mercoledì 24 luglio 2013

C'E' UN'OASI NEL DESERTO DELLA PIANA... ma solo nella ricerca di antidoti allo sfascio e nella voglia di un' identità comune...

      (di Bruno Demasi)


  E se tornasse quel Forestiero  a chiedere acqua nella Piana, quale Samaritana, quanti Samaritani vi troverebbe pronti a capirne le  parole, i  gesti, la  generosità? E quanti  tra i "pianoti" saremmo  realmente pronti a restare sgomenti  e commossi nel comprenderne il messaggio di Pace e di Solidarietà in un baratro  di valori che ormai ha raggiunto dimensioni bibliche?
    Sanità, Scuola, Comunicazione, Trasporti sono pesantissimamente condizionati, salvo poche, virtuose eccezioni, da interessi che le poche volte in cui non sono criminali sono condizionati da un'incuria pesante come un macigno.
            E la Giustizia? E la vita  politica?
        Riuscirebbe il Forestiero nonostante la Sua
mente divina a comprendere gli intrecci e i legami sotterranei che hanno ormai fatto della Piana solo un malcelato  e complicatissimo groviglio di interessi  che sporca tutto, anche l'aria che respiriamo?
         E quanti saremmo disposti a dargli la nostra acqua  inquinata , per accogliere in cambio l'acqua viva della sua parola e a diffonderla senza interessi ?

               Vogliamo dunque cercare  un' oasi essenziale ed efficace che ci consenta almeno di sperare in un riscatto non troppo lontano?

       La vogliamo proporre  alla sensibilità sperimentata del vescovo in un' Adorazione Eucaristica libera, almeno settimanale, cui dovrebbe aprirsi per una giornata intera almeno una delle tante chiese chiuse in ciascuno dei nostri paesi?
        La vogliamo invocare  come antidoto a quel Nulla che opprime  le nostre strade dissestate e disseminate di immondizia, le nostre campagne incolte, i nostri ospedali abbandonati a se stessi, le nostre coscienze assopite ed inerti, la nostra Giustizia annaspante in mezzo a mille ingiustizie e raggiri, finzioni di perbenismo e sbandieramento pacchiano di legalità da parte di tanti?
          La vogliamo quasi pretendere come farmaco di unità contro la frammentazione religiosa che sta sfasciando anche le parrocchie laddove non regna l'unità?
     La vogliamo  sperimentare  al di là delle suggestioni, dei cammini più o meno particolari di fede che rischiano di frantumare  la stessa Chiesa in tante  identità diverse?   
                 E  vogliamo  rispondere all'invito di Ignazio di Antiochia che ancora così ci invita all'unità di intenti , di identità ecclesiale e soprattutto di Fede:
     “Abbiate cura di prendere parte all’unica Eucarestia. Una è la carne del Signore nostro Gesù Cristo; uno il calice per essere uniti nel sangue di lui; uno l’altare, come uno solo è il vescovo con il collegio dei presbiteri e con i diaconi, miei conservi. Affinchè, qualunque cosa facciate, lo compiate secondo Dio.”


venerdì 12 luglio 2013

LA TERRA DI NESSUNO IN CUI L"OBBLIGO SCOLASTICO" DEGLI IMMIGRATI E' POPOLATO DA FANTASMI

UNA SCUOLA ANCHE PER GLI IMMIGRATI
O  SOLTANTO DEGLI IMMIGRATI PER I NUMERI DELLA SCUOLA?

