giovedì 7 luglio 2016

IL MAESTRO FRANCESCO FLORIMO DA SAN GIORGIO MORGETO

          di Maria Lombardo
    Una vita davvero intensa e ricca quella del grande musicista Florimo, nato nel 1800 in una piccola borgata di Calabria Ultra abbarbicata all’Aspromonte, San Giorgio Morgeto.
   I primi rudimenti, facendo vibrare il cembalo, il giovane li ebbe dallo zio il quale si accorse delle ampie capacità del nipote che indussero i genitori e lo stesso zio a iscriverlo all’età di diciassette anni al Conservatorio di San Sebastiano in Napoli (divenuto poi “S. Pietro a Majella”).
    Il piccolo musicista calabrese si distingueva intanto in molte discipline, tra cui letteratura ed estetica e queste doti e la passione per la musica gli permisero di conseguire una borsa di studio molto ambita.
    Ebbe come maestri: Tritto (contrappunto), Elia (pianoforte), Fumo (armonia), Zingarelli (composizione) ed il Crescentini (canto), applaudito esecutore di opere del Cirnarosa. Suoi compagni furono, tra gli altri: Vincenzo Bellini. Saverio Mercandante, Carlo Conti, Luigi e Federico Ricci, Michele Costa, Enrico Putrella, Giovanni Pacini, Carlo Coccia, Pietro Coppola. Napoli era senza dubbio il luogo ideale per una così vivace mente e la presenza di un corpo docente preparatissimo fece il resto.
    A soli 23 anni otteneva il diploma di direttore d’orchestra, poi quello di canto e di pianoforte, grandi successi per il tempo. Nel 1835 fu nominato Primo Direttore Artistico della Società Filarmonica di Napoli. Divenne quindi membro di molte accademie, fra cui: la Pontaniana, la Reale d’Archeologia e L’Archeologica, quella di Lettere e Belle Arti, tutte in Napoli; la Musicale di S. Cecilia in Roma, le Filarmoniche di Palermo, Catania, Messina e Bologna.

    Prodigo, attento e molto noto, Florimo si fece anche promotore di un’accademia di studi belliniani e di diversi concorsi musicali intitolati allo stesso Bellini. Valorizzò con il Premio una gara cui potevano aderire i compositori del Regno delle Due Sicilie.
    Devotissimo al Conservatorio nel quale aveva speso gran parte del suo tempo, studiando e consultando biografie ed opere di illustri musicisti, il Florimo si lamentava spesso del disordine e della mancanza di una pinacoteca, nella quale conservare tutto quanto facesse riferimento ai maestri formatisi in quella scuola e riuscì persino a farsi nominare bibliotecario per poter esprimere il suo amore per musica e cultura, carica che mantenne fino alla morte. Tale carica, gli venne conferita nel 1827 dal Ministero della Istruzione per il Regno delle Due Sicilie. Con Florimo, l’Archivio del Conservatorio di Napoli divenne il primo in “Italia” e uno dei primi in Europa per la vastissima collezione di opere di tutti i musicisti d’ogni epoca e di ogni parte d’Europa.
    Nell’arco di tempo tra il 1850 ed il ’79 insegnò canto e pianoforte e curò la sua Pinacoteca. Lasciò in dono al Conservatorio di San Pietro a Majella una quantità di preziosi cimeli, di sacri ricordi e di opere d’arte: molta musica autografa di Bellini, di Verdi, di Carafa, la sua e quella di molti altri maestri; le lettere autografe di uomini illustri, di artisti e artiste, raccolte in ventiquattro voluminose cartelle; tutti i quadri, quadretti e fotografie di uomini illustri; 18 ritratti ad olio eseguiti da pittori di fama, reliquie di grandi artisti e maestri, statue e statuette, persino la maschera di Bellini presa sul cadavere da Danton nel giorno della morte; un arpa, opera di Antonio Stradivario; i bastoni a lui regalati da Talberg, da Bellini, da Rossigni; un violino costruito da Antonio Galliano col legno di un cipresso dissotterrato a Pompei dopo 18 secoli. 

    L’ingegno e l’operosità di Francesco Florimo furono infine fregiati da molte onorificenze; meritò infatti la Commenda dei SS. Maurizio e Lazzaro, la croce dell’ordine di San Michele di Baviera, la medaglia del busto di Simone Bolivar e un anno prima di morire, la nomina a Grande Ufficiale della Corona d’Italia.
    La morte lo colse il 18 dicembre del 1888, a seguito di una polmonite causatasi uscendo da una festa d’arte: il suo ultimo sguardo ed il malinconico sorriso d’artista furono rivolti al ritratto di Vincenzo Bellini che teneva accanto al capezzale.

