domenica 26 novembre 2017

VERSO LA BEATIFICAZIONE DELL' APOSTOLO DI REGGIO E DELL’ASPROMONTE, MONS. FERRO.

di Bruno Demasi
     A poco più di otto anni dall’apertura (2008) della fase diocesana di beatificazione, si è svolto a Reggio Calabria sotto gli ottimi e fervidi auspici di Mons. Giuseppe Fiorini Morosini e con l’impegno dell’instancabile Mons Giovanni Latella, postulatore della causa, un convegno di grande spessore sulla figura e sull’opera di uno dei più grandi vescovi di Calabria, mons. Giovanni Ferro.
      Nato  nel 1901 a Costigliole d’Asti, morto nel 1992 nella sua amata Reggio, arcivescovo dal 1950 al 1977 della Città dello Stretto, ben a ragione è definibile anche come il Presule dell’Aspromonte non solo per essere stato dal 1950 l 1960 e successivamente, dal 1973 al 1977, vescovo di Bova , ma anche amministratore apostolico della diocesi di Gerace tra il 1951 e il 1952 e quindi dell’ originaria diocesi aspromontana di Oppido Mamertina che gli venne affidata dalla Congregazione vaticana nel gennaio del 1965 e alla quale, sul finire del 1967 egli stesso, dopo quasi tre anni di fervido governo, delegò Mons. Santo Bergamo, che consacrò personalmente vescovo agli inizi del 1970.
    La delega per la diocesi aspromontana affidata a Mons. Bergamo non costituì tuttavia il termine per le cure pastorali da parte di Mons. Ferro di questa minuscola e tormentata diocesi che Roma voleva cancellare dalla mappa delle diocesi italiane ed aggregare a Reggio Calabria – Bova. Egli infatti continuò a occuparsene con grande impegno. Tanto che anche negli undici anni che intercorrono dalla delega a Mons. Bergamo fino alla conferma e all’ampliamento dell’originaria diocesi di Oppido Mamertina, avvenuta nel 1979 col decreto apostolico “Quo aptius”, furono frequenti e incessanti le visite di Mons Ferro a Oppido e i suoi viaggi a Roma per riferire le angosciate richieste della gente oppidese che, non certo per motivi campanilistici, non voleva rinunciare alla propria antichissima sede diocesana, molto ben rappresentata dal garbo, dalla competenza e dall’alto spessore di fede di persone come il giudice Antonino Pignataro, i grandi sacerdoti don Formica, don Zappia, don Blefari, l’insegnante Mimma Sinicropi, il prof. Antonino Tripodi, i quali , senza grandi risonanze esterne, lavoravano in silenzio e nel rispetto assoluto delle prerogative vescovili. E Mons. Ferro, vero apostolo dell’Aspromonte, li assecondava con la stessa sollecitudine perchè si rendeva perfettamente conto di cosa significasse per questo territorio aspromontano perdere la sede diocesana e precipitare in una nuova barbarie. Più o meno ciò che si è verificato in passato quando si volevano chiudere a Oppido le scuole superiori o l’ospedale e si riuscì con sacrifici enormi a salvaguardarne la sussistenza e a rilanciarli, più o meno quanto si sta verificando oggi nel silenzio  della gente ormai incapace di indignarsi.

    Non è peregrino affatto pensare che una grande parte del merito per cui questa diocesi , non solo sia rimasta , ma dal 1979 in poi abbia aggregato a sé quasi tutto il territorio della Piana, sia da attribuire a Mons. Giovanni Ferro, il metropolita consapevole del proprio ruolo che non lesinò sacrifici personali enormi, ma neanche il carisma che egli esercitava sulle congregazioni romane dall’alto della sua enorme preparazione teologica e pastorale che non svendette mai in occasioni peregrine di esibizionismo fine a se stesso, ma coltivò con serietà e prudenza assolute in ogni occasione quotidiana del suo apostolato.
    La sua prima conoscenza delle variegate e depresse realtà dell’Aspromonte si esplica in buona parte durante gli anni durissimi del Dopoguerra, nei quali la mancanza quasi assoluta di strade, ospedali, scuole ( peraltro non molto dissimile da quella che stiamo vivendo oggi), l’emigrazione di massa rendevano i contesti e i contrasti sociali estremamente aspri. Il suo carisma somasco, tutta la sua persona apparentemente fredda, ma traboccante di carità, lo facevano schierare senza se e senza ma dalla parte degli ultimi e le sue visite agli ospedali, ai poveri erano frequentissime e silenziose. E come ogni sua celebrazione era improntata all’austerità asciutta e sublime di chi è consapevole del Sacrificio che sta celebrando senza indulgere mai verso scenografici abbandoni, altrettanto silenziosa e riservatissima era ogni sua forma di carità, e non solo nelle parole e nei proclami, ma nei fatti che ancora oggi parecchie centinaia se non migliaia di persone anonime potrebbero raccontare…

    Tratto distintivo della sua azione pastorale, oltre al garbo, alla parola fluente e decisa e mai ridondante, all’eleganza del portamento, connaturati al suo carattere e alla sua formazione ,che si esplicavano in modo austero e sobrio in tutte le occasioni, erano il coraggio e la chiarezza con cui era solito affrontare a viso aperto tutte le situazioni, persino quelle più difficili, senza il benchè minimo timore di urtare la suscettibilità o gli interessi di gr4uppi di potere, legale o illecito che fosse, molto arroccati al proprio tornaconto e alle proprie prerogative che non mancavano affatto nemmeno in quegli anni. E la stessa risolutezza paterna riservava ai suoi sacerdoti, specialmente a quelli più riottosi, nessuno dei quali comunque osava mai mettere in discussione la figura , il ruolo e le indicazioni del proprio Pastore. Altri tempi… 
   Credo infine non si possa trascurare un elemento che indica visivamente l’enorme apertura di questo grandissimo vescovo verso tutti: il suo modo di proporsi alla gente a braccia spalancate, il suo desiderio espresso in più occasioni che persino le chiese e tutti i luoghi di culto si aprissero anche architettonicamente verso il popolo di Dio secondo i dettami poi autorevolmente ripresi da appositi documenti del Vaticano II. Un po’ il contrario di quanto invece avviene oggi in alcune realtà locali con costosissimi fortilizi, impropriamente adibiti a chiese, significativamente privi di finestre e con le porte ridotte a feritoie…quasi a mostrare che la Chiesa in certi contesti sta indiscutibilmente subendo un pauroso processo di involuzione, forse di arroccamento in se stessa e di conseguente chiusura verso la gente e i suoi reali bisogni di aiuto e di rievangelizzazione.

