giovedì 25 aprile 2013

SE E’ VERO CHE EVANGELIZZARE LA PIANA SIGNIFICA ANCHE RISCATTARE UNA GENTE ABBANDONATA A SE STESSA DALLE ISTITUZIONI CIVILI...

di Bruno Demasi

     Nel clima festoso ( per chi ancora ci tiene almeno un po’) della Festa della Liberazione sorge  la domanda di sempre: riscattare una terra, una gente – quella della Piana – dal sopruso, dall’intrigo mafioso e non, dall’abbandono sociale e culturale è possibile anche attraverso una sana opera di rievangelizzazione?
     E, per contro, evangelizzare significa  anche da  queste parti avere a cuore il superamento della nuova barbarie in cui, per tanti versi, scade quotidianamente  questa terra nel silenzio distratto o addirittura complice di tante  espressioni istituzionali e non?
     Riflettiamo  con umiltà ... sulle orme  di Paolo e con un occhio alla nostra Costituzione.
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    E’ evidente che la nuova evangelizzazione della Piana   non può ridursi a un “risanamento” etico pianificabile a tavolino , essa, piuttosto, va realizzata da persone  disponibili, senza interessi personali e senza riserve, a testimoniare la novità redentrice dei Risorto di fronte a coloro che, pur avendola già sperimentata, l’hanno dimenticata e davanti a coloro che, non essendo riusciti ancora a recepirne l’an­nuncio, non la conoscono.
    Dunque , se  evangelizzare è  compito dei “movimenti ecclesiali ” operanti sulla Piana ( una percentuale irrisoria di  battezzati, cui spesso nelle parrocchie o si tarpa la voce o si delega  semplicisticamente, per pigrizia,  tutto l’annuncio) e  in generale dei laici fedeli al loro laicato e non in cerca di scimmiottare o addirittura di pensare di sostituirsi al clero, compito è  anche e soprattutto di coloro che continuano la missione evangelizzatrice, che fu prima di Cristo stesso e poi dei Dodici e dei loro più intimi collaboratori: i presbiteri  “apostoli per vocazione ” (cf.  Rm 1, 1 ).
     E’ proprio dei presbiteri l’annuncio del Vangelo e la presidenza nella celebrazione dei sacramenti, la quale fonda pure la loro irrinunciabile presidenza nella carità pastorale.  Questi ministeri del presbitero non sono separati e contrapposti, ma intimamente coerenti.  Per cui i sacramenti — soprattutto l’Eucarestia, che è “ fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione” (Presbyterorum  ordinis, 5) –, che proclamano e riattualizzano la Pasqua del Signore, altro non sono che la forma più pregnante in cui la Parola che salva si realizza nella vita della Chiesa e di ciascun suo membro. In altri termini, come in molti sottolineano, baste­rebbe questa considerazione per far risaltare che il presbitero è, costitutivamente, un arte­fice essenziale della nuova evangelizzazione in seno alla comunità ecclesia­le; il suo ministero di “liturgo” sembra il massimo grado di (ri)evangelizzazione, sem­pre nuova e salvifica, che ricorda continua­mente ai cristiani di essere dei salvati in Cri­sto Gesù.
     Ma un tale “profilo” del presbitero evangeliz­zatore esige una permanente verifica e un costante confronto con i “connotati” di coloro che, “apostoli per vocazione”, furono i primi evangelizzatori. Qui ci piace riferirci soprattutto a Paolo, il primo evangelizzatore di queste terre, con cui peraltro inizia l’evangelizzazione dell’Eu­ropa e di cui sorprende sempre la modernità nella comunicazione e nell’annuncio.
     Ad Atene, ad esempio, egli  tiene il discorso dell’areopago  davanti a persone che hanno solo una vaga credenza nella divinità e che confidano nelle filosofie più in voga .  Paolo svela loro l’identità del “Dio ignoto”, procla­mando il Vangelo del Risorto: “Quello che voi non conoscete, io ve lo annuncio” (At 17,23).  Ma lo fa con discrezione e secondo le catego­rie neotiche e terminologiche di quei pagani, avvertendo nella loro indefinita religiosità una sorta di inquietudine, un anelito alla VeritàE tuttavia senza irenismo culturale, perchè      l’irenismo e il clericalismo, da qualunque parte provengano, restano i mali sottili che impediscono o ritardano o inquinano una sana opera di rievangelizzazione , come sovente accade nella nostra Piana.
     Paolo sa che la novità del Cristo non può essere argomen­tata, ma semplicemente narrata e testimonia­ta. Ciò nonostante fallisce; ma non disarma.  Anzi, il fallimento di Atene lo conferma nella convinzione che ai nuovi interlocutori la Buona Novella dev’essere annunciata in tutta la sua apparente stoltezza, così come ai Giudei essa è proclamata in tutta la sua por­tata di scandalo. Uno scandalo o una insi­pienza che non può essere stemperata  con gli orpelli retorici della sapien­za fine a se stessa (cf. 1 Cor 1,17-2,7) o con l’allestimento di eventi “religiosi” fini a se stessi.
   Paolo resta fedele all’annuncio che sente di dover fare ad ogni costo: “Tutto io faccio per il Vangelo” (1 Cor 9,23).  Privo di ogni interesse che non sia quello di “predicare gratuitamente il Vangelo”, egli annuncia la novità evangelica, in modo sempre nuovo, alle varie categorie di persone che incontra: “coloro che sono sotto la legge”, “coloro che non hanno legge”, “coloro che sono deboli” (Tre categorie di persone particolarmente presenti nella nostra terra).  E, lungi da ogni trasformismo tornacontistico e da ogni camaleontica ipocri­sia, egli si fa compagno di strada di tutte que­ste persone: si sottopone alla legge, si procla­ma un senza legge, si fa debole e servo di tutti (cf.  1 Cor 9,18-22). 
      L’esperienza  di Paolo coincide, ancora oggi, a dispetto dei secoli trascorsi, con l’esperienza del presbitero operatore della nuova evangelizzazione anche  nella Piana: in un’epoca in cui la cultura ( o quel che ne resta) sembra aver dimenticato anche dalle nostre parti  le sue radici cristia­ne e di aver conosciuto Dio e il suo Amore, il prete deve ancora evangelizzare, proclaman­do la Verità di cui vive — ma che non possie­de da se stesso — e offrendola umilmente come dono gratuito a tutti.  In questo senso il suo stile di vita deve arricchirsi di due carat­teristiche apostoliche e missionarie impre­scindibili: la parresia. ossia la franchezza, l’audacia, l’abnegazione, l’entusiasmo (cfr. la asthéneia, ossia la debolezza del servo fedele in cui parados­salmente può operare la potenza di Dio (cf. 2 Cor 12,10).
    Da buon “ministro”, il presbitero evangelizzatore non si limita a fungere da gestore del sacro e di regista di eventi più o meno esteriori, ma compie una vera diaconìa nel nome di Cristo Gesù: attingere dalla giara e versare nelle coppe di chi ha veramente  sete , non solo nelle coppe di chi fa anche carte false per sedersi  ai primi posti nelle nostre “sinagoghe”.
   

