domenica 28 agosto 2022

La penna del Greco e "Il mare a sinistra": DU' CARMINU (di Nino Greco)


   Sicuramente le migliori prove narrative di tanti scrittori calabresi si realizzano nei racconti brevi, che nel respiro di poche pagine o di poche righe riescano a cogliere e a fissare non solo delle sensazioni momentanee, ma delle immagini, delle espressioni e dei valori emblematici che vivono poi per sempre. Penso a Nicola Misasi, a Mario La Cava, a Saverio Strati, ma penso in particolare alla letteratura popolare orale ( raramente recuperata e tradotta per iscritto da qualche volenteroso, come Letterio Di Francia) giocata sui “fatti”, su aneddoti ampliati e arricchiti di bocca in bocca, su vicende narrative di respiro piccolo e contenuto, ma di grande portata esemplificativa e pedagogica.
    Non sfugge a questa regola aurea Nino Greco, che dopo alcune fortunate esperienze narrative di più ampio respiro e altre di architettura romanzesca (“La tana del fajetto”) è tornato in questo volume ai suoi amati racconti brevi, a quei flash intrisi di ricordi e di rimpianti che già in precedenza aveva sperimentato con l’abituale fluidità di linguaggio mutuato dal parlato della sua infanzia e dal lessico popolare condito spesso da detti, proverbi e motti intramontabili.
    E la magia della sua penna fertile e lieve, che scorre sinuosamente sui solchi della memoria, si riaccende ancora una volta e cattura la tua attenzione e ancora una volta dalle esperienze di un bambino, educato austeramente alla vita e al lavoro in un contesto contadino fortemente intriso di regole e di valori apparentemente immobili, è possibile trarre insegnamenti e ricordi che testimoniano una civiltà irrimediabilmente offuscata dalle maglie del tempo, ma mai soffocata del tutto, che Nino Greco sembra voler afferrare “dalle cime dei capelli” per riconsegnarla intatta al menefreghismo ciondolante di tanti giovani.
    Ne è esempio molto eloquente questo racconto brevissimo, “Du’ Carminu”, che ritratteggia in poche pennellate la festa popolare della Madonna del Carmine in un paesino dell’Aspromonte e ne trae tutti i paradigmi possibili per riconsiderare le feste paesane come fenomeni non più popolari, ma che già 40 anni fa si avviavano a diventare borghesi : lo stupore e l’orgoglio di un bambino per la presenza e l’attenzione del cantante di turno; l’entusiasmo della folla paesana disposta a spendere più di quanto può permettersi in giochi effimeri e inutili, il paganesimo ridondante e mascherato di una religiosità priva ormai di ogni pathos e sempre più volta a favorire i consumi roboanti del nulla.
    E subito dopo il ritorno di padre e flglio, ubriachi di luminarie e di boati, a quella madre terra avara e arida che per pochissime ore avevano lasciato in attesa del turno ambito dell'acqua per poterla amorosamente dissetare.

   Un racconto, un libro, davvero simbolici e struggenti, da gustare con attenzione.  (Bruno Demasi)

NINO GRECO:  “IL MARE A SINISTRA”

LA ROSA  NEL  POZZO EDITORE,  2022

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 DU’ CARMINU

    Quella sera mio padre pensò di portarmi alla festa della Madonna del Carmine: ero attratto dfalle feste e dalle fere, e lui lo sapeva.
    Avrebbe fatto a meno di quella camminata dopo una dura giornata di zappa, ma pensò di propormelo come se fosse una ricompensa.
   Partimmo dalla Foresta col sole che se ne stava calando, lui conosceva le ‘ccurciature, tanto che in un’ora fummo a Varapodi.
   La processione stava per finire, la vara con la Madonna era sul punto di fare rientro in chiesa; facemmo un giro tra i ferari, tra mustazzoli, nucilla e ciciri.
   Il caldo torrido di quel giorno di luglio si era aggrappato ai muri e dava l’impressione che volesse essere anch’esso della festa.
   Là ,in piazza, su una panchina dietro al palco, proprio vicino alla scaletta che portava su, vedemmo nostro zio Nino, fratello di mio nonno; ci avvicinammo e mi sedetti accanto a lui. Rimasi lì in attesa dei cantanti. 