(di Bruno Demasi)
   Quanti sono nella Piana di Gioia Tauro  realmente gli immigrati che di anno in anno, anzi di giorno in giorno raggiungono i nostri paesi e le nostre campagne? E quanti vi rimangono? E quanti dei loro figli minori di 16 anni assolvono  a quell’espressione  ormai burlesca chiamata “obbligo scolastico”, che invece più verosimilmente andrebbe sostituita  con quel “Diritto alla formazione”, di cui tanta legislazione  italiana sia a livello centrale sia a livello periferico ha sempre  minimizzato , se non rifiutato caparbiamente, ogni ratio?
   E’ un dato di fatto che, pur in presenza di una normativa sovrabbondante, pur in presenza di eventi-bomboniera  di cui ci deliziano i media quotidianamente,   modalità realmente efficaci di prevenzione del fenomeno  del mancato assolvimento dell’obbligo scolastico da parte di tanti minori, e in particolare dei minori figli di immigrati, non si riesce a trovarne o a metterne in atto in un’azione realmente sinergica tra scuole, comuni, prefetture, questure, tribunali dei Minori, agenzie educative e formative varie.
   In questo post, rispetto agli altri forse molto prolisso, cerco di mettere a fuoco una situazione e una
normativa magmatiche, che probabilmente, anche a causa della loro farraginosa complessità, prestano facilmente il fianco a una situazione molto ampia o quasi generalizzata di inosservanza o di osservanza solo formale, comunque di quasi totale inefficacia.
   I minori stranieri comunque presenti sul territorio italiano hanno il diritto e il dovere all’istruzione; per essi valgono i principi di vigilanza  sull’adempimento dell’obbligo scolastico. Le scuole pubbliche sono tenute ad accoglierli. E tale diritto all’istruzione scolastica dei minori stranieri arrivati in Italia legalmente (assieme ai  genitori con permesso di soggiorno) o clandestinamente  (assieme ad adulti privi di permesso ovvero giunti ‘non accompagnati’) è affermato da:
  • Costituzione della Repubblica Italiana (Artt.10,30,31,34);
  • Convenzioni di diritto internazionale;
  • Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dallo Stato italiano con legge 4/8/1955, n.848. In particolare art.2 del protocollo addizionale: “ A nessuno può essere interdetto il diritto all’istruzione. Lo Stato, nell’attività che svolge  nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, rispetterà il diritto dei genitori di assicurare questa educazione e questo insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”:
  • Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (adottata dall’Assemblea generale dell’ONU il 10/12/1948; 
  •  Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo ( ONU,  20 Novembre 1959);
  • Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (ONU, 20.11.1989, ratificata dallo Stato italiano con legge 27/5/1991, n.176);
  • Direttiva CEE n.486/77;
  • Patto internazionale sui diritti civili e politici (ONU, 16/12/1966, entrato in vigore il 23/3/1976). In particolare  l’ art.24: “Ogni fanciullo, senza discriminazione alcuna fondata sulla razza, l’origine nazionale o sociale, la condizione economica o la nascita, ha diritto a quelle misure protettive che richiede il suo stato minorile, da parte della famiglia, della società e dello Stato”;
  •  Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ONU, 16/12/1966, entrato in  vigore il 23/3/1976);
  • Norme dello Stato italiano: ne esisterebbe un elenco lunghissimo e riguardante aspetti tra loro non di rado contraddittori. Mi limito a citare solo due tra le fonti normative più recenti che in qualche modo vorrebbero sintetizzare  tutta la produzione pregressa:
            - Decreto del Presidente della Repubblica 122 del 22 giugno 2009, art. 1, comma 9.
            -  Circolare M.I.U.R. n. 2787 del 20 Aprile 2011).
. * * *
    Ma torniamo al nostro assunto originario: i minori stranieri, comunque presenti sul suolo italiano, 
sono soggetti all’obbligo scolastico;  l’iscrizione alle classi della scuola dell’obbligo va accolta in qualsiasi momento dell’anno, in coincidenza con il loro arrivo sul suolo nazionale (D.P.R. n.394/99, art. 45, C.M. del 23/03/2000 n.87 e C.M. del 05/01/2001, n.3 ). Essi  vanno  accolti anche se sprovvisti di permesso di soggiorno o privi di documentazione (art. 45 del DPR n.394/99).Il caso di minori che abbiano superato il 15° anno di età è considerato nel Decreto Ministeriale n.323 del 9 agosto 1999, applicativo della legge n.9/99 (elevamento dell’obbligo scolastico): qualora il minore possa attestare con documentazione idonea di “avere osservato per almeno nove anni le norme sull’obbligo scolastico” è prosciolto dall’obbligo scolastico e quindi non può essere accolto nelle classi della scuola media.
       La norma sull’obbligo non dice esplicitamente quali conseguenze derivino nei casi,  abbastanza frequenti, di quei  minori (italiani o stranieri che siano)  che si trovano tra il 15° e il 18° anno di età e che non possono attestare di avere osservato l’obbligo scolastico (almeno, come definito in Italia) per almeno nove anni. L’unica deduzione logica dal testo del Decreto del ’99 è la constatazione che essi non sono prosciolti dall’obbligo   e che non viene esplicitata la necessità del completamento della frequenza della scuola media sino al 18° anno,  possibilità, invece, positivamente  riconosciuta per i minori  portatori di handicap, che hanno  il diritto a  permanere nella scuola dell’obbligo  fino al 18° anno (come previsto dall’art. 316, comma I, del D.Lvo n.297/94.
 Iscrizione ai corsi per adulti presso istituti secondari di II grado
Ai corsi serali per lavoratori  presso istituti secondari di II grado la domanda d’iscrizione va presentata, di norma, entro il 15 settembre (C.M. n. 311/99 e n.3/2001).Possono chiedere l’iscrizione coloro che hanno compiuto il 15° anno d’età e dimostrino che stanno svolgendo attività lavorativa (con attestazione da parte del datore di lavoro o esibizione del libretto del lavoro). Naturalmente, per iscriversi è necessario il possesso della licenza media, o idonea  attestazione di avere compiuta nel Paese d’origine una carriera scolastica pari alla scuola dell’obbligo (attestata nei modi sopra detti), ed essere in possesso dei requisiti indicati al precedente punto 3.1.Il permesso di soggiorno per motivi di studio è ammesso per stranieri in  maggiore età  ovvero per i minorenni affidati (art.32 del D.L.vo 286/98, modificato dall’art.25 della  legge 189/02).
 Inserimento degli alunni stranieri nelle classi
L’iscrizione ad una determinata  classe di un alunno extracomunitario sprovvisto di carriera scolastica pregressa riconoscibile va operata tenendo conto dell’età anagrafica e  delle competenze raggiunteIl minore proveniente dall’estero viene iscritto, in via generale, alla classe corrispondente all’età anagrafica (art.45 del D.P.R.n.394/99). Laddove non si possano accertare le generalità del minore, si considerano valide quelle dichiarate (salvo accertamento che le smentisca). Il collegio dei docenti  ha la competenza di deliberare ordinamento di studi del Paese d’origine del richiedente;2) delle competenze, abilità e livelli di preparazione dell’alunno ;4) del corso di studi eventualmente seguito ;3) del titolo di studio eventualmente posseduto (idoneamente certificato).
l’assegnazione ad una classe diversa tenendo conto:1) dell’
L’iscrizione può essere decida dalla scuola per  una classe diversa a quella corrispondente all’età anagrafica; per classe diversa s’intende non solo la classe  inferiore, ma  anche quella superiore. Nel determinare la classe cui va iscritto l’alunno straniero sprovvisto di documentazione idonea,  si deve tenere conto che una volta avviata,  la sua carriera scolastica nella scuola pubblica italiana segue del tutto le norme generali  e quindi, nel prosieguo di tempo,  non si potranno più ‘correggere’errori di valutazione iniziali. E’questo il caso non raro di minori che al momento dell’accoglienza vengono iscritti a 2-3 classi, o anche più,  inferiori a quelle cui essi dovrebbero essere iscritti per età, ritenendo che questo ‘abbassamento’di classe sia quello più congruente con le competenze linguistiche e strumentali riscontrate nell’alunno al momento  dell’ingresso (naturalmente, quasi sempre inferiori a quelle  degli alunni che hanno svolto il loro percorso tutto in scuole italiane). Dopo qualche tempo, solitamente si registra nell’alunno (più maturo, per vari aspetti rispetto ai più giovani compagni di classe)  un buon recupero sul piano degli apprendimenti e  la scuola, allora,  si rende conto del paradossale e poco utile divario fra l’età del minore e quella dei coetanei di classe, ma non trova, a questo punto,  strumenti giuridici per farlo transitare  ad una classe superiore, più congruente con la sua condizione. Per evitare questo grave errore, quindi, il criterio dell’età deve restare quello prevalente nel decidere l’assegnazione alla classe; gli apprendimenti vanno, piuttosto, sostenuti con azioni di recupero individualizzate e con modalità flessibili di lavoro attuate nei primi mesi di inserimento. In ogni caso, l’eventuale perdurare di gravi carenze negli apprendimenti potrà essere valutata, a conclusione dell’anno scolastico  ai fini di una non ammissione alla classe successiva.
 Premesse all’azione educativa
   L’elaborazione di un percorso formativo non può che essere personalizzato,  evitando di cadere in generalizzazioni o in schemi validi per tutti. Va posta sicuramente attenzione alla cultura di provenienza dei minori, ma anche alle capacità e alle caratteristiche individuali di  ciascuno di essi, dato che le differenze inter-individuali sono altrettanto e forse anche più rilevanti di quelle inter-culturali (rischio degli ‘stereotipi’).
