mercoledì 18 marzo 2015

La penna del Greco: RECUMATERNA (Racconto)

di Nino Greco
   Un’altra prova sostanzialmente inedita della maestria narrativa di Nino Greco, che nel racconto breve esprime l’abilità non comune di elaborare architetture assai complesse, eppure nitide e avvincenti, come si è potuto notare anche nelle raccolte già pubblicate : Mastru Peppinu e Peppineju; Il mare e la quistioni meridionali. Recumaterna è un pezzo indubbio di bravura, un concentrato di contenuti e un virtuosismo di espressioni e di immagini  che si coniugano benissimo con le atmosfere create dal primo romanzo dello scrittore oppidese, La tana del fajetto, (Ed. Pellegrini), che da pochissimi giorni è in libreria e già è conosciuto ovunque. (Bruno Demasi)
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- Oh patri ! ‘issi a mamma u veni a casa ca u nonnu s’aggravau!- urlò Sarineju, entrando nella cantina dove Ciccu stava giocando a patruni e sutta. Un’aria gravida di tanfi colmava ogni angolo di quella bettola. Su quei tavoli spogli e nei bicchieri mezzi vuoti gli avvinazzati ci lasciavano gli occhi.
   Ciccu tracannò con un sol colpo di gargarozzo quel vino di cui era patruni, si asciugò la bocca con la manica della giacca, si alzò e, flemmoso, uscì.
    Era l’ennesimo allarme che sua moglie lanciava.    
   Non appena Pascali, il padre di Ciccu, allettato, emetteva un fischio e tre ronfi di seguito lei si allarmava:
- Trasiu  ‘n gonia - pensava, e mandava subito a chiamare il marito.
   E lui era sempre lì. La cantina era la sua seconda casa e anche più confortevole del basso, dove viveva con i suoi otto figli, la moglie, padre e madre. Al pezzo di orto ci pensavano i vecchi, lui faceva qualche mezza giornata come spaccalegna, ma solo di mattina, il pomeriggio si caricava della bontà di quel vino che spuntava all’aceto e se lo trascinava fino a sera.
  Ciccu s’incamminò verso casa, Sarineju gli corse dietro zumpando tra i fossi di acqua stagnante per evitare, così, di bagnarsi i piedi ‘ncajati e scalzi. Quella mattina, le scarpe le aveva prese suo fratello Rocco ed era andato a raccattare qualche litro di olive cadute dalle pendenze che davano sulla mulattiera che portava a Santa Vennera. Con dieci lire comprava un sigaro. Dare i soldi a sua mamma sarebbe stato inutile, tanto, sempre languide zuhe con sparuti fagioli avrebbe preparato da mangiare, e a lui come a tutti gli altri fratelli le zuhe gli uscivano dagli orecchi.
   Famiglia ricca di sangue, ma povera 'n canna. Otto figli sputati uno dietro l’altro.
- Diu 'i manda e a terra 'i crisci - diceva la mamma e giustificava le ingravidate. Già, Dio li mandava, ma loro, lei e Ciccu, ci mettevano la lena. Poi la terra dava loro solo lo spazio per camminare, a scaza. Crescevano col sole, l’aria e poco altro.
   La più cumandivoli era Pascalina, la prima degli otto. Discipula i maistra e balia dei più piccoli. Aveva cucito, con una pezza di tarpa, dei pantaloni per i suoi fratelli. Tutti di criscenza, con l’elastico alla vita e con la spacca al cavallo, per i bisogni. Il bagno era arretu a sipala. Bastava abbassarsi e il più era fatto.
   Ciccu arrivò a casa, trovò il padre a letto di agonia.
-Sarineju, vai e chiama i previti, dinci ca u nonnu staci morendu- comandò, più per scrupolo che per altro.
  Suo padre non poteva andarsene senza l’ultimo sacramento. Per ben due volte il prete non aveva amministrato l’estrema unzione:
- Non vedete che sta dormendo e ronfa di sonno, non è agonia- e così, Don Sasà, se n’era tornato in canonica. Non voleva sprecare l’olio santo.
- Ogni cosa ha il suo tempo – diceva
- E poi l’estrema unzione è per i cristiani infermi. Non si amministra il sacramento a chi è in buona salute, anche se prossimo alla morte -.
   Ma Pascali era malato e quel giorno non si svegliava. Il respiro affannato e cadenzato era diverso dal
solito. Non si era ridestato, dormiva dal giorno prima ed era rimasto immobile, affossato nel materasso di coppe. Negli occhi semiaperti la pupilla si era nascosta sotto le palpebre e dava un’immagine grave.
   Don Sasà arrivò seguito dal chierichetto, si accostò al capezzale e abbassò il capo per origliare i rantoli da vicino; ne fu certo: stimò per Pascali le ultime due ore della sua angosciata esistenza. Fece disporre una tovaglia bianca su un treppiedi in legno, in un piatto sei batuffoli di cotone, mezzo limone e della mollica di pane. Accanto al tavolo un vacile con acqua e un asciugamano. Il chierichetto lo aiutò a indossare la cotta e la stola viola; tirò fuori, da un astuccio di seta dello stesso colore della stola, il vasetto dell’olio santo, intinse il pollice e comincio a segnare col simbolo della croce: le palpebre, il naso, il labbro inferiore, il lobo delle orecchie, i palmi delle mani e i piedi. Ogni segno di croce tracciato col pollice era accompagnato dalla formula:
-Per istam sanctam Unctionem, et suam piissimam misericordiam, indulgeat tibi Dominus quidquid deliquisti-.
   Don Sasà asciugò con i batuffoli di cotone i punti toccati, si pulì le dita con la mollica e con il limone, butto tutto tra i tizzoni del focolare anche la poca acqua del vacile.
   Ora, Pascali, poteva serrare gli occhi e spegnere i rantoli. Tutti i peccati commessi, con gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie con le mani con i piedi, furono così rimessi.
   La sua vita era stata già un inferno, quali altri peccati avrebbe dovuto riparare?
   Tirò ancora un giorno e finì.
