domenica 16 agosto 2015

LA STRUGGENTE SPOON RIVER ASPROMONTANA DI DOMENICO MAZZULLO

di Bruno Demasi

    Ci trovi , raccontate e nutrite col pennello, fissate per l’eternità, le storie minime o importanti, quasi sempre dolorose, di centinaia di persone vissute in gran parte a Oppido Mamertina o nei paesi della Piana . Sono i ritratti, spesso commissionati da privati, ma a volte tracciati di getto sulla tela, eseguiti da Domenico Mazzullo ( 1897 – 1981), il grande uomo di ingegno di Oppido, che sarebbe riduttivo definire solo pittore o solo scultore o solo poeta vista la versatilità potente della sua ricerca continua e della sua straordinaria espressività artistica.
    Il suo non era infatti solo studio  formale di tecniche espressive plastiche o pittoriche, che peraltro possedeva in pieno fin dall’infanzia e che probabilmente aveva appreso spontaneamente nel momento stesso in cui aveva imparato il miracolo del parlare o del camminare. Era esplorazione profonda della natura e dell’umano. 


  Nel suo splendido isolamento dopo gli studi  romani e le esperienze extra moenia, lontano dai clamori che spesso elevano alle cronache dell’arte tanti imbrattatele e tanti dilettanti del verso zoppicante, il Mazzullo si dedicava  con la forza di un gigante e  lo stupore di un bambino a un esercizio sempre austero  di pittura, scultura, disegno, poesia, astronomia, meteorologia, esoterismo : non un atteggiamento, ma il prodotto di un acume straordinario che lasciava sgomenti per il modo in cui egli entrava di continuo nel prodigio della natura e della bellezza per farle proprie e piegarle alla sua rappresentazione plastica o figurativa o verbale o , non ultima, poetica.
    Si tratta qui di un’ottantina tra tele e disegni , scelti e reperiti tra le varie centinaia esistenti in giro, che resteranno esposti nel Museo Diocesano di Oppido fino alla metà del prossimo ottobre . Un’antologia eloquente della grande forza di ritrattista del Mazzullo, che si direbbe – ed è stato detto - quasi uno spaccato della civiltà e della società aspromontana del secolo scorso se non fosse qualcosa di più e di più grande. 
   A parte i ritratti d’occasione affidati da una  committenza molto eterogenea ( come quelli di vari vescovi o di persone che vollero delegare al pennello del Mazzullo la propria immortalità) vi è infatti una lettura preziosa di tantissime storie di vita ormai dimenticate, ma riportate prepotentemente alla memoria dalle espressioni dei visi, dal gioco delle rughe, delle luci, persino dal movimento  di capelli e di ciglia fissati dall’obiettivo non freddo e imparziale , ma empatico e vivo dell’artista.
    Ci scopri l’uomo politico, i prelati della chiesa locale, i personaggi di primo piano, la bellezza  di un'attrice o di una Miss Calabria di qualche decennio fa, gli affetti familiari inseguiti nelle loro espressioni quotidiane e ricolme d’affetto e di sorpresa, ma ci trovi soprattutto i visi di tantissime persone defunte, ritratti sull’onda del ricordo della loro fisionomia ricostruita meticolosamente dallo stesso artista, talvolta rubati a un abbozzo di foto ingiallita e consunta, spesso tracciati col carboncino post mortem, quasi a spremere dalle espressioni rilassate dopo la sofferenza del trapasso l’ultimo guizzo di un’esistenza unica e irripetibile. Una bibbia dei poveri che tutti, nessuno escluso, riuscivano a leggere e ad apprezzare rapiti di tanto ingegno e di tanta bellezza, di cui " Il professore", come lo chiamavano, faceva dono al mondo.
    E ogni viso, ogni ritratto è il riassunto di una storia faticosa e dura: dal sacerdote, al magistrato, al medico, al falegname, al contadino, al mercante. 
  Rivedi soprattutto nei volti del bambini morti prematuramente non solo la scena della precaria situazione sociale di questi paesi nella prima metà del Novecento in cui la mortalità infantile era vista come qualcosa di ineluttabile e normale, ma la storia di un universo di affetti viscerali e fortissimi che si concludeva nel momento in cui , prima della sepoltura, spesso anonima e frettolosa, la madre, in un supremo atto d'amore,  chiamava il pittore affinchè fermasse sulla carta e poi sulla tela quelle piccole sembianze sulle quali lei più di tutti aveva investito un patrimonio di sogni, affetti e speranze.
    Ciascuno comunque, piccolo o adulto o vecchio che fosse, racconta ancora oggi dalla tela la propria  vicenda e le convenzioni della propria famiglia e del proprio destino fissate in pochi tratti , in pochi dettagli eloquenti  sui quali si ferma l'occhio attento e vivisezionatore dell'artista.  E a ciascuno di questi volti Mazzullo regala qualcosa: un dettaglio di luce, la piega di un ciglio o di un labbro: tutto ciò che serve ad esprimere l’unicità di quella persona, forse il significato stesso di quell'esistenza.
    Proprio per questo è sbrigativo definire verista il realismo espressivo di  Domenico Mazzullo, di questi quadri singolari che sono come le schegge doloranti di un’umanità silenziosa. Il verista fotografa o si sforza di fotografare dall’alto. Mazzullo , malgrado la rigida educazione figurativista ricevuta a bottega, non  rinuncia mai al proprio animus dirompente e quando rappresenta e crea non si limita alla superficie, ma entra, seziona, partecipa, accarezza!
    Lo fa portando a compimento pieno   la tecnica dei ritratti solo accennata da  Tranquillo Cremona, di lui più vecchio di sessanta anni,  di cui esaltava spesso e con entusiasmo la dote di immediatezza di ritrattist, e  conducendo ad assoluta perfezione  quella poetica istintiva che si esprimeva nella capacità eccezionale di fissare nell’espressione di un viso, in uno sguardo rubato alla tela e ai colori la storia intera di una vita  umana. 
    Un lavoro, questo, che diventava sofferenza quando i committenti dei ritratti spingevano per avere una piatta e pomposa rappresentazione, precludendo all'artista  la possibilità di esprimersi come avrebbe voluto. Non a caso le prove migliori e più spontanee in questo senso sono nei ritratti della povera gente, quelli magari compensati con le uova e con i prodotti della terra, quelli ai quali lo spirito dell’artista e dell’uomo si sentiva indissolubilmente e più fraternamente legato.