sabato 11 novembre 2017

NDRANGHETA, MINORI E PEDAGOGIE MAFIOSE

di Maria Zappia
   Recentemente il Consiglio Superiore della Magistratura, riprendendo una buona prassi avviata dal Tribunale minorile di Reggio Calabria, ha sollecitato il Parlamento Italiano ( o quel che istituzionalmente ne resta) ad introdurre come pena accessoria del delitto associativo di stampo mafioso la vera e propria decadenza dalla potestà genitoriale, almeno nei casi di accertato coinvolgimento del figlio minore nelle attività mafiose del condannato.
    Ciò ha fatto stracciare le vesti a molti meridionalisti nostrani di ritorno che continuano a gridare allo scandalo senza chiedersi cosa esattamente ci sia in discussione e dimenticando che la vigente legislazione minorile già prevede il potere del Tribunale per i Minorenni di decretare la decadenza della potestà genitoriale nelle situazioni in cui, sulla base di congrui accertamenti effettuati anche da specialisti in materia psicologico-sociale, la permanenza del vincolo genitoriale risulti pregiudizievole alla crescita del minore.
    Un dibattito assolutamente sofferto, serio e importante che interessa da vicino molte situazioni nella piana di Gioia Tauro, e non solo, sul quale l’avvocatessa Maria Zappia -  che ringrazio di cuore per la sua spontanea e autorevole collaboraziopne a questo blog -  valente collaboratrice di testate giornalistiche di settore, interviene in maniera puntuale e assolutamente libera da pregiudizi riportando tutto il discorso nell’alveo della razionalità e del buonsenso al di là del polverone sollevato ad arte dai tanti che per desiderio compulsivo di pubblicità confondono immancabilmente le acque (Bruno Demasi).

“ L’affiliazione dei minori avviene con modalità diverse a seconda dei territori e delle organizzazioni operanti, così come il loro coinvolgimento nelle attività delittuose varia a seconda del contesto di riferimento: talvolta i giovani sono impiegati nello spaccio di droga o nel compimento di atti estorsivi e vandalici, in altri territori sono perfettamente coinvolti nelle dinamiche associative e impiegati anche per la commissione di omicidi. In questi casi la “cultura” di mafia, con i suoi valori e le sue gerarchie opera una forte attrazione nei confronti di giovani alla ricerca di un facile arricchimento e di un modello appagante per la realizzazione di sé. Si tratta, infatti, di ragazzi che respirano sin dalla nascita la cultura mafiosa che esercita sugli adolescenti un forte potere attrattivo, immettendoli senza il sacrificio dello studio o del rispetto delle regole in un mondo di potere, di leadership tra coetanei e di disponibilità economica; si tratta soprattutto di una cultura che distorce il rapporto con le istituzioni che sono viste come nemiche.”

    E’ quanto afferma , tra l’altro, il Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, approvando recentemente una importantissima risoluzione al fine di rendere effettiva la tutela dei minori il cui percorso di crescita ed  educativo si svolge all’interno di famiglie “di mafia”. Il documento si fonda, traendone importantissime conseguenze, su una prassi virtuosa intrapresa dal Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria i cui risultati, hanno determinato il plauso sia da parte degli studiosi della materia e sia da parte di tutti gli operatori del diritto i quali, soprattutto nelle regioni colpite da fenomeni di criminalità organizzata particolarmente gravi, si sono spesso interrogati sulle misure da adottare al fine di estirpare alla radice una sottocultura che mina dall’interno il tessuto sociale rendendolo fragile ed arretrato. L’adozione della risoluzione è stata dunque l’occasione per estendere la prassi evoluta adottata dalla Corte Calabrese e definita nello stesso testo “pionieristica” in tutto il territorio nazionale e per dettare i principi metodologici utili la pratica applicazione della tutela.

   L’idea sostanziale, il substrato ideologico dell’interno documento, è veramente idoneo a capovolgere un intero sistema di valori sui quali le strutture mafiose fondano il consenso e cioè il ritenere la famiglia mafiosa una famiglia abusante, quindi pericolosa e nociva per il sereno sviluppo della personalità del minore. Partendo dal presupposto che la famiglia mafiosa sia da parificare, quanto alla nocività, alla famiglia nella quale vi siano soggetti alcolisti o drogati, ed accertato poi in concreto e caso per caso, il pregiudizio per il minore, il magistrato minorile, procederà all’adozione di un provvedimento che limiterà la potestà dei genitori o di quel genitore che, con scellerate scelte di vita imposte o subite, hanno impedito al minore una crescita libera e dignitosa.

    Il documento è particolarmente esaustivo circa gli strumenti di intervento, modulati, lo si ribadisce, caso per caso e mirati anche al recupero della genitorialità ove vi sia una reale dissociazione dai metodi criminali. Non si tratta infatti  di provvedimenti aventi carattere punitivo nei riguardi di chicchessia, ma ispirati alla tutela dei minore, volti a preservarne la crescita, non ad arrestarne lo sviluppo. Non si applicano le norme del codice penale bensì i rimedi civilistici previsti nei casi in cui lo sviluppo della personalità del minore è messa in pericolo. In ogni momento è garantito l’ascolto del minore anche per il tramite di psicologi e viene reso possibile anche un “recupero” della genitorialità nei casi di effettiva dissociazione.