   Raccolsero le sue poche robe, le posero sotto il “lenzuolino” e imbottirono la bara. Ciccu, del padre, tenne una giacca e un calzone. Voleva anche le scarpe ma non poteva mandarlo scalzo nell'aldilà: gli sarebbe apparso in sogno maledicendolo per il resto della sua esistenza. Non poteva nemmeno sostituirle con le sue, consumate e lerce: dentro la bara tutti avrebbero visto i buchi nelle suole.
   Gli vennero in mente i racconti degli incubi di Gianni Spulicatroje, suo vecchio compagno di cantina, che aveva levato il dente d'oro al padre appena morto e per lui erano cominciati i tormenti. Tutte le notti il padre gli appariva in sogno intento a mordere nu jhiancu di pane e poiché non riusciva a morsicare gli scaraventava ogni maledizione.
   Pensò che fosse colpa del vino, carico di bisolfito, che Onna Ciccia gli misurava nella solita cannata, se
quelle visioni tornavano puntuali. Provò a non bere vino per qualche giorno ma nulla: i sogni angosciosi tornavano.
   Poi anche Gianni se ne andò. Il medico gli aveva detto rudemente della sua malattia: - hai l’acqua nda panza!
- Dottori vi sbagghjiati, non è possibili l’acqua ‘nda me panza! Jeu ‘mbippi sempri vinu! A mmenocchè ja ‘pputana i onna Ciccia non llongau u vinu cu ll’acqua!
   Aveva risposto cosi alla diagnosi del medico. La cirrosi gli aveva chiuso i giorni, ma aveva fatto in tempo, con una sceneggiata, ad accusare Onna Ciccia di mescere acqua col vino di Barbàra.
   Sbarazzarono il basso e lo pararono a lutto, al centro su due trispiti e due tavole: la bara. S’erano preoccupati di serrare, con un fazzoletto, la mascella di Pascali. Sembrava riposasse in compagnia di un forte mal di denti, ma gli erano rimaste solo le gengive.
    Figli e nipoti erano lì, muti e spiritati. Una bocca in meno da sfamare, un posto libero per dormire.
- C'a nonna mi curcu ijeu!- si era accaparrato Sarineju pregustando il materasso del nonno.
   Arrivò Don Sasà, stavolta con due chierichetti: uno con la croce e l’altro con l’acquasanteri e, dentro, l’aspersorio.
-Requiem aeternam dona eis, Domine; et lux perpetua luceat eis. Requiescat in pace. Amen-.
    Si segnarono tutti in bisbiglio confuso. Don Sasà usci.
   Onna Genia fu lì. La sua sagoma nera reggeva il braciere poggiato in testa, le sue mani dietro la nuca aprivano le braccia e davano un’immagine statuaria. Lei era già al centro della strada e alla spicunera che apriva alla via principale che portava in chiesa, scalza e misteriosa. Anticipava l’ultimo tratto di cammino del povero Pascali, voleva donare luce per fare attraversare agevolmente l’ultima gola di tenebre, e legare la sua anima al fumo che si elevava per l’abbraccio col divino.
   A Don Sasà non garbavano nè Onna Genia nè il suo rito: un misto tra il sacro e il pagano. Diceva che il braciere era cosa di saraceni e nulla aveva a che vedere con i riti cristiani e che, per giunta, era un vecchio arnese per preghiere rivolte agli dei, dai greci e dai romani, ma non poteva farci niente. Onna Genia partecipava senza essere invitata nè compensata. Poteva mancare la banda, ma Onna Genia no. La sua assenza da un funerale poneva dubbi timori e paure, spesso anche maldicenze.
   L’aria bruna del vespero d’autunno aveva accompagnato Pascali o' puntuni du Russu, lo stringi mano fu veloce e se ne tornarono a casa. Anche Onna Genia se ne tornò e col braciere al fianco,
-Paci all’anima sua, finiu i patiri - dicevano tutti.
   Lui sì aveva davvero chiuso con i patimenti, ma sapeva di lasciare sulla terra figli e nipoti in un mondo dove le sofferenze si accavallavano.
   Cummari Cuncetta finì di apparecchiare sulle tavole poste sui trispiti, dove fino a qualche ora prima vi era la bara. Tovaglia da tavola a quadri rossi e bianchi, le posate per l’occasione e già due fiasche impagliate nascondevano il colore scuro del magliocco di Barbàra. Era l’ora della consolazione. Dopo i giorni del lutto, gli addolorati riassaporavano i cibi. Già, era così per chi abitualmente mangiava almeno un pasto al giorno, ma per la famiglia di Ciccu ciò che si stava preparando era una mera novità.
   In quella casa si mangiava quando si poteva e non per mancanza di tempo. Mai si era vista una tavola imbandita, come quella che si era parata ai loro occhi. Solo qualche festa ricordata o poco altro.
   Sarineju si sedette accanto al padre; assaporò una fetta di pane, per rompere la timidezza, mentre il vapore della minestrina al brodo di pollo gli riempiva le sue narici.
-Patri, chi jè, m’a pozzu mangiari- chiese Sarineju al padre, il quale senza indugiare lo invitò a mangiare.
   Sarineju, così come i suoi fratelli, ingurgitò la pastina in brodo e le polpettine di pollo, poi con gli occhi rivolti ancora al padre fece intendere che voleva continuare, mettendo mano ai cosciotti al petto e alle e ali. Ciccu diede cenno di assenso. Seguirono crocchette di riso e patate, poi melangiani chini, formaggio e per la prima volta videro sulla tavola una provola intera. Il padre ne affettò un po’ e la diede ai figli ormai sfamati e intenti a ingoiare quanto si poneva alla loro visione. Masticavano e si guardavano. Gli sguardi s’incocciavano silenti. Tutto sembrava irreale, quegli odori di cibi avevano rotto il tanfo di muffe e di terra.
   Era rimasto niente nelle insalatiere. La sazietà traspariva dai volti di grandi e piccini. Il silenzio, ora sì, donava pensieri al morto.
   Sarineju poggio la testa sul braccio del padre, Ciccu si girò e lo guardò, nei piccoli occhi neri lesse sazietà, e rilassatezza.
   Il ragazzo si alzò, si avvicinò all’orecchio del padre e sottovoce, per evitare l’ascolto agli altri, chiese: 
-Patri, e ora quando mori 'a nonna?

