venerdì 25 agosto 2017

Non uccidete la tarantella! ( di Ilario Ammendolia)

                     “Alla festa di nessuni 
                     senza servi né patruni
                    Alla festa ‘i tutti quanti

                  senza diavuli e senza santi...”

       Una pagina di denuncia meno innocua di quanto si potrebbe pensare. Scritta da un Cauloniese mai rassegnato con riferimento al Kaulonia Tarantella Festival e ai tanti osteggiamenti che questa iniziativa ha subito nel tempo, ma scritta soprattutto per chi, ancora e soprattutto oggi, vorrebbe uccidere quel che resta dell’anima e della cultura delle classi subalterne calabresi. Persino sulle piazze in questi giorni di commosso ritorno nella loro terra di tanti emigrati che hanno dato e continuano a dare ricchezza e lavoro al Nord. Grazie, Ilario! (Bruno Demasi)
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     Già una volta s’è tentato di ucciderla! Alla fine degli anni 50 la tarantella divenne musica tamarra, espressione di un popolo sconfitto. La tarantella non è mai stata, ballo e musica delle classi dominanti, ma di popolo. Si ballava nei greti dei torrenti, nelle cantine, negli spiazzi, nei matrimoni popolari. 
      Una musica che odora di vino, di coltello, di libertà, di rivolta.
      Un popolo sconfitto non poteva avere né lingua, né arte, né musica, né ballo.
     Non entro, né mi tocca entrare nel merito dei percorsi amministrativi. Sono troppo vecchio per non sapere come si gestiscono certe cose a livello comunale, regionale e provinciale. So che ancora oggi  si spendono diverse decine di migliaia, quando non sono centinaia di migliaia di euro, per eventi di discutibilissimo valore , slegati dal nostro Territorio da dare in pasto ai potenziali elettori di domani…

     La tarantella è altra cosa. Si sposa con la nostra cultura, si coniuga con la rivolta delle classi subalterne! La tarantella come il dialetto, contribuisce ad esprimere l’anima di un popolo! E' la musica del riscatto dell’orgoglio meridionale.
     Musica di scugnizzi, ballo di picciotti, di braccianti e di massari, odora di lavoro, di allegria, freschezza popolare, di rivolta ai soprusi.

     Negli anni il Kaulonia Tarantella Festival non è stato una parentesi a sé stante. Ha cercato di mandare un messaggio al mondo. Nel corso delle varie edizioni abbiamo dedicato serate  ai poveri e agli ultimi della Terra, come a Neda, ragazza di sedici anni uccisa nella primavera iraniana, a coloro che passano il mare su barche di fortuna alla ricerca della speranza, ai briganti morti con l’urlo della libertà sulla bocca, ai fucilati senza processo, ai condannati senza colpa, a coloro che sono stati scacciati dalla nostra terra.
     Abbiamo coniugato la musica all’accoglienza, alla statue di pregnante valore, ai progetti per le fasce più povere della popolazione, a gesti simbolici ma carichi di significato. Per i tanti pezzi da novanta che si sono alternati negli anni alla Regione, ciò forse ha  rappresentato o rappresenta ancora  un motivo di condanna. Condanna approvata dagli ascari privi di qualsiasi progetto e meta politica.
     Amo il mio paese. Amo quella parte che odora di dignità, di schiena dritta, di testa alta, di fierezza. La Calabria è terra di orgoglio sopito!
      Non amo i vigliacchi, gli ipocriti, i furbastri, i cinici. Uomini con la schiena di ricotta.

    Onore a quanti, nel tempo, pur di salvare  la tarantella e il festival di Caulonia, hanno messo le mani nelle proprie tasche.
    Onore a Caulonia, alla Locride, alla Calabria espressione di mai sopita fierezza e di antico orgoglio!
     Onore gli intellettuali calabresi che hanno firmato l’appello per la salvaguardia del Ktf . Il popolo canterà sempre brani che valgono un trattato:
                                                             “Alla festa di nessuni 
                                                            senza servi né patruni
                                                           Alla festa i tutti quanti
                                                         senza diavuli e senza santi...”
     Questa è la società che noi vogliamo costruire.

