domenica 28 novembre 2021

LA RICERCA “EDUCATIVA” DI UMBERTO DI STILO E LA PERMANENZA DI GIOVANNI CONIA A OPPIDO

 di Bruno Demasi

    Un educatore è per sempre!

    Mutuando lo slogan di una réclame di qualche anno fa a proposito di Umberto Di Stilo, si potrebbe dire senza paura alcuna di sbagliare che l’imprinting dell’insegnante pervade nel tempo qualsiasi sua altra vocazione: da quella di narratore a quella di storico, a quella di critico letterario. Eppure in questo studioso tutte hanno una loro dimensione originale, tutte convergono a delineare un quadro unitario di ricercatore appassionato della propria terra che nell’umiltà ha scritto e dato tanto alla nostra cultura della Piana di Gioia Tauro e della Calabria tutta, ma senza trionfalismi, senza arroganza alcuna e sempre nella linea pedagogica di chi non fa dei propri studi delle tessere fini a se stesse, ma dei veri e propri momenti educativi e istruttivi rivolti alla propria gente. E’ maestro, Umberto Di Stilo, maestro di scuola fino al midollo, ma anche maestro di letteratura, di storia, di cronaca locale. Maestro anche di giornalismo, praticato in modo non casuale per anni con le sue corrispondenze dall’entroterra aspromontano, pregne di vita e di stile fortemente comunicativo.

    Altri al suo posto avrebbero suonato a lungo le trombe roboanti dell’erudizione. Lui invece è rimasto sempre cauto e modesto, mai polemico con nessuno, educatore per vocazione e per mestiere e solo all’interno di questa dimensione ha fatto spazio con umiltà e serietà anche allo studioso, al ricercatore, al critico e al letterato, come vediamo anche in questa ultima raccolta di scritti, che non era e non è affatto scontata o banale o ripetitiva malgrado la semplicità assoluta del suo titolo VERBA VOLANT (Edisusum 2021), ma costituisce un altro tenace mattone sul solido muro che Umberto Di Stilo continua a costruire per valorizzare la VERA cultura calabrese e non le mille chimere di tanti improbabili narratori e studiosi del nostro tempo che in gran parte hanno perso di vista i valori di questa terra. 

   Una raccolta in cui trovano la loro sistemazione scritta - sempre gradevolissima e rigorosa - gli studi preziosi condotti da Umberto Di Stilo sull’Abate e poeta Giovanni Conìa, ma anche quelli su Paolano Ferrantino e la sua opera, su “ Borrello e Laureana”, su Giuseppe Rito, il poeta della terracotta, sul Natale, sulla “Voglia di Libertà” o anche su una serie di figure dell’arte calabrese sulle quali si è scritto tanto, ma non quello che Umberto Di Stilo ha vergato con passione tutta personale in questo bel libro: Fortunato Seminara, Perla Panetta, Antonio Orso, Sharo Gambino, Rocco Di Stilo, Pierino Ocello, senza trascurare nemmeno stavolta le pagine preziose dedicate alla poesia dialettale, al dialetto e ai canti dei migranti calabresi.

    Ha lavorato molto e con passione tra i banchi Umberto Di Stilo, ma ha anche scritto e dato moltissimo alla propria città e alla propria terra in termini di ricerca e di narrazione , come si può evincere dalla bibliografia essenziale riportata in calce alla presente nota. Qui però, come oppidese e minuscolo cultore di glorie patrie, voglio esprimergli la mia gratitudine per lo spazio dedicato al grandissimo Giovanni Conìa, il poeta galatrese, naturalizzato a Oppido (dove riposa dal 1839) di cui tanti critici letterari, compreso il prof. Antonio Piromalli hanno apprezzato, sia pure tardivamente, l’enorme valore ancora quasi tutto da riconoscere e divulgare e di cui qui mi piace riportare quasi integralmente qualche pagina davvero molto interessante. .