sabato 11 giugno 2016

QUEI FANTASMI DAL VOLTO NERO CHE PRODUCONO MILIONI…

di Bruno Demasi

   Crescono vertiginosamente gli utili della grande azienda made in “Calabria for Africa” che , pur lamentandone la latitanza, non ha bisogno affatto della presenza dello Stato tra i mille inferni di cui è disseminato il cammino di innumerevoli Africani eletti a carne da macello, ma spesso anche a carnefici per chi tenta di riportare un barlume di Stato tra le tende marce di San Ferdinando e degli altri luoghi di delizie che lo Stato ha rimosso dalla sua memoria.
    Una materia prima per un’industria sommersa, costituita da tanta carne umana che attraversa il mare camminando letteralmente sulle acque e che fornisce soldi per sempre più frequenti sepolture nella nuda terra in fosse scavate con piccole escavatrici da riciclo in cimiteri di serie C dove resta appena il tempo per qualche foto in cravatta ai buoni di turno prima che rovi e sterpi crescano sui crani di questi martiri divorati dal nulla.
    Una materia prima che dà da mangiare a imprese di pompe funebri, ditte di pullman a noleggio a prezzo d’oro per lo smistamento di questi visi impietriti nei lager di mezza Penisola, o ad agenzie di soccorso quotate nelle borse locali… che si fanno pagare a carissimo prezzo persino l’aria spostata da un ventaglio per allontanare l’odore nauseabondo della carne umana abbandonata a se stessa.

    Una materia prima che serve da alibi per mantenere in vita i ghetti di sempre e quando qualcuno prima o poi grida allo scandalo delle tendopoli in cui scappa il morto o covano le epidemie o a quello delle fabbriche abbandonate invase dal carnaio umano c’è sempre la possibilità di ricorrere a nuove progettazioni milionarie di nuove tendopoli da quattro soldi.
   Una materia prima che incendia ed esalta la carità di mestiere di organizzazioni di carità fini a se stesse che non aggiungono altro che una goccia di lacrime pelose al mare magnum della povertà e dell’abbrutimento infinito della fame, della prostituzione, della vita di espedienti che si consuma vergognosamente a due passi dal porto più importante del Mediterraneo dove lo stesso Stato che ignora queste povertà fa finta di ignorare una trama infinita di traffici che si muovono lesti sopra e soprattutto sotto il filo della legalità. 

   Una materia prima che in qualche paese della Piana ha fatto sorgere il ghiribizzo a qualcuno di creare un centro “polifunzionale” per migranti costato oltre mezzo milione di euro per avviare e tenere “ corsi di formazione” agli immigrati, dotato di arredi e computer costati al contribuente almeno tre volte il loro valore corrente, inaugurato in pompa magna tra i clamori della propaganda di regime sempre pronta a vantarsi del proprio nulla e degli sperperi immani e abbandonato subito. Il suo scopo infatti –come molti dicono - era solo quello di spendere.
    Una materia prima indispensabile ai cento progetti delle varie associazioni, ministeri, regione comuni per dimostrare a se stessi e al mondo che sulla carne da macello si possono costruire, come sempre nella storia, le più grandi e  sporche ricchezze.

sabato 28 maggio 2016

GIU’ NEL MEDITERRANEO…VI INSEGNAMMO IL PANE..

di Saverio Pazzano
  
    Altri naufragi nel Mediterraneo.
    La Fortezza Europa organizza accoglienze e respingimenti, dall’alto della sua sapienza. 
   Che viene tutta dal mondo che ora trattiamo come sub-civile. 
 
Vi insegnammo il pane,
che voi chiamate nostro e quotidiano,
vi insegnammo il chicco nella spiga,
e a farne farina.
Vi insegnammo il caldo del forno,
la carezza all’impasto.
Vi insegnammo il vino,
nostre erano le pecore che tornarono ubriache,
vi insegnammo gli acini al sole,
a rafforzare la vite.
Vi insegnammo che le stelle erano troppe,
che non ci sono mani per contarle,
vi lasciammo i numeri in punta di dita,
il segno dell’uno la somma ed il niente,
il tutto e lo zero.
Contammo le stelle per navigare il mare,
anche questo vi spiegammo.
Vi insegnammo i porti,
l’attenzione al vento,
a limitare la rabbia del fiume,
vi spiegammo l’acqua nei chiostri,
il suono della fontana nei vostri giardini.
Vi insegnammo i disegni sui muri,
la forma della parola,
a disegnare il pensiero,
la lettera che corrisponde al suono.
Vi insegnammo la musica,
la corda che accarezza l’aria,
l’armonia dentro la canna,
la musica dentro il soffio.
Vi insegnammo l’amore
dentro la poesia,
la meraviglia dei corpi
al profumo di unguenti.
Vi insegnammo il libro, 
la carta e la memoria,
vi insegnammo Dio, perfino,
il vostro Dio,
bambino esule straniero ribelle,
vi insegnammo.
Vi insegnammo l’incontro,
perché voi lo ricordaste a noi,

 al tempo.