venerdì 29 novembre 2013

NELLA PIANA ...SI MUORE DI FREDDO

di Bruno Demasi
      E mentre i politici calabresi dei due maggiori partiti sono attanagliati da atroci dilemmi su quale vecchio o nuovo partito riversarsi o su quale vecchio o nuovo personaggio votare per le imminenti primarie, mentre le associazioni di volontariato e le organizzazioni di solidarietà languono, nella Piana  si continua a morire. Stavolta non per faide o per fatti delinquenziali e nemmeno sui barconi in balìa di correnti e di furfanti approfittatori, ma solo per il freddo. O anche per il freddo.
     E’ morto ieri mattina sul presto dopo aver trascorso una notte gelida   a San Ferdinando dentro una vecchia automobile, dove si era rifugiato perchè non aveva trovato posto  nella tendopoli allestita per ospitare gli immigrati che lavorano come stagionali per
la raccolta degli agrumi.  Si chiamava Man Addia, un  trentunenne liberiano, giunto , come tanti, dalle nostre parti carico di speranze, di fame e di voglia di riscatto.
      L’arido comincato ANSA  ha informato quasi subito che la  la Procura della Repubblica  ha disposto l’autopsia per accertare le cause della morte di Man  e per accertare  se ci siano state responsabilità da parte del servizio sanitario,   ma non ci interessa sapere cosa e quando  si accerterà: sicuramente i media dimenticheranno persino di informarci in merito.
   Che  il giovane liberiano sia morto di freddo o a causa di altre patologie pregresse, che l'intervento sanitario sia stato o meno tempestivo sono fatti   accessori.
      Il fatto fondamentale è che un uomo sofferente e inerme , ancora una volta, non abbia trovato posto nemmeno sotto una tenda stracolma di disperati come lui e sia rimasto una notte all’addiaccio. E  se si accerterà che era portatore di qualche patologia, ciò non servirà a scagionare le coscienze di nessuno. Anzi sarà un’aggravante!
     Vorremmo che chi di dovere, e non a posteriori, controllasse come e quanto si spende il denaro pubblico  nei vari  luoghi di accoglienza di questi infelici, come e quanto  ci si spende per evitare ogni discriminazione e  ogni esclusione, come e quanto si garantisca a tutti , fra le mille e mille spese immotivate della sanità pubblica, almeno qualche briciola di prevenzione sanitaria di base  o per il trattamento tempestivo  delle situazioni più gravi.
    Fra qualche giorno, ma già da oggi, di Man Addia non si parlerà più: un altro caso da archiviare in fretta, senza funerali, dentro quattro tavole malamente connesse e a basso
costo, in un cimitero qualsiasi , con un nome  e un cognome malamente e frettolosamente tracciati, che probabilmente nessuno andrà a cercare o a leggere... Una vita vissuta ai margini della storia, trenta anni di sofferenza, il cui prezzo sarà ancora una volta inferiore allo zero, nell’indifferenza di noi tutti.
     Domani i giocatori della squadra di calcio del Koa Bosco di Rosarno, composta da immigrati di colore, giocheranno con la fascia nera al braccio in segno di lutto. La decisione è stata presa per ricordare Man Addia, ma l’idea di giocare col lutto al braccio ha anche lo scopo di denunciare ancora una volta a noi  sordi e a noi  ciechi  le condizioni estreme in cui sono costretti a vivere gli immigrati che giungono nella Piana di Gioia Tauro per lavorare come stagionali o ...per morire di  fame e di freddo.

domenica 24 novembre 2013

SE ANCHE PARLASSI LE LINGUE DEGLI ANGELI E...NON AVESSI L’AMORE...

L’ANNO DELLA CARITA’ NELLA PIANA DI GIOIA TAURO
(di Bruno Demasi)


       Di là da ogni valutazione di merito e di  metodo circa le modalità di pubblicizzazione e di preparazione adoperate , l’idea di indire un Anno della Carità nella diocesi di Oppido Mamertina- Palmi  all’indomani della chiusura dell’Anno della Fede è un altro vero  atto profetico che va sicuramente ascritto al carisma pastorale del vescovo, Mons. Francesco Milito.

