venerdì 25 agosto 2023

CHI CONOSCE LO SCOMODO EREMITA E PROFETA DI CAULONIA? (di Bruno Demasi)

   Non è sicuramente un caso che nella Locride in questi ultimi anni siano nate tante vocazioni monastiche singolari che riprendono analoghe fioriture del passato su questa terra benedetta da Dio. Una terra  nella quale, accanto alle ferite più profonde e turpi inflitte dalla criminalità organizzata al tessuto civile, nascono sublimi esperienze di preghiera e di impegno spirituale e sociale che riscattano in silenzio persino le derive di certa cultura attuale che vorrebbe quasi minimizzare la ndrangheta, addirittura giustificarla per le sue nefandezze passate e presenti in nome di chissà quali cervellotici teoremi.
   E’ la vita ecclesiale della Locride, malgrado le amare eccezioni che purtroppo non mancano mai, che dà testimonianza di impegno attraverso questi mistici del nostro tempo.
   Penso a Suor Mirella Mujà, l’eremita di Gerace a cui ho dedicato in passato un’ampia pagina su questo blog, che dopo i suoi fasti e nefasti sessantottini ha lasciato le battaglie del mondo per vivere una singolare esperienza di preghiera e di mediazione volta all’unificazione delle chiese.
   Penso a Suor Carolina Iavazzo che visse l’esperienza subline e drammatica della Chiesa martire accanto a don Pino Puglisi a Palermo, raccogliendone l’ultimo respiro, approdata al Bosco di Bovalino da Mons Bregantini per ricostituire quasi nel deserto un nuovo Centro Padrenostro intorno alla reliquia di Don Pino.
   Penso anche all’esperienza singolare dell’Eremo delle Querce di Caulonia, dove un gruppo di suore sta provando a ripristinare sulla nostra terra i valori del servizio al Buono e al Bello con forme di accoglienza e di preghiera immerse nella vita e nei problemi atavici della nostra terra.
  Penso anche – e perché no? - alla singolare esperienza mistica e carismatica di Fratel Cosimo Fragomeni allo Scoglio di Placanica, che richiama innumerevoli persone alla Fede e alla preghiera corale e carismatica, che è la preghiera più connaturale ai carismi della Chiesa, ma che molti - chissà perchè - osteggiano.

  Oggi però parlo di un povero eremita che tuttavia non è mai solo nel santuario rurale di Sant’Ilarione nelle vicinanze di Caulonia perché sente sempre accanto a sé la presenza di Cristo. Si tratta di Frédéric Vermorel che su questa terra ha trovato un altro amico fedele che gli fa compagnia da almeno sedici anni , il fiume Àllaro, l’antica Sagra, famosa per la battaglia tra Crotone e Locri, che nel VI secolo a.C.  si contendevano il dominio della Magna Grecia.
   Frédéric Varmorel cercava un posto solitario, ma non tanto isolato ed angusto da non accogliere chi ne avesse bisogno , un posto che richiedesse tanto lavoro e mettesse a frutto le tante energie che egli si sentiva di spendere. In questo luogo – egli dice - «Trovai tutto questo più altre due cose: un’antica storia di preghiera, interrotta solo nel 1952, quando una terribile alluvione costrinse l’ultimo monaco a lasciare il romitaggio; e il fiume, che mi ricorda le vacanze della mia giovinezza. Il fiume Allaro è una benedizione, prega e canta anche quando io non lo faccio».
   Nato a Le Mans e laureatosi a Parigi in scienze politiche, da ragazzo frequentava Taizé, dove conobbe frère Roger Schutz e uno dei suoi primi seguaci, Gianni Novello. Fu proprio quest’ultimo che agli inizi degli anni Ottanta, lo invitò a Rossano Calabro, dove aveva da poco fondato una piccola comunità religiosa. Inizia così per Frederic un percorso che lo porta alla scelta monacale, restando per quasi dodici anni a Rossano affascinato da una terra dove si percepisce l’incontro tra Oriente e Occidente cristiani. 

