martedì 15 ottobre 2013

UNA VERA SQUADRA, E NON SOLO DI CALCIO: IL KOA BOSCO

di Bruno Demasi
  Tra tanti pallonari e palloni gonfiati che pensano di fare integrazione razziale solo parlandone a lungo  nei  salotti televisivi o  parlamentari, finalmente  anche la nostra  Piana, con una piccola squadra di pallone, riesce a dare come non mai   una lezione di coraggio e di concretezza a tutti!
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     La discriminazione razziale stavolta la lasciamo ad altri   e  alla serie A, ai ricchi e agli importanti di turno. A noi basta una squadra di calcio per farci ritrovare finalmente  almeno una briciola di quell’identità perduta che in altri tempi, quanto ad accoglienza, civiltà e tolleranza, ci ha consentito di dare lezioni al mondo conosciuto...

     Si tratta del KOA BOSCO, non solo una squadra di calcio, nata dall’impegno  concretamente antirazzista  di don Roberto Meduri, parroco della chiesa Sant’Antonio di Padova della frazione Bosco di Rosarno , formazione interamente composta da ragazzi africani che disputerà il campionato di Terza Categoria. Una squadra calcistica di tutto rispetto, ma anche un gruppo di persone che finalmente sa fare squadra: Khadim che si occuperà delle pubbliche relazioni, Masseck e Ibrahima, senegalesi, avranno il compito di assistere la squadra durante le partite. Il traduttore Magatte Diop, anche lui del Senegal, come anche il preparatore atletico Mbengue Bassirou, e l’osservatore Amar Alassane. A dare una mano a don Roberto Meduri in quest’iniziativa anche alcuni ragazzi del posto che si stanno prodigando ogni giorno al fine di portare avanti questo progetto che ha una enorme valenza sociale. Come il direttore generale Domenico Bagalà, il responsabile tecnico Domenico Mammoliti, il segretario Angelo Paiano e l’allenatore dei portieri Antonello Meduri.

   Ed è una squadra che non nasce a caso in questo territorio, perchè a Rosarno infatti sono tantissimi i ragazzi africani sistemati nelle tendopoli che arrivano dai loro Paesi in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Un’iniziativa, inserita nell’ambito del progetto "Uniti oltre le frontiere",  finalizzata al riscatto sociale degli africani nella Piana e senza scopo di lucro.

     Ne  parla   lo stesso Don Roberto, uno di quei sacerdoti che non stanno a gingillarsi in pietismi  di maniera e progettazioni a tavolino o in cammini di raffinati approfondimenti  formali del proprio essere cristiani, ma si spendono quotidianamente per  la gente e per Cristo:


“... volevamo dare un’opportunità nuova a questi ragazzi africani, una risposta diversa rispetto a quelli che erano gli aiuti che avevamo saputo dargli. Abbiamo pensato di creare intorno a loro un’opportunità che li vedesse, li riscattasse in un certo senso da quello che era accaduto nel 2010, in quel momento si era creata una spaccatura nella società, nei giovani, nei ragazzi che già prima non li vedevano di buon occhio. Poi hanno iniziato a sentire una certa ferita, ma non voglio parlare di razzismo, per quello che era successo. ...Gli abitanti di Rosarno (n.d.r) inizialmente  li hanno boicottati, hanno fatto anche dei danni, quello che hanno potuto, per far sentire il loro rifiuto. C’era questa volontà di lasciarli in quello stato; hanno creato un ghetto con la tendopoli. Gli abitanti dicevano: ”Stanno lì, noi gli diamo del lavoro in nero, ma riconoscergli i diritti, no”. E non parliamo di diritti particolari, ma anche solo quello di poter passeggiare oppure fare una squadra di calcio...  

         All’interno del campo profughi, tra francofoni, anglofoni, ci sono delle spaccature di clan, e delle frontiere che loro si portano dalla stessa Africa. E allora lì, creare una squadra che li faccia giocare insieme, ha un obbiettivo diverso: la prima barriera è la loro, poi c’erano quelle dei giovani che non riuscivamo a coinvolgere in nessuna attività, per non parlare delle barriere sociali, culturali della Calabria rispetto a questi ragazzi.

       Quando facevamo gli allenamenti abbiamo subito dei cori razzisti e delle ingiurie. Pensavano forse che loro potevano essere una minaccia. Questo, almeno a Rosarno è durato poco. È stato bello vederli insieme, proprio spalla a spalla, i giovani di Rosarno ripulire il campo e la zona intorno e fare di quel campo, che era ormai diventato una discarica a cielo aperto, un luogo dove potevano giocare un calcio pulito, almeno per quanto riguarda le scorie che erano rimaste lì e pulito anche nel senso che non era più aggressivo. Poi dopo alcuni piccoli attentati abbiamo dovuto spostarci con gli allenamenti a Polistena e poi siamo finiti a Palmi. A Palmi è stato bellissimo perché ci hanno accolto bene, e loro stanno bene. Anche se vivono nella tendopoli, disputeremo le partite di campionato a Rosarno perché c’è tanta gente che li aspetta e che fa il tifo per loro.”