       Avremmo voluto che tutti i sacerdoti, e di tutte le parrocchie della Diocesi, avessero preparato di più la gente a quest’evento, che non è e non dovrà mai diventare l’ennesima stucchevole occasione per gli addetti ai lavori e  che sicuramente ha già in sè gli stigmi di un  possibile rinnovamento, ma ci sarà un anno di tempo per sopperire ad eventuali lacune e dimenticanze, un anno soprattutto per esercitare sul serio e in tutte le forme possibili  la Carità , per dare e ricevere segni di condivisione veri a chiunque e da chiunque.

        Ciò che conta è che da oggi la gente della  Piana di Gioia Tauro, anche se nulla in apparenza è cambiato, anche se a livello sociale, economico, culturale e, sotto vari aspetti, anche ecclesiale le falle e i problemi sono ancora tanti,  possa incominciare ad entrare in una logica di libertà da ogni forma di oppressione ( una delle più alte forme di  Carità), e cominciare almeno ad assaporare il gusto di risorgere  dalle morti e dalle paludi dell’individualismo, del settarismo, del malaffare e dell’interesse elevati spesso a sistema, per iniziare un percorso di cooperazione, di aiuto e soprattutto di  rispetto per se stessi e per  l’altro.

      Dice Paolo di Tarso, a questo proposito:


    "Solo l'amore distingue i figli di Dio dai figli del diavolo...Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, quelli che non l'hanno non sono nati da Dio. E' questo il grande criterio di discernimento. Se tu avessi tutto, ma ti mancasse quest'unica cosa, a nulla ti gioverebbe ciò che hai; se non hai le altre cose, ma possiedi questa, tu hai adempiuto la legge. Chi infatti ama il prossimo- dice l'apostolo - ha adempiuto la legge; e il compimento della legge è la carità (Rm 13,8-10).

    La carità dunque, quella vera, non l’elemosina degli spiccioli al mendicante, è terapeutica , come afferma Paolo: se nasce veramente in noi l'amore per gli altri, allora lentamente scompaiono dal nostro animo e dalla nostra vita gli atteggiamenti che possono distanziarci e dividerci . Non oseremo più vantare a dismisura le nostre doti, fino all'arroganza e al disprezzo. Non faremo pesare la nostra superiorità, di qualsiasi genere, al punto da creare rivalità. Non ci sentiremo rovinare l'animo da invidie o animosità, se negli altri si manifesteranno doti diverse dalle nostre. Non ci approprieremo di ciò che non è nostro e non useremo violenza, aperta o strisciante, a nessuno. Gioiremo invece per i differenti talenti dati a ciascuno, come fonte e stimolo continuo per una crescita più armoniosa e coopereremo con l’ultimo per far migliori noi stessi.

    Detesto gli slogans di qualsiasi specie, ma se provassimo stavolta a definire in poche  pillole la Carità che si potrebbe esercitare nella Piana di Gioia Tauro?

  • Carità è rispettare gli altri, senza riserve, cooperare con chi è nel bisogno, costruire relazioni positive per tutti nel rispetto delle priorità;
  • Carità è amare e rispettare il proprio ambiente, le istituzioni in esso presenti, pretendere e controllare che esse funzionino;
  • Carità è pretendere che amministratori e governanti lavorino per la gente che rappresentano e per il territorio al fine di renderlo vivibile per tutti, dimenticando ogni forma di favoritismo laddove esistente;
  • Carità è rinuncia a ogni forma di egoismo, di lassismo, di pigrizia, di sciatteria, di idolatria, di avarizia, di furbizia, di arroganza, di sopraffazione;
  • Carità è  anche per i laici sforzarsi di cooperare con la gerarchia ecclesiale senza forme di invadenza e/o di protagonismo fini a se stesse e  senza spirito clericale;
  • Carità è anche, per la gerarchia ecclesiale, rinunciare a ogni forma strisciante  di discriminazione del gregge  ad essa affidato, coraggio di  semplificare  e uniformare ogni forma di annuncio, amministrare il più possibile il sacramento della riconciliazione;
  • Carità è  anche amare la Piana, al punto di  pretendere con forza che essa sia rispettata da tutti e dotata di strade, scuole e ospedali degni di essere definiti tali;
  • Carità è integrare  sul serio le crescenti rappresentanze di etnie diverse che vivono nei nostri paesi, non regalando loro i pesci più marci , ma insegnando loro a pescare;
  • Carità è sfruttare la nostra nobile e fertilissima terra e le sue risorse, rendendola un giardino per tutti;
  • Carità è essere disponibili in qualsiasi momento a rimboccarsi le maniche, a lavorare e a creare lavoro;
  • Carità, come suggerisce l'amico Filippo Iaria, è dare speranza a chi ormai l'ha persa.

