Allunghiamo lo sguardo per una volta al di là di quelle montagne che
vediamo da ogni parte della Piana ..ed è subito Locride... Benestare... donRigaubert e la sua parrocchia.
I
tentacoli della criminalita' in questi ultimi due giorni si sono
paurosamenteallungati fino a colpire
don Elangui Rigaubert, il giovane parroco del paese da tempo impegnato in una
personale e strenua lotta in favore della
legalita'. Due notti fa alcuni
sconosciuti hanno incendiato l'automobile del sacerdote che era parcheggiata
nei pressi della canonica. L'automobile e' stata cosparsa di liquido
infiammabile e data alle fiamme. Il sacerdote, di origini congolesi, e' parroco
da due anni della chiesa di Santa Maria della Misericordia a Benestare, nella
locride. Ieri mattina il parroco ha
scoperto il danneggiamento del mezzo ed ha denunciato l'accaduto ai carabinieri
che hanno avviato le indagini. Gli investigatori hanno compiuto una serie di
accertamenti e di verifiche per individuare gli autori ed il movente
dell'intimidazione. La notizia dell'intimidazione a don Elangui ha creato
sdegno in tutta la comunita' di Benestare e nel resto della Calabria.
Il
Vescovo di Locri, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, ha espresso subito apprezzamento
per la serieta' e la dedizione pastorale del sacerdote, affermando con
fierezza e senza mezzi termini ''In attesa che le forze dell'ordine facciano
luce sull'attentato devo deplorare il grave gesto
che umilia tutta la comunita' civile della Locride, chiamata ancora una volta a
dover subire tanta vigliaccheria''.
Mons. Fiorini Morosini, vescovo di Locri-Gerace
La vettura del parroco incendiata
Il sacerdote ha ricevuto decine di telefonate
di solidarieta' e di attestati di stima. Sulla vicenda, pero', ha preferito non
rilasciare dichiarazioni., ma la gente della Locride, insieme al vescovo (e a
qualche immancabile politico portatore di solidarietà varie...)ha fatto veramente ala al sacerdote,
rispondendo con grande dignitàe con
coraggio all’intimidazione.
La protesta coraggiosa dei giovani di Benestare
Una
pagina molto brutta per la Locride, ma nello stesso tempo bellissima, perchè
rivela non solo la mancanza di omertà del giovane parroco diBenestare e la sua determinazione a
continuare in un impegno a viso aperto contro la criminalità mafiosa, ma anche
il livello dicoesione e di partecipazione
civile della sua gente e del suo vescovo.
Ne sono
ammirato e, confesso, un tantino invidioso, considerato che anche dalle nostre
parti certe cose accadono, e non di rado,ma il più delle volte restano
inesorabilmente sommerse...!
Nel
clima festoso ( per chi ancora ci tiene almeno un po’) della Festa della
Liberazione sorgela domanda di sempre:
riscattare una terra, una gente – quella della Piana – dal sopruso,
dall’intrigo mafioso e non, dall’abbandono sociale e culturale è possibile anche attraverso una sana opera di
rievangelizzazione?
E, per
contro, evangelizzare significaanche
daqueste parti avere a cuore il
superamento della nuova barbarie in cui, per tanti versi, scade
quotidianamentequesta terra nel
silenzio distratto o addirittura complice di tante espressioni istituzionali e non?
Riflettiamocon umiltà ... sulle
orme di Paolo e con un occhio alla
nostra Costituzione.
______________________
E’ evidente che la nuova evangelizzazione
della Piananon può ridursi a un “risanamento” etico
pianificabile a tavolino , essa, piuttosto, va realizzata da persone disponibili, senza interessi personali e senza
riserve, a testimoniare la novità redentrice dei Risorto di fronte a coloro
che, pur avendola già sperimentata, l’hanno dimenticata e davanti a coloro che,
non essendo riusciti ancora a recepirne l’annuncio, non la conoscono.
Dunque , seevangelizzare ècompito dei
“movimenti ecclesiali ” operanti sulla Piana ( una percentuale irrisoria
dibattezzati, cui spesso nelle
parrocchie o si tarpa la voce o si delega semplicisticamente, per pigrizia, tutto l’annuncio) ein generale dei laici fedeli al loro laicato
e non in cerca di scimmiottare o addirittura di pensare di sostituirsi al
clero, compito è anche e soprattutto di
coloro che continuano la missione evangelizzatrice, che fu prima di Cristo
stesso e poi dei Dodici e dei loro più intimi collaboratori: i presbiteri
“apostoli per vocazione ” (cf. Rm 1, 1 ).