mercoledì 16 agosto 2017

ON THE ROAD NEL PURGATORIO SCOLASTICO DELLA PIANA DI GIOIA TAURO

 di Bruno Demasi
  Se non fossi rispettoso almeno un po’ del politically correct, più che di purgatorio dovrei parlare di inferno scolastico nella Piana di Gioia Tauro, ma farei torto sicuramente a quelle poche, pochissime realtà scolastiche di eccellenza, o comunque coscienti del lavoro che devono svolgere, che malgrado tutto ancora esistono in questo lembo ( o limbo) di mondo invaso da sterpi ed erbacce di ogni genere, e non solo metaforiche.
    Fosse stato per la Provincia di Reggio Calabria, proditoriamente uccisa dagli ultimi governi, ma costosamente rinata dalle sue ceneri come l’araba fenice col nome pomposo e maldestro di “Città Metropolitana”, oggi la scuola nella piana di Gioia Tauro, se si escludono al massimo non più di una decina di realtà vivibili o quasi, sarebbe completamente smantellata. Ed è solo grazie all’eroismo di alcuni dirigenti scolastici e di alcuni docenti che continua a meritare l’appellativo di “scuola” detestato, chissà perché, dai nostri politici che hanno fatto di tutto e di più nel tempo, in combutta con la politica nazionale, per ridurla a un polpettone velenoso .
    Ma vediamo come si vive tra i banchi (dove ancora esistono e sono meritevoli di questo nome) da queste parti.
                                                                      SCUOLE “SUPERIORI”

    Tutta la  numerosa popolazione scolastica della Piana compresa tra i 13/14 e i 18/19 anni dispone ormai di un’offerta formativa ( il più delle volte ripetitiva e concorrenziale) articolata in appena otto (!)  miserrimi istituti autonomi così dislocati:

CITTANOVA
Due licei tra loro eternamente separati: uno, quello scientifico, ancora autonomo; l’altro, quello classico, ormai sottodimensionato malgrado l’accorpamento contro natura con l’Istituto d’arte. Due rivalità insulse che un piano serio di dimensionamento avrebbe dovuto evitare già da anni, creando un unico istituto superiore degno di questo nome e al sicuro dai sempre temibili problemi di sottodimensionamento. 

GIOIA TAURO
Un istituto Tecnico Economico, ma anche industriale e nautico, fortemente ripopolato negli ultimi anni - onore al merito - dopo decenni di declino al quale però inspiegabilmente è stato accorpato come pendant inutile l’Istituto d’Arte di Palmi che in quella città, come vedremo, potrebbe ancora svolgere un ruolo di primo piano.

Un liceo linguistico paritario di estrazione cattolica che riesce a sopravvivere tra vari problemi perché evidentemente ha ancora una propria funzione in una città inspiegabilmente priva di altri licei (!).

OPPIDO MAMERTINA - TAURIANOVA
Un liceo scientifico e un Istituto tecnico Industriale per l’elettronica e l’Informatica che nell’ultimo settennio hanno visto un progressivo e consistente calo di iscrizioni. Due istituti gloriosi che dall’anno scolastico 2000/2001 formavano un istituto comprensivo medio superiore con una fisioniomia invidiabile e con una popolazione scolastica molto più abbondante dei 900 alunni prescritti dalla legge , smantellato poi a sorpresa dalla Provincia di Reggio Calabria e quindi dalla Regione Calabria smembrando da esso la scuola media e accorpandola scioccamente alla locale scuola elementare. L’accorpamento dei due istituti superiori oppidesi all’istituto superiore di Taurianova, a sua volta in caduta libera per iscrizioni, è stato il peggiore dei rimedi possibili per questioni di ordine geografico, sociale, culturale, logistico : non si accorpano e snaturano due istituti badando solo ai loro numeri e trascurandone totalmente le rispettive vocazioni e peculiarità.

A Oppido ancora, e malgrado tutto, funziona un liceo classico paritario, il liceo “San Paolo”, istituito nel lontano 1986, cresciuto in termini qualitativi e quantitativi per alcuni anni e poi in declino progressivo nel tempo , tanto che solo l’eroismo dei suoi docenti e dei suoi dirigenti scolastici,  ha impedito si chiudesse. E se ciò avvenisse sarebbe un vero peccato perché si tratta sostanzialmente dell’unica scuola superiore paritaria con precisa connotazione cattolica operante nella Piana che dovrebbe invece essere rilanciata e riproposta con nuovo entusiasmo , ma adeguandola  seriamente alle vocazioni formative imposte dai tempi e dal contesto territoriale.

PALMI
Progressive “soluzioni” ubriache di dimensionamento hanno ridotto gli istituti superiori, un tempo gloriosi, di questa cittadina a uno soltanto provvisto di autonomia ! Si tratta dell’Istituto Superiore “Pizi” formato da liceo scientifico e liceo classico. Gli altri istituti hanno perso tutti la loro autonomia, a partire dall’Istituto d’arte accorpato ( chissà per quale scommessa) al Tecnico di Gioia Tauro, per poi passare all’ex Istituto Magistrale (Oggi Liceo Linguistico e delle Scienze Umane inspiegabilmente lasciato staccato dagli altri licei) fino all’obbrobbrio contronatura costituito fino a ieri da Istituto tecnico economico, Istituto Tecnico Agrario e istituto professionale per l’Industria e l’Artigianato che ha subito un crollo di iscrizioni e che dal prossimo I settembre perderà la propria autonomia. E pensare che sarebbe bastato staccare l’Istituto d’Arte da Gioia Tauro per unirlo all’obbrobbio di cui parlavamo per restituire almeno autonomia a questo carrozzone .