   Un’aria surreale avvolgeva Varapodi: tanti devoti della Madonna del Carmine, tanta gente e un vocio costante che faceva da sottofondo alle prove dei musicisti.
    Poi una calca di persone verso di noi: ragazzi che accorrevano e le guardie comunali che schiudevano un corridoio per i protagonisti della serata. Loro, i cantanti, erano a un passo da me vestiti di bianco e, man mano che salivano, andavano a prendere posto: batteria, tastiera e chitarre.
   Gli applausi di attesa si alzarono, le grida di tripudio fecero intendere che l’attesa era stata tanta; l’ultimo di loro, il cantante, prima di salire, sostò un attimo accanto a me: capelli corvini alla moda e una barba giovane e nera che gli contornava la mandibola, mi guardò dall’alto verso il basso attraverso gli occhiali spessi come culacchi di bottiglia, mi sorrise e mi chiese:

- Non ti diverti? 

   Annuii e risposi al sorriso, vergognoso, con la timidezza di un decenne.
   Forse il caldo e l’aria stanca avevano reso serio il mio volto e gli avevano dato l’impressione di una mia indifferenza.
   La serata scorse via festante: io la vissi con l’animo di chi aveva avuto il privilegio di parlare col cantante. Lui cantò e, quando intonò “Come potete giudicar”, la piazza sembrò non contenere ler grida di gioia e i battimani.
    Poi la festa finì, le note si fermarono;la botta scura che anticipava i fuochi aveva scosso anche i paesi vicini e le successive rosate degli spari ci colsero che eravamo già sulla strada che costeggiava il campo sportivo, di ritorno verso la Foresta. Una notte di lavoro ci attendeva, il nostro turno iniziava alle due. Tre ore ancora per bivarare e poi a dormire sul pagliericcio. 


   Seguivo attento dall’altra parte della rasula le votate di mastra di mio padre e quando qualche nuvolata copriva la poca luna, mi abbassavo per controllare con le mani se l’acqua avesse inzuppato a modo la terra e tutte le rangare.
   Il sonno addentava le palpebre, la stanchezza mi faceva desiderare oltre misura la lettiera, ma mi sentivo appagato: in fondo, se quella sera non fossi stato alla festa, mi sarei perso il garbo, il sorriso e la voce di Augusto Daolio.(Nino Greco)

lunedì 8 agosto 2022

I FATTI DI CASIGNANA E QUELLI DI MESSIGNADI

di Bruno Demasi
 

  Casignana, in provincia di Reggio Calabria, è stato ed è  uno dei più piccoli granelli di sabbia alluvionale di cui è intessuta l’intera Calabria, un grumo pudìco di case svuotato prima dalla fame e poi dall’emigrazione da cui non ti aspetteresti mai si potesse levare una voce di protesta contro le ingiurie della storia.
   A Casignana ( come a Torre Melissa e, in parte, a Messignadi) infatti occorre fare riferimento se si vuole tornare brevemente sulle lotte contadine al Sud ed avere anche per la nostra terra i riscontri letterari che il Verga inserisce nella sua celebre novella “Libertà”, in cui racconta i fatti di Bronte, o Francesco Iovine nel romanzo “Le terre del Sacramento” con cui traccia un affrresco sull’occupazione delle terre nel Molise. 
 