lunedì 16 marzo 2015

IL RADICAL-CHIC MADE IN CALABRIA ( di Domenico Rosaci)

 In  terra di Calabria  ormai può mancare tutto, ma sovrabbondano gli intellettuali presenzialisti, i convegni culturali, i  premi all'autore e....
i radical chic alla nduja
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    Sembrava una razza ormai  estinta, ma incredibilmente pure in Calabria il radical-chic esiste ancora ed è sempre giovane, anche quando ha superato i settanta, ha l'asma e la badante. Se per avventura è davvero anagraficamente giovane, allora ha certamente la saggezza di un ottantenne, e nella vita ha fatto tutti i tipi di esperienza, sebbene prevalentemente le abbia fatte davanti alla tivù o su uno di quei rarissimi libri che si è imposto di leggere, malgrado la sua pruriginosa insofferenza verso la carta stampata.
    Il radical-chic alla nduja ( divorata rigorosamente di nascosto, come la nutella) difende i diritti degli oppressi di mafia, dei deboli e dei perseguitati in genere , purché il biglietto da acquistare per beneficenza non superi i cinque euro, e lo spettacolo e/o la degustazione ad esso associato siano gradevoli e frequentati da gente "bene", che ami anche la poesia dolciastra all’acquapazza, la letteratura dei dilettanti , le televisioni almeno locali...
    Il radical-chic, pur vergognandosi spesso di essere calabrese, ha ben chiaro che i problemi fondamentali sono quelli della legalità, della parità di diritti tra i sessi e la parità di genere, dell'aborto, dell'eutanasia, della violenza sulle donne, della laicità dello stato e della liberalizzazione della droga, ma SOPRATTUTTO del diritto dei cani da salotto ad essere dignitosamente abbigliati quando portano i loro padroni a passeggio.
    Il radical-chic affronta tutti questi fondamentali problemi partecipando alle manifestazioni  pro-legalità e a quelle pacifiche (se ci fosse minimamente rischio, rimarrebbe ovviamente a casa), cantando "Bella Ciao" con voce perfettamente stonata e soprattutto facendo campagna elettorale attiva, ovvero votando e facendo votare per quelle forze politiche che sistematicamente disintegreranno o aboliranno completamente i diritti di cui sopra.
    Il radical-chic , specialmente quello clericale – razza ormai in vertiginoso aumento - non manca a nessun evento “culturale” e quasi predilige quelli frequentati dai quattro gatti di sempre che, proprio per questo, si convincono di essere speciali e superiori di almeno una spanna alla gente comune.
    Il radical-chic di Calabria aborrisce il dialetto e ha un vocabolario alternativo, preferibilmente esterofilo.La sua parola preferita è "resilienza", perché è abbastanza improbabile che i poveri mortali la usino. Ma gli piace anche il "Welfare", a patto che per finanziarlo non si debba aumentare l'IVA che inciderebbe sull'acquisto delle eco-pellicce e dei maglioni di cachemire. Ovviamente usa l'Iphone, l'Ipad, e un notebook Apple, ma soltanto perchè non sa che Apple è l'ambiente software più xenofobo esistente al mondo, non tollerando la compatibilità con prodotti "estranei".
    Gli piace De Andrè, ed è incurante, nella sua magnanimità, che a De Andrè lui non piacerebbe affatto.
    Soprattutto il radical-chic fa citazioni su citazioni .... a condizione che esse  siano tratte da qualunque autore sia abbastanza ermetico, ripetitivo e involuto da non essere capito da nessuno ed i cui pensieri si possano agevolmente copiare ed incollare da Internet, senza che Google ti tradisca...
      Ma non cita mai sè stesso, non si sa se per una naturale modestia o perché il materiale da citare sarebbe così strausato e monotono che egli stesso se ne ammorberebbe.

sabato 14 marzo 2015

NON SPARATE SUL REGISTRO TUMORI !

di Bruno Demasi

    Da anni ormai associazioni e gente comune stanno conducendo nella Calabria una battaglia disperata dietro la quale sembra profilarsi una terra dei fuochi che fa davvero paura, una terra in cui manca ogni attività di prevenzione ed il cui modello di sanità mostra una Regione fanalino di coda per la tematica dei malati oncologici.
 “Sono necessarie indagini epidemiologiche – ha sottolineato Lidia Liotta di Legambiente – delle situazioni più rischio, ed è fondamentale prevedere delle politiche ambientali. Non ci sembra al momento che la politica vada in questa direzione, soprattutto nel settore dei rifiuti.”
    Una conquista significativa sembrava raggiunta dopo tante richieste e lotte : l’istituzione nel 2013
nella provincia di RC del Registro Tumori, la cui tenuta , come previsto dalla Regione Calabria, è affidata a un responsabile coadiuvato da un medico, da un’infermiere professionale, da un ausiliario e da un’unità amministrativa.
    L’attività fino ad ora espletata è stata molto significativa : recupero di tutto l’archivio SDO ( schede di dimissione ospedaliera) di tutti i residenti della provincia reggina ricoverati nelle strutture ASP, in quelle private accreditate e nelle strutture infra ed extraregionali; acquisizione dell’archivio informatizzato dei referti di Anatomia Patologica esistenti negli Ospedali dell’intera provincia reggina compresi quelli dell’Azienda Ospedaliera “Bianchi-Melacrino-Morelli” relativi agli anni 2010-2011-2012 ed inseriti nell’archivio informatico del Registro Tumori; ricostruzione e trasposizione da materiale cartaceo su supporto informatico dei dati di mortalità relativi all’anno 2010 e , in buona parte, anche del 2011, custoditi presso l’ex ASL di Palmi;informatizzazione dei dati di mortalità custoditi presso l’ex ASL di Locri relativi all’anno 2010; inserimento nel sistema gestionale di oltre 3000 schede di mortalità.
    Nel dicembre scorso il direttore generale facente funzioni, Ermete Tripodi , con avviso interno dell’11.12.2014, dava il via alla procedura di individuazione delle unità lavorative da assegnare in via definitiva alle attività del Registro Tumori, considerando che alcune professionalità fino a quel momento impegnate vi erano state destinate a loro tempo in via provvisoria.
     Il 9 febbraio scorso lo stesso direttore generale convocava i rappresentanti delle varie associazioni e illustrava come stava procedendo il lavoro del Registro tumori, assumendo l’impegno formale di convocare ogni due-tre mesi le medesime associazioni per fornire i l resoconto dell’attività svolta.
    Sembrava finalmente che tutto ormai marciasse senza problemi e che si potesse finalmente avere un quadro sempre aggiornato delle patologie specifiche e dei tassi di mortalità, specialmente nelle zone considerate più a rischio della Provincia, quando la UIL nei giorni scorsi ha aperto una vertenza con il direttore generale ASP per le modalità con cui nei mesi scorsi sono state effettuate le 4 assunzioni di personale medico e amministrativo per la tenuta del Registro.
    La vertenza indirettamente sta bloccando tutta la preziosa attività che era stata avviata con tanta efficacia e rischia di complicare e rinviare all’infinito i tempi previsti per un’ azione a regime di controllo del Territorio in base all’ evoluzione e all’andamento delle patologie tumorali nelle varie zone di interesse, tutte segnate da mille problemi ambientali, come la Piana di Gioia Tauro, sulla quale opera con mille difficoltà l’aggregazione spontanea, capitanata da Carmela Centorrino “La Piana di Gioia Tauro ci mette la faccia”.
   E’ sicuramente importante la trasparenza nell’attività gestionale, ma è importantissimo anche che non si blocchi in alcun modo l’operatività del Registro: non ci stiamo per niente alle solite pappardelle al sugo di volpe!