A Palmi opera anche qualche istituto paritario non meglio conosciuto da chi scrive.

POLISTENA
Come per la sanità, anche per la scuola superiore Polistena continua a fare intelligentemente la parte del leone: è l’unico centro della Piana che mantiene ben tre autonomie nell’ambito delle scuole superiori: L’Istituto “Renda” che assembla un professionale per il commercio con l’ Istituto alberghiero; l’Industriale “Michele Maria Milano” in crescita di alunni e di eccellenze; l’ex Magistrale, riciclatosi per legge in liceo con varie specializzazioni, tra cui quella musicale funzionante nella vicina Cinquefrondi. Il tutto senza contare le ulteriori due autonomie del I ciclo: i santi in paradiso servono pure a qualcosa....!

Anche a Polistena opera qualche istituto paritario non meglio conosciuto da chi scrive.

ROSARNO
Anche in questo grosso centro della Piana una sola autonomia scolastica superiore: il liceo scientifico, languente per molto tempo e da alcuni anni riportato intelligentemente a una relativa sucurezza numerica, unito al locale istituto per l’agricoltura e all’Istituto tecnico funzionante a Laureana di Borrello.

S. EUFEMIA D’ASPROMONTE
Appena una “succursale” di liceo scientifico dell’Istituto Superiore di Bagnara, quando ogni logica territoriale oltre che didattica avrebbe imposto da anni la sua dipendenza dal più vicino centro di Palmi languente, come s’è visto, per progressiva estinzione di molte delle scuole superiori storicamente esistenti.

                           ISTITUTI COMPRENSIVI DI SCUOLA DELL’INFANZIA, PRIMARIA 
                                                       E SECONDARIA DI PRIMO GRADO

                                                 
     I guazzabugli pietosamente denominati “istituti comprensivi”, nel senso che vi si fa quotidiano esercizio di comprensione verso le proprie e le altrui manchevolezze, il più delle volte indotte da un sistema educativo becero e ripetitivo che non accenna nella grande maggioranza dei casi a mettersi al passo con le più efficaci metodologie e tecnologie didattiche, sono tutti rigorosamente pedantemente costituiti da scuole dell’infanzia , scuole primarie e scuole secondarie di I grado, quasi tutti marchiati da dati INVALSI deprimenti ,  quasi tutti privi di un minimo di fantasia geografico - organizzativa ,  così dislocati:

ANOIA INFERIORE – ANOIA SUPERIORE– MAROPATI – TRITANTI - GIFFONE : malgrado il numero infame di località scolasticamente “accorpate” è un istituto sottodimensionato, quindi destinato al limbo delle reggenze e dei dirigenti scolastici e dei dirigenti amministrativi.

CINQUEFRONDI: una delle due località di tutta la Piana inspiegabilmente lasciate “sole”. Istituto inevitabilmente sottodimensionato: vedi sopra.

CITTANOVA - SAN GIORGIO MORGETO: poche classi di scuola primaria di Cittanova strappate al resto e lanciate come scialuppa di salvataggio al fu istituto comprensivo di San Giorgio Morgeto che, malgrado il loro pietoso sacrificio, ha perso ugualmente l’autonomia: vedi sopra.

CITTANOVA “CHITTI”: un coacervo pastoso di sezioni e di plessi con il pregio di funzionare quasi tutti nello stesso centro e di mantenere almeno l’autonomia:

DELIANUOVA – SCIDO – COSOLETO – SITIZANO: quattro povertà ( di numeri scolastici) tenute insieme dal pietosi escamotage di sopravvivenza scolastica elaborati dai rispettivi sindaci con docenti girovaganti e qualità della vita ( scolastica) come minimo difficile.

LAUREANA – SERRATA – CANDIDONI - GALATRO – FEROLETO DELLA CHIESA – PLAESANO: non so più quanti plessi collegati da buche e sassi assurti pomposamente alla dignità di strade percorse quotidianamente dalle gimkane dei docenti.

GIOIA TAURO “PENTIMALLI” E GIOIA TAURO” PAOLO VI”: due autonomie per altrettanti istituti comprensivi in perenne concorrenza tra loro: perché non farne uno, ma buono e con strutture di eccellenza?

MELICUCCO: la seconda delle due località di tutta la Piana inspiegabilmente lasciate “sole”. Istituto inevitabilmente sottodimensionabile : vedi sopra.