  Grazie, don Roberto, grazie ragazzi del KOA  BOSCO per la grande lezione di vita che ci state dando e per l’immagine bella della Piana che porterete in giro con le vostre magliette racimolate alla meglio e con le vostre scarpe di pochi soldi che nessuno si sognerà forse mai di sponsorizzare.



domenica 6 ottobre 2013

IL CARISMA DI GUARIGIONE...

     di Bruno Demasi
    Qualche sera fa, di ritorno da Melicucco , dove anche noi avevamo accompagnato un carissimo amico sacerdote nella nuova sede cui Dio lo ha destinato, io e mia moglie, pur  nell'intensa  commozione che ancora ci permeava ricordando la docilità e l'umiltà di questo ministro di Dio che  detesta onori e apparenze ,  che predica il Vangelo "sine glossa" e con l'immediatezza tipica degli apostoli ed esercita la carità in modo incondizionato, ci siamo interrogati a lungo su alcuni carismi che rendono grande e bella la Chiesa di Cristo e ci sono tornate in mente impetuose  le parole di Padre Emiliano Tardif, che la Chiesa  quasi subito  ha proclamato  Servo di Dio, e alcuni canti che hanno accompagnato sempre la Sua predicazione e quella dei suoi eredi spirituali...
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" Un giorno un giornalista colombiano mi chiese: “Lei compie miracoli?”. Risposi: “Niente affatto! E’ molto semplice: io prego e Gesù guarisce”. Il giorno seguente pubblicò un articolo sul giornale, intitolato: “Padre Tardif prega e Gesù guarisce”. Quando lo vidi esclamai: “Finalmente un giornalista ha capito come funziona!”. Il carisma di guarigione è per gli altri, non per se stessi. Se così fosse, quando mi è capitato di ammalarmi, mi sarei imposto le mani sulla testa, avrei pregato e sarei guarito, ma non è così!

Un fine settimana, durante un ritiro a Tucson, in Arizona, per 200 latino-americani, il Signore sanò molti infermi, anche da malattie molto gravi, soprattutto artriti e paralisi. La domenica, alle due del pomeriggio, avevo la febbre molto alta. Ero raffreddato e riuscii a esporre l’ultimo argomento con difficoltà. Finito il ritiro mi misi a letto per un giorno e mezzo. Dicevo: “Se il dono di guarigione dipendesse da me, mi imporrei le mani, guarirei e mi alzerei subito dal letto”. Ma il Signore mi insegnò ancora una volta che non sono io che guarisco, ma è Lui.

Ci racconti una guarigione che le è rimasta particolarmente impressa.

Ne racconterò alcune che mostrano il buonumore di Dio. Nel 1984 stavo predicando un ritiro nella città di Monterrey. Durante la messa era molto difficile distribuire la comunione, perché i corridoi erano gremiti di gente. Aiutato da alcuni sorveglianti mi incamminai verso il retro. Mentre passavo tra la folla, e alcuni volevano toccarmi e altri mi chiedevano di fermarmi a pregare per loro, pensavo : “E’ solo Gesù che può guarirli, ma non smettono di cercare il padre Emiliano…”.

In mezzo a tanta gente vidi una signora con gli occhi lucidi di pianto, con un bambino in braccio. Il piccino mi guardava con dolcezza. Mi ricordai del paralitico della piscina di Betzaetà (Gv 5), che non poteva entrare nell’acqua miracolosa, perché non aveva nessuno che potesse aiutarlo. Così mi avvicinai al bambino e gli diedi un bacio. Mi fece un sorriso e continuai a distribuire la comunione.

Normalmente non do baci mentre distribuisco la comunione, ma in quel momento mi sentii spinto a farlo… Il giorno dopo, la signora prese il microfono e, in piedi davanti alla folla, disse : “Ieri, al momento della comunione, il padre Emiliano Tardif passò vicino a noi. All’improvviso si fermò e diede un bacio al mio bambino di due anni, che era completamente sordo. Do gloria al Signore perché da ieri il mio bambino ha cominciato a udire. Dio lo ha guarito. Gloria al Suo nome!”.

Da quel momento la mia vita si complicò. Tutti volevano essere baciati da me, ma io rispondevo: “I baci sono solo per i bambini. Le signore si facciano baciare dai loro mariti!”. Senza dubbio l’insegnamento fu molto efficace. Io non avevo guarito nessuno. Il bacio, per quanto amore esprimesse, non poteva sanare neppure un mal di testa. La verità è che portavo Gesù tra le mani, e Gesù stesso guarì il bambino sordo. Io sono solo l’asino che porta Gesù, per questo Lui continua a guarire gli infermi. Il peggio sarebbe fissarsi sull’asino e non su chi lo cavalca. Il giorno in cui prenderemo coscienza che portiamo Gesù Cristo, il nostro ministero si trasformerà, e non ci limiteremo più tanto a parlare di Gesù, ma lo lasceremo agire con tutta la sua potenza.

Il modo di guarire di Gesù è così strano, che non posso tacere ciò che è accaduto a Monte Maria, dove ogni domenica si riuniscono più di 50.000 persone per la celebrazione Eucaristica in cui padre Gilberto Gómez prega per gli infermi.
In una di queste celebrazioni l’asta della bandiera del Vaticano cadde e colpì una persona storpia, gettandola a terra. Tutti furono addolorati, vedendo che quell’asta così grande e pesante era caduta proprio su un infermo. Tra lo stupore generale, l’infermo si alzò in piedi da solo. La sbarra gli aveva raddrizzato la colonna vertebrale e a tutt’oggi cammina normalmente. Le vie di Dio sono piene di buonumore. A volte Dio ci guarisce con un bacio, a volte con un colpo.

Qual è l’ostacolo principale che impedisce di ricevere i carismi?

