mercoledì 31 gennaio 2024

UN BRANCO DI ALUNNI DISTRATTI , BRANCALEONE E CESARE PAVESE ( di Bruno Demasi)

     Quell’anno oltre che Materie Letterarie nella mia seconda insegnavo anche Storia ed Educazione civica e Geografia in una terza classe di appena 16 ragazzi e ragazze che , secondo i programmi del tempo, non avevo avuto come alunni né in prima né in seconda. Erano pigri, sboccati, sonnolenti e le cinque ragazze , in netta minoranza, avevano sempre l’aria di volersene stare in disparte, sedute vicinissime, in fondo all’aula ricavata con dei fogli di faesite da un “salone” della scuola. La lezione di Geografia sembrava progressivamente interessarli solo quando arrivammo a trattare del continente americano, ma non più di tanto. La lezione di Storia, invece, malgrado tutte le attenzioni e gli espedienti usati, li trovava assolutamente distanti: sbadigliavano rumorosamente, quando non litigavano come selvaggi, a parte quei pochi che sembravano interessati ai moti e poi alle battaglie risorgimentali. Fui costretto a risolvere tutto il Risorgimento entro il mese di febbraio, riproponendomi di dedicare almeno gli ultimi tre mesi alla storia contemporanea. Ma anche quando si trattò della I guerra mondiale la situazione continuò a persistere e a nulla valsero le uscite di classe, tra cui quella dedicata a leggere le testimonianze della Guerra sul territorio: la visita al monumento in Piazzetta e la lettura dei nomi dei caduti li lasciò indifferenti. E arrivammo a parlare del Fascismo e di tutte le sue aberrazioni: qualcuno in più rispetto ai soliti aprì un occhio per richiuderlo quasi subito. Mi ricordai di colpo  del mio antico desiderio di andare a Brancaleone sulle tracce dell’esilio di Cesare Pavese e concepii di portarci quasi per sfida proprio questi alunni: una sfida alla loro palude. Per prepararli pensai di proporre alla collega di Italiano di far leggere loro qualche brano o qualche poesia di questo scrittore di cui io  avevo letto e riletto tutto, ma la sua risposta mi gelò:

- Nell’antologia in uso di Pavese non c’è una riga, e io già stento a far imparare a questi pelandroni qualche riga di Manzoni e qualche verso di Leopardi e non so come ci combineremo agli esami. Figurarsi se mi mettessi a perdere tempo con Pavese…

   Lì per lì pensai di rinunciare, ma nei giorni successivi la nostalgia di Pavese e di Brancaleone torno’ impetuosa. Proposi al preside una gita di tutte le terze a Locri per visitare scavi e antiquarium e per approfittarne per fare una capatina nella casa dell’esilio dello scrittore a Brancaleone, ma la reazione dei colleghi fu abnorme: la gita doveva farsi almeno a Rimini altro che a Locri! Decisi di chiedere al comune di Oppido di accompagnare gratuitamente la sola terza classe a Brancaleone in una mattinata e , dopo tante insistenze, il sindaco del tempo accondiscese.

   Dopo tutte le formalità necessarie e i permessi dei genitori, si partì: pioveva a dirotto quella mattina, ma “loro” , gli undici campioni e le cinque campionesse di dormiveglia e di litigi rumorosi, erano più pimpanti che mai, armati di radioline, macchine fotografiche e soprattutto panini. Avevo con me due o tre Oscar Mondadori di Cesare Pavese e dopo  parecchi chilometri di strada, all’improvviso, sovrastando la musichetta di una radiolina, cominciai provocatoriamente a leggere a voce alta:

- "Chi non è geloso anche delle mutandine della sua bella, non è innamorato."

    La frase ad effetto tratta dal “Mestiere di vivere” li destabilizzò di colpo: ammutolirono, poi qualcuno ridacchiò, infine risero tutti a crepapelle dandosi delle grandi spinte che fecero urlare imbestialito l’autista dello scuolabus.