   Ma la comunità di Rossano per varie ragioni si dissolve e Frederic torna in Francia affascinato dall’esperienza dell’ Arche, la comunità di volontariato verso i disabili fondata da Jean Vanier che gli consiglia come un padre di continuare e perfezionare i suoi studi teologici.
    Si ritrova così a Bruxelles, presso i Gesuiti ed al termine di cinque intensi anni di studio inizia a domandarsi quale debba essere la sua strada spirituale e di impegno nella Chiesa. Prova varie esperienze, recandosi anche in Brasile nella comunità benedettina di Goiás diretta da Marcelo Barros de Sousa, teologo terzomondista già collaboratore di dom Hélder Câmara, ma più si allargano le sue esperienze, più si fa largo la scelta della vita eremitica.
    Il consiglio più importante gli giunge da don Giorgio Scatto, della Piccola Famiglia della Resurrezione di Marango, in provincia di Venezia che nella Pasqua del 2002, conoscendo il suo legame con la Calabria e il suo desiderio di deserto , lo spinge a presentarsi da Monsignor Bregantini. Un suggerimento che per Frederic Vermorel è come una rivelazione, tanto più quando Padre Giancarlo Bregantini, allora vescovo di Locri, gli propone di sistemarsi a Sant’Ilarione, nei pressi della frazione San Nicola del comune di Caulonia, dove da oltre 50 anni non viveva più nessun monaco. 

   E’ la meta che Frederic da tanti anni stava cercando, il luogo definitivo in cui realizzare i suoi tre desideri vitali : preghiera, lavoro, accoglienza, pur in mezzo a tanti problemi: mancano persino l’acqua e la corrente elettrica, ma la gente del posto lo accoglie in maniera incondizionata.
    Frederic ormai da tempo è «eremita diocesano», in base al canone 603 del Codice di diritto canonico. Le sue giornate sono scandite dalla liturgia delle ore, mutuata da quella di Bose, ma con cinque appuntamenti anziché tre, dal mattutino alla compieta. Ogni preghiera è accompagnata dal suono della cetra, nell’antica chiesetta umida e rattoppata alla meglio.

   Spesso ad ascoltare le sue salmodie, a parte Dio, ci sono solo i suoi  cani meticci, ma la preghiera ha sicuramente la capacità di espandersi e di coinvolgere tutti quelli che si portano nel cuore.
    A 64 anni Frédéric somiglia sempre più a un profeta scomodo: chi si aspettava un fraticello solo silente ed orante ha trovato un uomo di Dio che non le manda a dire quando denuncia l’inquinamento del fiume e il suo smodato sfruttamento, quando addita il malaffare che distrugge questi paesi, quado alza la voce contro la presenza mafiosa che condiziona queste terre.
    E se il paese si spopola, l’eremo non vuole affatto morire: “Sento il desiderio- dice Frederic - di lasciare un’eredità. Mi dispiacerebbe che dopo di me questo luogo fosse riconsegnato ai pipistrelli».

lunedì 14 agosto 2023

RICORDANDO MASSIMILIANO MARIA KOLBE, VIAGGIO NELLA CITTADELLA DELL'IMMACOLATA A CERAMIDA (di Bruno Demasi)

   Anche quest'anno la memoria di San Massimiliano Maria Kolbe cade in un tempo denso di orrori, certamente non meno drammatici dello sterminio nazista del secolo scorso, in cui fu tolta la vita a questo martire, se si pensa alle molte centinaia di bambini ucraini vittime di questa guerra voluta da chissà chi, alle decine di migliaia di profughi e di perseguitati siriani, curdi, iraniani, africani, alle masse enormi di gente in fuga dai gioghi di dittature e di azioni belliche che tutti conoscono e che nessuno sta fermando. 
   Non è forse il caso dunque di congelare anche anche questa occasione con tavole rotonde, passerelle, concorsi a premi, ma è sempre il caso di ribellarsi, pregare, ricordare la vera eredità del secolo scorso insegnandola e testimoniandola sul serio ai nostri figli.

