avvenne il 17 agosto 682, ben 18 mesi dopo la morte di Agatone, in quanto l'approvazione imperiale fu appositamente ritardata da Costantino IV di Costantinopoli che voleva essere certo che tutta la comunità ecclesiastica occidentale approvasse non solo le conclusioni del sesto Concilio Ecumenico tenuto a Costantinopoli tra il 680 e il 681 in cui veniva condannata l'eresia monotelita , ma soprattutto che fosse accettato l'anatema posto su Papa Onorio che quell'eresia aveva in qualche modo avallato: si trattava evidentemente di un argomento particolarmente delicato, e l'imperatore non aveva alcuna intenzione di provocare una nuova divisione tra le Chiese di Costantinopoli e di Roma che si stavano appena riavvicinando. 

L'unico fatto di interesse storico del breve pontificato di Leone furono pertanto le lettere che scrisse in approvazione della decisione del concilio e in condanna diOnorio, che egli considerava come uno che «profana proditione immaculatem fidem subvertere conatus est». Per il peso che hanno sulla questione dell'infallibilità papale, queste parole hanno provocato considerevole attenzione e dibattito, e si dà importanza al fatto che nel testo in greco della lettera all'imperatore, in cui compare la frase di cui sopra, viene usata la più lieve espressione «subverti permisit» (παρεχωρησε) al posto di «subvertere conatus est».
    Fu durante il suo pontificato che venne stabilita definitivamente, per editto imperiale, la dipendenza della sede vescovile di Ravenna da quella di Roma. Nel 682 eresse inoltre in diocesi autonoma quella di Castro, in Puglia. Introdusse poi nella celebrazione della Messa il "bacio della pace". Si preoccupò anche di restaurare la chiesa di Santa Bibiana e quella di San Giorgio in Velabro, entrambe a Roma. «Stabilì che gli eletti agli Arcivescovadi nulla dovessero pagare per l'uso del pallio; ridusse gli inni ecclesiastici a più sonoro concerto» Morì il 3 luglio 683 (o il 28 giugno) e fu sepolto in San Pietro. 

    Infine Stefano III nativo di Santo Stefano d’Aspromonte giunse a Roma al tempo di Papa Gregorio III nel 741.Stefano III divenne Sommo Pontefice il 7 agosto del 768. Una volta preso l’incarico inviò un messaggero al re dei Franchi Pipino il Breve per avvisarlo della sua ascesa al trono petrino e gli chiese di inviargli vescovi Franchi per il sinodo dell’anno successivo. Quando arrivò il messaggero Pipino il Breve era da poco morto e il rappresentante del Pontefice fu accolto dai figli Carlo e Carlomanno che accettarono la richiesta e inviarono tredici vescovi Franchi. Il 12 aprile 769 si aprì in Laterano un Concilio in cui si svolse un processo all'Antipapa Costantino II. Il concilio terminò con la distruzione di tutti gli atti ufficiali da lui emanati e con la decisione che in futuro il papa avrebbe dovuto essere eletto solo fra i diaconi ed I presbiteri cardinali. Venne inoltre confermata la pratica della devozione delle icone, problema ancora irrisolto con la corte e la Chiesa di Costantinopoli. Stefano III morì il 24 gennaio 772. Fu sepolto in San Pietro.
    Dopo aver proceduto attraverso questo viaggio quasi interminabile nel passato della storia della Chiesa è d’obbligo una personalissima e dovuta considerazione finale: È dal Medioevo che non abbiamo avuto più un Papa calabrese figuriamoci un reggino e se ci fosse in futuro questa tanto remota quanto improbabile possibilità ciò darebbe sicuramente lustro ad una terra falcidiata e tormentata dalla crisi lavorativa ma sempre terra devota, sempre terra di Fede e di santi ai quali rivolgiamo un pò tutti le nostre speranze e preghiere più intime magari nella miracolosa attesa che la Calabria possa un giorno, come l’araba fenice, rinascere dalle proprie ceneri e tornare la terra bella e fertile di un tempo.