domenica 9 aprile 2017

…MA LEI COM’E’ STATO ELETTO SINDACO...?

di Domenico Luppino

    In assoluto una delle pagine più  eloquenti di lucidità sociologica e politica e di autogiornalismo d’autore scritta oggi da Domenico Luppino (già sindaco di Sinopoli) su ZoomSud, da cui la traggo integralmente . Vale più di cento saggi senza capo né coda, più di mille  manifestazioni di Educazione alla legalità coperte da zucchero vanigliato. Leggerla e ponderarla è - direi - quasi un dovere per tutti, nessuno escluso! (Bruno Demasi)
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   "Eletto sindaco di Sinopoli diventai oggetto fin dall’inizio di attenzioni intimidatorie da parte della locale criminalità. Non scrivo ‘ndrangheta, come forse dovrei, non per sminuire l’importanza della organizzazione criminale del mio territorio, ma per non darmi io stesso importanza. Ritenersi e proclamarsi vittima di ‘ndrangheta, non è sempre visto in modo benevolo.
   Dopo il secondo o il terzo avvertimento intimidatorio venni convocato presso la Prefettura di Reggio per essere ascoltato dal Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica. Il Comitato, per chi non lo sapesse, è formato dalle massime cariche Istituzionali della provincia (Ordine Giudiziario compreso).
   Entrato nel grande salone, mi chiesero: “Ma lei, come è stato eletto Sindaco di Sinopoli?”.
   Dirò più avanti cosa risposi. Voglio dire adesso, invece, quante volte quella domanda mi è risuonata in testa. E quante modeste riflessioni mi ha portato a compiere in questi dodici anni, tanti ne sono trascorsi.
  Fu allora che mi accorsi della consapevolezza, per altro motivata, che c’era nelle Istituzioni: impossibile essere eletti sindaco di un paesino come Sinopoli, senza avere goduto anche o soprattutto di un certo tipo di sostegno. Capii subito che quelle persone che mi stavano innanzi, sospettassero che la causa prima delle azioni intimidatorie di cui ero stato vittima, fossi io stesso. Forse non avevo rispettato qualche patto assunto prima della mia elezione. Non me la presi, anche se entrando in quella stanza mi sarei aspettato di entrare a far parte di una squadra. Invece, la mia sedia era quella del presunto colpevole. 

   Immaginiamo, per un attimo, l’eletto sindaco di un piccolo Comune del reggino che sa, in linea di massima, chi sono stati i suoi elettori. Immaginiamo che da eletto, pur temendo che da qualcuno dei suoi possibili elettori potessero arrivare delle richieste poco ortodosse, si fosse determinato, semplicemente per etica personale, a opporre un netto rifiuto. Ipotizziamo pure, che il nostro, pur sospettando che altri componenti della lista elettorale che lo sosteneva avessero potuto farlo, non fosse mai andato e non avesse mai avuto contezza di accordi con nessun personaggio di malaffare. Meno che mai con appartenenti a famiglie di ‘ndrangheta. Ipotizziamo, anche, che sempre il nostro candidato abbia per mesi, nel corso delle campagna elettorale, rimarcato fino allo sfinimento che non dovevano e non potevano esserci spazi di sorta per legami poco chiari e conseguenti favoritismi verso alcuno. Da ultimo, supponiamo che il nostro si sia voluto illudere che la strada del cambiamento per la sua terra, passasse necessariamente dalla acquisizione, da parte di ognuno di quelli che lo affiancavano e supportavano e dunque della gente tutta, dalla consapevolezza che dovesse nascere un nuovo modello comportamentale di occuparsi della Cosa Pubblica. Anche partendo o, forse proprio, da realtà così difficili.
   Se solo per un attimo immaginassimo tutte queste ipotesi quella domanda non sarebbe stata posta a quel modo. Magari, si sarebbe usato un po’ più di tatto. Facendo forse un lungo giro di parole e discorsi per arrivare alla stessa intenzione. Ma così non è stato.
   Ho sempre pensato, ma non posso averne controprova, che a tradire fu proprio l’inconscia convinzione che nessuna della ipotesi suddette potesse essere vera. Avevano ragione loro, nella misura in cui pregiudizialmente hanno negato la minima fondatezza delle ipotesi suddette nella convinzione che esistesse una sola ed unica verità possibile: la loro. Poco male! 