    Gli alunni stranieri, che vanno visti, innanzitutto come bambini e ragazzi,  non sono tutti uguali: ognuno di si devono distinguere i soggetti di recente immigrazione da quelli il cui arrivo è più remoto”, ricordava  la  C.M. 301/89). L’elaborazione di un percorso formativo non può che essere personalizzato, senza cadere in generalizzazioni o in schemi validi per tutti. Va posta  attenzione alla cultura di provenienza dei minori, ma anche alle capacità e alle caratteristiche individuali di  ciascuno di essi, dato che le differenze inter-individuali sono altrettanto e forse anche più rilevanti di quelle inter-culturali (si corre sempre il rischio di considerare gli stranieri secondo degli ‘stereotipi’).
essi ha capacità, interessi, livelli di competenza e componenti di personalità propri. Al momento del loro presentarsi a scuola i minori hanno già una loro storia culturale e differenti condizioni maturate  nel caso di pregresso soggiorno nel  nostro Paese ( “…
     Un aspetto, diffusamente presente nella normativa internazionale e nazionale, è quello che si riferisce alla salvaguardia dell’identità culturale di minori. La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, art.29 prevede: “ Gli Stati parti concordano che l’educazione …deve tendere a [ ..]. inculcare al fanciullo il rispetto dei genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del Paese in cui vive, del Paese di cui è originario e delle civiltà diverse dalla propria...”.L’art.115 del T.U., richiamando  la Direttiva CEE n.77/486,  precisa che per i figli di stranieri dei Paesi della Comunità europea la “programmazione educativa deve comprendere apposite attività di sostegno o di integrazione, in favore dei medesimi, al fine di a) adattare l’insegnamento delle lingua italiana e delle altre materie di studio alle loro specifiche esigenze;b) promuovere l’insegnamento della lingua e della cultura del paese d’origine coordinandolo con l’insegnamento delle materie obbligatorie comprese nel piano di studi”.
      Per la realizzazione degli  obiettivi sopra indicati l’ordinamento scolastico italiano non prevede  interventi diretti, quali l’assegnazione o l’utilizzo di docenti con competenze nella lingua d’origine degli alunni stranieri; tali misure, infatti, dovrebbero  essere realizzate con il concorso o dello Stato straniero cui appartiene il gruppo, analogamente a quanto lo Stato italiano fa con i figli dei cittadini migranti all’estero, o di altri soggetti (enti locali, associazioni di volontariato), con la messa a disposizione della scuola di risorse da impiegare in attività di natura integrativa.
 Strumenti e fondi per organizzare e gestire risorse per l’integrazione
    Premesso che l’uso sovrabbondante  e scarsamente mirato di fondi europei FSE ( che da soli , e in minima parte, basterebbero a finanziare un’azione di accoglienza seria e produttiva di questi minori  in tutte le scuole statali e paritarie) nelle scuole fino a questo momento non ha mai dato origine ad una seria e indispensabile integrazione dei minori immigrati, si può comunque osservare che la scuola autonoma ha nell’elaborazione del POF lo strumento fondamentale per la ricerca di modalità flessibili e individualizzate nel
definire percorsi integrativi  per gli alunni stranieri. L’autonomia gestionale consente di impiegare figure educative diverse ( anche di madrelingua) da inserire nell’azione a favore dei minori stranieri.
     Fino ad alcuni anni fa  tuttavia non esisteva una normativa appositamente pensata  per affrontare la problematica dell’inserimento degli alunni stranieri. Varie disposizioni, nate per integrare i portatori di handicap e sperimentare soluzioni didattiche innovative e flessibili, sono state adattate per far fronte alle nuove esigenze poste dall’immigrazione, iniziata nel Veneto sul finire degli anni ’80 del secolo scorso. Successivamente, la problematica è stata oggetto di provvedimenti legislativi e di contratti  nazionali di lavoro del personale scolastico. Attualmente, il quadro normativo imperniato sul conferimento alle scuole dell’autonomia gestionale (previsto a partire dalla legge n.59 del 1997), rappresenta sicuramente lo strumento principale per affrontare tutti quegli aspetti, come quello dell’integrazione degli stranieri, che richiedono la costruzione di appropriate e specifiche soluzioni.
    L’accoglienza e l’inserimento degli alunni stranieri richiedono certamente  risorse aggiuntive di personale ed economiche per realizzare  interventi appropriati, che non possono effettuarsi con gli ordinari mezzi a disposizione  e non sempre sono collocabili  all’interno della comune programmazione curricolare.Fino a poco fa l’unico strumento su cui poteva far leva  la scuola era l’organico del personale docente d’istituto, all’interno del quale ricavare qualche unità di personale da impiegare a tempo pieno o parziale in attività di recupero individualizzato o per attività d’integrazione coinvolgenti la generalità degli alunni. E, soprattutto, gli uffici scolastici provinciali potevano fino a qualche anno fa destinare, all’interno della dotazione organica provinciale (d.o.p.), unità di personale da utilizzare per progetti di inserimento di alunni stranieri e nomadi.
      Le  criminali restrizioni poste dalle leggi finanziarie  al numero delle classi e agli organici del personale hanno progressivamente limitato la disponibilità di posti-insegnante impiegabili allo scopo e l’abolizione della “d.o.p.”, a seguito dell’introduzione dell’organico funzionale di circolo e dell’autonomia scolastica, hanno fatto venire meno le possibilità e le ragioni stesse di ‘integrazioni’d’organico operate a livello  amministrativo regionale o provinciale. Ma anche l’avvento dell’organico funzionale di circolo/istituto, unito all’aumento medio di alunni per classe, rende difficile alla scuola   ricavare dal monte-ore dell’orario di servizio dei docenti (assegnati sulla base del numero delle classi e degli alunni) sufficienti risorse per mettere in atto azioni e progetti  per l’integrazione degli alunni stranieri.Più concreta possibilità di progettazione e d’intervento è stata aperta dal conferimento  della personalità giuridica a tutti gli istituti nel quadro dell’autonomia scolastica, la quale, in qualche modo sposta il baricentro delle risorse dall’organico del personale al budget di bilancio dell’istituto.
      Le scuole, usufruendo dei finanziamenti ministeriali e di  eventuali altre fonti  (enti locali,  associazioni, etc),  possono programmare e realizzare una serie di attività didattiche, che vanno dagli interventi mirati al rafforzamento delle conoscenze di base negli alunni stranieri (corsi di lingua italiana, recupero abilità cognitive di base) ad  azioni volte a coinvolgere la generalità degli alunni, nell’ottica di un confronto multi-culturale e dell’acquisizione di un fondato senso del rispetto reciproco: pacchetti formativi per l’accoglienza e la conoscenza dell’ambiente ospite, laboratori multi-culturali musicali, teatrali, linguistici.
       Ma tutto ciò comporta grande attenzione e grande cura nell’impiego delle risorse, anche delle briciole!!
Tutela sanitaria
       Non si può trascurare un elemto anch’esso fondamentale strettamente connesso con la scolarizzazione dei minori stranieri,  la tutela sanitaria! Anche se entrati in territorio italiano in modo non regolare,  vanno loro assicurate le prestazioni del Servizio sanitario nazionale. In particolare, l’art. 35 del Testo Unico (D.L.vo n.286/98) assicura: b) la tutela della salute del minore in esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176;c) le vaccinazioni secondo la normativa e nell’ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni.
Strategie didattiche  per l’integrazione (in sintesi)
     L’integrazione dell’alunno straniero, partendo  da un rapporto di aiuto e di comprensione realmente interculturale ( quanti oziosi e costosi convegni inutili sono stati realizzati sull’interculturalità senza alcuna ricaduta, sia pur minima, nel concreto), deve mirare al raggiungimento di  una solida competenza nelle abilità e conoscenze di base, per renderlo capace di inserirsi  autonomamente nel nostro contesto scolastico.
     Nella programmazione di azioni mirate all’integrazione degli alunni stranieri occorre tenere realmente presenti alcune elementari  istanze educative quasi sempre disattese: a. Partire  non solo da ciò che l’alunno straniero “non sa”, ma anche  dalla  sua esperienza, dal suo sfondo emotivo-relazionale e dal suo patrimonio culturale (vedasi anche l’art. 45, comma IV,  del D.P.R. n.394);b. Cercare di stabilire fin dall’inizio un rapporto con le famiglie degli alunni stranieri e di comunicare quanto più efficacemente possibile con esse, avvalendosi, se necessario, di ‘mediatori culturali[;c. Prevedere non solo attività individuali di ‘recupero’, ma attività che coinvolgano l’intera comunità scolastica e, possibilmente, anche quella esterna locale, per sollecitare l’attenzione alla multi-cultura e per avviare una corretta  educazione interculturale (progetti di accoglienza, momenti di incontro aperti alla comunità locale, laboratori multi-culturali, attenzione ai vari patrimoni etnici nel dotare la biblioteca e le raccolte multimediali della scuola, incontri con associazioni e rappresentanze di stranieri).d. Essere consapevoli che l’integrazione non può avvenire senza il conseguimento di solide competenze di base. Particolare attenzione iniziale va posta al sostegno linguistico (eventualmente, effettuato anche  in orario aggiuntivo a quello normale), svolto a cura di personale docente o anche da  idonei esperti esterni con contratto d’opera, usufruendo delle risorse economiche e delle possibilità gestionali proprie dell’autonomia scolastica;e. Attenzione e valorizzazione per la lingua e  cultura del Paese di origine, con il ricorso anche a “mediatori culturali” reperiti fra il volontariato o la comunità d’appartenenza del minore (assimilabili giuridicamente ad esperti esterni );f. Attività di recupero e sostegno individualizzato (senza, però, arrivare a compromettere l’integrazione in un gruppo-classe), utilizzando tutte le risorse possibili (ore di  contemporaneità) nell’ambito dell’organico funzionale di scuola materna ed  elementare, delle ore a disposizione per il completamento cattedra nelle scuole secondarie;  prestazioni in  orario aggiuntivo dei docenti.