domenica 14 aprile 2013

NELLA TERRA DEI MIRACOLI TRA TANTI RITARDI CI SONO ANCHE VELOCI SORPRESE...

 di Bruno Demasi
Annotava il Fatto Quotidiano qualche settimana fa:"Nel decreto sviluppo licenziato dal governo Monti, c’è anche una patata bollente per la Calabria. Ovvero il via libera  al Rigassificatore di San Ferdinando, un colosso di oltre 47 ettari che vale 1 miliardo e 200 milioni di euro, in grado di riportare allo stato gassoso 12 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto ogni anno. L’articolo 38 del testo supera le prescrizioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici che, per ben due volte, aveva bocciato l’opera proprio perché gli studi presentati risultano “incompleti e non definiti con l’estensione e gli approfondimenti necessari all’espressione di un compiuto parere sulla fattibilità dell’opera”. 

      
L’organo davvero “tecnico” della questione, infatti, ha evidenziato il fatto che il territorio in cui dovrà sorgere la mega struttura è una delle maggiori aree a rischio sismico del Paese. Esattamente come accadde per
l’Ilva di Taranto il governo ha messo in piedi una norma ad aziendam, questa volta per agevolare la LNG MedGas, l’unica azienda accreditata in Italia a fare operazioni di questo tipo. Dietro la sigla LNG ci sono altre due società importanti: la Med Gas Italia e la Fin Gas che detiene il 70% delle azioni e che è composta da Iride e dalla Sorgenia della famiglia De Benedetti.
     I sindaci del comprensorio sono sul piede di guerra, tanto che durante una riunione per discutere sulla questione, il primo cittadino di San Ferdinando, Domenico Madaffari, ha minacciato che non si recherà alle urne, per l’indifferenza che la politica ha dimostrato in merito all’argomento e nonostante, fino a poco tempo fa, avesse accolto a braccia aperte la candidata del suo partito, Rosy Bindi. Il comitato “San Ferdinando in movimento”, che da anni si batte contro la costruzione della struttura, spiega che “solo in Italia, e solo in questo momento di debolezza istituzionale con conseguente tracotanza dei poteri forti, accade che per superare le stringenti prescrizioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici in materia di sicurezza di quell’impianto folle e inutile, qual è il Rigassificatore della Piana, non si obblighi l’azienda costruttrice alla revisione del progetto o, meglio ancora, ad abbandonare il campo con la coda tra le gambe, bensì si silenzi, in pieno stile montiano, l’unico organo davvero tecnico che finora, facendo anche le veci dell’ente regionale e di quelli strettamente locali, era riuscito a tutelarci”.
    
