sabato 6 aprile 2019

INIZIATO IL PROCESSO DI CANONIZZAZIONE DI NATUZZA EVOLO

                                                                                                     di Bruno Demasi


   Parte oggi ufficialmente , con la messa solenne celebrata dal vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea   il processo di canonizzazione di Natuzza Evolo, la mistica calabrese troppo a lungo misconosciuta, tanto a lungo amata dalla gente senza alcuna riserva mentale. Un'icona di noi, della nostra terra, della nostra fede a volte ingenua  e rozza, ma sempre sincera e testarda.

  La grande spianata della "Villa della Gioia" di Paravati, come questa povera grande donna ha voluto si chiamasse questo esteso lenzuolo di terra buona  immerso tra la santità degli ulivi, oggi freme e palpita all'unisono di diecimila cuori esultanti.

   Scrive Luigi Maria Lombardi Satriani, antropologo e docente universitario di estrazione marxiana: “Se si pensa cos’è la malavita in Calabria, se si pensa a quel che accade nella Piana di Gioia Tauro, allo spreco incredibile di fondi pubblici, non solo in Calabria, ma in tutta Italia e si paragonano tutte queste cose con le iniziative che sono nate e stanno crescendo a Paravati intorno a Natuzza, credo non si possa fare a meno di sentire da una parte un olezzo di fogna e dall’altra il profumo della santità”. 

    Un tassello in più, non certamente l'unico, per far crollare in me l’ultima riserva mentale , l’ultimo scoglio perbenista che mi separava fino a qualche tempo fa  testardamente da quanto Natuzza ha fatto nascere in Paravati, in Calabria, nel mondo e soprattutto nella mia mente e nel mio cuore intriso di razionalismo, nei miei occhi appannati da una malintesa forma di prevenzione verso l’ingenuo , esemplare e immenso Magnificat che questa  donna  poverissima ha costruito e sta ancora costruendo per noi e per il mondo intero con una semplicità sconcertante e densa di un  amore sconfinatp per tutti.

   Quanto è accaduto, quanto costruito negli ultimi anni di vita di Natuzza e nei cinque anni dopo la morte di questa creatura straordinaria, avvenuta il I novembre 2009, aveva  ed ha dell’inverosimile: uno squarcio potente di conoscenza sul Cielo, ma anche  le basi di un’enorme santuario che nella forma esterna sembrava voler chiedere un po' di grandiosità alla spianata di quella Basilica romana che è delimitata dall’abbraccio del colonnato del Bernini; e poi la grande casa di accoglienza per anziani e malati, il grande auditorium, una spianata scandita dai grandi bassorilievi attestanti le tappe della Storia della Salvezza, un contesto insieme grandioso ed ingenuo, pulito, quasi un contraltare nel cuore styesso della Calabria a quella Calabria sommersa da disordini , violenze , soprusi e immondizie di ogni genere

   Esattamente cinque anni dopo la morte , il  I novembre del 2014, l’inizio della fase diocesana del processo di beatificazione, che i fedeli , a migliaia, a centinaia di migliaia, sembravano già avere aperto motu proprio il giorno dei funerali, come ho scritto su questo piccolo diario il 10 ottobre di quell'anno. 

   E la continuazione fervida, incessante dei lavori per quella “Villa della Gioia” che a dispetto della vaga leziosaggine del nome, era stata suggerita dalla Madonna. E non ci volevamo credere perché
la mente e il cuore di noi razionalisti a oltranza, di noi Calabresi pronti sempre a emozionarci e a vivere di passionalità davanti alla barbarie in cui è precipitata ancora una volta questa terra, non ce la sentivamo di accodarci a quello stuolo infinito di gente semplice, di famiglie, di mamme che seguivano e seguono Natuzza osannando e perpetuando una fede semplice fatta di segni veri, quella Bibbia dei Poveri che sola ci rimane come strumento di riscatto e di ritorno a una civiltà perduta.