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giovedì 14 novembre 2013

800.000 € PER IL DISTRETTO SOCIO SANITARIO 3

di Bruno Demasi

  Un progetto mirato per migliorare l’assistenza sociosanitaria nel  Distretto Socio Sanitario 3 comprendente  i comuni di Taurianova, Oppido Mamertina, Molochio, Terranova Varapodio, Cittanova , Scido, Delianuova, Santa Cristina D'Aspromonte  e Cosoleto.


    Nell'ambito del “Programma nazionale dei Servizi” sta per decollare nel “Distretto socio sanitario n.3”,  un progetto operativo definito come “ intervento aggiuntivo in termini di rafforzamento di metodo e di merito che intende svolgere una funzione di promozione di un modello di programmazione e intervento che progressivamente garantisca agli utenti condizioni paritarie e al contempo sia di sostegno all' incremento dell'estensione, copertura, qualità nell'erogazione di servizi di cura”. Al di là delle definizioni più o meno criptiche,  si tratta di creare una sinergia fra comuni con l’intento di qualificare e di rafforzare l’erogazione di servizi socioassistenziali in un territorio fortemente deprivato e a rischio.

     L’ ufficio di Piano del Distretto Socio Sanitario n.3,
sulla falsariga del Pns, e in attuazione del Piano di Azione di Coesione (PAC) 11/5/2012 , da quanto si evince dai comunicati ufficiali e semiufficiali di questi giorni, con gli auspici della Conferenza dei sindaci, coordinata da una  Commissione Straordinaria del Comune di Taurianova, comune capofila, sta concludendo l’attività  di programmazione che dovrà essere  presentata  nelle sedi istituzionali fra pochi giorni.
    Il PAC di riferimento è stato formalizzato circa un anno e mezzo fa per  fornire un'azione aggiuntiva ai servizi di  assistenza e cura alla prima infanzia e  agli anziani non-autosufficienti ed è segmento di un progetto più ampio  che riguarda le quattro regioni dell'area convergenza 2007-2013 (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), la cui dote  ammonta a 730 milioni di euro (400 per infanzia; 330 per anziani) provenienti dalla riprogrammazione del fondo di co-finanziamento nazionale a Programmi Operativi Nazionali e Interregionali 2007-2013.
      Il Distretto Socio Sanitario n.3 avrà a disposizione
risorse per circa 800mila euro che, se ben impiegate, se utilizzate con parsimonia ed equilibrio, potranno garantire un indubbio miglioramento dell’assistenza socio sanitaria alle due fasce di popolazione assolutamente più deboli del comprensorio.
        Per i servizi alla prima infanzia (bambini da 0 a 3 anni), gli obiettivi riguardano infatti  l'aumento strutturale dell'offerta di servizi;  l'ampliamento dell'offerta di posti in asili nido pubblici o convenzionati e in servizi integrativi e innovativi, fino alla copertura nel 2015 di almeno il 12% della domanda potenziale; l'estensione della copertura territoriale per soddisfare bisogni e domanda di servizi, il sostegno alla domanda, alla gestione e accelerazione dell'entrata in funzione delle nuove strutture per garantire la sostenibilità degli attuali e futuri livelli di servizio, in previsione di un sistema integrato di offerta pubblica e privata; il miglioramento della qualità e della gestione dei servizi socioeducativi.

   Anche per gli anziani ultrasessantacinquenni e non autosufficienti sono previsti interventi mirati, quali: l'aumento della presa in carico in assistenza domiciliare, assicurando un adeguato livello di prestazioni socio-assistenziali; l'aumento e qualificazione dell'offerta di servizi residenziali e semiresidenziali; il miglioramento delle competenze di manager, operatori professionali e  assistenti familiari; la sperimentazione di protocolli innovativi di presa in carico personalizzata dell'anziano in stato di necessità. 
   Ci si augura che il progetto non rimanga solo fine a se stesso, come tante, troppe volte è accaduto in passato per tanti settori della Pubblica Amministrazione, ma serva concretamente e realmente a migliorare sul serio la qualità e la quantità dei servizi previsti. Spetta a tutti vigilare in tal senso...!

venerdì 8 novembre 2013

S.O.S. ULIVI...!!!