martedì 11 agosto 2015

La penna del Greco: I CAPPONI DEI PADRONI

di Nino Greco
    Un altro inedito di Nino Greco che ci si augura  possa essere  solo l’incipit di qualcosa di più ampio e articolato, in un panorama narrativo ormai affollatissimo di invenzioni e di eventi di ogni genere quanto povero di veri prodotti letterari ...
    Un’altra prova di quella prosa singolare e inconfondibile che all’arte della rievocazione minimale e immediata di un vissuto lontano e ancora opprimente associa una geniale reinvenzione del dialetto riversato nell’italiano corrente con tutte le sue ridondanze, le sue ellissi, la sua sintassi composita e antica e perfino con  le sue stranezze morfologiche e ortografiche che lo rendono unico e irripetibile. (Bruno Demasi)

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    Il cappone, a occhio e croce, pesava più di sei chili. Mia madre aveva legato le zampe con il lazzo e aveva fatto in modo che la mia mano le potesse afferrare facile.
- Vai da Don Vicenzino – mi disse.
- Cosa gli devo dire?
- Niente ..
   Don Vicenzino, il padrone degli uliveti che tenevamo in affitto, sapeva, e ogni anno sotto Natale gli portavo il cappone.
   Mia madre lo aveva comprato al mercato del martedì, e lo avevamo tenuto nel basso, legato a una zampa, per qualche giorno tra le botti del vino. Prima delle feste bisognava portarglielo vivo.
    Ero cumandivoli, già capace di fare quel tratto di stradone che veniva su dalla Ferrandina, toccava il paese in un lato e correva dritto fino ai Nuciari per poi cominciare a scalare, sinuoso, la montagna.
   Io ci andavo da Don Vicenzino. La sua casa, padronale, era dove finiva il paese, vicino all’Orfanotrofio. Ci tornavo anche il giorno prima di Natale, gli portavo la fiasca del vino del vino di Sanzo. Mi pesava portare il cappone, la sventurata bestia torceva il collo per alzare la testa, mi guardava e frullava le ali, sospettavo del suo becco aguzzato e mi guardava minaccioso.
   “Perché regalarlo vivo? Sarebbe stato meglio morto e anche più comodo da portare” pensavo. Bisognava essere capaci di sgozzarlo e mia madre forse non lo era. O rinunciava?
   Quella mano di ferro, come battente del portone, m’impressionava; sembrava sbucasse dal legno di noce,  Percuotevo e il rimbombo riempiva il patio che apriva alla casa. La scala, in cemento liscio, portava sopra al primo piano. 