Credo sia la paura di perdere la reputazione. I carismi sono una croce e molti non sono disposti a portarla. L’esercizio di alcuni carismi provoca non poco scherno, disprezzo e persecuzioni. Alcuni ci giudicano pazzi. Finché non si è disposti a morire a se stessi, anche a costo di perdere la fama e i privilegi, non riceveremo questi carismi.

Ricordo molto bene un parroco nei dintorni che si burlava dei carismatici. Nelle sue omelie domenicali assicurava che chi parlava in lingue mancava di vitamine… Molti hanno problemi, non lasciano operare lo Spirito liberamente. Vogliono rinchiuderlo in schemi prestabiliti e non lo lasciano agire con la libertà del vento che soffia dove vuole. Chi ha problemi con il microfono è perché dà troppa importanza al giudizio degli altri.

Se fossimo meno gelosi della nostra reputazione, saremmo più aperti allo Spirito Santo. La paura di cadere nel ridicolo ci impedisce di aprirci ai doni dello Spirito. I carismi certamente sono umilianti, ci portano alla croce. Per questo molti li temono e altri li rifiutano. Tolgono ore al riposo e al sonno. Non migliorano la nostra reputazione, ma ci procurano burle, critiche e sarcasmo... Ma in fondo, se non abbiamo problemi a parlare al microfono, tutto questo si sopporta.

Molti credono che il padre Emiliano Tardif sia un santo, cosa ne pensa?

Ci rido sopra. A volte, mentre sono solo e sto per andare a letto, dico: “Se sapessero chi sono, starebbero più tranquilli”. Sono sempre il curato di un paese, in un’isoletta sperduta nel mar dei Caraibi. Non potrei mai pensare di essere qualcosa di più dell’asino che porta Gesù.
So bene che quando mi coprono di gratitudine, e mi stendono a terra i mantelli, è per salutare Gesù che io porto. E quando l’ho portato, mi rimandano di nuovo nella stalla e al ritorno non ci sono mantelli di fiori né premi: entro nel tempio del mio cuore e dico: “Signore, come sei grande!”.

Il ritorno dell’asino a casa è ciò che ci mantiene umili. La solitudine e restare al cospetto di Gesù non ci permettono di ingannarci. Quando mi inginocchio e celebro con i salmi le meraviglie di Dio, penso che se la gente conoscesse meglio Dio, si fisserebbe meno su di noi. La mia comunità sa che non sono santo, ma che desidero diventarlo. E’ la vocazione di tutti i battezzati. Sbagliamo quando pensiamo che un santo è solo qualcuno che compie miracoli o la cui immagine è sopra un altare.
Per me la santità è molto più di questo: è essere come Gesù. Chi non desidera essere santo? Fin dal battesimo, radicato nella morte e risurrezione di Gesù Cristo, porto in me il germe di santità per il dono gratuito dello Spirito Santo che ho ricevuto senza merito.

Il dono di guarigione non è un segno di santità, è un dono gratuito. Se lo metto al servizio degli infermi con pazienza e amore può contribuire a santificarmi, perché è un esercizio di carità, talvolta molto pesante. Un giorno qualcuno mi ha detto: “Emiliano, non ti spaventa che la gente ti canonizzi da vivo per i numerosi miracoli?”. Ho risposto: “Preferisco che mi credano un santo, piuttosto che un bandito”.

Cosa prova per quelli che non guariscono ?

Provo compassione, ma non li considero defraudati di qualcosa. Preciso che Gesù non ha mai detto che tutti gli ammalati guariranno, ma che avrebbe dato dei segni per evangelizzare. Le guarigioni sono segni che accompagnano l’annuncio del Vangelo, ma non è necessario che tutti siano guariti per credere alla Parola di Dio."

“El don de sanacion”, por el padre Emiliano Tardif. Libera traduzione di Patrizia Cattaneo dal sito :
http://radiocristiandad.wordpress.com/2007/06/14/el-don-de-sanacion-segun-el-p-tardiff/



sabato 21 settembre 2013

ANCHE NELLA PIANA DI GIOIA TAURO “ NON SAREMO GIUDICATI SU QUANTO SIAMO STATI CREDENTI, MA CREDIBILI...” A 23 ANNI DALLA BARBARA UCCISIONE DI ROSARIO LIVATINO.

di Bruno Demasi
          Bastano alcuni flashs  malamente scopiazzati sui social networks per far finta di ricordare, ma in realtà solo per  rimettere nel tritacarne, anche un’altra ricorrenza, quella  del  ventitreesimo anniversario dell’ uccisione del giudice Rosario Livatino.
    Un magistrato, un’esistenza, un esempio che ci interpella fortemente come cittadini della  Piana e, se non altro da quando la Chiesa l’ha dichiarato Servo di Dio e ha imbastito il suo processo di beatificazione,  anche come credenti.
    Ci interpella come cittadini della Piana perchè a 23 anni dal suo sacrificio, lui, il più giovane dei magistrati (classe 1952) vittime di mafia rappresenta  specialmente per noi, oltre che per la sua terra di origine e per l’Italia intera, un altro emblema, di quelli veri e non al servizio delle fazioni politiche, che non possiamo liquidare come forma di eroismo gratuito e basta, come molti hanno tentato di fare con don Pino Puglisi, ma un esempio vivente di coraggio e di reale presa di distanza della società civile da ogni forma di malaffare, da ogni connivenza e da ogni  convenienza, da ogni perversione di potere, qualunque essa sia.