    Sulla gelosia, provocato ad arte da me, il dibattito diventò subito rovente fino a quando una delle cinque damigelle ebbe il coraggio di domandare se Pavese fosse geloso della sua fidanzata. E qui fu possibile introdurre il discorso che premeva di più:

- Pavese – dissi – non è più vivo. Stiamo andando a visitare a Brancaleone la casa in cui visse in esilio durante il Fascismo. Chi di voi vuole leggere queste poche righe sulla sua vita?

   Nessuno alzò la mano e fui costretto a rivolgermi a colui che, qualche momento prima, era stato il più acceso e sfegatato fautore della gelosia maschile, intimandogli:

- Prima volevi parlare praticamente solo tu, ora leggi! Sono solo poche righe:

E lesse! 

“Tutto ha inizio nelle Langhe, a Santo Stefano Belbo, dove Cesare Pavese nasce nel 1908, tra quelle colline che ricorrono con tanta frequenza nelle sue opere. Nonostante il suo indugiare sulle proprie origini contadine, è a Torino che trascorre l'infanzia e compie gli studi. Sempre a Torino inaugura una fertile collaborazione con la casa editrice Einaudi, scopre la letteratura americana e contribuisce a diffonderla in Italia. Ed è lì, infine, che la sera del 27 agosto 1950, in una camera dell'Hotel Roma, viene ritrovato il suo corpo senza vita, insieme a un ultimo biglietto: «Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Si compie così il capitolo finale di un'esistenza faticosa, insidiata da un senso costante di inadeguatezza e segnata da una profonda solitudine … e dal rapporto travagliato e ambiguo con il mondo politico, il confino a Brancaleone Calabro sotto il regime fascista, l'amore non corrisposto per Tina e le cocenti delusioni sentimentali... Un artista tormentato e complesso…sopraffatto dal dolore della vita…”

    Temevo che avrebbero sbadigliato e non sbadigliarono; che avrebbero riso, e non risero… In compenso affiorarono subito molte domande, prima timide, via via sempre più curiose e aperte:

- Ma davvero si è ucciso?
- E perché fu mandato al confino?
- Che aveva fatto?
- E perché i fascisti confinavano gli scrittori?
- E perché fu mandato a Brancaleone?
- Dove si trova Brancaleone?
- E a Brancaleone vedremo ancora qualcosa?

    Erano le stesse domande che mi ero posto io alcuni anni prima quando avrei voluto scrivere proprio su Pavese la mia tesi di laurea, ma erano soprattutto  campanelli di attenzione che facevano musica alle mie orecchie:…forse stavano uscendo almeno per un momento dal loro letargo.

Ne approfittai per continuare a leggere a voce alta, stavolta io:

- “ Il 13 Maggio 1935 circa duecento intellettuali antifascisti vengono fermati dalla polizia fascista. Tra questi c’è anche Cesare Pavese e tutta la redazione della rivista La Cultura. La polizia fa irruzione nell’appartamento di Pavese e trova alcune lettere di Altiero Spinelli. Tanto basta per essere accusato di essere un antifascista e di avere collegamenti con il movimento Giustizia e libertà e, per questo, arrestato e condannato a tre anni di confino a Brancaleone, in Calabria…probabilmente Pavese sacrifica la sua incolumità per proteggere Tina Pizzardo, la donna di cui era profondamente innamorato, a cui appartenevano le lettere scambiate con Altiero Spinelli e che lui custodiva a casa sua proprio per salvaguardare lei, accettando di farsi arrestare pur senza alcuna colpa”.

Ascoltavano tutti con interesse e occhi interrogativi. Continuai: 

- ”Pavese arriva a Brancaleone il 4 Agosto 1935, in un caldo pomeriggio estivo, e la prima cosa che scorge, appena sceso dal treno, sono gli occhi curiosi dei paesani che, riuniti al bar Roma a condividere la calura e il tempo lento dell’estate a Sud, lo osservano mentre in manette raggiunge la caserma dei carabinieri, accompagnato dal maresciallo. Cesare ha 27 anni e il primo impatto con quei luoghi fuori dal mondo gli provoca un senso di spaesamento, che descriverà anche ne Il carcere, il romanzo ispirato proprio all’esperienza del confino, in cui scrive:Per qualche giorno Stefano studiò le siepi di fichidindia e lo scolorito orizzonte marino …”

