domenica 16 maggio 2021

BARLUMI DI ORIGINE EBRAICA A OPPIDO E IN PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA ( Di Felice Delfino e Bruno Demasi)

Una prima  ricerca e una riflessione per Shavuot  

  La festa di Shavuoth  2021 (Pentecoste ebraica del 5781) inizia quest'anno la sera di lunedi, 17 maggio e si protrae fino alla sera di martedi, 18 maggio. La festività si incentra sulla commemorazione dell’Alleanza al Sinai, sul dono della Torah e dei Dieci Comandamenti. Quella cristiana, che quest'anno cade Domenica, 23 maggio, rievoca invece  la discesa dello Spirito Santo sopra Maria e gli apostoli riuniti nel cenacolo.
    Un’occasione unica  di riflessione e di ricerca su una presenza e su una tradizione ebraica nella provincia di Reggio Calabria che per molti versi è ancora da scoprire e apprezzare in tutta la sua portata storica, civile e culturale oltre che religiosa. Ne sono testimoni eloquenti tutti i cognomi ebraici che ancora oggi tramandano in modo vivo una storia che per molti sembra tramontata e che vengono per la prima volta  raccolti,    analizzati e catalogati sistematicamente in calce al presente studio.


   Un popolo solitamente e' la sua terra o la sua lingua. Solo così può sopravvivere nel tempo la sua identità. Eppure ci sonostate e ci saranno sempre  delle eccezioni: Gli Ebrei dalla diaspora senza terra, dimentichi della loro antica lingua, hanno vissuto , più che da ospiti, da protagonisti in Europa e nel resto del mondo, riuscendo a mantenere sempre  vivo almeno il ricordo della loro identità. Quello religioso, in questo caso e' stato l'unico elemento di coesione e sopravvivenza, anche di fronte al pericolo e alla morte. Non per nulla Adolf Hitler si preoccupava continuamente di dichiarare solo  illusione quanto la maggior parte della popolazione pensava , cioè che l'Ebreo fosse tedesco, inglese, francese, italiano. Fu, al contrario, tutt’altro che illusione perché anche in Italia, gli Ebrei sin dall’antichità vissero come veri Italiani, con qualche privilegio in più come vedremo…Comunque sia da sempre essere Ebrei, e' sinonimo di intelligenza oltre che di sacrificio a volte estremo e di adattabilità alle circostanze e infatti molte delle invenzioni umane, dalla psicanalisi alla legge della relatività, si devono a loro.

    Gli Ebrei avevano dalla loro, molto probabilmente, quella che  Daniel Goleman, anch'egli figlio di figli della diaspora, definiva “intelligenza emotiva" ossia la capacità di governare le proprie emozioni dirigendole con giusto criterio verso la realizzazione personale. Un popolo disperso, ma  unito che ha sempre avuto una grande empatia, apprendeva la Legge fin dall’infanzia e si costituiva un buon livello culturale: oltre che sapere leggere e scrivere, non di rado i membri di ogni comunità ebraica comprendevano e parlavano due, tre, o più lingue: il che promuoveva di per sé la ricerca scientifica e migliorava  ogni performance intellettiva. L'elemento ebraico, appariva pertanto promotore ed esportatore di benessere per le terre che accoglievano queste comunità e tra tutte specialmente quelle calabresi costituivano un alto potenziale di ricchezza, commercio e sviluppo.
   Se per la memoria ebraica l’Italia è “ l'isola della rugiada divina”, la Calabria appare al popolo della Torah, “la terra dei cedri”, meta ogni anno dei rabbini di tutto il mondo. E la provincia reggina la sublimazione di queste due dimensioni poetiche e patriarcali. Reggio Calabria in un antico documento è Rosh Qalavriah ossia, capoluogo. Oggi gli Ebrei osservanti  li puoi riconoscere dal cappellino (kippah), ma dal cognome puoi anche riconoscere non solo loro, bensì tutta quella moltitudine di discendenti dai padri che professavano la medesima religione.
   Il termine  cognome  deriva dal latino  cognomen , vale a dire soprannome. Esso veniva attribuito a coloro che prima erano conosciuti dal mondo come ben  (figlio di), prima di cambiare religione, per motivi d'interesse  o di paura. E prima di arrivare nella regione bella e fertile, tutti gli Ebrei si riconoscevano col titolo di  ben , ognuno con una “casa" di discendenza. Furono quasi tutti  ben  dopo il decreto di Granada del 1942, quando in massa dovettero lasciare la Spagna; furono ben anche qui nella Calabria antica e medioevale e a lungo, almeno fino al 1511.
   Il ricordo di una permanenza  ebraica assai lunga su queste nostre terre appare evidente nelle nomi di alcune strade, nei documenti, nell’archeologia e non da ultimo proprio nei cognomi. Qui il popolo ebraico calabrese festeggiava le proprie feste da quelle principali del pellegrinaggio (Sukkot, Shavuot,) alle restanti; si faceva circoncidere nei bagni rituali; studiava la legge nelle sinagoghe, propriamente “ beth ha keneseth” (casa della preghiera).
    Una tradizione ancora viva nelle usanze alimentari di molte famiglie del Catanzarese come quella di selezionare le lenticchie, ricorda molto da vicino le normativa alimentari del kasherut, secondo cui in base a 613 mitzvot,(leggi) ogni Ebreo deve mangiare un cibo kasher cioè adatto, rispondente a certi standard qualitativi, e non mescolare nello stesso piatto alcuni alimenti.