   Ci interpella come credenti, in una realtà ecclesiale estremamente composita e sfilacciata, se non stucchevole, nella quale l’hobby di molti “ addetti ai lavori” , di molti  credenti sembra diventato quello di fare congetture e gossip sulle motivazioni che ispirano l’operato amministrativo del  Vescovo, le cui azioni pastorali non spetta certo a noi valutare o, peggio,  giudicare.
   Il messaggio di Rosario Livatino è chiarissimo  e limpido per tutti, per la società civile come per la chiesa locale: essere credibili e non soltanto credenti. Credibili nell’operato quotidiano a tutti i livelli, in tutti gli uffici pubblici, in tutte le pieghe della politica e dell’aministrazione o della sanità o della scuola o del commercio.
 
   Credibili come credenti ( si perdoni l’apparente bisticcio) che riescono ancora a stupirsi davanti alle meraviglie di Dio, ai carismi della chiesa e al loro esercizio libero e   santo per il bene della gente, senza  intromissioni e giudizi interessati, soprattutto senza stucchevoli forme di clericalismo che, come laici, non ci competono affatto!

domenica 15 settembre 2013

RIAPRE TRA MILLE PROBLEMI LA SCUOLA NELLA PIANA DI GIOIA TAURO. A 50 anni dalla scomparsa di Zanotti Bianco, a 20 dall’ uccisione di Don Pino Puglisi : l’istruzione debole nei nostri paesi; la formazione alla legalità debolissima...

di Bruno Demasi
   In questi giorni di riapertura delle scuole nella Piana, “ridimensionate” ormai da due anni secondo un piano cervellotico e infame, fatto quasi  apposta per abbandonare molti alunni a se stessi in molte classi sovraffollate o in plessi privi persino di personale per l’apertura, in una situazione amministrativa e  logistica altrettanto confusa, precaria e il più delle volte contrassegnata da degrado e da una carente formazione del personale, specialmente sulle ultime indicazioni nazionali per la scuola dell'Infanzia e del I ciclo,  è ricorso nel silenzio assoluto il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Umberto Zanotti Bianco, l’apostolo laico, come veniva
definito, che aveva fatto della nostra provincia la sua terra di missione. 
    Ricorre anche oggi, quasi in silenzio, il ventesimo anniversario dell’uccisione di colui, Don Pino Puglisi, che della formazione dei ragazzi e dei giovani alla legalità, quella vera, non fatta   esclusivamente da convegni e tavole rotonde, ma di esempi realmente vissuti dagli adulti,  aveva creato una delle sue bandiere di evangelizzazione del Sud.

   Non è  dunque blasfemo nè irriverente verso nessuno chiedersi, con riferimento all’esperienza di questi due grandi,  a che punto siano nella Piana  i lavori per una vera istruzione popolare realmente antagonista a quell’analfabetismo di ritorno che mi pare sia mille volte più temibile dell’analfabetismo di inizio '900 e per una vera formazione dei  ragazzi e dei giovani a quella cultura, a quel sogno di legalità che sembra divenire sempre più un fantasmanella Piana.

    Zanotti Bianco aveva scoperto queste terre sbarcando come volontario dal Piemonte a Villa San Giovanni dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Non aveva
ancora compiuto venti anni, ma aveva conosciuto e frequentato  i circoli del cattolicesimo progressista  che gli fecero subito conoscere la terribile situazione sociale  del Mezzogiorno, ancora quasi una colonia effimera del regno voluto dai Piemontesi. Per  il giovanissimo Umberto, nutrito fino al midollo  di idee mazziniane, era vergognoso e  inaccettabile che una grande parte della nazione fosse tenuta ai margini , mentre  solo una vera unità poteva costituire un reale motore  per la crescita dell’intero Paese.
      La situazione che scoprì a Reggio, e soprattutto sull’ Aspromonte, lo sconvolse al punto  da fargli dedicare quasi tutta la vita al riscatto di questi lembi di Meridione che, forse, ancora oggi non hanno  completamente chiara la propria dimensione di libertà.
     Iniziò subito  a bussare a tutte le porte  per raccogliere fondi e offrire aiuto materiale e culturale alle popolazioni di contrade segnate dall’abbandono, dalla malaria  e dalla povertà e dalla sua prima base, una baracca a Villa San Giovanni,  ogni giorno  raggiungeva a dorso di mulo  i paesi e i villaggi più remoti, portando aiuti di ogni genere . Col suo portamento signorile ed austero si prendeva cura dei malati, dei piccoli sudici e ignoranti, formava insegnanti, apriva scuole, dispensari, centri di assistenza. A lui si deve la costituzione dell’ANIMI , l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia e la fondazione insieme con Paolo Orsi della  Società Magna Grecia, per il recupero e la valorizzazione di quel  patrimonio storico  e archeologico che sempre più trascuriamo da queste parti. Ufficiale dell’esercito durante la Prima Guerra mondiale, fu osteggiato dal Fascismo per le sue idee liberali e progressiste che ne  mettevano fortemente in crisi la politica autarchica e ponevano  con urgenza l’esistenza di quella questione
meridionale, di quel male del Sud che il Fascismo non accettava a priori e di cui  i governi  cosiddetti democratici successivi, compreso quello attualmente in carica, si riempivano e si riempiono la bocca solo per alimentare canali cospicui di “aiuti” di denaro statale , e oggi europeo, i cui effetti realmente migliorativi non siamo mai riusciti a vedere da nessuna parte. Men che mai nella razionalizzazione e nella messa a norma reale degli edifici scolastici, delle strade, dei trasporti, delle palestre e delle mense per gli alunni!
     Rifondatore della Croce Rossa Italiana, sempre
critico contro ogni forma di arroganza del potere, nel 1952 fu tuttavia  nominato senatore a vita dal presidente Einaudi (...erano altri tempi...). Lo ritroviamo qualche anno dopo tra  i fondatori di Italia Nostra: era infatti più che mai convinto che il futuro della Penisola passasse anche dal rispetto dell’ambiente che allora, come adesso, senza soluzione di continuità alcuna , nelle nostre terre viene ridicolizzato da forme sempre più pervasive di degrado e di abbandono.Quando morì a Roma, il 28 agosto del 1963, si affermò ben a ragione  che  si era spento un vero missionario laico che aveva fatto  la sua ragione di vita della rinascita  della Calabria, di quella Locride  che lo ricorda almeno con tante strade e scuole a lui intitolate, di quella Piana che lo ha  invece totalmente dimenticato.
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    E sorte non meno ingrata spetta in questi paesi alla
memoria di Don Pino Puglisi, a soli venti anni dalla barbara uccisione. Se Zanotti Bianco fu l’apostolo laico per queste terre, Don Pino Puglisi, di cui tutti conosciamo la personalità e la storia, fu l’apostolo di Cristo, e non solo per la Sicilia, ma anche per queste contrade, così simili alla Sicilia per la mentalità mafiosa che inquina la gran parte dei rapporti sociali e umani della gente. La sua uccisione il 15 settembre del 1993 segnò veramente la premessa del germoglio di  quel “ chicco di grano”
evangelico, che è la coscienza civile della necessità di riscatto di queste terre soprattutto attraverso la scuola, vera, seria, utile agli alunni prima ancora che all’apparato e ai politici di turno, e una formazione alla legalità che non sia solo ritualità e  facciata, come sempre più spesso accade dalle nostre parti.