- ‘Nchiana! – rispondeva alla mia bussata. Era il tempo dei capponi e del vino: in quei giorni aspettava tutti i gabellanti. E di affitti ne aveva in giro. Non era scritto da nessuna parte che bisognava regalare il cappone a Natale, ma ormai lui, come tanti atri padroni, lo arrogava.
   Salivo quella scala, era l’ultimo sforzo, col cappone a testa in giù.
- Mettilo là – schiudeva la porta di uno stanzino accanto alla cucina. Non diceva altro. Sua moglie si era riseduta dopo aver posato sul tavolo due biscotti. Lui allungava la mano:
- Teni cca’-
   Tutto concordato tra loro, tutto previsto, era la regalia di Natale. La solita scena e si ripeteva ogni anno. Quei biscotti secchi non m’incantavano, avevo osato mangiarli più di una volta, ma s’incollavano al palato. Perché mi offriva sempre due biscotti che lui usava inzuppare nel latte? Forse non meritavo nulla di più per qualche motivo a me sconosciuto. O forse pensava che due biscotti secchi fossero liccardie per un ragazzo, di otto anni, figlio di un gabellante? Avrei preferito una poglia di torrone, una di quelle in bella vista là, nella cristallera.
-Vai, vai! Vai!
   Mi ‘mpresciava. Non potevo rubare un secondo in più del tempo che serviva per posare il cappone, dovevo avviarmi alla scala. Uscendo davo occhiate intorno. Era tutto in penombra, balzava agli occhi la meraviglia dell’orologio a colonna e il pendolo che ne scandiva il tempo con le sue oscillazioni. -Tempus Fugit! - Riportava il quadrante incorniciato tra i ricami di legno scuro. Ci pensavo a quelle due parole strane, ripetendole nella mente veniva fuori come un suono: il tempo fugge. Come fa a fuggire il tempo? Non ha le gambe. Mah! Smettevo di arrovellarmi la testa con parole di cui sconoscevo il senso, ma se fosse stato per me, sarei rimasto lì a guardare ogni particolare. E poi il pendolo: lo guardavo e mi chiedevo il perché del dondolio perfetto volendo trovare il nesso tra il suo oscillare e le lancette. Mistero! Dovevo andare via e mi portavo dietro quella curiosità, così come l’anno prima e quello prima ancora. Mi era capitato di essere lì al quarto o alle mezz’ore e avevo udito la sonanza dei rintocchi. 

   Me ne andavo. Forse lui m’immaginava contento per via dei biscotti; li tenevo in mano. Appena riprendevo lo stradone, per tornare a casa, morsicavo uno, masticavo e mi prosciugava la saliva. L’acqua della fontana del Camposanto sgombrava il palato e i biscotti rimasti in mano li sfarinavo mentre tornavo e nella mente passava l'immagine recente dell'avaro e della  sua mano furtiva che contava  soldi nell'ombra....
- C’era Don Vicenzino?-.
- Sì –
- Cosa ti ha detto?-
- Niente –
- Mi dà due biscotti ogni volta che gli porto il cappone, ma quei biscotti non mi piacciono. Perché non mi dà il torrone che c’è dentro la cristallera?-
    Me lo domandavo e lo chiedevo anche a mia madre, ma lei non aveva una risposta. Io portavo un cappone e lui mi donava due biscotti secchi.
   Tanti capponi, tutti vivi; gli affittuari si disobbligavano così. Lui donava affitti e lavoro con gli uliveti. Prima delle annate arrivava lo stimatore.
   Quell’anno c’ero anch’io quando arrivò ammantato di soverchieria.Pipa in bocca sguardo sempre perso tra le cime come un rabdomante dell’aria; tutti dietro in religioso silenzio, ogni tanto si abbassava prendeva un sassolino e per ogni sarma che stimava lo metteva in tasca. Finito il giro, dette eloquio della sua conoscenza in fatto di stime e di olive. Si riempiva la bocca e s’impettiva parlando di sé.
    Io stetti sempre dietro mio padre, anche lui muto davanti al fattore e allo stimatore, fino a quando:
- Ho fatto il giro del fondo, ho guardato tutto con scrupolo e sono pronto a darvi la stima – Si fermò, svuotò la tasca e cominciò a contare i sassolini.
- Ciò che dirò sarà accettato da voi ? – rivolgendosi al fattore, in vece del padrone, e a mio padre.
-Sì – da entrambi.
-Stimo venticinque sarme di olive! parola ditta e corpu minatu !- proclamò.
   Da quel momento, sia mio padre sia il fattore, ebbero gli elementi per formulare una proposta e una controproposta. Venticinque sarme significavano settecento misure di olive; che, con una resa, dal primo all’ultimo, di circa due chili e mezzo a misura, avrebbe dovuto dare una produzione di olio, di poco, oltre i diciotto quintali. 