    Ecco... proprio quell’orizzonte del mar Ionio  che ci appariva già assolato e caldo dai finestrini dello scuolabus insieme alla targa che annunciava l’ingresso nel comune di Brancaleone. Passai subito il libro a Giovanna, che continuò a leggere a voce alta proprio le parole dello scrittore:

- Qui ho trovato una grande accoglienza. Brave persone, abituate a peggio, cercano in tutti i modi di tenermi buono e caro. Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno…La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono «Este u’ confinatu», lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento. .. Fa piacere leggere la poesia greca in terre dove, a parte le infiltrazioni medioevali, tutto ricorda il tempo che le ragazze si piantavano l’anfora in testa e tornavano a casa a passo di cratére. E dato che il passato greco si presenta attualmente come rovina sterile – una colonna spezzata, un frammento di poesia, un appellativo senza significato – niente è più greco di queste regioni abbandonate. I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verdechiaro di fichindiano e agavi, rosa di leandri e geranî, a fasci dappertutto, nei campi e lungo la ferrata, e colline spelacchiate brunoliva…”

    Scendemmo tutti dallo scuolabus: si respirava una curiosità forte quasi volessimo tutti, me compreso, cercare di vedere sbucare dall’angolo della strada la figura scarna e sofferente di Cesare Pavese che ogni ragazzo durante il viaggio aveva voluto vedere nelle foto stampate su uno dei libri che avevo portato.

    Stentammo un po’ a trovare il custode della casa-museo, ma alla fine con la collaborazione dei ragazzi e della gente incuriosita che si avvicinava ci riuscimmo. Ed entrammo. Eravamo tutti trepidanti, parlavamo persino a bassa voce indicandoci ora questo ora quell’oggetto, qualche foto, qualche libro, qualche pagina autografa, una penna… mentre stavolta Vincenzo dava voce allo scrittore leggendo:

- "…passo le giornate (gli anni) in quello stato d’attesa che a casa provavo certi pomeriggi dalle due e mezzo alle tre. Sempre, come il primo giorno, mi sveglia al mattino la puntura della solitudine… scrivo anche poesie...":

… LO STEDDAZZU

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante…”


- Cos’è lo steddazzu, professore?

- E’ il pianeta Venere, la cui luce brilla per ultima di primo mattino dopo il tramonto di tutte le vere stelle. Che ne dite se una di queste mattine sul  presto cercheremo di vederlo insieme prima di andare in classe?

- Si,si,si,si,si…ma la poesia finiva qui?

- No, continua…

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.


  
   “La Calabria per caso…la Calabria per sempre”
, come scrisse qualcuno a proposito di Pavese. Quella Calabria amara e struggente che questi ragazzi stavano riscoprendo proprio attraverso gli occhi di questo povero poeta per metà piemontese e per metà “ nostro”…

   E so, so anche , che più di uno di quei sedici alunni dormienti che spalancarono gli occhi davanti alla bellezza del mar Ionio e della povera casa dell’esilio, ora adulti e padri e madri di famiglia, in qualche assolata domenica estiva, hanno portato i loro figli a Brancaleone per far loro vedere la casa in cui visse il suo triste confino, la sua passione per la libertà e il suo gelosissimo amore per questa terra Cesare Pavese.
Bruno Demasi

lunedì 29 gennaio 2024

O’ TEMPU DI’ CANONICI ‘I LIGNU (3^ parte): politici e politicanti nel lungo dopoguerra mamertino ( di Rocco Liberti)

 

     Scoppiettante carrellata di personaggi e di situazioni locali sullo sfondo di una vita politica nazionale che si sforzava decisamente di essere o sembrare seria, ma  che in un paese come Oppido Mamertina , quando non violenta e interessata, diventava goliardica. E’ la politica degli anni Cinquanta/Ottanta del secolo scorso, quella della ricostruzione , ma anche quella del vassallaggio verso i notabili di turno. La politica becera dei camaleonti che da ex fascisti si riciclano come ex partigiani o come ferventi sostenitori della Chiesa pur di mantenere ad oltranza il loro status sociale e di continuare ad avere voce in capitolo. Un altro dipinto magistrale di Rocco Liberti che ha vissuto personalmente quasi tutto quanto racconta e ce lo ripropone con la freschezza di fatti accaduti poche ore fa eliminando dal racconto ogni stucchevole pesantezza che inevitabilmente rischiano di assumere le cronache locali vecchie di più di cinquanta o 60 anni… Un’altra pagina inedita che sicuramente delizierà molti. (Bruno Demasi)