OPPIDO MAMERTINA – MESSIGNADI – CASTELLACE – PIMINORO – SANTA CRISTINA D’ASPROMONTE – VARAPODIO – TERRANOVA - MOLOCHIO: solo la lettura ad alta voce dei numerosissimi centri e plessi di cui consta questo mastodonte geografico diventa asfissiante. E non è finita qui ! Pare vogliano accorparvi, lasciando “intatto” l’esistente, anche liceo scientifico e ITIS di Oppido giusto per completare un minestrone già immangiabile oppure per sperimentare come possono esplodere per autocombustione le scuole risolvendo così in un baleno tutti i problemi in una volta con grande tripudio dei politici!

PALMI “DE ZERBI- MILONE” ( con l’avallo numerico di Seminara , S.Anna e Barritteri , centri ridotti al rango di portatori d’acqua) e PALMI”SAN FRANCESCO”: due autonomie “comprensive che potrebbero benissimo essere una sola, risparmiando qualche risorsa per i centri abbandonati a se stessi nell’entroterra…. o per qualche istituto superiore cittadino dismesso perchè sottodimensionato.

POLISTENA “F.IERACE” e POLISTENA”Brogna” : anche qui due autonomie “comprensive” che potrebbero benissimo essere una sola, risparmiando qualche risorsa per i centri abbandonati a se stessi nell’entroterra.

RIZZICONI - DROSI  e borgate varie:  Istituto inevitabilmente sottodimensionabile : vedi sopra.

ROSARNO “Marvasi” e ROSARNO “Scopelliti –Green”: forse l’unico centro che, insieme a Bosco e a San Ferdinando merita, chiaramente solo per l’entità della popolazione scolastica complessiva” queste due autonomie.

S.EUFEMIA – SINOPOLI – SINOPOLI VECCHIO – SAN PROCOPIO – MELICUCCA’: no comment. 

TAURIANOVA “Monteleone” e borgatelle varie  e TAURIANOVA – SAN MARTINO AMATO “Alessio – Contestabile” e bagattelle varie: due autonomie poco equilibrate, ma equilibrabili per numeri , una delle quale potrebbe comprendere ragionevolmente, quale istituto omnicomprensivo, anche la locale scuola superiore: chissà se i cervelloni provinciali ci stanno un po’ pensando?
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     Poi c'è la rifiorente  scuola della ndrangheta , ma sulla serietà di  essa, come dice don Giacomo Panizza, non abbiamo nulla, ma proprio nulla da eccepire...!

martedì 8 agosto 2017

LA CALABRIA MAGNOGRECA URLA IL SUO “NO ! ”

di Domenico Rosaci e Bruno Demasi
   Malgrado la dilagante corruzione che a tutti i livelli investe la pubblica amministrazione, malgrado la grassa ignoranza di leve sempre più presuntuose  di politici ed amministratori alla ricerca di consensi o coperture ideologiche  per il vuoto che caratterizza le loro azioni, c’è ancora una Calabria “magnogreca” che sente la sua filiazione diretta dalla Grecia e che in essa riconosce non solo le radici, ma anche la sostanza della propria civiltà messa sotto il calcagno dei nuovi barbari pagati per affossarci.
    E’ la Calabria degli onesti, di coloro che non hanno mai abbassato il capo davanti sl mostro a sette e più teste della corruzione e della sopraffazione che hanno distrutto questa terra e persino il ricordo  dei nostri avi che molti secoli or sono hanno attraversato il mare Ionio per portare qui la cultura della parola, della geometria, della filosofia  e del bello in tutte le sue forme.
    E’ la Calabria di chi non crede e non crederà mai agli specchietti per le allodole degli “aiuti” comunitari che da queste parti, come in Grecia, hanno generato e continuano a generare  soltanto corruzione e spreco e ricchezze a buon mercato per pochi.
    E’ la Calabria che, come la Grecia, non crede più ai missionari che vengono qui a governare e a tagliare la scuola, la sanità, i trasporti per fare gli interessi di chi se ne infischia della certezza del diritto , della legalità, della povertà della gente.
   E’ la Calabria che non si lascia manipolare dai mezzi di informazione finanziati nella stragrande maggioranza dal potere delle banche.
    Difficile, difficilissimo infatti far comprendere quello che sta succedendo sulla scenario internazionale a milioni di cittadini privi di informazione. Giornali e televisioni continuano a diffondere falsità su falsità, al punto tale che ormai raccontano di un mondo che esiste solo nella fantasia.