    Se attuati nei termini auspicati dalla risoluzione e con i giusti raccordi tra le varie autorità, gli interventi diventano scelte da apprezzare perché provenienti da magistrati sensibili che colgono le istanze provenienti da ambiti territoriali degradati e senza attendere interventi legislativi, di propria iniziativa, si sono coordinati al fine di incidere energicamente e demolire l’origine del fenomeno delinquenziale, l’area nella quale opera la trasmissione dei valori: la famiglia. Da questo punto di vista, proprio per la concezione puerocentrica che ispira il provvedimento il Tribunale per i Minorenni, va considerato un organo - avanposto per la “cura del minore” per l’elevazione spirituale e la crescita, una sorta di pronto soccorso di prima linea che accoglie le ferite di una società in via di trasformazione ma con degli aspetti purulenti che vanno adeguatamente sanati.

   E’ questa la vera identità della Corte di Reggio Calabria che negli anni, silenziosamente, senza ribalte mediatiche, nell’ambito di una ristretta cerchia di addetti ai lavori composta perlopiù da giuristi, ha interpretato il proprio ruolo istituzionale, in maniera esemplare giungendo a farsi portavoce di un orientamento giurisprudenziale audace e innovativo. Appare pertanto superficiale e del tutto slegata dalla reale percezione del fenomeno l’affermazione di alcuni che lo Stato operi d’imperio, che violi il sacrosanto diritto dei genitori di educare i propri figli. Per contro la scelta dei magistrati reggini è finalizzata ad arrestare il perpetuarsi di modelli culturali erronei ed antisociali intervenendo nella giusta prospettiva temporale proprio durante gli anni formativi della personalità allorquando il soggetto, privo di capacità critiche imita modelli di comportamento che trova in famiglia e ripudia quelli più corretti che provengono dalla realtà esterna.

sabato 4 novembre 2017

LA RINOMATA VACCA CALABRA

di Bruno Demasi

   E' bene riprendere, sia pure in  sintesi essenziale, il discorso  sulla rinomata e celebre vacca calabra che sicuramente non potrà mai definire completamente la grande varietà di questa razza sopraffina a torto ignorata dai più, ma potrà almeno individuare  le più importanti sottorazze che allietano il paesaggio calabro, in particolare quello subaspromontano,  e lo riempiono di meravigliosi effluvi:

                                                                                                               LA VACCA FANFANIANA


    E’ discendente nobile in linea diretta dalle vacche che negli anni Cinquanta del secolo scorso venivano continuamente spostate da un luogo all’altro al passaggio dell’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani in modo che lo statista, grande di fama e di gloria, ma assai minuscolo di statura, saltellando su apposite scalette di legno, anch’esse riciclabili, vedesse tangibilmente negli occhi o nelle code i frutti della zootecnia meridionale.
     La vacca fanfaniana oggi insieme con le sue consorelle è stanziale solo a bordo di appositi camion attrezzati a stalle che le scorrazzano in continuazione da una fattoria all’altra finanziate con fondi europei o da una scuola all’altra, anch’esse finanziate con fondi europei, di modo che il loro latte, aggiunto all’abbondante produzione delle ginocchia del contribuente calabrese venga raccolto e trasformato in prodotti   gustosamente acidi che – si dice – il mercato europeo stenta ad assorbire. 

LA VACCA ASPROMONTANA

     La vacca aspromontana, dalle carni sode e pare anche ricchissime di sostanze proteiche, specie particolarmente protetta dalle prefetture particolarmente sensibili alla zootecnica locale , è adusa a continui esercizi ginnici quotidiani e , specialmente nelle stagioni autunnale e invernale , a spericolate corse sui tornanti delle strade di montagna attraverso le quali raggiunge a branchi gli uliveti di pianura appositamente addobbati al suo nobile passaggio con tappeti di reti distese per la raccolta delle olive. Essa ama infatti esibirsi in lunghe e pesanti danze su tali tappeti fino a ridurli allo stato di vere e proprie stringhe da scarpe con grande gioia degli agricoltori che manifestano il loro plauso imbracciando pali e forconi correndo invano  come pazzi e lanciando disumane urla e vocalizzi senza senso per farle girare al largo dai loro poderi.
     La vacca aspromontana è la creatura prediletta degli ambientalisti che pare vogliano effigiarla sulle loro magliette e sui loro stendardi con cui sovente manifestano davanti alle prefetture al fine di difendere da ogni possibile attacco umano questo grazioso animale.


LA VACCA ELETTORALE

     E’ una sottorazza indotta da quella tosco-chianina.. Le contrade calabre ne vengono continuamente ripopolate in periodi di competizione elettorale a livello nazionale durante le quali le effigi di questa specie che viene a candidarsi in Calabria vengono adoperate per abbellire i manifesti elettorali insieme a quelle di alcuni ronzini di minore importanza, ma tuttavia funzionali coi loro ragli al controcanto dei muggiti di cui abbonda la terra bruzia.A tal uopo la nuova legge elettorale, testè graziosamente firmata da un presidente della Repubblica molto attento ai vagiti e ai muggiti di tante creature politiche, consentirà il proliferare delle vacche elettorali e la prosperosa industria calabra del letame ormai superbamente decollata.

LA VACCA RELIGIOSA O QUARANTANA 

   Si aggira instancabile e asessuata per sacrestie, chiese, sagrati e luoghi sacri in silenzio e umiltà totale, ruminando in continuazione incomprensibili giaculatorie a mo' di sospiro e inseguendo una per una le innumerevoli occasioni di tripudio e di incontro sottolineate sempre ora da peti pirotecnici di rara bellezza ora da peti e basta.
   E' sicuramente la sottorazza più intelligente fra tutte e spesso qualche esemplare si rifugia nelle borgate di campagna nei cui pascoli avvelenati dai diserbanti non alza mai lo sguardo dall’erba di cui è ghiotta e che , in perfetto equilibrio naturale, malgrado lo spegnersi di molti riflettori, provvede ancora a concimare le valli del Marro con le sue abbondantissime deiezioni che da queste parti qualcuno definisce “bracierate”.