  Natuzza è ella stessa  Bibbia per i Poveri, lo è la sua tomba bagnata quotidianamente da mille lacrime, lo sono le due statue della Madonna e del Cristo,  che accolgono a braccia entrambi spalancate chiunque sia in cerca di ristoro e le cui fattezze ella stessa ha indicato millimetro per millimetro agli artisti che le hanno scolpite, lo è la sterminata spianata circondata da edifici che ella ha voluto, lo è la Chiesa che dall’esterno ti sembrava convenzionale e di stile composito, ma che ti si apre in ogni centimetro quadrato come illuminata da un quinto evangelio senza spazio e senza tempo in cui non v’è nulla di superfluo, di lezioso, di non indissolubilmente legato alla vita di questa straordinaria madre di carne che ci ha additato e ci addita senza sosta la Madre Celeste. Una chiesa che ti affascina e ti conquista, persino nella sua attesa luminosa e sorridente di quella consacrazione che ormai  attendiamo come un imprimatur di una storia senza confini e senza barriere.

   La fase nuova e più importante del processo di beatificazione si apre allo scadere di appena quattro anni dall’inizio della fase diocesana, preceduta da un tempo controverso durante il quale il pastore della Chiesa locale, con alcuni provvedimenti accolti con obbedienza dalla Fondazione voluta dalla stessa Natuzza, ha proclamato con intelligenza  nei fatti e negli atti l’appartenenza di Natuzza alla Chiesa Universale. Un'appartenenza indubbia, anche se vissuta e germogliata una realtà locale, quella di Paravati e quella della Fondazione "Cuore Immacolato di Maria" che tuttavia ha tanto operato in modo quasi miracoloso per la costruzione di quanto oggi si vede e si tocca e si avverte spiritualmente a Paravati. 

      Natuzza donna della Chiesa! Senza alcun dubbio!
    Natuzza ormai  riconosciuta dalla Congregazione per le cause dei Santi meritevole della fase centrale del processo di beatificazione per la quale questa terra malgrado tutto  benedetta è prodiga di preghiere e di acclamazioni incessanti.

domenica 24 marzo 2019

LE CAMPANE E LA FIERA DELL’ANNUNZIATA IN OPPIDO DI CALABRIA

 UNA SUONATA A QUATTRO MANI
di Giuseppe Pignataro
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   Sembra appena ieri, ma sono passati  ben oltre  quaranta anni, da quando il canonico Giuseppe Pignataro – la cui grande memoria è stata troppo presto archiviata - pubblicava, nel lontano 1975, col titolo “Le campane e la fiera di Marzo”, questo  stupendo reportage dalla celebre fiera dell’Annunziata in Oppido, ridando vita e colore ai suoi ricordi e a quelli del suo concittadino e compagno di memorie e di visite tra le bancarelle, Peppino Feis. Ricordi risalenti certamente ad anni ancora precedenti che ci restituiscono intatta la fiera di almeno sessanta o settanta fa, quando essa era concretamente funzionale alla realtà di un centro della Piana – Oppido Mamertina – faro reale  di cultura, di religione e di sanità per tutto il Comprensorio, ma anche vitalissimo centro agricolo , artigianale ed economico e quando le processioni non erano ancora relegate a ruoli di bastoni o di carote. Una fiera, una festa, non sganciate dal territorio né posticce, ma reali interpreti delle molteplici vocazioni del luogo che le esprimeva e alle quali accorrevano migliaia di persone dai centri circonvicini e  da quelli più lontani intonando umilmente il canto che qui ci ripropongono la voce e l'arte di Salvatore Rugolo, a sua volta oppidese.
   La prosa pulita e corposa del canonico Pignataro, qui come  nei suoi magistrali scritti storici, resta di un’eleganza e di una fluidità insuperate e insuperabili, tanto che ad essa potremmo approssimare solo qualche pagina dei più grandi scrittori e giornalisti toscani del Novecento (…penso almeno a Papini, a Palazzeschi, a Soffici e a pochissimi altri, anche posteriori). (Bruno Demasi)