GIOVANNI CONIA E IL SUO BUSTO LIGNEO A OPPIDO


“...Rimase a Mileto fino alla morte del Vescovo Capece Minutolo (maggio 1824) e, dopo aver espletato – nella sua qualità di vicario capitolare – le funzioni di sostituto del Vescovo, chiese (ed ottenne) di essere incardinato nella diocesi di Oppido, retta da Mons. Francesco Maria Coppola, suo affettuosissimo amico da lungo tempo. 

   Sul finire del 1826 si trasferì, quindi, a Oppido ove fu rettore del seminario, cantore, tesoriere, canonico protonotario di quella cattedrale e, soprattutto, professore di teologia dommatica. Come tale, per i giovani seminaristi scrisse un trattato di teologia rimasto inedito. L’opera, scoperta dal prof. Antonio Piromalli, e subito segnalata a mons. Pignataro ( che è artefice di uno studio magnifico e dimenticato, che occorre riprendere , sulle composizioni poetiche di Giovanni Conìa, da lui ripubblicate dopo l’ edizione curata da Pasquale Creazzo n. d r.) si conserva nella biblioteca comunale di Reggio Calabria; si compone di 300 pagine e, scritta dal Conìa nel 1830, è stata manoscritta da Giuseppe Maria Carbone tre anni dopo. La trattazione dal titolo: Sacrae Theologiae speculativae compendium a Joanne Conia...si compone di sei trattati divisi in capitoli e seguiti da un’appendice su alcuni dogmi della filosofia morale.

   In quegli anni la fama di predicatore di eccelse virtù si diffuse in tutta la Calabria sicchè il Conìa, chiamato a salire i migliori pulpiti della Regione, a buon diritto ha potuto cantare

                                                               Eu currijai lu mundu
                                                                 pruppitu non dassai,
                                                               festa non c’era mai
                                                      senza di mia...

    Nel 1829 il nuovo vescovo di Gerace, mons Giuseppe Maria Pellicano, conoscendo la preparazione e la dialettica con cui Conìa rendeva infinitamente preziose le sue conversazioni, volle che fosse lui – già 77enne, ma ancora pieno di energia e di voglia di operare - a tenere il pulpito di quella chiesa cattedrale durante il periodo di Quaresima. 

    In quello stesso periodo la stima per l’uomo di chiesa e per il dotto educatore crebbe sempre più tant’è che i nobili se lo contendevano quale precettore dei loro figli. A tutti rispondeva che non aveva intenzione di lasciare mons. Coppola... Conìa infatti , sia per l’età avanzata che per la fraterna amicizia che lo legava al vescovo Coppola aveva deciso di non lasciare il palazzo episcopale di Oppido. D’altra parte aveva da assolvere ai prestigiosi incarichi che gli aveva conferito il vescovo: protonotario, cerimonista e convisitatore apostolico. A queste cariche mons Coppola aggiunse anche quelle di Esaminatore sinodale e Rettore del Seminario, come se avesse voluto compensare il privilegio che Conìa aveva goduto a Mileto nel periodo intercorso tra la morte di mons. Capece Minutoli e l’insediamento di mons. Armentano....

    Nel 1834 pubblica a Napoli, dedicandola al ministro dell’Interno del Regno delle Due Sicilie, Nicola Santangelo, una raccolta dei suoi componimenti in ricordo delle opere di pubblico bene che lo stesso Santangelo aveva fatto realizzare allorchè, negli anni precedenti, aveva ricoperto la carica di Intendente della Calabria Ulteriore I, o, meglio, come diciamo oggi, la carica di Prefetto di Reggio Calabria. In quegli stessi anni, per i suoi alti meriti letterari il principe dell’Accademia Florimontana di Vibo Valentia, Filangelo Vibonese ( pseudonimo del sacerdote Raffaele Potenza) aggregò alla stessa Accademia il Conìa con il nome di Darisbo Elidonio. Con eccessiva modestia il Poeta, per ringraziare il principe Filangelo,scriveva:

Sbagliò l’Arcadia: i suoi preziosi allòri
quanto stan male di Darisbo in fronte!
Quando questi salì di Pindo al monte?
Quando fu amico delle Muse a i cori?
...........................................................
Prence, ti dò l’omaggio a te dovuto;
ma se pensi condurm’in Elicona,
troppo hai da far: ha da parlare un muto. 
 