     In ogni caso questa sua mancata attitudine ad alzare lo sguardo, unita alla sua grande umiltà, le impedisce di avere visioni di sorta e richiama senz'altro alla memoria l’asin bigio di carducciana memoria allorquando essa ...
….rosicchiando un cardo
 rosso e turchino, non si scomodò.
Tutto quel chiasso non degnò d’un guardo
 e a brucar seria e lenta seguitò…

sabato 28 ottobre 2017

La penna del Greco: PROVE DI VENDEMMIA ASPROMONTANA


di Nino Greco
Nino, stavolta voglio introdurre il tuo nuovo racconto rivolgendomi a te direttamente. Stai lavorando ancora sodo per stendere l’affresco sulla civiltà contadina di questo territorio aspromontano che nell’ultimo secolo forse ha costituito un unicum in tutto il Sud. Lo testimonia eloquentemente questo ulteriore pannello che ferma l’obiettivo sul momento conclusivo del terribile lavoro di un anno nella vigna lasciato alla responsabilità totale del colono e su quello immediatamente successivo, quello della vendemmia, lasciato all’arbitrio e all’avidità del padrone del terreno che non sa, non conosce, non crea eppure pretende di imporre ritmi e calendari di lavori: una storia che, ahimè, si ripete spesso in una civiltà di pavide clientele e di rozzi padroni di questo o quel vapore.
   Oggi le vigne nel nostro territorio non esistono più, spazzate dall’incuria e dall’avidità di guadagni migliori attraverso altre colture, specialmente quella dell’olivo, che nel tempo ha rivelato la sua estrema fragilità economica. Oggi non esistono più le sapienze antiche di chi conosceva a pelle l’arte della viticoltura e del vino in una sorta di sintesi vivente di secoli di esperienza ormai svaniti nel nulla, soffocati dalla volgarità di una politica che dal dopoguerra a oggi ha inteso solo uccidere le nostre cose migliori anziché rivitalizzarle, seminando trappole col miraggio di facili guadagni e perpetrando altrettanto facili rapine più o meno legalizzate. Una politica che si è riempita la bocca  per decenni di una riforma agraria mai attuata e che ha prosperato all'ombra di un Feudalesimo di fatto sopravvissuto dalle nostre parti almeno fino agli anni '60/'70 del secolo scorso checchè ne dicano i mille meridionalisti improvvisati che imperversano nelle librerie.
   Restano le testimonianze, ma al di là dei muti e improbabili reperti esposti nelle decine di mostre stabili di fantomatiche “civiltà contadine” creati in altrettanti paesi della Piana privi di fantasia, la tua è la migliore perché non è statica e fredda collocazione di oggetti scontati, ma vibrante e rivitalizzante resurrezione di parole, suoni, tecniche e sofferenze di un passato neanche tanto lontano e vissuto in prima persona. (Bruno Demasi).
___________________

- Matino partiamo presto - disse mio padre mentre eravamo a tavola.
- Alle cinque vado a prendere la scecca, alle cinque e mezza, teniti prontu - precisò.
Non aggiunse più nulla, solo mia madre voleva fare qualcosa per risparmiarmi quella domenica alla vigna.
La scuola era cominciata da poco e lei pensava che il mio nuovo dovere scolastico fosse più gravoso e che la scuola media richiedesse meno trascuratezze.
Per me andare a Sanzo quella domenica era invece una mezza contentezza dettata dalla curiosità di seguire da vicino la misurazione della zuccarina per poi stabilire le date del vindigno.
Di lavoro non avremmo fatto nulla se non stendere la paglia sotto la sorbara in modo che le sorbe, cadendo in modo naturale, non si fracassassero toccando terra, un suolo che dopo un’estate secca e rovente pareva cemento armato. Qualche burrasca estiva aveva cacciato, e per qualche giorno la calura di un luglio torrido, attutita a tratti in agosto e in settembre, ma ora un’aria mite ci stava accompagnando in quei primi giorni di ottobre. 
La sorbara era poco lontana dal palmento, non era di proprietà dei Terranova, faceva parte della Batia, nella confinante terra Dei Poveri. 

Noi, così come i coloni di Sanzo, la trattavamo come se fosse nostra. Era enorme e nelle giornate di dubra o quando si spagghjarava la vigna diveniva il luogo dove, a mezzogiorno, si tiravano fuori le truscie e si mangiava tutti assieme. Lo spuntone su cui spiccava era il punto più fresco della zona, l’ombra delle frasche della sorbara e una vorija, che in quel punto non mancava mai, accompagnavano quelle pause di riposo.
Facemmo in tempo ad allargare la paglia e a raccogliere i fichi d’india col coppo, gli ultimi rimasti, quando dallo stradone, che attraversava le vigne e l’uliveto della Batia, spuntò la giardinetta di Don Carlo.
Il rombo del motore e il cupigghjuni di polvere, che lasciava dietro, furono d’avviso anche per Nato, il guardiano.
La macchina si fermò davanti al palmento, scesero prima Celestino, il fattore e poi Don Carlo; mio padre si avvicinò al padrone, lo salutò con il solito riguardo e poi mi disse di andare ad avvisare il guardiano e di chiamare gli altri coloni. 