  È impensabile, affermano gli oppositori del progetto, che di fronte ai due pareri negativi da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici, non esista una valutazione d’impatto ambientale, ma solo uno studio della stessa LNG in cui non si prevede la presenza del vicino inceneritore, oggi in via di raddoppio. E nonostante il centro abitato sorga a pochi passi e a soli 100 metri vi sia la scuola di San Ferdinando. Inoltre le condotte di questo mega impianto arriverebbero fino a mare. Sulla spiaggia, come da progetto, dovrebbe sorgere un ponte di attracco per le navi che, però, non darebbe fastidio dato che, come suggeriscono i sapienti “tecnici” (questa volta la commissione regionale), si tratta di un pontile di vernice metallizzata, praticamente “invisibile all’occhio nudo” se non in particolari ore del giorno, a seconda dell’intensità della luce del sole. Manca, invece, come previsto dall’articolo 7 del Codice dell’Ambiente, la valutazione ambientale strategica (VAS). Indispensabile in procedimenti di questo tipo e su cui si dibatte da anni.
      Il decreto sviluppo nasconde anche la vera ratio dell’iniziativa: creare una hub di transito e smercio del gas.    Un eccesso strutturale dal punto di vista dell’offerta dato che il gas prodotto sarebbe molto più di quello che serve e dunque dovrebbe essere necessariamente smistato verso il Nord Europa. Così che l’Italia, possa finalmente viaggiare su due piattaforme di gas. Scongiurando il rischio sismico che potrebbe avere conseguenze drammatiche.
      In ultimo, giova ricordare che il responsabile del procedimento autorizzativo dell’impianto è stato Franco Canepa, a oggi ancora presidente della Olt Energy Toscana (di cui possiede il 29%), la società impegnata nella costruzione del rigassificatore offshore di Livorno. Oltre ad essere stato arrestato con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta, nel 1997, è citato nell’operazione “mafia e appalti ter” della Procura di Palermo."
    Perchè non si trovano soluzioni altrettanto rapide al problema endemico della spazzatura che ormai sommerge la Piana?

giovedì 28 marzo 2013

EVANGELIZZARE LA PIANA


  di Bruno Demasi
 Nel tempo della Santa Pasqua e per gli auguri pasquali da parte di  questo piccolo blog affido la riflessione alla penna  di un uomo del nostro tempo, di cui non rivelo il nome... che comunque, specialmente da  due settimane  a questa parte, tutti conoscono.


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       Si è fatto riferimento all’evangelizzazione. È la ragion d’essere della Chiesa. “La dolce e confortante gioia di evangelizzare” (Paolo VI). È lo stesso Gesù Cristo che, da dentro, ci spinge.

1) Evangelizzare implica zelo apostolico. Evangelizzare presuppone nella Chiesa diocesana la “parresìa” di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mi­stero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e del­l’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria (di cui nella piana di Gioia Tauro esiste un campionario infinito... n.d.r.).


2) Quando la Chiesa diocesana  non esce da se stessa per evangelizzare diviene au­toreferenziale e allora si ammala (si pensi alla donna curva su se stessa del Vangelo). I mali che, nel trascorrere del tempo, affliggono le istitu­zioni ecclesiastiche hanno una radice nell’autoreferenzialità, in una sor­ta di narcisismo teologico. Nell’Apocalisse, Gesù dice che Lui sta sulla soglia e chiama. Evidentemente il testo si riferisce al fatto che Lui sta fuori dalla porta e bussa per en­trare... Però a volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire.