E’
proprio dei presbiteri l’annuncio del Vangelo e la presidenza nella
celebrazione dei sacramenti, la quale fonda pure la loro irrinunciabile presidenza
nella carità pastorale. Questi ministeri del presbitero non sono separati
e contrapposti, ma intimamente coerenti. Per cui i sacramenti —
soprattutto l’Eucarestia, che è “ fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione”
(Presbyterorum ordinis, 5) –, che proclamano e riattualizzano la Pasqua
del Signore, altro non sono che la forma più pregnante in cui la Parola che
salva si realizza nella vita della Chiesa e di ciascun suo membro. In altri
termini, come in molti sottolineano, basterebbe questa considerazione per far
risaltare che il presbitero è, costitutivamente,
un artefice essenziale della nuova evangelizzazione in seno alla comunità
ecclesiale; il suo ministero di “liturgo” sembra il massimo grado di
(ri)evangelizzazione, sempre nuova e salvifica, che ricorda continuamente ai
cristiani di essere dei salvati in Cristo Gesù.
Ma un tale “profilo” del presbitero
evangelizzatore esige una permanente verifica e un costante confronto con i
“connotati” di coloro che, “apostoli per vocazione”, furono i primi
evangelizzatori. Qui ci piace riferirci soprattutto a Paolo, il primo evangelizzatore
di queste terre, con cui peraltro inizia l’evangelizzazione dell’Europa e di
cui sorprende sempre la modernità nella comunicazione e nell’annuncio.
Ad Atene, ad esempio, egli tiene il discorso dell’areopago davanti a persone che hanno solo una vaga
credenza nella divinità e che confidano nelle filosofie più in voga .
Paolo svela loro l’identità del “Dio ignoto”, proclamando il Vangelo del
Risorto: “Quello che voi non conoscete, io ve lo annuncio” (At 17,23). Ma lo fa con discrezione e secondo le
categorie neotiche e terminologiche di quei pagani, avvertendo nella loro
indefinita religiosità una sorta di inquietudine, un anelito alla Verità.
E tuttavia senza irenismo culturale, perchèl’irenismo e il clericalismo, da qualunque
parte provengano, restano i mali sottili che impediscono o ritardano o
inquinano una sana opera di rievangelizzazione , come sovente accade nella
nostra Piana.
Paolo sa che la novità del Cristo non può
essere argomentata, ma semplicemente narrata e testimoniata. Ciò nonostante
fallisce; ma non disarma. Anzi, il fallimento di Atene lo conferma nella
convinzione che ai nuovi interlocutori la Buona Novella dev’essere annunciata
in tutta la sua apparente stoltezza, così come ai Giudei essa è proclamata in
tutta la sua portata di scandalo. Uno scandalo o una insipienza che non può
essere stemperata con gli orpelli
retorici della sapienza fine a se stessa (cf. 1 Cor 1,17-2,7) o con
l’allestimento di eventi “religiosi” fini a se stessi.
Paolo resta fedele all’annuncio che sente di
dover fare ad ogni costo: “Tutto io faccio per il Vangelo” (1 Cor 9,23).
Privo di ogni interesse che non sia quello di “predicare gratuitamente il Vangelo”,
egli annuncia la novità evangelica, in modo sempre nuovo, alle varie categorie
di persone che incontra: “coloro che sono sotto la legge”, “coloro che non
hanno legge”, “coloro che sono deboli” (Tre categorie di persone
particolarmente presenti nella nostra terra). E, lungi da ogni
trasformismo tornacontistico e da ogni camaleontica ipocrisia, egli si fa
compagno di strada di tutte queste persone: si sottopone alla legge, si proclama
un senza legge, si fa debole e servo di tutti (cf. 1 Cor 9,18-22).
L’esperienza di Paolo coincide, ancora oggi, a dispetto dei
secoli trascorsi, con l’esperienza del presbitero operatore della nuova
evangelizzazione anchenella Piana: in
un’epoca in cui la cultura ( o quel che ne resta) sembra aver dimenticato anche
dalle nostre parti le sue radici cristiane
e di aver conosciuto Dio e il suo Amore, il prete deve ancora evangelizzare,
proclamando la Verità di cui vive — ma che non possiede da se stesso — e
offrendola umilmente come dono gratuito a tutti. In questo senso il suo
stile di vita deve arricchirsi di due caratteristiche apostoliche e
missionarie imprescindibili: la parresia. ossia la franchezza, l’audacia,
l’abnegazione, l’entusiasmo (cfr. la asthéneia, ossia la debolezza del servo
fedele in cui paradossalmente può operare la potenza di Dio (cf. 2 Cor 12,10).