    Oltre le usanze, se oggi si vuole ricostruire una presenza ebraica nella storia della regione calabra,e in particolare della provincia di Reggio Calabria, uno studio dei cognomi rappresenta un punto fermo e imprescindibile. La politica dei re nell'ultimo periodo della loro permanenza, le persecuzioni della Santa Inquisizione, hanno fatto propendere molti appartenenti all'ebraismo, verso la scelta di un abiuro di Fede e un cambio sacro, sancito anche dall'acquisizione del soprannome all'uso occidentale e, motivato da fattori socio-politici.
    Per comprendere meglio l'instaurarsi  di questa opzione occorre analizzare la società e la politica calabrese sotto la dinastia aragonese che ci presenta  nel XV secolo rispetto al passato e, anche a causa della forte ondata migratoria di correligionari provenienti dalla Spagna e dalla vicina Sicilia, un numero di famiglie ebraiche cresciuto ragguardevolmente nelle tre zone amministrative della Calabria Ultra, Citra e Marchesato di Crotone e ci riporta a  circa cento insediamenti nelle piccole, medie e grandi citta'.

 Reggio Calabria fu già allora la città più importante e non di meno come rilevanza lo furono gli insediamenti umani nelle zone litoranea del reggino e dell’interno dell’attuale provincia , come Catona, Bagnara, Solano, Calanna, Santa Cristina, Seminara, Oppido. Tale fioritura venne favorita grazie anche ai nuovi capitoli stabiliti per primo dal re Alfonso I d'Aragona, cioè privilegi riguardanti la materia civile e giuridica: viene istituito un bajulo generale per controllare e gestire al meglio le cause civili e penali dell'Ebreo, viene data la possibilità di non avere più obblighi a portare il simam, il segno distintivo che in passato distingueva l'appartenenza ebraica dalla cristianità ed equiparava socialmente questi uomini al rango più basso, come le prostitute e i giocatori d'azzardo.
    In pratica nella concezione comune essere Ebreo significava subire un'onta sociale, anche se in realtà' era il frutto di un sistema sociale attuato dai precedenti monarchi per individuare e controllare meglio questa gente che costituiva per il sovrano e, se controllati dalla Chiesa, anche per gli arcivescovi, una formidabile fonte di guadagno, addirittura il perno dell'economia. Gli Ebrei erano puntuali pagatori di molte tasse (anche quella per la libertà di culto), una vera e pria manna per tutti i settori economici.