   (di Bruno Demasi)
    Nella Regione Puglia, e in particolare nel Salento, è già allarme rosso: fino a qual punto noi, nella Piana di Gioia Tauro, possiamo stare  ancora tranquilli?
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    Dicono che il  fungo phaeoacremonium nel basso
Aggiungi didascaliaLa diffusione del batterio killer
Salento  è  già devastante : si insinua nei tronchi delle piante d’ulivo  creando piaghe annerite che causano lentamente la morte prima di parte del fogliame e poi dell’intero albero. Ottomila gli ettari già colpiti  , con l’epicentro nell’area sud-occidentale della provincia e diversi focolai anche a Nord del capoluogo. Restano però dei dubbi che si tratti effettivamente solo di un fungo o di una serie di funghi  perchè, a quanto pare, la velocità di propagazione dei danni non  è compatibile con quella di un fungo . Si hanno  dunque legittimi sospetti che, pur costituendo una parte del problema, il fungo faccia la sua comparsa al traino di un altro patogeno dall’impatto ancor più significativo. I laboratori, assicurano gli esperti, produrranno quanto prima un quadro diagnostico più completo, che potrà dare qualche certezza in più sull’esatto rapporto tra causa ed effetto. Anche la presenza di vari insetti nelle zone colpite dalla malattia (ad esempio una specie molto comune di coleotteri, gli scolitidi), appare più simile all’immagine delle mosche che attorniano il cadavere,
I primi effetti sulle piante colpite
attratte dall’odore particolare del legno secco e dunque arriverebbero sul luogo del delitto ad “ulivicidio” già compiuto. Tuttavia si parla anche di un batterio, la  Xylella fastidiosa propagato da piccole cicale.



    Andranno  dunque messe in quarantena migliaia di piante. L'allarme, infatti, è alto, perché la malattia che colpisce gli ulivi, essiccandone le foglie, porta via pezzi di cuore agli agricoltori salentini. Dalle indagini effettuate dal Servizio fitosanitario della Regione Puglia in collaborazione con l'Università di Bari, l'Istituto di Virologia Vegetale del Cnr di Bari e altre istituzioni scientifiche e amministrazioni locali, è stata infatti rilevata la presenza di estesi imbrunimenti del sistema vascolare delle piante di olivo che fanno ipotizzare la manifestazione contemporanea di differenti organismi nocivi: agenti fungini xilematici, lepidotteri rodilegno e il batterio Xylella fastidiosa. Tra le misure individuate, è prevista l'applicazione di trattamenti fitosanitari  e l'eliminazione delle specie vegetali sensibili che possono fungere da serbatoio di infezione del batterio.



Le piante malate allo stadio conclusivo
   La comunità europea, il ministero delle cosiddette “ Politiche agricole”, ma soprattutto gli appositi assessorati della Regione Calabria e della Provincia di Reggio calabria stanno monitorando questa situazione? Ne sono almeno al corrente? Una malaugurata diffusione di questa nuova e temibilissima  patologia agli uliveti della Piana, quando a stento le piante nostrane si stavano riprendendo da una ultradecennale epidemia di lebbra dell’ulivo, completerebbe l’opera di distruzione del nostro bene agricolo più prezioso, già fortemente compromesso dall’incuria dell’uomo, dalle potature selvagge, dall’estirpazione degli esemplari più belli per destinazioni non sempre chiare...fino agli abbandoni ormai molto frequenti di centinaia, se non migliaia, di ettari della pregiata coltura, resa quasi improduttiva non tanto dalle patologie pregresse, quanto soprattutto da una politica agricola ed agraria nell'ultimo ventennio assolutamente devastante e infantile.
 

martedì 15 ottobre 2013

UNA VERA SQUADRA, E NON SOLO DI CALCIO: IL KOA BOSCO

di Bruno Demasi
  Tra tanti pallonari e palloni gonfiati che pensano di fare integrazione razziale solo parlandone a lungo  nei  salotti televisivi o  parlamentari, finalmente  anche la nostra  Piana, con una piccola squadra di pallone, riesce a dare come non mai   una lezione di coraggio e di concretezza a tutti!
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     La discriminazione razziale stavolta la lasciamo ad altri   e  alla serie A, ai ricchi e agli importanti di turno. A noi basta una squadra di calcio per farci ritrovare finalmente  almeno una briciola di quell’identità perduta che in altri tempi, quanto ad accoglienza, civiltà e tolleranza, ci ha consentito di dare lezioni al mondo conosciuto...