   L’estrema semplicità della spiegazione che mi sono dato nulla toglie alla sua drammaticità. Che, se ci si pensa bene, va ben oltre il caso particolare. Travalica e sopravvive alla mia vicenda di allora. E non solo risulta attualissima, ma riveste una importanza di principio rilevantissima in senso generale.
   Innanzi tutto, perché in quella domanda c’era già la più terribile delle risposte. Ancora più tremenda, perché ad asserirla erano, appunto, i massimi rappresentanti dello Stato. Essi, nel preciso momento in cui formulano il quesito, ammettono l’impossibilità che chiunque, non ero più io il loro interlocutore, potesse diventare sindaco di un piccolo comune in provincia di Reggio, senza avere assunto accordi ed impegni con le forze che notoriamente detengono la possibilità e la capacità di orientare il consenso elettorale. E vanno oltre i confini del piccolo comune del caso. Se così non fosse, avrebbero negato la presenza di un ”locale” di ‘ndrangheta in ognuno dei Comuni della provincia di Reggio, Capoluogo compreso. Ed, allo stesso tempo, avrebbero negato la capacità della ‘ndrangheta di indirizzare e dirigere il voto.
   In pratica, ponendomi quella domanda, le Istituzioni dello Stato, se certo non stavano proclamando una resa incondizionata, di fatto avallavano l’inconsistenza della Stato stesso. La sensazione che ebbi allora e che, purtroppo, continuai ad avere dopo, fu quella di una grande solitudine. Non già per me e per il territorio che in quel momento rappresentavo, ma per l’intera regione in cui ero nato. Avrei potuto rispondere che mi avevano votato i cittadini onesti lasciando intendere che gli altri avevano votato il mio avversario. Non risposi a questo modo, perché avrei mentito. Feci io una domanda alla quale mi premurai di dare risposta: “Mi state chiedendo se ho avuto voti dalla ‘ndrangheta? Immagino di sì, come credo tutti i candidati a sindaco di ogni comune di questa provincia dovrebbero tenere da conto. So di non essere andato da nessun uomo di ‘ndrangheta a chiedere voti ed appoggio. Ma chi non immagina o non mette in conto che possa esserci questa possibilità, nel contesto sociale delle nostre realtà, mente sapendo di mentire o, peggio ancora, non conosce o finge di non conoscere la realtà in cui vive. 
   La ‘ndrangheta, punta su di un candidato, piuttosto che sull’altro, talora solo per misurare le proprie forze e la propria capacità di generare consenso. E non è detto che il candidato debba essere investito “dell’onore “di essere preventivamente informato. Caso mai accade il contrario: è il candidato che informa e chiede, ancor prima del consenso, il permesso di candidarsi. La ‘ndrangheta è consapevole di tutto ciò. Sa, che allorquando busserà alla porta dell’eletto, troverà qualcuno disposto ad accoglierla”. Avrei voluto aggiungere per concludere, ma non lo feci per non sembrare troppo irriverente: “Cercate di immaginare, dunque, quale potrebbe essere la mia colpa?”

mercoledì 29 marzo 2017

La penna del Greco: LA GRANDE FORZA DI TANTE MANI…

 di Nino Greco
     Un’altra tessera del grande mosaico sulla condizione contadina in Calabria nella seconda metà del secolo scorso, quando , a dire delle cronache e delle storie inventate sui libri di storia , in Italia si registrava il cosiddetto boom economico di cui da queste partI, oltre al sangue dell'emigrazione, sono arrivate solo le briciole.
     Protagonista ancora una volta è la donna, il motore e la mente pensante della famiglia, colei che usa le mani per i lavori più duri, le mani piene di bene per la compagna di lavoro meno fortunata, le mani per nascondere religiosamente il sudato denaro che significa pane per tutti, le mani che tracciano la croce al termine di una giornata di fatica febbrile e santa, santificando tutti: in altre parole, ancora un piccolo, commosso omaggio alla madre da parte di Nino Greco. (Bruno Demasi)