    Giusto per accennare ad una piccolissima informazione tenuta accuratamente nascosta dai media, ricordiamo che la Grecia moderna  è stata spinta al tracollo economico facendole generare spesa pubblica a vuoto per un paio di decenni, esattamente come sta avvenendo in Italia. In sintesi: i cittadini pagano le tasse, e questi introiti invece di venire investiti per distribuire servizi, vengono trasferiti nelle tasche di delinquenti e mafiosi, grazie al sistema di governo corrotto. E' così che si è generata la spesa pubblica in questi paesi, non certamente perché i cittadini hanno "scialato", come ancora si sente raccontare nelle farneticazioni deliranti dei media. Il debito pubblico di Grecia, Italia e di tanti altri paesi è lo strumento tramite il quale i detentori del potere continuano a mantenerlo.E ad esso si aggiunge l'esodo biblico pilotato e voluto da nostri governanti di centinaia di migliaia di disperati che ogni giorno approdano nei nostri porti producendo ricchezza a buon mercato  - ormai è chiaro - anche per molti infiltrati in ONG di dubbia moralità.
    In realtà, i paesi con maggiore debito pubblico rispetto al PIL sono quelli più ricchi, ovvero Giappone, Usa e Cina. Il loro benessere viene finanziato, oltre che dalle guerre alimentate nelle regioni in cui vanno a rubare risorse, dalle risorse che gli altri hanno "prestato" loro. Ma nessuno di tali Paesi rischia ovviamente il fallimento. Lo ha  rischiato ieri  la piccola Grecia, per 15 miliardi di euro che nessuno le poteva "abbuonare". Perché se i "signori delle banche" lo facessero, dovrebbero ammettere che quel debito era ed  è ingiusto, creato con la corruzione e col ricatto, frodando i cittadini greci allo stesso modo in cui si stanno frodando quelli italiani.
    Ancora oggi i benpensanti bollano con la scioca accusa di "Populismo" i movimenti popolari sorti in Grecia, in Spagna ed il M5S in Italia, quei movimenti che, malgrado tutto, unici e soli mantengono con dura fatica una loro adesione alle costituzioni di questi paesi semidistrutte dai poteri delle banche e stanno dimostrando che i cittadini stanno finalmente capendo il meccanismo della frode. Non bisogna avere paura, e ad ogni proposta che arriva da questa cordata internazionale di banditi bisogna rispondere sempre, con coraggio NO.

    Malgrado ciò molti, anche nella Calabria dello sfascio totale, continuano strumentalmente a dibattere su categorie ideologiche ormai inesistenti nella vita reale: la società si è evoluta o involuta , suo malgrado, troppo rapidamente e dobbiamo prenderne atto. Lo stesso Gramsci, se oggi vivesse, smetterebbe di schierarsi con alcuni partiti cosiddetti tradizionalisti di sinistra, divenuti veri e propri contenitori di corruzione, per rivolgere la propria attenzione ai movimenti di democrazia partecipativa, gli unici che oggi si propongano concretamente di combattere il mostro della corruzione e di fare i reali interessi della gente. Scriveva infatti il grande sardo in proposito :” I partiti politici sono il riflesso e la nomenclatura delle classi sociali. Essi sorgono, si sviluppano, si decompongono, si rinnovano, a seconda che i diversi strati delle classi sociali in lotta subiscono spostamenti di reale portata storica, vedono radicalmente mutate le loro condizioni di esistenza e di sviluppo, acquistano una maggiore e più chiara consapevolezza di sé e dei propri vitali interessi. “(L’Ordine Nuovo, 9 ottobre 1920).
     Non ci sono dubbi, non ci possono essere dubbi ormai, su quali siano i movimenti che oggi in Europa rappresentano la vera Sinistra, se proprio vogliamo ancora ricorrere a queste categorie ideologiche che comunque rendono l’idea. Sono quelli che parlano realmente e non per posa di socialismo, di supporto ai lavoratori e ai loro bisogni, di "cosa pubblica" e di "questione morale". Ed è altrettanto chiaro da che parte stiano coloro che hanno dato vita a "Jobs act", "Buona scuola" e riforme antidemocratiche ed incostituzionali. Ecco con chi è schierato Matteo Renzi e il suo PD, ecco con chi si relazione anche il governo Gentiloni, prontissimo a tagliare ancora sul welfare, ma a regalare miliardi alle banche venete: con i poteri forti, voltando le spalle al Mediterraneo, ai valori della libertà e di quella giustizia sociale che fa storcere il naso ai Junker e alle Merkel di turno.
    E come durante l’ultimo conflitto mondiale il primo grido di orrore e di rifiuto verso il Nazismo partì proprio dall’acropoli di Atene sulla quale i Greci dipinsero con la calce un mastodontico όχι! (NO), urlando al mondo l’orrore per quella guerra inventata  da  criminali, ci auguriamo che il NO convinto anche dei Calabresi all'intrallazzo e alle mascherature di legalità  sia solo l’inizio di una nuova lotta europea contro chi sta affamando i popoli e distruggendo, insieme con le democrazie, la civiltà.

domenica 23 luglio 2017

DUE GRANELLI DI SENAPA TRA I ROVI DI CALABRIA… ( di Bruno Demasi)

“LA CHIESA SI SALVERA’ SOLO SE TORNA POVERA”.

