domenica 28 gennaio 2018

LA CATECHESI TRA LE FIAMME DI AMINA


di Bruno Demasi
    La chiamavano tutti Amina, anche se il suo vero nome era un altro, quello che ella sognava d vedere scritto sul permesso di soggiorno che aspettava con ansia dalla questura di Reggio Calabria. Quel permesso che non arrivò mai, neanche al termine del suo inserimento nel progetto lavoro a Riace durante il quale aveva dato il meglio di se stessa per dimostrare che una donna africana quando si mette di impegno sa fare meglio di quanto gli altri si aspettino.
    E dalla sera alla mattina si era ritrovata senza un alloggio, senza una sia pur misera fonte di sostentamento, come quando qualche mese prima era giunta in Italia attraverso l’oltraggio dei barconi, le urla dei procacciatori di soldi e di morte, l’indifferenza della gente. 


    L’approdo alla baraccopoli di San Ferdinando era stato la tappa obbligata per chi non aveva più niente, in quella terra di nessuno dimenticata da Dio e dallo stato italiano affaccendato a tenere ferma la gente in fuga sulle coste della Libia, nei lager e nelle fosse comuni di cui ormai rigurgitano maleodoranti le rive africane del Mediterraneo. 

    E nella baraccopoli di San Ferdinando Amina ha incontrato nell’ordine: il freddo delle notti gelide di dicembre e gennaio, la fame, il sonno impossibile, l’odore nauseabondo della carne viva che imputridisce in silenzio, la carne della povera prostituta nigeriana malata di Aids vicina di baracca, cui ella somministrava i farmaci recati in silenzio da don Roberto, a sua volta abbandonato da tutti, dopo averla pulita e aiutata a nutrirsi... E attraverso la carne di quella donna divorata dall’ Aids Amina ogni giorno ritrovava Dio e la sua voglia di catechizzare annunciando l’amore di Cristo senza stancarsi. 

    Una catechesi che ormai in tanti attendevano ogni sera, pronunciata senza schemi e senza parole ridondanti, spesso fatta solo di gesti: Cristo nelle baracche costruite addosso alle vecchie tende di San Ferdinando non ha bisogno di giri di parole né di richiami a versetti biblici e men che mai di azzimate locuzioni latine ancora tanto usate dai pulpiti di certe chiese… 

    Una catechesi che non si stancava di sfidare il freddo, la fame, i morsi dolorosi della carne infetta, le bestemmie degli alcoolizzati della tendopoli e nemmeno le urla di disperazione o gli atroci silenzi di chi sa di essere condannato…
    Una catechesi vivente  bruciata dal fuoco due notti fa , distrutta dalle urla di chi attraversava le fiamme per porsi in salvo, mentre lei, Amina, dopo aver cercato di soccorrere chi non ce la faceva a correre, si ritrovava improvvisamente a terra avvolta dalle fiamme.

    Una torcia umana d’amore destinata ad essere dimenticata da tutti. Un altro raccapricciante esempio della barbarie in cui siamo caduti in questo lembo di terra che tra tante parole e promesse inutili ha dimenticato Dio e la Croce, ormai sparita anche dalle facciate delle nuove chiese.

domenica 24 dicembre 2017

QUEL GELIDO, TORRIDO NATALE PER LA CHIESA LOCALE E PER LA PIANA DI GIOIA TAURO

di Bruno Demasi
     Se non ci fossero loro, i poveri, gli ultimi con le loro mute implorazioni d’aiuto e i loro mesti sorrisi, a riscattare la Chiesa e la società di questa Piana sempre più nemiche di se stesse, se non ci fossero ancora quei pochi che in silenzio nella Chiesa locale danno quotidianamente la vita per gli altri senza ambizioni di potere e senza contorcimenti mediatici, sarebbe un altro Natale da chiudere subito in freezer dopo aver strappato dal suo involucro e gettato via etichette ridondanti e inutili, quasi sfacciate.
    Sono loro, i poveri venuti dall'altra parte del mare e i poveri cresciuti in silenzio nei nostri paesi, che ci richiamano alla realtà nel turbine di questa terra , ormai ubriaca del suo niente quotidiano, e di questa chiesa locale sporcata da annose lotte intestine davanti alle quali impallidiscono, anche se non passano certo in secondo piano, persino le turpitudini più impensabili. 