    Il sole di luglio mordeva come solo lui sa fare, quella mattinata era andata via come le tante altre di quell’estate, per me “promentina”, iniziata subito dopo la chiusura della scuola.
   Oltre ad andare a caccia di folìe tra le rangare e di granchi nelle mastre, spendevo il mio tempo a curiosare nelle ribbe della fiumara. I massi rimandavano un caldo cocente come se fosse una vaporiera; mi muovevo, scalzo, nelle tracce delle mastre ancora umide delle bivarate o saltellando tra le sporadiche oasi di ciuffi d’erba fresca. Lo scroscio della fiumara era l’unico suono che sentivo oltre al rumore, lontano e cadenzato, della ruspa che senza sosta alimentava le montagne di sabbia della cava di Marro. Quello era il confine, oltre la prisa non ci andavo, ogni tanto dovevo dare segni della mia presenza a mia madre, che, nonostante fosse certa della mia accortezza, voleva conoscere tutti i miei spostamenti.
   Lei, come succedeva ogni volta che veniva il camion di Rroccuzzu, era già immersa tra le fasolate intenta alla raccolta della vajaneja; io ci avevo provato ad aiutarla, ma reputava che per quel lavoro fosse necessario il giusto occhio, poiché Rroccuzzo era stato chiaro:
- Voglio solo vaianeja di mezzo coccio!
   Suonava come un ordine e in fondo lo era: se avesse trovato tra i sacchi di zombara fagiola tenera oppure troppo matura o secca si sarebbe indispettito e avrebbe scartato tutto il raccolto di quel sacco, e mia madre non voleva correre quel rischio.
   Qualche anno prima era successo che aveva rimandato indietro qualche colono, e oltre alla mancata vendita, e quindi al guadagno di quelle poche lire, chi incappava nella verifica rischiava, secondo Rroccuzu, di passare per truffatore.
   Non aveva raccomandato altro quel giorno che era passato a distribuire i sacchi di zombara: - La fagiola deve essere di qualità: mezzo coccio e senza foglie ! 

   Mia madre ne aveva chiesti due di sacchi, con mio padre avevano stimato almeno mezzo quintale pronta per essere venduta, era la seconda raccolta di quell’annata.
   La prima era andata bene, trenta chili pagati a ottanta lire al chilo come primizia; i primi soldi dell’annata sarebbero serviti per andare a chiudere qualche debito, specie quello della putigha di Meluzza dove nei mesi senza entrate andavo a comprare il pane o la pasta con la “libretta”, a cridenza. Un quadernino con la copertina nera dove puntualmente Meluzza segnava : data, articolo e prezzo, nulla mi dava oltre l’ordinario. Mia madre le aveva più volte ripetuto che se fossi andato a comprare altre cose con la libretta, che non fossero alimenti non avrebbe dovuto dare nulla.
   Così mi rassegnavo e aspettavo il momento giusto per chiedere una moneta da cinque o da dieci lire per comprare il tommy o le cingomme.
   Quel giorno il camion arrivò, come al solito, nel pomeriggio, si fermò sotto i pioppi, diede tre colpi di clacson per avvisare del suo arrivo e che tutto era pronto per caricare.
   Aiutai mia madre a caricare in testa il primo sacco, andai con lei per aiutarla a metterlo a terra, feci così anche per il secondo.
   Rroccuzzo era intento a stendere una cerata per terra, in quel punto sarebbero state fatte le pesate con la stratìa, e quel telone sarebbe servito per rovesciare i sacchi, scelti a sua discrezione, per verificare la bontà della vajaneja.
   In pochi minuti il cerchio si compose. Coloni e sacchi tutti intorno alla cerata, ognuno dietro ai propri, pronti per iniziare la pesata. Arrivò anche Mararosa con un sacco che conteneva meno della metà. Rroccuzzu guardo il sacco, fece un sorriso e rivolgendosi a lei disse:
- Oh gnura ! e che vi devo lasciare tutti i soldi che ho! Mi volete sbancare !
   Seguì una sua risata sguaiata di scherno, il suo volto divenne maschera e le vene del collo s’ingrossarono, nessuno dei presenti rise né accennò compiacenza.
   Mararosa era una donna avanti con gli anni, vedova da tanto tempo, viveva da sola. Quell’anno aveva chiesto un pezzo di terra quantu pe commitu ai De Zerbi, e le era stata concessa; in quei mesi come tutti gli altri coloni si era prodigata a lavorare quel pezzo di terra per godere degli ortaggi che altrimenti trovava difficile comprare.
   Alla risata di Rroccuzzu abbassò gli occhi, prese il sacco e fece per andare, Vavarella la bloccò:
-Aundi jiti, veniti cca! - esclamò, mentre afferrava il sacco con quel poco di contenuto, lo accosto al suo e prese due junte di vajaneja e le cacciò dentro. Tutti i presenti, anche mia madre, ripeterono quel gesto e in un attimo quel sacco si riempì.
   Lei un po’ scornusa non disse nulla, Roccuzzu rimase a bocca aperta, e cercando di andare oltre quel momento d’imbarazzo disse: 