Non persi tempo e mi avviai di corsa nel violo che filava dritto tra le partite di vigna. Non ve ne fu bisogno, sia Peppino che mio cugino Cenzo insieme a Nato stavano già arrivando.
Parlarono sull’annata; ognuno di loro disse dei lavori, del tempo, finendo con l’affermare che sarebbe stato un vindigno buono di qualità, ma manchevole di quantità. Il sole e le poche piogge, da come riferirono tutti, avevano alzato sicuramente la bontà del mosto e limitato il quantitativo.
Don Carlo non si mostrò soddisfatto, pareva che a lui interessasse poco la qualità. La sua costante domanda era: - ma sarà meno dell’anno scorso?
Nessuno osava sbilanciarsi sulla previsione, anche perché un’annata ricca di mosto non dipendeva esclusivamente dalle piogge; contava molto la pota fatta in inverno e come ogni colono aveva proceduto con la coltura. Tutti fattori che messi assieme determinavano la sorte di un’annata.
A Don Carlo premeva avere una stima di massima. Doveva disporre la preparazione delle capienti botti della cantina “Terranova” per poi procedere alla vendita nel periodo della “smammatura”.
Per lui poco contava la tenuta del vino, era più importante portare in cantina più mosto possibile.
Mio padre, come gli altri coloni, teneva molto invece a una buona riuscita del vino. Quel poco che avrebbe venduto doveva essere buono e che i pochi compratori non si sarebbero dovuti lamentare per la scarsa tenuta, con annesso rimprovero che in poco tempo era andato all’aceto.
Voleva che si dicesse bene del vino di Sanzo, forse più per orgoglio che per altro.
Celestino aprì lo sportello posteriore della Belvedere, tirò giù una valigetta in legno e non appena dentro il palmento la vuotò del contenuto: un cilindro in vetro e un termometro con alla base un rigonfiamento saturo di palline di piombo.
Quello strumento m’incuriosiva, ogni qual volta lo vedevo cercavo di scrutarlo attentamente per scoprire quale legge fisica potesse determinare in modo preciso la gradazione del mosto. Mistero, per me.
Qualche volta avevo chiesto a mio padre cose spingesse quell’astina graduata, e lui con poche parole mi aveva risposto che la quantità di zucchero presente nel mosto faceva risalire la barretta verso l’alto, e il numero che si sbucava fuori dal mosto, in linea con il bordo del cilindro, indicava la zuccarina. 

Ci rinunciavo, io ci immaginavo lo zucchero di casa e non riuscivo a coglierne la causa.
Tutto fu pronto, mio padre mi chiamo e mi disse:
- Prendi il catino e vai nella partita di vigna di Cenzo, alla quarta resta entra a destra e cogli due grappoli, uno di agghjianicu e uno di lacrima, poi vai a da noi, sotto violo e cogli due grappi, uno di magghjoccu e uno di cuda i vurpi; poi passi da Peppino e quando arrivi alla prima resta, limite della nostra vigna, c’è un pede di champagne, ne basta solo uno di grappo. Prima di tornare vai nelle nostre costereje e aggiungi ancora un grappo di agghjianicu e uno di magghjoccu; finito il giro può tornare.
Non me lo feci dire due volte, presi il cato e corsi via, giù nel violo; mi addentrai nella vigna e colsi i grappoli seguendo le indicazioni di mio padre.
Avevo imparato, negli anni, a riconoscere la qualità della racina. La maggior parte delle viti davano agghjanicu e magghjoccu, poi c’era la lacrima, la champagne, l’occhi i voi, ‘a muscateja, a ‘nzolia, la corniola, e negli ultimi anni aveva innestato anche qualche pede di “bordò”. Nel violo che portava alla nostra baracca, sotto alla ficara melangiana c’era un piccola pergola di fragola nera, quei grappi non arrivavano mai a vindigno, la si mangiava prima.
La cuda di vurpi era la mia preferita, un grappo nel suo insieme sembrava davvero una coda di volpe e quando era nel pieno della maturazione quei piccoli acini divenivano color oro e davano un sapore per me non aveva uguali; la reputavo più buona dello zibibbo.
Nella nostra partita di vigna c’era un solo piede di zibibbo, mio padre curava quella vite come se fosse la preferita, dalla zolfatura alla spagghjarata. E quando gli acini cominciavano a prendere forma lui ci andava tutte le mattine per verificarne la crescita e per notare se vi fosse presente qualche cocciu di janca.
Era il parassita che colpiva i vitigni più deboli, e il pede di zibibbo per lui rappresentava il testimone da cui riusciva a intuire lo stato di salute della vigna intera.
Gli avevo chiesto come mai non avesse innestato più viti di zibibbo e lui aveva sempre risposto che la zona non offriva una condizione adatta per quella qualità.
Fui di ritorno col cato pieno dei grappi campioni.
Il guardiano comincio a premerli nello stesso contenitore e quando tutti gli acini furono premuti prese un bicchiere e riempì il cilindro di vetro fino all’orlo e fece calare all’interno l’astina graduata, Don Carlo inforcò gli occhiali, tutti si avvicinarono, anche io; Nato alzò a favore di luce il cilindro da cui colava mosto e sentenziò:
- 23, bonu ! - Ventitrè gradi zuccarina facevano intuire che la gradazione del vino sarebbe stata intorno ai 13° di alcool.
Vidi lo sguardo di mio padre soddisfatto, il risultato diceva che nel giro di qualche giorno si poteva procedere con la vendemmia. Anche il guardiano e gli altri partitari erano dello stesso parere; solo Don Carlo si mostrò restio e disse:
- Possiamo aspettare ancora dieci giorni, poi faremo di nuovo la zuccarina - continuò - questo è il mese delle piogge e una buona piovuta potrebbe dare acqua a questi grappi che sono asciutti.
Il guardiano e i coloni si guardarono, le loro facce non nascosero il disappunto.
- Non possiamo arrivare a fine ottobre col vindigno - fece il guardiano rompendo il silenzio - se la lasciamo ancora sulla vite diviene solo cibo per le vespe.
- Una piovuta adesso non sarebbe d’aiuto, la farebbe “mpurrire”, purtroppo è mancata l’acqua a settembre, quello sarebbe stato il tempo giusto - aggiunse mio padre.
Don Carlo era riottoso e di poche parole, mal sopportava che qualcuno potesse mettere in discussione una sua proposta, era abituato a decidere anche per gli altri, ma in quel frangente capì che non era il caso di insistere. 