Da buon “ministro”, il presbitero
evangelizzatore non si limita a fungere da gestore del sacro e di regista di
eventi più o meno esteriori, ma compie una vera diaconìa nel nome di Cristo
Gesù: attingere dalla giara e versare nelle coppe di chi ha veramente sete , non solo nelle coppe di chi fa anche
carte false per sedersi ai primi posti
nelle nostre “sinagoghe”.
Annotava il Fatto Quotidiano qualche settimana fa:"Nel
decreto sviluppo licenziato dal governo Monti, c’è anche una
patata bollente per la Calabria. Ovvero il via libera al Rigassificatore
di San Ferdinando, un colosso di oltre 47 ettari che vale 1 miliardo e
200 milioni di euro, in grado di riportare allo stato gassoso 12 miliardi
di metri cubi di gas naturale liquefatto ogni anno. L’articolo 38 del testo
supera le prescrizioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici che,
per ben due volte, aveva bocciato l’opera proprio perché gli studi
presentati risultano “incompleti e non definiti con l’estensione e gli
approfondimenti necessari all’espressione di un compiuto parere sulla fattibilità
dell’opera”.
L’organo davvero “tecnico” della questione, infatti, ha
evidenziato il fatto che il territorio in cui dovrà sorgere la mega struttura è
una delle maggiori aree a rischio sismico del Paese. Esattamente come accadde per
l’Ilva di Taranto il governo ha messo in piedi
una norma ad aziendam, questa volta per agevolare la LNG MedGas,
l’unica azienda accreditata in Italia a fare operazioni di questo tipo. Dietro
la sigla LNG ci sono altre due società importanti: la Med Gas Italia e
la Fin Gas che detiene il 70% delle azioni e che è composta da Iride
e dalla Sorgenia della famiglia De Benedetti.
I
sindaci del comprensorio sono sul piede di guerra, tanto che durante una
riunione per discutere sulla questione, il primo cittadino di San Ferdinando, Domenico
Madaffari, ha minacciato che non si recherà alle urne, per l’indifferenza
che la politica ha dimostrato in merito all’argomento e nonostante, fino a poco
tempo fa, avesse accolto a braccia aperte la candidata del suo partito, Rosy
Bindi. Il comitato “San Ferdinando in movimento”, che da anni si
batte contro la costruzione della struttura, spiega che “solo in Italia, e solo
in questo momento di debolezza istituzionale con conseguente tracotanza dei
poteri forti, accade che per superare le stringenti prescrizioni del Consiglio
superiore dei lavori pubblici in materia di sicurezza di quell’impianto folle e
inutile, qual è il Rigassificatore della Piana, non si obblighi l’azienda
costruttrice alla revisione del progetto o, meglio ancora, ad abbandonare il
campo con la coda tra le gambe, bensì si silenzi, in pieno stile montiano,
l’unico organo davvero tecnico che finora, facendo anche le veci dell’ente
regionale e di quelli strettamente locali, era riuscito a tutelarci”.
È
impensabile, affermano gli oppositori del progetto, che di fronte ai due pareri
negativi da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici, non esista una
valutazione d’impatto ambientale, ma solo uno studio della stessa LNG in cui
non si prevede la presenza del vicino inceneritore, oggi in via di raddoppio. E
nonostante il centro abitato sorga a pochi passi e a soli 100 metri vi sia la scuola
di San Ferdinando. Inoltre le condotte di questo mega impianto arriverebbero
fino a mare. Sulla spiaggia, come da progetto, dovrebbe sorgere un ponte di
attracco per le navi che, però, non darebbe fastidio dato che, come
suggeriscono i sapienti “tecnici” (questa volta la commissione regionale), si
tratta di un pontile di vernice metallizzata, praticamente “invisibile
all’occhio nudo” se non in particolari ore del giorno, a seconda dell’intensità
della luce del sole. Manca, invece, come previsto dall’articolo 7 del Codice
dell’Ambiente, la valutazione ambientale strategica (VAS).
Indispensabile in procedimenti di questo tipo e su cui si dibatte da anni.
Il
decreto sviluppo nasconde anche la vera ratio dell’iniziativa: creare una
hub di transito e smercio del gas. Un eccesso strutturale dal punto di
vista dell’offerta dato che il gas prodotto sarebbe molto più di quello che
serve e dunque dovrebbe essere necessariamente smistato verso il Nord Europa.