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   Le campane, unico superstite del tempo trascorso tra sventure ed entusiasmi, ci accolsero quel 25 Marzo sbrigliandosi con le loro voci di festa. Avevano atteso per tanti anni quel ritorno di santi e di uomini cercatori di Dio. Si erano sempre considerate elemento complementare della liturgia. Ma quei giorni di marzo le campane si erano prese la prima parte: e se ne vide il risultato. Ai loro squilli spuntarono da tutti i punti dell’orizzonte, come ai tempi antichi, i fieraioli della nostra infanzia con allegri sonagli e trombette e grida di festa. Mi trovavo in compagnia di un amico e ci recammo a visitare, com’era d’obbligo per i paesani, la grande agorà del Winspeare e del Lavega (La piazza grande progettata dai due grandi ingegneri cui si deve l’assetto della nuova Oppido. N.d.r.); da quel luogo un immenso bazar dilagava lungo l’asse principale – il rettifilo – e le adiacenze dell’abitato.
   La mattinata di marzo lo consentiva: la giornata era tenera come la più bella della primavera. Era dunque con me l’amico che aveva gran voglia di chiacchierare e di girare: gli proposi che insieme si pigliasse visione della fiera “visitamu ‘a fera”. Toccò a me coordinare le comuni impressioni e dare il testo di questa suonata a quattro mani.
   Gli “stands” della dolce ghiottoneria erano i primi a funzionare; ospitavano vere pasticcerie per soddisfare la gola più o meno esigente degli aristocratici e dei frantoiani e dei professionisti più in auge. Questi posti di vendita erano protetti da teloni e formati da impalcature variamente solide e grandi a seconda della ricchezza delle merci esposte. Aree abbastanza vaste venivano occupate dalle terraglie:” pignati, bumbuli e quartare e graste” oltre che dalle lattonerie degli stagnini oppidesi, gente estrosa capace anche di fare abiti di latta. Costoro cercavano di fare concorrenza ai ceramisti fabbricando: pentolame, bricchi, caffettiere, orci, coperchi, il tutto di latta, fino alla serie d’imbuti, grattuge, lanterne: alcune di queste lanterne col tetto piramidale e scaglioso parevano la casetta a vetri di una fata. Gli affari andavano bene per tutti i partecipanti, molti dei quali arrivavano da lontano.

  Era roba da consumo che si portava in fiera.
   Tra coloro che aspettavano con più ansia l’arrivo della fiera erano le ragazze da marito, dalle quindicenni in su. Si facevano i grandi acquisti di “pentinella”, quel genere di filato che serviva a confezionare la “tela di casa” alle maestre di telaio nei lunghi e caldi pmeriggi d’estate, una tela indistruttibile da lenzuola che da principio greggia e ruvida, a furia di ranno e sapone, diveniva candida e carezzevole.
    Davanti al banco di vendita, per le compere si presentavano le donne più intenditrici del casato, nonne e zie, oltre alle più dirette interessate, la sposa e la madre, che era quella che teneva la borsa del danaro, cioè il “gruppo” col fazzoletto sprofondato dentro la sacchetta della seconda sottana, o più al sicuro in mezzo ai seni; giusta l’uso della casta cui apparteneva. Infine quando l’affare si era fatto, tutto calcolato con tanto d’occhi aperti, i denari sborsati con la medesima vigilanza, coi grandi fagotti issati sul capo, una dietro l’altra in fila indiana, le donne del casato facendosi largo a falcate di fianchi, tagliavano la folla per avviarsi alle loro case, e Dio sa come erano superbe e soddisfatte. E le file delle portatrici come mitiche canefore erano tante e tante. Il “damasco” è uno degli accessori molto importanti nell’ambito delle costumanze oppidesi. Per la sua scelta interviene la sarta di famiglia, e le sposine ci tenevano non poco a farsi accompagnare da colei che le avrebbe drappeggiate nel loro abito da sposa il giorno che si fossero presentate all’altare.
    Ed ecco gente che procedeva all’acquisto dell’oro per la sposa. Tra gli orecchini e gli anelli,

oltre alle fedi, c’era di quelle donne che si permettevano la spesa del “brilloccu”. E’ questo un pezzo di oreficeria che ha quasi un potere magico: sembra che esso preservi casta la sposa. Era uno spillone di oro massiccio senza pietre preziose, eseguito in stile barocco, che le donne usavano appuntarsi al corpetto, attillatissimo e chiuso in canna, all’altezza della gola sul pistagnino del colletto.
    La spesa dell’oro, il costo del “brilloccu”, erano sostenuti dal fidanzato.