    Sono loro il nostro specchio, la nostra pietra di paragone , le loro natività sui barconi di cui non parlano più i tiggì  o nelle tendopoli vecchissime e nuove dove i vertici prefettizi tollerano la compresenza di lager di seria A, B e C...  Loro che mancano di tutto , ma non del rispetto e della condivisione silenziosa della loro povertà senza confini, loro che ci insegnano a pregare in silenzio nel chiasso mediatico al quale sono stati dati in pasto la nostra società e la nostra chiesa locale, la nostra gente, persino i nomi dei nostri paesi.
     Ancora un Natale nella gogna, nella vergogna del rimpallo di responsabilità , nelle dita puntate ora contro questo ora contro quello, nell’oblio totale del nostro essere civili, della nostra fede, persino del nostro essere stati storicamente, se non culturalmente, cristiani. 

    E di quale cristianesimo vogliamo parlare noi che lasciamo abbandonata per le strade tanta gente che muore,  tra le luci pacchiane del natale più becero, tra i presepi senza anima che adornano le nostre case e le nostre chiese sempre più ridotte a fortilizi chiusi in se stessi, prive all'esterno - e non a caso -  di un sia pur minimo segno cristiano che le distingua dai bunker, a simboleggiare la chiusura totale di questa chiesa verso l'esterno, tra gli auguri patinati, le feste, le cene,  i convegni, i concerti, le occasioni mondane create per gettare fumo negli occhi alla gente e mascherare inadempienze di ogni genere?
    Di quale misericordia e di quali porte che si aprono vogliamo ancora predicare, laici o meno, sempre pronti a seminare veleni, pizzini, sussurri, giudizi, accuse, ma sempre prontissimi ad apparire addetti ai lavori e buoni cristiani?
    Buon gelido e torrido Natale a tutti!

sabato 16 dicembre 2017

Echi dell’antica novena natalizia: IL CAFFE’ CON L’ANICE

   di Umberto Di Stilo
    Lo stupore antico con cui si attendeva il 16 dicembre per l’inizio della novena di Natale si coniugava - e si coniuga ancora nel ricordo - con piccoli gesti, consuetudini ripetitive e mai stanche, quali l’uso - o la fortuna per chi poteva permetterselo - di ristorarsi a una tazza di pseudocaffè in un dopoguerra di freddo e di povertà che sembrava non voler finire mai.
    E’ proprio parlando del caffè che Umberto Di Stilo ricompone ancora una volta una storia minima dai contorni amari, ma conditi dalla grazia , della semplicità, dal calore dei gesti antichi, delle ritualità misurate che scandivano le freddissime mattinate aspromontane subito prima e subito dopo la messa dell’aurora in attesa del Santo Natale.
    Una pagina struggente e magistrale, tratta dall'altrettanto commossa rievocazione "Il mio Natale" di chi , come Umberto Di Stilo, padroneggia la prosa senza costruzioni immaginifiche e la piega ai sentimenti in maniera del tutto naturale . (Bruno Demasi)
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    Ci sono sapori che, conosciuti e gustati negli anni dell'infanzia o dell'adolescenza, si continuano a sentire per tutto il resto della vita come se fossero rimasti ben impressi nel palato.
     Per me, uno dei tanti, è quello dell'anice.
     Beninteso, non il sapore dell'anice asciutto. No. Quello allungato nel caffè.
    Questo sapore dolciastro e forte, ancora oggi che gli anni fanno sentire sempre più il loro peso, mi richiama alla memoria il Natale dell'infanzia, quando vuoi per i tempi di estrema crisi, vuoi per l'età, bastava poco per solennizzare una festa e per differenziare la ricorrenza dalla grigia monotonia quotidiana. Monotonia anche nei cibi giacché, allora, sulle parche mense dei galatresi, si poteva trovare solo qualche saporito piatto di legumi con la pasta o qualche semplice pietanza a base di verdure. Quasi sempre selvatiche.
    L'anice, dunque, mi ricorda il Natale degli anni del secondo conflitto mondiale e di quelli dell'immediato dopoguerra, quando ogni mattina, rientrando a casa dalla chiesa dove, con profonda devozione e in compagnia di tantissimi amici, coetanei e vicini di casa, mi ero recato ad ascoltare la messa “ante lucem” dei giorni della novena, trovavo mia madre intenta a preparare il caffè che poi, sistematicamente, a tutti i componenti la famiglia porgeva da bere abbondantemente corretto con l'anice. 