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     A proposito di passatempi, nei nostri paesi servivano al caso anche i comizi elettorali veri e propri. Nella fase iniziale era davvero tutta una corsa ad accaparrarsi i migliori oratori e ad ascoltarli accorrevamo in massa grandi e piccoli. Non si era abituati a tal genere di diversivo. Anzi non si conosceva proprio dato ch’era stato proibito da molte lune, per cui la piazza si offriva sempre affollata. Quanti episodi nel diversificarsi degli interventi dei concionatori di turno! Me ne vengono in mente alcuni. Al suo arrivo in Oppido il senatore del partito monarchico Lucifero è stato entusiasticamente accolto da numerosa gente, che lo ha accompagnato per un buon tratto del corso fino al portone dell’avv. Pastore. Portatosi sul balcone ha iniziato a inneggiare alla famiglia reale. La folla era attenta e in parte le persone di una certa età avevano gli occhi lucidi. A un bel momento prorompe un grido dettato sicuramente dal cuore: Viva lu principinu! Chi era? ‘u Cundellu. Questi aveva lanciato la sua proposizione di botto spintovi certamente dalla foga oratoria di colui che aveva di fronte e che lo aveva portato a commuoversi. Allora l’uomo politico, rivolgendosi direttamente a quel sempliciotto, ne ha approfittato per rincarare la dose. Altra volta, sempre nella stessa piazza (solo i comunisti non vi svolgevano comizi, per loro era preferibile la piazzetta, a tal motivo denominata la piazza rossa), dal balconcino dei bassi Caia, il cancelliere C. repubblicano, si dava all’opposto a strapazzare i personaggi dell’ex-monarchia. A un bel momento parte un sonoro grido di “Viva il re”. Tutti ci siamo prontamente girati a vedere da dove era partito. Statico, col volto dal quale non traspariva una grinza, appoggiato ad un albero c’era il barbiere mastru Rroccu, sfegatato monarchico, che non ha battuto il minimo ciglio. Passato il primo momento di sbigottimento, il conferenziere ha ripreso facendo finta di niente.

    Allo stesso posto una sera il socialista reggino Prof. Neri ne stava dicendo di tutti i colori contro la Chiesa e i suoi adepti. Arrivato al punto di definire il Crocefisso un pezzo di legno è intervenuto il brigadiere dei CC Trovato, che ha messo fine a quel forsennato e incredibile attacco fuori luogo. Altra volta stava comiziando dal balcone dell’avv. Grillo il prof. Reale della DC quando dalla cattedrale è partito il rintocco delle campane in occasione della Benedizione che veniva a concludere la recita serotina del Rosario. Ai ripetuti rintocchi le persone, in gran parte di umile estrazione, si sono tutte tolto il beretto e l’oratore ha immediatamente interrotto il suo dire. Ripreso l’intervento ha officiato che non aveva più nulla da offerire in un paese dove la gente si scappellava in occasioni del genere. Non aveva essa proprio bisogno di alcun consiglio.

     Non posso non ricordare il grande manifesto affisso a coronamento di un discorso tenuto dal ministro Cassiani. I missini tra i loro propositi avevano dichiarato che si sarebbero impegnati a portare in Oppido oltre al servizio del telefono di giorno anche quello di notte. Il politico cosentino alla fine, facendo finta di concludere il suo intervento, si è subito fatto indietro esclamando: Me ne posso andare o c’è dell’altro? Ah, già, c’è ancora il telefono di notte! E dando addosso a coloro che una volta ottenuto il telefono di giorno, santi numi, pretendevano di avere anche il servizio notturno, ha concluso la sua concione. Se fosse stato in vita oggi altro che telefono di giorno e di notte. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Bene! La mattina dopo ai muri del paese sono comparsi affissi dei vistosi manifesti dove a caratteri cubitali si leggeva: Del telefono di notte Cassiani se ne fotte. Dire che quanto espresso ha fatto epoca è poco. Con l’ex-ministro ho instaurato una relazione epistolare tra 1971 e 1972. Ha tenuto a ringraziarmi per la recensione fatta a un lavoro di Giovanni Laviola sul di lui padre Ferdinando. Questi era stato autore di una monografia sul paese natale, Spezzano Albanese. Gliene avevo chiesto copia e immantinente me l’aveva spedita con gli apprezzamenti per Oppido e l’avv. Mittica e con l’amore che portava alla Provincia di Reggio. In occasione di vari convegni ho avuto occasione di conoscere anche il figlio Ferdinando, valente studioso meridionalista.