   Ancora un tipo di merce ricercata erano le ramerie: bracieri, paioli, casseruole di ogni tipo. Questa merce veniva esposta nei bassi e vi rimaneva finita la fiera. Costava molto e sollecitava agli acquisti non solo i nubendi ma le cucine di ogni casa oppidese, anche la più misera.
    Le telerie esposte non avevano numero. Cataste di “balle di tele” sparivano da un’ora all’altra. Il centro dell’agorà era come sempre riservato alle telerie, ai filati,ai panni, ai tessuti. Un posticino modesto occupavano i venditori di sementi: nei saccolini di tela bianca rimboccati, i semi venivano esposti rotondi come occhi di pernice, piatti come strani rincoti vegetali, più minuti di un granello di polvere, erano venduti ai contadini per la seminagione negli orti: i saccoli portavano ciascuno, parati tra le sementi, dei nodi di canna trasformati in misure.
    Pochi, ma c’erano, i venditori di cuoio nostrano per le cioce da pastore. Esponevano lungo il

rettifilo accanto alle oleografie sgargianti di Madonne, piamente inclinato il volto, e di Gesù Cristo paziente dalle carni lacerate orride di sangue. Su i marciapiedi rigurgitavano le ferrarecce: utensili, roncole, arpe per la mietitura, accette, zappe. Nè minore era la presenza delle scarpe grosse schierate con un certo ordine.
    Sorgeva in soprannumero delle taverne paesane in uno scantinato qualche osteria improvvisata. E in qualche cantuccio bollivano i sanguinacci pizzicanti di pepe nero; ne gustavano molti leccandosi le dita.
    Tipici fieraioli sono stati sempre i “nzuiari” e i venditori di cavallucci e ceci abbrustoliti. Anche quella volta non mancarono a prender posto come d’usato: in attesa, alcuni, dei clienti. ”U nzuiu”, il dolce popolare ottenuto con l’impasto azzimo di farina e miele, si era esibito in piazza, sicuro del suo credito, nella foggia delle forme tradizionali: S, pesce, paniere, cavallo, cuore, e quest’ultimo, per le fidanzatine, guarnito di stagnola colorata, tanto che spiccava tra quella pasticceria.
    Graziosi ancora si potevano definire i cavallucci di caciocavallo per la snellezza, lo slancio, le giuste proporzioni con cui erano confezionati e i fiocchi di lana verde e rossa che simulavano il loro basto e la loro criniera. I ghiottoni di piazza facevano a gara a divorare nel minor tempo un cavalluccio senza alcun aiuto delle mani. Si levavano le stecche di canne che tenevano disteso il cavalluccio e si legava al suo collo la lunga corda di cacio che costituisce gli arabeschi della sua guarnizione e poi la s’imboccava al contendente che doveva ingoiare il cavalluccio traendoselo in bocca dalla funicella di cacio, senza che il boccone cadesse per terra. Il vincitore si godeva il pasto, e il compagno pagava.
    Chi vende “nzuji” delle volte vende ceci abbrustoliti e fave arrostite. Grande è stato sempre il consumo di questi cereali che cotti vanno bene insieme al vino. Noi girammo per la fiera e ne vedemmo offerti all’Annunziata al passaggio della statua. Pugni di ceci sventagliarono per l’aria quasi per una strana seminagione: ne caddero sul manto azzurro della celeste Patrona cui era diretta l’offerta e a quella umile pioggia tinnì di soprassalto la grande raggera del fercolo trionfale.

    Dopo il giro di rito seguendo i foresi cicalanti e i forestieri tronfi di aver visitata la grande fiera “d’a Nunziata” potemmo tornare il piazza dove intorno a delle semplici girelle i ragazzi rischiavano i loro quattrini. 
    L'indomani  il mercato veniva riservato ai cittadini.
    Quel giorno, si nota per la cronaca, era il 25 marzo e non spirava vento.
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P.S. L’amico a me associato nella visita alla fiera è un oppidese: Giuseppe Feis. Artigiano un
tempo, oggi appassionato agricoltore in Toscana, è stato sempre scrittore affettuoso di cose nostre e alla sua attività letteraria non sono mancati significativi riconoscimenti. Aveva un certo diritto ad essere portato in questo libretto di memorie della SS. Annunziata. Giovane ancora, Giuseppe Feis, quando la sua famiglia gestì il magazzino della nostra Madonna, ebbe particolare cura della contabilità di quella istituzione cooperativistica che si proponeva il sollievo materiale della povera gente nell’acquisto dei generi di prima necessità. Il Magazzino economico fu uno degli ultimi istituti in onore della Madonna Annunziata voluto dagli Oppidesi. Quando all’inizio del secolo (1900 N.d.r.) l’opera sorse, il sindaco del tempo, Avv. Vincenzo Genoese, si oppose a tutt’uomo alla sua istituzione e convenne in giudizio (1902) gli organizzatori della cooperativa. Per la storia furono chiamati a rispondere davanti alla legge:il canonico Giuseppe Maria Delfino, in qualità di direttore e il primo magazziniere certo Gargano. L’autorità giudiziaria, con dispetto del sindaco laicista, mandò prosciolti gli accusati, lasciandoli liberi nello svolgimento della loro iniziativa.(Giuseppe Pignataro)
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mercoledì 6 marzo 2019