3 ) La Chiesa, quando è autoreferenziale, senza rendersene conto, crede di avere luce propria; smette di essere il “mysterium lunae” e dà luogo a quel male così grave che è la mondanità spirituale (secondo De Lubac, il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa): quel vivere per darsi glo­ria gli uni con gli altri. Semplificando, ci sono due immagini di Chiesa: la Chiesa evangeliz­zatrice che esce da se stessa; quella del “Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans” (la Chiesa che religiosamen­te ascolta e fedelmente proclama la Parola di Dio – ndr), o la Chiesa mondana che vi­ve in sé, da sé, per sé. Questo deve illuminare i possibili cambiamenti e riforme da realizzare per la salvezza delle anime.


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        Con questa bella immagine di Gesù che bussa anche  per entrare in  questa Piana oppressa da mille problemi o per uscire dalle porte dei palazzi del conformismo e dei poteri piccoli o grandi  in cui lo abbiamo imprigionato, con la voglia di aprirgli e  di incontrarlo davvero, auguro a tutti



Buona Pasqua!

giovedì 14 marzo 2013

LA DIOCESI SI ASSOCIA ALL'ESULTANZA COMUNE PER L'ELEZIONE DI PAPA FRANCESCO

        di Bruno Demasi
  Ho respirato oggi un po' dovunque, a Oppido, come a Gioia, a Taurianova o Polistena, un'esultanza comune per l'elezione del nuovo Papa: è l'acclamazione spontanea di chi vede nel nuovo Sommo Pontefice colui che viene dal mondo dell'emigrazione ,che tanto ha segnato questi paesi nel tempo ed ancora oggi,  colui che conosce la fatica,  i sacrifici e le sofferenze  della povertà da cui sono segnate le favelas argentine, ma anche questi nostri paesi nati in una cornice naturale stupefacente per la sua bellezza, ma cresciuti male e sempre più abbrutiti da mille incurie, da mille soprusi, quasi da una damnatio memoriae che ci induce a distruggere più che a costruire.
  Un Papa a cui affidare, dunque, anche le nostre sofferenze e la nostra voglia di riscatto, sulle cui prime parole, dopo l'elezione, il vescovo di questa diocesi così scrive:

"Due atteggiamenti hanno colpito alla sua prima apparizione: il silenzio immobile e stupito dinnanzi alla folla oceanica che gremiva Piazza San Pietro fino a via della Conciliazione e il chiedere al popolo di Roma – Chiesa, della quale con perfetto richiamo teologico, ha sottolineato essere il Vescovo – di pregare per lui: che bello e inedito quel suo inchinarsi in silenzio orante ! È evidente che la sua esperienza in America Latina lo rende un Papa vicino e in mezzo al popolo nella semplicità e nella essenzialità dei rapporti.
Sarà un Pastore particolarmente attento alle esigenze della base con la dolcezza della Madre e la fortezza del Padre. Il duplice riferimento alla Madonna esprime la fiducia filiale verso la Madre della Chiesa, mentre il primo pensiero al predecessore emerito, Benedetto XVI, indica l’affetto e la stima verso chi lo ha preceduto in un tipo di Magistero e di vita utile alla Chiesa quanto quello che egli impartirà in modo diverso ma egualmente efficace.
La scelta del nome di Francesco sembra richiamare a se stesso il compito di riparare la Chiesa, di spingerla sulla via della bontà e della povertà per assimilarla a Cristo sine glossa sulla più pura linea del Vangelo."

    Ci piace pensare  che  il nostro vescovo quando parla di " esigenze della base" che desteranno l'attenzione del nuovo papa voglia riferirsi non ad altre, ma alle esigenze di quel popolo di Dio, che tra i mille problemi  di ordine pratico ed economico che oggi lo opprimono, vuole  comunque sentirsi parte integrante della Chiesa, al di fuori o al di là di ogni forma di clericalismo di ritorno, che rischia sempre di ripresentarsi sotto mille facce e paradossalmente  di precludere ai "lontani" l'avvicinamento alla Chiesa di Cristo e alla sua bellezza.

 

venerdì 8 marzo 2013

LA TERRA PERSA TRA DISPERAZIONE E SPERANZA ... (una riflessione postelettorale)


  (di Bruno Demasi)
 Mi piace far mia , anzi della Piana, una lucidissima riflessione postelettorale dell’amico Saverio Pazzano, apparsa  in questi giorni su Zoomsud.