Vero, la terra era sua e il palmento pure, ma il lavoro di un anno, e le fatiche di: pota, scazare, zappare, zolfarare; poi ancora pompiare, un mese e mezzo di verderame dato con la pompa in spalla, per continuare, in piena estate, a ntajare e spagghajarare, erano state dei coloni.
Sudore e fatica, senza tempo, di uomini e donne; dedizione di famiglie intere dall’alba al tramonto
- A vigna caccia tigna - mi diceva spesso mio padre. In quella frase c’era la considerazione più vera su cosa significhi lavorare una vigna, impegno e preoccupazione costante al punto da far divenire calvo anche il più zazzaruto degli uomini.
Il guardiano usci nello stradone, colse quattro pezzettini di legno tre di uguale lunghezza e uno decisamente più corto. Li chiuse tra le dita facendoli sporgere nella giusta misura,
chi, tra i quattro coloni, avesse pescato il piruni più corto avrebbe dovuto dare inizio alla campagna di vendemmia.
Toccò a mio cugino Cenzo, la sorte diede a lui l’incombenza di principiare il vindigno, gli altri sarebbero arrivati a mano girando, procedendo in sequenza per come erano le partite di vigna. Si stabilirono i giorni sia per la vendemmia che per la cunsinna del mosto; tutto pattuito in modo chiaro, senza tempo da perdere: la vendemmia poteva avere inizio...

domenica 22 ottobre 2017

“NDRANGHETA ? LA CHIESA DEVE DENUNCIARE IL MALE “


 di Bruno Demasi

     Agli occhi e alle orecchie dei benpensanti un’ espressione come questa forse è tollerabile solo se lanciata dal Papa o dagli organi ufficiali della C.E.I. Se invece è ripresa e borbottata timidamente da qualche laico, alte si levano le strida delle vestali dello status quo sociale ed ecclesiale nel quale tutto deve restare com’è al di là delle dichiarazioni di principio o delle fumose omelie ( laiche ed ecclesiali) in cui ci si scaglia contro tutti e contro tutto per non colpire nessuno, stendendo sulle nudità doloranti della gente oppressa da un ordine mafioso evidente a tutti i livelli il pietoso lenzuolo dell’ipocrisia secondo il quale la Chiesa è madre di tutti, ndranghetisti compresi.
     Eppure quella che ho ripreso nel titolo  è un'espressione usata qualche giorno fa da un vescovo calabrese, Mons. Oliva, vescovo di Locri-Gerace, in occasione della giornata di preghiera per la conversione dei mafiosi da lui indetta e celebrata al santuario della Madonna dello Scoglio a Placanica. Un evento passato in terzo o quarto ordine dai media locali, gran parte dei quali ormai asserviti allo strapotere ndranghetistico dei colletti bianchi bruzi. Un evento che nella sua semplicità ci detta almeno quattro elementari riflessioni:

  • il "male" di cui parla il vescovo Oliva non è necessariamente un fatto di sangue o l'antefatto mafioso, ma tutto ciò che riguarda i linguaggi, verbali ed iconici, i messaggi, le frequentazioni, le consuetudini mafiose che avvelenano i rapporti interpersonali e inibiscono lo sviluppo sociale e civile;
  • il fatto stesso che una chiesa locale , quella della Locride, organizzi e celebri una “giornata di preghiera” contro lo stile di vita mafioso implica il riconoscimento chiaro che da questa malapianta hanno origine i mille mali della Calabria e, per stretta conseguenza, della chiesa stessa;
  • ci si chiede, di rimando, perché tra le mille “giornate” e le mille bomboniere senza senso celebrate dalle chiese locali non si solennizzi una giornata analoga in tutte le diocesi e in tutte le parrocchie;
  • il vescovo di Locri-Gerace non parla evidentemente a nome proprio, ma di tutta la chiesa di Calabria: se è questa la posizione della chiesa calabrese ( e lo è) non si comprendono le mille reticenze di cui è protagonista ai vari livelli il mondo ecclesiale calabro che, preso dalle proprie ritualità, dai propri inviti, dalle proprie alleanze, dai propri libri mastri, non trova il tempo per pronunciare almeno due parole nette e chiare contro la mentalità mafiosa che tutto inquina e tutto divora quotidianamente. 
 
 Se poi  il vescovo di Locri- Gerace aggiunge che : “Occorre perseguire tutte le vie, anche quella della preghiera, per sconfiggere la ndrangheta. Non è possibile piegarsi ad essa né assuefarsi alla mentalità mafiosa” ci si ritrova davanti a un' espressione ancora più provocatoria della prima: l’assuefazione alla mentalità mafiosa si respira e si succhia con il latte materno nelle case di Calabria e sono poche, pochissime le parrocchie di frontiera in cui lo stile ecclesiale partecipativo e inclusivo, aperto al dialogo, ma inflessibile nella denuncia, impedisce di piegarsi e di far proprio, anche nella banalità quotidiana,  lo stile mafioso ormai imperante.

mercoledì 18 ottobre 2017

L'ASPROMONTE E L'ANZIANA SIGNORA

di Ester Pandolfini
    Chi era in fondo la signora Mancini, quella donna senza tempo, per alcuni giovanissima di cuore e di spirito, per altri da sempre irrimediabilmente vecchia come il ritratto della celebre illusione ottica di Boring? Una persona catapultata dalla sua microstoria in un paese dell’Aspromonte arroccato dentro le sue certezze stucchevoli, sommerso da una coltre di sonno e di ipocrisie che da sempre lo hanno sottratto ai veri circuiti culturali e di sviluppo sociale. Una donna che , nata e vissuta a lungo altrove, si era innamorata di Oppido Mamertina e della Chiesa locale, delle sue ruspanti iniziative sociali, dei suoi maldestri tentativi di fare cultura là dove la povertà toglieva ai più ogni spazio e ogni voglia di fare altro che non fosse il mestiere della sopravvivenza quotidiana.
   Ma lei non si arrendeva, credeva nella forza redentrice dell’arte, del bello, della musica, del teatro negli anni in cui l’unica pedagogia possibile era quella della discriminazione e della divisione sociale e l’unica forma di inclusione – ammesso che lo fosse – si celebrava all’ombra del campanile da sempre accogliente per tutti coloro i quali volevano evadere dal brutto quotidiano, anche a costo di fare i conti con le mai mancanti persone egoiste che della frequentazione smodata e assolutizzante della parrocchia avevano fatto – e purtroppo continuano a fare – una missione personale dagli effetti asfissianti per la Chiesa stessa.
    Una donna strana e intelligente per un paese a sua volta strano e rassegnato ai raggiri dei prepotenti di turno mascherati di perbenismo, che questa bella pagina di Ester Pandolfini rievoca qui con amore e disincanto restituendoci uno squarcio commosso della storia di una vita che tutti ormai avevamo dimenticato. (Bruno Demasi)