   
     I missini in Oppido, tra vecchi nostalgici e nuovi adepti, si qualificavano un numero attivo e molto vivace. In una calda serata era di scena al balcone dell’ex-palazzo comunale, sulla piazza maggiore, il sottosegretario Murdaca che si offriva per la DC. L’ampio rettangolo era particolarmente gremito e tutti si era attenti alla concione di rito. A un bel momento, lanciatosi a tutta foga avverso il MSI, si è dato a dirne di cotte e di crude. Un primo sonoro battimani appariva di prammatica e forse anche lo era. Ma che succede! Ogni volta che l’oratore si offriva avverso al partito di destra, davanti a lui un folto gruppo subito si dava a battere sistematicamente le mani a mo’ di approvazione. A svolgere una tale azione erano i giovani della locale sezione capitanati dai fratelli Zerbi. Quando si è capito che non si trattava di applausi sinceri, ma offerti a bella posta a mo’ di sfottò, subito dalle file degli attivisti ionici che accompagnavano l’uomo politico nelle varie trasferte se ne sono distaccati alcuni che, con fare mafioso (i visi non offrivano certo moderazione e cordialità), si sono avanzati all’incontro con fare minaccioso a fine di tacitare quei temerari. Vista subito la mala parata, dei cittadini con in primo piano il solito paciere don Rocco, si sono protesi a contrastarli. Nel momento clou dal tetto del palazzo Zerbi si è improvvisamente sentito precipitare un qualcosa di animato che emanava reiterati singulti. Nell’immediato si è pensato a un bambino piccolo ch’era precipitato dall’alto, ma l’esserino non era altro che un gattino caduto involontariamente o fatto cadere volutamente. Balzato a terra, come se niente fosse, l’animale con un veloce balzo si è involato subito alla vista di tutti. Non ricordo se il comizio sia stato dismesso subito o meno, ma la massa della gente ha ondeggiato verso il punto di caduta e si sono formati dei folti capannelli. Com’è come non è, certamente l’appuntamento politico non si è concluso nel migliore dei modi.

    Chi era don Rocco! Era sicuramente l’amico degli amici! Grande sportivo e grande giocatore, ha portato la squadra della Mamerto ad alte vette. Benvoluto da nobili e borghesi, ma soprattutto dalla popolazione minuta, era onnipresente e s’impegnava in prima persona a sedare risse, a coordinare gruppi di persone interessate ad aiutare famiglie in bisogno e a qualunque altra occorrenza. Al Circolo cosiddetto dei signori o al vicino bar era all’attenzione di tutti soprattutto nelle discussioni di sport e di politica. Tra tanti casi me ne sovviene uno singolare. Un tale che aveva messo incinta una donna non ne voleva sapere di sposarla e accampava scuse di vario genere. Soprattutto ch’erano gente povera e che la controparte non aveva alcuna dote da portare. Subito il brioso personaggio parte in resta e con un gruppo di altre persone riesce a raccogliere quanto basta per portare l’uomo al matrimonio. Erano tempi difficili e per una donna ingannata e non sposata era una situazione davvero amara. Ma non è stato solo quel caso. Quando per la troppa vivacità dei contendenti, uomini e spesso anche donne, non riusciva nell’intento, ricorreva a una scherzosa minaccia. Avvisava che se non si fossero dati una calmata avrebbe dato il via a una manovra sconcia. La mossa aveva un effetto immediato e tutti, venendo a miti consigli, pian piano si ricomponevano alla meglio. Peraltro, non c’era manifestazione pubblica che non lo vedesse al centro. Tra l’altro nel 1951 si è posto a capopopolo alla guida della popolazione intestardita a bloccare l’automobile del vescovo Canino che lasciava Oppido in seguito a provvedimento della Santa Sede.