LA CROCE E LE CENERI NELLA TENDOPOLI DI SAN FERDINANDO

                                di Bruno Demasi            


    Cosa resta stasera, oltre alle ruspe che rimuovono e seppelliscono tutto, della tendopoli di San Ferdinando appena sgombrata ? Quella tendopoli, diventata nel tempo una sterminata baraccopoli nella quale per almeno quindici anni si è consumata sotto gli occhi di tutti, persino di quei benpensanti che si sono accorti della sua esistenza soltanto dallo scorso giugno in poi, una delle più clamorose ecatombi di carne umana proveniente dall’Africa che la storia recente d’Italia ricordi: morti bruciati, uccisi in scontri a fuoco o volutamente presi a bersaglio inerme, investiti per caso o per calcolo da automezzi fantasma, malati di Aids, di tubercolosi polmonare, di gravi MST, di freddo, di fame, di dissenteria, di patologie sconosciute o non accertate? Un rosario lunghissimo di cadaveri di cui pullulano i cimiteri della Piana che frettolosamente di volta in volta, per pietà o perché costretti, hanno accolto questi sacrifici umani tracciando sul cemento grezzo che sigilla questi corpi appena un nome e dei precari riscontri anagrafici, spesso tutti da accertare.
    Stasera restano soltanto due segni, enormi, eloquenti, che però qualcuno sicuramente continuerà a considerare melensi e sentimentali, banali.
   Il primo è  una rozza croce di legno intorno a cui in una capanna-chiesa, costruita con le loro mani  insieme alla stessa croce, si radunavano nelle domeniche senza luce di questo orrendo ghetto alcuni Africani cattolici per la celebrazione della messa o della preghiera (fin quando è stata autorizzata). Una croce che oggi, durante lo sgombero frettoloso e improvviso alcuni di loro non hanno abbandonato alle ruspe, ma hanno preso sulle spalle e hanno portato nella chiesetta del Bosco di Rosarno per consegnarla a don Roberto. 


    A lui , che in questi anni ha visto e vissuto di tutto , è stato anche consegnato il secondo segno, un sacchetto di cenere prodotta dall’ultimo incendio nella tendopoli nei giorni scorsi, bagnata e impregnata idealmente del sudore e del pianto di tanta gente con la quale stasera , nel giorno dedicato alle Sacre Ceneri, nella stessa chiesetta è stato celebrato il rito di imposizione che la Chiesa ci offre ancora malgrado tutto, malgrado i silenzi pesanti quanto macigni di chi invece avrebbe dovuto parlare, malgrado le parole di circostanza sprecate a fiumi da chi avrebbe dovuto soltanto tacere, malgrado la paura di questi morti ingombranti, di tanta fame mai appagata da nessuno, neanche dai Samaritani di mestiere o dai filantropi di circostanza autoeletti santi, almeno per definizione.