    All’età di 87 anni morì di “apoplessia” il 6 febbraio 1839 ad Oppido e fu sepolto nella locale chiesa del Purgatorio, che funzionava da Cattedrale, senza un ricordo lapideo che identificasse la tomba ( Il consiglio comunale di Oppido, su proposta del consigliere sac. Grillo, aveva deliberato a favore della gratuita concessione di un loculo nel cimitero comunale nel quale venissero traslati i resti mortali del Conìa perchè agli stessi venisse data degna sepoltura. Non risulta però che tale traslazione sia stata mai operata. Le ossa del poeta galatrese andarono disperse e nessuno potè onorarle con un fiore o un lumino e tenere desta la memoria del buon Abate. Il 27 maggio 1927 mons. Bruno Palaja in una lettera indirizzata al prof. Letterio Fucile, tra l’altro, scrive che nella chiesa del Purgatorio di Oppido, ove svolgeva la sua quotidiana missione sacerdotale, la tomba del Conìa non l’aveva trovata “in nessun punto”. Ed avanza il dubbio che il buon abate di Galatro possa essere stato sepolto nella fossa comune, (Vedi “Un poeta dialettale nella Calabria reggina” in “Annuario del Regio Liceo Campanella di Reggio Calabria 1927”).
. . . 

   Nel Museo Diocesano di Oppido si conserva l’ottocentesco busto ligneo che ritrae il poeta Conìa in età matura. E’ la scultura che , riprodotta a matita da Domenico Mazzullo, è stata pubblicata in apertura del volume che nel 1929 Pasquale Creazzo ha dedicato alla ristampa di tutte le poesie di Conìa che nel 1834 lo stesso poeta aveva fatto pubblicare a Napoli ( e riportata anche sulla copertina dell’ulteriore ristampa, con edizione critica delle stesse, col titolo “Poesie calabre del Canonico Conìa” pubblicata nel novembre del 1980 da Mons. Giuseppe Pignataro. N.d.r.). A quella ottocentesca scultura si è ispirato il prof. Raffaele Sergio per realizzare il busto del poeta in argilla e gesso che, poi, nel 1974 è stato utilizzato come calco per la fusione in bronzo del busto che dà corpo al monumento che l’Amministrazione Comunale ha voluto innalzare al Poeta e che è posto nell’aiuola che delimita a destra l’ampia scalinata esterna al Municipio di Galatro. 



    Il busto ligneo, dopo essre rimasto per alcuni decenni ad impolverarsi nei locali del Seminario Vescovile, nel 1920 è stato rinvenuto dal vescovo mons. Antonio Galati e, nei primi anni Ottanta del secolo scorso, ‘recuperato’ e maldestramente restaurato. La buona fattura dell’opera, infatti, è stata sminuita dall’impiego di colori troppo accesi coi quali si è voluto colorare non solo il volto del poeta Conìa, ma anche i paramenti che indossava a testimonianza del prestigioso ruolo che ricopriva in seno al capitolo della Cattedrale.

    Conìa, infatti, è raffigurato con lineamenti marcati, con sulle spalle la mozzetta rossa bordata di ermellino – caratteristica dei canonici del Collegio Capitolare Oppidese – e con in testa lo zucchetto. La fronte è increspata dagli anni, ma gli occhi vivaci e le labbra serrate, che abbozzano un sorriso, conferiscono al volto del Poeta un’espressione vagamente ironica e bonaria.

    L’abbigliamento indossato dal Poeta è concreta testimonianza che il busto sia stato realizzato negli anni in cui il Conìa faceva parte degli ecclesiastici di Oppido, perciò nei suoi ultimi anni di vita. L’opera è di buona fattura e, pur non avendo certezze del suo autore, è da ritenere che la sua paternità artistica sia da attribuire a Giuseppe De Lorenzo, sacerdote-artista che l’abate galatrese ebbe modo di conoscere quando era ancora in tenerissima età e lui, da parroco di Caridà, era solito frequentare la bottega del padre, il noto santaro Do menico Der Lorenzo, che operava a Garopoli, piccola borgata periferica di San Pier Fedele, ma assai prossima alla periferia di Caridà, tant’è che nel marzo 1928 venne incorporata proprio a quel piccolo paese, dando vita al nuovo comune di ‘San Pietro di Caridà’.