- Non prendetevela a male! Stavo scherzando ! - dopo una breve pausa continuò - Oggi i sacchi da vedere sono tre! - E indicò uno di Vavarella, uno di mia madre e uno della Perduta.
   Vavarella rovesciò la fagiola sul telone, Roccuzzu si avvicinò e cominciò a scrutare, allargando il mucchio mentre silenzio la faceva da padrone fino a che:
- Va bene , pe stavota va bene ! la prossima volta meglio ! - come se stesse concedendo un favore.
   Vavarella rimise nel sacco la vajanejia e si appressò alla pesata. Il lavorante di Rroccuzzu fece passare una cropa da sotto il sacco, fece un nodo nella parte superiore agganciò la stratìa, Vavarella prestò la sua spalla alla sbarra e mentre i due sollevavano il sacco Rroccuzzu inforcò un paio di occhiali e lesse il peso:
- Ventotto chili e qualcosa……! Bonpisu- aggiunse, chiamando a suo diritto la parte eccedente oltre i ventotto chili.
   Si andò avanti fino a ultimare tutte le pesate, Rroccuzzu pagò tutti nella classica maniera: sfilando le carte da mille una alla volta da quella manata che non lesinava di sfoggiare in ogni momento. Mia madre arrotolò le quattromila lire nel fazzoletto, fece un nodo e le mise nel petto.
    Anche Mararosa custodì le due banconote da mille nel fazzoletto e nel petto, con la discrezione di donna e lavoratrice e mentre sommessamente ringraziava tutti per le junte di vajaneja: un leggero sorriso alleggeriva quelle rughe del suo volto in cui si leggeva il peso delle fatiche andate e della sua ferma dignità che non era stata scalfita affatto dalla dignitosa generosità degli amici.

domenica 26 marzo 2017

AL MODICO PREZZO DI UNA FALSA PREGHIERA…

di Domenico Rosaci

     La corruzione, questo mostro a mille teste che attanaglia l’Italia, che affligge e impoverisce da decenni la Calabria nell'indifferenza di tanta gente che quasi ammira i corrotti, li considera più furbi degli altri e perciò degni di rispetto, non è colpa di pochi. E’ la colpa di un intero popolo che ancora non ha metabolizzato i valori della sana convivenza civile, favorisce i peggiori e sopravvive a stento a sé stesso mettendosi la coscienza a posto con le ipocrisie di sempre.
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   Pretendere di cambiare la società in generale, e quella calabrese in particolare, anche se animati dalle migliori intenzioni, è vana utopia oltre che indizio di megalomania. La società l'hanno sempre cambiata, o mantenuta identica, le persone che la costituiscono e così continuerà ad essere. 
  In Occidente, ma soprattutto a latitudini depresse come la nostra, oggi la gente ha deciso in massa di aderire al consumismo, trasformando ogni aspetto della propria vita nell'esercizio di un consumo, finalizzato a  sè stesso anche a costo di raggirare e depauperare gli altri. Si consuma cibo inutile e dannoso, oggetti futili e presto inservibili, ma anche amicizie, amori ed ogni altro tipo di relazione. Anche le persone vengono trattate alla stregua di oggetti, ambite con desiderio fino a quando non si arriva a possederle, usate fino a quando fa comodo, messe da parte quando non sono più di moda, come un vecchio modello di cellulare. Persino l'ambiente viene costantemente divorato, in nome di questa moderna ambizione delle masse: raggirare e trangugiare.

