sabato 19 dicembre 2015

'A MEMORIA D'U SCECCU

di Ciccio Epifanio
       Dopo il recente elogio alla rinomata vacca calabra è senz’altro doveroso dedicare il giusto spazio allo scecco nostrano e a tutti i prototipi di presunzione, ignoranza e ipocrisia che esso rappresenta e condensa nel suo permaloso essere di creatura vanitosa ed egoista.
    Lo fa Ciccio Epifanio, superando se stesso, in questo poemetto godibilissimo nel quale, riprendendo le atmosfere di una novella di Nino Greco e mutuando sapientemente la non facile metrica già usata dall’Abate Conìa, traccia un ritratto incredibilmente forte e grande di questo animale e dei peggiori difetti umani (abbondantissimi dalle nostre parti) che esso incarna (Bruno Demasi).




      PROLOGO 

Cantandu cu lu verzu
di l’abati Conia,
lu sceccu a poisia
vogghju mentiri.


Mi dezzi lena e spuntu
Mu jarmu stu casteju,
lu ciucciu “Pascaleju,
‘i Ninu Greco.


Ma s' a lu ciucciu soi 

Ogni virtù nci meri,
lu sceccu meu è punteri
e marranchinu.


E pe’ di cchù ‘ stu sceccu
È rrattu a ogni nzinga,
e cedi a la lusinga
d’ogni scecca.


Addunca è liberatu
Stu cuntu mu vi ncignu,
mu nzingu comu pignu
 e vegnu a vui.




Quandu campava ‘u sceccu
erunu tempi niri:
gatti,palumbi e gghjiri
erunu commitità.

U sceccu era puntéri
e minzogneru assai,
malignu quantu mai:
nzumma,era sumeri.

Suffriva u muzzicuni
‘a varda e la capizza,
trovava pemm’attizza
ogni occasioni.

Quandu jhaccava l’arba
partia cu ddu cannistri,
d’arretu li ministri,
e a gran vilocità.

U sceccu era luntruni
lagnusu e lavativu,
paria cernutu o’ crivu
nzumma, era murruni.

Suffriva ‘u stijazzu
‘u caddu e la stagiuni,
non era du patruni
mai cuntentu.

Quand’era menzijornu,
non si tenia la fami,
di rragghji e di richjami
si spremia.

U sceccu era mastruni
non era mai o so postu,
era ndurutu e tostu
com’azzaru.

U sceccu avant’avanti
e quasi senza pisu,
appressu a’ cuda mpisu,
u mulatteri.

Faciva i so bisogni
sempi a mità caminu,
darretu lu meschinu,
sciruppava.

Parrandu cu crianza,
vi dicu a pinneju:
U sceccu du porceju
era nu puntu peju.

E pe fari dispettu
di ‘voti caminandu
si la facia rragghjandu
e testijava.

Penzu ca u Patreternu
ndavia u s’a piggh’arrisi,
‘u sceccu era ngornisi
e si vantava.

Ndavia ‘u si tagghja ‘u pilu
ogn’annu e’ primi agustu,
paria ca trova gustu
 ma sperrava.


Pariva ca ti senti
ma quandu si votava,
tuttu si ncarognava
e ti pistava.

Quandu nci davi a biava
mancu ti dava retta:
è veru can ci spetta
pe’ ragiuni,

santu diavuluni
ddolliji nu minutu?
iju cu mussu a mbutu
ti richjama.

Ndaviva l’anchi curti
era tuttu na posa,
trovava u si riposa
puru a ddritta.

I ricchji sempi tisi
mu senti ogni cantu,
ogni lagnanza o vantu
du patruni.

E quandu pe’ prudenza
parravi zittu zittu,
faciva u mussu affrittu
e jiva ‘ i truncu.

‘Na cuda masculina
dura, pilusa e nira,
bastava pemmu tira
ognunu appressu.

Ti capitava  o spissu
u vidi pe’  “Folari”
u sceccu caminari
c’u patruni.

Lu mastru capitatu
Ndaviva chimmu llana
Se ncera na suttana
Ja prisenti.


Ca poi si mpirnicchjava
E ssi nnacava tuttu,
puru se ddera rruttu,
corteggiava!

Ija jizava a cuda
pe ffari l’occasioni,
u sceccu pe’ passioni
si mpinnava.

Iju non volia nomi,
non si chjamava nenti,
jizava i sentimenti
se volia.

Hii: pe fallu jiri
Quetu: pemmu spetta
Paria ca duna retta
Ma  ngannava.