    BUON ANNO SCOLASTICO 2013/2014 
A TUTTI!

lunedì 9 settembre 2013

TREMILA TIROCINI FORMATIVI DI “ITALIA LAVORO” ANCHE PER I “NEET” DELLA PIANA . MA QUANTI LO SANNO E QUANTI NE PARLANO?

di Bruno Demasi

    Anche ai  “Neet” della Piana, i giovani dai 15 ai 29 anni  fuori mercato del lavoro e non impegnati in (inesistenti) attività di formazione  , cui nel luglio dell’anno scorso dedicavo su questo piccolo blog una mia riflessione è rivolto il  progetto promosso da Italia Lavoro e di cui, se si esclude un formale comunicato dell’Assessore Provinciale alla Formazione ed al Lavoro, letto da pochissimi, nessuno sa nulla perchè nessuna pubblicità si sta facendo al bando che è stato pubblicato già da  qualche settimana.

     Eppure occorrerebbe diffonderlo con ogni mezzo possibile, sul web, nei media, persino dagli amboni delle chiese , perchè si tratta di una opportunità  non trascurabile se si considera che da queste parti oltre due giovani su tre non lavorano e, ultimato bene o male  il primo biennio di scuola superiore giusto per assolvere al cosiddetto “obbligo”, non trovano nessuna opportunità vera di formazione professionale , se si esclude ovviamente l’apprendistato presso l’azienda che non fallisce mai...
     Lo Svimez  ha verificato che  il tasso di
occupazione giovanile, cioè riguardante le persone che hanno dai 15 ai 34 anni, è  del 31,7%, mentre nel Nord è del 56,5%. Il divario con il Nord d’Italia è di 25 punti percentuali, veramente un'enormità, se pensiamo che ogni anno migliaia di giovani si stabiliscono nelle grandi città del Centro e del Nord  per inseguire   un’occupazione ormai improbabile anche da quelle parti, ma dalle nostre sicuramente inesistente!  E’ uno stadio  di allarme sociale altissimo, perchè veramente la condizione è critica se si considera che il 30% di questi disoccupati sono laureati, anche con voti alti, ma che nelle regioni meridionali, e in oparticolare nel territorio della Piana, non riescono assolutamente a trovare lavorio e vivacchiano alle spalle di genitori e nonni in attesa di improbabili concorsi pubblici cui potrebbero avere accesso col loro titolo di studio .

   Il progetto “Neet” di “Italia Lavoro”   intende realizzare 3 mila tirocini di sei mesi a favore di questo target  di giovani con lo scopo  di aiutarli nella ricerca di un’occupazione e mediante   un’opportunità che permetta loro di vivere un’esperienza concreta in azienda attraverso  tirocini da realizzare nelle 4 regioni convergenza (Campania, Puglia, Sicilia e Calabria), anche se  circa 200 tirocini sui 3000 previsti possono essere realizzati in mobilità territoriale.
    Quindi anche aziende che hanno sedi operative nelle altre regioni possono candidarsi a ospitare tirocinanti fino alla concorrenza dei posti indicati. Le aziende possono candidarsi a ospitare un tirocinante a partire dala data di oggi e la  selezione viene effettuata autonomamente , sulla base delle candidature pervenute dagli interessati. Una volta conclusa la selezione, l’azienda comunica il nominativo a Italia Lavoro, ed invia tutti i documenti amministrativi necessari all’avvio dei tirocinio che dura 6 mesi e deve svolgersi integralmente nella stessa azienda.
     Questi i requisiti per candidarsi ai tirocini:  età
compresa tra i 24 anni compiuti e i 35 anni non compiuti; residenza in una delle seguenti regioni: Calabria, Campania, Puglia o Sicilia, stato di disoccupazione, di non frequenza di altri percorsi formativi e possesso di un titolo di laurea (vecchio o nuovo ordinamento) appartenente a uno dei seguenti gruppi disciplinari: Geo-biologico; Letterario; Psicologico; Giuridico; Linguistico; Agrario; Politico-sociale.Gli interessati devono iscriversi al portale Cliclavoro.gov.it, nell’apposita sezione riservata al progetto Neet, e candidarsi ad una delle vacancy inserite dalle aziende che partecipano al progetto per un tirocinio a partire dal 23 settembre 2013.  Chi supera la selezione dovrà inviare ad Italia Lavoro una mail con tutti i documenti amministrativi necessari all’avvio dei tirocinio. E’ possibile candidarsi  a uno o più percorsi, ma una volta completata positivamente la selezione ed avviato il tirocinio, non ci  si potrà più candidare ad altri percorsi.
  