   Sul villaggio rurale calabrese , protagonista di un ruggito e non di un belato di protesta, si sono fermati lo sguardo acuto, la passione politica e la penna di Mario La Cava che racconta proprio di una delle prime occupazioni di terre in Calabria. nel lavoro intitolato “I Fatti di Casignana” , a suo tempo pubblicato da Einaudi in una tiratura che raggiunse pochi lettori e recentemente  riproposto in una bella e accurata edizione da Rubbettino, editore coraggioso che sta  ridando lustro alla letteratura e alla cultura calabrese malgrado i voltafaccia di tanti intelletuali nostrani ammaliati da altre case editrici e da altre sirene politiche...
  Un'occupazione di terre   che sembra esordire in un tripudio avallato dalla Prefettura: " Fu una bella giornata, nella quale si dimenticò che la carestia avanzava, che il padrone ancora esisteva nei campi che circondavano quella foresta, e che i suoi dipendenti più fidati li seguivano passo passo sulle colline di fronte per controllare e riferire. Fu una  giornata di festa., come quando si andava a Polsi per chiedere grazie alla Madonna o per offrire voti, e si ballava, si gridava, si tiravano colpi coi fucili, per dimenticarte le pene. Anche allora il pòadrone scompariva, diventava un uomo come gli altri, bisognoso di aiuto e proltezione. E ora egli non si sarebbe più avanzato contro di loro, non  li avrebbe soverchiati con la sua potenza. Avevano il governo dalla parte loro e nessuna congiura li avrebbe sorpresi."

    All’indomani della Grande Guerra, come osserva Gaetano Cingari, «La propaganda socialista si faceva più capillare e più efficace, e a Casignana e in tutte le terre di quel comprensorio ionico giovani intellettuali e professionisti abbracciavano l’ideale socialista e la battaglia dei contadini”. Un ideale che per i contadini casignanesi si concretizza come obiettivo di lotta nella conquista per il popolo affamato nella foresta Callistro, «dove crescono i lentischi e le ginestre».
    Le loro rivendicazioni, spalleggiate da un gruppo di borghesi illuminati, che hanno alla loro testa il medico Zanco e il brigadiere Colombo, si scontrano nella intransigenza di don Luigi Nicota, tipico esponente della conservazione più ottusa. La strategia di don Luigi, spalleggiato dalle prime squadre fasciste, è semplice: cercare la provocazione, fare intervenire i carabinieri, imporre l'«ordine», riportare le lotte contadine indietro di anni. Confusamente intravista, l'alba di un socialismo umanitario è presto sopraffatta dalle tenebre del regime che va consolidandosi. 
  Quanto avveniva sul litorale ionico di questa disastrata provincia, su quello tirrenico, a parte qualche qualche barlume registrato, come si diceva a Messignadi,  era forse soltanto un sogno destinato a restare tale o a trasformarsi in un incubo persistente tutt'oggi.
 

   Il 21 settembre 1922 carabinieri  e fascisti aprono il fuoco contro i braccianti della piccola cooperativa "Garibaldi", che stanno occupando le terre; rimangono uccisi l'assessore socialista Pasquale Micchia e due contadini, Rosario Conturno e Girolamo Panetta, mentre il sindaco Francesco Ceravolo resta gravemente ferito. Questo eccidio concluse tragicamente l'occupazione .

     Dopo appena quindici giorni da questi fatti all'inaugurazione del Fascio di Casignana partecipò  il gerarca fascista Giuseppe Bottai. Era preoccupato per la nascita di una nuova classe dirigente in grado di liberare i contadini dal predominio dei proprietari terrieri e, dunque, di ottenere un ampio consenso. Quando il gerarca fascista lasciò Casignana per andare alla stazione ferroviaria di Bianco qualcuno, nascosto dietro le rocce, esplose due colpi di rivoltella, uno dei quali ferì all’avambraccio sinistro un giovane fascista. Quasi immediatamente molti pensarono ad un finto attentato, ma l’episodio venne usato come pretesto per danneggiare la casa di Giuseppe Naim, presidente della Cooperativa Garibaldi.
    Il quadro tracciato da La Cava è di  grande significato: fa intendere con chiarezza che le grandi lotte non furono e non sono mai necessariamente giocate nelle grandi città, ma   evita anche  le secche di una generica esaltazione romantica o populista.
    E meno male…! Perché oggi  l'accusa sciocca di  “populismo” per molti , moltissimi conservatori italici travestiti ancora da progressisti,  è   il marchio a fuoco di ogni lotta sociale che si rispetti…! 
 