     Si tratta del KOA BOSCO, non solo una squadra di calcio, nata dall’impegno  concretamente antirazzista  di don Roberto Meduri, parroco della chiesa Sant’Antonio di Padova della frazione Bosco di Rosarno , formazione interamente composta da ragazzi africani che disputerà il campionato di Terza Categoria. Una squadra calcistica di tutto rispetto, ma anche un gruppo di persone che finalmente sa fare squadra: Khadim che si occuperà delle pubbliche relazioni, Masseck e Ibrahima, senegalesi, avranno il compito di assistere la squadra durante le partite. Il traduttore Magatte Diop, anche lui del Senegal, come anche il preparatore atletico Mbengue Bassirou, e l’osservatore Amar Alassane. A dare una mano a don Roberto Meduri in quest’iniziativa anche alcuni ragazzi del posto che si stanno prodigando ogni giorno al fine di portare avanti questo progetto che ha una enorme valenza sociale. Come il direttore generale Domenico Bagalà, il responsabile tecnico Domenico Mammoliti, il segretario Angelo Paiano e l’allenatore dei portieri Antonello Meduri.

   Ed è una squadra che non nasce a caso in questo territorio, perchè a Rosarno infatti sono tantissimi i ragazzi africani sistemati nelle tendopoli che arrivano dai loro Paesi in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Un’iniziativa, inserita nell’ambito del progetto "Uniti oltre le frontiere",  finalizzata al riscatto sociale degli africani nella Piana e senza scopo di lucro.

     Ne  parla   lo stesso Don Roberto, uno di quei sacerdoti che non stanno a gingillarsi in pietismi  di maniera e progettazioni a tavolino o in cammini di raffinati approfondimenti  formali del proprio essere cristiani, ma si spendono quotidianamente per  la gente e per Cristo:


“... volevamo dare un’opportunità nuova a questi ragazzi africani, una risposta diversa rispetto a quelli che erano gli aiuti che avevamo saputo dargli. Abbiamo pensato di creare intorno a loro un’opportunità che li vedesse, li riscattasse in un certo senso da quello che era accaduto nel 2010, in quel momento si era creata una spaccatura nella società, nei giovani, nei ragazzi che già prima non li vedevano di buon occhio. Poi hanno iniziato a sentire una certa ferita, ma non voglio parlare di razzismo, per quello che era successo. ...Gli abitanti di Rosarno (n.d.r) inizialmente  li hanno boicottati, hanno fatto anche dei danni, quello che hanno potuto, per far sentire il loro rifiuto. C’era questa volontà di lasciarli in quello stato; hanno creato un ghetto con la tendopoli. Gli abitanti dicevano: ”Stanno lì, noi gli diamo del lavoro in nero, ma riconoscergli i diritti, no”. E non parliamo di diritti particolari, ma anche solo quello di poter passeggiare oppure fare una squadra di calcio...  

         All’interno del campo profughi, tra francofoni, anglofoni, ci sono delle spaccature di clan, e delle frontiere che loro si portano dalla stessa Africa. E allora lì, creare una squadra che li faccia giocare insieme, ha un obbiettivo diverso: la prima barriera è la loro, poi c’erano quelle dei giovani che non riuscivamo a coinvolgere in nessuna attività, per non parlare delle barriere sociali, culturali della Calabria rispetto a questi ragazzi.

       Quando facevamo gli allenamenti abbiamo subito dei cori razzisti e delle ingiurie. Pensavano forse che loro potevano essere una minaccia. Questo, almeno a Rosarno è durato poco. È stato bello vederli insieme, proprio spalla a spalla, i giovani di Rosarno ripulire il campo e la zona intorno e fare di quel campo, che era ormai diventato una discarica a cielo aperto, un luogo dove potevano giocare un calcio pulito, almeno per quanto riguarda le scorie che erano rimaste lì e pulito anche nel senso che non era più aggressivo. Poi dopo alcuni piccoli attentati abbiamo dovuto spostarci con gli allenamenti a Polistena e poi siamo finiti a Palmi. A Palmi è stato bellissimo perché ci hanno accolto bene, e loro stanno bene. Anche se vivono nella tendopoli, disputeremo le partite di campionato a Rosarno perché c’è tanta gente che li aspetta e che fa il tifo per loro.”