   Inutile pensare di dare la colpa solo ad alcuni politici (che comunque sul piano etico, legale, finanziario ne hanno tante) , o a qualche complotto internazionale. La classe politica è il prodotto della società , non la causa. Infatti la gente va a votare politici che rubano, sperperano impunemente risorse e speculano sulle persone e sul territorio.
    E' la gente che vuole giocare a questo gioco, ed i potenti sono semplicemente coloro che a questo gioco sono risultati i vincitori, dunque operano come meglio credono e con coloro nei quali credono, indipendentemente dai loro valori e dalle loro capacità… Ciò che sta accadendo in sede nazionale o in sede regionale, pur avendo superato ormai ogni limite di guardia, è molto emblematico!
    C'è soltanto da chiedersi se un giorno questa società deciderà di cambiare strada. Se un bel giorno si stancherà di consumare senza costrutto e deciderà di riprendere quello straordinario cammino chiamato umanità.
    Ma non si aspetti un profeta, un vate, un duce che indichi la strada. Anche se apparisse, sarebbe inutile in assenza di una presa collettiva di coscienza, perché nessuno lo seguirebbe. Oppure lo seguirebbero senza neppure capire cosa abbia detto, come è successo con Cristo, invocato ancora oggi solo per continuare a consumare nell'ipocrisia e nell'indifferenza, al modico prezzo di una falsa preghiera recitata ad alta voce davanti a tutti, di un dietetico digiuno sbandierato ai quattro venti o di una via crucis con commenti prefabbricati e lacrime di coccodrillo.
   C'è un unica, possibile speranza di cambiamento, ed è nascosta dentro ciascuno di noi. 
   Ad ognuno di noi ignorarla o coglierla, trasmetterla agli altri.

sabato 11 febbraio 2017

Colonìe III: LA SVENDITA DEL SUDORE

di Nino Greco
    Il carboncino di Gianna Pinto che apre questa nuova pagina di Nino Greco e che rappresenta in modo sublime il volto della donna, della madre calabrese per antonomasia mi ha sempre commosso: lo ritengo un capolavoro.
    Ed è degno di illustrare tutta la tristezza di Nino Greco  nel ripercorrere queste righe in cui sua madre, scomparsa pochi giorni fa, appare silenziosa, anche se non espressamente citata, insieme alle altre donne consunte dalla fatica rurale, affacciate allo stradone a svendere all’affarista di turno i frutti del loro sudore.
    La dipartita di queste donne senza tempo, sopravvissute al vecchio  secolo solo per assaggiare i veleni del nuovo  ormai privo di storia, lascia dei vuoti impensabili – io l’ho provato tre anni fa – perché rappresenta il crollo di una religione, quella del lavoro e dell’ umiltà orgogliosa, quella della sapienza antica e dell’arte della famiglia, distrutta inesorabilmente da mille nuove idolatrie che ci rubano la dignità senza che ce ne accorgiamo.
    A Caterina Gentile Greco, a tutte queste donne antiche che stanno lasciando in silenzio la scena di questo mondo dopo avere insegnato la vita e l’orgoglio della famiglia per tanto tempo, va la nostra smisurata e commossa gratitudine. (Bruno Demasi)

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   Nello slargo, sotto i pioppi, dopo ogni raccolta, avveniva la vendita dei fagioli. In quell’oasi d’ombra e di terra battuta ci si arrivava dallo stradone che, da Marro, fiancheggiando e in qualche punto attraversando le fiumare, porta fino alla Ferrandina. 

   Era il tragitto che, ogni anni a metà giugno, faceva Roccuzzu di San Martino. Girava per le contrade per accaparrarsi la vajaneja promentina, e approfittava per ‘mparolarsi il raccolto con chi ne fosse disponibile.
   Risaliva la fiumara col suo Lupetto rosso; il clacson del camioncino e un cupigghjuni di polvere era il richiamo per i coloni che sbucavano da ovunque e lo seguivano fino a lì, sotto ai pioppi e al fresco.
   Un giorno della fine di giugno, dopo aver radunato i coloni della Pignara e proposto a loro le condizioni, risalendo la fiumara, arrivò fino a noi, ai Tri Chiuppi.
   Le voci della Foresta avevano anticipato il suo arrivo; un passa parola mormorato tra le reste e le rasule di fagioli:
- Avoji ‘nc’è u camiu i Roccuzzu i San Martinu!
   Il rombo, il clacson del camion e la nuvola di purbarata sollevata confermarono le voci.
   Arrivò nello spiazzo, scese dal camio insieme al suo lavorante e attese l’arrivo di tutti coloro che avevano piantato nei paraggi.
   Era un omino basso, volto rigonfio e grondante di sudore, occhi grossi e arrossati incastrati in orbite che sembrava reggessero con fatica i movimenti dei bulbi; voce stridente, ventre straripante oltre la cintura, e la camicia, il cui collo arrivava a metà guance, rivelava apertamente un collo basso e che non vi fossero in commercio modelli di camicia adeguata al suo busto.