venerdì 5 luglio 2013

MA C'E' ANCORA NELLA PIANA CHI CREDE CHE LA MAFIA CREI LAVORO E DISTRIBUISCA RICCHEZZA?

di Bruno Demasi
    Se il latifondo, come affermava il grande vescovo Peruzzo, cui qualche tempo fa ho dedicato un post in questo piccolo diario, era una vera e voracissima "struttura di peccato", come dovrebbe essere definita la diffusa mentalità anticristiana che ancora vige dalle nostre parti, secondo cui, in mancanza di interventi statali e istituzionali, la ndrangheta rimarrebbe l'unica, o una delle pochissime, organizzazioni parallele in grado di creare lavoro e distribuire ricchezza?
     Occorre  uscire da questo inganno, ricredersi, e  al più presto!
  Ci aiutano due eventi di oggi che fanno tornare imperiosamente alla ribalta questo tema rovente: lo scioglimento del comune di Taurianova " per infiltrazioni mafiose" (la terza edizione...!) e il bel servizio che sul Sole 24 Ore ha curato  Roberto Galullo, cui affido la traccia per le mie riflessioni e per quelle dei quattro amici che seguono questo diario.


    "Forse quei pochi che ancora credono che la mafia crea lavoro e distribuisce ricchezza non crederanno al fatto che, ogni anno, la ‘ndrangheta deprime il Pil della Calabria del 3,5 per cento. In soldoni, una mancata crescita economica di 1,2 miliardi.Per chi fosse affamato di paragoni, basti dire che il Por Calabria per il periodo 2007/2013 è poco più del doppio. ..

     In sintesi, ciò che ancora emerge è che le attività criminali dell'usura e del racket colpirebbero oltre 40
mila commercianti e operatori economici. Inequivocabile il sentiment degli imprenditori contattati da Demoskopika, l'Istituto al quale è stata affidata la ricerca statistica (campione di 400 imprese intervistato tra gennaio e febbraio 2013 con il metodo di rilevazione Cati): il 38,5% non si sente assolutamente al sicuro, il 18,5% indica estorsioni ed usura tra i principali reati subiti, 1 su 3 è convinto che senza ‘ndrine il fatturato potrebbe crescere tra il 5% ed oltre il 20%.