    Dopo l’occupazione delle terre a Casignana e l’arrivo del Fascismo ogni desiderio di terra venne barbaramente soffocato e occorrerà arrivare al dopoguerra per registrare una lotta simile e nuova che nel 1950 si conclude in maniera ugualmente tragica a Melissa e a Petilia, nel Crotonese, ma  quella è una pagina  a sè stante (cfr anche  qui  GIUDITTA LEVATO NON SI TOCCA !), una pagina cruenta anche quella che però fu foriera di grandi entusiasmi nella piana di Gioia Tauro e in vari centri del reggino. La lotta per l' occupazione delle terre a metà secolo si accese  infatti sulla costa ionica da Caulonia e Focà, Stignano, fino a Canolo,  Bova, Palizzi; si accese nel circondario del capoluogo a Ortì, Arasì,Cannavò, Straorino e sulla costa tirrenica, oltre Messignadi,  interessò, sia pure in modo alterno e con esiti quasi sempre deludenti Barritteri, Cannavà,   Gioia Tauro, Melicuccà, Molochio, Palmi,  Polistena, Rosarno, S. Ferdinando, S. Martino, Seminara,  Taurianova e Tresilico. 
 
    Annota Domenico Caruso in un suo articolo (Assalto alle terre e questione meridionale Il servizio di Domenico Caruso è stato pubblicato su "Calabria Letteraria" - Soveria Mannelli CZ - Anno XLIX - n. 7/9 Luglio-Sett. 2001 e su "Arianova Metropolipiana" - Taurianova RC - Anno VI n. 34 - Giugno/Agosto 2001). “In un volantino firmato "Il Contadino", distribuito nella Piana di Gioia Tauro, si legge testualmente: "Compagni, contadini della provincia di Reggio Calabria! Lunedì 6 marzo i vostri fratelli di fatica e di speranza di Rosarno, S. Ferdinando, Gioia Tauro,…per la prima volta nella nostra provincia sono scesi in lotta per rivendicare il diritto al pane e al lavoro occupando le terre incolte e malcoltivate, gli uliveti e gli agrumeti dei grossi proprietari delle loro zone, così come hanno fatto i vostri fratelli di Catanzaro e Cosenza. Essi chiedono la vostra solidarietà e vi invitano ad unirvi nella lotta in modo che sia certa la vittoria contro gli agrari sfruttatori delle loro e delle vostre fatiche e sia dato inizio alla riforma agraria, contemplata nella Costituzione Repubblicana, ma negativi della Democrazia Cristiana e dal governo dei ricchi". 
 
    Secondo Enzo Ciconte ( "All'assalto delle terre del latifondo" - Comunisti e movimento contadino in Calabria - (1943 - 1949) - (F. Angeli Ed. MI - 1981): "Presero parte all'invasione delle terre circa 14.000 lavoratori, uomini e donne. Sono state occupate terre, in maggior parte oliveti, per una estensione di circa 8.000 ettari di cui sono stati richiesti in data precedente alla invasione 2.142 ettari tramite tre cooperative, mentre la rimanente estensione è da richiedere. In totale il movimento, dal 6 al 12 marzo 1950, si è esteso in 45 Comuni e ad esso ha preso parte una massa di circa 25.000 lavoratori. La lotta è stata condotta con entusiasmo da parte dei lavoratori a cui non sempre corrispose quello dei dirigenti. In alcuni centri come Rosarno, Palmi e S. Ferdinando la lotta ha assunto aspetti drammatici per i continui soprusi della polizia che spesso intervenne violentemente per spezzare il movimento nei centri più combattivi. La polizia, non essendo in condizioni di controllare e comunque dominare il movimento, ha cercato di decapitarlo fermando ed arrestando i dirigenti sindacali ed i lavoratori più combattivi". In particolare a S. Martino di Taurianova, organizzati dalla Camera del Lavoro, una ventina di contadini si recarono nella località 'Figurelle'. Quivi giunti limitarono un vasto appezzamento di terreno con dei pioli ed iniziarono a potare gli olivi. Ma, in serata, furono dispersi dai Carabinieri che riuscirono a rilevare i nomi di alcuni lavoratori per denunciarli". 
 