  Grazie, don Roberto, grazie ragazzi del KOA  BOSCO per la grande lezione di vita che ci state dando e per l’immagine bella della Piana che porterete in giro con le vostre magliette racimolate alla meglio e con le vostre scarpe di pochi soldi che nessuno si sognerà forse mai di sponsorizzare.



domenica 6 ottobre 2013

IL CARISMA DI GUARIGIONE...

     di Bruno Demasi
    Qualche sera fa, di ritorno da Melicucco , dove anche noi avevamo accompagnato un carissimo amico sacerdote nella nuova sede cui Dio lo ha destinato, io e mia moglie, pur  nell'intensa  commozione che ancora ci permeava ricordando la docilità e l'umiltà di questo ministro di Dio che  detesta onori e apparenze ,  che predica il Vangelo "sine glossa" e con l'immediatezza tipica degli apostoli ed esercita la carità in modo incondizionato, ci siamo interrogati a lungo su alcuni carismi che rendono grande e bella la Chiesa di Cristo e ci sono tornate in mente impetuose  le parole di Padre Emiliano Tardif, che la Chiesa  quasi subito  ha proclamato  Servo di Dio, e alcuni canti che hanno accompagnato sempre la Sua predicazione e quella dei suoi eredi spirituali...
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" Un giorno un giornalista colombiano mi chiese: “Lei compie miracoli?”. Risposi: “Niente affatto! E’ molto semplice: io prego e Gesù guarisce”. Il giorno seguente pubblicò un articolo sul giornale, intitolato: “Padre Tardif prega e Gesù guarisce”. Quando lo vidi esclamai: “Finalmente un giornalista ha capito come funziona!”. Il carisma di guarigione è per gli altri, non per se stessi. Se così fosse, quando mi è capitato di ammalarmi, mi sarei imposto le mani sulla testa, avrei pregato e sarei guarito, ma non è così!

Un fine settimana, durante un ritiro a Tucson, in Arizona, per 200 latino-americani, il Signore sanò molti infermi, anche da malattie molto gravi, soprattutto artriti e paralisi. La domenica, alle due del pomeriggio, avevo la febbre molto alta. Ero raffreddato e riuscii a esporre l’ultimo argomento con difficoltà. Finito il ritiro mi misi a letto per un giorno e mezzo. Dicevo: “Se il dono di guarigione dipendesse da me, mi imporrei le mani, guarirei e mi alzerei subito dal letto”. Ma il Signore mi insegnò ancora una volta che non sono io che guarisco, ma è Lui.

Ci racconti una guarigione che le è rimasta particolarmente impressa.

Ne racconterò alcune che mostrano il buonumore di Dio. Nel 1984 stavo predicando un ritiro nella città di Monterrey. Durante la messa era molto difficile distribuire la comunione, perché i corridoi erano gremiti di gente. Aiutato da alcuni sorveglianti mi incamminai verso il retro. Mentre passavo tra la folla, e alcuni volevano toccarmi e altri mi chiedevano di fermarmi a pregare per loro, pensavo : “E’ solo Gesù che può guarirli, ma non smettono di cercare il padre Emiliano…”.

In mezzo a tanta gente vidi una signora con gli occhi lucidi di pianto, con un bambino in braccio. Il piccino mi guardava con dolcezza. Mi ricordai del paralitico della piscina di Betzaetà (Gv 5), che non poteva entrare nell’acqua miracolosa, perché non aveva nessuno che potesse aiutarlo. Così mi avvicinai al bambino e gli diedi un bacio. Mi fece un sorriso e continuai a distribuire la comunione.