     Il neo arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, l’ha detto con chiarezza e in Calabria questa drastica affermazione che interessa tutti da vicino tintinna come una lama di acciaio che fende le tenebre del conformismo, della paura, del disagio di vivere il Vangelo nell’ essenzialità del quotidiano, tra i mille problemi e le battaglie da retroguardia che le curie sono costrette ad affrontare giorno per giorno, tra i mille equilibri bizantini che sono costrette a ricercare e mantenere per il quieto vivere e il bene supremo della comunità ecclesiale. 
   Ma di quale povertà e, di rimando di quale Chiesa e di quale comunità ecclesiale stiamo parlando?   
   Non certo della povertà strettamente finanziaria, che costituisce casomai problema a sé, quanto della povertà di enfasi e di parole, di compromessi e convenienze, la povertà di una Chiesa che rinunci a calcoli e paure, che abbandoni l’habitus dei silenzi e dell’ossequio pedante verso persone e istituzioni malate, che abbia a cuore veramente  la pulizia della scalinata del tempio, che apra con gioia  le porte realmente a tutti e non solo alla casta dei presunti addetti ai lavori che proliferano nei primi banchi e nelle sacrestie e al sussiego dei discutibilissimi  ammantati di improbabili appartenenze ecclesiali...  
   Una chiesa che sappia gridare il Vangelo dai tetti, ma con la Costituzione in mano come diceva don Milani,  e che abbia a cuore sul serio la cultura e la scuola cattolica e le rilanci con fervore come fatto di tanti, di molti...
   Una chiesa che non abbia il timore di incidere i bubboni che le si formano in seno quando il pus dell’interesse cova per anni ed esplode in campagne di morte.
    Una Chiesa, in ultima analisi , che non sia timida contro la corruzione e la ndrangheta, che non alzi solo voci flebili, ma sappia anche dare lezioni serie di vita , se necessario, a laici e preti – e ce ne sono – che ostentano stili e comportamenti molto  discutibili, persistendo caparbiamente in quello stile annoso di disobbedienza ai pastori, già endemico da queste parti ai tempi del Concilio Vaticano II, quando per i vescovi l’argomento di maggiore interesse era costituito dal Clero, anzi dai problemi del Clero…individuati nella «poca osservanza della legge della residenza; la scarsa cura dell’insegnamento catechistico ai fanciulli e agli adulti; la poca disponibilità ad obbedire al Vescovo, specie dai sacerdoti novelli….» , come scrive Don Letterio Festa in un suo prezioso studio che varrebbe la pena riprendere e  approfondire (“Le proposte dei vescovi delle chiese calabresi per il Concilio Vaticano II – cittàcalabria edizioni).
 
    Senza minimizzare altri grandi sforzi effettuati della Chiesa di Calabria, abbiamo due granelli di senapa in questo senso che sebbene stiano crescendo pianissimo, contengono un prezioso DNA di reale rinnovamento.
   Il primo risale al 21 giugno del 2014 con la venuta di Papa Francesco a Sibari. Davanti a 250.000 persone il Pontefice tra l’altro disse: "La ’ndrangheta è questo, adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no! Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!”.   
   Una rivoluzione che lasciò meravigliati anche gli anti-clericali di mestiere, per la nitidezza e la fermezza del linguaggio, ma che ha bisogno di rivoluzionari veri per essere alimentata e portata avanti con fermezza e coraggio: tra i laici, ma anche tra i preti!
     Il secondo granello è un vescovo coraggioso al vertice della Conferenza episcopale calabra, Mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, postulatore della causa di canonizzazione di don Pino Puglisi su cui ha pubblicato recentemente due libri che tutti dovremmo leggere e meditare “L’enigma della zizzania - Il Metodo Puglisi”(2016) –“Don Pino Martire di Mafia”( 2017), Ed. Rubbettino.
    In una risposta ad una delle tante interviste nelle quali egli col coraggio del neofita più che con la prudenza del vecchio prelato navigato parla in modo aperto del dramma di questa terra, egli afferma a proposito di don Pino: 

  “Più che predicare un vangelo-contro, Puglisi propone l’annuncio mite del Vangelo della tenerezza. Per questa via, lo stesso martirio di Puglisi diviene una strategia pastorale particolarmente efficace nei campi (ormai troppi e dappertutto) in cui si è insinuata la gramigna delle mafie . Un vero e proprio antidoto silenzioso che mette in crisi la cattiva semina, nella consapevolezza che le mafie non sono mai state un fatto solamente criminale, che i processi e le pene non sono sufficienti quando non accompagnate da un serio e condiviso impegno sociale”.
    Ecco, proprio della “cattiva semina “ o della mancata semina  quotidiana ci dovremmo preoccupare e soprattutto della mancanza reale di impegno sociale serio, al di là della serie sterminata di parole, convegni, congressi, seminari, tavole rotonde, eventi che nella grande maggioranza dei casi servono appena a coprire qualche lembo di questo vuoto pauroso in cui siamo precipitati oltre che a soddisfare la vanità di gente sempre interessata ai propri scopi.