Così che l’Italia, possa finalmente viaggiare su due piattaforme di gas.
Scongiurando il rischio sismico che potrebbe avere conseguenze drammatiche.
In
ultimo, giova ricordare che il responsabile del procedimento autorizzativo
dell’impianto è stato Franco Canepa, a oggi ancora presidente della Olt
Energy Toscana (di cui possiede il 29%), la società impegnata nella
costruzione del rigassificatore offshore di Livorno. Oltre ad essere
stato arrestato con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta, nel 1997, è
citato nell’operazione “mafia e appalti ter” della Procura di Palermo."
Perchè non si trovano soluzioni altrettanto rapide al problema endemico della spazzatura che ormai sommerge la Piana?
Nel tempo della Santa Pasqua e per gli
auguri pasquali da parte di questo
piccolo blog affido la riflessione alla penna
di un uomo del nostro tempo, di cui non rivelo il nome... che comunque, specialmente da due settimane a questa parte, tutti conoscono.
_________________
Si è fatto riferimento
all’evangelizzazione. È la ragion d’essere della Chiesa. “La dolce e
confortante gioia di evangelizzare” (Paolo VI). È lo stesso Gesù Cristo che, da
dentro, ci spinge.
1) Evangelizzare implica zelo apostolico. Evangelizzare presuppone nella Chiesa
diocesana la “parresìa” di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata a uscire
da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma
anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore,
dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del
pensiero, quelle di ogni forma di miseria (di
cui nella piana di Gioia Tauro esiste un campionario infinito... n.d.r.).
2) Quando la Chiesa diocesana non esce da se stessa per evangelizzare
diviene autoreferenziale e allora si ammala (si pensi alla donna curva su se
stessa del Vangelo). I mali che, nel trascorrere del tempo, affliggono le
istituzioni ecclesiastiche hanno una radice nell’autoreferenzialità, in una
sorta di narcisismo teologico.
Nell’Apocalisse, Gesù dice che Lui sta sulla soglia e chiama. Evidentemente il
testo si riferisce al fatto che Lui sta fuori dalla porta e bussa per entrare...
Però a volte penso che Gesù bussi da
dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di
tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire.
3 ) La Chiesa, quando è autoreferenziale, senza rendersene conto, crede di
avere luce propria; smette di essere il “mysterium lunae” e dà luogo a quel
male così grave che è la mondanità spirituale (secondo De Lubac, il male peggiore in cui può incorrere
la Chiesa): quel vivere per darsi gloria
gli uni con gli altri. Semplificando, ci sono due immagini di Chiesa: la
Chiesa evangelizzatrice che esce da se stessa; quella del “Dei Verbum
religiose audiens et fidenter proclamans” (la
Chiesa che religiosamente ascolta e fedelmente proclama la Parola di Dio –
ndr), o la Chiesa mondana che vive in sé, da sé, per sé. Questo deve
illuminare i possibili cambiamenti e riforme da realizzare per la salvezza
delle anime.
________________________
Con questa bella immagine di Gesù che bussa anche per entrare in questa
Piana oppressa da mille problemi o per uscire dalle porte dei palazzi del conformismo e dei poteri piccoli o grandi in cui lo abbiamo imprigionato, con la voglia di aprirgli e di incontrarlo davvero, auguro a tutti
Ho respirato oggi un po' dovunque, a Oppido, come a Gioia, a Taurianova o Polistena, un'esultanza comune per l'elezione del nuovo Papa: è l'acclamazione spontanea di chi vede nel nuovo Sommo Pontefice colui che viene dal mondo dell'emigrazione ,che tanto ha segnato questi paesi nel tempo ed ancora oggi, colui che conosce la fatica, i sacrifici e le sofferenze della povertà da cui sono segnate le favelas argentine, ma anche questi nostri paesi nati in una cornice naturale stupefacente per la sua bellezza, ma cresciuti male e sempre più abbrutiti da mille incurie, da mille soprusi, quasi da una damnatio memoriae che ci induce a distruggere più che a costruire.
Un Papa a cui affidare, dunque, anche le nostre sofferenze e la nostra voglia di riscatto, sulle cui prime parole, dopo l'elezione, il vescovo di questa diocesi così scrive:
"Due
atteggiamenti hanno colpito alla sua prima apparizione: il silenzio
immobile e stupito dinnanzi alla folla oceanica che gremiva Piazza San
Pietro fino a via della Conciliazione e il chiedere al popolo di Roma –
Chiesa, della quale con perfetto richiamo teologico, ha sottolineato essere il
Vescovo – di pregare per lui: che bello e inedito quel suo inchinarsi in
silenzio orante ! È evidente che la sua esperienza in America Latina lo
rende un Papa vicino e in mezzo al popolo nella semplicità e nella
essenzialità dei rapporti.