     La borsa di tirocinio  verrà erogata  solo se il tirocinante ha maturato almeno il 70% delle ore mensili. La stessa  ammonta a: 500 euro lorde mensili per i tirocini in loco (Campania, Sicilia, Puglia e Calabria); 1300 euro lorde mensili per i tirocini in mobilità (in tutte le altre regioni).
       Ogni ulteriore informazione è reperibile  nell’Avviso nell’avviso di “Italia Lavoro” all’indirizzo www.italialavoro.gov.it, ma anche  tramite mail al seguente indirizzo di posta: neet@italialavoro.it

mercoledì 4 settembre 2013

L’ORO DELLA PIANA DIVENTATO FANGO

di Bruno Demasi
C’era una volta l’olio d’oliva, l’oro vero  della Piana di Gioia Tauro. E c’erano anche gli ulivi nella Piana che vestivano maestosamente la  gran parte del territorio di ben 33 comuni soprattutto con le varietà locali, "Sinopolese"  o “Scialoria” ed "Ottobratica", e segnavano  in maniera inconfondibile il paesaggio rurale.
   


      Ben il 70% del territorio, pari a quasi 30.000 ettari, con oltre due milioni di piante di olivo era  interessato fino a qualche anno fa  da questa attività produttiva e che incideva profondamente sull'economia dell'intera zona. Qui l'olivicoltura infatti rappresentava  una sorta di monumento ambientale che molto contribuiva  alla caratterizzazione e alla valorizzazione del territorio agrario .
    Per La sua indiscutibile importanza economica e sociale, la coltura dell'olivo da queste parti era  un tempo  costantemente al centro dell'attenzione da parte degli olivicoltori, di politici, economisti e studiosi
di scienze agronomiche, ambientali, sociali, antropologiche, geografiche, con la constatazione univoca che si era  creato, nel corso dei secoli, in questo territorio, un sistema olivicolo che, per le caratteristiche morfologiche e ambientali non comuni poteva senz’altro essere definito   unico al mondo.
     Così poeticamente lo descrive l’amico agronomo Antonio Lauro, una delle autorità più competenti in tema di olivicoltura nella Calabria:

Enormi pachidermi vegetali, con imponenti strutture arboree identificano il misterioso fascino dei luoghi. La maestosità degli alberi, con il verde argentato delle foglie e i grandi tronchi intrecciati che si coniugano in maniera indissolubile alla morfologia del territorio dove, nel corso dei millenni le varietà di olivo si sono differenziate ed evolute, hanno spinto numerosi studiosi ad occuparsi di questo sorprendente areale, crogiuolo di storia, cultura, arte, tradizioni che si fondono in un tutt'uno con l'ambiente in cui l'olivo si erge a protettore, diventando, geloso custode di secolari segreti...In queste zone il paesaggio olivicolo ha un carattere per molti versi unico, che gli è conferito dalla eccezionale età delle piante e, insieme, dalla fittezza della copertura vegetale; l'associazione di questi due fattori dà luogo a veri e propri boschi di ulivi, nei quali si riscontrano alberi con altezze imponenti (15-20 metri) e sezione al tronco di notevole superficie, estesa fino a 13 mq. Una delle massime espressioni della maestosità delle piante è possibile trovarla nell'azienda Guerrisi, nel Comune di Cittanova qui, in questo luogo meraviglioso ed incantato, esiste una pianta che ha una ragguardevole circonferenza del tronco di ben 16 metri, e un'altezza della chioma che sfiora i 30 metri. Tutto il territorio si presenta come una grande estensione monocolturale ed è il frutto di una lenta opera di bonifica da parte dell'uomo, che nel tempo ha conquistato ad un'agricoltura produttiva un territorio inospitale. Olivi secolari, più o meno antichi, sono presenti in tutti i comuni della Piana, anche in quelli non spiccatamente olivicoli. Essi hanno resistito, grazie anche alla longevità della specie a molte delle calamità naturali che nel corso della storia si sono succedute in questa zona. Per alcuni di questi oliveti la funzione dovrebbe essere complementare o alternativa alla funzione produttiva”.