Normalmente non do baci mentre distribuisco la comunione, ma in quel momento mi sentii spinto a farlo… Il giorno dopo, la signora prese il microfono e, in piedi davanti alla folla, disse : “Ieri, al momento della comunione, il padre Emiliano Tardif passò vicino a noi. All’improvviso si fermò e diede un bacio al mio bambino di due anni, che era completamente sordo. Do gloria al Signore perché da ieri il mio bambino ha cominciato a udire. Dio lo ha guarito. Gloria al Suo nome!”.

Da quel momento la mia vita si complicò. Tutti volevano essere baciati da me, ma io rispondevo: “I baci sono solo per i bambini. Le signore si facciano baciare dai loro mariti!”. Senza dubbio l’insegnamento fu molto efficace. Io non avevo guarito nessuno. Il bacio, per quanto amore esprimesse, non poteva sanare neppure un mal di testa. La verità è che portavo Gesù tra le mani, e Gesù stesso guarì il bambino sordo. Io sono solo l’asino che porta Gesù, per questo Lui continua a guarire gli infermi. Il peggio sarebbe fissarsi sull’asino e non su chi lo cavalca. Il giorno in cui prenderemo coscienza che portiamo Gesù Cristo, il nostro ministero si trasformerà, e non ci limiteremo più tanto a parlare di Gesù, ma lo lasceremo agire con tutta la sua potenza.

Il modo di guarire di Gesù è così strano, che non posso tacere ciò che è accaduto a Monte Maria, dove ogni domenica si riuniscono più di 50.000 persone per la celebrazione Eucaristica in cui padre Gilberto Gómez prega per gli infermi.
In una di queste celebrazioni l’asta della bandiera del Vaticano cadde e colpì una persona storpia, gettandola a terra. Tutti furono addolorati, vedendo che quell’asta così grande e pesante era caduta proprio su un infermo. Tra lo stupore generale, l’infermo si alzò in piedi da solo. La sbarra gli aveva raddrizzato la colonna vertebrale e a tutt’oggi cammina normalmente. Le vie di Dio sono piene di buonumore. A volte Dio ci guarisce con un bacio, a volte con un colpo.

Qual è l’ostacolo principale che impedisce di ricevere i carismi?

Credo sia la paura di perdere la reputazione. I carismi sono una croce e molti non sono disposti a portarla. L’esercizio di alcuni carismi provoca non poco scherno, disprezzo e persecuzioni. Alcuni ci giudicano pazzi. Finché non si è disposti a morire a se stessi, anche a costo di perdere la fama e i privilegi, non riceveremo questi carismi.

Ricordo molto bene un parroco nei dintorni che si burlava dei carismatici. Nelle sue omelie domenicali assicurava che chi parlava in lingue mancava di vitamine… Molti hanno problemi, non lasciano operare lo Spirito liberamente. Vogliono rinchiuderlo in schemi prestabiliti e non lo lasciano agire con la libertà del vento che soffia dove vuole. Chi ha problemi con il microfono è perché dà troppa importanza al giudizio degli altri.

Se fossimo meno gelosi della nostra reputazione, saremmo più aperti allo Spirito Santo. La paura di cadere nel ridicolo ci impedisce di aprirci ai doni dello Spirito. I carismi certamente sono umilianti, ci portano alla croce. Per questo molti li temono e altri li rifiutano. Tolgono ore al riposo e al sonno. Non migliorano la nostra reputazione, ma ci procurano burle, critiche e sarcasmo... Ma in fondo, se non abbiamo problemi a parlare al microfono, tutto questo si sopporta.

Molti credono che il padre Emiliano Tardif sia un santo, cosa ne pensa?

Ci rido sopra. A volte, mentre sono solo e sto per andare a letto, dico: “Se sapessero chi sono, starebbero più tranquilli”. Sono sempre il curato di un paese, in un’isoletta sperduta nel mar dei Caraibi. Non potrei mai pensare di essere qualcosa di più dell’asino che porta Gesù.
So bene che quando mi coprono di gratitudine, e mi stendono a terra i mantelli, è per salutare Gesù che io porto. E quando l’ho portato, mi rimandano di nuovo nella stalla e al ritorno non ci sono mantelli di fiori né premi: entro nel tempio del mio cuore e dico: “Signore, come sei grande!”.