 E, dalla seta, al commercio, al prestito di denaro con interesse (vietato severamente ai cristiani), avevano monopolizzato il mercato in qualsiasi settore merceologico ed economico. E il territorio reggino con il suo variegato entroterra, ben si prestavano alle loro pretese affaristiche, essendovi piantagioni, porti, vie commerciali e tutto ciò che serviva per le operazioni di compravendita e di scambio. Fu possibile rendersene conto  in pieno quando  il miope allontanamento coatto di molti Ebrei da questo territorio, dopo secoli di pacifico insediamento, costituì una perdita incolmabile che procurò gravi deficit finanziari e debiti. Furono per tale ragione reintrodotte poi nel Regno di Napoli famiglie ebree che continuarono a dimorare qui fino ai tempi di Carlo V (1541). Dopo una parentesi al tempo della Seconda Guerra Mondiale, tornarono, stavolta non da protagonisti, ma da perseguitati, nel Campo l’internamento di Ferramonti di Tarsia (CS).

    Oggi l'ebraismo calabrese osservante, conta un esiguo gruppo di Ebrei, comunque attivissimi con la ripresa delle feste religiose, lo studio della Torah, (a Reggio Calabria, vi e’ un'artista di nome Miriam Jaskierowicz Arman che ogni sabato la insegna), ma, di là di tutto, occorre constatare scientificamente quanto questo popolo abbia lasciato un segno indelebile nella nostra storia e nel nostro DNA, tanto che non è peregrino affermareche almeno un terzo della popolazione della nostra provincia avrà avuto durante la propria storia familiare  certamente degli  avi ebrei. Ma cosa significa esattamente essere ebreo per un Calabrese? 
   La nostra societa' presenta  ancora oggi tracce paurose e rigurgiti non casuali di razzismo e di antisemitismo, ma chi conosce la storia davvero non può che essere tollerante e rispettoso delle diversità etniche e confessionali oltre che razziali. Tra la cultura ebraica e quella cristiana vi è inoltre uno stretto cordone ombelicale che nella memoria e nella conoscenza ci dà nutrimento e ci fa crescere come uomini che sanno riconoscere gli errori e che sanno che l'antisemitismo è il più tragico degli errori, a partite da quello antico, l’antigiudaismo, dovuto a motivi prettamente culturali; a quello attuale, che deve vedere nell’Olocausto, un modello di negatività assoluta sempre incombente.

    Ci piace ricordare a questo proposito che è la storia a insegnarci in modo chiaro come la relazione con gli Ebrei debba essere per noi quella non di antagonisti , ma di  fratelli di sangue. Se essere Ebreo e' una condizione di testa, di religione e anche di cognome, anche noi Calabresi saremo un po’ o molto Ebrei col cuore considerando il passato e il territorio che abbiamo condiviso in passato. Le nostre radici hanno  sicuramente nell'ebraismo un innesto importante che ha contribuito a dare vita e nutrimento alla nostra pianta sociale non solo ieri, ma fino ad oggi. Lo studio dei cognomi, mette proprio in evidenza questo strettissimo legame.
   Impariamo  dunque a conoscere meglio anche l’onomastica, per avere chiara l'idea che la nostra identità e' frutto di un intreccio multietnico che continua a procedere malgrado i ricorrenti balbettii razziali che nel nostro tempo a volte rischiano di diventare boati costruiti ad arte. Qui di seguito un elenco, certamente non esaustivo, ma molto significativo:





COGNOMI ADOTTATI DOPO LA CONVERSIONE AL CRISTIANESIMO

ACCARTO / ACCARDO – ADDARIO – ALESSI – BARDARO / BARBARO / BARBERA – BARONE – BARRESI – BELLAVIA / BELLINVIA – BONFIGLIO – BONINA – BONO – BRANCATO / BRANCATI – BRIGANTE / BRIGANTI / BRIGANDI’ – BUCCHIERE / BICCHIERI – CAMMARERI – CAMPISI – CAMPOLO – CANDELA – CANNATA / CANNATA’ – CARINI / CARRINI / CARRINO – CARUSO – CERTO – CICCARDO / CICCALDO – COSTA – COSTANTINO - CUNDARI – CURIMANO / CUSMANO – D’AMICO – DE ANGELO / DE ANGELI - DE GRANDE / DEL GRANDE - DE MARIA- MAIO / DE MAIO – DE NAVA – FALCONE – FAVA – FERRANTE - FERRO - FILIPPAZZO - FORMINA / FORMICA  - FONDACARO - GAGLIARDO / GAGLIARDI - GALLO / GALLUZZO - GALOFARO / GAROFALO – GARRAFFO / GARREFFA (con ascendente arabo) - GENTILE / GENTILI – GIANNOTTA – GRECO – GRIMALDI – INSERRA - GIURATO – LA ROSA – LEONE - LO BIANCO – MAIOLO - MANULE / MANULI – MAIO - MELITO / MILITO / MILETO – MORELLO – MUNNO - NUCIFORA / NUCIFORO – PALUMBO - PELLEGRINO – PERRONE - PEZZIMENTE / PEZZIMENTI / PIZZIMENTI – PROVENZANO – RAFFA / RUFFA / LARUFFA – RESTIVO / RESTIFO - RIGIO / RIGGIO / REGGIO – RIZO / RIZZO – ROTOLO - RUSSO – SANTORO - TRAMONTANA-

COGNOMI DERIVANTI DA ARTI E MESTIERI PRATICATI

BARILLARO - CANNIZZARO - CALDERARO - CASCIARO / CASCIARI - FERRARO / FERRAIO / FERRAIOLO - FONDACARO – FUSARO – MONACO – OREFICE - CIMINO - FODERARO – PIGNATARO – SPEZIALE - PELLIZZIERI / PELLICCERI / IMPELLICCERI – SELLARO – SPATARO – STAGNO.

COGNOMI CON SIGNIFICANZA “CULTURALE”

CUZZOCREA – CUZZUPOLI - DEL PRETE / LO PRETE / PREITI - PICCOLO – DIENI – DIANO - MORABITO (arabo ebraicizzato) – TROMBA - SABATO / SABATINO

COGNOMI NOBILIARI ASSUNTI AL MOMENTO DELLA CONVERSIONE PERCHE’ IN AFFARI CON CASATI 

BARONE - CARACCIOLO – CARAFA – D’AQUINO - DELFINO - FILOMARINO

COGNOMI DERIVANTI DA PAROLE IN LINGUA EBRAICA

BRACA/BARCA – NAIM/NAIMO

COGNOMI INDICANTI LA CONDIZIONE DI NEOFITA

CRISTIANO – DE CRISTO – GESUALDO

COGNOMI DERIVANTI DA LUOGHI, REGIONI O STATI DI ORIGINE

ALBANESE - AMATO - ARAGONA - CATALANO – BARLETTA -  ARENA - ABRUZZESE / BRUZZESE -  CALABRESE - CASTRONOVO - VENEZIANO – SICILIANO – SIRACUSA -TOSCANO / TUSCANO -  SORRENTINO / SORRENTI / SORRENTO – TARANTINO – SPAGNOLO - TEDESCO – BUDA – GENOVESE / GENOESE -  MONTALTO - CATANZARITI – LUCANO - NAPOLITANO - ORTONA – PISANO / PISANI  – PUGLIESE / PUGLIESI -  REITANO – SALERNO – SICILIANO -  STELLITANO / STILLITANO – CATANIA – COSENTINO – GERACI  - MESSINA - MILANO - NAPOLI - PALERMO – PALMISANO -  POLISTINA / POLISTENA -  PAVIA – PIAZZA - ROMANO - SALERNO – ITALIA/TALIA.

COGNOMI AVENTI ORIGINE DA ESPRESSIONI AUGURALI

FORTUNA – FORTUGNO – VENTURA - CALI’- BUONGIORNO.