   Poi l’annata era scivolata in modo disgraziato. Le pietre del trappito giravano ma il pastacciao rimaneva sempre più asciutto. Maiolo guardava e diceva: - sembrano senza anima queste olive!-. Mio padre scurava il viso mentre votava le sporte delle presse. Il separatore emetteva sentenza. Tutto l’olio era lì, nei catoni e sul bilico:
-Un quintale e ottanta!- Maiolo bloccò il braccio del bilico, strabuzzò gli occhi e attivò il calcolo nelle sua mente.
-Non jimmu boni . Erano centoventi misure, ogni misura ha dato un chilo e mezzo -.
   Anche mio padre s’era fatto il conto. Perdeva un chilo a misura. Due quinti: dieci sarme della stima iniziale. Ne rimanevano quindici, tre quinti, di cui due e mezzo erano di Don Vicenzino. Col mezzo quinto rimanente, mio padre doveva pagare le femmine, la decima del trappito e ciò che rimaneva era il guadagno: niente.
   L’annata era stata mala e mio padre gli aveva lasciato Marino, aveva tenuto le costere di l’Acquavona e Scriva. In casa sentivo dire che le olive erano nozzuli e venivano giù anche dal crivo, inoltre le venticate le avevano tirate giù prima che divenissero mature e grosse.
   Don Vicenzino non aveva voluto accettare ragioni per diminuire l’affitto di Marino, mio padre gli aveva portato un litro di olive par fargli notare che non avevano resa.
- Le hai cernute apposta, non tutte le olive sono così a Marino, quelle sono il frutto di una livara sciragghiata-
   Mio padre ‘mpuzzunò. Era ingenuo, non disonesto e doveva rispettare i patti così come concordato: cinque quintali di olio con meno di due gradi.
   Quell’anno, gli ulivi di Marino sputarono poco: solo sei quintali. Molto meno della media dei quindici delle annate precedenti.
   Lo scirocco aveva fatto la sua parte. Ci rimise l’osso del collo. Le femmine furono pagate facendo debito e prestandosi i soldi.
- Teniamo l’Acquavona per l’olio nostro, quello che facciamo a Scriva lo vendiamo –
   Così mio padre non volle più Marino. Mio nonno approvò. Aveva principiato lui le colonìe e gli affitti con Don Vicenzino, poi aveva ceduto il passo a mio padre.                                                               . . .

 Anche le castagne quell’anno furono povere, perfino le ‘nzerte. Grande abbondanza ma piccole. Cogliemmo le quattro misure e le portammo a Don Vicenzino. Cosa ne faceva di un sacco di castagne curce? Erano soli, marito e moglie.
   Il castaneto di Marino era annesso all’uliveto, chi prendeva in carico le olive si segnava: doveva zappare anche il castaneto. Fatica inutile, almeno due giornate per due uomini. Coglievamo giusto il bastevole per noi e il resto lo lasciavamo lì a roditori di ogni genere e ai rovi.
   Forse il preludio di quel rapido abbandono a cui erano destinate le balze dell’Aspromonte la cui avarizia produttiva era però niente di fronte a quella dei piccoli e pigri padroni terrieri che pretendevano di spremere olio, vino e oro anche dal piombo, ma solo col sudore e col sangue altrui.
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mercoledì 5 agosto 2015