Sarà
un Pastore particolarmente attento alle esigenze della base con la
dolcezza della Madre e la fortezza del Padre. Il duplice riferimento
alla Madonna esprime la fiducia filiale verso la Madre della Chiesa,
mentre il primo pensiero al predecessore emerito, Benedetto XVI, indica
l’affetto e la stima verso chi lo ha preceduto in un tipo di Magistero e
di vita utile alla Chiesa quanto quello che egli impartirà in modo
diverso ma egualmente efficace.
La
scelta del nome di Francesco sembra richiamare a se stesso il compito
di riparare la Chiesa, di spingerla sulla via della bontà e della
povertà per assimilarla a Cristo sine glossa sulla più pura linea del Vangelo."
Ci piace pensare che il nostro vescovo quando parla di " esigenze della base" che desteranno l'attenzione del nuovo papa voglia riferirsi non ad altre, ma alle esigenze di quel popolo di Dio, che tra i mille problemi di ordine pratico ed economico che oggi lo opprimono, vuole comunque sentirsi parte integrante della Chiesa, al di fuori o al di là di ogni forma di clericalismo di ritorno, che rischia sempre di ripresentarsi sotto mille facce e paradossalmente di precludere ai "lontani" l'avvicinamento alla Chiesa di Cristo e alla sua bellezza.
Mi piace far mia , anzi della Piana, una
lucidissima riflessione postelettorale dell’amico Saverio Pazzano, apparsa in questi giorni su Zoomsud.
“ Questa terra è persa. Bisogna dirselo, se
si vuole riprendersela. Nella retorica del dopo elezioni faccio la conta dei
caduti: un intero popolo facebook pronto all'addio, ad andar esule, a prendere
la via della montagna. Sono battute, ché tutto resterà com'è e l'andar via, se
avverrà, sarà la solita chiamata di mamma emigrazione per cercare lavoro. In
realtà siamo andati via ben prima di andarcene...coi semplici numeri, si
rischia di ficcarsi in ragionamenti sconvenienti. Servono a governare, ma non è
detto che siano il riconoscimento di aver ben governato: a volte esprimono
fiducia, è vero. Ma più spesso sono l'espressione di una terra disperata: che
sommersa dalla spazzatura, abbrutita da un abusivismo incontrollato, bastonata
dalla delinquenza, imbarbarita da un'ignoranza profonda che abita i “palazzi
delle decisioni”, non riesce a immaginarsi diversamente, non ne ha il coraggio.
La resa, prima ancora che abitare nel
tracollo dei vari partiti, si riconosce nel silenzio degli intellettuali e dei
giovani, nei commenti ironici e sarcastici che abbondano online e che però non
sanno farsi, a questa latitudine, stile di vita in grado di scardinare dal di
dentro il sistema. Questa è un'altra forma, più pervicace e nociva, di
contiguità: gli onesti che si lasciano vivere – con un po' di frustrazione-
dentro l'innaturale avaria della giustizia, della politica, della democrazia. È
quanto scriveva Alvaro: “ La disperazione più grave che possa impadronirsi di
una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”. Questa è per me la
sintesi esplicativa di alcuni successi elettorali, anche a venire; questa è la
sintesi di quanto capita di sentire fra molti giovani; questo è il racconto dei
mille e mille precari di qui che, presi per fame e per bisogno, accettano
l'inaccettabile... a chi deve insegnarla?
Forse Alvaro ha profetizzato quel che oggi
è avvenuto. L'ho pensato. Poi ho visto i festeggiamenti dei soliti noti per i
successi elettorali in Calabria, la felicità degli ex e i loro sogni di gloria
e ho capito che ce la faranno ancora e ancora e ancora se si rivotasse domani e
domani e domani l'altro.
Le
cose però stanno così: se c'è spazio per distruggere ce ne deve essere anche
per ricostruire. E sono tornato a sperare..”
Tornare
a sperare anche nella Piana di Gioia Tauro, certo, ma cosa?