Non era bruttu ‘u sceccu
E mancu era cazzuni.
Cchjù fissa era u patruni
Chi ccozzava. 

martedì 24 novembre 2015

SCIMITARRE E LUPARE :IL PRESUNTO “SCUDO NDRANGHETA” CONTRO L’ISIS

di Bruno Demasi
     La sensazione diffusa – forse diffusa anche ad arte - è che il Sud in genere, ma la Calabria in particolare, siano al sicuro dalle mire terroristiche dell’ISIS per i buoni uffici che sarebbero interposti dalla ndrangheta e per il potere di quest’ultima anche rispetto a queste aggregazioni sanguinarie. Ma quanti in Calabria vogliono ricordare che da noi c’è già da un pezzo una strage strisciante, la maggiore incidenza di omicidi rispetto a tutto il resto d’Italia con una percezione della criminalità tra le più basse della Penisola?
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       Se i dati ISTAT 2014 ( cioè gli ultimi pubblicati, riferiti al 2013) non fossero tremendamente shoccanti e inzuppati di rosso, davanti alla favola della ndrangheta che avrebbe influenza persino sull’ISIS e che proteggerebbe sia gli uomini di  buona volontà che quelli di volontà cattiva della Regione , tenendoci al riparo dalle mire del terrorismo islamico, ci potrebbe far rotolare a lungo per le risate.
     Non sappiamo quanto possano essere realistici da queste parti gli allarmi verso il pericolo Jihad e quanto possano essere strategici gli obiettivi “sensibili” calabresi in grado di destare l’interesse del terrorismo. Di certo sappiamo invece che l’ecatombe dalle nostre parti è incessante da lunghi anni, prima ancora che l’ ISIS venisse partorita dai moderni mostri politici internazionali: un lunghissimo fiume di sangue che probabilmente neanche questa creatura sanguinaria riuscirebbe a eguagliare ammesso e non concesso che si dedicasse a scrutare e a colpire la nostra regione. 

    Di certo c’è che in Calabria si uccide più che in tutte le altre regioni d'Italia con una incidenza di quattro volte superiore alla media nazionale, ma i Calabresi non percepiscono rischi dalla criminalità e nello studio “Noitalia 2015” dell’ Istat è proprio la Calabria che si colloca ampiamente al vertice dell ‘ orrenda classifica degli omicidi volontari commessi o comunque tentati, con un rapporto rispetto alla popolazione pari a 2,437 omicidi ogni 100.000 abitanti. 

    In queste Olimpiadi del crimine e del piombo, in questa gara dell'odio e del disprezzo per la vita, in cui ci collochiamo vincitori assoluti ai nastri di arrivo, addirittura la Campania è soltanto seconda ,con un rapporto di 1.32, seguita da Sicilia, Sardegna e Puglia , con valori compresi tra 1,32 e 1,09 omicidi consumati per 100 mila residenti ( Il valore più basso, dopo la Valle d’Aosta in cui non ci sono stati omicidi volontari, si registra invece co lo 0,24 in Veneto ) .
    E per comprendere quanto sia elevato ed orrendo il tasso registrabile in Calabria basta osservare il dato medio italiano che  è  appena di  0,83 omicidi volontari consumati per 100 mila abitanti. 

     In una situazione del genere ci si aspetterebbe che l'analisi della percezione della criminalità, e in particolare del fattore di sicurezza, facesse emergere l'esistenza tra i Calabresi quanto meno di un minimo di preoccupazione , ma l’altra classifica, quella riferita al livello di percezione del rischio di criminalità, presenta una Calabria che, sempre per il 2013, vede solo il 21.6% di famiglie che percepiscono il rischio criminalità contro il 40,8% del Lazio o 37.2% della Lombardia.
    Insomma nell’immaginario collettivo calabro tra abbuffate narcotizzanti di nduja o digiuni imposti dalla povertà galoppante non solo il rischio criminalità non esiste, ma è anche ridicolo preoccuparsi del terrorismo internazionale.
    Tanto – dicono - la criminalità organizzata dalle nostre parti è senz’altro più forte…!

venerdì 20 novembre 2015

LEA GAROFALO, MEMORIA DI SCAMBIO...