CONOSCI LA SCOMMESSA DELL’ ALTA FORMAZIONE IN CALABRIA ?

di Domenico Napoli
    E’ vero, anche la mafia sta andando via dal Sud, come dice Roberto Saviano, in particolare dalla Calabria. Non vi trova più occasioni di “sviluppo” o di investimento, e forse questo in sé e per sé non sarebbe un male, se non nascondesse un retroterra fatto ormai di povertà terribili, di intrecci di potere fini a se stessi, che forse creeranno ancora ricchezze nascoste ed enormi a fronte di una desertificazione umana, sociale ed economica spaventosa. Un contesto comunque abnorme in cui accanto alla necessità impellente di quella formazione professionale poco incentivata o addirittura mai avviata sul serio dagli organi regionali, la scommessa dell’alta formazione diventa forse provocatoria, probabilmente pretenziosa , sicuramente indispensabile…
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   La Calabria facendo centro su Gioia Tauro, grazie alla “porta” internazionale apertasi con il porto, può e deve diventare un “laboratorio” per sperimentare modelli di sviluppo replicabili nelle aree mediterranee in via di sviluppo; diventando da Sud dell’Europa il nord di un’area Mediterranea che cerca una via per l’integrazione culturale ed un sistema socioeconomico che riporti il Mediterraneo ad una rinnovata centralità economica nella scena mondiale.
   L’Unione Europea ha già avviato un piano di cooperazione euro-mediterranea definito di “partneriato globale” con l’obiettivo di sostenere le iniziative di riforma delle strutture socioeconomiche intraprese dai Paesi Terzi Mediterranei volte a raggiungere la stabilità e la sicurezza a lungo termine attraverso azioni di sostegno per la transizione economica ed all’istituzione di una zona di libero scambio, al raggiungimento di un migliore equilibrio socioeconomico, alla cooperazione regionale e transfrontaliera.
   Il proposito è quello di instaurare fra tutti i Paesi contraenti un “patto di stabilità”, con l’obiettivo di base dell’accettazione comune delle principali istituzioni e norme internazionali e di alcuni valori fondamentali come lo stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali.
    La stabilità non è un fine in sé ma è la premessa necessaria per accelerare in maniera durevole il ritmo dello sviluppo sociale ed economico. La creazione di uno “spazio di libero scambio euro-mediterraneo” è un’azione che ci auguriamo si concretizzi realmente.
   Un progetto ambizioso, che richiede a tutti i contraenti politiche ispirate ai principi dell’economia di mercato e dell’integrazione, tendenti alla modernizzazione del settore privato e al trasferimento di tecnologia.
   La cooperazione allo sviluppo è uno degli ambiti dove è bassissima la presenza di figure professionali, accompagnata da una più scarsa offerta formativa. Inoltre nel Mezzogiorno non ci sono presso le Università o scuole di formazione che offrono la possibilità di formazione strutturata nel settore. 

   E’ importante che le Università ed i centri partecipati dalle stesse costituiscano un punto strategico del processo permanente di educazione allo sviluppo ed uno strumento di diffusione di cultura della cooperazione internazionale.
   Alla luce di ciò è evidente quanto sia vitale l’istituzione di un Centro di Alta Formazione o meglio di una Scuola di management per la creazione di figure professionali adeguate per il supporto delle attività imprenditoriali che punti fondamentalmente alla creazione di un’offerta formativa che sia frutto di un preciso intento di sviluppo di Risorse Umane legato ai fabbisogni delle imprese ed inoltre un’azione di Ricerca scientifica e Tecnologica che possa avere ricadute dirette sulle imprese e sul tessuto socio-economico.
   In una Regione come la Calabria dove la cultura manageriale non è stata mai attivata se non tramite iniziative mediocri sostenute da forme burocratiche di finanziamento, al riparo da ogni verifica di mercato e da riscontri sulla loro reale efficacia, si deve mettere insieme un sistema complessivamente capace di ascoltare le imprese private ed anche le organizzazioni pubbliche, al fine di razionalizzarne le esperienze, di iniettarvi cultura, di riprodurne e sviluppare le competenze, di irrobustirne le pratiche operative. La formazione manageriale per potere svolgere al meglio la sua funzione, deve essere sostenuta da una significativa attività di ricerca. Non si può continuare ad accreditare come scuole di management il semplice brokeraggio della formazione.
    L’istituzione di una scuola di management inserita in un network di Università, Enti pubblici e privati deve promuovere un’alta qualificazione ed un’offerta formativa commisurata al fabbisogno delle istituzioni pubbliche e private operanti nel bacino di utenza ed offrendo servizi formativi allineati agli standard internazionali in termini di qualità e di tecniche didattiche.
   E’ fondamentale, infatti, realizzare una progettazione in linea con il dettato del POR Calabria e dei Piani Operativi Nazionali al fine di programmare ed utilizzare, con intelligenza e lungimiranza, le risorse finanziarie messe a disposizione dall’Unione Europea al fine di creare un articolato ed innovativo “sistema di servizi” nel settore della Formazione e della Ricerca Scientifica e Tecnologica. 