COGNOMI DERIVANTI DA NOMI EBRAICI (o greci ebraicizzati)

DAVI’ – ABRAMO – ADAMO – AIELLO - DE MASI /  DEMASI /  DI MASI - D’ALESSANDRO – SIMONE - DE PASQUALE – SACCO - MARGIOTTA – MARINO – SPERANZA – COSTANTINO - LICASTRO

COGNOMI CON RADICE EBRAICA(spesso mutuata anche da radici greche o latine)

ANANIA / NANIA - AMODEO – GIACOBBE- LIUZZA / LUZZA / LEUZZI - MANNA / LAMANNA - MATALONE - MELI / MELLI / MELLINO - SANTORO - BONANNO - MARDOC / MARDOCHEO / MURDICA - CARO / DE CARO - GIUSTO / GIUSTI - LATORA / LATORRE - LOPRESTE / LOPRESTI - LORIA – MORANO - PEPE - POLITO / POLITI - SCIBILIA - SITA’ - CASCIO / LO CASCIO – DATTILO / DATTOLA - DONATO – GAUDIO - D’ELIA - ZIRILLI / INZERILLI – ISAIA / SAIA - LENTINI – MAIMONE / MAMMONE – MASCIA’ / MASCIARI - MERCANTE / MORGANTE- ZACCO / ZANCO / ZACCONE - VITALE - ZEMA.

domenica 9 maggio 2021

"PICCIO', COSA VI HO FATTO?" (di Bruno Antonio Demasi)

Con questa domanda il giovanissimo magistrato il 21 settembre 1990 guardava negli occhi i suoi carnefici che gli stavano assestando il colpo di grazia e in un solo minuto spariva dalla scena terrena un uomo consapevole di ciò a cui andava incontro nel suo breve e intensissimo impegno al sevizio non solo della Giustizia, ma soprattutto dei poveri, degli affamati, degli assetati di Giustizia, al servizio di quegli ultimi per lo Stato che abbondano ancora , come trentuno anni fa, non solo nella Sicilia dei Puglisi, dei Falcone, dei Borsellino e di tanti altri, ma anche nelle Calabrie degli Scopelliti e delle centinaia di vittime di ndrangheta coperte da oblìo.

   Oggi più che mai, quando la Chiesa per la prima volta eleva agli onori degli altari un giudice, c’è un cordone ombelicale fortissimo che lega appunto “le Calabria”, cioè quella terra indefinita di mezzo che configura il Sud più povero alla Sicilia. E le coincidenze, i simboli di questa assonanza misteriosa sono tanti. Mi piace ricordarne almeno due. 

   E’ un vcescovo di Calabria il postulatoree della causa di beatificazione del gikudicve Livatino, mons. Vincenzo Bertolone, vescovo di Catanzaro- Squillace, che a proposito di questo disegno speciale della Provvidena per tutto il Sud e l’Italia intera, a proposito del martirio di questo giovane uomo, ricorda “...ha saputo armonizzare il servizio alla comunità civile, alla Carta costituzionale e alle leggi con l’obbedienza alla sua coscienza di laico cristiano, alla Chiesa. In sintesi, si può ben dire “Consummatus in brevi explevit tempora multa” (Sap 4,13), grazie all’amore per Gesù Cristo fino al sacrificio della vita. Fu san Giovanni Paolo II, nel corso della sua visita pastorale in Sicilia nel 1993, a usare l’espressione, poco dopo l’incontro, favorito dal vescovo di Agrigento, mons. Carmelo Ferraro (che ben conosceva la testimonianza eroica di Livatino), con i genitori del Servo di Dio. Rosario fu perciò additato dal Papa come “martire della giustizia e indirettamente della fede”.

    Una frase testuale che, in seguito, anche Papa Francesco riprenderà e quasi ‘consacrerà’ il 29 novembre 2019. 
 
     E’ dalla terra di Calabria che Papa Francesco pronuncia senza mezzi termini la scomunica nei confronti dei mafiosi il 21/6/2014 a Cassano all’Jonio. Essa va spiegata innanzitutto alla luce della precedente condanna del 9/5/1993 ad Agrigento, a opera di Giovanni Paolo II. Prima e dopo, nessun pontefice aveva mai preso una altrettanto inequivocabile e paradigmatica posizione nei confronti del fenomeno mafioso. Sotto questo profilo, tuttavia, è bene rilevare una differenza tra papa Wojtiła e papa Bergoglio. Giovanni Paolo II si era rivolto ai mafiosi, li aveva considerati suoi interlocutori in un appello a convertirsi rammentando loro l’inderogabilità del «giudizio di Dio». Francesco invece, scomunicandoli, di fatto esclude i mafiosi dallo spettro dei suoi destinatari.
 