____________
 
    A quattordici, quindici anni non avevo certo il problema di annoiarmi, a parte la scuola e i compiti ai quali, spesso, destinavo un tempo rubato a tutto il resto, davvero residuale, con grande disappunto di mio padre che si illuminava quando mi vedeva china sui testi scolastici, e che si adombrava visibilmente allorquando costatava che in casa non c’ero mai, e se c’ero era per pranzo, merenda di corsa, sempre con qualche compagna di giochi al seguito.
    Era il periodo in cui si frequentava la scuola di musica tenuta, con molta passione, dal maestro don Vicenzo Tropeano, e ospitata in alcuni ampi locali della scuola elementare. Le  attività promosse dall’Azione Cattolica coinvolgevano molte persone, che abitualmente frequentavano la Chiesa e tutto ciò che da essa e per essa veniva organizzato e nei locali di via Mamerto, dove prima c’era l’asilo, e anche dopo, per altre attività, c’erano sempre le suore, ho trascorso quasi tutta la mia infanzia e adolescenza. Vi ho frequentato l’asilo, poi, per un lungo periodo, l’Azione Cattolica, dove sono pure stata impegnata nel ruolo di Responsabile ACR, ed anche il cosiddetto laboratorio, tenuto, appunto, dalle stesse suore. Ricordo i nomi: suor Nicoletta, suor Maria Rosa e poi c’era, lei, la superiora. Elemento di spicco era don Luigi Blefari, il parroco della Cattedrale, figura dominante, le cui scelte e parole erano legge indiscussa. Andava energico per i corridoi con la sua tonaca svolazzante, sempre rosso e accigliato in viso, la bocca piccola e le labbra sottili da cui usciva una voce metallica dai toni perentori e autoritari.
***
      Incredibile come una persona che arriva da fuori, così diversa dai paesani - sia per l’aspetto fisico che per le abitudini, i modi di fare, così come appariva lei, la moglie del direttore del Banco di Napoli, - possa entrare così bene a far parte della gente del posto. La signora Mancini era una donna magra, bruna, di un colorito abbronzato, gli occhi scuri, pronti al sorriso ma anche al disappunto, un po’ velati quasi a celare una sua intimità insondabile e volutamente o inconsciamente sottratta al giudizio del popolino locale. Quando l’ho conosciuta io, diversi anni dopo il suo arrivo in paese, il suo viso era diventato grinzoso e lei ormai era ritenuta una di noi, anzi, era diventata un riferimento insostituibile, conosciuta come il tre di denari. 

    Aveva i capelli legati in una crocchia morbida che ballava, in maniera buffa ma dolce, insieme con i movimenti del suo fisico scattante e che raggiungeva un’apoteosi di incisività e di solennità quando le sue nervose mani, anch’esse grinzose, sembravano ora volare ora scattare sulla tastiera del suo vecchio pianoforte che sapeva suonare solo lei così bene, nonostante alcuni tasti un po’ sbilenchi: pianoforte e Fanny Mancini erano fatti l’uno per l’altra in un miracolo di immedesimazione tra il semplice oggetto e quell’originale straordinario essere! 

     Viveva in un ambiente che sembrava appositamente dipinto per lei. Presumo sin dal suo arrivo, ma devo affidarmi ai miei ricordi e all’intuito per ricostruire qualcosa della sua interessante storia. La sua abitazione era situata in un contesto che appariva subito, appena vi si faceva ingresso, elegante, un po’ vissuto e caratterizzato dal tempo che dava una patina di passato, forse anche per lo stile bella époque delle architetture, delle scale, diverse, che si aprivano nell’unico cortile di quel palazzetto signorile, il cui ingresso principale e molti balconi e finestre si affacciavano sulla piazza principale.

    Scrivere di lei emoziona e costringe ad andare a ritroso, aprire quello scrigno custodito nella mente. Come è perfetto il cervello, basta un odore, una sfera di sole che si poggia sul fascio d’erba di una siepe, l’ abbaiare di un cane e si associa con un miracolo autentico l’attimo che emerge dal nulla e si ripresenta prepotente, reale. Questo è l’incanto dei ricordi che per un attimo fuggente ti restituiscono le emozioni. Ti pare nulla poter risentire l’amore, la gioia di avere accanto persone care, il dolore pungente dell’abbandono....
    Eccomi a casa della signora Mancini, è tutto vivace, c’è molta gente in giro, tante ragazze vocianti, i gatti che, sbucando da ogni dove, girano padroni lasciando il loro inconfondibile odore che, oso dire, ha il suo fascino. Stiamo preparando il revival di un’operetta: regia della signora Mancini, musiche originali, costumi suggeriti dalla regista e demandati, per la realizzazione, alle famiglie delle interpreti.
    Lo spettacolo era organizzato dall’Azione Cattolica e, secondo il genere e l’importanza, veniva rappresentato in sedi diverse: nel salone dell’episcopio, se ritenuto più importante; nei locali dell’asilo, se più modesto. Si faceva affidamento e si ricorreva alla disponibilità e alla generosità dei parrocchiani, conoscendo e sapendo sfruttare le diverse attitudini, esperienze e capacità di ognuno.
   Era tradizione che per alcune ricorrenze, Carnevale, Natale, si svolgessero degli spettacoli che davano vita e movimento e servivano per tenere vivo lo spirito di appartenenza a quella comuntà che era, nel periodo, il maggiore, se non esclusivo, riferimento per la quasi totalità della cittadinanza.
   Erano i primi anni ’70 e si aveva l’età più bella della vita in cui la spensieratezza è di norma assoluta, gli affetti non sono solo quelli della famiglia: a quindici anni, quando frequenti il liceo, un compagno può rappresentare il tuo universo.
    In occasione di qualche festa  molto sentita, forse allora anche di più, la Signora Mancini ci preparava per lo spettacolo e tutti i giorni andavamo a casa sua per le prove. Ci sapeva motivare, ci spiegava che quei testi erano brani d’operetta, già rappresentati nel periodo fascista anche davanti al Podestà di Oppido. Assegnava poi i ruoli e, quella volta, il mio era quello di fare la presentatrice, ma io, pur essendo orgogliosa di svolgere un ruolo così importante, ero un po’ dispiaciuta di non poter cantare.
    Ogni canzone era accompagnata dalla danza e da una vera e propria scenetta da interpretare. Una volta imparato il testo a memoria, durante le prove, lei, oltre ad accompagnarci al pianoforte, seguiva il canto e la danza. Ogni passaggio veniva sottolineato dal motivo e dalle note e la Signora con vera maestria ci guidava nella esibizione. 