     Nella carestia del dopoguerra “... i nostri contadini, - continua Domenico Caruso in una sua bella pagina  - affamati di terra e pieni di fiducia nelle istituzioni, si erano recati nelle proprietà degli agrari per lavorare e sopravvivere. Furono scacciati con le armi ed i campi si macchiarono di sangue. Hanno, quindi, intrapreso in massa la via dell'esilio - rappresentata dall'emigrazione - con le valigie legate con lo spago; hanno sbattuto sul suolo i tacchi per liberarsi delle ultime tracce di terra e per non tornare; hanno conservato nel portafogli le immagini dei propri cari e quelle dei loro Santi. Sono partiti arrabbiati e con le lacrime agli occhi, ma fieri delle loro antiche origini. Sono rimasti i vecchi e i bambini a pregare e ad implorare un prossimo ritorno. Sullo stesso treno ma in prima classe, perciò lontano da occhi indiscreti, il deputato si recava a Roma per riferire che si era liberato dei "cafoni" dopo aver loro sottratto il voto. La nostra penna - intanto - rendeva certa la speranza dei diseredati, dei "cafoni" che avevano ragione dei ricchi:

"'Gnuri e pezzenti"
Amaru cu' non havi 'nu pertusu
e 'nu lavuru pe' tirari avanti,
veni trattatu da cani rugnusu
puru da li perzuni 'nteressanti.
Su' propriu chisti 'gnuri senza cori
chi 'nci fannu provari gran dolori:
ma veni 'n jornu chi la rota gira
e lu pezzenti arriva la so' mira!” 
 

    Se, come si è visto,  i tentativi di occupazione delle terre si moltiplicarono nel secondo dopoguerra nella provincia reggina, quello accaduto a Messignadi, frazione di Oppido Mamertina fu sicuramente singolare e  degno di attenzione ed è di certo il più vicino per analogie di vario genere ai "Fatti di Casignana" tragicamente avvenuti molti anni prima.
   Come per la Foresta Callistro di Casignana  anche a Messignadi si trattava di occupare e di distribuire una considerevole estensione di terreno denominata "Bosco Faraone", in gran parte incolta, ma fertilissima, della quale molti contadini locali coltivavono spesso di strafono i lembi più marginali sfidando il piombo e le angherie dei "guardiani" che a ragione, ma più spesso senza alcuna legittimazione, si arrogavano il diritto di controllare quelle terre di cui era affamatissima la gente del borgo vicino a Oppido Mamertina.  Gente tradizionalmente legatissima al lavoro e alla terra e capace di faticare molto duramente pur di strappare alle pietre i frutti elementari per la sopravvivenza.
   Non si sa da dove e come partì l'idea di occupare  "Farone", ma essa nel brevissimo volgere di pochi giorni, se non di ore, fu sposata quasi da tutti e il paese si mobilitò  dietro  Francesco Zimbè, dirigente locale  della CGIL che era riuscito a creare in paese una sezione socialista con ben oltre un centinaio di  iscritti e moltissimi simpatizzanti, donne comprese.
   L'amplissimo  terreno quasi interamente incolto  da occupare e distribuire alle famiglie messignadesi, costituite esclusivamente da braccianti,  si estendeva  su un largo e fertile pianoro incombente con le sue falde ricchissime di vegetazione sulla fiumara Serra, più a monte denominata anche Jona e interessata, per la straordinaria ricchezza delle sue acque, da una piccola centrale idroelettrica, che produceva agevolmente molta corrente,  e da un antichissimo tratturo che da Messignadi portava a Molochio. Era un territorio che per la sua peculiarità faceva gola alla gente che viveva di niente, quand'anche fosse stato frazionato in appezzamenti piccoli o piccolissimi, e ciò aumentava di gran lunga l'efficacia della proposta di Zimbè. Diverse centinaia di persone  (le cronache parlano di duecento, ma verosimilmente moltissimi altri si aggiunsero strada facendo) in una fredda  giornata di inizio  marzo  si radunarono quasi all'uscita del paese e in modo eterogeneo e scarmigliato si diressero rumorosamente verso il Bosco Faraone. Era presente infatti gente di ogni ceto sociale, ma in prevalenza braccianti, sebbene le cronache posteriori, ispirate  dall'interessata  propaganda padronale, abbiano parlato di una ridotta presenza dei giornatanti.
 