   La proposta nasce anche in seguito alle risultanze ed alle riflessioni offerte dall’indagine realizzata dall’ISFOL su incarico del Ministero del Lavoro e del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca Scientifica dal titolo “ALTA FORMAZIONE E OCCUPABILITA’ – percorsi di transizione al lavoro nel mezzogiorno” nella quale si afferma che “l’accumulazione del capitale umano e della conoscenza scientifica sono un fattore fondamentale della crescita economica di lungo periodo. Lo stock di competenze e conoscenze, infatti rappresenta un ordinario input di produzione da cui dipende il tasso di crescita dell’input ed una fonte primaria di innovazione tecnologica. (…) l’intervento pubblico nel finanziamento della ricerca di base è un modo per limitare i fallimenti del mercato della produzione di uno stock di conoscenza in grado di massimizzare il benessere sociale. Il finanziamento pubblico dell’alta formazione è un altro intervento che va nella medesima direzione. I questo caso in particolare, il principale obiettivo dell’operatore pubblico è quello di accrescere l’offerta di lavoro altamente qualificata che sia in grado, da una parte, di produrre nuova conoscenza scientifica, dall’altra di favorire l’accumulazione di un input produttivo complementare all’applicazione della conoscenza scientifica nei processi economici.
   Una politica pubblica che incentiva l’accumulazione del capitale umano di eccellenza, in effetti, è utile soprattutto in periodo di intenso cambiamento tecnologico, quando il capitale umano della forza lavoro deve aggiustarsi velocemente in modo da controbilanciare l’obsolescenza delle competenze (skill) sviluppate nell’ambito delle vecchie tecnologie attraverso l’aumento dell’offerta di nuove skill, complementari ai nuovi processi produttivi. Inoltre, dal momento che le innovazioni tecnologiche si concentrano in alcuni settori, l’intervento pubblico può incentivare (o stimolare) l’accumulazione di quelle conoscenze scientifiche da parte degli individui che sono particolarmente funzionali alla diffusione del processo innovativo nel sistema economico.
   L’apparato dell’Istruzione e della formazione nel Mezzogiorno d’Italia, nonostante gli ingenti contributi statali e comunitari di cui ha beneficiato e beneficia, risulta in buona misura tuttora caratterizzato da bassa competitività e insufficiente qualità dell’offerta.
   Questo stato di sostanziale debolezza nei confronti di un mercato del lavoro che alla ristrettezza della domanda abbina sempre più l’esigenza di figure professionali con specifiche competenze e specializzazioni, evidenzia la necessità di un intervento congiunto delle strutture d’istruzione e formative (Università, Sistema scolastico, Scuole professionali, Agenzie Formative), degli Enti Locali (Regioni, Amministrazioni Provinciali. ecc.), degli Istituti di Credito, delle Imprese Private, in grado di stimolare il sistema della formazione consentendo un adeguamento dell’offerta formativa commisurata alle esigenze del mercato del lavoro. 