mercoledì 12 luglio 2017

RESPONSABILE ANTICORRUZIONE: DOMANDE PERVENUTE NESSUNA

      di Bruno Demasi

E’ andato deserto il bando della Regione Calabria relativo alla manifestazione di interesse per la nomina di un  responsabile dell’anticorruzione che dovrebbe vigilare sui dirigenti della pubblica amministrazione calabra.
     Notizie come questa dovrebbero far inorridire i cittadini, mettere i cinque prefetti calabri in stato di fibrillazione legalitaria, indurre il governo a smetterla di trastullarsi in dichiarazioni uterine e giochini vari e a badare realmente al marasma del nostro sud del sud, spingere il nostro Stato ormai narcotizzato da inefficienza e malaffare a tutti i livelli a una seria riflessione circa la propria identità e il proprio ruolo, al di là delle pose di cartapesta.
    Le associazione votate consacrate alla difesa della legalità invece sono esenti da ogni forma di rabbia o pudore tanto è vero che non si sono fatte ancora sentire davanti allo scandalo degli scandali : la paura di chiunque ad ambire al ruolo di responsabile anticorruzione nella Regione Calabria, dove evidentemente i colletti bianchi e le cosche imperanti in certi dipartimenti e uffici - e non solo a livello regionale -  sono più potenti e temibili delle cosidette “coppole” ormai appartenenti solo al folklore ndranghetistico. 

    «Ci sono direttori generali - ha spiegato Gratteri intervenendo a una manifestazione a Reggio Calabria - che da vent’anni sono nello stesso posto, e da incensurati gestiscono la cosa pubblica con metodo mafioso… grazie a …una politica debole che non ha la forza e la preparazione tecnico-giuridica per affrontare il problema della gestione dei quadri. Per amministrare la cosa pubblica basterebbe un po’ di buon senso ma la parte procedurale dei meccanismi di appalto è governata da un centro di potere che è lì da sempre. Anche per questo quando mi hanno proposto di candidarmi ho detto di no».
    Gli fa eco persino Oliverio affermando: «Sottoscrivo convintamente la valutazione del procuratore Gratteri…quello della burocrazia è un problema più che politico direi di democrazia…Si avverte una pressione, una presenza che definirei un macigno, uno schema sempre uguale di burocrazia dominante. Sono dell’idea che questa struttura abbia avuto un peso tutt’altro che secondario nel ritardato processo di sviluppo della Calabria». 

     Nella sola “Cittadella Regionale” di Catanzaro dalla quale Sergio Mattarella si è beato nella visione agropastorale e poetica della terra bruzia, una struttura elefantiaca in cui sono “occupati” almeno mille dipendenti, i colletti bianchi resistono allo “spoil system” e ai cambiamenti politici. Una casta di intoccabili a cui nessuno si permette di pestare i piedi, una “burocrazia arrogante e autosufficiente sul piano del potere...”, come la definisce il presidente calabro,  in un contesto da operetta  in cui persino le riunioni di giunta pare vengano registrate abusivamente e addirittura alcuni dipartimenti regionali promuovano atti in senso diametralmente opposto rispetto alle richieste del presidente e della sua giunta. Figuriamoci cosa accade in tante amministrazioni cosiddette più "periferiche"!
    E mentre tutto tace, basta organizzare annualmente due o tre convegni o manifestazioni sulla legalità e la  pubblica amministrazione calabra  di vario livello ritorna ogni volta miracolosamente pura, integra e sana. Come la Venere del Botticelli che nasce dalla schiuma  sporca delle banconote.

domenica 9 luglio 2017

ANTICHE E NUOVE SERENATE, DA CIARDULLO A EPIFANIO

di Bruno Demasi

    No, non mi riferisco affatto una volta tanto agli sproloqui dei nostri politici calabri, maestri di serenate e sviolinate al tutto e al niente nel medesimo tempo, mi riferisco propriamente alla Serenata come genere poetico musicale autoctono calabro certamente non unico nella Penisola, ma unico nella sua assoluta indipendenza dalle stornellate, dai mottetti, dalle musichette serali sotto il balcone della donna amata prive di un tessuto poetico che, nel nostro caso, ne costituisce invece la forza.    
    Malgrado l’evoluzione della comunicazione, alcune tradizioni come questa tendono sempre con fervore ad essere conservate e ancora oggi nel territorio del parco aspromontano in provincia di Reggio Calabria, sopravvive la tradizione delle “Serenate”. In particolare l’attenzione alla serenata , viene prevista per la vigilia del matrimonio, o all’uccisione del maiale che rappresenta una festa straordinaria che unisce e compatta tutta la famiglia. 