giovedì 12 marzo 2015

MISERIE E NOBILTA’ NELLA SCUOLA E NEL DIMENSIONAMENTO SCOLASTICO DELLA PIANA DI GIOIA TAURO

di Bruno Demasi
   Stringe il cuore in questi giorni vedere tanti studenti in alcune città italiane arrancare infreddoliti e battersi nelle loro ingenue manifestazioni contro quel nulla istituzionale che sotto il pomposo proposito di “riformare” la scuola nasconde soltanto un pauroso vuoto di idee e di valori educativi e ricorre ad enunciazioni di improbabili modifiche all’assetto scolastico rattoppato da decenni, contraddette le une a distanza di poche ore dalle altre e tutte miranti allo smantellamento conclusivo della gloriosa scuola italiana, in particolare di quella statale.
   E sebbene da tempo mi stringa anche il cuore nel vedere in quale stato si trova la scuola come istituzione nella Piana di Gioia Tauro e nella provincia di Reggio Calabria, ho atteso il tempo giusto per riflettere ad alta voce.
   In effetti oltre che il responso – per la verità alchimistico, ma scontato - della Regione e dell’Ufficio Scolastico Regionale della Calabria, che rinvia al 2016/2017 la messa in pratica o la modifica dei “dimensionamenti” scolastici proposti dalle 5 Province, mi è sembrato doveroso attendere la scadenza dei termini delle iscrizioni degli alunni ai vari ordini e gradi di scuola prima di esprimere la mia  opinione su quello che impropriamente viene chiamato “Dimensionamento scolastico”.
   Ciò allo scopo di evitare di interferire sulle scelte dei ragazzi in procinto di iscriversi alle scuole superiori nella fase delicatissima appena conclusa dell ”orientamento scolastico” che, per toni , mezzi ed espedienti usati da tante scuole superiori per accaparrarsi nuovi alunni, aveva tutta l’aria di un mercato delle vacche, in cui si vendono vento e fumo, piuttosto che i caratteri di una sana fiera delle opportunità formative offerte dal Territorio..
   Sul dimensionamento scolastico nella Piana di Gioia Tauro, vale a dire la guerra tra poveri da cui
la scuola esce sempre con le ossa rotte, non mi esprimo più di tanto, visto che la prima e l’ultima parola appartengono ormai solo ai politici .
    Mi limito ad osservare che se nel centro cittadino di Reggio Calabria si propone ancora una volta di mantenere intatto e in vita qualche scandaloso sottodimensionamento con una popolazione scolastica di appena 200 alunni ( nonostante vi fosse l’imbarazzo della scelta per accorparlo a uno tra le decine di istituti operanti nella stessa città a poche centinaia di metri da esso), in provincia, su un territorio geograficamente infelice e devastato su tutti i fronti, non ultimo quello dalla criminalità, per mantenere in vita preziose realtà scolastiche sarebbero state possibili mille soluzioni rispettose delle singole autonomie locali senza voli pindarici e macellerie di sorta. Ma non entro nel merito.
   La logica aberrante sembra essere stata ancora una volta quella di salvaguardare i posti di dirigente scolastico. Il resto è secondario, anche se passa sulla pelle di migliaia di ragazzi cui viene offerto un mosaico ripetitivo, lacunoso e abnorme di offerte formative assolutamente sganciate dai bisogni territoriali locali, anche se passa sulla pelle di migliaia di famiglie spazzando via dalla scuola ogni forma ideale di baluardo di sani valori sociali e civili.
    Mi preme invece sottolineare , limitatamente alla Piana di Gioia Tauro, ancora una volta alcune cosette sulle quali forse riesco a ragionare anche io nonostante la ruggine accumulata:

· I vari dimensionamenti scolastici fin qui operati hanno sempre obbedito a calcoli ragioneristici più che a un’esatta ricognizione delle vocazioni locali dei territori e dei flussi della popolazione, facendo e disfacendo autonomie con ritagli, pezzi e brandelli di alunni ora sottratti a questo, ora sottratti a quell’istituto;

· Non si è mai inteso mettere in sicurezza i vari istituti esistenti, rispettandone la vocazione originaria, e la struttura iniziale (quella risalente al 2000, per intenderci), tenendo fermi per ogni territorio i cardini della sicurezza e della funzione sociale oltre che culturale dei singoli istituti. E ciò pure all’interno dei vincoli opposti da una normativa criminale, che in tutte le altre zone della Calabria, o quasi, sono stati sempre bypassati con intelligenza grazie a ogni deroga possibile alle norme-capestro ( zone parzialmente montane, zone ad alta densità mafiosa, zone isolate geograficamente);