- Pure quest’anno volarria ‘ccattari la vostra fagiolina, anche se ho pensato seriamente di cambiare travagghjio! Non si guadagna niente!
   Disse ridendo e con la parlata dericinisa e allargando le braccia per mostrare una finta disperazione.
- Non piace più la fagiolina! Le famiglie ormai s’addubbano a pasta e carne, i fagioli non li mangia nessuno! - rise.
   Era un modo grossolano per preparare le condizioni e per giustificare le lire che avrebbe proposto per ogni chilo di fagiola.
- La prima cogghjuta di vajaneja tennera, sia di maddammolu che di milanisi, ve la pago a sessanta lire, ma deve essere carravuci, non voglio il mezzo coccio; per le prossime raccolte ci metteremo d’accordo, a mano a mano.
   Roccuzzu poneva le condizioni ed erano le stesse dell’anno prima, potevano variare solo le lire. E così, tranne le piante lasciate per semenza e quanto serviva per il consumo di casa, si accaparrava tutta la produzione; era l’unico a comprarla, nessun’altro si offriva né si era mai proposto. Scelta obbligata: o chistu o nenti, e ci si contentava.
   Ogni anno diceva le stesse cose, usando le stesse parole; forse non ricordava di averle già dette l’anno prima o le ribadiva poiché le reputava convincenti. Si sentiva talmente padrone e certo che nessun evento gli avrebbe distolto quei raccolti.
   E poi il prezzo lo poneva al momento della trattativa; quale colono, dopo aver riempito i sacchi di zombara, avrebbe rinunciato alla vendita ritenendo il prezzo non soddisfacente? A chi altro avrebbe potuto vendere quanto raccolto? 

- La gente vuole sostanza, cerca altre cose quando va al mercato, e la vendita diviene sempre difficile; e poi a vajaneja è: “chiantari e cogghjiri”.
   Sdegnava i sacrifici di coloro che svendevano intere giornate di lavoro e diceva che la fatica era limitata alla semina e alla raccolta; non teneva conto, o faceva finta di non sapere, che c’era da dubrare, da bivarare, e poi ancora l’impalare e lo spagghjarare.
   Nessuno votava parola, e non perché non c’era nulla da dire, non era opportuno scorrucciare il compratore, un altro non ci sarebbe stato.
   I coloni di quei paraggi, disposti a cerchio sotto l’ombra dei pioppi, erano con le orecchie aperte per cercare di capire a quanto avrebbe pagato un chilo di maddammolo e di milanisi, giusto per fare un veloce calcolo e capire quante lire avrebbe reso un sacco chinu di zombara, che ‘nsaccato bene conteneva oltre trenta chili.
   Io osservavo il volto serio di mia madre e degli altri: di commare Cuncetta, d’ a Cireiota, d’a Perduta, d’a Monaca, di Vavarella; si radunavano lì anche coloro che avevano le terre dei De Zerbi: ‘a Curruna e Nino Zinghinì.
   Tutti che pendevano dalle parole di Roccuzzu, e lui con aria di rammarico diceva che, ai mercati di Taurianova, in pochi compravano i fagioli.
- Ormai le famiglie si guvernanu di carne e pesce!
   Ripeteva continuamente, e rideva. Bisognava crederci, o fare finta di crederci.
   E poi lui faceva vedere i soldi. Una scena che si ripeteva nei momenti della compravendita e che conoscevano tutti.
   Accadeva che quando era il momento di pagare i coloni tirava fuori dalla tasca tanti pezzi da diecimila da cinquemila e da mille lire, una corposa mazzetta che gli riempiva il pugno e che passava sotto il naso di tutti. 