    La serenata, viene eseguita con la fisarmonica o piu’ classicamente con l’organetto, e la chitarra e/o il mandolino. E’ un’occasione vissuta coralmente, con parenti e amici , con l’assaggio delle “Frittule”, accompagnando il tutto, secondo il rituale gastronomico più fedele alla tradizione, con un bel bicchiere di vino, peperoni fritti , pane e quant’altro.
    Sull’epos della Serenata la narrazione sarebbe lunga, ma è possibile racchiuderla tra due capostipiti fondamentali, uno risalente alla fine dell’Ottocento, l’altro ai giorni nostri: Il primo è Michele De Marco, in arte “Ciardullo” vissuto in provincia di Cosenza a cavallo tra Ottocento e Novecento, poeta, giornalista, drammaturgo di grande portata. Il secondo è Ciccio Epifanio, il “Mastru Cantaturi dell’Aspromonte” com’egli ama definirsi, grande poeta vernacolo, compositore di musiche e canzoni da lui stesso magistralmente eseguite, che ha voluto inviare questo stupendo inedito a questo blog che gliene è grato.
    Tra le due composizioni quasi un secolo di distanza, ma neanche un millimetro di differenza in termini di freschezza poetica e uso magistrale della nobile parola calabra.

                            'NNA SERENATA... (di Michele De Marco – Ciardullo)


Nna serenata, chilla serenata
chi sai tu, chi sacc'io, sempre te cantu...
La luna, ianca, s'e' mpernata
mienzu a lu cielu, e ti lu fa nnu ncantu...

La iumarella abbasciu, guala guala,
ruccula queta queta e chianu chianu...
Nnu riscignuolu canta a la sepala
e n'autru lle rispunna chiu' luntanu...

Cum'e' bella stasira sta campagna,
cchi barsamu, Mari', cchi pumpusia!...
Cchi ntinni a sta chitarra chi accumpagna
sta serenata chi cantu ppe tia...

Tu duormi ntra stu liettu ch'e' fatatu,
pecchi' cce duormi tu, bellizza mia;
e ntra lu suonnu sienti appassionatu
jire lu nume tue: << Maria, Maria >>...

E riesti ppe nna picca, ntantaviglia,
e nun te para no ch'io cantu fore;
ma, ncantesimu nuovu e meraviglia,
para ca si ccu mie core ntra core...                                 

Pue sc-canti, te risbigli, sienti, riri,
e abbazi sutt'a tie lu cusciniellu;
nun iati ppe me sentere, suspiri,
e 'ntra li labbra dici << Povariellu >>!...

Povariellu... Lu sai ca nnu pensieru,
unu surtantu rota ntra ssa capu...
Tu sula me capisci ppe daveru,
tu de le pene mie nun te fa' gapu...

Quannu, bellizza mia, quannu, rispunna
trase la pace ntra ssu core mio?
Iamu sbattuti sempre cumu l'unna,
nun riposamu mai nne' tu nne' io...

Me pare de te sentere: << Ha 'raggiune >>...
dici, e sienti le lacrime saglire.
Fatte curaggiu, e l'urtimu scalune:
ha de finire, bella, ha de finire!...


                                                 SIRINATA  (di Ciccio Epifanio)

‘A notti è longa e ‘a to' finestra è chiusa
e ‘n celu sulu stà la luna 'mpisa
li to' carizzi su ricordi cari
e li me' occhji ormai funtani amari

Girau sta vita mia non havi paci
senza cumportu e sulu c ‘a me cruci
non c'è penzeru chi mi fa' paura
sulu ‘a luntananza mi dispera.

Notti raminga notti sulagna
di gioja e doluri fidili cumpagna
hjuhjja chianu nu filu di ventu
li belli paroli 'ccordamu a lu cantu

Dimmi allura la bella preghera
na vuci chi trema lu cori chi spera
canta lu tempu jochi d'i hjuri
li primi carizzi l'affanni d'amuri.

E lu celu s'alluma a la marina
stanca trema la stija primalora
stija lucenti stija matutina
ferma lu tempu mu cantamu ancora

O musa chi lu versu sai m'addrizzi
e di li cosi cogghji l'armunia
dammi lu toccu di li toi carizzi
lu cantu di la bella poisia

Vola canzuni ora vola  vola
dassa lu tempu quand'eri figghjola
cantami l'arba lu jornu chi brisci
lu jelu chi pasci la rosa e la crisci

Canta li frundi canta lu ventu
lu suli chi cedi a lu mari d'argentu
volau lu tempu volaru li hjuri

 li primi carizzi l'affanni d’amuri.