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   La storia di Massimiliano Maria Kolbe che ha offerto la propria vita nel campo di Auschwitz al posto di un padre di famiglia destinato all’eliminazione è assimilabile a quella di altri milioni di martiri della deportazione nazista, ma in particolare a quella di Edith Stein, l’altra grandissima santa, come lui canonizzata dalla Chiesa, anch’ella poco studiata e mai celebrata come meriterebbe per comprendere la storia e la non storia della nostra civiltà.
    San Massimiliano Maria Kolbe è tuttavia un unicum per noi Calabresi, specialmente, per noi abitanti di quella provincia reggina, che da qualche anno è riuscita a cogliere prodigiosamente la sua eredità umana, spirituale e missionaria, la sua appartenenza totale all’Immacolata, per far fiorire un luogo della Memoria e della Speranza che almeno una volta nella vita tutti dovrebbero vedere e respirare immersi nella testimonianza e nella bellezza. Ma, andiamo con ordine: chi è stato per noi Massimiliano Kolbe e perché questo ponte stranissimo e sublime tra la Polonia, il campo di Auschwitz proprio con la provincia di Reggio Calabria?
   Massimiliano Maria Kolbe nasce l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola (Polonia) e ancora fanciullo sente un trasporto fortissimo verso l’Immacolata Vergine Maria che, secondo quanto più volte egli poi raccontò, gli aveva offerto fin da bambino in una visione e in alternativa tra loro due corone: una rossa, simbolo del martirio, ed una bianca, simbolo della consacrazione religiosa. Il piccolo le prenderà entrambe. A 13 anni entra nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali in Leopoli e dopo i primi studi viene trasferito a Roma per perfezionarsi in quelli filosofici e teologici. 

    Per reagire agli attacchi di sette politicizzate e ostili alla Chiesa, ispirandosi ai più puri ideali mariani del francescanesimo, nel 1917 fonda a Roma la “Milizia dell’Immacolata”. Ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 in Roma e tornato in patria nel 1919, comincia l’apostolato mariano della Milizia, con la fondazione di circoli e, in seguito, di una rivista mensile: “Il Cavaliere dell’Immacolata” (1922). Nel 1927 fonda una singolare “città”. La chiama “Niepokalanòw”, ossia “Città dell’Immacolata”, che raccoglie circa ottocento frati e la costituisce centro di vita religiosa consacrata a Maria e ad ogni forma di apostolato: dalla stampa alla radio, al cinema.
   Nel 1930 parte missionario per l’Estremo Oriente dove nei pressi di Nagasaki fonda una seconda “città” con le stesse finalità della prima, ma presto , per ragioni di salute, è costretto a rientrare in Polonia, dove, dopo tre anni di intenso lavoro , la seconda guerra mondiale lo sorprende a capo del più imponente complesso editoriale cattolico della Polonia. Arrestato dalla Gestapo nel settembre 1939, comincia la sua via crucis dei campi di concentramento. Rimesso in libertà l’8 dicembre 1939 torna a Niepokalanòw bombardata e distrutta. Si mette nuovamente all’opera e, mai trascurando l’apostolato della stampa, trasforma il complesso degli edifici in ospedale ed asilo per migliaia di profughi, specialmente ebrei.Il 17 febbraio 1941 viene nuovamente arrestato e in maggio è definitivamente trasferito nel campo di Auschwitz. 

  

   Qui, con la semplicità con la quale aveva sempre operato, offre spontaneamente la vita per un compagno di prigionia condannato a morte, fino a quel giorno a lui sconosciuto. Rinchiuso con altri nove nel bunker per morirvi di fame, dopo circa due settimane, durante le quali conforta la lenta agonia dei compagni, sereno e fidente in Dio, affronta la morte provocatagli con un’iniezione di acidi e spira col nome di Maria sulle labbra il 14 agosto1941. Il corpo viene cremato; la memoria della sua santità e della morte eroica si diffonde nel mondo circondata di ammirazione e venerazione.Dopo trent’anni dalla morte, il 17 ottobre 1971, è beatificato dal Papa Paolo VI. Giovanni Paolo II lo proclama Santo il 10 ottobre 1982. 
 
    Cosa ha lasciato San Massimiliano Maria Kolbe al mondo e alla storia appare dunque chiaro, ma pochi hanno il coraggio di proclamarlo e di continuarlo. Noi siamo fortunati in provincia di Reggio Calabria perché il suo spirito, la sua eredità rivivono sul serio in una istituzione molto giovane e molto viva: LA CITTADELLA dei “Piccoli fratelli e sorelle dell’Immacolata” di Ceramida di Bagnara, una fraternità ricchissima di vocazioni giovanili e di carismi, nata dall’istpirazione di un sacerdote di Villa San Giovanni, don Santo Donato, incardinato nell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova e a lungo Penitenziere della cattedrale di Reggio Calabria. Ordinato sacerdote il 6 giugno del 1982 e quasi subito nominato parroco a Bagnara Calabra, egli ha coltivato da sempre una forte ispirazione: creare una comunità di fratelli e sorelle desiderosi di “ consacrare la vita a Dio per mezzo dell’Immacolata, vivendo in un clima di preghiera e di amicizia fraterna, disponibili a coniugare la vita contemplativa e la vita attiva. Uno stile di vita permeato da una grande devozione alla Vergine Maria che, sin da bambino, don Santo ha sempre sentito come connaturale alla propria vocazione”.