    La mafia si mostra, nelle parole di Francesco, come un vero e proprio ordinamento, operante in modo uguale e opposto rispetto allo Stato, che ne risulta il solo legittimo interlocutore secolare della Chiesa.

   E non è nemmeno un caso che la Calabria er la Sicilia siano oggi accomunate nel nome del “giudice ragazzino” da una sete di riscatto sociale e legale che non conosce confini e mezze misure.



domenica 2 maggio 2021

L'ANARCHICO DI OPPIDO (di Santa Maria Marvici Martelli)


   Nel giorno del suo commiato al paese e alla terra che ha tanto amato, voglio ricordare con semplicità e commozione Santa Maria Marvici Martelli, che amava molto la poesia, quasi quanto la “ sua” Scuola e l’umiltà appartata e dignitosa. Era però nella prosa breve che riusciva senz’altro a condesnsare una seria e composta vena di narratrice che vale la pena ricordare e di cui questo racconto è eloquente testimone insieme a tanti altri riuniti , insieme alle liriche, in più volumi ( “Riflessi di vita”; “Incontro con la poesia!”; “Fra realtà e sogno”;”Raggio di sole”; “Voci nel creposcolo”; “L’eterno vagare”; “Il piacere di raccontare”; “Oltre il buio”; “Incantesimi al Sud”; “Ove gli ulivi fioriscono”; “Nel mio pianeta”).
    Ha scritto molto Santa Maria Marvici Martelli e i suoi versi numerosi sono come altrettante tessere non scontate di un mosaico aspromontano  inedito e da scoprire. A me , come dicevo, piace ricordarla però per la sua smisurata riservatezza, pari solo al suo amore per questa terra scabra e difficile nella quale è voluta tornare a vivere dapo una breve parentesi cittadina. Ed è proprio qui che sono fioriti anche i suoi  suggestivi racconti che aggiungono molto a una storia inedita dell’Aspromonte dimenticato e mistificato, e lo fanno con garbo e misura, in punta di piedi, senza le attuali grancasse mediatiche pagate di narratori e poeti fini a se stessi di cui abbonda il panorama letterario attuale... (Bruno Demasi)