   Esibiva i denari ed esibiva il potere; che per lui era tutto lì, in quel pugno di banconote.
   Vantava il suo avere e Vavarella diceva:
- Cu mmostra i sordi mmostra u culu!
   Un modo semplice per dire che chi sfoggia il potere nella maniera più arrogante e senza discrezione, nel momento in cui lo fa mostra la parte più cajorda del suo essere. Vavarella non ossequiava Roccuzzu oltre l’opportuno, sembrava fosse invidia per quella manata di denari o un’antipatia spontanea per quell’uomo vanitoso.
    Quell'ostentazione del potere e del benessere ‘mportunava chi, come Vavarella, per vedere mille lire doveva vendergli venti chili di fagioli e a Vavarella quell’estate gli sarebbe servito davvero vendere tante quintalate di fasolo, aveva fatto la figlia più grande zita ed era prossima al matrimonio.

lunedì 23 gennaio 2017

LA METAFORA DELL'ASPROMONTE E DELLE SERRE: PIMINORO

di Francesco Barillaro
      
   Piminoro è la metafora di due civiltà profondamente diverse tra loro, quella dell'Aspromonte e quella delle Serre, che in esso si mescolano e si integrano a vicenda. Ne è derivata - per chi la conosce sul serio o per chi la eredita nel sangue - una enclave magnifica e terribile, come le levantine, come le cime sbattute dal vento dei faggi, come lo "Schiccio di Teresa" , la cui foto , per ultima, correda questo pezzo sublime di Francesco Barillaro (Bruno Demasi)

     Ogni angolo, ogni roccia, ogni albero di questa montagna parla lo stesso linguaggio della gente di Piminoro. Nel bene e nel male questa terra ha caratterizzato la vita della gente del luogo. Nei miei ricordi d’infanzia andare in montagna rappresentava quasi una sfida, era assolutamente vietato andarci da soli: c’era la turva o schiera, più o meno un gruppo ben nutrito di anime dei morti che vagavano per le contrade isolate. Se venivi preso da essi, ti ritrovavi in un posto lontano e smarrivi la strada per tornare.
    Ancora oggi, in paese, gli anziani raccontano dei fatti fantastici. L’ora propizia per il verificarsi dell’evento era mezzogiorno! Se scampavi alla schiera, però, non potevi evitare i tamburinari. Questi abitavano nella scorciatoia che dal Serro della Guardia, in località Scaluni (grande gradino) porta ai piani di Panipirsu. Qua, in un grande cafuni(vallone stretto e profondo), nei tempi che furono, un gruppo di suonatori provenienti dal versante ionico e diretti a Piminoro furono sorpresi da una tremenda levantina, smarrirono il sentiero e furono sommersi, strumenti compresi, dall’impeto dell’acqua di quella jumara (ruscello). 

    I pastori raccontavano che nelle sere di burrasca sentivano un rullare di tamburi proveniente dalla stretta gola della jumara, e le capre impaurite scappavano scampanellando. Per evitare questi inconvenienti spiacevoli, salivo in montagna con mio zio Angelo che oltre a salvaguardarmi da quelle sventure era un esperto raccoglitore di funghi. Andavamo alla ricerca del re dell’Aspromonte ossia del porcino, a Piminoro chiamato janchiedu.
   Aspettavo con ansia le prime piogge autunnali dopo la calura estiva e quando in paese si diceva che in montagna erano stati trovati i primi funghi, partivamo che era ancora buio. Lo zio non aveva la macchina. Arrivati all’imbocco della scorciatoia mi avvicinavo ulteriormente a lui per attraversare indenne il punto dove morirono i tamburinari. Sui pianori l’alba prendeva il sopravvento e incominciava l’entusiasmante ricerca. Al ritorno, il sole era già alto e l’attraversamento del punto critico non mi faceva più paura.
    Incominciai così ad apprezzare questa particolare montagna già in tenera età e ancora oggi mi attrae, mi manca e mi emoziona come un grande e tenero amore. Mi mancano i suoi silenzi impenetrabili, il suo vento che scaturisce dalle gole fredde e profonde, il suo incanto, la solitudine dei tramonti quando il cielo si macchia di rosso del sole calato, nell’attimo immenso dell’imbrunire, quando questa montagna ti fa sentire un amante appassionato. 