    Qualcuno potrebbe pensare che nel trambusto di oggi, nella fretta ossessiva con cui la baraccopoli è stata sgomberata dando appena il tempo ad alcuni disperati di salvare qualche masserizia e di ricoverarla in luoghi di fortuna, nell’affanno di radere al suolo tutto e di purificare con l’opera delle caterpillar tutto ciò che nemmeno il fuoco era riuscito a purificare, ci sia stata una regìa quasi divina proprio nel giorno in cui inizia la Quaresima 2019, sebbene l’ordinanza di sgombero sia stata emessa dal Comune di San Ferdinando addirittura il 27 febbraio scorso, addirittura 9 giorni fa, durante i quali le operazioni convulse effettuate oggi sia sarebbero dovute e potute pianificare, effettuare in modo parcellizzato e mirato senza exploit che fanno bene solo a chi anche da queste situazioni spera di ricavare consensi elettorali.
    Per San Ferdinando, Rosarno, la Piana, la Calabria intera tuttavia la giornata dedicata alle Sacre Ceneri è talmente dura e difficile quest’anno che sarebbe abominevole pensare che anche Cristo, quel Cristo vivo e presente nella storia di tutti, ma soprattutto degli umili e degli ultimi, abbia abbandonato alla loro sorte infelice centinaia di corpi dagli occhi spenti che stamane all’alba si son visti mandar via dai loro orribili tuguri di freddo e immondizia nei quali molti di loro hanno trascinato la loro vita di stenti sotto lo sguardo indifferente di decine di governi dimentichi della loro sorte subumana.



    Cristo è sicuramente ancora con loro, in quell’abbozzo di Croce che da stasera è su una parete di quella povera chiesa di campagna, in quel mucchietto di cenere intriso di sangue e di paura di cui stasera è stato imposto un pizzico prezioso sul capo di chi è stato presente a condividere in questa tremenda giornata una preghiera muta e dolorosa. 
    Non so invece quanto Cristo sia ancora con noi che, al di là delle nostre filippiche e delle nostre opinioni di gente perbene e paladina del Bene, oggi abbiamo iniziato la nostra rituale Quaresima tra le comodità e le certezze di sempre, nei silenzi colpevoli al posto delle poche parole che andrebbero dette, nelle troppe parole seminate al vento al posto dei molti  silenzi  che andrebbero rispettati.

venerdì 22 febbraio 2019

CHI HA PAURA DI BECKY MOSES ?

di Bruno Demasi


    Tra i morti, bruciati, massacrati di botte o di fatica , investiti con automezzi dai giovinastri del luogo per gioco o cecità o semplicemente lasciati morire di fame o di freddo nell’inferno della tendopoli di San Ferdinando il nome di Becky Moses risuona ancora, persino dopo pochissimi giorni dall’ennesimo rogo delle baracche di carta e di plastica, sulle bocche e le penne pulite dei giornalisti di costume come su quelle, sporche e spesso sanguinolente, della gente della tendopoli.
    Becky è rimasta simbolo caparbio delle contraddizioni enormi che contrappongono ( ma è solo la solita sporca posa di sempre) i ghigni perbenisti di chi sputa su questa gente e urla per mandarla via e le lacrime insipide miste ad accuse arroganti dei buonisti di mestiere che difendono a volte a spada tratta la fabbrica del business sulla pelle degli immigrati.
   Becky è lo spartiacque tra i generosi di mestiere, i vari papà o mamme Africa che trasudano altruismo esteriore e intima strafottenza verso questa gente , le mille anomalie sorde e cieche delle istituzioni, il silenzio operoso e misconosciuto e spesso avversato dei samaritani senza nome, come qualche sacerdote ossuto e dimenticato, che lavano ferite col loro stesso vino e non chiedono nulla in cambio, neanche l’approvazione silenziosa di chi urla contro il razzismo di ritorno, ma prova nausea ed orrore persino ad avvicinarsi ai “fratelli africani”.

   Era nata in Nigeria nel 1992 Becky Moses e dopo 24 anni di miseria e paure, dopo anni di desiderio di fuggire, di sfruttamento e di umiliazioni terribili era riuscita a mettere insieme le migliaia di dollari necessari che l’avrebbero portata in Europa attraverso un imbarco per ottenere il quale aveva dovuto sottoporsi senza fiatare alle angherie e alle voglie sporche di decine di bestie travestite da esseri umani. Unico conforto per lei la lettura della Bibbia che uno dei tanti pazzi della st5oria, un missionario di frontiera le aveva fatto conoscere da bambina.
   E finalmente il lungo viaggio dal golfo di Guinea fino alla costa libica, la permanenza in un nuovo orribile ghetto e alla fine del 2015 la traversata, il rituale del naufragio, nel quale perde persino la Bibbia, quello del salvataggio da parte delle nave umanitaria con equipaggio stipendiato, lo sbarco sulle coste calabre , la prima accoglienza, l’invio dalla Prefettura di Reggio Calabria nel CAS ( Centro di Accoglienza Straordinario) di Riace.
    A Riace, in attesa del permesso di asilo umanitario rimane due anni ricevendo il pocket money giornaliero di 2.5 euro, mentre alla cooperativa che la prende in carico la Prefettura invia altri 32.50 euro al giorno. Nei due anni della sua permanenza la cooperativa riceve per lei dallo Stato la cifra complessiva di 25.500 euro, ma sono in parecchi a dire , riferendosi alle intercettazioni disposte dalla Procura di Locri, che Becky, indotta di suoi connazionali nigeriani e incalzata dalla necessità di racimolare qualcosa da mandare a chi ha lasciato in Nigeria è di fatto costretta a continuare a prostituirsi con i vecchi laidi della zona anche durante il suo soggiorno nel Cas, . E la sera purifica lo sporco che si sente addosso continuando a leggere, malgrado tutto, quella Bibbia che l’affascina, la sposta in un modo di Bene, la salva… 