Fin
quando la coscienza civica e la passione civile continueranno ad essere
confezionate sotto vuoto o surgelate nelle
sole redazioni dei giornali, nei salotti massonici o in quel che resta di essi, nei talk show
televisivi o nelle sedi dei partiti e
delle cosche malavitose e non verranno invece cucinate, spolpate e condivise nelle aule
delle scuole e delle università, nei magri posti di lavoro che ancora sopravvivono
da queste parti, nel ventre delle case e
delle famiglie oggi frammentate e
avvelenate dai media, ci resterà ben poco da sperare...!
"Nel cuore della Piana di Gioia Tauro, in Calabria, alcuni proprietari di beni confiscati, potrebbero ancora percepire finanziamenti provenienti dall’Unione Europea
sottoforma di “titoli” (plafond finanziario annuo che il produttore può
ottenere indipendentemente dalla produzione) proprio per gli stessi
terreni che lo Stato gli ha sottratto. Il presidente della cooperativa
sociale, “Giovani in vita”, Domenico Luppino, ne è
convinto. Tanto da aver chiesto alle istituzioni, ed in particolare
all’Agenzia nazionale per i beni confiscati, che ha sede proprio a
Reggio Calabria, maggiori chiarimenti in merito alla questione. Ad oggi
nessuna risposta.
Tutto nasce quando il Comune di Oppido Mamertina, decide di assegnare alla cooperativa 8 ettari di terreni agricoli di natura uliveto in località Castellace, confiscati al clan Mammoliti.
Non appena i terreni sono stati assegnati alla cooperativa di Luppino,
quest’ultimo si è recato presso un Centro Assistenza Agricola per
richiedere di inoltrare – come previsto dalle normative di politica
agricola comunitaria – la domanda di aiuto economico. Ma, in quella
sede, la risposta è stata che non si poteva procedere con tale richiesta
perché sui terreni confiscati che erano stati affidati in gestione alla
cooperativa, “terze persone continuavano a percepire gli aiuti
economici”.
Dunque le stesse persone alle quali era stato
sequestrato il bene o loro prestanome, continuano a ricevere aiuti
comunitari erogati da un ente dello Stato (Agea o Arcea, il primo
statale, il secondo regionale). Alla cooperativa sociale, per capirci,
vengono assegnati i beni, la stessa ha l’onere di coltivarli, tenerli in
ordine, occuparsi della raccolta dei frutti (olive in questo caso),
lavorare con tutti i rischi che implica la gestione di un bene che fu
dei boss. Mentre a chi quel bene è stato sottratto, resta la facoltà di
intascarsi gli aiuti economici che, sostanzialmente, sono da sempre
utili a integrare il reddito dell’agricoltore e proteggerlo da eventuali
rischi insiti nel mondo della produzione agricola. A nulla sono servite
le richieste d’aiuto di Luppino in questo senso. Né l’Agenzia dei beni
confiscati ha risposto alle tante sollecitazioni. La denuncia non è
servita neppure a fare un controllo su quei terreni per capire come
stanno davvero le cose.
Succede in Calabria, come potrebbe
accadere in ogni altro paese d’Italia. Così come accade che Luppino, che
con la sua cooperativa gestisce anche altri beni confiscati a Limbadi, a
Varapodio e a Sinopoli, rimanga isolato nella sua battaglia di
legalità. “Giovani in vita” nasce come iniziativa
socio-economica sul Piano Operativo Nazionale per lo sviluppo del
Mezzogiorno d’Italia 2002–2006, un accordo di programma che ha lo scopo
di recuperare proprio le persone che sono state in carcere per reati
minori o appartenenti a famiglie mafiose. L’unico modo per Luppino,
allora sindaco di Sinopoli, di fare qualcosa di concreto in un
territorio ad alta densità mafiosa. L’antimafia calabrese ha preso le
distanze da questa realtà, soprattutto a seguito della relazione di
scioglimento del Comune di Reggio Calabria che cita anche il Consorzio
Terre del Sole (di cui faceva parte “Giovani in vita”), accusato di
ricevere ingerenze da parte della criminalità organizzata. Non sono
state prese in considerazione le innumerevoli intimidazioni – anche
piuttosto gravi – che ha dovuto subire la cooperativa in tanti anni di
attività. Luppino,
nonostante tutto, non si scoraggia e dice: “Chi ha paura e chi deve
nascondere qualcosa si ferma. Chi no va avanti”. E va avanti anche in un
territorio in cui di antimafia spesso “si campa”.
Nel territorio della diocesi di Hagia Agathe succedeva anche questo nel lontano A.D. 2013, ma i quotidiani locali, gli esperti e ch.mi maestri dei mille convegni sulla legalità non ne parlavano...