  Non mancarono gli agitatori e coloro i quali ad arte cercarono di creare incidenti allo scopo di far intervenire le forze dell'ordine: Francesco Zimbè, sinceramente convinto di ciò che stava facendo e sicuro dell'appoggio del Partito,  per diversi giorni ebbe il suo gran da fare per spronare, mediare, calmare gli animi, tacitare i più violenti, garantire il suo oculato intervento  in quella che si profilava come una spartizione difficilissima della terra e dell'acqua di irrigazione. Gli agitatori però ebbero la meglio insieme alla fame e al freddo della gente che aveva lasciato in quella incipiente, ma freddissima primavera la propria abitazione per difendere con i denti la terra che aveva occupato e iniziato a disboscare con ogni attrezzo che di cui era riuscita  a dotarsi.     Le forze dell'ordine intervennero e sedarono rapidamente ogni focolaio di tumulto, costringendo gli occupanti a sgomberare "Farone", come già era accaduto  trenta anni prima ai Casignanesi nella Forseta Callistro.
    La reazione, come annotava qualche anno fa in un suo studio Filippo Tucci (Pagine di storia messignadese/1 – L’occupazione del Bosco Farone” in Messignadi nel tempo web log).
non tardò a celebrare parodisticamente l’occupazione con una poesia malamente affastellata mirante a ridicolizzare quanto era accaduto.

Cù Zimbedu capotesta,
Messignadi è tutta in festa.
Cu rumuri e gran schiamazzi
tutta ‘a genti va nte chjiazzi.
Arta si jiza “bandiera rossa “
e a pugni chjiusi si va a la riscossa.
A banda pilusa cu Micu 'u nanu,
cumincia a sonari chianu chjianu.
Fimmini e omini, zoppi e sciancati
caminavanu tutti mbischjati.
Armati di zappi, cugnati e furcuni
Jivanu u spartunu u voscu i Faruni...
...Jiru tri jiorna, da matina a’ notti
Zapparu a terra e pigghjiaru botti.
Poi chiamaru i carbineri nte camionetti
E u maru Zimbedu pigghiau i manetti.
Tornaru o' paisi scurnati e cumpusi,
senza banderi e a pugni chjiusi 
cantandu tutti a la bonura
“Mira il tuo popolo o bella Signura”.
 
    Svaniva anche a Messignadi, come era accaduto  a Casignana, il sogno della terra per tutti e, quel ch'è peggio, nella povera gente si insinuava quel sentimento di  sfiducia e di condanna verso le forze dell'ordine, che tanti danni avrebbe comportato negli anni a venire. Ma questa è un'altra brutta storia...!