   I primi passi di tale progetto sono segnati dall'incontro fa don Santo Donato e Antonio Carfì (oggi padre Antonio), un giovane originario della Sicilia, all’epoca in Calabria per lavoro, che già da qualche tempo avvertiva il desiderio di donare la propria vita al Signore. Presto anche lui decide di lasciare il lavoro e iniziare lo studio della teologia. Sono anni intensi di preghiera e di ricerca dei segni della volonmtà di Dio, durante i quali il progetto condiviso si consolida sempre più. Risale a quest’epoca la ricerca di un luogo modesto e silenzioso che aiutasse la contemplazione e la vita fraterna, indivioduato a Pellegrina (Bagnara Calabra), in una casa non abitata da tempo posta sul fianco della collina a picco sul mare delllo Stretto, immersa in un un castagneto. È il luogo ideale. Con aiuti insperati Donato e Antonio e alcuni seguaci che già sentono una nebulosa condivisione del progetto il 6 luglio del 1991 questa casa diventa “proprietà dell’Immacolata”, culla della nascente Fraternità. E subito si propone come casa di spiritualità per parrocchie e per i gruppi spontanei organizzati dalla Penitenzieria del duomo di RC.
    Occorrerà attendere la soglia del Terzo millennio, dopo non poche traversìe, per riprendere il progetto della crazione di una Fraternità che vede la luce proprio durante l’Anno Giubilare del 2000. Sembra incredibile, ma in pochi mesi si realizza il sogno di questi due poveri sacerdoti innamorati dell’Immacolata e del sogno di Massimiliano Kolbe. Nel giro di poche settimane ai due sacerdoti si aggregano cinque fratelli e cinque sorelle, dieci giovani che frequentavano saltuariamente la casa di spiritualità e che restano folgorati dal progetto di vita evangelica in comune. Ad appena un anno di distanza (agosto 2001) il primo nucleo della Fraternità riceve dall’Arcivescovo di Reggio (all’epoca mons. Mondello) l’approvazione di uno Statuto essenziale con la formula usuale dell’ experimentum per un triennio ed esattamente un anno dopo, nel giorno consacrato a San Massimiliano Kolbe (14 agoswto 2002), lo stesso arcivescovo riceve nelle proprie mani la professione dei primi voti privati semplici. I fratelli e le sorelle vestono l’abito religioso azzurro con il rosario e la Medaglia Miracolosa, raffigurante l’Immacolata apparsa a Santa Caterina Labouré nel 1830.Nel 2008 l’Arcivescovo riconosce la Fraternità come “Associazione pubblica di fedeli”.

La Cittadella dell’Immacolata

   Intanto la Fraternità cresce a vista d’occhio: sono numerosissime le vocazioni di tanti giovani che arricchiscono la piccola casa di Pellegrina, che ormai non riesce più a contenerli tutti. Si fa strada il progetto di una nuova sede più ampia e capace di accogliere non solo la Fraternità, ma anche le opere di evangelizzazione che essa sdta già dispensando a piene mani. Mancano però i mezzi, manca tutto eccetto lo zelo e l’entusiasmo. E appena due anni dopo il riconoscimento vescovile, nel 2010,giunge inattesa la possibilità di fruire di un un grande terreno, in località Ceramida di Bagnara Calabra, degradante verso l’affaccio sul mare con un piccolo rustico seminascosto dagli ulivi nel quale spesso d’estate pare venissero a trascorrere segretamente il loro periodo di riposo anche Sandra Mondaini e Raimondo Vianello ospiti dei proprietari residenti fuori dalla Calabria. Un segno enorme della Provvidenza, un terreno su cui costruire una Cittadella dell’Immacolata, secondo lo spirito di San Massimiliano Maria Kolbe. Dopo alacri lavori di bonifica e di ristrutturazione, portati avanti in poco meno di un mese, la Cittadella viene inaugurata il 5 luglio 2010, con una Messa solenne alla quale partecipano migliaia di persone e con l’intronizzazione di un’imponente statua dell’Immacolata.