    Conìa aveva avuto modo di conoscere lo scultore nel 1788, allorchè da parroco di Orsiglia di Rombiolo, volendo dotare la sua parrocchia della statua processionale di San Raffaele Arcangelo, decise di commissionarla al ‘santaro’ più conosciuto ed apprezzato di tutta la zona, Domenico De Lorenzo.... 
   E’ certo...che Giuseppe De Lorenzo, primogenito dello scultore, dopo aver lavorato per qualche anno nella bottega del padre, nel 1815 è stato ordinato sacerdote e che ha incontrato Conìa nell’agosto del 1821 allorchè quest’ultimo, nella sua veste di parroco di Laureana e di vicareo foraneo di quella foranìa, su precisa disposizione del Vescovo, lo convocò perchè ‘da esperto di sacre sculture’(e soprattutto come figlio-testimone dello scultore) rilasciasse una perizia scritta sulla natura dell’ abbondante sudorazione che la statua di San Rocco, scolpita alcuni decenni prima dal padre, inspiegabilmente aveva emanato sera del 21 agosto, prima che avesse inizio la tradizionale processione del Santo per le vie di Stellitanone.

    In questa fortuita, ma obbligata circostanza, tra il giovane sacerdote e l’anziano parroco la conoscenza di un tempo si convertì in reciproca, sincera amicizia e in autentica venerazione del De Lorenzo verso il canuto scrittore- poeta. Nulla esclude di pensare che subito dopo il passaggio di Conìa alla curia di Oppido e la sua promozione alla dignità di canonico, il giovane De Lorenzo - sacerdote ancora libero da responsabilità parrocchiali, ma impegnato a rifinire le statue lasciate incomplete dal padre e a realizzare quelle commissionate direttamente a lui – abbia voluto fare un omaggio personale al suo autorevole amico e, perchè di Lui, insieme ai versi, rimanesse anche una memoria visiva, abbia fissato nel legno la sua bonaria fisionomia che, appena ultimata, ha donato al diretto interessato...” 
 
BIBLIOGRAFIA DI UMBERTO DI STILO

Antologia poetica (1984); Un poeta nel mirino (1985); Il Natale nella poesia di Giuseppe Blasi (1987); Il giovane dagli occhi di cielo (racconto 1987); Racconti (1988); Mella è Mamerto? (1989); La poesia di Paolano Ferrantino(1990); Arti, mestieri, professioni (nei dialettin e proverbi calabresi, 1991); Il Tempo ( nei detti e proverbi calabresi,1992); I vizi capitali ( nei detti e proverbi calabresi,1993); Le stagioni della vita ( nei detti e proverbi calabresi, 1994); ‘U ventu sparti ( norme giuridiche della civiltà contadina nei detti e proverbi calabresi, 1995); Il mio Natale ( racconti, 2000); La Divina Commedia in dialetto calabrese tradotta da Giuseppe Blasi (2001); Il Cinquecentesco Trittico marmoreao della chiesa parrocchiale di Galatro (2005 – premio ‘Calabria 2006’ per la saggistica); Vocabolario del dialetto di Galatro (2010 - Premio ‘Giuseppe Calogero alla cultura’ 2011); Il culto della Madonna del Carmine a Galatro (2011); Bozzetti galatresi ( 2013); Una chiesa, una parrocchia (2014); Un paese nel pallone (2015); Fiori di campo ( 2016); Nicola Garuffi ( 2017); Il posto vuoto (racconto 2017); Galatro (pagine di storia, 2019); Fogli sparsi (2020), Verba volant (2021).

giovedì 25 novembre 2021

LEA GAROFALO E LE ALTRE...