    Questo liquore aromatico serviva a dare sapore ad una bevanda quasi completamente priva di caffeina perché ricavata dalla miscela di tantissimo orzo e da una assai limita quantità di caffè brasiliano, acquistato crudo e poi tostato in casa.
    Quello era il “caffè” della festa dicembrina e, tutti, attendevamo di berlo con ansia; la stessa con cui aspettavamo il Natale, quasi che la quotidiana consumazione di quella bevanda aromatizzata dall'anice, di per sé, costituisse una solennità.
   Mio padre, che pure era astemio, pretendeva che nelle mattine della novena e poi, via via, fino all'Epifania, tutti in famiglia -lui compreso- bevessimo il caffè con l'anice. E il gradevolissimo e caratteristico profumo, si spandeva per tutta la casa, impregnando anche i nostri indumenti.
    Allora il caffè si preparava “alla turca”. Nell'apposita caffettiera smaltata - un bricco col beccuccio ricurvo che mio padre aveva portato dall'Argentina - la mamma faceva bollire dell'acqua e, appena la vedeva gorgogliare, versava alcune cucchiaiate di caffè macinato e rimestava con cura.
    nPoi, dopo alcuni minuti, quando la polvere nera si era completamente depositata sul fondo del recipiente e l'acqua aveva assunto una colorazione assai vicina al nero, la calda bevanda veniva versata nelle tazzine. 
    Solitamente, nella maggior parte delle famiglie, il caffè veniva preparato in un comunissimo tegamino. Per questo ricordo ancora l’espressione di sorpresa e di meraviglia che, negli anni del secondo conflitto mondiale, quando Galatro fu pacificamente preso d'assalto da centinaia di famiglie giunte in paese per sfuggire ai rischi della guerra, lessi sul volto di un’anziana signora di Rosarno allorché vide che in casa mia la scura bevanda, da qualche mese, veniva preparata in una speciale caffettiera costruita artigianalmente dallo stagnino Settembrini di Laureana.
   Era il prototipo di quella che poi, un po' ovunque, sarebbe stata conosciuta come la “napole-tana”. E fu proprio grazie a quella che genericamente fu chiamata “macchinetta per il caffè”, che la nera bevanda acquistò un aroma particolare, sicuramente più intenso e più corposo, e nella tazzina non furono più visibili i residui della polvere di caffè; la “posima”, com'era definito lo specifico sedimento nel nostro espressivo dialetto.
    A quei tempi, per ottenere un poco “d’acqua calda nera” (come veniva bonariamente definita la bevanda che sapeva di tutto, tranne che di caffè...) nelle famiglie fu sperimentato ogni tipo di surrogato. Oltre alla cicoria ed ai ceci ci fu chi fece ricorso ai lupini ed ai legumi e chi, ancora, tentò di ricavare caffè anche dalle ghiande spezzettate e tostate. Nulla, insomma, proprio nulla, fu tralasciato per cercare di ottenere quella polvere dalla cui infusione, in acqua bollente, si potesse ricavare una buona bevanda nera. Tutti i tentativi fallirono. Ciononostante non essendo reperibile, neppure a pagarlo a peso d’oro, un po' di caffè, anche sorseggiando quell'acqua calda, nerastra ed insapore, gli incalliti bevitori avevano la fugace illusione di sorbire una tazzina della loro bevanda preferita. 
    In quegli anni per molte famiglie anche l‘orzo rappresentava un lusso, nonostante fosse facilmente reperibile in quasi tutte le masserie dell’altipiano di Castellace, di Salice e di Santa Maria. Quasi completamente impossibile, invece, era trovare un po' di caffè, brasiliano o dominicano che fosse.
     Per quel poco che arrivava bisognava essere grati ai “contrabbandieri” della zona o a qualche abile concittadino che, biascicando un po’ d'inglese, riusciva a procurarlo barattando prodotti locali con quei soldati americani che, dopo l’8 settembre, era facile incontrare nella zona portuale di Reggio ove, come nel resto d'Italia, ai bambini regalavano stecche di cioccolato e facevano masticare le prime “gimgomme” della nostra storia.
    In quello stesso periodo qualcuno dei commercianti riuscì a procurare ed a mettere in vendita un discreto quantitativo di caffè crudo e, quindi, ancora in grado di germinare. Andò a ruba e nel volger di una sola stagione, insieme ai classici legumi ed alle melanzane, in tutti gli orti del paese, rigogliose crebbero molte piante, assai simili a quelle del lupino, che, per la gioia dei loro proprietari, si caricarono di baccelli gonfi di chicchi arrotondati.
    Ci fu pure chi, non disponendo di terreno, le piantine le fece crescere accanto ai colorati gerani, nei vasi dei balconi e delle finestre, nella speranza di riuscire ad assicurarsi un po' di quei frutti giallognoli, che essiccati, tostati e macinati consentivano di preparare una “buona” tazza di caffè.