    Il famoso bosco di  ulivi secolari di cui , se non è possibile stabilire con buona precisione l'origine ( sappiamo che in epoca bizantino- normanna ancora non esisteva, contrariamente a quanto si è voluto pensare finora), è possibile invece determinare l'evoluzione subita nel corso del tempo , in seguito alla  quale ancora  oggi, malgrado le distruzioni selvagge in corso,  si ha nella Piana la presenza di due  grandi areali: la bassa Piana, fino all'altezza di 320 metri s.l.m.; la parte collinare della Piana, fino ai bordi del Parco Nazionale dell'Aspromonte, a circa 600 metri di quota, dove gli ulivi hanno un indubbio grande e suggestivo impatto ambientale e storico su terreni terrazzati o in notevole pendenza.

 . . .
   Come a Roma “ quod non fecerunt Barbari fecerunt Barberini”, così nella Piana  ciò che non hanno
distrutto  nel corso dei secoli decine di terremoti, centinaia di incendi o  di alluvioni e migliaia di temporali, oggi viene sistematicamente distrutto, complici motoseghe, trattori e gru, dalla mano dell’uomo e dalla grassa pigrizia mentale dei nostri politici persi dietro mille convegni cartacei, centinaia di discorsi, decine di piccole fiere paesane in cui vengono fatti girare sempre gli stessi improbabili prodotti della nostra pseudoagricoltura...
  

Sono decine di  migliaia ormai le piante secolari di
ulivo tagliate quasi raso terra con la scusa di riconvertirle in piante “ alla barese”, per ricavarne legna da ardere pregiata o qualche sparuta quantità di formelle da parquets. E i politici, cui sarebbe spettato il dovere di legiferare a livello regionale  pene severissime per questi nuovi barbari stanno a guardare!
   A questo disastro  si aggiungono, anche come due  delle fondamentali cause scatenanti, la lebbra dell’ulivo, che nell’ultimo decennio ha scompaginato in modo molto grave la produzione olearia sul piano quantitativo e soprattutto qualitativo, e  la scarsa commercializzazione del prodotto standard, relegato ancora ai margini di improbabili extravergini di nicchia e costeretto tra una normativa europea e regionale decisamente inadeguate e quasi ostiili e la forte concorrenza produttiva di altri paesi del bacino del  Mediterraneo. E anche per queste due tremende
ed endemiche piaghe i politici della nostra regione non hanno fatto quasi  nulla e stanno ancora a guardare (quando guardano)!
   Ma tutto ciò non giustifica lo scempio quotidiano di  ettari ed ettari di uliveti pregiati, non è nè potrà mai essere , neanche a livello di surrogato economico, un modo per aggirare la scarsezza e la decadenza qualitativa della produzione nè, a maggior ragione  il deficit di commercializzazione.  E di ciò i politici, ma soprattutto gli agricoltori locali, prendano coscienza!!!
    E' necessario, al contrario, avviare delle iniziative per la conservazione degli "olivi ultrasecolari" e del relativo paesaggio rurale, inserendoli possibilmente in un circolo virtuoso di sviluppo, legato all'attivazione di tutte le componenti sociali, economiche e culturali che coinvolgono il sistema produttivo e culturale calabrese. Per queste piante è necessario studiare interventi tecnici tesi ad agevolare le operazioni colturali ed a incrementare la produzione, salvaguardando l'integrità delle piante. Idonei sono anche gli interventi di restauro e messa in sicurezza degli alberi monumentali. Si devono inoltre sostenere le funzioni non produttive dell'olivicoltura da tutelare sostenendo e riconoscendo il ruolo degli agricoltori che con il loro lavoro, proteggono beni e valori che possono diventare di interesse collettivo. Per gli oliveti secolari della Piana di Gioia Tauro-Palmi, come opportunamente  continua ad annotare  Antonio Lauro, urge avviare una indagine sul territorio, una valutazione della loro diversità, tipicità, integrità, rarità fino a disporre di un inventario dei paesaggi attraverso il quale sia possibile individuare quali devono essere conservati come "paesaggio museo", testimonianze viventi della civiltà olivicola calabrese, quali invece vanno guidati nella loro evoluzione tecnica mantenendo quella multifunzionalità produttiva, ambientale e culturale che è propria della loro storia e quali debbano essere riconvertiti.
    Il paesaggio olivicolo della Piana, come elemento
originale ed unico, può rappresentare per gli olivicoltori e per un possibile indotto un valore economico non indifferente, basta saperlo legare ad interessi commerciali, alle tradizioni locali e alle volontà politiche che allo stato attuale  sono in letargo...

martedì 20 agosto 2013

PASQUINO CRUPI CI HA SALUTATO.



Anche la Piana gli è debitrice...!
(di Bruno Demasi)


    Ho voluto capovolgere la consuetudine: non siamo noi a salutare Pasquino, ma, conoscendolo,  è  stato lui a farlo, con un sobrio gesto del cappello, come sempre. Lo ha fatto ieri, poco più che settantenne, sul filo del mezzogiorno, dopo aver lottato a lungo contro una malattia che non perdona, dopo aver soprattutto lottato a lungo contro la  malattia del nostro Sud, della nostra terra, la patologia dell’indifferenza, del torpore, del tutto è permesso...

    "Meridionalista senza conversione" lo ha definito qualcuno, ma non aveva alcun bisogno di “convertirsi” a quella fede che fece ardere di impegno sociale i grandi meridionalisti storici, che lui ha venerato, a partire da quello Zanotti Bianco con cui ha condiviso la premura per gli ultimi di questa terra, ieri priva di alfabetizzazione scolare, oggi ancora paurosamente priva di alfabetizzazione sociale e politica, fino a quel Nicola Zitara, l’ultimo dei meridionalisti “convertiti”, cui Pasquino successe nella direzione del giornale “La Riviera”, strumento di grande crescita per la Locride, e non solo...