· Non si è mai lottato per creare in questo disastrato territorio un serio e sano canale di formazione professionale alternativo alla scolarizzazione superiore;

· Più che badare ai numeri provvisori , non si è voluto pensare a una riqualificazione di tutta l’offerta formativa nella Piana, eliminando doppioni di istituti a distanza di pochi Km ed aprendo nuovi indirizzi di studio realmente propedeutici alla prosecuzione in ambito universitario;

· Non si è mai voluto evitare che nell’arco di meno di un quindicennio molte scuole rischiassero, come di fatto è accaduto e continua ad accadere, di andare a letto con la sede ufficiale in un luogo e di svegliarsi dipendenti da un altro;

· I due Istituti Superiori (Oppido e Taurianova) tra loro accorpati nelle proposte provinciali, oltre a lamentare, ciascuno per la propria parte (Se Sparta piange, Atene non ride affatto), baratti di sedi, di uffici, di cognomi e nomi sottratti o usurpati – fermo restando il diritto di ciascuno di essi di restare autonomo e indipendente perché operanti su territori ad altissimo rischio sociale - badassero invece a domandarsi come mai entrambi nell’ultimo sessennio hanno assistito inermi a un calo vertiginoso e inesorabile dei loro alunni, come mai non hanno mai provveduto a riqualificare sul serio le loro offerte formative anziché vivacchiare e bivaccare su progetti di scarsa portata e come mai la loro immagine su alunni e famiglie ha perso progressivamente appeal, fiducia e carisma.

    Tutto ciò perché il funzionamento serio di un istituto, ma anche il serio funzionamento di un piano di
dimensionamento scolastico,  possono riconoscersi solo dai frutti.
    E se anche quest’anno in qualche istituto il calo di iscrizioni alle prime classi continuerà in modo inesorabile e pauroso – e purtroppo è già avvenuto nelle settimane scorse - bisognerà cominciare senza scuse a rimboccarsi sul serio le maniche a tutti i livelli e ad assumersi le proprie responsabilità. Non a scaraventarle di qua e di là insieme a tanto fumo.