    Negli a. 50 ormai il sistema democratico aveva fatto passi da gigante e ognuno poteva esprimersi nel modo in cui riteneva più opportuno. Ma negli anni a ridosso della fine della guerra la situazione si qualificava tutt’altra. Spariti i fascisti dalla circolazione, ognuno cercava di rifarsi una verginità. C’era innanzitutto la famiglia da salvaguardare. E che ci voleva? Un tesserino da partigiano, magari falsificandone di genuini, non si rifiutava a nessuno. Senza di esso non solo non riuscivi a ottenere un posto qualsiasi, ma incappavi in indagini vere e proprie. Comunque c’era sempre un amico socialista o comunista, che, trovandosi in quel di Reggio a far parte di qualche direttorio punitivo, poteva intervenire a favore dei suoi compaesani. Mi raccontava un anziano collega che, conclusa la guerra, lui ed altri erano stati sottoposti a serrate indagini da parte di un comitato di epurazione per il loro comportamento durante il famigerato ventennio con rischio di perdita del posto fin’allora occupato. La cosa è finita come doveva finire. Difatti, sono stati giustamente restituiti al proprio lavoro. Ma solo a distanza di moltissimi anni lui e gli altri hanno appreso che a salvarli era stato un membro stesso di quel comitato, un socialista oppidese di grande valore culturale che da tempo abitava a Reggio e che non ha mai millantato alcunchè in merito.

      Che tempi! Oppido, come tutti gli altri paesi, pullulava di aderenti ai partiti riattivati dopo la fine della dittatura e c’era come una corsa a scegliere quello che avrebbe potuto assicurare qualche fattivo appoggio. Naturalmente, si offrivano testimonianze di militanza antifascista e di amore per la libertà. Ognuno in verità, dopo tanta compressione cercava giustamente di emergere. Ce n’era per tutti. Bisognava registrarli quei discorsi che si facevano nelle panchine delle piazze o nel limitare delle case di amici con i quali sovente si giocava a carte o ci si radunava per commentare i fatti del giorno. Quante discussioni capitava di ascoltare soprattutto andando su e giù sulla grande agorà. I politici navigati erano i competenti del momento e i pseudo nobilucci non disdegnavano di andare spalla a spalla anche con gente di scarsa estrazione e cultura. Era ormai di moda. Solo che il poveretto che incappava rimaneva intronato dai roboanti proclami che gli ammannivano e alla fine si convinceva di essere anche lui un uomo politico. Ricordo un trio di tutto punto ch’era uso frequentare la piazza nei pomeriggi, un politico diremmo di carriera, altro a tempo perso e senza alcun impegno lavorativo e in mezzo un contadino che pensava di potersi esprimere alla pari. Quando a un certo punto l’ho sentito pronunciare siffattamente: Tutta la giente deve giàcere con la marea del proletariato perché nui a chista genti la volìmu portàri ‘n su, la volìmu suspisàri, me ne sono scappato via dal ridere. Bello davvero quel suspisàri per indicare la volontà di far progredire il popolo! Niente da far meraviglia. Era ormai una nuova epoca!

    Un appuntamento periodico era rappresentato dalle rituali sedute del consiglio comunale. Non abituati a seguire discussioni di carattere politico, amministrativo ed altro, dato che il vecchio regime faceva da solo senza chiedere permesso a nessuno, tali si configuravano davvero dei richiami indifferibili. Si partecipava sicuramente per essere edotti di quanto si operava nell’interesse dei cittadini, ma contemporaneamente la sirena si qualificava il piacere di assistere alle frequenti liti tra oppositori. I commenti naturalmente venivano espressi fuori l’edificio, davanti al quale si formavano chiassosi capannelli. A suscitare una vera attrazione anche gli interventi dei consiglieri poco dotati d’istruzione, che naturalmente avevano il diritto di dire del pari le proprie ragioni. Solo che offrivano un italiano dialettizzato con espressioni che inducevano al riso. Ce n’era più d’uno in particolare che non lasciava passare seduta senza alzarsi alla fine per dire la sua e quando non lo faceva qualcun’altro lo invitava a pronunziarsi. Naturalmente, gli astanti stavano sempre in attesa.