   A dicembre 2017 riceve il diniego alla richiesta d’asilo. E il 03/01/2018 termina per lei inesorabilmente l’accoglienza in quanto, non ricevendo più la dote di 35 euro al giorno, a Riace  non riescono più a dare asilo a Moses.
   Non sapendo dove altro andare, Becky , con una dote di effetti personali contenuta in un piccolo zaino e la sua bibbia in tasca finisce immediatamente e inesorabilmente nel giro della prostituzione che la porta alla tendopoli di Rosarno, dove trova posto solo nella baracca di carta e di plastica di una vecchia prostituta gravemente ammalata, alla quale incomincia a curare le piaghe nauseabonde con amore e generosità. La sera però legge un brano della Bibbia ad alta voce per farsi sentire dalla sua coinquilina e piano piano, di sera in sera, si accorge che a uno a uno si radunano davanti all’apertura della baracca vari ospiti della tendopoli desiderosi di ascoltare dalla voce di una di loro la Parola e il breve commento che Becky ne fa alla fine. Una catechesi intrisa di lacrime, sospiri, sensi di colpa, paura, nenie ataviche cantate senza parole e comprese da tutti. 

    L’11 gennaio 2018 festeggia il suo ventiseiesimo compleanno e il 27 gennaio muore tragicamente nel rogo, uno dei tanti della baraccopoli, mentre fa di tutto per portare in salvo dalle fiamme la vecchia coinquilina malata Almeno questo è la prima versione della storia. Ma forse non è andata esattamente così!
    Le indagini che nel corso di un anno sono state effettuate attestyerebbero invece che Becky probabilmente era stata uccisa prima, forse per errore, forse per impedirle di rivelare qualcosa , dai suoi violenti connazionali, e l’incendio successivo era arrivato propizio per nascondere le tracce dell’omicidio.
    Dicono che dopo gli accertamenti del caso da parte della Legge, chi ha composto i resti nella bara comprata anche con una delle tante raccolte di denaro effettuate in silenzio ha inserito tra le mani bruciacchiate e scarne di Becky (Amina per gli ospiti della tendopoli) una piccola Bibbia. Ma la bara, prima aperta a disposizione delle Autorità, poi finalmente sigillata è rimasta per quasi sei mesi senza sepoltura: nessun sindaco, nessun comune la voleva nel proprio cimitero!
    E’ stata poi sepolta a Riace, dove Mimmo Lucano con la pietà dei vinti  ha reperito un loculo per lei nel giugno dell’anno scorso dopo una messa celebrata in un caldo afoso nella cappella del cimitero da un prete africano,alla presenza dello stesso sindaco e di poche altre persone… 

    Una storia banale, come tante, tantissime che colorano di rosso e di nero gli orizzonti di questa terra che non sa e non ne vuole sapere del dolore altrui, una terra che però a parole ha tanti partigiani e mestieranti del Bene, dell’altruismo, tante copertine, tanti blasoni al valore della solidarietà  di mestiere...
    Ma Becky Moses è l’emblema delle nostre coscienze, è il paradigma contraddittorio e complesso di una storia che non possiamo fingere di non vedere quando non ci riesce di utilizzarla “contro” qualcuno.
   E nel bene e nel male con lei, come con le nostre paure,  dobbiamo fare i conti. Tutti!