Il ritorno dell’asino a casa è ciò che ci mantiene umili. La solitudine e restare al cospetto di Gesù non ci permettono di ingannarci. Quando mi inginocchio e celebro con i salmi le meraviglie di Dio, penso che se la gente conoscesse meglio Dio, si fisserebbe meno su di noi. La mia comunità sa che non sono santo, ma che desidero diventarlo. E’ la vocazione di tutti i battezzati. Sbagliamo quando pensiamo che un santo è solo qualcuno che compie miracoli o la cui immagine è sopra un altare.
Per me la santità è molto più di questo: è essere come Gesù. Chi non desidera essere santo? Fin dal battesimo, radicato nella morte e risurrezione di Gesù Cristo, porto in me il germe di santità per il dono gratuito dello Spirito Santo che ho ricevuto senza merito.

Il dono di guarigione non è un segno di santità, è un dono gratuito. Se lo metto al servizio degli infermi con pazienza e amore può contribuire a santificarmi, perché è un esercizio di carità, talvolta molto pesante. Un giorno qualcuno mi ha detto: “Emiliano, non ti spaventa che la gente ti canonizzi da vivo per i numerosi miracoli?”. Ho risposto: “Preferisco che mi credano un santo, piuttosto che un bandito”.

Cosa prova per quelli che non guariscono ?

Provo compassione, ma non li considero defraudati di qualcosa. Preciso che Gesù non ha mai detto che tutti gli ammalati guariranno, ma che avrebbe dato dei segni per evangelizzare. Le guarigioni sono segni che accompagnano l’annuncio del Vangelo, ma non è necessario che tutti siano guariti per credere alla Parola di Dio."

“El don de sanacion”, por el padre Emiliano Tardif. Libera traduzione di Patrizia Cattaneo dal sito :
http://radiocristiandad.wordpress.com/2007/06/14/el-don-de-sanacion-segun-el-p-tardiff/



sabato 21 settembre 2013

ANCHE NELLA PIANA DI GIOIA TAURO “ NON SAREMO GIUDICATI SU QUANTO SIAMO STATI CREDENTI, MA CREDIBILI...” A 23 ANNI DALLA BARBARA UCCISIONE DI ROSARIO LIVATINO.

di Bruno Demasi
          Bastano alcuni flashs  malamente scopiazzati sui social networks per far finta di ricordare, ma in realtà solo per  rimettere nel tritacarne, anche un’altra ricorrenza, quella  del  ventitreesimo anniversario dell’ uccisione del giudice Rosario Livatino.
    Un magistrato, un’esistenza, un esempio che ci interpella fortemente come cittadini della  Piana e, se non altro da quando la Chiesa l’ha dichiarato Servo di Dio e ha imbastito il suo processo di beatificazione,  anche come credenti.
    Ci interpella come cittadini della Piana perchè a 23 anni dal suo sacrificio, lui, il più giovane dei magistrati (classe 1952) vittime di mafia rappresenta  specialmente per noi, oltre che per la sua terra di origine e per l’Italia intera, un altro emblema, di quelli veri e non al servizio delle fazioni politiche, che non possiamo liquidare come forma di eroismo gratuito e basta, come molti hanno tentato di fare con don Pino Puglisi, ma un esempio vivente di coraggio e di reale presa di distanza della società civile da ogni forma di malaffare, da ogni connivenza e da ogni  convenienza, da ogni perversione di potere, qualunque essa sia.

   Ci interpella come credenti, in una realtà ecclesiale estremamente composita e sfilacciata, se non stucchevole, nella quale l’hobby di molti “ addetti ai lavori” , di molti  credenti sembra diventato quello di fare congetture e gossip sulle motivazioni che ispirano l’operato amministrativo del  Vescovo, le cui azioni pastorali non spetta certo a noi valutare o, peggio,  giudicare.
   Il messaggio di Rosario Livatino è chiarissimo  e limpido per tutti, per la società civile come per la chiesa locale: essere credibili e non soltanto credenti. Credibili nell’operato quotidiano a tutti i livelli, in tutti gli uffici pubblici, in tutte le pieghe della politica e dell’aministrazione o della sanità o della scuola o del commercio.
 
   Credibili come credenti ( si perdoni l’apparente bisticcio) che riescono ancora a stupirsi davanti alle meraviglie di Dio, ai carismi della chiesa e al loro esercizio libero e   santo per il bene della gente, senza  intromissioni e giudizi interessati, soprattutto senza stucchevoli forme di clericalismo che, come laici, non ci competono affatto!