martedì 10 marzo 2015

Barlaam in bicicletta: LETTERATURA FOREVER

di Natalino Russo Seminara
    Di letteratura - ed è un bene - ormai ci si riempie la bocca e la tastiera in tanti, specialmente sui social network e nei media in genere, ma si tratta di un universo ormai solo svendibile a buon mercato o rimane ancora qualcosa di rispettabile per pochi o per tanti?
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   Questa non ha la pretesa di essere una “Lectio” e tanto meno “Magistralis”, ma una mia semplice e modesta dissertazione su quella cosa meravigliosa e importante che è la Letteratura e sul mio personale modo d’intenderla e non sulle innumerevoli patacche che nel nostro tempo vorrebbero spacciarsi per Letteratura.
    Premetto immediatamente che un libro, così come un film, o una canzone, non potrà mai, come usa dire con una frase fatta “ cambiare la vita”. Sarebbe ben modesta cosa una vita se bastasse così poco a cambiarla. La vita cambia per una grave malattia, propria o dei familiari; per un improvviso impoverimento, o arricchimento; per il matrimonio, la nascita dei figli, una laurea, o l'Ordine Sacro sacerdotale ( assimilato al Matrimonio, con Gesù, o la Madonna, anziché altro essere umano) o, purtroppo, per la perdita di una persona cara, specie se prematura, o in tragiche circostanze.
    Un libro, semmai, se è un buon libro e non una somma di pagine stampate e stiracchiate, come spesso avviene, può essere una lampadina, un faro, di pochi o molti watts fa luce, chiarezza, su determinati aspetti della vita e che può , magari, fare cambiare qualche idea, o modificare qualche convinzione, più o meno radicata. Diciamo che è come il Liceo, o il Latino, ovvero che “apre” la mente e la innaffia, facendo conoscere e capire di più. Faccio un esempio personale : per via di qualche piccolo gesto di altruismo, presupponevo scioccamente di essere un mostro di generosità, finché non ho letto il libro “La Città della Gioia” di Dominique Lapierre. Di quello che lui racconta e che, per quanto romanzato è basato su fatti veri, non mi colpì tanto la ben nota opera di carità di Madre Teresa e delle sue consorelle a Calcutta, quanto la storia di un medico americano, un luminare, figlio di un luminare proprietario di varie cliniche, un bell’uomo, circondato da donne bellissime, ricchissimo, con una vita da favola, che lascia tutto, ma proprio tutto, come un San Francesco del XX° secolo e se ne va in India a curare i lebbrosi, a dormire in baracche infestate dai topi, a patire la fame e a rischiare la vita perché anche sulla povertà e sulle opere di Carità ci sono Mafie che speculano e vogliono lucrare e i boss di Calcutta non tolleravano che lui facesse loro concorrenza donandola gratis.
  Lì, si è accesa una lampadina che mi ha fatto capire che io, per potere fare parte della categoria dei generosi, avrei dovuto farne di strada e quella di quel medico stava alla mia, come una montagna a un topolino.
    Tornando a bomba e sperando che non scoppi., io immagino la Letteratura come una grande Casa, o un Palazzo. Alla base ci sono i Pilastri. Omero, con la sua Iliade e Odissea, Dante con la Divina Commedia, Shakespeare e Leopardi con la loro Opera Omnia, la Bibbia ( e, per me personalmente, Emily Dickinson con tutte le sue 1775 poesie e , sopratutto, con le sue lettere che sono altrettante poesie in prosa). E poi decine di architravi, centinaia di muri maestri, di "solette" ( da non confondere con le sòle, alla romana ) , pareti, infissi, sanitari eccetera; ovvero i Grandi, gli scrittori e i poeti, autori di autentici e consacrati capolavori, riconosciuti tali universalmente, al di là ovviamente “de gustibus”, sui quali “non disputandum est”.
    A questo punto, vi e mi chiederete come si fa, tra milioni, forse miliardi, di pubblicazioni, a distinguere un capolavoro, da un normale libro, o da una autentica ciofeca ?
    E qui ci sta un’altra premessa : ci sono libri con una trama, una storia e spesso un incipit, o una conclusione, tra il fantastico, l’avvincente e il coinvolgente, ma dal lessico e di stile mediocri, o pessimi; altri, invece, scritti con stile e lessico altissimi, ma la cui storia, o trama, (o contenuto, per la saggistica) lascia molto a desiderare. In queste due categorie confluiscono migliaia di libri; poi ci sono milioni di libri con storia, trama, lessico e stile tutti pessimi che vanno immediatamente gettati nella spazzatura, o usati per pareggiare un tavolo che pende, o ancora, usati come carta da parati per fare da tappezzeria, e/o, che meritano di essere lasciati nel cellophane ( anche se molti di questi, per mille motivi, hanno venduto milioni di copie).
    I capolavori sono quelle opere , saggi, commedie, drammi e tragedie, in prosa, o poesia, scritti benissimo e con una trama, una storia, un insegnamento, una rivelazione, o quant’altro, veramente importanti. Libri, cioè, che emozionano, commuovono, o divertono, insegnano e, soprattutto, invitano a meditare e che, in definitiva, ci rendono migliori, più colti, istruiti e saggi, di quanto non fossimo prima di averli letti. Quei libri che ,mentre li leggi, ti devi spesso fermare, inserire il segnapagina, e pensare, “Ma, io questa cosa l’avevo in mente, anche se non sapevo come esprimerla”, oppure “Ma, dove trova tali parole, questo qui ?”.
    Dunque invito tutti a non farsi ingannare dalle campagne promozionali, dalle prefazioni sempre adulative. Avete mai visto su una lapide :”Qui giace un farabutto ?” No, perché riposano solo persone buone, oneste e giuste, anche se picchiavano la moglie e violentavano bambini. Allo stesso modo, mai leggerete in una prefazione : ”Questo libro fa schifo, gettatelo nella spazzatura”, ma solamente lodi, accostamenti, e/o, paragoni con altri scrittori che si rivoltano nella tomba (Da qui i terremoti).
    E diffidate anche dei critici letterari, a volte ammanicati con le case editrici dei libri che recensicono. Oggigiorno, conta molto l’apparizione, o il passaggio in un talk show. Ricordo che in un un anno, di "Così
parlò Bellavista" si erano vendute pochissime copie, comprate, presumo, dai familiari, amici e parenti di Luciano De Crescenzo, finché quest’ultimo non ebbe la fortunata occasione di poterne parlare al Costanzo Show : la settimana dopo volarono via tra 20 e 30 mila copie e dopo qualche mese, ne trassero un film. Ciò a prescindere dall’intrinseco valore del libro ( comunque, discreto e piacevole).
    E, diffidate anche delle lodi fatte da Tizio al compagno di ideologia Caio, giacché , come diceva Ottiero Ottieri .”L’uomo ritiene intelligenti solo quelli che la pensano come lui e stupidi tutti gli altri”. Vale anche il viceversa : mai disprezzare un’opera o il suo autore perché non la pensa come noi, magari senza nemmeno averla letta.
    Esiste, comunque, e concludo, un metodo, o meglio lo applico io, per capire, a prescindere dal personale gradimento o meno, quali siano i libri forever, ovvero quelli che ci saranno sempre finché durerà il mondo. Sono quelli dai quali anche gli ignoranti, gli analfabeti, e coloro che non ne hanno mai letto un rigo ricavano delle citazioni, cioè quei libri le cui frasi, battute, incipit o conclusioni, soprannomi, o per dare un significato a un sentimento, a una situazione eccetera, sono entrati nel nostro parlare e scrivere quotidiano, quale che sia il grado di cultura e d’istruzione di chi li redige , o li pronuncia.
    E, qui, per spiegarmi meglio ci stanno bene alcuni esempi : Vangelo (Chi è senza peccato scagli la prima pietra; Lavarsi le mani come Pilato; Perdona loro perché non sanno quel che fanno, Prima che il gallo canti tre volte, eccetera) Promessi Sposi (Questo matrimonio non s’ha da fare; Carneade , chi era costui? La sventurata rispose, Azzeccagarbugli); Divina Commedia (Galeotto fu il libro e chi lo scrisse; Uscimmo a riveder le stelle; Fatti non foste a vivere come bruti) Amleto ( Essere , o non essere); Giulietta e Romeo (Una rosa con un altro nome profumerebbe lo stesso;) Iliade ( Il cavallo di Troia; L’ira di Achille;) Odissea ( Chi ti accecò ? Nessuno, La tela di Penelope, la parola stessa Odissea per significare le peripezie di un viaggio), Leopardi (L'ermo colle dell'Infinito e il Naufragar m'è dolce in questo mare; la Donzelletta, il Passero Solitario) .
     Purtroppo, il mare antico nel quale pescare tali perle è pescosissimo; molto meno lo è il mare moderno,
o contemporaneo Mi vengono in mente Sciascia ( Omini, mezzomini, ruffiani e quaquaraqua), Il Padrino ( Un’offerta che non potrà rifiutare, Andare ai materazzi) Don Camillo e Peppone citati per indicare la politica e la religione che si combattono, o fanno finta, ma non si odiano e anzi si stimano reciprocamente. Tutt'altra cosa dall'inciucio. Qualcosa di Pirandello, D’annunzio, Eduardo De Filippo ( Ha da passà a nuttata; Te piace 'o presepio ? ) .
    Mi piacerebbe tanto continuare e poter aggiungere moltissime altre citazioni, riferimenti, opinioni, specialmente di tanta produzione letteraria contemporanea ( non oso chiamarli giudizi) ma mi fermo, sperando di essere stato abbastanza chiaro ed esaustivo. Parafrasando Manzoni, se ci sono riuscito vogliatemi un po’ di bene, in caso contrario, perdonatemi, ma mi raccomando, leggete, leggete, leggete.
    Un libro non cambia la vita, ma nutre l’animo quasi quanto bevande e cibo fanno con il corpo, ma naturalmente bisogna andare molto cauti con i libri troppo grassi, fritti, pieni di colesterolo, di coloranti e soprattutto di zuccheri , oggi tanto abbondanti nelle librerie e nei fast food italici.