     Infine, il 74,9% ribadisce la volontà di non arrendersi. Quest'ultimo è un segnale di grande speranza che dà ossigeno a tutti gli imprenditori e operatori economici. Il capo della Procura di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, ancora pochi giorni fa ha ricordato che la denuncia – non isolata ma collettiva, che magari può passare attraverso le associazioni di categoria a partire da Confindustria – è l'unica via per battere la violenza delle cosche. E – come testimoniano anche le storie raccontate in "Ora Legale" ogni giovedì su www.ilsole24ore.com – gli imprenditori che in Calabria si fanno coraggio non sono più casi isolati.


La percezione.

     La ‘ndrangheta viene percepita da tutti come una componente "normale", una forza talmente radicata e diffusa in alcune zone, da creare una sorta di assuefazione che condiziona le percezioni degli stessi imprenditori. Al contempo rappresenta un ostacolo allo sviluppo sociale ed economico del territorio ma sul versante sociale genera il consenso di pochi e l'acquiescenza di molti.
«Queste trasformazioni – raccontano i due autori - finiscono per avvicinare alla criminalità organizzata strati sempre più ampi di popolazione che, pur non appartenendo a famiglie mafiose e non volendo condividere nulla degli affari dei boss, sono in qualche modo condizionati da una presenza che trae la sua forza dalla capacità di esercitare un capillare controllo del territorio». 



Senso di insicurezza.

      Quasi quattro intervistati su dieci (il 38,5%) non si sentono al sicuro a causa dell'elevata diffusione delle attività criminali. Se a questi aggiungiamo il 35,1% di quanti sentendosi abbastanza sicuri fanno comunque rilevare che le attività criminali sono evidenti anche se piuttosto rare, si arriva al totale del 73,6% imprenditori che non si sente al sicuro. Usura ed estorsioni..Per il 70% degli intervistati le aziende calabresi sono vittime di vessazioni, imposizioni o di reati di vario tipo. Furti (23,6%), estorsioni ed usura (18,5%), danneggiamenti (7,7%) sono i reati di cui si sente maggiormente parlare, ma non manca chi, fra gli intervistati, denuncia forme alternative di controllo della criminalità sul sistema delle imprese quali imposizioni di manodopera, forniture e merci, attentati dinamitardi. Secondo le stime dell'istituto Demoskopika, in Calabria racket e usura colpirebbero oltre 40 mila commercianti e operatori economici.


Effetti perversi.

      Un imprenditore su tre (il 33,4%) dichiara che il fatturato aziendale sarebbe più alto se potesse svolgere la propria attività in un contesto territoriale più sicuro e libero dai tentacoli della criminalità organizzata. Il 13,6% del campione stima che la crescita potrebbe essere addirittura del «20% e oltre» rispetto ai valori congiunturali, il 9,3% ritiene che ci potrebbe essere un incremento almeno del 10%, mentre il 10,5% calcola che potrebbe aumentare del 5%. Maggiori, infine, le percentuali, il 43,7%, di quanti fanno sapere che la criminalità non costituisce una reale e grave causa ostativa alla crescita del proprio giro di affari a cui si aggiunge il 22,9% di chi preferisce non rispondere o di non sapere o di non voler fornire alcuna stima o valutazione.


Le azioni di contrasto.

Aggiungi didascalia
     Ciò che gli operatori economici chiedono a gran voce è una maggiore presenza e un più capillare presidio del territorio da parte dello Stato (lo rileva un imprenditore su due a rilevarlo). Da non trascurare una maggiore solidarietà tra colleghi imprenditori (7,4%) e una maggiore attenzione accompagnata, se possibile, da interventi più mirati da parte della associazioni di categoria (6,3%). Minori le percentuali, infine, di chi pensa che il rischio di subire azioni criminali si potrebbe contrastare attraverso l'impiego di moderni e sofisticati sistemi di sicurezza e di vigilanza privata, (5,5%) o con sistemi e premi assicurativi ad hoc di copertura ai reati criminali (3,9%).


Non arrendersi mai.

    La ‘ndrangheta in Calabria (e non solo) si respira ma l'analisi apre uno squarcio di speranza perché la quasi totalità degli imprenditori e dei commercianti calabresi intervistati (74,9%) non sembra intimidita, mostra fermezza e ribadisce la volontà di non arrendersi e di continuare a lavorare nella propria terra, non considerando, dunque, nemmeno lontanamente l'idea di trasferire o chiudere la propria attività. Ad ogni modo, deve far comunque riflettere che un 13,3% del campione degli imprenditori intervistati ha deciso di trasferirsi o di chiudere definitivamente la propria attività (3,2%) o che sta considerando l'ipotesi di lasciare la Calabria e iniziare altrove l'attività o farla cessare (10,1%)".




domenica 16 giugno 2013

"PIANA DI GIOIA TAURO: UNA RISORSA SPRECATA DA MILIONI DI EURO"

di Bruno Demasi
      
Condivido volentieri la bellissima pagina di Maria Fabricatore sulle potenzialità e sulle ataviche questioni irrisolte che sembrano ormai  dimenticate da tutti e da tutto.
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       E’ come oltrepassare una linea di confine. Dall’autostrada all’improvviso si vede il mare, che abbaglia la vista, come un apparizione. Superata da poco la provincia di Cosenza, imbocchiamo il catanzarese nelle zone di Pizzo e di Lamezia. Sulle colline, come spine ficcate nei fianchi, contornano il paesaggio le pale eoliche, sono centinaia, focalizzano l’attenzione e continueranno a comparire sulle colline senza un ordine, o una logica. Ci eravamo illusi che l’eolico e l’energia verde potessero aiutare la nostra economia e anche l’ambiente. Ma a guardare questi orizzonti massacrati che non danno respiro alla vista e che soffocano il territorio ritorneresti al carbone e al petrolio in un attimo. Già perché poi funzionano le pale donchisciottiane? ci chiediamo. Ci rispondono le varie inchieste che da qualche anno riempiono pagine e file dei pubblici ministeri. Nei mesi scorsi si sono chiuse le indagini della Procura di Catanzaro. Tra gli indagati esponenti politici regionali, imprenditori. “Eolo”, iniziata nel 2006 nella procura di Paola dispone le intercettazioni, e si concentra su una presunta tangente per la realizzazione del parco eolico “Pitagora” a Isola Capo Rizzuto, inchiesta passata poi appunto alla Procura di Catanzaro.