   I cambiamenti degli scenari economici, politici e sociali a livello mondiale degli ultimi anni e lo “scoppio” della crisi rappresentano una svolta anche nel nostro Paese, questo comporta una revisione dell’organizzazione sociale e dei servizi a tutti i livelli.
   E’ dai giovani, dalle loro energie e dai loro talenti, che dobbiamo ripartire. La carenza di specializzazione è un aspetto significativo dell’attuale mercato del lavoro dove il mismatch, il non incontro tra domanda ed offerta, è fra le cause della disoccupazione, in particolare di lungo periodo.
   Per sconfiggere questa forma di disoccupazione, è necessaria da parte delle istituzioni innescare innovative modalità per l’istruzione, la formazione professionale, l’informazione e l’orientamento, tramite un espansiva politica di rinnovamento degli istituti e dei centri formativi e sviluppando dove è possibile sinergie tra l’Università, la scuola, gli Enti Locali e il mondo economico.
   Negli scenari di sviluppo economici attuali lo sviluppo delle risorse umane si collega direttamente al raggiungimento degli obiettivi economici, in quanto sarà decisivo l’incremento e la formazione di specialisti che nello stesso tempo abbiano capacità e visione globale delle problematiche e delle tematiche legate alla produzione di servizi ad alto valore aggiunto.
    Fare formazione per il rafforzamento e lo sviluppo di risorse umane specializzate in settori innovativi del mercato del lavoro futuro è una sfida complessa, che potrà essere vinta solo se su questo obiettivo si svilupperanno larghi consensi e comportamenti omogenei tra una vasta rete di soggetti pubblici e privati nella reciproca autonomia.
   E’ la marcata autoreferenzialità del sistema educativo di istruzione e formazione che incide negativamente sulle prospettive occupazionali dei giovani. E’ questa la principale ragione di un frequente intrappolamento ai margini del mercato del lavoro, con occupazioni e professionalità di bassa qualità, non di rado senza alcuna coerenza tra carriera scolastica e carriera lavorativa.
   E’ importante formare figure professionali adeguate per il supporto delle attività imprenditoriali e sviluppare un progetto globale che punti fondamentalmente alla creazione di un’offerta formativa che sia frutto di un preciso intento, lo sviluppo di Risorse Umane legato ai fabbisogni delle imprese ed inoltre un’azione di Ricerca scientifica e Tecnologica che possa avere ricadute dirette sulle imprese e sul tessuto socio-economico.
    In una Regione come la Calabria dove la cultura imprenditoriale e manageriale non è stata mai attivata se non tramite iniziative mediocri sostenute da forme burocratiche di finanziamento, al riparo da ogni verifica di mercato e da riscontri sulla loro reale efficacia, si vuole mettere insieme un sistema complessivamente capace di ascoltare le imprese private ed anche le organizzazioni pubbliche, al fine di razionalizzarne le esperienze, di iniettarvi cultura, di riprodurne e sviluppare le competenze, di irrobustirne le pratiche operative. La formazione manageriale per potere svolgere al meglio la sua funzione, deve essere sostenuta da una significativa attività di ricerca. Non si può continuare ad accreditare come scuole di sviluppo imprenditoriale e di management il semplice brokeraggio della formazione.
   I Paesi più lungimiranti guardano invece al futuro. Si stanno attrezzando per competere nell’economia della informazione e della conoscenza investendo sulle persone e sui giovani in particolare. Progettano percorsi di istruzione e formazione di qualità, coerenti con le esigenze del sistema produttivo. Preparano i giovani di oggi a operare sui mercati del lavoro di domani. Attirano “cervelli” da ogni parte del mondo inserendoli nelle università, nei centri di ricerca, nelle alte formazioni professionali e nelle imprese. 

    La proposta, non risolutiva naturalmente di tutte le problematiche in essere, è un tentativo di avviare in Calabria una azione mirata di Alta Formazione, in particolare la realizzazione di Master, per la formazione di profili professionali che abbiano un preciso obiettivo occupazionale. E’ però fondamentale che i Master siano definiti nell’organizzazione in maniera strutturata e rispondenti a parametri di qualità riconosciuti a livello internazionale in particolare nella durata e nelle attività di servizio (criteri selettivi dei partecipanti ben definiti, struttura del corso in ore d’aula, di laboratorio, alternanza dei docenti tra accademici e dirigenti operanti in aziende pubbliche e/o private, attività di project work, stage, placement).   
     I settori di interesse nei quali avviare i Master sono:
1. Banca e Finanza;
2. Logistica, movimentazione merci e mobilità sostenibile;
3. Ingegneria dei processi formativi;
4. organizzazione e gestione di grandi eventi;
5. trattamento dei rifiuti e sviluppo sostenibile;
6. cooperazione e sviluppo economico internazionale.