    “ Questa terra è persa. Bisogna dirselo, se si vuole riprendersela. Nella retorica del dopo elezioni faccio la conta dei caduti: un intero popolo facebook pronto all'addio, ad andar esule, a prendere la via della montagna. Sono battute, ché tutto resterà com'è e l'andar via, se avverrà, sarà la solita chiamata di mamma emigrazione per cercare lavoro. In realtà siamo andati via ben prima di andarcene...coi semplici numeri, si rischia di ficcarsi in ragionamenti sconvenienti. Servono a governare, ma non è detto che siano il riconoscimento di aver ben governato: a volte esprimono fiducia, è vero. Ma più spesso sono l'espressione di una terra disperata: che sommersa dalla spazzatura, abbrutita da un abusivismo incontrollato, bastonata dalla delinquenza, imbarbarita da un'ignoranza profonda che abita i “palazzi delle decisioni”, non riesce a immaginarsi diversamente, non ne ha il coraggio.

     La resa, prima ancora che abitare nel tracollo dei vari partiti, si riconosce nel silenzio degli intellettuali e dei giovani, nei commenti ironici e sarcastici che abbondano online e che però non sanno farsi, a questa latitudine, stile di vita in grado di scardinare dal di dentro il sistema. Questa è un'altra forma, più pervicace e nociva, di contiguità: gli onesti che si lasciano vivere – con un po' di frustrazione- dentro l'innaturale avaria della giustizia, della politica, della democrazia. È quanto scriveva Alvaro: “ La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”. Questa è per me la sintesi esplicativa di alcuni successi elettorali, anche a venire; questa è la sintesi di quanto capita di sentire fra molti giovani; questo è il racconto dei mille e mille precari di qui che, presi per fame e per bisogno, accettano l'inaccettabile... a chi deve insegnarla?

     Forse Alvaro ha profetizzato quel che oggi è avvenuto. L'ho pensato. Poi ho visto i festeggiamenti dei soliti noti per i successi elettorali in Calabria, la felicità degli ex e i loro sogni di gloria e ho capito che ce la faranno ancora e ancora e ancora se si rivotasse domani e domani e domani l'altro.

     Le cose però stanno così: se c'è spazio per distruggere ce ne deve essere anche per ricostruire. E sono tornato a sperare..”


   Tornare a sperare anche nella Piana di Gioia Tauro, certo, ma  cosa?

  Fin quando la coscienza civica e la passione civile continueranno ad essere confezionate sotto vuoto o surgelate  nelle sole redazioni dei giornali, nei salotti massonici o  in quel che resta di essi, nei talk show televisivi  o nelle sedi dei partiti e delle cosche malavitose e non verranno invece  cucinate, spolpate e condivise nelle aule delle scuole e delle università, nei magri posti di lavoro che ancora sopravvivono da queste parti, nel ventre  delle case e delle famiglie  oggi frammentate e avvelenate dai media, ci resterà ben poco da sperare...!


mercoledì 6 marzo 2013

UNA DELLE TANTE STORIE SUI TERRENI CONFISCATI NELLA PIANA

 (di Bruno Demasi)
Dal "Fatto quotidiano" di oggi:

"Nel cuore della Piana di Gioia Tauro, in Calabria, alcuni proprietari di beni confiscati, potrebbero ancora percepire finanziamenti provenienti dall’Unione Europea sottoforma di “titoli” (plafond finanziario annuo che il produttore può ottenere indipendentemente dalla produzione) proprio per gli stessi terreni che lo Stato gli ha sottratto. Il presidente della cooperativa sociale, “Giovani in vita”, Domenico Luppino, ne è convinto. Tanto da aver chiesto alle istituzioni, ed in particolare all’Agenzia nazionale per i beni confiscati, che ha sede proprio a Reggio Calabria, maggiori chiarimenti in merito alla questione. Ad oggi nessuna risposta.