Lea Garofalo
di Bruno Demasi

     Nella giornata in cui si commemorano i sacrifici di parecchie centinaia di donne sopraffatte dalla violenza maschile, ma soprattutto dal silenzio in cui in Calabria siamo maestri, vale la pena ricordare alcune donne vittime non di violenza comune, ma di mafia, che hanno insanguinato i nostri paesi. E' uno steep piccolo, ma significativo per la presa di coscienza della situazione in cui si vive nella nostra provincia, dove le cronache giornalistiche non sempre riescono a configurare esattamente il caleidoscopio di grovigli nei quali viviamo... Ma lasciamo a Francesca Chirico qualche breve nota tratta dalla sua stessa introduzione al  libro prefato da Michele Prestipino intitolato  "Io parlo".
    
"I codici della ’ndrangheta ignorano differenziazioni di genere, e non certo perché rispettosi delle pari opportunità: la presenza delle donne, semplicemente, non è contemplata e il loro silenzio mansueto – nonostante l’imprevedibilità della natura femminina «cantata» da tanta tradizione popolare – è presupposto dentro e fuori la famiglia-cosca. È un dato culturale, consegnato da un mondo contadino di poche parole che alle donne affidava la casa e precludeva la polis. Tuttavia qualche codice non rinuncia a richiamare il concetto, fornendo veri e propri consigli di bon ton: «La donna di un affiliato non manifesta mai curiosità sulle discussioni o attività del suo uomo ma tacitamente si adegua al proprio ruolo» La ’ndrangheta, però, prevede anche il riconoscimento di benefit, come l’assegnazione del titolo di «sorella d’omertà», l’unico che il mondo maschile e maschilista della criminalità organizzata calabrese conceda in via ufficiale alle esponenti dell’altro sesso. Il messaggio è chiaro: la
Francesca Chirico
caratteristica più 
importante di una donna di ’ndrangheta, non importa quanto sia scaltra, spietata o a quali importanti compiti dirigenziali sia stata cooptata, resta il silenzio. Nel dettaglio: non proferire parola quando le scelgono il marito, stare zitta durante gli interrogatori di Carabinieri e Polizia, restare muta di fronte alle decisioni di morte degli«omini».

     Infrangendo il silenzio assegnato dalla tradizione e preteso dalle cosche, combattendo paura e pudore, raccogliendo, non in misura uguale, disprezzo e solidarietà, in Calabria ci sono donne che hanno parlato. Madri, figlie, sorelle che negli ultimi trent’anni hanno socializzato il dolore, per socializzare l’ingiustizia, rimanendo spesso sole o isolate e pagando, in troppe, un prezzo altissimo. Vittime di ’ndrangheta che, senza vittimistica rassegnazione, hanno trasformato la ricerca privata di giustizia in una battaglia collettiva di civiltà, «il pathos della traged  ia in ethos della democrazia»
     Le prime infrazioni arrivano negli anni Ottanta. Marianna Rombolà, a cui hanno ammazzato il marito a pochi metri dal portone di casa, nel 1988 decide di confidare nella giustizia dei tribunali: alcuni concittadini di Gioia Tauro le spediranno lettere di solidarietà, ma senza firma; hanno un nome e un cognome, invece, i tantissimi che le levano il saluto. E poi ci sono due «forestiere» – una ragazza innamorata e una madre disperata– che la Calabria la incrociano per loro sventura, donne cresciute stando zitte solo quando non avevano niente da dire. Il 22
Rossella Casini
febbraio 1981 Rossella Casini comunica al padre che sta per partire da Palmi e tornare a casa, a Firenze. Non ci arriverà mai.