   Il 13 giugno 2015 Mons. Giuseppe Fiorini Morosini dichiara la Fraternità “Associazione pubblica di fedeli in itinere”, con due rami: uno maschile e uno femminile e nel gennaio 2016, dopo quasi 20 anni di cammino silenzioso, di gioie e di prove durissime, la Chiesa dà il suo sigillo definitivo su quest’opera di Dio. Con una solenne concelebrazione nella Cattedrale di Reggio Calabria, alla presenza di tutto il clero e di tantissimi amici e benefattori, il vescovo erige la Fraternità ad “Istituto religioso di diritto diocesano”: 11 fratelli e 9 sorelle professano i voti solenni.

   Oggi la Cittadella dell’Immacolata, all’ingresso della quale troneggia la statuia di San Massimiliano Kolbe, raccolta intorno alla cappella nella quale si custodisce l’Eucarestia, cuore pulsante di tutto, accanto all’unica reliquia esistente di San Massimiliano Kolbe, è una realtà viva e palpitante, e non solo per la provincia di Reggio Calabria in cui ha la propria sede, ma per la cristianità smarrita in cerca di senso e di pace. E’ un centro vivo di studio e di ricerca delle testimoniance più genuine del Cristianesimo paolino delle origini e della sua proiezione costante verso il futuro.  Affacciata sul Mediterraneo, per il quale sta diventando un vero faro di spiritualità e di cultura, adagiata sui colli che degradano a picco sul mare, è un’oasi di bellezza fecondata da vocazioni sempre più numerose che sembra lanciare al mondo il suo messaggio di Pace e di operosità nel segno dell’Immacolata: il suo ramo femminile e quello maschile ormai ricchissimo di figure sacerdotali, ricevono ogni anno sempre nuove adesioni entusiaste di abbracciare i tre voti usuali povertà, castità e obbedienza, ai quali se ne aggiunge un quarto: il Totus tuus, ovvero il totale affidamento all’Immacolata secondo la spiritualità di padre Kolbe. 

«L’Immacolata: ecco il nostro ideale. Avvicinarci a Lei, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere, che Ella viva e operi in noi e per mezzo nostro, che Ella stessa ami Dio con il nostro cuore, che noi apparteniamo a Lei senza alcuna restrizione: ecco il nostro ideale. Irradiare nell’ambiente, conquistare le anime a Lei, in modo tale che di fronte a Lei si aprano anche i cuori dei nostri vicini, affinché Ella estenda il proprio dominio nei cuori di tutti coloro che vivono in qualunque angolo della terra […]. Inoltre, che la Sua vita si radichi sempre più in noi, di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, e ciò senza alcuna limitazione: ecco il nostro ideale» (SK 1210).

   Il seme del sangue di San Massimiliano Kolbe piantato ad Auschwitz è venuto a dare germogli e frutti abbondanti di spirito, di vita, di solidarietà e di cultura  in questo lembo santo di Calabria in un mondo sempre più smarrito e alla ricerca di significati veri.
Bruno Demasi

LA CITTADELLA E’ APERTA A TUTTI IN VARIE OCCASIONI:  OGNI DOMENICA,  IN QUESTO PERIODO, VI SI CELEBRA LA S. MESSA  ALL'APERTO SIA AL MATTINO CHE NEL TARDO POMERIGGIO

lunedì 7 agosto 2023

IL DIVULGATORE DELLA SANTITA' CALABRESE CONTEMPORANEA : ROCCO SPAGNOLO (di Bruno Demasi)


     Non un agiografo di mestiere, ma un liberissimo e fine divulgatore, Rocco Spagnolo, che con cuore, parola e mente strardInariamente aperti sta raccontando alla gente un’incredibile fioritura di santità nella Calabria di questo tempo difficilissimo, quello in cui , secondo uno dei più grandi mistici che egli accompagna ormai da decenni, Fratel Cosimo Fragomeni, si hanno soltanto “tre false sicurezze: si crede di sapere, si crede di credere, si crede di conoscere. Per Fratel Cosimo è importante accompagnare con il Vangelo le nostre giornate… mentre le chiese si svuotano…occorre capire come aiutare il mondo ad essere ispirato al Vangelo, non per diventare tutti cristiani,ma per diventare tutti umani”.   