    Ogni stagione regala suggestioni diverse, ma i colori dell’autunno sulle creste dell’Aspromonte hanno qualcosa di indescrivibile. Capita spesso, da queste parti, che la prima neve arrivi quando ancora gli alberi non sono completamente spogli del loro manto dorato. È semplicemente meraviglioso ammirare le foglie gialle ricoperte dalla neve: assumono colori stupendi. I corsi d’acqua si riprendono lentamente dalla scarsità della pioggia e, piano piano, si ode il loro delicato canto lungo le valli dei due versanti. Scorrono intorno numerose sorgenti, alcune si infiltrano tra le fenditure del terreno, altre solcano il manto di neve dai declivi fino a confluire a valle in un unico corso. Intorno si ode un dolce gorgoglio, mentre i rigoli si insinuano e vengono risucchiati nella fragorosa e spumeggiante corrente d’acqua.
    Il passaggio di stagione è avvertito da tutta la natura. La montagna è in fremito! Nel bosco si ode qualcuno che raccoglie legna secca, le foglie formano un soffice manto, di fronte a te un albero, invecchiato dal tempo e dal vento, si prepara a trascorrere in altro duro e lungo inverno. Forse a primavera non metterà su le nuove gemme.
    Dalle creste lo spettacolo che appare è straordinario, ti si aprono di fronte grandi spazi, immensi pianori a valle disegnano forme armoniche e diseguali; nel corso dell’anno si alternano tenui e caldi i colori dell’autunno e brillanti ed esuberanti quelli dei mesi estivi, modulando il verde intenso delle conifere e quello più delicato delle faggete, come se il cambio delle stagioni venisse annunciato dalla mano di un misterioso e saggio pittore. 

    Sono luoghi che parlano più del passato che del presente. Ripercorrere i sentieri è come andare indietro nel tempo, quando i monti erano più frequentati di adesso, e si scoprono segni e testimonianze che raccontano fedelmente (in particolare nel versante ionico) degli asceti, eremiti che cercavano nel silenzio la pace interiore, e di montanari che da questa montagna traevano il necessario per la loro vita frugale.
    Non auspico a questi posti l’arrivo del turismo di massa, nell’illusione che esso contribuisca al sollevamento economico della nostra terra. Questa montagna è bella così, nella sua povertà, nei suoi misteri, nei suoi silenzi infranti solo dal rumore del vento. Il Serro della Guardia è bello così e, quando scende la notte, sembra dominare severo e paterno i paesi sottostanti che con le loro flebili luci frangono l’oscurità arcaica che si distende sul regno degli ulivi secolari della Piana. È questo il momento magico, mai uguale a sé stesso, in cui il silenzio solenne della montagna si amalgama ai rumori della vita notturna degli animali e accarezza storie che sempre si intrecciano con le leggende.
    La stagione che prelude arriva silenziosamente in Aspromonte, avvolge Piminoro da quel vento amico di Levante, quando le rondini si riuniscono a frotte preparandosi a partire. Poi, all’improvviso, arriva l’inverno a lambire le giornate con la sua oscurità e il sole fugge via dietro le linee dell’orizzonte infinito. Sembra portare con sé tutte le speranze…

venerdì 20 gennaio 2017

IL LADRI (Una favoletta di Ennio Flaiano)


   
      Quando i ladri presero il governo, il popolo fu contento, fece vacanza e bei fuochi d’artificio.
      La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto riaffermarono il di­ritto di proprietà. Questo rassicurò i proprietari più autorevoli. Su tutti i muri scrissero: « Il furto è una proprietà».   
      Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate. A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, a un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli la testa.
      Poi si sparse la voce che i ladri rubavano. Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno. I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale. Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, ladra, onesta, religiosa. Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo.
      Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti e si vide che non era possibile farli senza l’aiuto di una grossa organizzazione. E si capì che i ladri avevano quest’organizzazione. Una mattina, per esempio ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia. Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città.
    La stampa, dapprima timida, insorse : sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, e quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini.
     Ma vissero sempre felici e contenti.                                    (Ennio  Flaiano in Opere, pp. 591-592)