          E il problema pare che sia più diffuso e comprenda non solo la Calabria ma anche la Campania e la Basilicata. Le pale vampirizzano il terreno che non potrà più essere coltivato. Secondo studi recenti distruggono l’assetto degli uccelli migratori, che una volta massacrati, guarda caso, cambiano rotta e così facendo distruggono un intero ecosistema. Continuiamo con il mare a fianco, e ci risiamo, di nuovo la natura ha il sopravvento e ci immergiamo nei colori dell’inverno: argento e azzurro, che si confondono con le luci del pomeriggio. Una natura incontaminata carica di verde ci prende il fiato. Sulla Salerno/Reggio Calabria si viaggia bene, non ci sono lavori in corso, la carreggiata è larga, contiene bene il traffico. Ci chiediamo come mai, e ci sorprendiamo visto che abbiamo lasciato chilometri e chilometri di lavori in corso. Per non parlare della più lunghe e ininterrotte indagini sulle collusioni tra cosche di ndrangheta e della camorra e con più alte infiltrazioni della storia dell’Italia contemporanea, che da decenni si contendono i metri di questa che rimane l’unica vera strada che collega l’Itala del sud con il nord, che
doveva essere la spinta all’economia e sulla quale si sprecano discorsi, parentesi, inchiostro e parole inutili di politici e amministratori. Ma quello che attraversiamo è il tratto con più presenza mafiosa e ndranghetista della penisola, sarà un caso?. Dall’autostrada deviamo verso Gioia Tauro. Ci coglie una strana ansia. E’ come se ci preparassimo per andare in guerra. Stiamo per entrare in una delle zone più ricche d’Italia. Olio, arance, agricoltura fiorente. E il porto più grande del Mediterraneo, uno dei primi venti del pianeta.


            E’ come se la piana di Gioia Tauro avesse avuto dagli dei il meglio. Una terra ricca. Forte. Fiorente. Anche il colore rosso bruno della terra ce ne suggerisce la fertilità di una capacità produttiva
superiore alle leggi di natura. Gli alberi di ulivo alti più di venti metri, con oli di qualità eccellente. Gli alberi di arance e di clementine carichi, e il colore verde intenso dell’erba che rigogliosa cresce dentro gli agrumeti, soddisfa completamente la nostra vista. E ci appare in lotta con se stessa, tra un territorio dove la ndrangheta la fa da padrona, e un territorio che potrebbe offrire una ricchezza economica a tutta la penisola. Anche detta Piana di Rosarno. Ci coglie come un lampo il ricordo degli uomini piegati alla raccolta sulle cassette pagate a due euro, in tutto venti o venticinque euro al giorno, ci confermano le inchieste di oggi. Ragazzi e uomini spinti dalla fame che dall’Africa arrivano a Rosarno chiamati alla raccolta, servono braccia durante l’inverno e qui ne arrivano, dal profondo sud dell’Africa, dal nord Africa e anche da est, dalla Romania. “Vedete lì in fondo alla strada sono pieni di nord africani”ci racconta un signore dall’aria mite “ma sono anni che stanno qui, sono tunisini, hanno messo su famiglia e ora stanno dappertutto”. Gli africani di Rosarno vivono nelle tendopoli, allestite per la raccolta. Ma non risolve il problema, le condizioni di vivibilità precarie si sommano ad una mancanza di controllo del territorio, e le responsabilità si compongono e ricompongono come le bambole russe. Siamo colti da un senso di vuoto e di sgomento quando ci appaiono le prime case di Gioia Tauro. Per strada non c’è nessuno. I fabbricati e case già vecchi e mai finiti si susseguono uno dietro l’altro. Cerchiamo di districarci nei vicoli di questo paese di mare così noto alle cronache. Cerchiamo il porto, non ci sono insegne e come in un labirinto ci ricaccia indietro, riusciamo a vedere le sue torri in lontananza.

                Ma è un porto lontano alla piana, dalla gente, che produce solo per sé, come una porta chiusa su stessa, altro che la porta dell’Europa. Per non parlare dei milioni di euro guadagnati con la droga, i quintali di cocaina, eroina sequestrati che smettiamo di contare dalle varie inchieste, faremmo prima a contare i primati di sequestri nel mondo. I cartelli della ndrangheta calabrese non ha rivali. La ndrangheta, ha un fatturato superiore alla multinazionale americana della Apple, queste le notizie di oggi. Intanto vediamo fabbricati in pietra enormi e intatti, che fanno da contrappunto, come uno spaccato del secolo scorso fiorente, ma perduto per sempre. E cumuli di immondizia a ridosso del porto e del lungomare che alla vista dei bastioni enormi che arrivano dal mare profondo, ci sembrano il male minore. Il porto non riusciamo a vederlo nella sua interezza e dalla strada neanche a concepirlo nella sua grandezza, vediamo solo due cancelli sbarrati. Nessuno può avvicinarsi. Ci appare in lontananza, abbandonato, come un enorme trofeo tenuto in piedi dalla cupidigia insaziabile degli uomini.


sabato 8 giugno 2013

UNA “ ZONA ECONOMICA SPECIALE” A GIOIA TAURO ?