     La giovane fiorentina è stata uccisa e fatta a pezzi per avere spinto alla collaborazione il fidanzato calabrese, coinvolto in una sanguinosa faida. Per la ’ndrangheta Rossella era un’infame. Quando nel 1989 la «nordica» Angela Casella si rivolge alle donne di Ciminà, chiedendo aiuto e solidarietà per il figlio Cesare,sequestrato da Pavia, trova chi le ribatte un po’ stizzita: «Che ti dobbiamo fare, noi?». Di tragedie, nel paese aspromontano con oltre quaranta
Angela Casella
morti di faida, le donne ne avevano sopportate per vent’anni, tenendo la bocca chiusa e stando al loro posto: sotto il velo del lutto, pensando alla vendetta, se facevano parte delle famiglie coinvolte, o dietro le imposte, in attesa della prossima vittima, se ne erano estranee. In entrambi i casi, in silenzio. Qualcosa comincia a scricchiolare.    
    La cappa si incrina, impercettibilmente, e dalla fessura rifluiscono parole. Nasce nel 1989 il comitato Donne contro la mafia e, quattro anni dopo la «missione» di Angela Casella, sarà la figlia di un sequestrato calabrese, Deborah Cartisano, ad animare il comitato Pro Bovalino
Deborah Cartisano
Libera, promuovendo una catena del digiuno e trascinando in Calabria il capo della Polizia e la Commissione parlamentare antimafia. In quegli stessi giorni davanti al Tribunale di Reggio Calabria staziona un’altra donna che ha deciso di portare in piazza la sua battaglia contro il clan Mammoliti: si chiama Teresa Cordopatri, ha visto il fratello ammazzato sotto i suoi occhi, ed è calabrese.

     Storie che diventano segnali. Come quella, dirompente, degli undici commercianti di Cittanova che nel 1991 hanno denunciato, presentandosi insieme in commissariato, le richieste di mazzetta dei Facchineri. Saranno due ragazze poco più che ventenni – Maria Concetta Chiaro e Maria Teresa Morano – a dare voce e volto alla loro ribellione. La strada è aperta, insomma. Ma resterà non abbastanza battuta. Le voci faticano a diventare coro. Quando non sono le minacce, le querele o, peggio, la morte, arrivano l’alone di scandalo, le accuse di esibizionismo e il fastidio mal dissimulato ad accogliere chi ha deciso di parlare chiaro, magari come la maestra Liliana Esposito Carbone, con la foto del figlio ammazzato perennemente al collo. Perché, in Calabria, la donna che parla lancia una doppia sfida: punta l’indice contro i «nemici» ma
Maria Concetta Cacciola
anche verso un mondo che tace.  
     Diventa, insomma, un atto d’accusa ambulante che disturba sul piano criminale e imbarazza su quello sociale. E allora ecco scattare i vecchi e consolidati meccanismi di difesa e delegittimazione: Teresa Cordopatri è «buttana» per gli uomini dei Mammoliti, e «pazza» per i loro avvocati. Rossella Casini «era brava ma tornava tardi la sera». Liliana Carbone l’ha resa pazza il dolore. La tendenza vale, naturalmente, anche per le donne di ’ndrangheta che hanno scantonato: Concetta Managò era «imbottita di psicofarmaci», Lea Garofalo era «fuori controllo», Concetta Cacciola era «depressa psichica», Rosa Ferraro è «pazza perché parla troppo» e a Giuseppina Pesce «serve lo psichiatra». Proprio quello della fragilità emotiva femminile, sbandierata come «prova contro», come inconveniente di genere che priverebbe di valore scelte e parole, è un tema che vedremo ritornare costantemente: depresse, instabili, pazze – come la Cassandra dolente e furiosa di Christa Wolf – lo saranno considerate un po’ tutte, le ribelli che parlano.

«Oggi le donne calabresi piangono ancora chiuse in casa», dice Marianna Rombolà. Negli ultimi anni, invece, da certe case le donne hanno scelto di uscire,
Giuseppina Pesce
facendosi nemiche di «famiglia». Collaboratrici di giustizia come Giuseppina Pesce, cresciuta all’interno della cosca più potente di Rosarno, e Rosa Ferraro. Testimoni come Lea Garofalo, il cui esempio di coraggio risplende oggi nella figlia Denise, o come Maria Concetta Cacciola e Tita Buccafusca che, ritornate sui propri passi, hanno preferito l’acido a una vita tra quattro mura «onorate». Una scelta di rottura, la loro, che ha infranto muri considerati impenetrabili e potrebbe addirittura abbatterli, se diventasse contagiosa. La condizione è che la loro voce non risuoni solo nelle aule dei tribunali e che ad ascoltarla non ci siano solo i magistrati."

    E intanto a Roma si fanno vere e proprie acrobazie politiche per discutere  di commissari e di commissioni sanitarie e  distogliere l'opinione pubblica anche da questi problemi....!