    Ma non erano soltanto i consiglieri dotati di estrema bonomia ad attirare i curiosi perché c’era dell’altro. Negli interventi spesso si trascendeva e i capi partito non stavano a lesinare nel dirsene di cotte e di crude. Per fatti personali si è arrivato perfino a minacciare denunzie alla magistratura, ma il tutto è presto rientrato. Una volta nei primi a. 70 dal pubblico è intervenuto con un’espressione triviale un certo galoppino anzi galoppone per la stazza e il sindaco del tempo ha immediatamente invitato a chiamare i carabinieri, ma anche in tal caso con la pace dei buoni tutto è finito e, come scherzosamente si dice: “a tarallucce e vino”.
Rocco Liberti

sabato 27 gennaio 2024

RIPRENDERE LA STORIA DEGLI EBREI DI CALABRIA, PERCHE’ OGNI GIORNO SIA MEMORIA (di Bruno Demasi)

...con un’altra aggiornata bibliografia



     Anche in questa amarissima Giornata della Memoria 2024 la Calabria deve fare i conti non solo col disastro dell’ennesima , sanguinosissima guerra scatenata selvaggiamente da Hamas contro Israele , ma anche con la propria storia ebraica che ricade spesso nell’oblio di una antropologia non sempre coerente e non sempre benevola verso il presente e il passato di chi aveva fatto grande questa terra. Una storia grande e generosa, quella degli Ebrei di Calabria, che in gran parte occorre ancora scrivere e in buona parte occorre sicuramente riscrivere per restituire almeno un barlume di vera memoria a milioni di vite anonime e perseguitate, spese anche per costruire la bellezza , spesso oggi insudiciata, di questo lembo estremo della Penisola.


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      La terra di Calabria non è soltanto la sede della più antica sinagoga d’Occidente, a Bova, non è soltanto il luogo, Reggio, in cui venne stampato per la prima volta il Commentario di Rashi al Pentateuco, non è soltanto la regione delle cento giudecche studiate e documentate tutte da Vincenzo Villella, ma è anche la terra delle numerosissime “melle”, come nelle loro zone di influenza, gli Arabi in età medioevale denominavano spregiativamente i ricchi quartieri ebraici (mellah), è la regione delle decine e decine di “timpe” o “timpuni”, come venivano definiti nei paesi lontani dall’influenza araba i quartieri marginali destinati ai traffici e alla produzione di oggetti per la povera vita di ogni giorno nei quali gli Ebrei erano maestri non potendo possedere legalmente null’altro per vivere all’infuori della mercatura e dell’artigianato di precisione. Una Calabria ebraica troppo a lungo dimenticata ed estremamente viva nonostante le persecuzioni di cui fu oggetto nei secoli e culminate col famoso editto dei Re spagnoli del 1492 che ebbe effetti catastrofici.


    Ma anche e dopo questo famigerato editto la civiltà ebraica in queste contrade non cessa di esistere, anzi cresce, trasformandosi, nascondendosi, “marranizzandosi”, si cancellano le sinagoghe, i monumenti, i bagni rituali, restano gli scarni cimiteri dissimulati tra le zolle, i resti archeologici, le tradizioni e le vicende di comunità fiorite e trasformate nei secoli. Neanche la brutale espulsione del 1510/11 pone fine alla vita di tanti quartieri ebraici che per non morire assumono nomi nuovi, ma fa quasi sparire tante giudecche che però testardemente cercano di mantenere la loro identità. E’ un editto violento a che non solo scaccia gli Ebrei che rifiutano di convertirsi, ma che tacitamente fa entrare in vigore, anche se non lo proclama ufficialmente, il principio della "limpieza de sangre", la purezza razziale; principio che costituirà la base del moderno antisemitismo, con il tentativo di annientamento degli Ebrei, indipendentemente dalla religione che professavano, ma solo in quanto "di sangue ebraico": una storia  drammatica  mai finita! 