   Nella penna coraggiosa di questo instancabile narratore confluiscono e si armonizzano mirabilmente il mestiere dello storico, quello dell’agiografo e quello del poeta della nostra civiltà contadina troppo a lungo offuscata da fatti e noitizie terribili, troppo a lungo mistificata da celebrazioni negative. E Rocco Spagolo non esita ad alzare chiara la propria voce per reagire alla palude, al ginepraio, alla giungla: “ Esorto appassionatamente tutti, ma prioritariamente i miei conterranei, ad avere un santo orgoglio per riappropriarsi del nostro patrimonio mistico-religioso, troppo spesso sottovalutato, snobbato ed offuscato da fatti di cronaca nera o da malaffare….Impariamo a dare il giusto risalto a questi semi di bene che esistono, crescono, producono una messe abbondante,senza far rumore. Insomma, siamo fieri della nostra significanza…”.

   Gli domandò una volta con crucciato stupore un uomo di Chiesa il perchè di tanta messe di santità concentrata in Calabria anche nei tempi moderni dopo l’abbondantissima fioritura che nei secoli ha reso illustre questa terra prima e dopo Francesco di Paola. La risposta di Rocco Spagnolo fu ed è semplice e convincente, anche se fondata in parte su un paradosso nel quale viviamo ogni giorno: la Calabria delle povertà estreme, antiche e nuove, delle ferite profondissime mai sanate, a volte anzi allargate, dai poteri legittimi e meno legittimi, è forse la terra in cui, più che altrove, ama manifestarsi la semplicità di Dio nella semplicità degli uomini che vi abbonda nonostante tanto deserto e tante contraddizioni.

    Una terra  che da sempre, e oggi più che mai, è afflitta dal cancro della paura e della rinuncia, dal virus distruttivo dell'individualismo e del familismo che fanno a pugni con ogni forma di evangelizzazione, ma anche una terra in cui, nel silenzio assoluto, fioriscono germi nuovi di santità indagati e raccontati attentamente da questo studioso insancabile: Vincenzo Idà, Pasqua Condò, Fratel Cosimo Fragomeni, Giuseppina Bonavita, Rosella Staltari ed altri ancora, già famosi o meno famosi, già in cammino verso la beatificazione o in attesa di iniziarlo, di cui sicuramente presto la penna-bisturi di questo scrittore sui generis non mancherà di tratteggiare sapientemente non solo la storia umana, ma soprattutto quella parabola spirituale che in genere tanti biografi trascurano o minimizzano o in parte nascondono. 

   Se non basta proclamarsi evangelizzatori per evangelizzare davvero, non basta neanche autoproclamarsi studiosi per scrivere e parlare della santità e dei commoventi fenomeni di massa che fioriscono intorno ai nomi e ai luoghi evocativi di grandi carismi e di grandi esempi di fede.

   Occorre avere una solida formazione teologica, una inossidabile tempra morale, una concezione chiarissima e multiforme della chiesa di Dio per poter scrivere dei santi della porta accanto senza scadere nell’ovvio e nella banalità celebrativa. Rocco Spagnolo non corre nessuno di questi rischi sia per la sua formazione sia per la sua semplicità che è tipica delle menti libere e aperte ed alla quale i grandi del mondo ricorrono spesso per avere spiegazioni ai loro dubbi e per capire quale direzione sta seguendo non solo il nostro Sud, ma anche la stessa Chiesa meridionale oppressa da tanti problemi e da tante contraddizioni.

    Gli chiese un giorno un vescovo della Locride letteralmente stupito davanti al fenomeno dell’affluenza di molte migliaia di persone e di giovani al santuario dello Scoglio, mentre le aule ecclesiali rimanevano spesso quasi deserte, come mai la gente fosse attratta tanto dalla santità dei luoghi e dallo straordinario carisma di Fratel Cosimo e non dalle celebrazioni liturgiche “ normali”. E lui rispose con un esempio che ci rimanda in qualche modo direttamente alle parabole che amava usare un Galileo di 2000 anni fa. La gente - rispose - vive la fede come adopera un telefono cellulare: se non c’è campo in un luogo, si sposta fino a quando non riesce a sentire la voce che le arriva chiara e forte da quello strumento, fino a quando non riesce a percepire tutte le informazioni di cui ha bisogno. E quando finalmente riesce a “sentire” in un posto, questo diventa un luogo da frequentare e da amare. Giovani o anziani che si sia, non ha importanza, la fede non ha età. Sono i carismi che diventano carne, i “campi” attraverso i quali il cellullare avvicina davvero alla voce di Dio, dei santi, della Madonna. 
 