di Bruno Demasi


       Le zone economiche, “speciali” o meno che siano, non possono essere create a tavolino nè tantomeno con un provvedimento istituzionale a livello regionale o nazionale se prima non acquisiscono e sviluppano in sè la vocazione economica e anche culturale per divenirlo. Tuttavia la  proposta, approvata  in questi  giorni all’unanimità dal Consiglio regionale della Calabria, di istituzione della Zona Economica Speciale a Gioia Tauro, rappresenta di sicuro un fatto importante che va seguito opportunamente  ma che, al contempo, nel prosieguo dell’iter legislativo in Parlamento, va attentamente vagliato e controllato  con  preventive norme, chiare e precise , anche in direzione
del mantenimento e del rafforzamento della contrattazione nazionale.
      Non vi è dubbio, tuttavia, che l’istituzione della Zona Economica Speciale possa e debba rappresentare una iniziativa concreta per l’effettivo rilancio industriale del porto e del retroporto di Gioia Tauro attraverso la creazione di un “porto franco” dove le imprese potranno avere vantaggi doganali, fiscali e amministrativi. E’ però  evidente-
mente necessario evitare qualsiasi operazione propagandistica perché nel corso ormai di lunghi anni troppo spesso si è annunciata una svolta industriale per l’area di Gioia Tauro che poi puntualmente non si è realizzata. A tal proposito basterebbe  ricordare l’Accordo di Programma Quadro con un investimento di circa 490 milioni quasi del tutto improduttivo e che ha fatto registrare gravi, incomprensibili e colpevoli ritardi.
       La ZES agevolerà i progetti di sviluppo dell’Area?  Può essere. La ZES candiderà Gioia Tauro e la Calabria ad un ruolo di protagonista nel Mediterraneo? Sicuramente aiuterà tale prospettiva.
 Le  condizioni fondamentali per favorire lo sviluppo industriale e produttivo dell’area di Gioia Tauro rimangono  tuttavia sempre quelle stesse che fino ad ora hanno impedito questo sviluppo: il miglioramento, il potenziamento e l’ammodernamento del sistema infrastrutturale e fin quando, per esempio, non sarà realizzato il gateway ferroviario per un sistema di trasporto efficiente e integrato queste condizioni resteranno solo sulla carta.
      In questo quadro, è necessario ribadire e sottolineare le responsabilità della società Ferrovie dello Stato che ha considerato Gioia Tauro un ramo secco del trasporto nazionale: basti pensare che nel 2006 erano 2300 i treni merci che partivano e arrivavano da Gioia Tauro e oggi nessuno; oppure che nel 2008 viaggiavano col treno 100 mila container ed oggi neanche uno. Questo è uno dei motivi di fondo, certamente non l’unico,  per cui l’area di Gioia Tauro non è mai divenuta industriale e produttiva.
     
Dunque la ZES certamente può rappresentare un fatto importante e di rilievo ma il rischio che sia solo un annuncio propagandistico è assai concreto se contemporaneamente non si costruiscono le condizioni fondamentali ed elementari per  lo sviluppo industriale. E se Moretti in questi anni ha privato i calabresi del diritto alla mobilità ha anche un’altra grande responsabilità: quella di aver impedito al porto di Gioia Tauro di poter avere lo sviluppo industriale di cui si ha bisogno. E su questo la Giunta regionale francamente appare inspiegabilmente silente. Quel che è peggio però è che non si rifletta sulla possibilità che la creazione della zona franca diventi un ulteriore  paradiso anche per le dinamiche di illegalità e di criminalità che già prosperano indisturbate su questo territorio!

mercoledì 15 maggio 2013

DIECI,CENTO, MILLE DON RIGAUBERT !

di Bruno Demasi
Don Elangui Rigaubert
Don Rigaubert nella  processione del Corpus Domini
   Allunghiamo lo sguardo per una volta al di là di quelle montagne che vediamo da ogni parte della Piana ..ed è subito Locride... Benestare...  don  Rigaubert e la sua parrocchia.
       I tentacoli della criminalita' in questi ultimi due giorni si sono paurosamente  allungati fino a colpire don Elangui Rigaubert, il giovane parroco del paese da tempo impegnato in una personale e strenua lotta  in favore della legalita'. Due notti fa  alcuni sconosciuti hanno incendiato l'automobile del sacerdote che era parcheggiata nei pressi della canonica. L'automobile e' stata cosparsa di liquido infiammabile e data alle fiamme. Il sacerdote, di origini congolesi, e' parroco da due anni della chiesa di Santa Maria della Misericordia a Benestare, nella locride. Ieri mattina  il parroco ha scoperto il danneggiamento del mezzo ed ha denunciato l'accaduto ai carabinieri che hanno avviato le indagini. Gli investigatori hanno compiuto una serie di accertamenti e di verifiche per individuare gli autori ed il movente dell'intimidazione. La notizia dell'intimidazione a don Elangui ha creato sdegno in tutta la comunita' di Benestare e nel resto della Calabria.
      Il Vescovo di Locri, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, ha espresso subito apprezzamento per la serieta' e la dedizione pastorale del sacerdote, affermando con fierezza e senza mezzi termini ''In attesa che le forze dell'ordine facciano luce sull'attentato devo deplorare il grave gesto che umilia tutta la comunita' civile della Locride, chiamata ancora una volta a dover subire tanta vigliaccheria''.
Mons. Fiorini Morosini, vescovo di Locri-Gerace
La vettura del parroco incendiata
     Il sacerdote ha ricevuto decine di telefonate di solidarieta' e di attestati di stima. Sulla vicenda, pero', ha preferito non rilasciare dichiarazioni., ma la gente della Locride, insieme al vescovo (e a qualche immancabile politico portatore di solidarietà varie...)  ha fatto veramente ala al sacerdote, rispondendo con grande dignità  e con coraggio all’intimidazione.
La protesta  coraggiosa dei giovani di Benestare
   Una pagina molto brutta per la Locride, ma nello stesso tempo bellissima, perchè rivela non solo la mancanza di omertà del giovane parroco di  Benestare e la sua determinazione a continuare in un impegno a viso aperto contro la criminalità mafiosa, ma anche il livello di  coesione e di partecipazione civile della sua gente e del suo vescovo.

   Ne sono ammirato e, confesso, un tantino invidioso, considerato che anche dalle nostre parti certe cose accadono, e non di rado,  ma il più delle volte  restano inesorabilmente sommerse...!

giovedì 25 aprile 2013

SE E’ VERO CHE EVANGELIZZARE LA PIANA SIGNIFICA ANCHE RISCATTARE UNA GENTE ABBANDONATA A SE STESSA DALLE ISTITUZIONI CIVILI...