    Malgrado tutto, oggi in Calabria è in corso un processo di riemersione dell’ebraismo con tante sue caratteristiche, con lo studio silenzioso di aspetti poco conosciuti di esso, ma anche con il rilievo dato a pratiche che un tempo erano considerate solamente superstiziose (accendere le luci durante il sabato, costruire le capanne nell’omonima festa, coprire gli specchi nella casa del defunto), ma che a ben vedere trovano la loro ragion d’essere appunto in consolidate tradizioni di cui si era perduta a lungo la nozione.


   Di questo processo di emersione della cultura ebraica calabra sono artefici vari storici che, grazie a Cesare Colafemmina, hanno aperto la strada a una fioritura di studi moderni sull’ebraismo calabrese mediante i quali la ricerca sta riportando alla luce testimonianze di primissima mano a lungo precipitate nell’oblio ( si pensi, ad esempio, alla stele funeraria ebraica risalente al XV secolo e trovata nel 1954 nei pressi di Strongoli). Un processo di riemersione sempre più chiaro che oggi vede in prima linea “ JewishCalabria-Cultura e Retaggio Ebraico”, la struttura di ricerca voluta da Klaus Davì, che Vincenza Triolo anima con costanza eccezionale; la testata on line “Calabria Judaica”, gli studi e gli eventi continui incoraggiati dall’infaticabile Miriam Jaskerowitz Arman a Reggio Calabria e in tutta la Regione e lo sforzo di comporre un mosaico sempre più ampio di studi al quale Carmela Agostino ha dato con grande fatica una prima sistemazione qualche anno fa. Non posso infine non evidenziare la presenza a Serrastretta, di una rabbina del Movimento giudaico riformato, Barbara Aiello, che, in quanto donna, non è riconosciuta dalla comunità ebraica ortodossa, comunità che oggi non ha una propria rappresentanza in Calabria e dipende dalla comunità di Napoli. 


    Sono passati oltre 50 anni da quel 28 ottobre 1965 in cui Papa Paolo VI, con la dichiarazione « Nostra Aetate » ha rivoluzionato la dottrina della Chiesa discolpando gli Ebrei della morte di Gesù. Riconoscendo tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad Ebrei, il Concilio Vaticano II ha voluto « promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo ». Una mutua conoscenza che però non ha fatto grandi passi nella nostra regione , sebbene gli studi sull’ebraismo calabro, da Oreste Dito a Nicola Ferorelli e poi a Cesare Colafemmina, si siano moltiplicati come evidenzio in una nuova ed eloquente bibliografia in ordine alfabetico che riporto in calce a questo scritto. 

     Sette anni fa fa nel talk show « KlausCondicio » condotto da Klaus Davi, Yehuda Pagliara, portavoce della comunità ebraica meridionale, conferma che la Calabria ha un posto centrale nella storia dell’ebraismo mondiale, auspicando la ricostituzione di una sinagoga (ortodossa) dopo circa 500 anni e la creazione di un percorso storico-culturale nella regione da valorizzare tra i milioni di ebrei e simpatizzanti del mondo ebraico presenti in tutto il mondo. Il resto è storia di questi giorni: appena quattro anni fa , il rappresentante dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), delegato per la Calabria, Roque Pugliese, fa delle significative dichiarazioni in tal senso: « L’obiettivo è di evidenziare quello che di bello e positivo una località offre. In Calabria, i musei, gli antiquarium ed i parchi archeologici sono tra le ricchezze più grandi. Questo percorso è per visitatori e turisti provenienti anche da fuori regione che potrebbero non conoscere i luoghi d’interesse culturale e paesaggistico. »
 
     Più che mai in questa significativa “Giornata della Memoria” 2024 occorre credere e sperare che la conoscenza del nostro vero passato sia da sprone per un futuro migliore, e non solo per la terra di Calabria!
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UN ALTRO CONTRIBUTO BIBLIOGRAFICO AGGIORNATO, IN ORDINE RIGOROSAMENTE ALFABETICO, SU STUDI E PUBBLICAZIONI IRRINUNCIABILI PER UNA VERA CONOSCENZA DELLA CALABRIA EBRAICA




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