domenica 8 marzo 2015

NUOVO ALLARME BAVAGLI ALL'INFORMAZIONE CALABRESE

                                       di Luciano Regolo
   Nel giorno dedicato a tutte le donne – cui questo blog porge ogni augurio di Bene - ospito un bel pezzo dedicato alla recentissima e amara vicenda di una giornalista calabrese, Enza Dell'Acqua. Il pezzo è di Luciano Regolo, lo scrittore, saggista ( Ne ricordo la stupenda biografia di Natuzza Evolo) , giornalista, già direttore dal 2013 de l’Ora della Calabria, quotidiano chiuso un anno fa dall’editore dopo la denuncia di Regolo nei confronti del senatore Tonino Gentile (Ncd) di aver fatto pressioni sull’editore stesso per impedire l’uscita di un articolo dove si raccontava di un'inchiesta in corso sul figlio Andrea Gentile. Un grazie all'autore, che anima insieme con alcuni giornalisti reduci dall"Ora" il bel blog "L'Ora siamo noi"  (Bruno Demasi).
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    Ancora un triste allarme sul fronte della libera manifestazione del pensiero, sempre più insidiata, in Calabria, dalla logica “cinghialesca” dei politici e dei (pre)potenti. Enza Dell’Acqua, che scrive per il “Quotidiano del Sud”, mi ha riferito personalmente il grave episodio di cui è stata vittima e per il quale ha sporto querela pochi giorni fa.
Il suo racconto credo basti a far accapponare la pelle: «Martedì sera (il 3 marzo scorso, ndr) sono stata minacciata da ***, assessore alle politiche giovanili del comune di Nicotera, la mia città. Quella sera ero andata al municipio per seguire la seduta del consiglio comunale. Ad un certo punto, mi alzo per andare via, e, mentre ero già nell’atrio, sono stata avvicinata da *** che, con atteggiamenti minacciosi, mi ha intimato di non scrivere più di lui, né su Facebook, né sul giornale, altrimenti, mi ha detto testualmente: “Vengo a trovarti a casa, vengo io personalmente”… E non credo proprio che mi abbia annunciato questa visita per portarmi dei fiori. *** ha ribadito lo stesso concetto più volte, e sempre con toni aggressivi e intimidatori. Gli ho chiesto quindi, ovviamente con una domanda retorica, se mi stesse minacciando. E l’assessore mi ha risposto che si trattava di un “consiglio”. Dopo avermi elargito questo “consiglio”, *** ha girato i tacchi ed è tornato a sedersi tra gli scranni e, come se nulla fosse, ha ripreso a parteciparte ai lavori del consiglio».
   Enza, ferita nella propria dignità, oltre che scossa per i toni minacciosi dell’assessore, però decide di non arrendersi, di levare il capo, perchè sa che il silenzio e la quiescenza non fanno che alimentare l’intollerabile vocazione al sopruso e alla pressione dilagante, da decenni nella politica e nell’imprenditoria calabrese.
  Mi ha raccontato ancora: «Nonostante fossi sconvolta per l’accaduto, sono rientrata nella sala consiliare e mi sono rivolta, ad alta voce, a ***, invitandolo a ripetere davanti a tutti quanto mi aveva detto pochissimi minuti prima. L’assessore, allora, pubblicamente, ha ammessso di avermi detto “di non scrivere di lui”. Poi, mentre io lo incalzavo, a ripetere con le stesse parole, la minaccia che avevo subito, lui ha cominciato ad insultarmi, definendomi “psicopatica”. Per me era abbastanza. Ho lasciato il Comune e mi sono precipitata alla stazione dei Carabinieri più vicina, dove ho sporto querela contro *** per minacce e insulti. Aggiungo soltanto che quanto ha detto sul mio conto l’assessore in sala consiliare è stato da me registrato».
   La testimoninanza di Enza è agghiacciante sotto molti punti di vista. È assolutamente paradossale che un assessore mentre partecipa ai lavori di un consiglio comunale, esercitando, quindi, uno dei diritti-doveri più antichi nelle conquiste della democrazia, calpesti così pesantemente la libertà di manifestazione del pensiero (costituzionalmente tutelata) di una scrivente, per giunta sua concittadina. Ma non si è limitato a questo: prima le ha annunciato una “visita” se non avesse accettato il bavaglio che lui le stava imponendo, poi, quando Enza, con prontezza e spirito combattivo, ha divulgato l’episodio in piena assemblea consiliare, l’ha offesa trattandola da matta, da “psicopatica”, per altro senza rendersi conto che la semplice richiesta a Enza di non scrivere più sul suo conto, da lui pubblicamente ammessa, è già di per sé un fatto grave.
   Non sono e non devono essere né i politici, né qualunque altro soggetto al di fuori della redazione, a decidere che cosa trattare o meno sulle pagine di un giornale, fermo restando che chiunque si senta diffamato da un articolo dispone di tutti gli strumenti legali per procedere nella difesa della propria reputazione. Nè sono i politici, o altri soggetti in nome del loro prestigio sociale a decidere come e quando manifestare liberamente il proprio pensiero anche quando chi lo fa non è giornalista. Neppure l’offesa o la calunnia, eventualmente subite, danno facoltà, in uno stato di diritto, a chi le ha ricevute di procedere personalmente con l’aggressione verbale o fisica, con gli insulti o con altre pressioni più o meno plateali.
   Il malcostume intimidatorio invece prosegue inalterato qui in Calabria, quasi fosse la normalità e chi si ribella diventa il pazzo, oppure il distruttivo, il nemico dei calabresi. I prepotenti cercano sempre di isolare, screditare o sminuire chi alza la voce e attira l’attenzione sulle libertà violate, perchè il fine ultimo in questo sistema è sempre fare in modo che la palude stagnante non venga agitata in alcun modo e si prosegua nel controllo assoluto dello status quo.