di Bruno Demasi

   Persino i martiri calabresi di mafia possono diventare testimonial di questo o di quell’interesse mediatico che non ci appartiene, che tutto copre e mette nel congelatore, mentre le verità vere vengono seppellite nei grandi immondezzai che ormai ricoprono questa terra.
    In un’intervista rilascia a “La C News 24” Marisa Garofalo, sorella di Lea, ci gela con le sue verità, ma non so quanti si scandalizzeranno.
“Sono schifata ! Pubblicizzare l'Associazione Libera in un Film dove a pagare con la vita è stata mia sorella Lea! Anche io e mia mamma ci siamo costituiti parte civile nel processo di mia sorella non solo l'associazione Libera!” A Marisa Garofalo, sorella di Lea, il film di Marco Tullio Giordana  sulla vicenda della testimone di giustizia fatta uccidere dall'ex compagno, non è proprio piaciuto. Lo ha scritto già su Facebook al termine della messa in onda, lo ribadisce oggi, in un'intervista a Lacnews24.it.
Ma cosa non è piaciuto, a Marisa, in particolare?
“Non mi è piaciuto come è stata rappresentata Lea, nei modi e negli atteggiamenti, modi rozzi che non erano suoi. Anche la mia famiglia è stata rappresentata in modo vergognoso. Lea non era quella. Non aveva quei modi.”
Ma c'è stata qualche scena o qualche personaggio che è stato invece reso per come lei lo ricorda?

Nessun personaggio in particolare. Forse solo la scena in cui Denise si è rivolta ai carabinieri, ma il film è stato impostato male, non mi ha emozionato proprio. La storia di Lea invece è una storia che emoziona, ogni volta che la racconto. Questo invece è stato un film che il regista e Don Ciotti hanno studiato a tavolino per fare emergere un'immagine importante dell'Associazione Libera.
In che senso?
Mi è sembrato più un film su Libera che su Lea. Io non sono stata mai contattata, eppure ero l'unica a poter dare spiegazioni più precise di Lea, a me lei ha sempre raccontato tutto, dal tentato rapimento alla situazione che si era creata con Cosco. E stato tutto poco veritiero: ad esempio, dopo la scomparsa di Lea, Denise è stata per sei mesi a casa mia, non da mia mamma. Pur di non nominarmi hanno cambiato la storia. E quando Lea uscì dal programma di protezione, siamo andati io e mio marito a Campobasso in macchina per prendere lei e Denise, non sono tornate in treno. E poi c'è stata una scena che mi ha dato particolarmente fastidio... 

Quale?
La scena di Carlo Cosco a casa di mia madre, che da dei soldi a mamma, una cosa mai successa, lui non è mai entrato in casa di mia madre, lei non lo voleva vedere proprio, quando capitava di vederlo, addirittura cambiava strada. Le dico che probabilmente farò anche una denuncia su questa cosa, sto valutando con il mio avvocato.
Marisa, ma perché ha tutto questo risentimento nei confronti di Libera e Don Ciotti?
E' nato tutto dai funerali di mia sorella, ai quali io non sono stato invitata, è stata esclusa la mia famiglia. Eravamo andati a Milano dieci persone, quando mi sono presentata un collaboratore di Don Ciotti mi ha detto che si stava preparando per la Messa e che quindi mi avrebbe ricevuta dopo. Sono stata anche esclusa dietro le transenne, come se fossi una curiosa qualunque, non la sorella di Lea. Poi quando ho sentito, durante l'omelia, Don Ciotti che elogiava Carmine Venturino (il pentito che ha partecipato alla sopressione del corpo di Lea e che ha permesso di trovarne i resti, ndr) me ne sono andata, non potevo restare. E' vero che si è pentito, ma è sempre la persona che ha fatto a pezzi e ha bruciato il corpo di mia sorella. E poi lui si è pentito solo dopo la condanna, per ottenere uno sconto di pena. Poteva anche pentirsi prima. Dopo la morte di mia madre, pochi mesi prima, io ero l'unica rimasta della famiglia di Lea. Eppure ho saputo solo da internet dei funerali a Milano. Che poi anche in quello, hanno deciso altri per lei, alcuni hanno deciso quando doveva morire, altri invece dove farle il funerale e seppellerila. Perchè Lea voleva essere sepolta a Bergamo. Qualche giorno prima della sua morte, aveva mandato un messaggio ad una delle suore che l'avevano accolta a Bergamo, dicendole: “Se mi succede qualcosa, fammi seppellire a Bergamo” Perchè negarle quest'ultima volontà? Perché seppellirla a Milano? 

Ma lei Don Ciotti lo ha sentito qualche volta?
Mai, non mi ha mai cercato, anche dopo i funerali, anche dopo aver letto i miei sfoghi sui giornali, non mi ha mai cercato, anche per un chiarimento. Piuttosto, ogni volta che parlavo in pubblico contro Don Ciotti o contro Libera, saltavano gli incontri con Denise. E' successo per tre volte.
Da quanto tempo non vede Denise?
Tre anni a febbraio. Non l'ho mai vista dopo i funerali. Ho solo ricevuto una sua lettera in cui mi diceva che non voleva avere più niente a che fare con la famiglia della madre, ma per me non veritiera, quella non era la scrittura di Denise. Come vede ho le mie buone ragioni per avercela con Don Ciotti e con tutta l'organizzazione..."