   Don Alfonsino si dimostrava più vecchio dei sessant’anni che aveva.
   Un po’ curvo, d’altezza media, volto scarnito, occhi scuri ma lucidi, indossava sempre il solito cappotto, copriva il capo con cappello a falde larghe, unte di grasso, per ovvie ragioni,di solito nelle stagioni fredde o semifredde.
   Apparteneva a una famiglia moralmente sana ed eccessivamente religiosa, economicamente salda. Ma dopo la morte della moglie, dieci anni più giovane di lui, e del fratello, stimato saqcerdote che, per un grave equivoco, era morto ammazzato in piazza da un padre geloso, dimenticato, secondo lui, dalla giustizia di Dio e da quella degli uomini che avevano superficialmente creduto a falsi testimoni, manifestò la sua ribellione allontanandosi sia dalla sua unica sorella che dai pochi amici che aveva, per poi condurre una grama vita.
    La figlia, coniugata con un ferroviere prima che la madre morisse, si era trasferita in una lontana città. Tentò di convincerlo a stabilirsi presso di lei, ma lui non volle lasciare il suo paese, forse per amore alla sua terra o a dispetto dei suoi avversari. Sciupati i pochi beni che aveva che l’aiutavano a vivere, s’era ridotto ad abitare in una casupola costruita sul suolo comunale e, in tempo passato, adibita ad alloggio per la capra di un impiegato municipale. Per scaldarsi dal freddo durante l’inverno o per dimenticare le sue disgrazie incominciò a bere vino, ogni giorno aumentandone la dose fino a ragfgiungere e superare il litro. Rimasto nella più completa indigenza, era stato costretto a chiedere l’elemosina, ma l’alcool non aveva bruciato completamente la sua personalità dignitosa: all’angolo del municipio dove di solito si appostava ad allungare la mano ai passanti per chiuedere l’elemosina, quando qualcuno, impietosito, si mostrava troppo generoso nel dargli più di una lira ( a quei tempi tanto bastava per una razione di pane e un litro di vino) si rifiutava di accettare l’offerta, facendo capire che gradiva ricevere solo quanto gli era necessario per vivere in una giornata. 
   Era veramente un eccezionale povero! Certamente voleva conservare integra la sua granitica dignità e non confondersi con gli sfruttatori. Però, secondo il giudizio di molti, si comportò male quando la sorella mandò da lui la serva con un cesto colmo di vivande, avvolto in un ricamato tovagliolo, ed egli rifiutò d’accettarlo: lo aveva già pregato inutilmente di recarsi a casa sua a pranzo in quel giorno di festa! Aveva agito in tal modo, don Alfonsino, per non assoggettarsai al cognato che detestava; lo giudicava un ipocrita bigotto, adulatore di arricchiti ladri.
   A lui bastavano soltanto un’aringa, un pezzo di pane, un litro di vino e molta dignità. Non pretendeva altro. Qualche piatto dei calda minestra l’accettò soltanto da donna Elisa che abitava a poca distanza dal suo rifugio. Quella donna, sì, era veramente religiosa e buona, secondo lui: non sperava in ricompense paradisiache, nel dare qualcosa, nè in lodi sociali; si avvicinava con garbo e sorriso amichevole alla porta di lui, discretamente bussando, chiamandolo e chiedendogli il favore di accettare ogni tanto qualche cosa.
   “L’uomo deve rispettare il suo simile perchè fa sempre parte della sua stessa natura” pensava e ripeteva don Alfonsino, “Non peer ricompense divine o umane”.
   Era stato sempre un idealista acceso e, s’intende, con un modo di pensare molto diverso della sua stessa famiglia e della piccola società agricola-borghese in cui era vissuto e viveva. “Libertà e dignità”, aggiungeva, “ sono qualità naturali d’ogni umana vita, soltanto il dono degli affetti e l’equità possono aiutarle a crescere: bisogna proteggerle dalla falsità e dall’egoismo di taluni ricchi, dalle autorità di regimi totalitari che possono presentarsi sotto forma politica o religiosa”. 
 
    Il fratello prete, in verità, era l’unica persona che riuscisse a frenare il suo linguaggio critico contro tanti personaggi di quei tempi. Il podestà era fascista e non lo poteva comprendere e il vescovo non si sentiva certamente di approvare i suoi principi liberali, ma non cattolici. Don Alfonsino, dopo avere bevuto e brindato a Bacco, esprimeva più infuocata ribellione, cantando versi che egli stesso aveva composto o improvvisava. Divenne libero poeta, cantore di libertà e di amori. A volte alzava il tono d’una bella voce inneggiante pezzi del Nabucco a favore degli Ebrei perseguitati. Nelle baracche non lontane dal suo misero alloggio sentivano quella voce che, amplificata dal silenzio della sera avanzata, giungeva sgradita a qualche suo avversario, ma diradava il gelo in tanti tuguri col suo umano calore, specialmente dopo che il ceppo al focolare s’era già bruciato e la fiamma del lume s’era spenta in anticipo per mancanza di petrolio.
   Fu trovato morto dopo una nottata di vento e di neve. Donna Elisa non lo sentì cantare quella sera nè durante la notte; premurosa si recò a controllare in quel covile appena spuntato il giorno e il vento si fu calmato. Quando vide la porta spalancata e lui steso al suolo stecchito, addolorata disse:
   “Nemmeno un cane si lascia morire così”. Ha avuto un brutto destino, poveretto!”.
    Ma forse erano state le sue idee e tanto odio contro la società bigotta a preparargli quella brutta fine...

Capodanno 1999

( da “Il piacere di raccontare” Calabria Letteraria editrice, 1999, pagg.82-85)