   I giorni delle prove - mi pare di ricordare che i preparativi siano durati più o meno tre o quattro settimane - furono impegnativi ma divertenti, un’esperienza importante, eravamo coinvolte ed entusiaste, prendevamo tutto molto sul serio perché l’impostazione data, lo stile di quella piccola donna magrissima trapelava da ogni suo poro, dalla sua voce, dal suo estro, dall’ambiente dove ci accoglieva. Un disordine che parlava di lei, dell’importanza che attribuiva a quello che stavamo facendo e la rendeva unica, diversa da tutte le nostre mamme e zie e maestre che amavano l’ordine, la pulizia estrema della casa, la cucina. Era distratta Fanny Mancini, la sua era quella sbadataggine mischiata ad un’ innata eleganza condita dal fascino di una trascuratezza della sua persona scelta come stile di vita.
    Un giorno si recava come d’abitudine in chiesa e, mentre attraversava la strada, qualcuno ha sentito l’esclamazione: “Dio che sbadata, mi sono messa le scarpe di mio genero!”. Lei, la signora Mancini, metteva al primo posto altro; qualcosa che arricchiva lo spirito e che rendeva indimenticabile il tempo trascorso in sua compagnia.
     Sono passati cinquant’anni ma io ricordo a memoria tutti i brani, tutte le canzoni e l’entusiasmo nei volti di tutti noi che le abbiamo interpretate e il visetto buffo di lei che, a bella posta, eccedeva nella mimica per farci capire il senso da attribuire alle parole, il messaggio che dalle storie bisognava far arrivare al pubblico, il messaggio educativo e di civiltà che, senza dirlo, lanciava alla strana gente di questo strano paese capace di ridere di tutti e di tutto, ma non di se stesso.

sabato 2 settembre 2017

UNA CIAMBRA PER NON MORIRE DEL TUTTO…

di Bruno Demasi

   Per noi della Piana, “Ciambra” è l’ultimo dei tuguri, l’ultimo dei ripari dal freddo, dal sole o dagli sguardi indiscreti: una capanna di frasche o di rifiuti ( "chambre"  per i Francesi che ci hanno lasciato questa come tante altre parole  che la "buona scuola" ha dimenticato di insegnare), ma anche un pezzo di stoffa senza significato, una copertura improbabile delle nostre nudità  o un brandello di terra buttato come un osso agli ultimi.
   Per i Gioesi è anche un toponimo, lo scampolo estremo di spiaggia in quello che era il quartiere o la zona più periferica del paese, là dove verosimilmente anche in passato sorgevano le capanne di cartone dei rom, là dove, come oggi, si consumavano le precarie esistenze di chi viveva ai margini della legalità , ma anche di una società  più ampia spolpata dall’individualismo e dalla paura atavica verso chi spara e se non spara minaccia e se non minaccia cova nell'ombra, il che fa ancora più paura…

    Un toponimo, una parola evocatrice di tante sorti dimenticate o da dimenticare, un mondo minimale di oppressi e di ladri, come il piccolo rom Pio che dopo l’incarcerazione del padre e del fratello si fa carico di tante bocche da sfamare in famiglia rubando sui treni i bagagli ai viaggiatori e  vendendoli con l’aiuto o la complicità di un immigrato africano che rappresenta l’universo amplissimo e variegato di gente senza storia e senza nome che oggi popola la costa della Piana, e non solo negli inferni che sono i ghetti di Rosarno e di San Ferdinando, sui quali sociologi e giornali gettano fiumi di inchiostro di tanto in tanto giusto per dovere d'ufficio... 

    Un’umanità senza storia e senza nome che si sposta parossisticamente da un luogo all’altro in cerca di qualche moneta e di cibo e di vita, scacciata dai treni al freddo o al sole delle stazioni costiere, scacciata dalle case e persino dei ripari di carta che sorgono come funghi ai margini delle tendopoli di turno, dove , nell’incuria delle istituzioni, non ricevono neanche il pocket money che potrebbe aiutarli a credere in un barlume di dignità…un’umanità nomade quasi invisibile, se non all’occhio attento di Jonas Carpignano e alla sua macchina da presa. 

    Pio, il suo amico africano e il regista di questo supendo film, che si è affermato prepotentemente al Festival di Cannes, nato da un cortometraggio del 2014 con lo stesso titolo ( ‘A Ciambra) sono un tutt’uno: tre facce inconsuete di un gioco di dadi che scandisce la sorte di centinaia, migliaia di emarginati a Gioia Tauro come in tutta la Piana che da Gioia Tauro alla montagna che la chiude a S-E è ormai solo  un cumulo di ricordi e di problemi.
    Qualcuno ha detto che in questo capolavoro della cinematografia girato nel ghetto di Gioia Tauro lo sguardo del regista è perfettamente orizzontale (non esalta, non denigra), la macchina da presa non si frappone, ma diventa corpo unico della narrazione, ed ha perfettamente ragione perchè  i destinatari del racconto e l’oggetto del raccontare stanno sullo stesso piano.   
   Dopo tanto cinema neorealista che sopravvive ancora a se stesso, dopo tanta commedia all’italiana che intride persino le tragedie di ndrangheta raccontate dalla macchina da presa, è qui la rivoluzione di “A Ciambra”, che non spiega nulla e non si propone di additare nulla, ma vive soltanto la stessa vita degli individui che vuole raccontare...