   Come si fa a essere eletti in una lista che, se non vado errato, reca il nome di “Patto per la legalità” e poi lasciarsi andare a certi comportamenti oppure semplicemente avallarli con il proprio silenzio? E qui è evidente che il sindaco di Nicotera dovrebbe prendere seri provvedimenti verso *** che lui ha chiamato a far parte della sua giunta, visto che l’episodio si è addirittura consumato nella sede del Municipio, denotando un’evidente mancanza di rispetto anche per il ruolo che ricopre, oltre che una visione piuttosto soggettiva di ciò che possa ritenersi “legalità”. A gesti così foschi bisogna replicare con misure adeguate che scoraggino una volta per sempre il prosieguo di certe prepotenze. La Dell’Acqua ha mostrato coraggio, grinta e notevole capacità di reagire anche in una situazione emotivamente pesante. Ma tutto ciò rischia di essere vanificato se Enza resterà sola. In casi come il suo occorre che la magistratura si muova tempestivamente, cosa che qui in Calabria non accade praticamente mai e noi dell’Ora della Calabria lo sappiamo molto bene, dal momento che ancora deve tenersi la prima udienza nel processo che vede imputato lo stampatore Umberto De Rose “per violenza privata” a causa del blocco della rotativa che simulò, la notte tra il 18 e il 19 febbraio, per non fare uscire la notizia relativa all’inchiesta della magistratura aperta a carico del figlio del senatore Gentile, dopo l’orrenda telefonata minacciosa che io registrai e con la quale voleva convincere l’editore a farmi “cacciare” l’articolo in questione. E sorvolo su tutte le mancate notifiche e su tutte le curiose modalità, da parte della Procura di Cosenza, che ho ravvisato in questa brutta storia che va avanti da olte un anno.
   Per porre argine alle cinghialate che umiliano la libertà di manifestazione del pensiero occorre poi la reazione delle istituzioni e dell’intero mondo politico: in una comunità sana, indipendentemente dai colori di partito, dovrebbero essere i più gli esponenti, le “cariche”, pronte a levarsi di fronte a comportamenti così minacciosi in spregio ai valori più elementari del vivere civile. Invece qui accade il contrario, l’atteggiamento prevalente è il far finta di nulla, il lavarsi le mani pilatesco, il silenzio pubblico, a volte accompagnato da manifestazioni private di solidarietà, soltanto per tenersi buoni sia l’aggressore, sia la parte lesa, che se è giornalista potrebbe magari far notare il mutismo e quindi nuocere ai propri interessi.
   Solo pochi politici, come i parlamentari calabresi del Movimento Cinque Stelle, hanno preso una forte posizione a sostegno della Dell’Acqua. E la stessa cosa accadde nell’Oragate, ricordo che l’allora presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, dopo avermi telefonato per dirmi che, facendo troppo baccano sulla vicenda, stavo “nuocendo alla sua coalizione”, prese le pubbliche difese sia di Tonino Gentile, sia di De Rose, sostenendo che in Calabria le rotative “si rompono spesso” e adoperandosi per la conferma dello stesso stampatore alla presidenza di Fincalabra.
   Nella registrazione della dell’Acqua, poi, emerge tristemente che non soltanto il panorama politico nicoterese non ha preso le sue difese, mentre lei durante la seduta del consiglio comunale, denunciava ciò che aveva subito, ma addirittura i più volevano zittirla. Addirittura, a un certo punto, si sente il presidente del Consiglio Comunale, Michele Melidoni (nel ruolo di garante della libertà del dibattito) urlare: “Lei non deve interrompere il Consiglio”. Poi addirittura invita il comandante dei vigili urbani a farla allontanare. Enza insomma viene scacciata dall’assemblea consiliare del suo comune di appartenenza, un gesto incredibile. Come mi risulta assurdo e scioccante il silenzio degli colleghi giornalisti presenti in consiglio per seguire i lavori dell’assemblea. Neppure il consigliere di opposizione, Pino Brosio, (che fra l’altro è firma di un quotidiano locale) ha proferito parola in difesa della Dell’Acqua. Nel filmato lo si vede bere disinvoltamente dalla sua bottiglietta d’acqua, mentre Enza viene mandata via.
   Per stoppare le prepotenze contro la libertà manifestazione del pensiero, è necessario che anche la società civile reagisca con prontezza. Storie come quelle di Enza devono essere spunto di riflessione per tutti, se ne deve parlare: è un modo sano per educare anche le giovani generazioni alla ferma opposizione contro certe logiche che per troppo tempo sono state viste come la normalità, come qualcosa alla quale comunque è meglio non opporsi per non avere problemi peggiori. Occorre che tutti i giornalisti calabresi facciano fronte compatto che, senza cedere ai particolarismi e alle sciocche rivalità, facciano rete, in ogni testata prendendo ferma posizione in difesa dei diritti violati, quelli dei giornalisti, ma anche quelli di ogni cittadino che intenda liberamente manifestare il proprio pensiero.
    Qui è in gioco il rapporto tra le istituzioni e il cittadino, la logica primaria della democrazia e la
necessità che a tutti sia garantita trasparenza, libertà, ascolto e rispetto nel circuito delle informazioni. Un sistema dove soltanto un elemento viene minato in tali termini nell’esercizio di quest’ultimo, è anche un sistema che non è sicuro per nessun giornalista e dove non potrà mai esistere un’informazione piena e trasparente. E mi riferisco a chi voglia fare realmente questo lavoro, con coscienza e onestà. Il segretario regionale dell’Fnsi, Carlo Parisi, ha mostrato coi fatti, e non soltanto nella vicenda che i colleghi dell’Ora e io abbiamo vissuto in prima persona, di essere un punto di riferimento e di raccordo valido per replicare a ogni genere di sopruso verso i giornalisti. Grazie al suo intervento, più volte sono riuscito a spezzare il senso di isolamento in cui, purtroppo, precipita chi vive minacce di questo genere. 
   Per questo è importante proseguire nella denuncia, cercare con il sostegno del sindacato, non soltanto di ottenere la giusta tutela legale, ma anche di fare in modo che il grido in difesa della libera informazione travalichi i confini, spesso ristretti o resi tali dalle nebbiose cappe create dai potentati occulti, dei luoghi in cui si consumano i soprusi, per fungere da stimolo all’intera comunità regionale e creare le premesse per un baluardo duraturo.