     Celebrare con la penna , con le immagini e con le parole questa nuova santità, che attira fiumi di gente assetata della parola di Dio e dei prodigi che essa opera, significa anche avere ben chiaro un concetto che Rocco Spagnolo non esita a esprimere appena può e di cui dobbiamo tutti tenere conto: “Il riscatto e il decollo della Calabria ( e del Sud) non possono non includere il fattore religioso e la sua fruibilità. Per questo con determinazione continuerò a fare la mia parte affinchè l’enorme patrimonio naturalistico, umano, naturale, artistico, religioso sia salvaguardato e valorizzato”. “Visto che la Calabria è a vocazione agricola e turistica, non sarebbe saggio promuovere anche il turismo religioso? La Provvidenza mi sta conducendo a occuparmi delle perle religiose. Con le mie pubblicazioni sui santi e sui mistici, sto cercando di mostrare al vasto pubblico che la mia terra ha il volto bello e non sfregiato. Questo andrebbe promosso da chi amministra la cosa pubblica…”.
  
   Le sue pagine sulla storia e sui carismi enormi di Fratel Cosimo Fragomeni, il pastorello dello “Scoglio” acclamato da decine di migliaia di persone ogni anno, di Don Vincenzo Idà, fondatore dei “Missionari dell’Evangelizzazione” oggi al centro di un processo di beatificazione, di Sr Pasqua Condò delle "Suore Missionarie dell'Evangelizzazione", di Giuseppina Bonavita, la mistica calabrese che visse i suoi straordinari carismi nel silenzio e nel nascondimento, di Rosella Staltari, la ragazza di Antonimina morta giovanissima in concetto di santità, hanno la fragranza della primizia, ma non danno nulla per scontato e non scadono mai nell’ovvio. Ogni riga , anche negli innumerevoli articoli da lui firmati per molte testate nazionali e locali, sono paradigmi di un modo di evangelizzare che non ha nulla di artefatto, di astruso o di scenografico, nulla di cui vantarsi agli occhi del mondo. 
 
    Rocco Spagnolo non ama infatti firmare i suoi libri e le sue numerosissime pagine di pubblicistica premettendo al suo nome e al suo cognome i propri titoli. E ne ha tanti! Innanzitutto sacerdote e fine teologo con una lunga esperienza di parroco in trincea nella Locride , da molti anni accompagnatore spirituale del mistico Cosimo Fragomeni e del santuario diocesano dello Scoglio ( Santa Domenica di Placanica) da lui ispirato dove accoglie un giorno si e l’altro pure miriadi di persone in cerca di Dio, di Pace e di aiuto. E’ superiore generale dei Padri Missionari dell’Evangelizzazione che hanno nell’antichissima cittadina di Terrranova Sappo Minulio la loro casa generalizia: un faro di luce e di civiltà in mezzo a enormi distese di olivi, che custodisce gelosamente, tra l’altro, la memoria e i segni della vicinanza di Giuseppina Buonavita, la mistica spentasi qualche anno fa in odore di santità.
    Da qualche anno Padre Rocco Spagnolo alla sua collezione ormai incommensurabile di iniziative intelligenti e decise per la diffusione seria ed efficace del Vangelo ha aggiunto un altro segmento operativo al passo coi tempi: una TV on line, GemmaTV, che coi suoi servizi ricchi e puntuali , profondi e garbati sta ormai diffondendo sempre di più la voce e i segni evangelici incarnati nella nostra strana terra, della quale sta fornendo un’immagine nuova, di zelo e di rinascita attraverso la fede.

    Quel rinascimento sacro che, solo, forse potrà davvero salvare la Calabria!

Bruno Demasi

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE  DEGLI SCRITTI DI PADRE ROCCO SPAGNOLO:

Padre Vincenzo Idà. Profeta dell'evangelizzazione - San Paolo Edizioni - 2006
Madre Pasqua Condò. Mistica dell'evangelizzazione - San Paolo Edizioni – 2009
Fratel Cosimo. Un bagno di luce - San Paolo Edizioni – 2013
Breviario di fratel Cosimo. 365 meditazioni - San Paolo Edizioni – 2015
I fioretti di fratel Cosimo - Effatà – 2016
Giuseppina amica di dio e degli uomini - Effatà – 2017
Rosella. La ragazza che volava con Gesù - Effatà – 2018
Un' altra vita all'improvviso. Alma si racconta - Effatà – 2020
Fratel Cosimo, Cosimino e la spiritualità dello scoglio. Un faro di luce e di speranza- Leggimi – 2023