di Bruno Demasi

     Nel clima festoso ( per chi ancora ci tiene almeno un po’) della Festa della Liberazione sorge  la domanda di sempre: riscattare una terra, una gente – quella della Piana – dal sopruso, dall’intrigo mafioso e non, dall’abbandono sociale e culturale è possibile anche attraverso una sana opera di rievangelizzazione?
     E, per contro, evangelizzare significa  anche da  queste parti avere a cuore il superamento della nuova barbarie in cui, per tanti versi, scade quotidianamente  questa terra nel silenzio distratto o addirittura complice di tante  espressioni istituzionali e non?
     Riflettiamo  con umiltà ... sulle orme  di Paolo e con un occhio alla nostra Costituzione.
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    E’ evidente che la nuova evangelizzazione della Piana   non può ridursi a un “risanamento” etico pianificabile a tavolino , essa, piuttosto, va realizzata da persone  disponibili, senza interessi personali e senza riserve, a testimoniare la novità redentrice dei Risorto di fronte a coloro che, pur avendola già sperimentata, l’hanno dimenticata e davanti a coloro che, non essendo riusciti ancora a recepirne l’an­nuncio, non la conoscono.
    Dunque , se  evangelizzare è  compito dei “movimenti ecclesiali ” operanti sulla Piana ( una percentuale irrisoria di  battezzati, cui spesso nelle parrocchie o si tarpa la voce o si delega  semplicisticamente, per pigrizia,  tutto l’annuncio) e  in generale dei laici fedeli al loro laicato e non in cerca di scimmiottare o addirittura di pensare di sostituirsi al clero, compito è  anche e soprattutto di coloro che continuano la missione evangelizzatrice, che fu prima di Cristo stesso e poi dei Dodici e dei loro più intimi collaboratori: i presbiteri  “apostoli per vocazione ” (cf.  Rm 1, 1 ).
     E’ proprio dei presbiteri l’annuncio del Vangelo e la presidenza nella celebrazione dei sacramenti, la quale fonda pure la loro irrinunciabile presidenza nella carità pastorale.  Questi ministeri del presbitero non sono separati e contrapposti, ma intimamente coerenti.  Per cui i sacramenti — soprattutto l’Eucarestia, che è “ fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione” (Presbyterorum  ordinis, 5) –, che proclamano e riattualizzano la Pasqua del Signore, altro non sono che la forma più pregnante in cui la Parola che salva si realizza nella vita della Chiesa e di ciascun suo membro. In altri termini, come in molti sottolineano, baste­rebbe questa considerazione per far risaltare che il presbitero è, costitutivamente, un arte­fice essenziale della nuova evangelizzazione in seno alla comunità ecclesia­le; il suo ministero di “liturgo” sembra il massimo grado di (ri)evangelizzazione, sem­pre nuova e salvifica, che ricorda continua­mente ai cristiani di essere dei salvati in Cri­sto Gesù.
     Ma un tale “profilo” del presbitero evangeliz­zatore esige una permanente verifica e un costante confronto con i “connotati” di coloro che, “apostoli per vocazione”, furono i primi evangelizzatori. Qui ci piace riferirci soprattutto a Paolo, il primo evangelizzatore di queste terre, con cui peraltro inizia l’evangelizzazione dell’Eu­ropa e di cui sorprende sempre la modernità nella comunicazione e nell’annuncio.
     Ad Atene, ad esempio, egli  tiene il discorso dell’areopago  davanti a persone che hanno solo una vaga credenza nella divinità e che confidano nelle filosofie più in voga .  Paolo svela loro l’identità del “Dio ignoto”, procla­mando il Vangelo del Risorto: “Quello che voi non conoscete, io ve lo annuncio” (At 17,23).  Ma lo fa con discrezione e secondo le catego­rie neotiche e terminologiche di quei pagani, avvertendo nella loro indefinita religiosità una sorta di inquietudine, un anelito alla VeritàE tuttavia senza irenismo culturale, perchè      l’irenismo e il clericalismo, da qualunque parte provengano, restano i mali sottili che impediscono o ritardano o inquinano una sana opera di rievangelizzazione , come sovente accade nella nostra Piana.
     Paolo sa che la novità del Cristo non può essere argomen­tata, ma semplicemente narrata e testimonia­ta. Ciò nonostante fallisce; ma non disarma.  Anzi, il fallimento di Atene lo conferma nella convinzione che ai nuovi interlocutori la Buona Novella dev’essere annunciata in tutta la sua apparente stoltezza, così come ai Giudei essa è proclamata in tutta la sua por­tata di scandalo. Uno scandalo o una insi­pienza che non può essere stemperata  con gli orpelli retorici della sapien­za fine a se stessa (cf. 1 Cor 1,17-2,7) o con l’allestimento di eventi “religiosi” fini a se stessi.
   Paolo resta fedele all’annuncio che sente di dover fare ad ogni costo: “Tutto io faccio per il Vangelo” (1 Cor 9,23).  Privo di ogni interesse che non sia quello di “predicare gratuitamente il Vangelo”, egli annuncia la novità evangelica, in modo sempre nuovo, alle varie categorie di persone che incontra: “coloro che sono sotto la legge”, “coloro che non hanno legge”, “coloro che sono deboli” (Tre categorie di persone particolarmente presenti nella nostra terra).  E, lungi da ogni trasformismo tornacontistico e da ogni camaleontica ipocri­sia, egli si fa compagno di strada di tutte que­ste persone: si sottopone alla legge, si procla­ma un senza legge, si fa debole e servo di tutti (cf.  1 Cor 9,18-22). 
      L’esperienza  di Paolo coincide, ancora oggi, a dispetto dei secoli trascorsi, con l’esperienza del presbitero operatore della nuova evangelizzazione anche  nella Piana: in un’epoca in cui la cultura ( o quel che ne resta) sembra aver dimenticato anche dalle nostre parti  le sue radici cristia­ne e di aver conosciuto Dio e il suo Amore, il prete deve ancora evangelizzare, proclaman­do la Verità di cui vive — ma che non possie­de da se stesso — e offrendola umilmente come dono gratuito a tutti.  In questo senso il suo stile di vita deve arricchirsi di due carat­teristiche apostoliche e missionarie impre­scindibili: la parresia. ossia la franchezza, l’audacia, l’abnegazione, l’entusiasmo (cfr. la asthéneia, ossia la debolezza del servo fedele in cui parados­salmente può operare la potenza di Dio (cf. 2 Cor 12,10).
    Da buon “ministro”, il presbitero evangelizzatore non si limita a fungere da gestore del sacro e di regista di eventi più o meno esteriori, ma compie una vera diaconìa nel nome di Cristo Gesù: attingere dalla giara e versare nelle coppe di chi ha veramente  sete , non solo nelle coppe di chi fa anche carte false per sedersi  ai primi posti nelle nostre “sinagoghe”.