    L'anice non era difficile procurarlo. C'era la crisi, ma si trovava ugualmente. Per acquistarlo bastava recarsi nel negozio di “Pascaluzzo”[1] oppure in quello di Rocco Riniti[2], “’u potellu”, o di Don Alfonso[3], 'u magazzeneri.
    E se non c’era quello prodotto industrialmente e già imbottigliato, si poteva rimediare ricorrendo all’acquisto di una bottiglia d’alcool puro e di un estrattino di essenza di anice che, usati nelle giuste dosi e misti ad acqua ed a zucchero, consentivano di produrre in casa il profumato elisir, con lo stesso procedimento che abitualmente in occasione di matrimoni e particolari ricorrenze familiari, si usava per la produzione in proprio dell’ “alchermes”[4] e di tantissime altre varietà di liquori.
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    Veloci come in un sogno sono passati gli anni e le vicende connesse a quei difficili periodi dell’infanzia e della prima adolescenza che ora, anche nel ricordo, assumono i contorni della favola.
    Ora tutto è lontano e, dalle giovani generazioni il racconto degli avvenimenti legati a quel particolare periodo economico-sociale della nostra comunità, potrebbe essere scambiato per il frutto della fervida fantasia di un narratore. 
    Invece no, è tutto vero. Anche le difficoltà di approvvigionamento del caffè fanno parte di una pagina di storia vissuta in prima persona da quanti, come me, guardandosi allo specchio scoprono i loro capelli sempre più spruzzati dalla neve del tempo.
    Gli anni sono trascorsi velocemente; i vari “Pascaluzzo”, Rocco Riniti e Don Alfonso, da diverso tempo hanno definitivamente chiuso bottega e di loro non resta altro che il ricordo. Le mode, sempre legate al progresso di cui sono figlie naturali, hanno fatto registrare nuove usanze, nuove abitudini ed hanno relegato nel dimenticatoio tutto ciò che è appartenuto al passato. Comunque, anche se il tempo è volato via leggero come una piuma e i liquori di moda adesso hanno nomi stranieri, ancora oggi, in prossimità del Natale, avverto il bisogno di procurarmi una bottiglia d'anice.
    Sarò un inguaribile nostalgico tradizionalista, ma tornando dalla messa “ante lucem”, a cominciare dall’alba del sedici dicembre, mi piace allungare il caffè con l’anice ed abbandonarmi ad improvvisi tuffi nel mio passato ormai remoto.
    In cucina non trovo più la mamma che, premurosa ed attenta, si appresta a versare a cucchiaiate la polvere di caffè nell’acqua bollente.
    Ora, con altrettanta premura, ma utilizzando la “Moka” o altre sofisticate moderne macchinette, provvedono le figlie e la moglie. Sono io, però, che allungo il caffè con la giusta dose di anice perché, almeno in questi ultimi giorni dell'anno, mi piace tornare al sapore genuino di una volta; al sapore che al mio Natale dava quella calda e nera bevanda che oggi, psicologicamente, costituisce l'ideale ponte di collegamento tra il passato e il presente, tra l’infanzia e la maturità.
    In fondo, è forse per questo che continuo a bere il caffè con l’anice.
    Lo bevo con gusto. Ma, soprattutto, con un sempre più ritrovato e salutare trasporto infantile.
(Da: “Il mio Natale”, ed. Proposte, Nicotera, 2000).
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[1] Era conosciuto con questo vezzeggiativo il sig. Pasquale Salvatore Cannatà (23.12.1864 -2.2.1949) che, proveniente da San Giorgio Morgeto, aveva aperto a Galatro un negozio di alimentari con annessa cantina. Il negozio, ubicato all’imbocco di via San Nicola, continuò a chiamarsi di “Pascaluzzo” anche quando, dopo la morte del titolare, fu gestito dal figlio Rocco.
[2] Rocco Riniti (8.9.1885 – 16.9.1972) era titolare di un negozio di alimentari con annessa cantina, in via Garibaldi, a pochi metri di distanza dalla Chiesa del Carmine.
[3] Il sig. Alfonso Di Matteo (Londra, 25.7.1908 – Galatro 9.5.1983) nei primi anni trenta, quando per diverse diecine di giovani amalfitani i paesi della Piana diventarono meta preferita per i loro commerci, giunse a Galatro ove aprì un fornitissimo negozio di alimentari ( “‘u magazzeni”) con annesso forno, diventato ben presto punto di riferimento per tutti i cittadini.
[4] Liquore sciropposo a base di chiodi di garofano, cannella e noce moscata macerati in alcool, aromatizzati con vaniglia ed essenze di fiori: tipico per il colore rosso vivo (dato dal chermes, colorante ottenuto originariamente dal corpo essiccato di una cocciniglia ed oggi sostituito da un prodotto sintetico dello stesso nome). Fu molto di moda nell’ottocento. Oggi è ancora usato in pasticceria, specialmente per farcire torte.