      Prima di conoscerlo personalmente, nei  primi anni
Settanta del secolo scorso lo conobbi da docente attraverso quella sua “Bibbia dei poveri”, un libricino di narrativa per la scuola media, nel quale, a più mani cercava di combattere l’analfabetismo culturale dei nostri ragazzi abbandonati a se stessi in tanti paesi della Provincia dopo una quinta elementare rabberciata a stento, quando la scuola media, malgrado venisse pomposamente definitia “scuola dell’obbligo” era ancora un miraggio per molti, forse tantissimi...

   La” Bibbia dei poveri”, antologia breve e commovente di narratori della nostra terra, diventava per tanti ragazzi della scuola media uno dei pochi libri che essi erano disposti ad “ascoltare” incantati, con gli occhi semichiusi, assaporando quelle gocce di Calabria e di Mezzogiorno che la scuola dell’obbligo, persa dietro improbabili programmi, evitava loro di dare. Un libro infallibile, anche con gli alunni più distratti e menefreghisti, tanto da afferrarne l’attenzione e l’interesse in modo miracolosamente rapido e suscitare in loro il desiderio di conoscere di più, di capire la nostra terra attraverso i suoi narratori e i suoi poeti.

    Un libro di narrativa che ho continuato ad adottare finchè è stato possibile e che mai, dico mai, ha tradito tra i banchi la sua missione di piccola semina di altrettanto piccole , ma preziose conoscenze di base sulla cultura, la storia e la vita della Calabria e della nostra provincia.

    Conobbi  di persona più tardi Pasquino Crupi e spesso lo invitai nelle scuole per parlare agli alunni e incantarli ancora con le sue  lezioni-racconto che avevano il sapore di una saggezza antica, quella dei padri, e di lui acquistavo gelosamente, avidamente ogni pubblicazione, condividendone sempre fino in fondo impostazioni e contenuti: I fatti di Melissa (Catanzaro 1976), Letteratura ed emigrazione (Reggio Calabria 1982); Processo a mezzo stampa (Venezia 1982); Stragi di Stato nel Mezzogiorno contadino (Cosenza 1985); Il giallo colore del sangue di Luino (Reggio Calabria 1990); Un popolo in fuga (Cosenza 1991); L’anomalia selvaggia-Camorra, mafia, picciotteria, ‘ndrangheta nella letteratura calabrese del Novecento (Palermo 1992); Benedetto Croce e gli studi di Letteratura calabrese (Cosenza 2003) e  la monumentale Storia della letteratura calabrese - alla quale si inchinò persino quel grande Antonio Piromalli, il primo storico della nostra letteratura calabra, maestro di Pasquino e di lui ammiratore instancabile - senza dimenticare:La
letteratura calabrese raccontata ai ragazzi; Buongoverno: commento alla Costituzione; La questione meridionale al tempo della diffamazione calcolata del Sud; Lezioni di letteratura calabrese dalle origini ai nostri giorni; Luna Rossa.

    Davanti al professore Piromalli Pasquino Crupi manteneva una venerazione inusuale e una soggezione da neofita e quando questi parlava, come accadde una volta in un seminario destinato agli allievi di una scuola, dove lo aveva accompagnato, egli si ritraeva, restava tra il pubblico, quasi un allievo che non osa sedersi accanto al suo maestro e che voglia continuare a imparare dalla sua viva voce ...

    Era l’umiltà vera di chi, “intellettuale in trincea”, come amava definirsi, ha continuato  a divulgare la nostra storia e la nostra cultura e ad amare e difendere questa contrade fino alla fine con la commozione del maestro   che presenta a chi non li conosce i poeti della sua terra, come nell’ eloquentissima  raccolta “Il Natale” ( Scendendo dalle stelle con i poeti del popolo) in cui ci presenta alla sua maniera alcuni tra i grandi poeti semisconosciuti che  “ci appartengono”: Michele Pane, Vittorio Butera, Napoleone Vitale, Ciardullo, Francesco Salerno, Giuseppe Coniglio, Giuseppe Morabito, Achille Curcio, Salvatore Borelli, Luciano Nocera, Antonio Zurzolo, Pasquale Favasuli, Franco Blèfari, Giovanni Favasuli. Bruno S. Lucisano, Totò Mediati.

    La Piana gli deve tanto, e non solo per l’attenzione da lui dedicata  ai narratori e ai poeti di questi paesi (dai Seminara ai Piromalli, ai Creazzo, ai Conia, e a cento altri che nella sua storia della letteratura hanno trovato posto e rilievo), ma anche  per la sua discrezione di intellettuale sobrio, non litigioso e vacuo, e soprattutto per le sue analisi sociali, storiche e politiche che Emilio Sereni ebbe spesso a prendere e ad additare a modello.


  La Piana gli deve anche molto quando egli scava e  scuote  dalle fondamenta, e senza mezzi termini le pieghe dellla geografia e della storia   di questa terra strana nel suo studio generale  sul paesaggio agrario calabrese e soprattutto nel saggio “ L’anomalia selvaggia-Camorra, mafia, picciotteria, ‘ndrangheta nella letteratura calabrese del Novecento , pubblicatogli entusiasticamente da Sellerio una ventina di anni fa  quasi a suggello di una incredibile personalità di  saggista e storico, meridionalista non convenzionale, uomo del Sud senza senza campanile.


Ciao, Pasquino!

Grazie!!!