   Tutto nasce quando il Comune di Oppido Mamertina, decide di assegnare alla cooperativa 8 ettari di terreni agricoli di natura uliveto in località Castellace, confiscati al clan Mammoliti. Non appena i terreni sono stati assegnati alla cooperativa di Luppino, quest’ultimo si è recato presso un Centro Assistenza Agricola per richiedere di inoltrare – come previsto dalle normative di politica agricola comunitaria – la domanda di aiuto economico. Ma, in quella sede, la risposta è stata che non si poteva procedere con tale richiesta perché sui terreni confiscati che erano stati affidati in gestione alla cooperativa, “terze persone continuavano a percepire gli aiuti economici”.
      Dunque le stesse persone alle quali era stato sequestrato il bene o loro prestanome, continuano a ricevere aiuti comunitari erogati da un ente dello Stato (Agea o Arcea, il primo statale, il secondo regionale). Alla cooperativa sociale, per capirci, vengono assegnati i beni, la stessa ha l’onere di coltivarli, tenerli in ordine, occuparsi della raccolta dei frutti (olive in questo caso), lavorare con tutti i rischi che implica la gestione di un bene che fu dei boss. Mentre a chi quel bene è stato sottratto, resta la facoltà di intascarsi gli aiuti economici che, sostanzialmente, sono da sempre utili a integrare il reddito dell’agricoltore e proteggerlo da eventuali rischi insiti nel mondo della produzione agricola. A nulla sono servite le richieste d’aiuto di Luppino in questo senso. Né l’Agenzia dei beni confiscati ha risposto alle tante sollecitazioni. La denuncia non è servita neppure a fare un controllo su quei terreni per capire come stanno davvero le cose.
      Succede in Calabria, come potrebbe accadere in ogni altro paese d’Italia. Così come accade che Luppino, che con la sua cooperativa gestisce anche altri beni confiscati a Limbadi, a Varapodio e a Sinopoli, rimanga isolato nella sua battaglia di legalità. “Giovani in vita” nasce come iniziativa socio-economica sul Piano Operativo Nazionale per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia 2002–2006, un accordo di programma che ha lo scopo di recuperare proprio le persone che sono state in carcere per reati minori o appartenenti a famiglie mafiose. 
     L’unico modo per Luppino, allora sindaco di Sinopoli, di fare qualcosa di concreto in un territorio ad alta densità mafiosa. L’antimafia calabrese ha preso le distanze da questa realtà, soprattutto a seguito della relazione di scioglimento del Comune di Reggio Calabria che cita anche il Consorzio Terre del Sole (di cui faceva parte “Giovani in vita”), accusato di ricevere ingerenze da parte della criminalità organizzata. Non sono state prese in considerazione le innumerevoli intimidazioni – anche piuttosto gravi – che ha dovuto subire la cooperativa in tanti anni di attività. Luppino, nonostante tutto, non si scoraggia e dice: “Chi ha paura e chi deve nascondere qualcosa si ferma. Chi no va avanti”. E va avanti anche in un territorio in cui di antimafia spesso “si campa”.

    Nel territorio della diocesi di Hagia Agathe succedeva anche questo nel lontano A.D. 2013, ma i quotidiani locali, gli esperti e ch.mi  maestri dei mille convegni sulla legalità  non ne parlavano...

...e non solo loro!!! 

domenica 3 febbraio 2013

NON UNA, MA 365 GIORNATE PER LA VITA ALL'ANNO NELLA PIANA DI GIOIA TAURO

di Bruno Demasi
 Se ci si affaccia a dare uno sguardo disincantato allo stupendo panorama della Piana /Hagia Agathe, ci si accorge che  la "Giornata per la Vita" ,  celebrata il 3 febbraio, al pari di tante altre " giornate" dedicate, ricorre una volta all'anno e vede in ambito ecclesiale l'organizzazione di qualche evento più o meno stucchevole, di cui non rimane eco, nemmeno sbiadita , già dopo 24 ore. Ed a nulla vale l'impegno, certamente lodevole, di tanti operatori che a vario titolo collaborano nelle parrocchie o nei "luoghi" ecclesiali: ai piccoli, ai giovani di questa, come di tante altre giornate che piovono dall'alto, non rimane nulla. Sono lezioncine prefabbricate, fini a se stesse, prive di impatto nel quotidiano e nel vissuto individuale e sociale.
   Contano, o conterebbero , molto di più gli esempi, le testimonianze, i valori quotidiani e concreti  di lotta costante e forte alla cultura della morte che ancora intride la piana di gioia Tauro ( ci siamo chiesti quanti omicidi e quanti casi di lupara bianca si sono accumulati nel 2012 appena trascorso?).
    Contano, o conterebbero, molto di più le denunce ad alta voce - anche da parte ecclesiale, perchè no? - del marasma di compromessi col potere ambiguo di certi potentati politici e delle loro emanazioni  e/o ispirazioni ndanghetistiche ( ci siamo chiesti perchè non nasce ancora l'ospedale della Piana, perchè in quel che resta degli ospedali della Piana prospera più che mai la macchina degli aborti o  operchè su queste campagne e in questi paesi non vengono  più costruite o ricostruite le strade?);
   Contano forse , o conterebbero, molto di più esempi concreti di vita, trasparenza gestionale, pulizia a tutti i livelli di vita sociale e, sotto certi aspetti periferici, anche ecclesiale.
   A quando le vere 365 giornate l'anno per la Vita nella Piana?